Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato, l’ICE, addetta alla cattura dei migranti.
Secondo il manifesto, tra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è
acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini
fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi
non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione
capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che,
sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a
maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per
lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di
fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le
manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione
tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla
resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma
con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”.
Un “mutuo
appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito
che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri
concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o
in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a
una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni
collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e
sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che
chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare
l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova
democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza
quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro
i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi
climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”.
La crisi
climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni,
siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di
abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi
quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se
ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre,
dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio
degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non
occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e
soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità
della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più
esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di
responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente
delle conferenze sul clima.
Ma le guerre
non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di
sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi,
all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca
all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli
armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati,
aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino
della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme
attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti,
reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag
per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative
terroristiche, sia anonime che rivendicate.
Ma contro
quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”,
sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di
sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione
di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli
in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la
popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi,
ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni
colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non
hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di
vivibilità, come a Valencia. È una estensione del ricorso alla forza delle armi
che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di
belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito
pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione
specifica di un clima perverso che li accomuna tutti.
L’assalto
alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del
“nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle
guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate
dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il
procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla
posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre
possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative
resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o
alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più
non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli.
Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a
disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna
ricominciare di lì.
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