(da Osservatorio Repressione)
Nel Chablais francese avanza il cantiere dell’autostrada Machilly-Thonon mentre sono ancora pendenti i ricorsi degli oppositori. Ettari di bosco sono già stati abbattuti, aumentano fermi e controlli e il 5 ottobre la polizia ha sgomberato uno degli avamposti della mobilitazione. Nella foresta la resistenza continua.
Le ruspe
avanzano rapidamente nel Chablais francese e la gendarmeria presidia il
territorio per consentire la prosecuzione dei lavori dell’A412, l’autostrada di
16,5 chilometri destinata a collegare Machilly a Thonon-les-Bains. Mentre i
ricorsi presentati contro l’autorizzazione ambientale attendono ancora di
essere esaminati e il tribunale amministrativo dovrà pronunciarsi il 14 ottobre
sulla richiesta di sospensione dei lavori, il disboscamento procede
contemporaneamente in numerosi punti del tracciato. Secondo le stime delle
associazioni mobilitate, dall’arrivo dei macchinari sarebbero già stati
distrutti circa 30 dei 76 ettari di foresta destinati all’abbattimento. La
corsa contro il tempo riguarda ormai entrambe le parti: il concessionario punta
ad avanzare il più possibile nella finestra temporale autorizzata per il taglio
degli alberi, mentre gli oppositori cercano di rallentare i lavori prima che
una eventuale decisione giudiziaria arrivi quando una parte consistente del
danno sarà ormai irreversibile. È questa la situazione descritta da Maude
Jaquet nel reportage «Carnage dans le Chablais», pubblicato il 3 ottobre
dal quotidiano svizzero indipendente Le Courrier, al quale si aggiungono
gli sviluppi delle ultime ore.
La battaglia
contro l’A412 è entrata infatti in una fase nuova. Il 5 ottobre uno degli
avamposti della mobilitazione, un edificio abbandonato occupato dagli
oppositori lungo il tracciato dell’autostrada, è stato sgomberato e
successivamente demolito. L’operazione è stata effettuata sotto il controllo di
un consistente dispositivo di gendarmeria, con più di venti militari presenti e
controlli d’identità nei confronti degli attivisti accorsi sul posto. Era una
delle strutture avanzate della resistenza, non il principale presidio nella
foresta, dove la mobilitazione continua. Il significato dell’operazione va
comunque oltre la demolizione di un edificio: mentre le procedure giudiziarie
sul progetto non sono concluse, sul territorio lo Stato garantisce
materialmente l’avanzamento del cantiere e rimuove gli ostacoli costruiti da
chi tenta di rallentarlo.
Il reportage
di Le Courrier restituisce con efficacia la materialità di quello che
sta accadendo. Gli abitanti hanno imparato a riconoscere a distanza il rumore
delle abbattitrici. I macchinari si spostano tra differenti porzioni di bosco e
lavorano contemporaneamente in più punti. Un residente di Mésinges racconta
alla giornalista di aver visto cinquanta metri di vegetazione cancellati in
meno di due ore. Secondo le osservazioni degli attivisti, sette macchine opererebbero
parallelamente dall’alba al tramonto. Gli oppositori cercano di seguirne gli
spostamenti attraversando boschi e roveti, raggiungendo i cantieri e, quando
riescono, salendo direttamente sui mezzi per interrompere almeno
temporaneamente il lavoro. Ogni ora guadagnata diventa importante perché
l’abbattimento procede mentre la giustizia deve ancora pronunciarsi sulla
richiesta di sospensione. Il prezzo di queste azioni è un numero crescente di
controlli, fermi e sanzioni.
L’autorizzazione
ambientale è stata firmata dalla prefettura dell’Alta Savoia il 28 agosto e ha
consentito l’avvio della fase operativa. Il 14 settembre una coalizione
composta da associazioni ambientaliste, agricoltori, cacciatori e residenti ha
presentato due ricorsi alla giustizia amministrativa, uno dei quali con
procedura d’urgenza per ottenere la sospensione dei lavori in attesa della
decisione nel merito. Il punto politicamente rilevante è dunque evidente: il
cantiere non sta aspettando l’esito del contenzioso. La macchina amministrativa
e quella materiale procedono, mentre chi contesta il progetto tenta di impedire
che la decisione dei giudici arrivi davanti a un territorio già trasformato.
Gli
oppositori denunciano inoltre possibili irregolarità nelle modalità con cui
vengono effettuati i lavori. Nel reportage di Maude Jaquet, Joanna Linares del
collettivo Stop A412 mostra aree sottoposte a particolare tutela per la
presenza di anfibi e sostiene che le misure previste per proteggere gli animali
non sarebbero state applicate prima dell’arrivo delle abbattitrici. Il
concessionario presenta invece nel progetto una serie di misure di mitigazione
ambientale, dal trasferimento di specie vegetali all’installazione di reti e
recinzioni fino alla creazione di nuovi habitat, dichiarando la presenza di
quattordici ecologi incaricati di verificare le condizioni prima degli
interventi. Ma gli attivisti intervistati da Le Courrier sostengono di
non avere visto sul terreno né gli specialisti né, in alcuni punti osservati,
le protezioni previste. Sono contestazioni che dovranno essere verificate nelle
sedi competenti, ma riguardano precisamente uno degli elementi sui quali si
fonda l’autorizzazione ambientale concessa al progetto.
Esiste poi
un’altra questione particolarmente controversa. Amedea, società controllata da
Eiffage e concessionaria dell’autostrada, ha iniziato a intervenire mentre non
risultano ancora definitivamente acquisite tutte le particelle interessate
dall’opera. Secondo i dati aziendali riportati da Le Courrier,
resterebbero da acquisire circa cento lotti sui circa 1.300 interessati dal
progetto. Un’ordinanza prefettizia di occupazione temporanea permette di
effettuare determinate attività prima del completamento delle procedure di
trasferimento della proprietà. Gli oppositori contestano però l’interpretazione
data a quel provvedimento: secondo Stop A412 consentirebbe lavori preparatori
come picchettature e indagini archeologiche, ma non autorizzerebbe il
disboscamento definitivo. Anche in questo caso la questione non può essere
risolta attraverso una dichiarazione politica: esiste un contenzioso giuridico
aperto, mentre sul terreno gli alberi vengono già abbattuti.
La vicenda
dell’agricoltore Sylvain Gaillard mostra concretamente cosa significhi questa
accelerazione. La sua azienda, GAEC La Rochette, produce Reblochon e carne e
rischia di perdere nel tempo circa il 10 per cento della propria superficie.
Gaillard racconta a Le Courrier che i mezzi di Eiffage sarebbero entrati
tagliando le recinzioni e avrebbero abbattuto in poche ore un boschetto
appartenente allo zio, intervenendo in un’altra occasione in un pascolo dove si
trovavano le giovenche. L’agricoltore sottolinea che quei terreni non sarebbero
ancora stati espropriati né pagati. Il problema non riguarda soltanto la superficie
sottratta direttamente dall’autostrada: la frammentazione degli appezzamenti e
la modifica degli accessi rischiano di rendere inutilizzabili ulteriori
terreni, in una zona dove la disponibilità di pascoli e fieno è fondamentale
anche perché il disciplinare AOP del Reblochon impone un’alimentazione degli
animali di provenienza locale.
La
resistenza all’A412 non nasce dunque soltanto dalla difesa astratta del
paesaggio. Tiene insieme abitanti, agricoltori, associazioni ambientaliste e
attivisti che contestano la distruzione dei boschi e delle zone umide, la
sottrazione di terreni agricoli e un modello di infrastrutturazione che
continua a considerare nuove autostrade una risposta ordinaria ai problemi
della mobilità. Già all’inizio di settembre le prime azioni di blocco erano
state accompagnate da interventi della gendarmeria. Il 7 settembre una
manifestazione pacifica contro i primi lavori era stata dispersa con gas
lacrimogeni; nei giorni successivi una dozzina di oppositori era stata fermata
dopo un blocco a Brenthonne, provocando una manifestazione davanti alla
prefettura di Annecy convocata dalla Confédération paysanne. Il 21 settembre
anche l’attivista ecologista Thomas Brail era stato posto in garde à vue
mentre tentava insieme agli altri oppositori di fermare le abbattitrici.
È in questa
sovrapposizione tra infrastruttura e ordine pubblico che l’A412 assume un
significato che supera i sedici chilometri del suo tracciato. Lo Stato
autorizza il progetto, le imprese accelerano i lavori e la forza pubblica
garantisce che i cantieri possano proseguire anche mentre una parte della
popolazione tenta di utilizzare gli strumenti giuridici disponibili per
fermarli. Quando gli oppositori provano a trasformare il tempo della giustizia
in tempo politico attraverso blocchi, presidi e occupazioni, la risposta
diventa progressivamente poliziesca. Il 5 ottobre la demolizione dell’avamposto
occupato rende visibile questa funzione: non soltanto sorvegliare il cantiere,
ma liberare materialmente lo spazio necessario alla sua avanzata.
Il ruolo di
Eiffage merita inoltre attenzione. È attraverso la controllata Amedea che il
gruppo detiene la concessione dell’A412. La concessione durerà 55 anni, mentre
agli agricoltori coinvolti, secondo quanto raccontato da Gaillard a Le Courrier,
verrebbero prospettati indennizzi costruiti su periodi enormemente più brevi
rispetto alla perdita permanente dei terreni. È una sproporzione che illumina
uno degli elementi strutturali del conflitto: da una parte un’opera destinata a
produrre effetti economici e territoriali per decenni, dall’altra comunità
locali chiamate a sopportarne immediatamente i costi ambientali, agricoli e
sociali. Nella segnalazione ricevuta da Osservatorio Repressione viene
inoltre richiamata la presenza di Eiffage nel sistema delle grandi opere
europee e nei lavori ferroviari legati alla Torino-Lione: un elemento che
merita un approfondimento specifico sui rapporti tra grandi concessionari,
infrastrutture e gestione dell’ordine pubblico nei territori attraversati dai
cantieri.
Il 14
ottobre diventa per questo una data decisiva. Quel giorno il tribunale dovrà
pronunciarsi sulla richiesta di sospendere i lavori. Gli oppositori stanno
cercando di arrivarci conservando quanto più territorio possibile, perché una
vittoria giudiziaria ottenuta dopo l’abbattimento dei boschi rischierebbe di
avere un valore soltanto parziale. «Finché non verrà gettato il cemento,
continueremo a lottare», dice Mahé, diciannove anni, nel reportage di Maude
Jaquet. Non è soltanto una dichiarazione di determinazione: descrive
esattamente la battaglia sul tempo che si sta combattendo nel Chablais. Le
macchine devono correre per abbattere; gli oppositori devono rallentarle; la
giustizia deve ancora decidere.
Lo sgombero
del 5 ottobre non ha chiuso quella resistenza. Il principale presidio nella
foresta continua e sono annunciate nuove iniziative, anche sul versante
svizzero. L’obiettivo immediato resta impedire che, quando arriverà la
decisione del tribunale, non ci sia più nulla da proteggere. L’A412 mostra così
una contraddizione ormai ricorrente nei conflitti intorno alle grandi opere: il
diritto degli oppositori a ricorrere alla giustizia rimane formalmente intatto,
mentre la trasformazione materiale del territorio procede a una velocità capace
di anticipare l’esito di quello stesso ricorso. Ed è precisamente in quello
spazio, tra il tempo lento della giustizia e quello rapidissimo delle
abbattitrici, che oggi nel Chablais si organizza la resistenza.
Nota: Questo articolo riprende e sviluppa
informazioni e testimonianze contenute nel reportage di Maude Jaquet,
“Carnage dans le Chablais”, pubblicato dal quotidiano svizzero indipendente
Le Courrier il 3 ottobre 2026, integrandole con gli sviluppi successivi della
mobilitazione contro l’autostrada A412.