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domenica 16 novembre 2025

Erano in Italia da un’ora. Due Ibis eremita uccisi a fucilate - Checchino Antonini

 

E’ successo in provincia di Sondrio. La specie è a rischio di estinzione. La segnalazione da parte del progetto Waldrappteam ha consentito la denunciato del bracconiere

Gli antichi kurdi pensavano che fosse uno dei primi animali a essere imbarcato sull’Arca da Noè ma ci vorranno alcuni millenni, da quel diluvio universale, perché l’Ibis eremita torni a far parte dell’avifauna europea. Solo nelle ultime settimane due di loro sono rimasti uccisi. Si chiamavano Zaz e Zoppo ed erano in Italia da un’ora.

I due esemplari di ibis eremita, appartenenti a una delle specie più rare e minacciate al mondo, sono stati uccisi da un cacciatore il 16 ottobre scorso a Dubino, in provincia di Sondrio. I Carabinieri forestali delle province di Lecco e Sondrio sono riusciti a risalire al presunto responsabile grazie a un’indagine condotta su delega della Procura di Sondrio, diretta da Piero Basilone.

L’operazione è scaturita da una segnalazione di Johannes Fritz, direttore del progetto europeo Waldrappteam, dedicato alla reintroduzione dell’ibis eremita in Europa e sostenuto dal programma comunitario LIFE. Il referente italiano del progetto aveva notato anomalie nei tracciati GPS dei due uccelli, che segnalavano un’interruzione improvvisa dei loro spostamenti. Le verifiche sul territorio hanno permesso ai militari di rinvenire soltanto i trasmettitori satellitari, con evidenti segni di rimozione intenzionale.

A seguito delle indagini, un cacciatore è stato individuato e denunciato in stato di libertà per uccisione di animalifurto venatorio e detenzione abusiva d’arma. Durante le perquisizioni personali, domiciliari e veicolari, i Carabinieri hanno sequestrato armi, munizioni, dispositivi informatici e il tesserino venatorio.

L’uccisione di Zaz e Zoppo rappresenta un duro colpo per il programma internazionale di conservazione della specie, che negli ultimi anni ha permesso la ricostruzione di una piccola popolazione migratrice tra l’Italia e l’Austria. Zoppo, in particolare, era uno degli esemplari più esperti del gruppo, parte del nucleo fondatore della colonia europea.

L’episodio ha suscitato la condanna delle principali organizzazioni ambientaliste, tra cui Oipa (Organizzazione Internazionale Protezione Animali) e WWF Italia, che hanno annunciato iniziative legali e campagne di sensibilizzazione contro il bracconaggio. La Fondazione Arca, partner italiano del Waldrappteam, ha ribadito la necessità di potenziare la vigilanza faunistica nelle aree di sosta e di migrazione degli ibis.

 

Il progetto Waldrappteam prosegue intanto le attività di monitoraggio e reintroduzione, con l’obiettivo di ricostruire una popolazione autosufficiente di ibis eremita in Europa. L’episodio di Dubino, tuttavia, evidenzia quanto la tutela delle specie migratrici resti vulnerabile anche nei territori in cui gli sforzi di conservazione hanno ottenuto risultati significativi.

Il Geronticus eremita, al secolo Ibis eremita è tutt’altro che solitario, anzi: è un uccello gregario, adora passare il tempo in gruppo. Eremita perché lo vedevi nei medesimi luoghi dove gli eremiti cercavano di isolarsi dal mondo, inerpicati su rupi alpine o scogliere. Oppure sceglievano di fare il nido su merli e finestre dei castelli o edifici abbandonati. Fino a 500 anni fa. Perché questo tipo di ibis – becco ricurvo, ciuffo ribelle e un piumaggio corvino con riflessi metallici verdi o violetti e sfumature rosso-rame sulle ali – è uno dei primi uccelli a essere stato dichiarato specie protetta. Già nel 1504 l’arcivescovo di Salisburgo proibì ai non nobili, di uccidere questi uccelli. Questo non impedirà che il 98% della specie sparisse dalla circolazione grazie al cocktail tossico dovuto alla mescola di bracconaggio, consumo di suolo, agroindustria, fitofarmaci, disturbo delle rotte migratorie e delle colonie riproduttive.

Solo grazie al progetto europeo Waldrapp, che coinvolge Austria, Germania e Italia, l’Ibis eremita sta ridiventando una specie migratrice. Il 35% delle specie di avifauna migratrice, in Italia è a rischio grazie a un codice ancora indulgente con chi uccide specie protette e senza leggi sul consumo di suolo e sui pesticidi in agricoltura.

L’ibis eremita è particolarmente adatto a rivelare la reale portata del bracconaggio: quasi tutti gli esemplari sono dotati di un localizzatore GPS, che consente agli scienziati di documentare le uccisioni illegali con una precisione senza pari. Questi dati mostrano una realtà cruda: il bracconaggio è la principale causa di morte della specie in Italia, responsabile di oltre un terzo di tutte le perdite. Ciò che accade a questa specie altamente monitorata è solo la punta visibile di un problema molto più ampio che colpisce innumerevoli altre specie non monitorate che condividono gli stessi habitat.

Grazie al monitoraggio completo, l’ibis eremita funge da sentinella per la protezione generale delle specie minacciate in Italia. Le recenti modifiche alla legislazione sulla caccia hanno ulteriormente indebolito la protezione della fauna selvatica. Il Parlamento ha approvato misure che estendono le libertá dei cacciatori e sta valutando ulteriori proposte che aggraverebbero la situazione di per sé giá drammatica: prolungare la stagione venatoria fino a febbraio, quando gli uccelli sono già in fase di riproduzione, consentire un uso più ampio di richiami vivi, ridurre le aree protette, escludere il mondo scientifico dal processo decisionale e ridurre la capacitá di applicazione delle norme. Particolarmente allarmante è la recente autorizzazione attraverso la Legge sulle montagne, alla caccia sui valichi montani, rotte migratorie fondamentali per molte specie, tra cui l’Ibis eremita, in diretta contraddizione con la legislazione europea sulla montagna.

Proprio in queste ore, infatti, 55 associazioni denunciano le manovre di corridoio tra governo e maggioranza per sbloccare la riforma della caccia attraverso emendamenti alla legge di bilancio, strumento assolutamente improprio. Un po’ come venne fatto dal governo Berlusconi per infilare la legge Fini Giovanardi sulle droghe, nel decreto per le Olimpiadi di Torino del 2006 o come già ha fatto questo governo nel 2023 (guadagnando così una ennesima procedura di infrazione europea) inserendo nella legge di bilancio modifiche alla Legge quadro sulla tutela della fauna selvatica e l’organizzazione dell’attività venatoria.

La predominanza numerica di rappresentanti del settore venatorio in audizione parlamentare rischia di orientare le scelte gestionali verso soluzioni unidirezionali, trascurando l’approccio multidisciplinare e scientifico che la moderna conservazione richiede. Waldrappteam è parte delle 50 organizzazioni ambientaliste e scientifiche che chiedono una rappresentanza paritaria nelle audizioni parlamentari.

Le associazioni hanno scritto ieri a Mattarella lettera per denunciare che gli emendamenti – che attengono materie delicatissime sotto il profilo della protezione degli animali selvatici e la conservazione della biodiversità, prevedono tra le altre cose la caccia agli uccelli durante la migrazione preriproduttiva e la cattura dei piccoli uccelli selvatici ai fini di richiamo vivo. Si tratta di violazioni gravi della Direttiva Uccelli. A questo si aggiunge non soltanto il contrasto con l’articolo 9 della Costituzione italiana come è stato novellato, con l’inserimento della biodiversità e della sua tutela tra i principi nobili della Repubblica, ma il ricorso alla Legge di Bilancio per norme che nulla hanno a che fare con la materia economica e finanziaria che attiene questa legge. “Un sistema – aggiungono le associazioni – al quale l’attuale maggioranza parlamentare è già ricorsa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio 2023, all’interno della quale furono inseriti emendamenti di modifica della Legge quadro sulla tutela della fauna selvatica e l’organizzazione dell’attività venatoria.

da qui

lunedì 22 settembre 2025

L’ambigua fascinazione della caccia - Annamaria Manzoni

  

È sempre più necessario un contrasto netto alla violenza ma in tutte le sue forme, intrecciate le une alle altre in una consequenzialità spesso indiretta, eppure ricostruibile, se solo lo si voglia. Di sicuro, all’interno di un discorso sulla violenza – la sua genesi, le sue manifestazioni, i modi per contrastarla – non è più possibile prescindere da considerazioni che riguardino la pratica crudele della caccia

 

“Il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose”1

La critica alla caccia non si limita oggi a particolari modi o tempi, ma è globale nel senso che ne mette in discussione la stessa essenza, la sua liceità, tanto che alcune associazioni hanno promosso una raccolta firme, grazie a cui verrà portata in senato una Proposta di Legge per la sua abolizione. Abolizione, non limitazione nel tempo e nello spazio, nel rilascio di autorizzazioni o nel numero delle specie cacciabili. Abolizione, perché nulla di ciò che questa attività comporta può essere considerato accettabile. Proprio come nulla di accettabile può essere rintracciato nelle guerre, quelle alle quali ci eravamo illusi, nel mondo occidentale, di avere posto fine: le avevamo in realtà solo spostate un po’ più in là, in tutti quei paesi da cui è stato semplice fare filtrare solo rare informazioni, facilmente stipabili nel grande magazzino del rimosso. Per poi risvegliarci un giorno dal torpore e prendere atto che i governi, il nostro e gli altri, non avevano mai interrotto una smisurata produzione di armi. Perché, oggi si sentenzia, si vis pacem para bellum: ignorando la replica all’antico enunciato, secondo cui, invece, se vuoi la pace è la pace che devi preparare. Elementare Watson.

E se la pace la vuoi preparare, è necessario un contrasto netto e preciso alla violenza in tutte le sue forme, intrecciate le une alle altre in una consequenzialità spesso indiretta, ma ricostruibile, se solo lo si voglia. È lo psicologo Stephen Pinker ad affermare che, se la si vuole combattere, bisogna prima di tutto riconoscerla, al di là delle mistificazioni a cui è sottoposta, e poi avversarla in tutte le sue manifestazioni “dalle sculacciate educative date ai bambini alle dichiarazioni di guerra tra le nazioni2 . Innegabile che la necessità dell’abolizione della caccia, che è regno assoluto di crudeltà e disumanità, occupi un posto d’onore nella ricerca, visionaria o meno che sia, di un mondo pacificato.

La caccia: la migliore educazione alle pratiche di guerra3

Per altro esiste un particolare puntuale parallelismo colto in ogni epoca tra caccia e guerra: ”La guerra è la continuazione della caccia”, diceva Lev Tolstoj, e la caccia è sempre stata considerata una raffigurazione ritualizzata della guerra, un suo sostituto ugualmente sanguinario, ma molto più rassicurante vista la mancata controffensiva del nemico immaginario.

Se in tempi molto lontani la sua crudezza poteva trovare giustificazione nella lotta per la sopravvivenza umana, oggi neppure i suoi cultori si sognerebbero mai di sostenerlo; se comportava coraggio, audacia, forza fisica, oggi comporta se mai esercizio di pusillanimità, data la smisurata sproporzione di forze in campo e la non belligeranza degli animali che, nemici inconsapevoli di esserlo, hanno nella fuga l’unica disperata possibilità di salvezza. E, per gli occidentali, si risolve tutta in attività di svago e ricerca di piacere, alternativa ad una partita a tennis o a calcetto, per intenderci.

Le vittime di tanto accanimento sono a volte uccellini di pochi centimetri di lunghezza e pochi grammi di peso, letteralmente disintegrati dai pallini, ma anche quelli che piace considerare feroci non hanno scampo davanti alle armi in dotazione del moderno cacciatore, novello Rambo, che si avvia alla guerra unilateralmente dichiarata con fucile in spalla e portamunizioni in vista, invaso da grande fascinazione anche per tuta, cinturoni stretti, stivali o scarponi, per attraversare terreni un po’ umidi manco fossero le paludi del Vietnam. Così bardato, trasforma la propria identità in un’altra fittizia, definita dall’abbigliamento e dai temibili accessori, grazie a cui anche un fisico più adatto alla tranquillità di uno sportello postale, così travestito, può ambire ad una sua rivincita macha, pronta allo sterminio, al servizio di virile quanto farlocco autocompiacimento.

Spara, spara, spara qui…

È indiscutibile che il vero motore della caccia si scalda e rimbomba là dove albergano forme di aggressività e violenza, tanto virulente da lasciare sul terreno vere e proprie carneficine, frutto di un crescendo di esaltazione e delirio fuori controllo, che, nei territori di caccia, porta a non saturare mai la pulsione a uccidere. Pulsione di cui non ci si vergogna, ma che è anzi fonte di vanto, a giudicare da tante foto di fine battuta che, sui social, immortalano stuoli di vittime stese intorno al sedicente eroe tronfio e soddisfatto.

Sanno bene i legislatori che questa passione è talmente travolgente da non poter essere controllata da chi la sperimenta e da richiedere di conseguenza un controllo esterno, quello delle leggi appunto, le quali, per quanto permissive, non possono astenersi dal porre freni a quello che altrimenti sarebbe uno sterminio ancora più smisurato di quelli attualmente tollerati. Lo fanno, stabilendo limiti ai giorni e agli orari consentiti, nonché al numero di individui e alle specie da bersagliare. Limiti, come si evince dalla lettura dei siti venatori, vissuti con insofferenza, con rabbiosa inquietudine, perché il divieto di sparare, come succede in amari tempi di caccia chiusa, provoca malessere, una sorta di crisi di astinenza, tenuta a bada dalla certezza che l’attesa impaziente avrà presto fine: il momento in cui, finalmente, la caccia si riaprirà si avvicina giorno dopo giorno, ponendo fine all’inquieto count down: “Mi manca l’inebriante profumo, quell’aroma di polvere da sparo torrefatta che si sprigiona dalle canne della doppietta quando la si apre, e nell’aria volano ancora le piume del fagiano”4.

Il numero dei cacciatori, in caduta libera in Italia tanto che oggi rappresenta circa lo 0,7% della popolazione, vede una netta prevalenza di persone anziane, tra i 65 e i 78 anni, che preoccupa non poco le associazioni, incapaci di capire, anche se non dovrebbe essere così difficile riuscirci, le ragioni di un tale disamore da parte delle nuove generazioni, quelle colpevolmente impregnate di ecologismo, di animalismo, a volte addirittura di antispecismo. Al momento, cercano di contrastare l’assottigliarsi delle loro fila, dilatando l’attivismo degli irriducibili, anche quelli un po’ ammaccati dalle ingiurie della vita. Tra loro, i più ricchi suppliscono alle inefficienze senili andando in terre lontane, dove sarà sempre possibile, dai rassicuranti sedili di un elicottero, affidare il compito ambito a un giovane del luogo, dalla mira precisa, che colpirà in subappalto l’animale in fuga, elefante, tigre o leone che sia. L’attempato ma non domato cacciatore, scambiando con un po’ di malafede il potere del denaro con quello dell’efficienza personale, mira precisa e braccio fermo, trarrà ancora grandi soddisfazioni, proprio come se lo avesse colpito lui, nel vederlo accasciarsi e poi morire, emozioni tanto più travolgenti quanto più la vittima sarà raro o addirittura in estinzione: è un vezzo da classe sociale particolarmente elevata uccidere qualcuno (loro sembrano pensare qualcosa) di unico o pregiato.

Non è, questo approccio critico all’essenza stessa della caccia, frutto di un’analisi artefatta, di una interpretazione prevenuta: è anzi totalmente in sintonia con il pensiero dei cacciatori stessi, quale emerge persino negli stralci di conoscenza di sé che loro stessi offrono, nei loro siti5 quando si confrontano con entusiasmo, cuore in mano, su tutto ciò che l’attività che li affratella smuove in loro: eccoli allora a celebrare la “magia della caccia”, a pregustare “una palpitante avventura”, a esaltare la “passione”, a crogiolarsi nell’”euforia”, ad abbandonarsi all’ebbrezza”: stati d’animo emotivamente alterati, che anticipano il piacere di trovarsi davanti al sangue degli animali colpiti, alle urla di quelli solo feriti, alla fuga impazzita di quelli che ancora sperano. Se non altro si deve dar loro atto di ottime competenze introspettive, nell’auto riconoscimento di emozioni e stati d’animo, già preannunciati da titoli di articoli quali Il sapore della caccia che sono tutto un pregustare, un sentire sensorialmente il gusto stuzzicante della morte cruenta, che infliggeranno alle povere bestie.

Premono il grilletto. E la natura scompare6

Per altro è un grande scrittore, Lev Tolstoj, cultore della caccia prima di diventarne acerrimo nemico, a ricordare, in una sorta di racconto catartico, di avere tante volte sperimentato quelle che lui stesso definiva la delizia e la voluttà davanti alle bestie agonizzanti, la soddisfazione nell’essere stato artefice di tanto dolore 7.

C’è di che rimanere basiti davanti a ciò che può albergare nella psiche umana: e allora, alla ricerca dell’origine di quel vuoto etico che è il brodo di cultura della passione venatoria, bisogna addentrarsi ancora di più nelle emozioni e nei pensieri dei suoi cultori; si viene allora a contatto con elementi che dovrebbero essere fonte di grande preoccupazione: perché nei loro comportamenti prepotenti e brutali la fa da padrona quella assenza di empatia che esonda in  psicopatia nel piacere dichiarato di essere artefici della sofferenza e della morte di esseri senzienti. Soprattutto appare virulenta una forma grave di sadismo, nell’accezione psicologicamente corretta del termine, che lo definisce quale “tratto del carattere proprio di chi si compiace della crudeltà”8,  tratto a volte innato, spesso collegato a risposte culturalmente apprese; sadismo che si crogiola nel piacere generato dal provocare dolore o dal senso di potenza personale che deriva dalla capacità di sopraffare l’altro. Nulla di nuovo sotto il sole, visto che già lo psichiatra Karl Manninger (1893-1990) affermava che il sadismo potesse assumere una forma socialmente accettabile nella caccia, rappresentante delle energie distruttive e crudeli dell’uomo verso le creature più indifese9.

Mentre altri studiosi si spingono ad ipotizzare una particolare forma di questa componente del carattere, strettamente connessa alla sessualità10. Dice la psicologa Margaret Brooke-Williams: “Si tratta di una riscoperta della virilità e del senso di potenza maschile sopito dalla vita urbana. Questo sentimento di potenza offre temporaneo sollievo al disagio psicologico dei cacciatori”. Teoria suffragata dallo psicologo sociale Rob Alpha secondo cui nella pulsione sessuale e nella compulsione a cacciare e uccidere vengono attivate le stesse aree cerebrali. Per altro lo stesso Sigmund Freud si riferiva a volte al sadismo per indicare la fusione di sessualità e violenza.

È possibile trovare ispirazione per altri approfondimenti in resoconti quali un’illuminante intervista su l’Adige.it (02.09.2012) a un’esponente femminile del mondo venatorio, tale contessa Maria Luisa Pompeati, della stirpe dei von Ferrari Kellerhof: sulla scia dei suoi colleghi maschi, definisce la caccia un atto d’amore, una passione intensissima che l’ha accompagnata nella crescita. Riferisce della sensazione meravigliosa del momento dell’uccisione, in cui l’animale diventa tuo per sempre. Perché, dice, la caccia è il momento culminante di una passione intensissima che la lega all’animale, che lei vuole possedere: dopo averlo centrato, corre da lui, prende la sua testa tra le mani, l’accarezza e lo bacia. Mangiarlo è, in seguito, l’ultimo atto del possesso. È lecito ipotizzare che alcuni gesti quali l’accarezzare e il baciare la vittima appartengano piuttosto a particolari vezzi della femminilità della contessa e non siano particolarmente diffusi tra i cultori della caccia, ma di certo vi risuona l’eco delle convinzioni di Rob Alpha. A parte ciò, tutto il resto è normale cronaca emotiva di una battuta di caccia.

Dalla parte delle vittime

In tutto questo, non emergono pensieri per gli animali, che pagheranno il prezzo di quelle battute di caccia, che definire arte (per venatoria che sia) è quanto meno un azzardo linguistico. Sono loro i grandi assenti, gli invitati di pietra alla grande kermesse venatoria, al delirio dell’uccidi più che puoi: assenti sono il cervo senza scampo che chiede grazia con le sue lacrime, nelle parole di Montaigne; la cerva che assiste il maschio ferito, con la testa levata al cielo e l’espressione piena di cordoglio, in quelle di Tolstoj; quelli che sentiamo ansimare nei filmati dai luoghi della carneficina: volpi stanate da buche profonde, rifugio vano da cani che le estraggono strappando loro la pelle, e aprono la strada al cacciatore di turno, appostato nei dintorni, armato del suo fucile e della sua viltà. 

È un guardiacaccia, Giancarlo Ferron 11, che racconta di caprioli in fuga, inseguiti per giorni,  che corrono con la schiuma alla bocca, senza più fiato, tremanti e sfiniti con la bocca spalancata per la fame d’aria; racconta di cacciatori che hanno due o tre mute di cani, per sostituire quella sfiancata nell’inseguimento di un capriolo, che lui però di sostituti non ne ha; ancora racconta di animali che si suicidano buttandosi dalle rocce, pur di sottrarsi allo sbranamento annunciato dai latrati che si fanno più vicini.

Che nessun animale possa sottrarsi alla furia omicida dei cacciatori, elefanti o uccellini di pochi grammi lo dice bene un bambino nel colorito spirito napoletano quando constata che “sparerebbero pure alla colomba dello Spirito santo”12 compendiando così l’incontenibile impulso ad andare ad ammazzare esseri di ogni genere e taglia, giovani o vecchi, che volino o corrano: purchÉ respirino.

La caccia. Un vero suicidio morale13

Descrizioni tormentate sono anche quelle di Lev Tolstoj, quando, da cacciatore da molto tempo pentito, ricorda con tormento lo spasimo pieno di terrore delle sue vittime in agonia, la sopraffazione del più forte sul più debole, l’assalto di molti a uno solo, del forte contro il debole, della sottrazione dei piccoli alle madri e viceversa: un universo di azioni tanto orribili da indurlo a definire la caccia un vero suicidio morale.

Parlando di conseguenze nefaste dell’attività venatoria si può continuare con i morti e feriti di ogni stagione, di cui mantiene un accurato conteggio l’Associazione Vittime della Caccia14 vittime che sfilano a passi felpati nei trafiletti dei giornali, così da poco disturbare governi e partiti, sempre in tutt’altre faccende affaccendati e magari un po’ imbarazzati. Perché si tratta non di malasorte, ma delle inevitabili conseguenze di un’attività che comporta l’uso continuo di armi, per moltissimi giorni all’anno, e svariate ore quotidiane, in uno stato d’animo in continua tensione. Quando imperizia, imprudenza, mancato controllo emotivo, deliri di onnipotenza, possono contare sul possesso di un fucile caricato a pallettoni, che l’esito possa essere mortifero non può certo meravigliare.

L’uomo e il cane: un’amicizia unilaterale

E che dire delle altre vittime oscurate, i cani, trasformati in aiutanti killer mediante un addestramento vigoroso, notoriamente trattati come oggetti d’uso, tenuti normalmente in gabbie da cui escono solo per andare a servire il loro padrone, maltrattati, crudelmente puniti? Le cronache raccontano dell’abbandono e della soppressione dei “soggetti” non idonei e di quelli da annoverare tra le vittime accidentali di colpi sparati a casaccio.

A completamento, è una novella cacciatrice, Catia, a fornire nella sua intervista15 on line un grazioso particolare, quello tanto diffuso da meritare un termine ad hoc, la frustata, vale a dire una fucilata che abitualmente i cacciatori sparano nel sedere di cani disobbedienti o lenti nell’apprendimento (“la famosa frustata” dice), metodo di addestramento da cui lei però si vanta di smarcarsi.

I bambini ci guardano16

Caccia che allunga le sue ombre lunghe anche in un campo colpevolmente trascurato, quello delle ricadute su bambini e ragazzi, che certo per legge a caccia non ci possono andare, almeno in Italia dove l’età minima è di 18 anni, ma che, sempre dalla lettura delle chat dei cacciatori, risulta che non raramente “accompagnino”, perché questo è permesso, i grandi, senza sparare, fin da età davvero improbabili: nove, dieci, undici anni, con qualche eccezione, udite udite, per bambini (accidentalmente anche bambine) di quattro anni. Grandi che non stanno più nella pelle per insegnare alla discendenza il mestiere e, impazienti, vogliono nell’attesa condividere le dilaganti emozioni. Potrebbe sembrare roba da marziani, ma non è necessario espatriare su un altro pianeta, perché è sufficiente oltrepassare la Manica: là, tutta la famiglia reale, generazione dopo generazione, ha goduto di un tirocinio precocissimo a quello che ritengono sport of the kings. Ahimè, non solo dei re. Il problema è che neppure il velocissimo srotolamento dei tempi, con tutti i cambiamenti che si succedono alla velocità della luce, pare intaccare la loro idolatria per la tradizione, per mortifera che sia: l’ultima vittima è l’ancora innocente (?) principe George, che risulta avere partecipato alla caccia al gallo cedrone a sette anni (con papà) e pare si appresti ad uccidere il suo primo cervo ora che ne ha compiuti dodici.

Che dire? Quasi meglio tornare alle cose di casa nostra: e provare a riflettere che figli o nipoti di cacciatori crescono alla presenza costante di una, ma più spesso più armi, presenza che, nella sua normalità, non provoca inquietudine, ma assuefazione: tutto normale, un po’ come il portaombrelli o le piante da arredamento. Normale sarà anche l’attenzione di cui le vedranno oggetto da parte del cacciatore di famiglia, che le maneggerà con cura (almeno si spera), quali oggetti di culto, preziosi ferri del mestiere, capaci di trasformare in realtà il sogno sognato del prossimo trofeo. E normali, nella loro ripetitività, saranno i comportamenti, i rituali di accompagnamento: levatacce antesignane, rientri appagati se con accettabile numero di vittime, o malcelati malumori per uno scarso bottino. E si conosceranno gli stati d’animo: l’ansia dell’attesa, i racconti grondanti eccitazione per l’avvistamento dell’animale da colpire, il non dargli tregua fissandolo nell’occhio del mirino o inseguendolo insieme ai cani godendo del suo terror panico. E finalmente colpirlo.

Ora, banale ricordare che i bambini imparano ciò che viene loro insegnato, che il giusto e lo sbagliato, il bene e il male sono concetti che prendono forma in funzione delle convinzioni e dell’accezione che i grandi di riferimento danno alle situazioni. E i primi anni di vita sono fondamentali per creare le proprie rappresentazioni del mondo e dei valori della vita, frutto del modellamento educativo, basilare nella strutturazione del carattere e della personalità. Anche l’empatia, vale a dire la capacità di identificarsi con le emozioni e gli stati d’animo dell’altro e di sentirli riverberare su di sé, condizionando il proprio comportamento, dipenderà in grande parte dalla possibilità di apprenderla se presente come modello a cui affidarsi. Se tale modello è strutturato sulla crudeltà verso creature deboli, sul piacere nel provocare loro dolore e morte, il piano educativo produrrà speculari contraccolpi psicologici nei più giovani.

In estrema sintesi, non esiste dubbio che la violenza contro gli animali vada nella direzione dell’introiezione di modelli aggressivi e prevaricatori, basati sul diritto della forza. Vale la pena ricordare che, dal 2005 la Violenza Assistita, quella quindi non subita in prima persona, ma come testimone di quella agita su altri o percepita o anche solo sentita raccontare è ufficialmente entrata nel novero delle violenze sfavorevoli infantili, sfavorevoli rispetto a un sano ed armonico sviluppo della personalità. E quella agita sugli animali è a tutti gli effetti inserita tra le forme prese in considerazione: al di là delle teorizzazioni, emerge in modo drammatico dai racconti di adulti che mai hanno potuto dimenticare lo strazio vissuto da piccoli assistendo allo scempio su un animale, spesso ad opera dello stesso padre. Non basta tutta una vita per dimenticare, ma neppure per sfoltire un dolore che, nel momento del racconto, esplode con tutta la virulenza di un dramma appena accaduto.

La caccia come tarlo sociale

Insomma: ce ne è davvero abbastanza per riflettere seriamente sulla caccia come tarlo sociale e agire di conseguenza: perché la sua struttura portante è, in estrema sintesi, il piacere di praticare violenza contro individui inermi.

“Quando capiremo, a fatti e non a parole, che le scelte esercitate contro gli animali sono anche scelte contro di noi?”17.

Viviamo in tempi cupissimi, dove anche noi, abitanti di un mondo occidentale che in molti pensavamo in costante crescita verso l’estensione dei diritti, ci siamo ritrovati davanti al baratro di un’umanità disumanizzata. Siamo qui a chiederci come tutto quello che sta succedendo stia davvero succedendo: troppo per essere anche solo pensato, perché il pensiero stesso si ribella al farsi contaminare dal regno dell’odio, dal dilagare dell’indecenza e di una crudeltà che nessuna specie vivente potrebbe mai ideare. Nessuna tranne la nostra, che è la più devastante, crudele e pericolosa. Che mai, nemmeno in nessun periodo di pace, ha smesso di sentirsi in diritto di praticare alla luce del sole le più orrende forme di supplizio sugli altri animali e, in modo variamente occulto, sugli altri esseri umani.

Oggi il mondo tutto sembra allargarsi a normalizzare ogni forma di indecente prepotenza, contro chiunque, senza neppure più vergognarsene; il mondo venatorio, in contemporanea, pretende un po’ di spazio in più: molti più uccellini da accecare per richiamare i loro conspecifici davanti al cacciatore lì pronto ad impallinarne quanti potrà; licenza di sparare agli uccelli migratori, esausti per viaggi interminabili; ribaltamento di sentenze del TAR per consentire il massacro anche nei valichi di montagna. E poi orsi, lupi, nutrie: tutti trasformati in bersagli, con la benedizione delle autorità, in una moderna riedizione di quel Far West dove era la colt ad accogliere ogni estraneo sgradito.

Ci si aspetterebbe che i cacciatori, numericamente in dissesto, le loro straricche lobbies, quei politici afasici e indifferenti a un volere popolare dichiaratamente contrario, prendessero consapevolezza dell’insostenibilità morale dell’attività venatoria.

A tutti noi il compito di riconoscere le mistificazioni in atto, implicitamente sostenute in modi diversi: per esempio con la vendita stessa delle armi  accanto agli sci o ai costumi da bagno nei negozi sportivi, giusto per sdoganare l’idea che farsi una nuotata o massacrare un cinghiale è solo una questione di gusti individuali. Mistificazioni sorrette anche attraverso richieste dei cacciatori per entrare nelle scuole nella veste di testimonial della natura e, udite udite, difensori degli animali. Che vanno ad uccidere perché li amano. Doveroso interrogarsi sulla confusione cognitiva generata nei più giovani nel momento in cui viene loro proposta l’equazione amore-uccisione, che oggi più che mai è il mantra giustificativo di tanti femminicidi.

“Stiamo causando la distruzione. Dei nostri compagni animali… Ricercando null’altro che il nostro benessere E il nostro divertimento”18.

Insomma, all’interno di un discorso sulla violenza, la sua genesi, le sue manifestazioni, i modi per contrastarla, non è più possibile prescindere da considerazioni che riguardino la pratica della caccia. Se si ritiene fondamentale che l’educazione abbia come obiettivo primario l’insegnamento del rispetto per l’altro, la presa in carico dei diritti di ognuno, la convinzione che il senso di giustizia sia fondamentale nella gestione di relazioni positive, è davvero impensabile proteggere, difendere, connotare positivamente comportamenti sadici, violenti e crudeli a danno di esseri indifesi.

Non è superfluo ricordare la posizione di Albert Scheiwtzer, Nobel per la pace 1953, che sosteneva che la compassione, sulla quale si devono basare tutte le filosofie morali, può raggiungere la massima estensione e profondità solo se riguarda tutti gli esseri viventi e non solo gli esseri umani.

Gandhi, uno dei massimi esponenti del pacifismo, non pensò in nessun momento che la grandiosità degli obiettivi che andava perseguendo lo autorizzasse a mettere in secondo piano il dovere del rispetto per gli altri animali, da praticare costantemente anche attraverso scelte alimentari, avanzatissime per i suoi tempi.

Aldo Capitini, filosofo della non violenza, sosteneva che se si fosse imparato a non uccidere gli animali, a maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini: e lo diceva all’alba della seconda guerra mondiale, facendo tutto ciò che era in suo potere per provare a scongiurare il delirio di violenza che di lì a poco si sarebbe comunque scatenato.

Insomma e per concludere: l’attività venatoria è indiscutibilmente territorio di crudeltà. Riconoscere questa elementare verità, è passo doveroso. Che dovrebbe condurre alla strada che Freud, nel carteggio del 1932 con Einstein, indicava per agire contro la guerra, con parole che si attagliano perfettamente anche alla caccia. Le forze che esistono, dice Freud, che vanno costruite e riconosciute, sono le relazioni d’amore e i legami emotivi che si stabiliscono grazie anche a meccanismi di identificazione con l’altro. È necessario indignarsi contro la guerra (e contro la caccia, aggiungo) perché ogni uomo, ogni essere senziente ha diritto alla vita, perché la guerra (come la caccia) “annienta vite piene di promesse, pone i singoli individui in posizioni che li disonorano”. Per ricercare uno stato di pace, fra le persone, i popoli, le specie, che forse è esistito, che forse è desiderio di qualcosa di mai interamente vissuto, ma di cui vi è infinita nostalgia perché, dice Anna Maria Ortesei, da quel bene assoluto ci siamo allontanati “per deviazione, errore, stranezza o forse malattia” .


Sull’argomento ho scritto nei miei libri i capitoli:

Bang…bang…: io sparo a te. In “Noi abbiamo un sogno”. Bompiani 2006

Finchè non lo vedrai esangue, In “In direzione contraria” Sonda 2009

Ai cacciatori il posto d’onore. In “Sulla cattiva strada, Sonda 2014


1 Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere;

2 Stephen Pinker, Il declino della violenza

3 Senofonte, Il Cinegetico

4 https://brotture.net/tag/caccia

5 www.bighunter.net

6 Marcello D’Orta , Nessun porco è signorina

7 Lev Tolstoj, Contro la caccia e il mangiar carne

8 Umberto Galimberti, Nuovo Dizionario di Psicologia

9 Www.feelguide.com/2016/11/07/hunting-linked-to=psychosexual-inadequancy-the=5-phases-of-sexual-frustration

10 www.animals24-7.org

11 Giancarlo Ferron, Il suicidio del capriolo

12 Nessun porco è signorina, Op. cit.

13 Lev Tolstoj, Op. cit.

14 https://www.vittimedellacaccia.org

15 http://www.sabinemiddelhaufeshundundnatur.net/ale/caccia_intervista.htm

16 Titolo del film di Vittorio De Sica, I bambini ci guardano

17 Danilo Mainardi

18 Yuval Noah Harari, Da animali a dei

da qui

sabato 23 dicembre 2023

Chi è il vero pericolo - Grig


Oreste era un Cane lupo cecoslovacco che viveva felice insieme alla famiglia dell’arredatrice Silvia Bigliotto a Palaia, vicino Pisa.

Conosciuto e benvoluto nel paese per il suo carattere docile e giocherellone.

Sabato 16 dicembre 2023, sulle colline dietro casa, è stato ucciso da un cacciatore che l’aveva scambiato per un Lupo (Canis lupus), specie comunque particolarmente protetta.

Intervenuti i Carabinieri Forestale, denunciato e querelato il cacciatore.

Si spera che gli venga immediatamente revocato il porto d’armi e sia condannato duramente, anche al risarcimento dei danni.

Una domanda è d’obbligo, chi rappresenta un vero pericolo?

E vogliamo che un vero pericolo giri armato?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

da La Nazione17 dicembre 2023

Cacciatore scambia un cane per un lupo. E lo uccide davanti ai padroni.

L’animale, un esemplare di lupo cecoslovacco conosciuto da tutti e particolarmente socievole, è stato freddato con un colpo di fucile.

Palaia (Pisa), 17 dicembre 2023 – Ad un occhio particolarmente inesperto poteva sembrare un vero lupo selvatico, ma era solo un bellissimo esemplare di lupo cecoslovacco molto conosciuto in paese e particolarmente socievole. Si chiamava Oreste ed è stato ucciso con un colpo di fucile da un cacciatore nei dintorni di Palaia. L’uomo, che in quel momento si trovava insieme ai suoi cani, lo aveva scambiato per un predatore.

Il colpo, sparato da distanza ravvicinata, non ha lasciato scampo al povero Oreste. L’animale, di proprietà di una nota arredatrice, Silvia Bigliotto, stava girando all’interno di un’oliveta non lontano dalla casa in cui vive. La famiglia è anche proprietaria di un ristorante a Pontedera. La donna, appresa la notizia, avrebbe avuto anche un lieve malore.

Il cacciatore si sarebbe difeso dicendo di non averlo fatto di proposito, ma di aver scambiato Oreste per un lupo intenzionato ad attaccare i suoi due cani. Ma sostenere di aver agito per difendersi potrebbe non bastargli. La famiglia del lupo cecoslovacco ha sporto denuncia, anche perché non ci sono prove che Oreste abbia attaccato gli animali del cacciatore. Anzi: tutti lo descrivono come un cane molto docile e affabile, tant’è che pochi giorni prima era anche stato fotografato alla Bocconi in occasione della laurea di uno dei figli della proprietaria.

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/12/22/chi-e-il-vero-pericolo/

sabato 9 dicembre 2023

La paura del lupo tra antropocentrismo e populismo venatorio

 

Intervista a Mario Ferraguti (di Lorenzo Poli)

 

Gli ultimi avvistamenti di lupi sulle prealpi e alpi lombarde stanno innescando l’ennesimo allarmismo sul “pericolo lupo”, spesso innescato dai media locali e dalla lobby venatoria giocando sulla paura ancestrale della gente. In realtà il lupo è un animale completamente diverso da come viene raccontato. Sul tema ne parliamo con Mario Ferraguti, scrittore, libero pensatore, ricercatore indipendente e grande osservatore del mondo arcaico e della nostra cultura popolare tra retaggi pagani e la cristianizzazione. Laureato in lettere moderne, collabora con università, centri di studio e ricerca, settimanali e riviste. Tra le esperienze più particolari ha realizzato numerosi reportage per Panorama, cura una rubrica sulle case abbandonate per Casantica, ha tenuto corsi di etno-medicina ai medici tirocinanti sulla figura delle “guaritrici” ed è tra gli organizzatori del Piccolo Festival di Antropologia della Montagna (PFAM) di Berceto. Ha pubblicato i romanzi La voce delle case abbandonate (Ediciclo), La ballata del vento (Ediciclo), e con Giacomo Agnetti, dedicato ai ragazzi, I mostri d’aria (Ediciclo). Nel 2022 ha pubblicato L’ autunno in cui tornarono i lupi (Bottega Errante Edizioni) sul ritorno del lupo sull’Appennino; nel 2023 ha pubblicato La lepre e la luna. Sulle tracce delle guaritrici d’Appennino (Exòrma) sulla figura delle guaritrici, mentre la sua ultima fatica è L’alfabeto delle anime. Piccola incursione nell’aldilà (Ediciclo) sul tema della morte.

Saltuariamente i quotidiani locali, spesso finanziati dalla lobby venatoria, rilanciano notizie allarmistiche sulla presenza e sul bisogno del contenimento del lupo. Quanti sono i lupi in Italia? Quale è la reale situazione in Italia? 

C’è questo allarmismo che periodicamente ritorna parlando appunto di contenimento del lupo. In realtà la popolazione del lupo in Italia non è così allarmante. Dalle ultime stime si parla di circa 4.000 esemplari in tutta Italia, anche se ascoltando gli esperti la forbice è molto amplia. Ma questo non è importante: il lupo è un animale che si auto-contiene, autoregola laddove ci sono disponibilità alimentari e territori disponibili, la sua popolazione si espande. Laddove non ci sono territori disponibili, sono gli stessi lupi che fan parte di un territorio ad aggredire e scacciare ed uccidere altri individui che tentassero di entrare nel loro territorio. Il leit motiv del “ci sono troppi lupi” è un concetto anomalo ed arbitrario che noi umani tendiamo ad applicare alle prede, ma che non vale per i predatori, che si autocontrollano. Ciò che spaventa nei quotidiani locali non è tanto il ricorso all’abbattimento dei lupi. Il 7 dicembre 2023 farò un intervento in Svizzera dove lo stesso WWF si è espresso a favore di un contenimento di quattro branchi di lupi senza conoscere la situazione. Evidentemente  una posizione assurda ed inutile che viene portata avanti per attenuare polemiche e problemi sociali scaturiti dai mezzi di comunicazione che ogni tanto ritornano con l’ “allarme lupo”. Il problema allarmistico è sempre un problema forte legato al populismo e alla sua cultura che cerca di aggredire allo stomaco le persone senza farle riflettere, giocando con le paure primordiali per poi presentarsi come risolutori e gestori di quella paura stessa. Un gioco che vien comodo ad alcune forze politiche che non riescono a parlare di altro e che trovano nella gestione della paura un’arma fondamentale per raccogliere voti. Spesso purtroppo i quotidiani li seguono, un po’ perché sono legati a queste forze politiche, un po’ anche per vocazione di alcuni tipi di giornali che seguono linee politiche conservatrici se non puramente di destra.

Oltre agli allarmi mediatici, ciò che fa da cassa di risonanza, nell’inconscio collettivo, è tutto il retaggio culturale e simbolico negativo legato al lupo. Cosa significava il lupo nei racconti dei nostri nonni? 

Il lupo nel racconto dei nostri nonni – lo “zio grigio” – era una figura di cui aver paura ma che, in qualche modo, rientrava in un assetto naturale ben preciso e faceva parte di una realtà che non era anomala, che non era straordinaria e particolare. Con la perdita del “lupo fisico”, quello scientifico e reale, si è perso anche il racconto del “lupo metafisico”, quello surreale e fantastico. Se la tradizione orale faceva paura e il suo scopo era quello di spaventare è anche vero che aveva scopo di educare. Sull’Appennino – dove ho condotto i miei studi sul lupo – esistono due tipi di paure: una cattiva, che è equiparata ad una malattia, ad una situazione ingestibile che ci blocca, che non ci fa procedere e che le guaritrici “lavavano” al fine di scorporare il male che ci ha aggrediti; ed una buona e necessaria che aveva una grande funzione educativa. Tutti i racconti della tradizione orale mirano ad un estro pedagogico, occorrendo insegnare come vivere, come sopravvivere nei territori montani spesso difficili e quindi anche una “buona dose di paura” faceva parte del bagaglio culturale necessario di un individuo che apparteneva a quella società. Era giusto essere spaventati, perché la paura buona induce al rispetto, alla percezione della propria fragilità ed una cultura del senso del limite, abbandonando la tracotanza tipica di chi ha tutto sotto controllo. È un po’ la paura di Ulisse nell’Odissea che è consapevole che ci sono creature più grandi e potenti di lui, pur continuando il viaggio, trovando risposte nella sua cultura, nella sua consapevolezza, scaltrezza e conoscenza. Con un bagaglio di conoscenze adeguate la società tradizionale ti dice: “Tu devi avere paura, ma devi anche saperti difendere, devi saper gestire la tua paura in situazioni di pericolo reale”. Ora, la paura che oggi viene inculcata nel mondo contemporaneo dai giornali e dalla televisione e dagli apparati mediatici, è una paura cattiva che blocca e non insegna e non dà soluzioni. È una paura cavalcata dalle forze populiste senza renderti partecipe e protagonista della soluzione, ma piuttosto si propongono come risolutori della nostra paura e calano la loro proposta dall’alto, tenendoci in balia degli eventi. Il discorso sul lupo, e sui grandi carnivori in generale, è tipico: si sparge paura come contaminazione, come una malattia a scopi specifici con il fine di terrorizzare le persone. Questa retorica populista, messa in atto dal mondo venatorio, sostiene che il lupo è ovunque, che il lupo è un animale terribile, che il lupo non è legittimato a stare dove si trova ma piuttosto che è stato introdotto, che il lupo attuale è uno “straniero” o “extracomunitario”, un “lupo ibrido”: una visione in cui il “lupo nero” si sovrappone alla figura dell’ “uomo nero”. Di fronte a questa narrazione alcune forze politiche, come la Lega Nord in passato e la Lega attualmente, ti garantisce una soluzione affinchè l’elettore possa votare per sentirsi al sicuro. Questo è l’atteggiamento tipico che non viene messo in atto solo con i lupi ma anche con tutto ciò che mina o contamina la nostra cultura e la nostra sicurezza, la nostra arroganza e la nostra convinzione di essere gli unici autorizzati a stare in alcuni posti, a vivere in alcuni posti e a gestire ciò che abbiamo attorno. Il ritorno del lupo mette in crisi tutto questo perché è un animale ingestibile e nello stesso tempo, la paura del lupo è una paura atavica che riporta l’essere umano ad essere animale tra gli animali ed ha a che fare con il nostro senso di vulnerabilità. Questo ci insegna tantissimo e per la società tradizionale era un elemento prezioso che faceva parte del bagaglio culturale di ogni individuo, mentre la paura cattiva induce alla paralisi e alla rabbia. La gestione della rabbia e della paura suggerita da altri, esattamente come il combustibile e il comburente, porta ad un incendio che genera violenza. Se ci si spaventa a morte e ci viene detto che nessuno, nemmeno chi di dovere, si sta muovendo per aiutarci, ciò alimenta la rabbia e genera violenza. Ciò è preoccupante non solo in relazione ai lupi ma anche a tutto ciò che ci circonda e che minimamente ci mette in difficoltà.

La lobby venatoria da decenni impone la narrazione tossica del lupo come “specie invasiva” che distrugge la biodiversità. Quali sono le falsità a riguardo? Può darsi che la lobby venatoria lo utilizzi come capro espiatorio, essendo un possibile competitore naturale dei cacciatori? 

La lobby venatoria racconta un animale che non è reale, ma costruisce un animale fantastico per indurre a sentimenti che sono lontani dalla conoscenza reale. Chi cavalca il populismo venatorio ha tutto l’interesse che non si entri mai nella discussione concreta dialogica, molto probabilmente perché non riuscirebbe a reggere il confronto e non riuscirebbe a controbattere con temi adeguati. Se si confrontano un ricercatore con un politico che cerca di condizionare la paura delle persone, il ricercatore avrebbe la meglio perché risponde con profonda cognizione di causa. Le parole che utilizzano i giornali per raccontare il lupo non hanno fondamenta e non hanno uno spessore scientifico e di “buonsenso”. La lobby venatoria sta cercando di presentarci il lupo con aspetti deteriori come il “lupo ibrido”, come un lupo che non è legittimato a stare dove si trova, come una specie alloctona senza alcuna appartenenza ad un territorio, facendo passare l’idea che, esattamente come è stato introdotto, si può sradicare abbattendolo. Questo è uno dei temi cardini del populismo venatorio che spesso invade la politica. Naturalmente il lupo fa parte del nostro territorio e la sua è stata una riconquista assolutamente naturale, anche se dà molto fastidio. Il lupo è un sele-controllore che agisce in modo molto più efficace di qualsiasi cacciatore e quindi è un competitore fortissimo per la lobby venatoria. Un competitore talmente bravo che il tentativo di eliminarlo e di ucciderlo è anche dato dal fatto che non sarebbero più utili i cacciatori: il controllo che esercita il lupo è più naturale, efficacie ed importante di qualsiasi altro animale umano che presume di esercitare lo stesso controllo sull’ecosistema, sparpagliando errori.

Anche i pastori e i contadini delle zone montane e pedemontane gettano fuoco su queste narrazioni. Il problema è il lupo o è la gestione antropocentrica del territorio?

Gli allevatori e i contadini rispondono a quelle che sono le dinamiche venatorie. Io ho ricevuto lettere anonime in cui si accusa il lupo di distruggere i campi di patate. Ora, è talmente assurda questa accusa che chi distrugge i campi di patate sono i cinghiali. La lobby venatoria è riuscita ad inculcare talmente bene agli agricoltori la storia che i cacciatori sono nel giusto, a tal punto da spostare il problema su altri soggetti. Sappiamo benissimo che chi oggi si propone di liberare i nostri boschi dalla “piaga” dei cinghiali, sono gli stessi cacciatori che li hanno introdotti. Sarebbe logico che gli agricoltori se la prendessero con i cacciatori, mentre quest’ultimi sono stati talmente bravi a deviare il problema da non figurare come responsabili. Paradossalmente gli stessi agricoltori se la prendono con il lupo, quando sarebbe il loro miglior alleato perché uccide cinghiali e caprioli dannosi per le colture. Si tratta di una situazione assurda e anomala. È anche vero che il lupo non garantisce il business delle munizioni e delle armi e non inquina nemmeno con il piombo. È evidente che il problema è la gestione antropocentrica del territorio.

Ci siamo abituati ad essere l’unica specie animale a vivere il territorio. Il problema è il lupo o l’allevamento e l’addomesticazione innaturali degli animali ad uso e consumo umano?

È chiaro che si tratta di interessi. Quando non c’erano i lupi gli allevatori erano soliti a condurre i loro allevamenti senza alcun tipo di controllo. In Lunigiana le pecore erano lasciate allo stato brado dalla mattina alla sera sul Monte Gottero, fino a quando naturalmente non è arrivato il lupo che ha fatto una piccola carneficina. I lupi si sono trovati le pecore libere a totale disposizione senza nessuna protezione. Non c’erano più cani da difesa, ma solo cani da conduzione; non c’erano più le reti anti-lupo, ma solo reti che non permettevano alle pecore di uscire. I pastori avevano completamente dimenticato l’esistenza del lupo, soprattutto a livello culturale. Il lupo si era perso come soggetto, come entità e come figura abitante la Natura, a tal punto che nel dialetto dei pastori, il gaì – una sorta di esperanto antichissimo parlato solo dai pastori con termini criptici e misteriosi – la parola “lupo” era già scomparsa negli anni Sessanta, per dire quanto i pastori avessero abbandonato la prospettiva di dover ritornare in contatto con il lupo. Il lupo è scomodo, per i pastori e per gli allevatori di oggi, perché sono costretti a tornare a controllare i loro animali. Il problema è che, con l’addomesticazione, abbiamo completamente modificato molti animali, li abbiamo “portati nella domus” ed accasati. Abbiamo creato pecore che producono più lana e vacche che producono più latte; abbiamo contagiato e destrutturato razze a nostro uso e consumo con una visione antropocentrica; ma ancora peggio abbiamo annullato ed annientato in loro l’istinto di fuga. Oggi se lasciamo vacche, pecore ed animali domestici liberi in un bosco, non sarebbero in grado di riadattarsi alla vita selvatica e non avrebbero la capacità di scappare dai predatori proprio perché li abbiamo addomesticati per i nostri fini. In questo modo ne siamo diventati i custodi, ovvero coloro che si devono prendere cura di questi animali. A me sembra sempre strano sentire i pastori che, rispondendo a chi si oppone ad una eventuale mattanza di lupi, afferma: “Ma come, devo prendermi cura delle mie pecore? Ma come, devo rinchiuderle?”. La risposta dovrebbe essere: “Sì, se vuoi fare il pastore”. Esattamente come qualsiasi massaia sa bene che deve rinchiudere le sue galline la sera, altrimenti volpi e faine se le mangiano, un pastore dovrebbe fare altrettanto. I pastori oggi devono recuperare, attingendo dalla loro cultura, tutte quelle attenzioni che una volta mettevano in pratica in presenza del lupo. Se ritornano i lupi non bisogna dichiarargli guerra, non bisogna pensare come ammazzarli, ma piuttosto partire dai presupposti che in quel territorio ci sono anche loro. Ci sono esperienze contemporanee di pastori che intendono convivere con il lupo e possono benissimo farlo, con i dovuti stratagemmi. Con il ritorno del lupo si sono creati nuovi problemi, che sono problemi solo per chi gestisce un’attività economica: ogni imprenditore sa che, nella valutazione dei rischi che ogni pastore e allevatore deve mettere in atto, ci deve essere anche la voce “lupo”. Ovviamente questo ci deve far pensare che non siamo più i padroni, gli unici controllori e gestori di una parte del sistema ecologico. Dobbiamo pensare ad una convivenza pacifica con i lupi, ritornare ad una visione eco-centrica, tornando consapevoli che non siamo l’unica specie vivente delle montagne.

Oltre ai falsi miti sul lupo, in moltissime zone è stato riscontrato il contrario: laddove è ritornato, il territorio si è ripopolato di flora e fauna locali…

Nei territori in cui è tornato, il lupo è stato preziosissimo. C’è il bellissimo documentario “Come i lupi possono cambiare il corso dei fiumi” sul Parco di Yellowstone[1] – unico parco al mondo dove è stato davvero prevista ed attuata l’introduzione del lupo – dove si è documentato[2] come il suo ritorno abbia favorito il ripristino delle cascate trofiche[3] in un ecosistema che era ormai degenerato per l’insistenza e il sovrannumero di ungulati che, non avendo nessun nemico naturale, si erano riprodotti in modo sconsiderato. Ciò portò alla perdita a lungo termine della vegetazione ripariale[4], favorendo l’erosione delle rive, la formazione di meandri e l’allargamento dei letti dei fiumi, soprattutto nelle zone di pianura. Con il tempo tutto questo portò inevitabilmente alla modifica della geografia dei corsi d’acqua. Quando nel 1995 il lupo grigio venne introdotto, portò a piccoli miracoli naturali. In breve tempo i lupi tornarono a cacciare i cervi. Questi ultimi, abituati a pascolare senza timore cominciarono ad allontanarsi per trovare rifugi migliori tra gli alberi nel bosco. Dall’impoverimento della fauna e della flora fluviale, la vegetazione ripariale ricominciò a crescere e, con essa, aumentò il numero di castori, lontre, alcuni uccelli di fiume passeriformi e animali che vivono lungo le sponde dei corsi d’acqua. La morfologia dei corsi d’acqua cambiò nuovamente: fiumi e ruscelli ripresero gradualmente a scorrere meno, le loro rive si stabilizzarono e i canali, non più soggetti a erosione continua, si strinsero. Uno stravolgimento completo in termini assolutamente positivi grazie al ritorno del lupo[5].

Nel tuo libro “L’autunno in cui tornarono i lupi”, racconti anche esperienze italiane. Ci puoi raccontare degli esempi di rinascita ecosistemica, grazie al ritorno del lupo, che hai documentato sull’Appennino?

Sul nostro territorio ho riscontrato degli atteggiamenti positivi di piccoli e grandi ecosistemi laddove la presenza del cinghiale e del capriolo era ormai fuori da qualsiasi tipo di tolleranza da parte dell’ambiente. In molte zone collinari, dove c’era un’insistenza notevole di queste specie che mettevano a rischio una buona parte di agricoltura e, anche dal punto di vista di percezione, erano diventati animali quasi fin troppo confidenti, il ritorno del lupo ha completamente cambiato il loro comportamento. I lupi, oltre ad aver ridotto il numero degli ungulati, hanno instillato la paura di un predatore, portandoli a frequentare i loro ambienti originari, ambienti più riparati, con una conseguente diversificazione, il ritorno di altre specie e molti miglioramenti ecologici.

Ad oggi è possibile una convivenza tra essere umano e lupo? Quale può essere una soluzione per superare stereotipi e luoghicomuni insediati nella stratificazione socio-culturale? Un’educazione ambientale eco-centrica?

È assolutamente possibile una convivenza uomo-lupo, ma dobbiamo capire se siamo in grado di attuarla e metterla in atto concretamente. Noi, come umani, siamo di fronte ad un bivio: davvero vogliamo eliminare tutto ciò che minimamente ci mette in crisi o in difficoltà? Davvero vogliamo distruggere tutto ciò che minimamente va a contaminare la nostra cultura e la nostra sicurezza? Se ragioniamo così il lupo potrebbe essere uno dei tanti capitoli che si potrebbero aprire. Paradossalmente potremmo trovare una minoranza di pescatori che, infastidita dalle onde del mare, richiede di appiattire il mare; o addirittura una piccola minoranza di aviatori che richiede di eliminare le nuvole del cielo. In sostanza se dovessimo da retta a chi porta avanti i suoi esclusivi interessi privati, mossi da economie di loro pertinenza che sono assolutamente secondarie rispetto alla visione della comunità intera, dovremmo stare molto attenti. Se dovessimo piegarci a queste volontà, non riusciremmo a prendere decisioni serie in difesa degli ecosistemi e della nostra sopravvivenza. Affidarsi a chi gestisce la paura per imbastire campagne elettorali dei politici locali, sarebbe molto pericoloso. La convivenza con il lupo è possibile e sono molteplici le testimonianze dei pastori veri e seri che, dopo le prime difficoltà, hanno preso in mano la situazione, hanno iniziato a mettere in atto una vigilanza attiva con l’aiuto delle istituzioni e dei Parchi con risultati ottimi, azzerando attacchi dei lupi suoi loro greggi. Occorre, come suggerisci, un’educazione eco-centrica che parte da lontano e che non riguarda solo il lupo, ma anche gli orsi o addirittura, su un piano umano, e tutto ciò che non riguarda la nostra cultura. Nella tradizione orale dell’Appennino, chi vuole andare nei boschi deve portarsi appresso un pezzo di specchio per proteggersi dal regle, il leggendario biscione ipnotizzatore, perché l’unico modo per difendersi da lui è riflettergli lo sguardo. Il pezzo di specchio è il simbolo della conoscenza che di fronte alla difficoltà sa come comportarsi e non ha la presunzione di eliminare, distruggere, annientare. Convivere con ciò che è altro da noi e ci mette in difficoltà è uno stimolo, una sfida importantissima che si deve portare avanti a livello culturale.

Il video che conferma la presenza dei lupi in Val Seriana, a Gandellino                      https://primabergamo.it/cronaca/il-video-che-conferma-la-presenza-dei-lupi-in-val-seriana-a-gandellino/

[1] Beschta R.L. e Ripple W.J., “River channel dynamics following extirpation of wolves in northwestern Yellowstone National Park, USA”

[2] Musiani M. e Paquet P.C., “The Practices of Wolf Persecution, Protection, and Restoration in Canada and the United States”

[3] Una cascata trofica è un processo ecologico che avvia un cambiamento all’apice della catena alimentare che genere un “effetto domino” su tutti i livelli sottostanti. Questo, per esempio, è quanto accaduto nel Parco Nazionale di Yellowstone (USA), dopo la reintroduzione del lupo nel 1995. Studi a riguardo:

·         Beschta R.L. e Ripple W.J., “Wolves, trophic cascades, and rivers in the Olympic National Park, USA”

·         Ripple W.J., Beschta R.L. et al., “Trophic cascades from wolves to grizzly bears in Yellowstone”

[4] La vegetazione ripariale è molto importante per la struttura del territorio, perché influenza la stabilità delle sponde di fiumi e ruscelli, modera i microclimi e la temperatura dell’acqua e, di conseguenza, il ciclo dei nutrienti e la correlata rete alimentare per molti animali terrestri e acquatici.

[5] Come i lupi cambiano i fiumi https://www.youtube.com/watch?v=bnN8f3Hcp9k

da qui