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sabato 3 ottobre 2026

Ma niente è come stare nella macchina - Paolo Pileri

 

Da mesi e mesi il governo, e pure l’opposizione, ci parlano di arginare il costo del carburante facendo leva sulla riduzione delle accise. È un tormentone che ha finito per far atterrare un tema enormemente importante solo e soltanto sulla pista delle accise, del price cap della benzina e del bollo auto. Solo accise, benzina e bollo auto, null’altro. Sembra che per entrambi queste siano le uniche cose da fare: continuare a tenere gli italiani nelle auto. Ed è proprio questo retro-messaggio che mi preoccupa. Siete così sicuri che dobbiamo continuare a usare l’auto così tanto e ovunque? Oppure avete solo paura di affrontare l’argomento? Pensate ai vostri consensi? È la loro perdita che vi spaventa? I voti come i soldi: sporchi, maledetti e subito? Siete così sicuri che non esistano alternative? Beh, sappiate che ne esistono. E potreste almeno provarci.

Ci sono precedenti politici illustri che magari vi sono sfuggiti: ricordiamoli. Nel 1973, in una situazione similmente drammatica tra guerre e gravi rincari del petrolio, l’allora primo ministro olandese, Joop den Uyl tenne un famoso discorso, sofferto, ai suoi cittadini dove spiegò la grave situazione per l’economia, la dignità, le libertà dei cittadini olandesi per via della contrazione della disponibilità delle fonti fossili. Anche sollecitato da parlamentari (tra tutti, Maartje van Putten) propose loro una ricetta visionaria per ridurre i consumi energetici che conteneva le premesse per un intenso programma di ridisegno della mobilità privata potenziando in modo vigorosissimo la ciclabilità e la pedonalità.

Ne fece una questione di orgoglio nazionale, di innovazione, di sostenibilità ante litteram. Con tempismo e astuzia politica, colse al balzo le varie manifestazioni popolari che in quegli anni avevano portato all’attenzione l’aggravamento della vivibilità urbana a causa della crescita incontrollata del traffico urbano, con tanto di aumento della incidentalità e riduzione degli spazi urbani usati liberamente da adulti e soprattutto bambini. Non si sognò di parlare di accise o di incentivi o di bonus per il bollo auto ma propose un coraggioso cambio di abitudini urbane. Una scelta difficile, certamente avversata da una parte ampia di quegli olandesi che nel frattempo si erano velocemente abituati all’auto e quelle imprese commerciali che avevano subito investito nella mobilità su gomma per i loro affari.

Eppure ebbe il coraggio di cogliere nella crisi la lungimiranza di imprimere un programma politico, sociale e urbanistico epocale per portare i cittadini a vivere la propria mobilità quotidiana in bici e a piedi, associandolo a un profondo progetto urbano per far cambiare pelle alle città, con un programma di lungo termine. In un decennio i Paesi Bassi cambiarono faccia e si trasformarono in quel Paese pieno di biciclette che noi oggi invidiamo.

Ecco cosa vuol dire essere politici: imprimere veri cambiamenti, verso la sostenibilità ambientale, aiutando i cittadini a collaborare nonostante il pericolo di non essere capiti. Non so, e francamente non mi interessa sapere, se Joop den Uyl o il suo partito abbia poi vinto le successive elezioni. Potrebbe anche averle perse, ma quel che ha vinto è sicuramente l’idea che la politica è visione e non gretta contabilità, è offrire crescite culturali e non appiattimenti sterili crogiolandosi nei vizi insostenibili di sempre, è il coraggio di un progetto di lungo periodo e non la misura del tutto-subito.

Noi invece scontiamo il bollo auto e togliamo accise che è un modo per dire ai nostri cittadini di continuare a essere viziosamente accaniti consumatori di benzina e gasolio, saldamente seduti sui sedili delle loro auto. Ma è normale tutto questo? È normale che nessuna e nessuno politico abbia detto una sola parola? Che non ci sia quella minima dose di buon senso per parlare di risparmio energetico? Nessuno e nessuna che prova a dire che in molti casi si può andare a piedi o in bicicletta per tanti spostamenti quotidiani.

Certamente non tutti possono rinunciare all’auto. Non sempre. Non ovunque. Ma per una enormità di casi, si può ed è inaccettabile e perfino colpevole non stimolare i cittadini a lasciare l’auto e andare a piedi, in bici o con i mezzi pubblici. Nessuna e nessuno che a reti unificate dica questa cosa. Neppure il nostro presidente della Repubblica. Per favore: qualcuno, che non siano le compagnie dell’energia, ci spieghi perché non rispondere a questa terribile crisi investendo massicciamente anche in ciclovie e in un programma di realizzazione di marciapiedi delle nostre città (perché spesso non esistono nemmeno)? Andare in bici e a piedi aiuterebbe anche a stoppare le guerre. Perché non avviare programmi scolastici per incentivare la mobilità a piedi e in bici dei nostri studenti? Approfittare delle crisi per avviare cambiamenti radicali nelle pratiche quotidiane della mobilità è un’opzione difficile ma possibile e in grado di scatenare correzioni di abitudini che diversamente non riusciamo ad avviare.

Continuiamo a perdere occasioni per innescare cambiamenti culturali. Gli eletti nei ruoli politici continuano ad abdicare a ogni funzione culturale. È sempre più freddo calcolo di ragioneria elettorale, gara, slogan, rincorsa al consenso di pancia e non di testa, selfie e video per i social. Se non siete buoni a fare un mezzo discorso visionario che tenta di cambiare in meglio gli stili di vita responsabili delle crisi climatiche ed ecologiche, lasciate perdere. E per favore risparmiateci le ipocrite cartoline dove vi vedremo in bicicletta per le prossime elezioni. Almeno questo, per quel che rimane del rispetto, evitatelo.

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venerdì 28 agosto 2026

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso - Riccardo Bocci

Tratto da Altreconomia 288 — Gennaio 2026

 

A novembre 2026 saranno passati trent’anni dalla Conferenza mondiale sull’alimentazione tenutasi a novembre 1996 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) a Roma, voluta dall’allora neo direttore generale, il senegalese Jacques Diouf, primo africano a presiedere l’Agenzia. Dopo più di due decenni dall’ultima Conferenza del 1974, Diouf riteneva inaccettabile “la tragedia umana di 800 milioni di persone senza un adeguato accesso al cibo” e per questo chiedeva un cambio di passo alla sua organizzazione. Purtroppo, come abbiamo visto anche nell’ultima rubrica del 2025 dedicata alla Fao, da allora la situazione non ha registrato molti progressi.

Di quel momento vorrei però ricordare non tanto l’evento ufficiale ma quello parallelo organizzato dalla società civile, con il coordinamento della Via Campesina, presso la stazione Ostiense. Infatti è in questa occasione che viene coniato il concetto di “sovranità alimentare” che dal 1996 ha animato un fecondo dibattito tra organizzazioni del Nord e del Sud globale e marcato la sua presenza nei vari consessi in cui le istituzioni internazionali si incontravano: dai vari G8 o G20 passando dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) fino alle famose Conferenze delle parti (Cop) delle Convenzioni su ambiente e cambiamenti climatici.

Il percorso nazionale, europeo e globale dei movimenti sociali espresso nei social forum di inizio anni Duemila non può essere raccontato senza considerare l’importanza che la sovranità alimentare e i movimenti a essa associati hanno giocato nel muovere le coscienze e mobilitare le persone.

La questione agricola era tornata prepotentemente nell’agenda politica dei movimenti sociali e, con più fatica, si faceva strada anche nella politica. Allora era ancora attivo un canale di comunicazione e reciproco ascolto con una parte della sinistra parlamentare che sosteneva anche economicamente i processi in corso. L’edizione del social forum a Firenze nel 2002 può essere vista come il momento di massimo splendore di questo percorso.

Le persone senza adeguato accesso al cibo nel 1996 erano 800 milioni. Una tragedia umana che dopo trent’anni non si è ancora conclusa

Che cosa resta di quegli anni? Via Campesina ha dedicato tre Forum mondiali alla sovranità alimentare (in Mali, a Nyéléni, nel 2007 e nel 2015 e in Sri Lanka nel 2025) ma questi eventi sono diventati quasi per “addetti ai lavori”, un bel castello arroccato a cui mancano le connessioni vitali con il territorio circostante. I movimenti sociali che la alimentavano e di cui si nutriva sono invecchiati, appassiti nel frattempo.

La sovranità alimentare invece di essere capita, tradotta e praticata dalla sinistra politica, inebriata dalla sbornia neoliberista, è stata sdoganata a destra dando il nome al nuovo ministero dell’Agricoltura coniugata come difesa ideologica, sterile e commerciale di un fantasioso “Made in Italy”.

L’agricoltura è così scomparsa dal dibattito pubblico come tema sociale, animato, vissuto e praticato da chi la crisi agricola, frutto della tensione irrisolta tra tradizione e modernità, la vive tutti i giorni. Non sono scomparsi i conflitti, sono semplicemente diventati invisibili. Le nuove tecnologie, dai droni ai nuovi Ogm, sono diventate l’orizzonte salvifico e mediatico dentro cui è stato incanalato il futuro dell’agricoltura con una saldatura tra mondo sindacale, politico e scientifico. E, ironia della sorte, quasi come una vendetta del capitalismo che tutto mangia e digerisce, la stazione Ostiense che ha dato i natali alla sovranità alimentare oggi è diventata la sede di Eataly, il negozio emblema del “Made in Italy buonista”.

https://altreconomia.it/sulla-sovranita-alimentare-la-sinistra-ha-perso/

mercoledì 8 ottobre 2025

Solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resta coltivabile. È ecocidio - Paolo Pileri

 

Abbiamo già scritto di ecocidio mesi fa riportando i dati di distruzione dei suoli nella striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano. È venuto il momento di tornare sulla questione a favore dei lettori visto che la Fao ad agosto ha pubblicato un foglio statistico aggiornandoci sulla distruzione dei suoli agricoli a Gaza. I dati sono sconvolgenti.

Al 28 luglio 2025 l’86,1% dei campi è stato deliberatamente distrutto, affamando tutta la popolazione sopravvissuta, di cui l’80% è stata dichiarata in emergenza alimentare. Per capirci meglio, dei 15.000 ettari coltivati a Gaza ne sono rimasti solo 2.090, praticamente, niente. Nella regione più a Nord della Striscia, la distruzione è del 94% circa. A veder meglio i dati, di quel paio di migliaia di ettari i campi ancora coltivabili in sicurezza ammontano a soli 232 ettari ovvero l’1,5% delle aree agricole di tutta la striscia di Gaza. Sono numeri che fanno tremare i polsi. Se non è un ecocidio questo non oso immaginare che cosa lo sia.

A definire che cosa si intende per ecocidio si è occupato tra il 2020 e il 2021 un nutrito e autorevole gruppo di giuristi ed esperti indipendenti (Iep) in materie ambientali, ripetutamente riunitosi sotto il tetto della Stop ecocide Foundation (Sef). La definizione che ne è uscita è la seguente: quell’insieme di “atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”. Attenzione agli aggettivi. Con “grave” si intende riferirsi a “un danno che implica cambiamenti avversi molto significativi, distruzione o deterioramento di qualsiasi componente dell’ambiente, incluse le gravi ripercussioni sulla vita umana, o sulle risorse naturali, culturali o economiche”. Con l’aggettivo “diffuso” si intende “un danno che si estende oltre una limitata area geografica, valica i confini nazionali o è patito da un intero ecosistema o specie, o da un gran numero di esseri umani”. E infine con “duraturo” ci si riferisce a “un danno che è irreversibile o che non può essere sanato in maniera naturale in un periodo di tempo ragionevole” e per “ambiente” significa “la terra, la sua biosfera, criosfera, litosfera, idrosfera ed atmosfera, così come il cosmo”.

Sottolineo quattro concetti sopra riportati: “cambiamenti avversi molto significativi”, “gravi ripercussioni sulla vita umana”, “patito da un intero ecosistema” e “patito da un gran numero di esseri umani”. Nel caso di Gaza ritengo ragionevolmente che siano purtroppo soddisfatte tutte le quattro casistiche visto che quasi due milioni di persone a Gaza sono soggette a un’acuta crisi alimentare, di cui il 32% sono considerate a livello di allarme definito da “catastrofe” (Ipc, 2025) e visto che dell’ecosistema suolo agricolo rimane sano e sicuro solo 1,5%. Non mi pare ci siano dubbi che quanto è stato fatto da Israele nella terra di Palestina sia un ecocidio con particolare accanimento verso i suoli (da cui potremmo dire anche suolicidio).

Oltre a sanzionare e isolare Israele e lavorare diplomaticamente alla pace e oltre a riconoscere lo Stato di Palestina, il nostro governo, insieme ad altri, dovrebbe avviare presto il riconoscimento del reato di ecocidio. Mi viene da suggerirlo anche alle opposizioni a cui non vorrei fosse sfuggito. Non occuparsene ci mette in una condizione di maggior impotenza e accettazione, di fatto, dei crimini e delle ingiustizie perpetrate a milioni di persone e all’ambiente a Gaza. In altre parole, ci rende in qualche modo ancor più complici (cosa di cui personalmente mi vergogno). Detto tra noi, il riconoscimento di ecocidio sarebbe anche molto utile per le nostre beghe interne.

Non vorrei che questo sia il vero freno al riconoscimento. Rivolgo il medesimo appello anche ai nostri parlamentari europei che, anziché mollare tutto (ma non lo stipendio) e correre a candidarsi alle elezioni regionali, dovrebbero darsi da fare per far approvare la proposta di direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente che potrebbe essere un passo importante anche verso il futuro riconoscimento del reato di ecocidio. Ogni indugio, ogni rallentamento e ogni opportunità rimandata concorrono non solo ad accelerare e acutizzare i disastri ambientali e umanitari in corso ma anche, nel caso delle guerre, a porsi di fatto dalla parte opposta a quella dei processi di pace. Sbaglio?

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giovedì 20 febbraio 2025

Sugar tax in Italia, è iniziato il conto alla rovescia. È più importante il profitto o la salute? - Giovanni Peronato

 

Salvo ripensamenti la sugar tax italiana dovrebbe entrare in vigore quest’anno, dopo il recente parere negativo espresso dal ministero dell’Economia e dalla Ragioneria dello Stato alla proposta di Forza Italia e Lega di rinviarla al 2026.

La legge era stata varata dal Governo Conte II nella manovra finanziaria del 2020 (ministra della Sanità Giulia Grillo) ma successivamente, e per la forte opposizione del ministro Antonio Tajani, è stata rinviata otto volte finché, nel maggio scorso, è stata fissata l’entrata in vigore al primo luglio 2025.

Per il primo anno la tassa sarà di cinque centesimi di euro al litro per le bibite zuccherate e di 13 centesimi al chilogrammo per i prodotti zuccherati “previa diluizione”. Poi passerà rispettivamente a 10 e 25 centesimi nel 2026. I prodotti tassati saranno le bevande gassate e zuccherate (un litro di Coca-Cola costerà cinque centesimi in più), i the zuccherati, le bibite energetiche e i succhi di frutta.

Si tratta di aumenti irrilevanti che potrebbero non portare a diminuzione dei consumi. Questa ha avuto luogo, nei Paesi che hanno adottato la sugar tax da molti anni, solo quando la tassa è elevata, attorno al 20% del prezzo base, e quando, soprattutto, è progressiva, cioè aumenta con l’aumentare della concentrazione di zucchero in un prodotto. La sugar tax italiana non possiede nessuna di queste due caratteristiche.

Nel 2019 Il Fatto Alimentare aveva promosso una raccolta di firme a favore di una sugar tax del 20% sulle bibite zuccherate, con l’adesione delle dieci società scientifiche italiane che si occupano di nutrizione e diabete e di 340 nutrizionisti, pediatri e medici, tra cui Giuseppe Remuzzi, dell’Istituto Mario Negri, e Walter Ricciardi, ex presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss). La proposta stimava un possibile incasso di 400 milioni di euro all’anno da destinare a iniziative di educazione alimentare e a progetti per incentivare la riduzione dei consumi. La proposta è stata ignorata dal governo.

Secondo un conteggio aggiornato al 2023, la sugar tax è presente in 105 Paesi con una copertura del 51% della popolazione mondiale, in particolare, del 67% della popolazione dei Paesi a basso reddito rispetto al 29% di quelli ad alto reddito. In Europa è presente in Norvegia, Finlandia, Francia, Spagna, Polonia e Ungheria. In Cile e Messico, dove la sugar tax è elevata e progressiva, i consumi sono calati del 12%. In Danimarca invece è stata ritirata perché era facile procurarsi bevande non tassate in Germania o Svezia. Laddove l’incremento di prezzo ha raggiunto il 20-30%, si è registrato un vistoso calo dei consumi, soprattutto se i ricavi non sono serviti a fare cassa, ma sono stati reinvestiti in campagne educative.

In Italia consumiamo in media 83 grammi di zuccheri semplici al giorno pro capite, al posto dei 50 consigliati per una dieta da duemila chilocalorie. Ogni anno beviamo 54 litri di bevande gassate e zuccherate a testa, che corrispondono a cinque chilogrammi di zucchero pro capite. L’ultimo dato elaborato da Epicentro (Iss) indica che il 24,6% dei bambini italiani consuma bibite zuccherate e/o gassate tutti i giorni.

In Europa, l’Italia si colloca al quarto posto per prevalenza di sovrappeso e obesità (al secondo posto per la sola obesità) nella fascia d’età 7-9 anni, con tassi appena al di sotto del 40%, superata solo da Cipro, Grecia e Spagna. Secondo il World obesity altlas del 2024, il 44% dei bambini italiani (3.341.000) ha un indice di massa corporea (Bmi, ottenuto dividendo il peso per il quadrato dell’altezza) elevato (maggiore o uguale a 25 punti), saranno il 49% nel 2035.

Le previsioni sull’impatto economico della sugar tax sono discordanti; per il governo si avrà un miglioramento della salute dei cittadini, per Assobibe (l’associazione di Confindustria che riunisce marchi come Coca-Cola, Red Bull e San Pellegrino) vi sono rischi occupazionali (5.050 posti di lavoro in meno), calo delle vendite (meno 16%), taglio agli investimenti. Persino Coldiretti si è detta contraria perché, a suo dire, scoraggerebbe il consumo di prodotti Made in Italy come chinotti e cedrate.

Ricordiamo che in una lattina da 330 millilitri di una bevanda gassata e zuccherata ci sono sette cucchiaini da caffè (circa 35 grammi) di zucchero. Secondo una metanalisi dell’American diabetes association, il consumo di una o due bevande zuccherate a pasto comporta un aumento del 26% di rischio di diabete rispetto a chi non ne fa uso o ne assume meno di una al mese. Nei consumatori abituali c’è inoltre un rischio aumentato del 20% di andare incontro a sindrome metabolica. È più importante il profitto o la salute?

Giovanni Peronato, reumatologo, ha esercitato per molti anni all’ospedale San Bortolo di Vicenza. Ora in pensione. Fa parte del gruppo di coordinamento del gruppo “NoGrazie”.


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Questo articolo di Giovanni Peronato prosegue lo spazio su Altreconomia a cura del movimento “NoGrazie”. Ecco la presentazione a cura di Adriano Cattaneo e Mariolina Congedo.

“Non abbiamo né capi né finanziatori, non abbiamo né soldi né uno statuto, non c’è un presidente né un direttivo, ci sentiamo liberi di dire e scrivere ciò che vogliamo. Ci chiamiamo NoGrazie perché fin dalla fondazione, nel 2004, abbiamo pensato che così fosse giusto rispondere alle ditte farmaceutiche e di altri prodotti sanitari che offrivano al personale di salute, e continuano a farlo, soldi, beni e servizi: dalla biro alla cena conviviale, dal finanziamento per partecipare a un congresso ai fondi per una ricerca. Per queste ditte, che per risparmiare inchiostro e mostrarci anglofili, ma anche per indicare che si tratta di un insieme di imprese sovranazionali, chiamiamo Big Pharma, investire un euro su vari portatori di interessi, medici in primis, significa ottenere un ritorno di almeno tre euro in vendite e profitti. I medici e le altre categorie di sanitari esposti al marketing di Big Pharma si considerano immuni dall’influenza commerciale. Non è così. In un vecchio studio del 2001 si chiedeva a un campione di medici statunitensi quanto i rappresentanti delle ditte influenzassero le loro scelte prescrittive. Solo l’1% rispondeva ‘molto’. Ma quando agli stessi medici si chiedeva quanto i rappresentanti delle ditte influenzassero le scelte prescrittive di altri medici, era il 51% del campione a rispondere ‘molto’. In modo simile, quando a 190 studenti di medicina italiani è stato chiesto se pensassero che i medici possano essere influenzati dalle parole e dai regali dei rappresentanti delle ditte, il 24% ha risposto ‘Sì’, riferendosi a se stessi, ma questa percentuale è salita al 71% riferendosi ai colleghi. Vediamo la pagliuzza nell’occhio degli altri e non ci accorgiamo della trave nel nostro. Ci rifiutiamo di pensare che siamo influenzabili dal marketing, ma lo siamo. Pensiamo che i conflitti di interessi non ci tocchino, mentre lavorano sotto traccia a favore di Big Pharma. E, purtroppo, i conflitti di interessi sono tanto più pericolosi quanto più ci si sente immuni da essi.

Il nostro obiettivo? Contribuire a rendere la ricerca e la pratica medica e sanitaria, in particolare per quanto riguarda l’uso di farmaci, indipendente da interessi commerciali. Per mantenere le distanze da Big Pharma, per evitare che la salute sia gestita dagli interessi di mercato, i NoGrazie non accettano regali di alcun genere, evitano conflitti di interessi, segnalano informazioni distorte e marketing ingannevole, informano operatori e studenti, diffondono letture critiche sui determinanti sociali e commerciali di salute. Lo fanno attraverso una Lettera che esce con frequenza mensile ed è spedita a oltre 1.500 indirizzi e-mail (per riceverla basta iscriversi su www.nograzie.eu, ed è gratis), tramite lo stesso sito internet visitato da 500-1.000 persone al mese e un account di Facebook che ha circa 2.600 followers. Chi volesse entrare a far parte del gruppo non deve far altro che chiederlo su http://www.nograzie.eu/contatti/. Con la stessa facilità con cui si entra a far parte del movimento, se ne può uscire.

Mediante questa collaborazione con Altreconomia, ci auguriamo di sollecitare interesse ai temi di cui sopra anche in un pubblico generale, di non professionisti della salute. Perché, se è vero che gli operatori della salute sono in prima fila nelle relazioni con Big Pharma, è altrettanto vero che i danni conseguenti a queste relazioni pericolose ricadono poi su tutta la popolazione, e in particolare su chi è privo degli strumenti culturali per essere critico e documentato nelle scelte”.

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domenica 2 febbraio 2025

Come nel film Green Border, di Agnieszka Holland

Bulgaria: «Arrestati per avere salvato vite umane» - Collettivo Rotte Balcaniche

Migranti, tre insegnanti fermati in Bulgaria, «arrestati per avere salvato vite umane» Il comunicato di Collettivo Rotte Balcaniche

La Polizia di frontiera bulgara impedisce il soccorso di tre migranti minorenni in pericolo di vita. I corpi, abbandonati nei boschi tra la neve e in parte mangiati dagli animali, sono stati recuperati dal Collettivo Rotte Balcaniche e da No Name Kitchen diverso tempo dopo.

La Polizia di frontiera bulgara ha abbandonato nei boschi tre minorenni egiziani, Ali (15), Samir (16) e Yasser (17), di cui erano state ripetutamente segnalate le condizioni critiche: l’omissione di soccorso da parte delle forze dell’ordine e i continui ostacoli alle operazioni di salvataggio degli e delle attiviste hanno portato alla loro morte.

Nelle prime ore del mattino del 27 dicembre, le squadre di soccorso del Collettivo Rotte Balcaniche e di No Name Kitchen (NNK) hanno ricevuto le segnalazioni di tre minorenni soli e a rischio immediato di morte, probabilmente per ipotermia, vicino alla città di Burgas, nel sud-est della Bulgaria. I video che accompagnavano le segnalazioni mostravano due di loro sdraiati, privi di sensi, sulla neve. È stato chiamato il numero di emergenza 112 numerose volte, chiedendo assistenza immediata. Le squadre di soccorso hanno subito cercato di raggiungere a loro volta le persone al più presto, ben sapendo per esperienza che la Polizia di frontiera è solita omettere il soccorso delle persone in movimento o respingerle in Turchia (pratica definita pushback e dichiarata illegale da tutti i trattati internazionali, specie se nei confronti di minori non accompagnati). Gli e le attiviste sono state tuttavia bloccate più volte dalle pattuglie della Polizia di frontiera e per questo non sono riuscite a raggiungere i minori. Hanno quindi esortato la polizia a farlo ma sono state minacciate e brutalmente allontanate.

Il 28 dicembre, le squadre di soccorso sono riuscite finalmente a raggiungere i luoghi delle prime due segnalazioni, condivise il giorno prima con il 112, e hanno trovato due adolescenti morti. Uno era coperto di neve, l’altro era sdraiato con la testa in una pozzanghera. Il 29 dicembre, gli e le attiviste sono quindi andate nell’ultima posizione ricevuta. Non solo hanno trovato il terzo corpo, ma parti di esso erano lacerate: un piede e la testa erano stati mangiati dagli animali. Mentre il primo corpo è stato trovato a 20 metri dalla posizione segnalata alle autorità, gli ultimi due corpi sono stati trovati alle precise coordinate GPS fornite al 112 ed erano chiaramente visibili lungo il sentiero.

Sulle risposte delle autorità sembrano esserci due sole spiegazioni possibili: o hanno visto e abbandonato le persone moribonde dopo averle trovate, oppure non hanno mai raggiunto le loro posizioni, pur avendo chiare indicazioni. Distinte impronte di stivali militari sulla neve intorno a uno dei corpi – poi cancellate quando la Polizia di frontiera ha dovuto recuperare il corpo – suggeriscono che degli agenti erano presenti nelle ore precedenti, ma non hanno soccorso la persona, forse quando poteva ancora essere salvata.

Sebbene su scala minore, le autorità sono state violente anche verso gli e le attiviste: oltre a numerose intimidazioni, la Polizia di frontiera ha costretto una squadra a camminare al gelo di notte per ore, ha ordinato a un soccorritore di trasportare a mano uno dei corpi senza vita, e altri ad essere trasportati nel bagagliaio dell’auto della polizia. Pratiche in linea con quanto avviene da tempo e di cui il Collettivo Rotte Balcaniche è testimone dall’estate del 2023. Omissioni di soccorso nei confronti di persone che richiedono assistenza medica urgente, respingimenti in Turchia di persone in gravi condizioni mediche, morti e una repressione sempre più dura nei confronti di chi porta la propria solidarietà. Solo pochi giorni prima, dopo aver soccorso tre persone, quattro soccorritori del Collettivo Rotte Balcaniche erano stati messi in detenzione per l’intera notte in una stanza fatiscente e senza materassi in una caserma, e lo stesso è avvenuto il 29 dicembre ad alcuni componenti di NNK, la quinta volta a partire da settembre.

Le politiche migratorie europee stanno trasformando le frontiere di terra e di mare in veri e propri tritacarne autorizzati, che mettono le persone in pericolo e poi ne omettono il soccorso, rendendosi di fatto dirette responsabili della loro morte. Queste politiche hanno ucciso Ali, Samir e Yasser, così come decine di migliaia di individui alle frontiere europee negli ultimi vent’anni, e ne uccideranno molti altri se non verranno fermate. Non sono fallimenti delle politiche, ma le politiche stesse. Come premio per tutto ciò, alla Bulgaria è stato appena concesso l’accesso all’area Schengen.

Nicholas, attivista di No Name Kitchen, racconta a Radio Onda d’Urto la notte del 27 dicembre, durante quale la polizia ha impedito loro di soccorrere i tre ragazzini egiziani trovati morti. La notte sucessiva, il 28 dicembre, Nicholas è stato interrogato e fermato per ore dalla polizia bulgara. Ascolta o scarica

Della repressione lungo la frontiera bulgara-turca Radio Onda d’Urto ne aveva parlato  con attiviste e attiviste del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino. Potete riascoltare l’intervista cliccando qui.

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 Rotta Balcanica: arrestati per aver salvato vite umane - Collettivo Rotte Balcaniche

 

Approfittiamo delle vacanze natalizie, interrompiamo lavori e studio per venire in Bulgaria. Dopo 40 ore di viaggio e 12 ore fermi in Croazia per via di un ingorgo epico, a poche ore dal nostro arrivo riceviamo una richiesta di soccorso. E’ il 24 dicembre pomeriggio. Tre ragazzi marocchini sono stremati nel bosco, uno è ormai semi-incosciente e in iniziale stato di ipotermia. Le temperature sono glaciali, si congela anche indossando vestiti tecnici e tute da sci. In 15 minuti prepariamo cibo, vestiti, acqua, tè caldo, mantelline termiche e borsa di primo soccorso. Usciamo da casa.

Facciamo lunghi giri in strade sconnesse e a tratti pericolose. L’intento è evitare di essere bloccati dalla polizia di confine, che nella migliore delle ipotesi ci fermerebbe per ore facendoci perdere tempo prezioso o ci impedirebbe di recarci sul posto (questo accadrà due giorni dopo, causando la morte di almeno tre adolescenti).

I tre ragazzi non comunicano più con il cellulare. La batteria deve essersi esaurita. Arriviamo sul posto senza essere fermati né seguiti. E’ già un successo.

Troviamo rapidamente i tre ragazzi: uno è in condizioni gravi, gli altri due sembrano stare meglio.  C’è il terrore nei loro occhi quando diciamo che per chiamare l’ambulanza e salvare il loro amico arriverà sicuramente la polizia bulgara. Ci vuole molto tempo per rassicurarli che, grazie alla nostra presenza, non verranno picchiati, ma condotti in un centro di detenzione per due settimane e poi in un campo aperto, dove sarà loro possibile chiedere asilo in Bulgaria.

A seguito del nostro intervento, il ragazzo in situazione critica si stabilizza lentamente e inizia ad essere cosciente. 20 minuti dopo la nostra chiamata al 112, arriva la polizia di confine.

Dopo aver urlato e intimidito i presenti, ci viene chiesto di andare verso la loro auto. Lì, aspettiamo per tre ore sotto pioggia e neve: i tre ragazzi sono esausti e assiderati, faticano a camminare, scarpe e giacche sono zuppi d’acqua. Ci chiedono insistentemente di non lasciarli da soli con la polizia. Sono ancora molto spaventati.

Chiediamo alla polizia di confine se almeno il ragazzo in condizioni più critiche possa ripararsi nella loro macchina. Non trema per il freddo, sembrano quasi convulsioni. Il poliziotto ci risponde sorridendo che non fa freddo e ci provoca dicendo che se ci teniamo possiamo dargli una delle giacche che stiamo indossando.

Un agente cerca di intimidirci chiedendo i passaporti, che come sappiamo non sono necessari. Le carte d’identità verranno richieste più volte durante le successive tre ore. Dopo una lunga attesa finalmente arriva un’ambulanza e fa un rapido controllo medico a tutti, ma se ne va presto vuota. Durante le tre ore di attesa, il ragazzo più in difficoltà si lamenta ad alta voce e ripetutamente; contrae il volto in espressioni di dolore intenso: ha i piedi piagati e congelati, quindi glieli puliamo, disinfettiamo e mettiamo delle bende prima di indossare calzini asciutti. Due di noi per ore gli stanno fisicamente attorno, abbracciandolo e cercando di non far scendere la sua temperatura. Le barrette energetiche vengono distribuite più volte. I telefoni dei tre ragazzi vengono presi dalla polizia di confine.

Dopo lunghe ore di attesa, tensione e gelo un ufficiale della polizia ci dice che saremo arrestati e che dobbiamo consegnare i telefoni. Diciamo che glieli daremo solo quando saremo ufficialmente arrestati e riceveremo i documenti relativi. Per il momento possiamo continuare ad usarli.

Per ultima arriva una terza auto della polizia di confine con un agente presentato come ‘il capo’. Ci comunica che saremo in stato di arresto per 24 ore. Perquisiscono a fondo la nostra auto senza trovare nulla di interessante. Due di noi vengono ammanettati. Condotti alla stazione di polizia di Malko Tarnovo veniamo reclusi in una stanza spoglia, molto sporca e con la finestra senza infissi e quindi impossibile da chiudere.

Due di noi vengono interrogati, ma non ci viene rilasciato nessun verbale. Vogliono sapere chi ci dà le informazioni, se siamo un’organizzazione e molte altre cose. Le condiscono con intimidazioni tipo: “Qui in Bulgaria sappiamo come far tornare la memoria”, minacce di arresti per traffico illegale di migranti e provocazioni becere tipo: “Voi aiutate? Bene, aiuta me, dammi cibo, dammi dell’acqua ora!” oppure: “Voglio una macchina, perché non mi regalate una macchina?”. Ci chiedono di lasciare le impronte digitali e la foto segnaletica, ma ci rifiutiamo. Il fatto che non ci abbiano obbligato e che usciremo da quella caserma senza averle date ci fa pensare che sia l’ennesimo abuso di un potere esecutivo sempre più indisciplinato alla legge (oltre che, neanche a dirlo, alla giustizia).

Cerchiamo di dormire per terra e su sedie puzzolenti. Quando chiediamo di andare in bagno ci portano in un sotterraneo. C’è un largo corridoio buio e spoglio con ai lati una decina di lastre di ferro chiuse con pesanti lucchetti. Capiamo solo dopo che, verosimilmente, sono i luoghi dove vengono reclusi i migranti. Le ‘porte’ ci colpiscono perché non hanno una maniglia, né uno spioncino, solo una lastra pesante di metallo leggermente convessa. Cerchiamo di allontanare il pensiero di quello che può accadere in quei luoghi quando non ci sono testimoni.

Arrivati al fondo del corridoio il poliziotto fa un sorriso e ci indica una porta. Aperta, troviamo uno sgabuzzino mefitico con piscio e merda ovunque. Un secchio a lato del WC rotto che tracima di carta e fazzoletti sporchi pieni di feci. Quell’espressione sul volto del poliziotto stona proprio, è la seconda volta che sorridono facendo qualcosa di crudele.

Tornando dal bagno siamo ‘felici’ di vedere i tre ragazzi marocchini spaventati, infreddoliti ma nella stessa stazione di polizia. Siamo ormai praticamente certi siano ‘salvi’, che ristabiliti potranno fare della loro vita quello che vorranno e quello che Stati-nazione e capitalismo gli permetteranno. Il sogno di uno di loro è arrivare a Torino a Porta Palazzo e lavorare con lo zio che fa il macellaio. Anche in uno stato di semi incoscienza, nella foresta, gli si illuminava il volto quando ci mimava le corna delle mucche e ne imitava il verso.

Al mattino veniamo liberati; ci chiedono di firmare dei fogli in bulgaro, ma ci rifiutiamo. Siamo abbastanza sicuri di aver salvato stanotte tre persone e di aver dovuto fare un po’ di galera per questo. Oggi, in Europa, va così. Siamo sereni.

Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino 

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“Le autorità bulgare hanno contribuito all’assideramento di tre minori egiziani” - Alessio Giordano 

Il Collettivo rotte balcaniche e No name kitchen denunciano il ruolo delle autorità del Paese europeo nella terribile morte di tre adolescenti al confine con la Turchia a fine 2024. Non solo negando assistenza ai ragazzi ma anche bloccando le squadre di soccorso e sottoponendo i cooperanti a trattamenti degradanti e detenzioni arbitrarie. La punta di un iceberg di un sistema consolidato


“Ricostruendo nel dettaglio gli eventi occorsi tra il 27 e il 29 dicembre 2024 al confine tra Bulgaria e Turchia, abbiamo dimostrato come le negligenze e le violazioni delle autorità bulgare abbiano contribuito in maniera decisiva alla morte per assideramento di tre minori egiziani”.

Giovanni Marenda, attivista del Collettivo rotte balcaniche (Crb), commenta così i risultati del report “Frozen Lives”, pubblicato a metà gennaio dal collettivo di solidali italiano e No name kitchen (Nnk). In collaborazione con la Ong bulgara Mission Wings, da luglio 2023 i due gruppi gestiscono una safeline, un’operazione di ricerca e soccorso delle persone in movimento in difficoltà o in situazioni di grave rischio lungo il confine bulgaro-turco.

Un’attività che la polizia di frontiera ostacola attivamente: ostruzioni e omissioni di soccorso, trattenimenti arbitrari e repressione dei solidali, infatti, sono all’ordine del giorno. Si inseriscono in questo contesto i fatti presi in esame dall’indagine di Crb e Nnk, culminati con il recupero dei corpi senza vita di Ahmed Samra, Ahmed Elawdan e Seifalla Elbeltagy, rispettivamente 17, 16 e 15 anni.

“Nel corso delle prime ore del 27 dicembre 2024 la safeline riceve l’allerta per tre minori in pericolo di vita”, scrivono gli attivisti nelle prime pagine del documento. Secondo le coordinate indicate dal Gps i ragazzi si trovano a poca distanza l’uno dall’altro, esposti al gelo e impossibilitati a mettersi in salvo, in una zona boscosa nel Sud-Est della Bulgaria nei pressi dei villaggi di Gabar e Varshilo. Oltre all’esatta localizzazione, ai solidali vengono inoltrati due video in cui due adolescenti giacciono privi di sensi nella neve. Alle 1:35 la safeline contatta la linea di emergenza 112 riportando le gravi condizioni dei feriti, condividendo le loro coordinate Gps e richiedendo assistenza immediata. Lo farà altre due volte, alle 2:15 e alle 3:25. “Nonostante la gravità della situazione -sottolinea però il report-, le autorità bulgare non sono intervenute e hanno ostacolato i nostri sforzi per salvare la vita dei tre giovani”. Il Rescue team 1, infatti, intercettato dalla polizia di frontiera alle 2:02 -e successivamente alle 3:03-, viene costretto a fare marcia indietro

Non va meglio al Rescue team 2. In seguito a un guasto al mezzo sul quale sta viaggiando, prosegue a piedi ma viene bloccato dalla polizia di frontiera per due volte, alle 5:15 e alle 6:11. Nel secondo caso gli agenti obbligano gli attivisti a sedersi per terra, dove -rivela il report– “sono stati spogliati dei loro effetti personali e di alcuni capi d’abbigliamento”. La squadra di soccorso ha poi dovuto camminare per circa dieci chilometri affiancata da un Land Rover Defender 4×4 della polizia bulgara.

“Invece di utilizzare il loro mezzo per attraversare il fiume e fornire assistenza al ragazzo hanno preferito scortarci per tre ore”, ricorda un attivista in una delle testimonianze raccolte nel rapporto.

Il terzo tentativo di salvataggio avviene alle 17:30. Sono passate più di 12 ore dalla prima richiesta di soccorso, quando cinque membri della safeline ritornano a Varshilo e percorrono a piedi i cinque chilometri che li separano dal punto indicato dal Gps e alle 2:43 del 28 dicembre individuano il corpo senza vita del diciassettenne Ahmed Samra. Il report denuncia che “dopo aver chiamato il 112, i membri del team di soccorso sono stati interrogati dalla polizia e trattenuti all’aperto per sei ore”.

Il cadavere del secondo adolescente, Ahmed Elawdan, viene ritrovato alle 15:15 dello stesso giorno. Anche in questo caso la squadra contatta le autorità bulgare. Quando la polizia di frontiera arriva sul posto -evidenzia il rapporto di Crb e Nnk- “dopo aver ispezionato il corpo, costringe un membro della squadra di soccorso a trasportarlo due volte: una volta per allontanarlo dal sentiero dove giaceva, l’altra per metterlo nel bagagliaio del loro pick-up”. Il 29 dicembre, circa 57 ore dopo aver comunicato al 112 il punto da cui era provenuta la terza richiesta di soccorso, un’altra squadra recupera il cadavere di Seifalla Elbeltagy.

“In questo caso la polizia bulgara ha obbligato due dei nostri compagni a entrare nel bagagliaio della loro macchina, nonostante i sedili posteriori fossero liberi”, scrivono i solidali.

Mentre avveniva tutto questo, alle 2:45 del 28 dicembre, la safeline riceve un’altra richiesta di soccorso proveniente da una località nella provincia di Haskovo, un’area di confine a circa duecento chilometri a ovest di Varshilo. Qui il Rescue team soccorre altri due giovani migranti feriti e anche in questo caso -riporta l’indagine- “la polizia di frontiera ha trattenuto i nostri compagni in maniera del tutto arbitraria per 24 ore, requisendo loro telefoni e passaporti”. In questa circostanza, inoltre, un’attivista viene separata dal gruppo ed è costretta a spogliarsi davanti a due agenti. “Un’esperienza in cui mi sono sentita profondamente a disagio”, scrive la donna nel documento.

“Le negligenze e gli abusi delle autorità bulgare -precisano Crb e Nnk nella seconda parte di Frozen Lives- da un lato contraddicono i trattati fondanti dell’Unione europea e la legislazione sui diritti umani che stabilisce i criteri minimi di dignità e protezione individuale e dall’altro reprime con brutalità persone in movimento e attivisti”.

Va ricordato che la Bulgaria, entrata nell’area Schengen a metà dicembre, aderisce, tra gli altri, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) e alla Convenzione sui diritti del fanciullo (Crc). Peccato però che, come mostra il rapporto, tra il 27 e il 29 dicembre le autorità bulgare abbiano agito a più riprese in spregio dei diversi quadri legislativi dell’Unione europea a tutela dei diritti delle persone in movimento

“Innanzitutto è venuta meno la tutela del diritto alla vita dei tre minori, che, come stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, prevede l’obbligo positivo di ‛fornire servizi di emergenza e deve essere rispettato anche durante le operazioni di salvataggio dei migranti’”, riprende Marenda.

In materia di protezione dei minori, inoltre, le autorità bulgare hanno violato l’articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che sancisce “diritto alla protezione per i bambini e alle cure necessarie per il loro benessere”. Stessa cosa per quanto riguarda l’obbligo di assistenza, misura prevista anche dalla legislazione nazionale. Come ricorda il report, infatti, “l’articolo 141 del Codice penale bulgaro stabilisce che ‛gli operatori sanitari, dopo essere stati invitati, hanno l’obbligo legale di prestare assistenza a una persona malata’”. Il documento sottolinea poi come data “l’incapacità di aiutare i minori e l’ostruzione delle missioni di salvataggio”, e violando gli articoli 3, 20, 22 e 24 della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, “polizia di frontiera e unità di emergenza si sono macchiate del reato di omissione e ostruzione di soccorso”. Di detenzione arbitraria e trattamento inumano e degradante sono stati invece vittime i membri della safeline.

“Quello che è accaduto a fine dicembre è solo la punta dell’iceberg di un sistema consolidato”, afferma Marenda. Da luglio 2024 a gennaio 2025, infatti, le richieste di soccorso pervenute alla safeline sono state 96 per un totale di 589 persone in pericolo. Dall’inizio dell’attività di ricerca e soccorso sono nove i corpi senza vita recuperati, “ma probabilmente sono solo una parte di quelli abbandonati al loro destino dalle autorità e mai ritrovati”, evidenzia l’attivista.

Come raccontato da Altreconomia, inoltre, da tempo persone in movimento, attivisti e organizzazioni umanitarie denunciano gli abusi e i respingimenti illegali da parte delle forze di frontiera bulgare. “Solo nel 2023 -ricorda il report– il ministero degli interni bulgaro sostiene di aver impedito 178.200 attraversamenti illegali del confine, un eufemismo per indicare i violenti respingimenti illegali”.

Con la collaborazione di alcuni parlamentari europei, Crb e Nnk intendono sottoporre il contenuto dell’indagine all’attenzione della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) e hanno presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiarire i fatti descritti dal rapporto. “Ci appelliamo alle istituzioni europee, anche se non ci facciamo troppe illusioni -conclude Marenda-. Basta guardare il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo per capire che purtroppo quanto avviene al confine tra Bulgaria e Turchia non rappresenta il fallimento delle politiche europee, ma la loro piena attuazione”.

pagina facebook del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino 

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venerdì 10 gennaio 2025

Processo Miteni per l’inquinamento da Pfas: tra scienza, coscienza e conflitti d’interesse

di Mario Saugo e Claudia Marcolungo (*) . A seguire notizie sul film «Chemical Bros» di Massimiliano Mazzotta con link utili per chi vuole saperne di più.



A Vicenza si celebra il più importante processo per inquinamento mai svolto in Italia, che riguarda l’inquinamento da Pfas causato primariamente dagli sversamenti effettuati nel corso di decenni dall’industria chimica Rimar/Miteni/Icig.

Vicenza diventa quindi un osservatorio privilegiato per vedere e valutare anche il ruolo dei consulenti scientifici dentro e fuori le aule di Tribunale. Il peso della scienza nelle Corti è da decenni oggetto di attenzione, tanto che alcuni autori ne hanno parlato in termini critici evidenziando strategie processuali deprecabili portate avanti da “mercenari della scienza” che alimentano una “cultura del dubbio” finalizzata a negare nessi causali e associazioni con danni ambientali e sanitari e spesso veicolo per assoluzioni in casi di disastro e crimini ambientali.

Nell’occasione specifica, il professor Paolo Boffetta e il professor Claudio Colosio, consulenti delle società imputate, hanno predisposto un loro “aggiornamento” sulla valutazione del rischio di danni alla salute nelle svariate decine di migliaia di persone colpite dall’inquinamento in parte delle tre province di Verona, Vicenza e Padova

CONTINUA QUI

https://altreconomia.it/processo-miteni-per-linquinamento-da-pfas-tra-scienza-coscienza-e-conflitti-dinteresse/

(*) Mario Saugo è membro della Commissione ambiente e salute dell’Ordine dei medici di Vicenza. Claudia Marcolungo è docente universitaria di Diritto dell’ambiente


UN FILM E UNA MAPPA

Il film «Chemical Bros» (del 2002) di Massimiliano Mazzotta documenta l’inquinamento della Fluorsid, in Sardegna e in Inghilterra, e quello da Pfas, in Veneto (ma anche Toscana, Lombardia, Trentino…) . Immagini e testimonianze, complicità e ricatti.

Una mappa dei luoghi contaminati da Pfas – detti anche «inquinanti eterni» – l’ha costruita Wired a partire dai dati del «Forever Pollution Proje», inchiesta guidata dalla testata francese Le Monde che ha permesso di individuare oltre 17mila siti contaminati da Pfas in tutta Europa: più di 1600 sono in Italia.

Tutto questo (e altro) in un dossier che la “bottega” ha pubblicato qui: Chemical Bros – Massimiliano Mazzotta


TROVATE IN “BOTTEGA” MOLTI ALTRI ARTICOLI. Questi i più recenti: Toscana: PFAS nei corsi d’acqua, PFAS: questa lotta ci riguarda, L’inizio della fine dei PFAS, Mamme NoPfas contro MITENI, I Pfas sono tossici. Ma restano nell’acqua potable, Pfas: lunga storia di connivenze


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giovedì 19 dicembre 2024

Un caffè buono per tutti. Davvero. L’impegno ventennale di Tatawelo - Cristina Borio

 

 

Tratto da Altreconomia 258 — Aprile 2023

 

“Dopo otto anni di risparmi i cafetaleros delle comunità indigene del Chiapas sono riusciti a realizzare un sogno: acquistare la maquilla, che permetterà loro di gestire tutta la filiera del caffè: dal campo alla tostatura”, racconta ad Altreconomia Walter Vassallo, referente del progetto Tatawelo che nel novembre 2022 ha festeggiato assieme ai produttori questo importante risultato durante una visita in Messico alla cooperativa Yachil Xojobal Chu’lchan. “Quando ci hanno chiesto di salire sul palco per raccontare il viaggio del loro caffè verso l’Italia ci siamo sentiti piccolissimi -continua Walter-.Perché in questi anni non abbiamo solo acquistato del caffè, ma sostenuto un’economia giusta ed equa. Come dovrebbe essere normale”.

Sono ormai passati vent’anni da quando un piccolo gruppo di persone appartenenti a varie realtà dell’economia solidale e del commercio equo si è chiesto che cosa ci fosse dietro il gesto quotidiano di bere una tazzina di caffè. Così nel 2003 ha preso vita Tatawelo, con l’obiettivo di creare una filiera giusta per commercializzare il prodotto della neonata cooperativa zapatista Ssit Lequil Lum (“I frutti della Madre Terra”, in lingua tzeltal).

Nove anni prima, nel 1994, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) era insorto contro il governo messicano per chiedere riforme agrarie, sanitarie e del sistema educativo a favore dei popoli indigeni. Allo stesso modo, nel 1999, i membri di Yachil si erano organizzati per spezzare la dipendenza dai grandi proprietari terrieri e rivendicare l’autonomia dei nativi. Da allora, i sacchi di juta di Café Tatawelo raggiungono l’Italia anche grazie alla compartecipazione della cooperativa LiberoMondo per poi essere tostati a Diano d’Alba (CN) e distribuiti a oltre 200 soci tra 190 Gruppi di acquisto solidale (Gas) e otto botteghe del commercio equo.

I principali produttori sono le cooperative zapatiste Yachil e Yochin, che arrivano a esportare in Europa fino a 300 tonnellate di caffè verde all’anno. La Yachil Xojobal Chu’lchan (“Nuova luce nel cielo” in tzeltal) oggi conta circa 800 membri in otto municipalità e basa la crescita della comunità sulla coltivazione di caffè in agroecologia e certificato biologico Certimex. I suoi prodotti vengono sia esportati all’estero, sia venduti sul mercato locale. La commercializzazione in Italia avviene grazie a Tatawelo che distribuisce il caffè attraverso una rete estremamente ramificata che comprende Gas, cooperative, empori di comunità, food coop e botteghe del mondo.Una filiera trasparente, dalla pianta alla tazzina.

Due pilastri sostengono tutto il progetto. Il primo è il prefinanziamento, che consiste nel pagare in anticipo il caffè ordinato alle cooperative chiapaneche, per fornire loro le risorse finanziarie necessarie all’avvio della produzione. In questo modo i contadini evitano lo strozzinaggio degli intermediari delle grandi imprese, i “coyotes” locali. Il secondo pilastro è la quota progetto, ovvero un contributo solidale fisso di 10 centesimi di euro a pacchetto che viene utilizzato per finanziare iniziative nelle comunità. Grazie alle risorse raccolte negli anni, Yachil ha potuto costruire una torrefazione per vendere i propri prodotti sul mercato locale.

La macchina per la torrefazione acquistata dalla cooperativa Yachil © Tatawelo

“Un’economia solidale promuove soprattutto lo sviluppo delle comunità in loco -spiega Vassallo mostrando le foto dell’ultimo macchinario acquistato dalla cooperativa nel 2022, la maquilla-. Prima di questo investimento i produttori dovevano affidarsi a terzi per far selezionare il caffè. E restavano presso gli impianti per tre o quattro giorni, dormendo sui sacchi, per controllare che non venissero rubati o sostituiti, essendo il loro un prodotto di alta qualità”.

Quest’anno la campagna di prefinanziamento che solitamente si svolge nel mese di maggio, è stata organizzata tra il 30 gennaio e l’8 marzo “poiché il cambiamento climatico ha portato a un anticipo della maturazione delle bacche -spiega Dulce Chan Cab, presidente di Tatawelo-. Parlando con i contadini, a novembre ci hanno manifestato le difficoltà che stavano affrontando. Solo incontrando di persona le comunità puoi comprendere le loro esigenze: è dalla relazione di persona che nasce il confronto sulle problematiche economiche e sociali”.

Dal dialogo nasce la mediazione, anche sul prezzo di vendita: “Frutto di una valutazione complessiva fatta con i contadini in base ai loro costi di produzione, quelli di trasporto e torrefazione”, spiega Vassallo. Quello finale è quindi un prezzo trasparente: per ogni pacchetto di caffè il 42% va al produttore, il 16% copre le spese di trasformazione, il 2% quelle di trasporto e il 24% la distribuzione, oltre che per la quota progetto. Un meccanismo che traduce concretamente il motto di Tatawelo: “Para todos todo”. Chi acquista in prefinanziamento il caffè della cooperativa può scegliere tra diverse miscele: la qualità arabica monorigine delle terre dei cafetaleros del Chiapas e Guatemala e la robusta della Kagera cooperative union dalla Tanzania.

Mentre scriviamo, a metà marzo, nonostante l’anticipo della campagna, la risposta della rete di prefinanziatori sta arrivando. Tra questi c’è anche Fabrizio Cuniberti, fondatore della cooperativa di commercio equo Ponte solidale di Perugia, socia di Tatawelo e di Altreconomia. “Per noi Café Tatawelo non è un prodotto, ma una storia che viene raccontata in ogni pacchetto, una scommessa fatta insieme, un movimento di persone che hanno scoperto il valore politico dietro i loro acquisti”.

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