giovedì 31 agosto 2023

Il turismo di massa a Venezia e nel Veneto - Dante Schiavon


Finalmente (agosto 2023) è arrivata la raccomandazione dell’UNESCO affinché Venezia venga  inserita nella lista del “Patrimonio mondiale in pericolo”.

La motivazione: “non sarebbero state adottate misure  sufficienti per contrastare il deterioramento del sito dovuto in particolare al ‘turismo di massa’ e ai cambiamenti climatici”.

Ma quanta ipocrisia, da parte del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, nel  relazionarsi al richiamo dell’Unesco su Venezia e sugli effetti del turismo di massa, quasi lui contasse come il due di coppe quando la briscola è bastoni  in una partita politica in cui  da le carte da quasi vent’anni. 

E quanta  parzialità,  superficialità, quasi accondiscendenza nel racconto mediatico di quello  che il turismo di massa  sta arrecando e potrà arrecare all’ambiente, non solo a Venezia, ma in tutte le località di richiamo del Veneto.

E quanta apatica indifferenza nel fideistico corpus elettorale del Presidente Zaia verso  gli effetti di un nuovo capitolo del libro veneto sulla mercificazione delle risorse ambientali e storiche ereditate (Venezia, le Dolomiti) e sull’uso, consumo e gestione delle risorse naturali (cementificazione del suolo, inquinamento dell’aria delle città venete, inquinamento delle acque sotterranee e di superficie per residui di pesticidi e di Pfas).  

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L’ultimo capitolo del libro veneto  sulla mercificazione delle risorse naturali, ambientali e storiche ereditate si intitola turismo industriale.

La turistificazione industriale è un processo poliedrico (ambientale, politico, economico,  culturale) portato avanti nel tempo, in più fasi e con più atti legislativi, accompagnati immancabilmente  dal linguaggio della propaganda.

Lo scopo finale di tale processo, a mio giudizio, è quello di usare il turismo industriale come una consistente leva economica che venga in soccorso dello  scricchiolante modello economico del Nord-Est  che, tra l’altro,  ha capannonizzato e ingrigito il paesaggio, la terra e la campagna veneta.

In questo percorso di mercificazione delle risorse la valorizzazione turistica si sta rivelando  una  valorizzazione monetaria, commerciale di singoli luoghi, esaltati da cartoline mediatiche prodotte anch’esse a livello industriale da  influencer e media e usate come specchietto per le allodole per nascondere la scomparsa del  paesaggio veneto  nella sua dimensione propriamente paesaggistica,  sempre più degradato e cementificato.

Venezia è un caso emblematico delle conseguenze ambientali e antropologiche del  turismo di massa: un  turismo industriale a cui viene affidato il compito di aumentare il PVL (Prodotto Veneto Lordo) messo in crisi dagli effetti della globalizzazione. 

Una strategia amministrativa e politica di cortissimo respiro, infiocchettata da gigantesche operazioni di marketing territoriale, che fa fuori l’essenza valoriale, ecologica, naturalistica, storica, antropologica  dei beni cosiddetti turistici. 

Non è un caso che in Regione Veneto la sezione “Strategia Regionale della Biodiversità e  dei Parchi”  sia finita sotto la Direzione Turismo: una forzatura istituzionale di senso e di significato, tipica di una politica arrogante e autoreferenziale, non incalzata da una efficace contro narrazione del sistema veneto

E non c’è solo Venezia in questo tritatutto industriale dei beni turistici.

Rispetto alla soverchiante urbanizzazione pedonale e marittima di Venezia cosa sta accadendo in altri siti Unesco della Regione?

Cosa  si sta facendo e cosa sta  facendo l’Unesco per non arrivare alla situazione limite di Venezia? 

Ad esempio, perché gli effetti sugli habitat faunistici e vegetazionali, in conseguenza dell’organizzazione di un evento sportivo globale, planetario,  come lo sono le XXV Olimpiadi Invernali,  non sono ancora stati oggetto di alcun richiamo da parte dell’Unesco?

Un evento la cui  traduzione operativa, urbanistica e logistica  sul  territorio alle pendici delle Tofane ha già comportato e sta comportando la creazione di nuove  piste, l’allungamento e rimodellamento con allargamento di quelle esistenti (anche in versanti soggetti a valanghe), la creazione di bacini idrici per l’innevamento artificiale, la creazione di nuovi impianti di risalita, di nuovi parcheggi, di nuove strade di accesso e raccordi fra piste da sci e fra strade di collegamento, la  riduzione di superfici  boscate, il taglio di centinaia di alberi, la riduzione di superfici  a prato o a pascolo:  tutte “azioni”  che hanno già determinato un consumo di suolo di circa 40 ettari, a cui si vorrebbe (le “intenzioni”) aggiungere la costruzione di una anacronistica pista da bob a spese anche  di  un lariceto secolare.

E cosa  potrà accadere in un prossimo futuro  in un altro sito dichiarato Patrimonio dell’Umanità: le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.

Cosa c’è di diverso, rispetto al sovraffollamento antropico fuori controllo di Venezia, in un’area vitivinicola già soggetta a importanti fenomeni di erosione  per  quello che potrà accadere a seguito di mega operazioni  di marketing territoriale che possono portare ad un aumento del flusso turistico  dagli attuali 400.000 visitatori al loro raddoppio in 5 anni?

Non bisogna essere dei geni per comprendere la  compromissione urbanistica e ambientale che comporterebbero nuove infrastrutturazioni (strade, parcheggi, nuove strutture ricettive, ecc.) in un’area collinare e boschiva, relativamente ridotta  e idrogeologicamente fragile. Certo, la consapevolezza sulle caratteristiche dei luoghi che si amministrano nasce dalla conoscenza della loro geografi”.

Una consapevolezza che chi amministra la Regione non può acquisire solo  attraverso  un debordante presenzialismo sui social e alle  sagre,  facendosi immortalare per l’ennesimo brindisi  con le bollicine.  

In un’area, quella del Prosecco, in cui l’espansione  imperialistica della Glera e l’uso intensivo della chimica di sintesi avevano già fatto vacillare la decisione dell’Unesco circa l’esito positivo della candidatura a Patrimonio dell’Umanità.

Un’indecisione che l’Unesco ha risolto stilando 14 prescrizioni su cui  però   non sembra minimamente preoccupata di vigilare. 

Cosa c’è di diverso, nella sostanza e non nella forma, rispetto a Venezia?

Forse i tempi in  cui  potrà materializzarsi una situazione off limits come quella di Venezia?

Cosa c’è di diverso, da non meritare un richiamo dell’Unesco,  nelle leggi regionali del Veneto che riguardano i siti Patrimonio dell’Umanità  presenti in regione?

Leggi regionali che consentono, in un caso, nell’area delle Colline del Prosecco, di urbanizzare l’area agricola  dei vigneti ampliando, a scopo ricettivo, fino a 120 metri cubi  le vecchie casere  e, nell’altro caso, nell’area delle Dolomiti, dì costruire, parificandole ai rifugi alpini, delle strutture ricettive di lusso (le chiamano “stanze panoramiche”) oltre i 1600 metri di altitudine.

Il turismo industriale modello balneare non è sostenibile, tanto meno nelle aree Unesco, perché provoca l’asfissia culturale, ambientale, economica e antropologica dei siti.

Alla valorizzazione  turistica dei luoghi vanno posti dei limiti invalicabili che riguardano la loro  conservazione, manutenzione e la gestione controllata e contingentata dei flussi (si tratti di Venezia, delle Dolomiti, delle Colline del Prosecco).

Va fermata ulteriore urbanizzazione, ulteriore cementificazione.

Va fermata  la folle corsa pubblicitaria del marketing territoriale social tenendo conto della  capacità di assorbimento antropico del luogo pubblicizzato e del suo contesto paesaggistico-ambientale e, soprattutto, della qualità di vita  dei residenti.  

La  valorizzazione turistica dei luoghi   naturali  o storico-artistici  non può essere oggetto di ulteriori pianificazioni infrastrutturali  e di business che potrebbero abbassare il  pregio naturalistico, storico-artistico, estetico e attrattivo dei luoghi e compromettere il tessuto  antropologico delle comunità residenti:  è sempre  una questione di “limiti”, un concetto difficile da assimilare, ma drammaticamente vitale per la sopravvivenza degli ecosistemi, della stessa economia dei luoghi nel lungo periodo,  dei sistemi di vita delle popolazioni locali. 

Non si riflette abbastanza sugli effetti del turismo di massa sul precario equilibrio antropologico delle comunità che vivono nei siti turistici: il dramma turistico  di Venezia è  lì a ricordarcelo. 

E sono aspetti essenziali da inglobare nella nostra visione di un futuro per questi luoghi che non possono essere assimilati a  delle zone industriali a cielo aperto  in funzione del PVL (Prodotto Veneto Lordo).

La risorsa turismo in certi luoghi va maneggiata con cura, va centellinata e può dare il suo contributo all’economia  dei territori, ma non può degenerare  in un turismo di massa indifferente alla  capacità di assorbimento antropico, alla tutela dei paesaggi e alla salvaguardia dello  spirito identitario delle comunità interessate dai flussi turistici.

Rispetto  ai fatturati del turismo modello balneare, che compromettono nel medio-lungo periodo  la risorsa ambientale, la gestione controllata dei flussi turistici quasi certamente avrà dei ritorni  economici  più contenuti (e sostenibili nel tempo),  ma potrebbe  anche rendere fertile  un terreno su cui attecchiscono nuovi desideri/aspirazioni  di appartenenza alle  comunità e  assecondare così, unitamente a misure di incentivazione economica e sociale,  un processo di ripopolamento residenziale, sia del centro storico di Venezia e sia delle aree interne del Veneto (i borghi e i paesi  di montagna e di collina) che stanno vivendo una fase di lento spopolamento. 

Dante Schiavon, socio GrIG – Veneto

 

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mercoledì 30 agosto 2023

Il modello che si nasconde dietro il "Greenwashing urbano" - Gilberto Trombetta

Dietro il greenwashing urbano (ZTL e città in 15 minuti) si nasconde una feroce lotta di classe contro la classe media e i ceti più poveri della popolazione che fa crescere il fenomeno della gentrificazione e della ghettizzazione delle città.


Senza contare che questi provvedimenti rappresentano una palese violazione del diritto alla libera circolazione nel territorio della Repubblica previsto dall’art. 16 della Costituzione.


Ovviamente il problema, tanto per cambiare, nasce a Bruxelles, cioè nasce dalla nostra adesione all’Unione Europea.


In questo caso perché siamo sotto procedura di infrazione per violazione delle direttive comunitarie (96/62/CE, 1999/30/CE, e 2008/50) sulla salubrità dell’aria, specificatamente per le emissioni di biossido di azoto.


Il problema, come sempre quando si parla d’Italia, è che alle storture e ai problemi derivanti dal vincolo esterno (cessione di sovranità a UE ed Eurozona) si aggiunge l’ancora più grave problema del vincolo interno.


E cioè dalla pervicacia con cui la nostra classe dirigente, quindi anche politica, si ostina a prendere decisioni sempre e comunque peggiorative per la qualità di vita dei cittadini italiani.


Infatti l’Unione Europea in questo caso non dice quali misure dobbiamo adottare. Non ci ha chiesto l’istituzione di ZTL allargate. Né, tantomeno, ci ha chiesto l’implementazione dell’orwelliano sistema Mo-Ve-In. Cioè del sistema delle quote chilometriche annuali. Che è quindi un’invenzione tutta della nostra attuale classe politica.


Inoltre bisogna dire che anche il “fate presto” nel nome del “ce lo chiede l’Europa!” non è credibile alla luce del fatto che a oggi nessuno stato membro è stato mai sanzionato per la violazione di queste direttive e che comunque nessuno ha mai pagato un euro di multa.


Insomma i politici italiani potrebbero (e dovrebbero) scegliere altre strade per migliorare lo stato della mobilità urbana.


Primo tra tutti – come non ci stancheremo mai di ripetere – investire per migliorare e aumentare le possibilità di trasporto alternative. A partire ovviamente dal trasporto pubblico che in moltissime città italiane è semplicemente a livello di un Paese del terzo mondo (per la cronica mancanza di investimenti infrastrutturali, di mezzi, di personale e di manutenzione – questi sì perché ce li impone la UE).


Allargare a dismisura le zone a traffico limitato, rendere l’accesso in città a pagamento, impedire alle persone di utilizzare il proprio mezzo di trasporto ha quindi due soli risultati: la progressiva gentrificazione dei centri urbani e la nascita di tanti piccoli ghetti dove confinare i meno abbienti (classe media e ceti più poveri).


Con gentrificazione si intende il fenomeno attraverso il quale con l’aumento dei costi della vita si allontanano appunto le classi meno agiate dai centri città e dalle città in particolare.


Altro che città in 15 minuti. Rinchiudere la popolazione in quartieri ghetto dove mancano tutti o quasi i servizi essenziali è evidentemente una forma di lotta di classe dall’alto verso il basso.


Lo spiega perfettamente David Harvey - professore di antropologia al Graduate Center of the City University of New York che si occupa di economia politica e geopolitica - nel suo libro “Il capitalismo contro il diritto alla città”.


«Gli effetti della crescente polarizzazione della distribuzione della ricchezza e del potere sono indelebilmente impressi nelle forme spaziali delle nostre città, costituite sempre più da luoghi fortificati, da comunità chiuse e da spazi pubblici privatizzati tenuti sotto continua sorveglianza. [...]


In particolare nel mondo in via di sviluppo, la città si sta dividendo in parti distinte, con l'apparente formazione di molti 'micro-stati'.


Quartieri agiati provvisti di ogni tipo di servizi, come scuole esclusive, campi da golf e da tennis, polizia privata di pattuglia 24 ore su 24, sono a stretto contatto con insediamenti illegali dove l'acqua è disponibile solo presso le fontane pubbliche, dove non esiste un servizio igienico-sanitario, l'elettricità è ottenuta illegalmente solo da pochi privilegiati, le strade diventano fiumi di fango ogni volta che piove e coabitare è la norma.


Ogni frammento sembra vivere e funzionare autonomamente, tenendosi stretto quanto è riuscito ad afferrare nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. In queste condizioni, gli ideali di identità, di cittadinanza, di appartenenza e di una politica urbana coerente, già minacciati dal diffondersi epidemico dell'etica individualista, diventano molto più difficili da sostenere».


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martedì 29 agosto 2023

E se non fosse stato il Giappone (ma la Cina) ad aver versato l'acqua radioattiva in mare? - Francesco Fustaneo

 

Mentre in Giappone aveva inizio lo sversamento in mare di acqua radioattiva trattata dalla centrale nucleare di Fukushima, la campagna di propaganda europea, iniziava martellante a rassicurare la pubblica opinione occidentale sulla bontà dell'operazione e sulla sicurezza della stessa sulla base del mantra che l'Agenzia Internazionale per l'energia atomica (AIEA) abbia dato il suo benestare.

Ma andiamo con ordine: nel sito dell'impianto nucleare colpito dal maremoto del marzo 2011, vi sono più di mille serbatoi contenenti circa 1,34 milioni di tonnellate di acqua trattata, di cui si prevedeva l'arrivo alla loro capacità massima già nel 2024. Da qui la decisione del gestore della centrale, la Tokyo Electric Power (Tepco) di diluire il liquido con acqua di mare, rispettando i limiti consentiti dalle norme di sicurezza giapponesi, per poi avviare lo scarico tramite un tunnel sottomarino ubicato a un chilometro dal sito. Il tutto sotto le rassicurazioni della Tepco che intende monitorare le sostanze radioattive nelle acque vicine alla centrale. In merito, l'Agenzia Internazionale per l'energia atomica ha stabilito che il piano di scarico è in linea con gli standard globali di sicurezza e che lo stesso avrebbe un impatto “trascurabile” sugli uomini e sull'ambiente in generale.

La decisione è stata contestata sia da diversi paesi asiatici, a partire dalla Cina che dopo aver accusato di “egoismo e irresponsabilità ambientale” il Giappone, ha subito imposto il divieto di importazione di pesce nipponico, che per inciso continuerà invece a essere importato nei mercati europei.

Anche in Corea del Sud le proteste sono stati veementi e in particolari le opposizioni politiche hanno contestato duramente il piano giapponese:diverse le manifestazioni organizzate nelle città coreane e notizia recente è l'arresto di quattordici attivisti che hanno tentato di irrompere nella sede dell'ambasciata giapponese a Seul.

Ma anche nello stesso Giappone non sono mancate le critiche, a iniziare da quelle mosse dai pescatori e dagli operatori del settore ittico che ovviamente temono di essere economicamente penalizzati dalla scelta; non sono inoltre mancate le proteste a Fukushima, così come  in altre città giapponesi e ovviamente  non poteva mancare la mobilitazione delle associazioni ambientaliste.

Se quanto il Giappone sta facendo, per motivi di vicinanza geografica in Asia continentale è assai dibattuto e ovviamente altamente osteggiato, invece da noi la questione ambientale e personaggi mediatici strumentalizzati come Greta Thunberg, sono risultati a questo giro non pervenuti.

In sostanza nei giornali e nei salotti televisivi di casa nostra, si è fatto passare l'operazione, nonostante per dimensioni non abbia precedenti, come una cosa normalissima, altamente sicura e come se fosse un diritto acquisito delle autorità giapponesi, giustificato da una unanimità dei consensi della comunità scientifica sulla questione, che per inciso non esiste né è mai esistita.

Qualora il buon senso non bastasse per capire che quella autorizzata da Tokio è semplicemente l'operazione più facile e meno costosa, occorrerebbe ricordare che sono diverse ( e sicuramente non marginali) le personalità e gli enti che sia in ambito scientifico sia dal punto di vista del “diritto” si sono fermamente opposti allo sversamento in acqua.

Iniziamo col citare Ferenc Dalnoki-Veress, professore a contratto presso il Middlebury Institute of International Studies di Monterey, in California, e scienziato presso il James Martin Center for Nonproliferation Studies. È membro del gruppo di esperti indipendenti che forniscono consulenza al Forum delle Isole del Pacifico sulle questioni relative a Fukushima .

Nel 2022, proprio il Forum delle Isole del Pacifico, che rappresenta i governi dell'Oceania, lo ha nominato me insieme ad altri quattro scienziati indipendenti con diverse esperienze tecniche e competenze in ecotossicologia, fisica delle radiazioni, biologia marina, oceanografia e analisi dei dati sui radionuclidi, come membro di in un comitato consultivo di esperti per valutare i risultati scientifici e le informazioni dal Giappone sul previsto rilascio di acque reflue da Fukushima Daiichi.

Secondo lo scienziato, il Giappone dovrebbe istituire immediatamente una task force per considerare più seriamente i benefici e i costi di un’opzione concreta, anche mediante un progetto di ricerca coordinato con l'AIEA.

“Con gli ecosistemi marini già messi a dura prova dall’inquinamento, dallo sfruttamento eccessivo e dagli impatti dei cambiamenti climatici, iniziative come quella di Fukushima vanno contro gli obiettivi del Decennio per le scienze oceaniche delle Nazioni Unite in corso – afferma-  Considerati i diversi stress indotti dall’uomo che colpiscono oggi gli oceani, è impossibile sapere esattamente cosa accadrà con l’acqua contaminata immessa nel Pacifico. Il detto secondo cui la diluizione è la soluzione all’inquinamento non è coerente con l’ambiente oceanico”.”

Si oppone allo sversamento dell’acqua contaminata anche l’U.S. National Association of Marine Laboratories (NAML), che riunisce un centinaio di istituzioni scientifiche americane che si occupano di ambiente marino, secondo cui il piano proposto “è una questione transfrontaliera e transgenerazionale che pone preoccupazioni per la salute degli ecosistemi marini e delle persone che da essi dipendono”.

Come ricorda l'associazione ambientalista Greenpeace “ l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha approvato i piani di rilascio dell’acqua contaminata ma non ha indagato sul funzionamento del sistema di trattamento ALPS e ha completamente ignorato i detriti di combustibile altamente radioattivi che si sono fusi e che continuano ogni giorno a contaminare le falde acquifere (quasi 1.000 metri cubi ogni dieci giorni). Inoltre, il piano di rilascio dell’acqua contaminata non ha incluso una completa valutazione di impatto ambientale, come richiesto dagli obblighi legali internazionali, dato che esiste il rischio di significativi danni transfrontalieri ai Paesi vicini. Anche se l’IAEA non ha il compito di proteggere l’ambiente marino globale, non dovrebbe incoraggiare uno Stato a violarlo.”

A questo giro poi in silenzio sono stati anche i tutori dei diritti umani: di fatti nessuno di loro ha ricordato che nell'aprile del 2021 gli stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, così come i relatori speciali delle Nazioni Unite, si sono opposti e hanno criticato duramente i piani del Giappone: “Il rilascio di un milione di tonnellate di acqua contaminata nell’ambiente marino impone rischi considerevoli al pieno godimento dei diritti umani delle popolazioni interessate dentro e oltre i confini del Giappone”, hanno affermato gli esperti indipendenti nominati dal Consiglio per i diritti umani. “

Diversi esperti hanno poi sottolineato come i piani di scarico dell’acqua contaminata ignorano la risoluzione 48/13 del Consiglio per i diritti umani, che nel 2021 ha sancito il diritto ad avere un ambiente pulito, sano e sostenibile.

Il Giappone inoltre avrebbe violato quanto sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite per il Diritto del Mare (UNCLOS) per proteggere l’ambiente marino, compreso l’obbligo legale di condurre una valutazione di impatto ambientale completa degli scarichi nell’Oceano Pacifico, dato il rischio di significativi danni transfrontalieri ai Paesi vicini, come ricorda Duncan Currie, avvocato con trentennale esperienza in diritto internazionale e diritto ambientale.

Di parere affine l’avvocato giapponese, Totsuka Etsuro che ricorda come il Giappone, in qualità di paese firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e di altre convenzioni internazionali relative, ha il dovere di osservare queste norme. “Portare avanti con ostinazione il piano di scarico dell’acqua contaminata rappresenta una violazione degli obblighi previsti dalle convenzioni “ afferma.

Totsuka Etsuro ha specificato che l’articolo 192 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce che gli stati hanno l’obbligo di proteggere e preservare l’ambiente marino. “Il paragrafo 3 dell’articolo 194 stabilisce il dovere di limitare al massimo il versamento di sostanze tossiche, dannose o nocive provenienti da fonti terrestri. Riversare in mare acqua contaminata dal nucleare contenente sostanze radioattive rappresenta una violazione delle disposizioni dei suddetti articoli.”

Opinione del sottoscritto è che il tentativo di politica e media di rendere appetibile all'opinione pubblica lo sversamento a mare dell'acqua radioattiva trattata, sia stato avallato perché avviene ad opera del Giappone, stato allineato al blocco occidentale e alleato subalterno agli Usa in tema di politica estera.

Immaginate se a condurre un'azione di questo genere fossero stati la Russia, l'Iran, la Corea del Nord o la Cina: avremmo avuto interminabili cori indignati nei talk show, prime pagine e trasmissioni televisive che aprono con servizi che condannano lo sversamento “inquinante”, con tanto di interrogazioni parlamentari al seguito.

 

Fonti:

https://asia.nikkei.com/Opinion/It-is-not-too-late-for-Japan-to-change-course-on-Fukushima-water?fbclid=IwAR2KeNn9EPwTYPrGLeWwCuLFvHy70xJPUJ_G_Gjuk_eriuCsJjosdfhQDbs

 

https://www.middlebury.edu/institute/news/can-scientists-stop-japan-dumping-fukushima-water-ocean?fbclid=IwAR0zCRMsxRlNLd3_aYt4dUDkmnn844JSjADBMXrg32t3I4kxAYxnRMDW0u8

 

https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/18699/greenpeace-critica-lo-scarico-in-mare-dellacqua-contaminata-dalla-centrale-nucleare-di-fukushima/

 

https://www.ohchr.org/en/press-releases/2021/04/japan-un-experts-say-deeply-disappointed-decision-discharge-fukushima-water?LangID=E&NewsID=27000

 

https://www.koreatimes.co.kr/www/nation/2020/07/371_285553.html

 

https://italian.cri.cn/2023/08/02/ARTI27TJmh0FZ5dPiMbWI6cX230802.shtml

da qui

lunedì 28 agosto 2023

Che cos’è Bologna - Ivan Carozzi

 

 

La trasformazione del capoluogo emiliano raccontata attraverso un incontro notturno, la mostra di Muna Mussie al MAMbo e il film This Is Bologna.

 

Siedo tra i tavoli esterni di un bar di Bologna, in compagnia di un amico e un’amica. È una calda notte di un giorno infrasettimanale di giugno, la città ormai è vuota e beviamo un amaro e due americani sotto il portico illuminato dai neon. Uno sconosciuto, a occhio e croce sulla sessantina di anni abbondante, si avvicina al tavolo barcollando e, saltando le presentazioni, ci affronta con una domanda. “Tom Waits o Robert Wyatt?”. “Robert Wyatt”, rispondo. Lo sconosciuto, chissà perché, è risentito. Non si degna di commentare la risposta.

È ubriaco e vuole unirsi al gruppo. Forse è offeso perché i suoi gusti propendono per il cantautore dalla voce roca Tom Waits, o forse, ipotesi che mi sembra più probabile, lo sconosciuto è saturo di quella vena polemica e di quello spirito di contraddizione che spesso s’impadroniscono di chi ha bevuto troppo. Per via della barba lunga e dei capelli bianchi e arruffati, e degli occhi a palla e azzurri iniettati di sangue, sulle prime ho l’impressione che si tratti di un clochard erudito, in ogni caso di qualcuno che è in cerca di un pretesto per attaccare bottone. Il pretesto è una sfida giocata sul filo di colte preferenze musicali che affondano nella storia del rock. Quando poi l’uomo tira fuori dal portafoglio una carta di credito e reclama il proprio diritto a bere un drink e a sedersi al nostro tavolo, mi accorgo che in realtà potrebbe non essere un clochard.

È ancora la città paradossale dei calembour e delle scritte dotte e argute lasciate sui muri o si è trasformata in un luogo sempre più costoso, instagrammabile, foodificato?”

Forse è una delle tante figure eccentriche che popolano il centro di Bologna e il cui cuore batte fra i muri color senape e i pilastri tipicamente imbrattati da invettive (“12 anni di psicoanalisi, droga borghese per frustrati e violenti”), aforismi e caustiche storielle surreali scritte a pennarello. Uno dei due amici seduti al tavolo prende l’iniziativa e chiede allo sconosciuto di nominargli tre musicisti, non di più, che a suo parere meriterebbero di varcare le porte del paradiso, ma lo sconosciuto si rifiuta di rispondere, non apprezza l’invito a giocare, come se spettasse soltanto a lui il diritto di fare domande. Si sente un dio. Tanta distinzione e scontrosità mi ricordano il temperamento proverbialmente polemico di un famoso artista bolognese, lo scrittore e fumettista Filippo Scozzari. Quindi lo sconosciuto alza la posta e chiede, con voce stentorea e sbiascicata: “Paolo Poli o Vittorio Gassman?”.

Non riesco a capire se lo sconosciuto sia uno straniero (per qualche secondo mi viene il sospetto che sia un americano trapiantato a Bologna, come a suo tempo lo furono i musicisti Mike Patton e il povero Philippe Marcade, appena scomparso) o se sia invece un italiano che parla con un accento molto specifico, forse originario di qualche remota valle alpina, magari arrivato a Bologna nei lontani anni Settanta (magari un “facocero del DAMS”, espressione usata, mi pare, da Stefano Tamburini) o approdato nei tondelliani anni Ottanta e mai più ripartito. “Vittorio Gassman”, rispondo. In quel momento un fragore proviene dalla strada, come un mucchio di ferraglia e lamiere precipitato dal cielo e caduto di schianto sull’asfalto. Quel fracasso improvviso probabilmente aziona una leva nel cervello pieno di alcol dello sconosciuto e smuove così un ricordo, associato al rumorismo praticato da una vecchia band industrial berlinese, gli Einstürzende Neubauten, un tempo famosi per l’uso dei martelli pneumatici come strumento musicale. Lo sconosciuto, infatti, con aria di sfida ci rivolge una terza domanda: “Einstürzende Neubauten”, dice, “prima o dopo la caduta del muro di Berlino?”. Intende chiederci se preferiamo i primi Einstürzende Neubauten o quelli successivi, degli anni Novanta.

Sono quasi le due di notte. Il barista s’intromette nello scambio e ci avverte che il locale sta chiudendo, così poco dopo ce ne andiamo tutti, lo sconosciuto da un lato del portico, io e gli altri due amici nella direzione opposta. Prima di salutarci, però, ecco un’altra visione: in strada un grosso ratto si muove fulmineo sotto la luce arancione dei lampioni, facendo la spola tra due luridi bidoni della spazzatura, secondo traiettorie che sembrano illogiche, ma che dovranno pur avere un senso e una ragione. Il topo e l’ubriaco mi sembrano entrambi manifestazioni di un unico genius loci bolognese, che forse presto una macchina riuscirà a catturare e prevedere grazie all’analisi di una montagna di numeri, dati e metadati.

Quando Pasolini afferma che dentro le vecchie case di Bologna abitano ‘gli stessi che ci abitavano prima’, sta dicendo che il PCI ha protetto la città da ciò che molti anni più tardi chiameremo ‘gentrificazione’.

Il giorno dopo mi risveglio col mal di testa, ancora stupito dal doppio incontro notturno avvenuto in una traversa della centrale via Indipendenza. Mi tocca ammettere di non essere più molto abituato all’imprevisto e alle apparizioni, vivendo da molto tempo a Milano, città ricca di eventi, ma povera di casualità e mistero. Se penso alle apparizioni a cui ho assistito da quando vivo a Milano, non mi viene in mente granché. Forse la volta in cui, seduto in un bar di via Abbondio Sangiorgio, ho chiesto a un tale di passarmi il Corriere della Sera e quel tale, in occhiali da sole, era Fabio Concato, l’autore di Domenica bestiale. Forse la notte in cui vidi sul tram numero 2 una ragazza dall’aria timida e traumatizzata, seduta accanto alla madre che la teneva per mano. La ragazza era una lattea e biondissima albina africana, che come tale, stando a quanto avevo letto una volta su un settimanale, poteva avere subito in passato qualche forma di persecuzione o poteva aver sofferto lo scherno e la derisione dei compagni di classe. Ma che città è, invece, Bologna? È ancora la città paradossale dei calembour e delle scritte dotte e argute lasciate sui muri (“Vacillo tra un pensiero leopardiano ed hegeliano”, su un muro di via Parigi) o si è trasformata in qualcos’altro, in un luogo sempre più costoso, instagrammabile, foodificato, spersonalizzato e vocato allo shopping, come lo sono diventati certi quartieri di Roma, di Milano e molti borghi turistici e luoghi di villeggiatura?

Proprio come sta capitando tra gli abitanti di altre città italiane e del mondo, ho la sensazione che anche i bolognesi si stiano interrogando sul presente e il futuro della loro città. Me ne sono accorto osservando e ascoltando (e anche leggendo per strada la frase stampata sui manifesti di una campagna di adbusting: “Questa città non è un albergo. Diritto alla città”). Ma voglio provare ad approfondire la riflessione, a partire da una mostra dell’artista Muna Mussie, che racconta una storia inerente un’epoca non troppo lontana, e dal film in dieci episodi This Is Bologna, scritto e prodotto da Opificio Ciclope, che invece riguarda un passato/presente.

Bologna St.173. Un viaggio a ritroso. Congressi e Festival Eritrei a Bologna è il titolo di una mostra inaugurata a giugno 2023 nella project room del museo MAMbo di Bologna. Muna Mussie, insieme alla curatrice Francesca Verga, ha recuperato da più archivi una serie di foto, video, volantini e documenti di varia natura. Raccontano una vicenda molto particolare, di cui si può dire che si fosse persa la memoria. È la storia dei Festival eritrei che si sono tenuti a Bologna, in estate, per quasi venti anni, ininterrottamente dal 1972 al 1991. Centinaia di uomini e donne della diaspora eritrea convergevano a Bologna da mezza Europa, con le loro complessioni snelle, la naturale e sconcertante eleganza delle fisionomie, gli occhi scuri, accesi e spesso curiosi di tutto, che ha chi si ritrova per qualche giorno sbalzato in un luogo che non conosce. Lo si intuisce guardando alcune delle foto alle pareti. A Bologna s’incontravano per discutere e sostenere la lotta per l’indipendenza dell’Eritrea dall’Etiopia. La lotta per l’indipendenza era guidata dal Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo (FLPE), un movimento di emancipazione di stampo marxista e apparentemente caratterizzato da un insolito protagonismo femminile, documentato nelle foto in mostra.

Le foto esposte nella project room del MAMbo – insieme ai video in VHS recuperati da Mussie, molti dei quali furono girati dall’operatore freelance e documentarista bolognese Giorgio Lolli – ci mostrano le facce e i corpi della diaspora africana, radunati all’interno di tensostrutture e sui palchi allestiti con il supporto dell’amministrazione bolognese e della regione Emilia-Romagna. Sarebbe fin troppo facile cedere al fascino guerrigliero del marxismo africano e degli eritrei e delle eritree del FLPE. Forse il passaggio più significativo (e a suo modo toccante) della mostra sono le lettere scambiate fra gli organizzatori eritrei delle varie edizioni del festival e i due sindaci comunisti e un terzo post-comunista che si sono succeduti alla guida della città di Bologna. Da Renato Zangheri (1970-1983) a Renzo Imbeni (1983-1993) e Walter Vitali (1993-1999). Si tratta di comunicazioni, in realtà, poco più che formali e burocratiche, aperte in un’occasione da un “caro compagno”, che testimoniano la grandezza e diversità irripetibile del Partito Comunista Italiano (ed emiliano e bolognese), capace, trenta o quarant’anni fa, della volontà politica necessaria ad accogliere, anno dopo anno, migliaia di esuli eritrei, aprendo loro le porte della città e mettendo disposizione spazi, mezzi e servizi.

Al centro della project room, sul pavimento della sala, è stato steso l’ingrandimento di un dettaglio della cartina di Asmara, capitale dell’Eritrea. La mappa mostra ai piedi del visitatore il lungo tratto nero della Bologna street che dà il titolo alla mostra di Muna Mussie. La presenza in Asmara di una strada dedicata alla lontanissima Bologna, prova l’esistenza di un legame speciale e non coloniale tra una città comunista della pianura padana e un paese del corno d’Africa. Mussie sottolinea il valore di questo rapporto mediante la posa di una polvere argentata sopra la traiettoria di Bologna street segnata sulla mappa, così come un filo argentato ricama affettuosamente alcune vecchie pagine del Resto del Carlino, incorniciando l’articolo dove si dà notizia dell’arrivo delle folle eritree. A monte di questa vicenda di scambio e fratellanza, ci fu quindi, negli anni Settanta e Ottanta, l’impresa di una classe dirigente che ha segnato la storia e la vita di Bologna. Eppure, paradossalmente, il PCI venne combattuto non solo dai suoi avversari di destra e centro, ma anche dalla sinistra extraparlamentare del periodo, che spesso non si limitò a contestare e criticare il PCI, ma lo detestò e lo volle odiare.

Volendo, il lavoro di Muna Mussie dialoga con un particolare di una vecchia opera esposta in un’altra sala del MAMbo. È il celebre dipinto I funerali di Togliatti, opera del 1972 del comunista Renato Guttuso. Nella folla dei partecipanti al corteo funebre in onore del segretario comunista Togliatti, oltre ai militanti comuni, e poi, tra gli altri, Leonid Breznev, Gian Carlo Pajetta, Elio Vittorini e Jean Paul Sartre, troviamo anche l’attivista afroamericana Angela Davis, con la chioma afro che sfiora le tempie dell’attore Edoardo De Filippo.

Sul PCI alla guida dell’amministrazione di Bologna ha pronunciato un giudizio particolarmente lucido il bolognese di nascita Pier Paolo Pasolini, in occasione di una lezione tenuta in un liceo scientifico di Lecce, nell’ottobre del 1975, una decina di giorni prima di morire all’Idroscalo di Ostia. “Che ruolo hanno avuto i comunisti a Bologna? Hanno avuto una funzione conservatrice”, disse Pasolini,

hanno conservato il centro storico, hanno fatto in modo che la conservazione fosse fatta bene, hanno tenuto le case fuori e dentro così com’erano, le hanno rimesse a posto, rese moderne, quindi niente miseria, niente umidità, però ci abitano dentro gli stessi che ci abitavano prima. I rapporti sociali a Bologna, il tipo di vita bolognese, è ancora, come si dice un po’ retoricamente, a dimensione umana. I comunisti hanno svolto una funzione in fondo conservatrice […].

Attraverso una capriola dialettica, che ancora oggi ribalta gli schemi e il senso comune della sinistra, Pasolini riconosce al partito votato dagli operai e dalla borghesia progressista italiana una funzione in realtà “conservatrice”, ma positiva. Insomma, Pasolini invita a considerare il paradosso per cui gli effetti di un’azione conservatrice possono rivelarsi più socialmente avanzati dei presunti progressi della modernizzazione. E quando Pasolini afferma che dentro le vecchie case di Bologna abitano “gli stessi che ci abitavano prima”, sta in sostanza dicendo che il PCI ha protetto la città da ciò che molti anni più tardi chiameremo “gentrificazione”.

 

Ma che cosa resta della città che nel 1975 si prese le lodi e i complimenti di Pier Paolo Pasolini? La risposta probabilmente non sta in This Is Bologna, documentario a episodi di 75 minuti, partorito da una realtà bolognese nota come Opificio Ciclope. Ogni episodio è focalizzato sul racconto di una vicenda parziale e stravagante, di un’ossessione, di una figura umana particolare, di un business atipico o di un luogo marginale. Una voce narrante accompagna le immagini con un’intonazione da letteratura fantastica:

Gli autobus di Bologna non si fermano mai. Il Notturno 61 prima o poi arriva. ruggendo nell’afa silenziosa delle notti di agosto, fendendo la nebbia di febbraio […] Il suo percorso bustrofedico è un mulino di preghiera tibetana […] Non si verrà mai depositati nell’oscurità, troppo lontani dalla porta di casa.

Come un viaggiatore romantico del XIX secolo, This Is Bologna va in cerca dell’illusione, del mistero, del pittoresco, della rovina, del weird e del bizzarro felsineo. Ciò che è eventualmente diventata Bologna resta fuori campo, forse perché non è ritenuto di grande interesse. L’episodio d’apertura riguarda la vicenda di una donna che negli anni Ottanta, scavando sotto una casa di via Fondazza, trovò due cippi votivi che anticamente segnavano l’ingresso nel villaggio etrusco preesistente all’odierna Bologna. Seguono un racconto del mestiere dei vecchi barbieri, rimpiazzati da nuovi maestri del taglio, provenienti da remote regioni del mondo (“Nuove città sostituiscono le precedenti, un granello di sabbia alla volta”, commenta il voiceover) e poi le interviste alla titolare e a un cliente dell’ultimo cinema porno di Bologna, alternato alle voci di un gruppo di frequentatori del circolo LGBTQI+ del Cassero, inventori di un buffo gioco da tavolo. Il sottotitolo del film di Opificio Ciclope non lascia indifferenti: “Stiamo guardando qualcosa per l’ultima volta senza saperlo”. Ricorda l’incipit del romanzo Gli anni di Annie Ernaux:

Tutte le immagini scompariranno. La donna accovacciata che, in pieno giorno, urinava dietro la baracca di un bar al margine delle rovine di Yvetot, dopo la guerra, si risistemava le mutande con la gonna ancora sollevata e se ne tornava nel caffè; il volto pieno di lacrime di Alida Valli mentre ballava con George Wilson nel film L’inverno ti farà tornare […].

“Stiamo guardando qualcosa per l’ultima volta senza saperlo” e “Tutte le immagini scompariranno”. Il punto di vista di Opificio Ciclope non è amaro né apocalittico come ci si potrebbe aspettare. È lo sguardo non perturbabile dello stoico che accetta il mutamento e le sue leggi, mentre osserva con distacco e ironia l’inesorabile modificarsi del paesaggio, accogliendo ciò che di buono e saporito è nel nuovo e scoprendo fra le pieghe del tempo presente nuove apparizioni. A proposito di apparizioni. C’è un cortometraggio dimenticato di Bernardo e Giuseppe Bertolucci, tutto girato a Bologna.


 


Dura nove minuti e risale al 1989. Venne prodotto dall’Istituto Luce in occasione dei mondiali di Italia 90. Un gruppo di bambini gioca a nascondino e si rincorre tra le torri e piazza Maggiore, fino al santuario di San Luca, in una città completamente e assurdamente deserta, fino a quando all’imbrunire non spunta una banda di paese che suona l’Internazionale.

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domenica 27 agosto 2023

Vaccini a mRna: dal 2016 si sapeva dei danni provocati - Alberto Capece

 

Comprendo bene che il rischio è quello di sembrare noiosi aggiungendo alla vicenda pandemia – vaccini un altro elemento che  cancella la parola errore dalla massima parte della vicenda e ne fa invece sempre di più una sorta di storia criminale prodotta dai meccanismi perversi e dall’altrettanto perversa psicologia del neoliberismo. Adesso è saltato fuori quasi per caso che fin dal 2016 si sapeva che dosi ripetute di mRna causano danni significativi e permanenti al sistema immunitario, provocando una serie di effetti deleteri che vanno dalla tolleranza al virus fino al cancro. Questi effetti del trattamento con mRna sono già stati evidenziati nel 2016 e nel 2017 da articoli pubblicati sulla principale rivista medica statunitense Statnews, ma sembra che a nessuno sia importato nulla quando si è deciso di varare il grande affare dei vaccini. Né  si può dire che questi articoli siano sfuggiti all’attenzione dei ricercatori delle multinazionali dei sieri genici visto che essi derivavano dagli esperimenti che Moderna e BioNTech avevano condotto nella speranza di mettere a punto attraverso la tecniche a mRna un trattamento contro il cancro. 

Chiaramente gli effetti avversi di questa terapia erano stati gravemente sottovalutati, perché in casi di tumore allo  stadio terminale, è possibile sopportare effetti collaterali anche pesanti se questa è l’unica opzione di trattamento rimanente. Ma usare questa tecnica per realizzare vaccini da distribuire a gente perfettamente sana è un’ altra cosa, eticamente riprovevole per non dire che si tratta di un’azione criminale. E la rivista Statnews si è più volte confrontata con Moderna che è stata descritta come un’azienda dai prodotti discutibili  e con atteggiamenti da Rambo: due articoli affrontavano anche i pericoli della tecnologia e la sua tossicità in caso di uso ripetuto perché gli effetti collaterali  diventano più frequenti e pericolosi, con ogni dose. In un  articolo del 13 settembre 2016  Statnews delineava lo stile  di gestione dell’ Ad,  Stéphane Bancel, come suggerisce già il titolo: ” Ego, ambizione, confusione: dentro una delle startup più misteriose della biotecnologia”.  Nel testo si dice chiaramente ciò che ancora oggi si tende a nascondere, ovvero un avvertimento sui pericoli derivanti dall’uso ripetuto di mRna:

” I trattamenti più rivoluzionari che potrebbero sfidare il mercato multimiliardario delle terapie proteiche comporterebbero dosi ripetute di mRna per molti anni in modo che il corpo del paziente continui a produrre proteine ​​per tenere sotto controllo la malattia.”

” La consegna, ossia portare l’RNA nelle cellule, è da tempo un problema nel settore. Da sole, le molecole di RNA hanno difficoltà a raggiungere i loro obiettivi. Funzionano meglio se avvolti in un meccanismo di trasporto, ad esempio in nanoparticelle di lipidi. Tuttavia, queste nanoparticelle possono portare a pericolosi effetti collaterali, soprattutto se un paziente deve assumere dosi ripetute per mesi o anni.

Novartis ha abbandonato l’area correlata all’interferenza dell’RNA per motivi di tossicità, così come hanno fatto Merck e Roche”.

Dunque i problemi nell’uso di questa tecnologia erano noti tanto che alcune aziende farmaceutiche avevano abbandonato l’impresa, anche per i deludenti risultati nella cura dei tumori.

E la consapevolezza dei guai viene ribadita  da un ulteriore articolo del 2017 che rende conto di tutte le polemiche che sono oggi in campo anche se silenziate, vale a dire la tossicità delle nanoparticelle lipidiche necessarie per proteggere il filamento di Rna messagero che altrimenti rischierebbe di non riuscire a rimanere integro: “Moderna non è riuscita a far sì che la sua terapia avesse successo, come riferiscono ex dipendenti e dipendenti. La dose sicura era troppo bassa e iniezioni ripetute di una dose abbastanza forte da essere efficace hanno avuto effetti disturbanti sul fegato negli studi sugli animali”. 

Insomma per farla breve i difetti, le difficoltà  e i pericoli insiti in questa tecnologia erano già conosciuti quando si è deciso di formulare con questa tecnica vaccini da imporre a tutta la popolazione.  Rimane da comprendere perché questo sia potuto accadere, quanto si debba alla confusione menale, quanto all’arroganza di un sistema aziendale che ormai ha sostituito i poteri pubblici,  quanto a un disegno perverso. Questo sarà l’interrogativo anche politico del prossimo decennio.

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venerdì 25 agosto 2023

Il cavallo di Troia nei campi europei - Fabio Marcelli


L’hanno lasciato fuori dalle mura dietro le quali, per diversi decenni, in Europa s’era riusciti almeno in parte a difendere la bioversità, i saperi e il lavoro contadino, la qualità e la proprietà collettiva dei semi, il cibo sano, l’ambiente e la salute dall’assedio dei giganti del business agrochimico e dalle manipolazioni genetiche. Adesso, però, l’agricoltura e il sistema alimentare europeo rischiano di cedere a un nuovo più subdolo assalto di una deregulation che utilizza le nuove tecniche del genoma (NGT), il maquillage usato per introdurre i “nuovi” OGM, portando nei propri campi agricoli un cavallo di Troia che cela al suo interno il grimaldello per un’ondata di brevetti che serve a privatizzare sementi e varietà di piante, inquinando le coltivazioni esistenti, criminalizzando le resistenze dei contadini e mettendoli a rischio di ritorsioni legali. Le istituzioni dell’Unione Europea danno da tempo ampi segnali di apertura a questo nuovo assalto e a un sostanziale cambio di velocità nella colonizzazione dell’agricoltura continentale. Il governo italiano, quello che aveva cercato in modo goffo di cavalcare l’idea della sovranità alimentare distorcendone completamente il significato, si distingue adesso per la disponibilità a fare da apripista. Abbandona così una ventennale linea di fermezza sui controlli e i principi precauzionali: il recente ddl sulla siccità ha già sdoganato la sperimentazione in campo di nuove varietà vegetali biotech senza alcuna opposizione. Nel segnalare l’utilità dell’ottimo rapporto di Crocevia intitolato “Vita privata: i brevetti sui nuovi OGM e l’attentato alla biodiversità contadina“, l’articolo di Fabio Marcelli rileva le molte importanti contraddizioni che questa irresponsabile apertura alle pressioni e agli interessi dei quattro colossi agrochimici e sementieri mondiali (e di pochi altri soci) trova sul piano politico e giuridico con i trattati, le dichiarazioni e i pronunciamenti esistenti a livello internazionale. Quella che ha preparato l’inganno ispirato alla trovata di Ulisse per aggirare oltre vent’anni di resistenza agli OGM è una macchina da guerra. La macchina che antepone e contrappone l’accumulazione di denaro, profitti e capitale alla difesa della vita, perché poi la bioversità non è altro che la ricchezza della vita sulla terra. Non è mai stato e non sarà facile provare a incepparla, ma avere la consapevolezza che non esistono alternative al provarci e riprovarci è un primo passo importante. Per esempio, duecento milioni di contadini sparsi in ogni angolo del mondo, quelli raccolti nella Via Campesina – prima e dopo Seattle, dove l’opposizione agli Ogm fu uno dei temi fondativi – ci sono andati abbastanza vicino e, in parte, ci sono anche riusciti. Sarebbe sciocco cessare di coltivare la speranza, che per molti versi, poi, è proprio la vita che si difende.


È a tutti evidente il ruolo cruciale dell’agricoltura, settore primario dell’economia, strategico da vari punti di vista, come la sovranità alimentare, la salute e l’ambiente. Basti pensare al suo rapporto, attualmente del tutto negativo e perverso, colla questione ambientale, non solo per gli aspetti tradizionali legati all’abuso di fitofarmaci e pesticidi, ma anche per il suo apporto al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità, nonché per costituire lo scenario del più forte e selvaggio sfruttamento della forza-lavoro, spesso di origine migrante e quindi ancora più vulnerabile e ricattabile e infine per l’essenziale problematica dell’alimentazione e quindi della salute di ciascuno di noi.

Da  tutti questi decisivi punti di vista appare essenziale mantenere il controllo sulla produzione agricola mediante un ambito sociale ad esso dedicato che non subisca a sua volta il dominio e le imposizioni della finanza e sia in grado di gestire autonomamente il processo tecnologico che, nel settore in questione più che in altri, presenta aspetti estremamente problematici, che divengono sempre più tali alla luce delle incessanti scoperte che si verificano nell’ambito della biologia e di altri campi della scienza. Adottando tale approccio risulta di primaria importanza la questione dei diritti degli agricoltori, cui è stata dedicata, quasi cinque anni fa, un’importante Dichiarazione adottata nell’ambito delle Nazioni Unite (Dichiarazione delle Nazioni Unite per i Diritti dei Contadini e di altre Persone che lavorano nelle Aree Rurali – ARI (assorurale.it)).

A fronte di tale sua importanza appare davvero sbalorditivo il disinteresse della classe politica. Mentre per Draghi si trattava dì questione di gran lunga secondaria a fronte delle tematiche attinenti alla finanza e alla difesa, Giorgia Meloni ne ha affidato la cura a Francesco Lollobrigida, il quale per il momento pare essersi limitato a ribattezzare il Ministero di sua competenza in Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Si sarebbe tentati di ravvisare in questa innovazione terminologica la solita fuffa priva di una qualsiasi sostanza.

Una buona occasione per stabilire se i nostri sospetti siano o meno degni di accoglimento è costituita dall’annosa faccenda degli organismi geneticamente modificati (OGM)  in agricoltura. È infatti evidente a chiunque come l’introduzione, sia pure sotto mentite spoglie, di tali organismi, da tempo agognata da buona parte della politica e delle burocrazie europee a supporto delle imprese sementiere che dominano il mercato globale, significherebbe tra l’altro il definitivo abbandono di ogni sovranità alimentare, consegnando il controllo delle sementi, che ne costituisce una delle chiavi fondamentali, alle multinazionali che ne detengono l’esclusiva. Per altri versi è altresì noto come gli OGM presentino varie criticità dal punto di vista ambientale, costituendo una vera e propria bomba a orologeria contro la biodiversità. Non sarà inutile sottolineare, a tale proposito, lo strettissimo legame esistente fra struttura di classe della produzione agricola, con particolare riguardo ai suoi metodi, fattori e strumenti, da un lato, e nocività ambientale della stessa.

 

Vita privata: i brevetti sui nuovi OGM e l’attentato alla biodiversità contadina

Il Rapporto di Crocevia. Con 140 brevetti sui nuovi OGM, le multinazionali sono in prima fila per privatizzare l’agricoltura europea a scapito della qualità del cibo e dei diritti dei contadini

Una lettura istruttiva al riguardo è costituita dal Rapporto a cura dell’organizzazione Crocevia internazionale dal titolo “Vita privata. Come i brevetti sui nuovi OGM minacciano la biodiversità del cibo e i diritti degli agricoltori”, adottato nel giugno 2023 (Vita privata: i brevetti sui nuovi OGM e l’attentato alla biodiversità contadina – (croceviaterra.it)).

Il Rapporto evidenzia come, per aggirare la normativa europea vigente (direttiva 18 del 2001, EUR-Lex – 32001L0018 – EN – EUR-Lex (europa.eu)che prevede una serie di vincoli e controlli in materia, che consistono in valutazione del rischio sulla base del principio di precauzione, tracciabilità e etichettatura dei prodotti qualificabili come OGM, hanno introdotto, alla stregua di cavalli di Troia, le cosiddette New Genomic Techniques (NGT), le quali, insieme ai prodotti che ne derivano “potrebbero accelerare la già preoccupante concentrazione del mercato sementiero e contaminare campi non coltivati con varietà biotech, realizzando una vera e propria appropriazione indebita della biodiversità contadina e minando alla base la sopravvivenza dell’agricoltura biologica”.

L’esame dei brevetti rilasciati negli ultimi vent’anni in materia di editing genomico consente oggi a Crocevia di affermare come dietro i NGT vi siano in realtà i soliti pochi soggetti multinazionali ovvero le “grandi imprese agrochimiche e sementiere del mondo come Bayer-Monsanto, BASF, Syngenta e Corteva” che “hanno già costruito un cartello europeo per gestire l’offerta di processi e prodotti NGT in regime di oligopolio”. Uno strumento privilegiato per orientare e controllare le attività di ricerca in materia è costituito dagli accordi coi centri attivi in tale campo, che, date le condizioni di sottofinanziamento di tali attività, si sottomettono di buon grado a finanziatori forti come le imprese appena menzionate.

La legalizzazione della coltivazioni di sementi ottenute con NGT comporta varie conseguenze negative, rendendo più difficile e costoso l’accesso alle sementi, mediante l’introduzione del sistema del brevetto al posto di quello della privativa, e determinando altresì un effetto negativo sulla biodiversità mediante la cosiddetta biocontaminazione che impone i vincoli derivanti dal brevetto anche agli agricoltori che subiscano involontariamente la diffusione dei NGT, ad esempio a causa dei fenomeni atmosferici. In tal modo verrebbero gravemente minacciate e colpite le coltivazioni biologiche, rendendo fra l’altro impraticabile il raggiungimento degli obiettivi della stessa strategia europea cosiddetta From Farm to Fork. Inoltre l’introduzione dei NGT consentirebbe di brevettare i caratteri nativi delle piante aggirando anche il regolamento europeo n. 1829/2003 (LexUriServ.do (europa.eu)).

In conclusione, secondo il Rapporto elaborato da Crocevia, “La diffusione delle NGT può quindi compromettere definitivamente i diritti degli agricoltori a conservare, scambiare, riprodurre e vendere le proprie sementi”.

Si tratta di diritti riconosciuti su base internazionale da parte dell’art. 9 del Trattato internazionale sulle risorse genetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (ITPGRFA) (Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (fao.org)e dalla  legislazione sementiera italiana. L’art. 9 dell’ITPGRFA in particolare afferma al primo comma che “Le Parti contraenti riconoscono l’enorme contributo che le comunità locali e autoctone e gli agricoltori di tutte le regioni del mondo, in particolare quelli dei centri di origine e di diversità delle piante coltivate, hanno apportato e continueranno ad apportare alla conservazione e alla valorizzazione delle risorse fitogenetiche che costituiscono la base della produzione alimentare e agricola nel mondo intero”, e al secondo comma precisa che “le Parti convengono che, per quanto attiene alle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura, la realizzazione dei diritti degli agricoltori spetta ai governi. In funzione delle proprie esigenze e priorità, ogni Parte contraente deve, se necessario, e salvo quanto previsto dalla normativa nazionale, adottare apposite misure per proteggere e promuovere i diritti degli agricoltori e per garantire, tra l’altro: a) la protezione delle conoscenze tradizionali che presentino un interesse per le risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; b) il diritto di partecipare equamente alla ripartizione dei vantaggi derivanti dall’utilizzazione delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; c) il diritto di partecipare all’adozione di decisioni, a livello nazionale, sulle questioni relative alla conservazione e all’uso sostenibile delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura”.

Importante anche l’art. 19 della citata Dichiarazione sui diritti dei contadini, che qui vale la pena di riportare integralmente “I contadini e le altre persone che lavorano in zone rurali hanno il diritto alle sementi, in conformità con l’articolo 28 della presente Dichiarazione, che comprende: (a) il diritto alla protezione delle conoscenze tradizionali relative alle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; (b) il diritto di partecipare equamente alla ripartizione dei benefici che derivino dall’utilizzo di risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; (c) il diritto di partecipare ai processi decisionali sulle questioni riguardanti la conservazione e l’uso sostenibile di risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; (d) il diritto di mettere da parte, utilizzare, scambiare e vendere i semi da loro prodotti o i loro materiali di moltiplicazione; 2. I contadini e le altre persone che lavorano in zone rurali hanno il diritto di mantenere, controllare, proteggere e sviluppare i propri semi e le proprie conoscenze tradizionali. 3. Gli Stati devono prendere delle misure per rispettare, proteggere e soddisfare il diritto alle sementi dei contadini e delle altre persone che lavorano in zone rurali. 4. Gli Stati devono assicurare che semi di qualità e quantità sufficiente siano a disposizione dei contadini nel periodo più adatto per la semina, e ad un prezzo accessibile. 5. Gli Stati devono riconoscere il diritto dei contadini di affidarsi o ai propri semi, o ad altri semi disponibili localmente e di loro scelta, e il diritto di decidere sulle coltivazioni e sulle specie che desiderano coltivare. 6. Gli Stati devono prendere delle misure appropriate per sostenere i sistemi di sementi dei contadini, e devono promuovere l’agrobiodiversità e l’uso dei semi dei suddetti. 7. Gli Stati devono prendere delle misure appropriate per assicurare che la ricerca e lo sviluppo agricoli includano i bisogni dei contadini e delle altre persone che lavorano in zone rurali, e per assicurare una loro attiva partecipazione alla definizione delle priorità e nell’effettuazione di attività di ricerca e sviluppo agricoli, prendendo atto della loro esperienza, e devono aumentare gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo delle colture e dei semi orfani che rispondano ai bisogni dei contadini e delle altre persone che lavorano in zone rurali. 8. Gli Stati devono far sì che le politiche sulle sementi, sulla protezione della varietà vegetali e le altre leggi di proprietà intellettuale, i sistemi di certificazione e le leggi sulla commercializzazione delle sementi rispettino e prendano in considerazione i diritti, i bisogni e le realtà dei contadini e delle altre persone che lavorano in zone rurali”.

Le NGT quindi si configurano come un attentato all’agricoltura biologica e ai diritti dei contadini. Tutto ciò in violazione anche di una sentenza della Corte di giustizia europea che, su richiesta dell’organizzazione contadina francese Confédération paysanne, ha stabilito, nel 2018, che la normativa relativa agli OGM deve applicarsi agli organismi ottenuti per mutagenesi (Organisms obtained by mutagenesis are GMOs and are, in principle, subject to the obligations laid down by the GMO Directive (europa.eu).

La proposta approvata dalla Commissione europea il 5 luglio scorso (https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-11592-2023-INIT/en/pdf)  va purtroppo in senso contrario a tale saggia decisione sottraendo alla disciplina vigente per gli OGM le cosiddette NGT ed aprendo le porte anche alla brevettabilità di elementi naturaliIl panorama delle posizioni dei vari Stati europei appare tuttavia alquanto frastagliato al riguardo e non è detto che il Consiglio la approvi senza apportare significative variazioni. Purtroppo il governo italiano, nonostante le dichiarazioni di principio sulla sovranità alimentare, appare schierato nel fronte degli Stati più possibilisti in materia e nel frattempo ha anche aperto le porte alla sperimentazione in pieno campo di questi prodotti.  (Il Decreto Siccità passa alla Camera. I nuovi OGM entrano nei campi italiani – (croceviaterra.it).

Occorre quindi vigilare affinché non si abbia un accoglimento delle richieste delle lobby agroindustriali citate, che comporterebbe, per i motivi accennati, un grave arretramento nella lotta per un’agricoltura sana, da tutti i punti di vista.


Fabio Marcelli è giurista internazionale e Copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia

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