In queste settimane e mesi, il dibattito pubblico rigurgita di commenti e riflessioni sulla situazione internazionale. Autoritarismo, guerre, alleanze nuove o disfatte, unilateralismo e multilateralismo, cambio degli equilibri mondiali e parecchio altro, tutto letto soprattutto in chiave geopolitica o economicistica. Si può aggiungere qualcosa al flusso costante del pensiero collettivo? Sì, se guardiamo alla faccenda dal punto di vista sardo e, in primo luogo, dal punto di vista dell’indipendentismo sardo.
IX-X secolo.
Bisanzio perde la Sardegna. Le fonti non dicono abbastanza su come ciò accade,
ma sappiamo che, riemersi documenti, i sardi si autogovernano: è l’epoca dei
giudicati.
Fine del
XIII secolo. La lotta pluridecennale tra angioini e aragonesi per il Meridione
della penisola italiana spinge Bonifacio VIII a “regalare” la Sardegna alla
corona iberica, nella speranza di placarne gli appetiti. E i sardi precipitano
nel vortice della lotta per l’indipendenza da Barcellona.
Fine del
XVIII secolo. Angioy, reduce dalla sconfitta della “sarda rivoluzione”, scrive
il suo Memoriale e invoca la protezione della Francia,
prima termidoriana e poi napoleonica, sulla Sardegna. Ma la pietra d’inciampo è
grossa: cacciati dal continente in guerra, i Savoia si sono stabiliti
nell’Isola e non la mollano.
Metà del XX
secolo. L’Italia spezzata in due dal conflitto mondiale allenta la presa sulla
Sardegna. I contatti con la penisola si riducono la minimo. Al tacere delle
armi, l’Isola ottiene dalla nuova repubblica un trattamento particolare e lo
Statuto autonomistico. Discusso e discutibile quanto si vuole, ma tangibile e
del tutto insperato fino a poco prima.
Il tempo del
disordine internazionale è, insomma, esattamente il tempo in cui ai sardi si
presentano le migliori occasioni per strappare spazi di sovranità alla potenza
dominante. O, se le cose non vengono condotte nel modo migliore, per cadere
preda degli appetiti di chi è più forte di noi. Spetta ai sardi stessi
“leggere” gli eventi e, secondo le circostanze, farsi attori di questo gioco,
anziché spettatori passivi, per uscirne più liberi.
Come in
passato, anche oggi ciò che avviene nel mondo influenza i rapporti dell’Isola
con il suo “padrone”. Roma, il padrone attuale, boccia a raffica le leggi
emanate da giunta e consiglio regionali sardi. Senza pietà e senza remore,
dando forma a un conflitto continuo, la cui responsabilità non possiamo
addossare sempre e solo all’incompetenza della RAS. In realtà lo Stato
italiano, centralista per vocazione, non tollera che le autonomie locali si
allarghino. La “promozione” della Sardegna a capiente e produttiva batteria
energetica per il centro-nord della penisola è, in tal senso, emblematica. È
facile pure prevedere, dato l’intorbidamento delle condizioni internazionali,
uno stringersi dei vincoli e un aggravarsi dei pesi imposti all’Isola: vedi
tutto ciò che è legato alla RWM, alla produzione di armi, alle servitù
militari.
Nessuno di
noi è così cinico da desiderare una guerra generalizzata, nella speranza di
ricavarne lo spazio necessario a svincolarsi da Roma. Nessuno di noi è così
servo da voler offrire la Sardegna a potenze terze, come più o meno scherzando
si è sentito in questi giorni: perché non ha alcun senso passare da un padrone
all’altro. Si tratta invece di mantenersi vigili e cogliere le occasioni. La
passione per la libertà e i diritti degli altri popoli è una bella cosa. Ma noi
indipendentisti abbiamo il dovere di sperimentare i prossimi mesi e anni,
innanzi tutto, come un’opportunità per incrementare la nostra libertà e i
nostri diritti. L’obiettivo dei sardi resta l’autodeterminazione, fino al
raggiungimento della sovranità dell’Isola: la storia compie dei salti
inaspettati e tanto meglio se tale processo è accorciato da quanto accade oltre
mare.
Nessun commento:
Posta un commento