mercoledì 14 gennaio 2026

Il disordine internazionale come risorsa - Maurizio Onnis

In queste settimane e mesi, il dibattito pubblico rigurgita di commenti e riflessioni sulla situazione internazionale. Autoritarismo, guerre, alleanze nuove o disfatte, unilateralismo e multilateralismo, cambio degli equilibri mondiali e parecchio altro, tutto letto soprattutto in chiave geopolitica o economicistica. Si può aggiungere qualcosa al flusso costante del pensiero collettivo? Sì, se guardiamo alla faccenda dal punto di vista sardo e, in primo luogo, dal punto di vista dell’indipendentismo sardo.

IX-X secolo. Bisanzio perde la Sardegna. Le fonti non dicono abbastanza su come ciò accade, ma sappiamo che, riemersi documenti, i sardi si autogovernano: è l’epoca dei giudicati.

Fine del XIII secolo. La lotta pluridecennale tra angioini e aragonesi per il Meridione della penisola italiana spinge Bonifacio VIII a “regalare” la Sardegna alla corona iberica, nella speranza di placarne gli appetiti. E i sardi precipitano nel vortice della lotta per l’indipendenza da Barcellona. 

Fine del XVIII secolo. Angioy, reduce dalla sconfitta della “sarda rivoluzione”, scrive il suo Memoriale e invoca la protezione della Francia, prima termidoriana e poi napoleonica, sulla Sardegna. Ma la pietra d’inciampo è grossa: cacciati dal continente in guerra, i Savoia si sono stabiliti nell’Isola e non la mollano.

Metà del XX secolo. L’Italia spezzata in due dal conflitto mondiale allenta la presa sulla Sardegna. I contatti con la penisola si riducono la minimo. Al tacere delle armi, l’Isola ottiene dalla nuova repubblica un trattamento particolare e lo Statuto autonomistico. Discusso e discutibile quanto si vuole, ma tangibile e del tutto insperato fino a poco prima.

Il tempo del disordine internazionale è, insomma, esattamente il tempo in cui ai sardi si presentano le migliori occasioni per strappare spazi di sovranità alla potenza dominante. O, se le cose non vengono condotte nel modo migliore, per cadere preda degli appetiti di chi è più forte di noi. Spetta ai sardi stessi “leggere” gli eventi e, secondo le circostanze, farsi attori di questo gioco, anziché spettatori passivi, per uscirne più liberi.

Come in passato, anche oggi ciò che avviene nel mondo influenza i rapporti dell’Isola con il suo “padrone”. Roma, il padrone attuale, boccia a raffica le leggi emanate da giunta e consiglio regionali sardi. Senza pietà e senza remore, dando forma a un conflitto continuo, la cui responsabilità non possiamo addossare sempre e solo all’incompetenza della RAS. In realtà lo Stato italiano, centralista per vocazione, non tollera che le autonomie locali si allarghino. La “promozione” della Sardegna a capiente e produttiva batteria energetica per il centro-nord della penisola è, in tal senso, emblematica. È facile pure prevedere, dato l’intorbidamento delle condizioni internazionali, uno stringersi dei vincoli e un aggravarsi dei pesi imposti all’Isola: vedi tutto ciò che è legato alla RWM, alla produzione di armi, alle servitù militari. 

Nessuno di noi è così cinico da desiderare una guerra generalizzata, nella speranza di ricavarne lo spazio necessario a svincolarsi da Roma. Nessuno di noi è così servo da voler offrire la Sardegna a potenze terze, come più o meno scherzando si è sentito in questi giorni: perché non ha alcun senso passare da un padrone all’altro. Si tratta invece di mantenersi vigili e cogliere le occasioni. La passione per la libertà e i diritti degli altri popoli è una bella cosa. Ma noi indipendentisti abbiamo il dovere di sperimentare i prossimi mesi e anni, innanzi tutto, come un’opportunità per incrementare la nostra libertà e i nostri diritti. L’obiettivo dei sardi resta l’autodeterminazione, fino al raggiungimento della sovranità dell’Isola: la storia compie dei salti inaspettati e tanto meglio se tale processo è accorciato da quanto accade oltre mare.

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