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giovedì 9 luglio 2026

Chi decide quanto costa una maglietta? - Claudia Vago

Non sono molti i capi che riescono a sopravvivere agli imperativi della moda, diventando dei “classici”. Da una stagione all’altra (e nel caso della fast fashion anche da una settimana all’altra) i jeans diventano più larghi o più stretti, le gonne più lunghe o più corte, la vita dei pantaloni si alza o si abbassa. Le t-shirt resistono, tutto sommato uguali a se stesse, da decenni. Persino nel prezzo. Prendiamo, per esempio, una t-shirt bianca di cotone. Costa 9,90 euro. Più o meno la stessa cifra che pagavi dieci, forse addirittura quindici anni fa. Nel frattempo i prezzi di praticamente tutto sono aumentati, ma non quella maglietta.

Non è solo un’impressione, lo dicono i dati. Tra il 2001 e il 2025 il prezzo che gli importatori europei pagano per una t-shirt di cotone è cresciuto, in termini nominali, di appena lo 0,9% l’anno. Nello stesso periodo il costo della vita a livello globale è più che raddoppiato. Aggiustato per l’inflazione europea, significa che oggi una maglietta importata costa, in valore reale, circa il 30% in meno di venticinque anni fa.

Come fa una maglietta a costare meno di prima?

La domanda che è lecito porsi è: come fa un prodotto a costare meno di prima, mentre tutto il resto costa di più? La risposta sta nel fatto che qualcuno, lungo la strada che separa il campo di cotone dallo scaffale del negozio, ha assorbito quel rincaro al posto nostro. E qui arriva la domanda più scomoda: di quei 9,90 euro, quanto arriva davvero a chi ha cucito la maglietta?

Una ricerca del 2020 stima che per una t-shirt base prodotta in Bangladesh solo circa il 2% del prezzo finale finisce nei salari di chi la confeziona. Il resto – ovvero la quasi totalità – si distribuisce tra tutti gli altri anelli della catena. Ripercorrendola a ritroso possiamo capire qual è il punto in cui si decide davvero il prezzo di una maglietta. E non è dove pensiamo.

A ricostruirlo è Squeezed Dry, un rapporto pubblicato a maggio 2026 da Public Eye e Clean Clothes Campaign. Per spiegare un meccanismo che riguarda l’intera industria dell’abbigliamento, gli autori scelgono il prodotto più elementare che esista, la t-shirt di cotone. E mettono a fuoco due luoghi: da un lato il Bangladesh, diventato il principale laboratorio di cucitura a basso costo, dall’altro l’Unione europea, il più grande mercato di sbocco.

Come si forma il prezzo di una maglietta

La fabbrica calcola quanto le costa produrre una maglietta, ci aggiunge un margine e propone un prezzo al brand, che può accettarlo o negoziarlo. È lecito immaginare che il prezzo si definisca così. Nella realtà, le cose vanno al contrario. Nel modello che domina il settore – quello che il rapporto chiama top-down, dall’alto verso il basso – è il compratore ad arrivare al tavolo con un prezzo già fissato. Quel numero non nasce dalla considerazione dei costi di produzione: viene calcolato a ritroso, partendo dal prezzo di vendita previsto in negozio e dal margine che il marchio vuole portare a casa. Quello che resta, in fondo a questa sottrazione, è ciò che il fornitore può incassare. Al fornitore arriva, di fatto, un’offerta da prendere o lasciare.

Secondo nove specialisti bengalesi di pricing intervistati per il rapporto, quel numero arriva quasi sempre già schiacciato verso il basso. Le parole di uno di loro fotografano la dinamica: «Il compratore dice sempre che il suo prezzo-obiettivo è più basso del nostro. In realtà nessuno vuole perdere un ordine, soprattutto quando ha un buon volume. I compratori chiedono preventivi a quattro o cinque fornitori alla volta».

Perché i fornitori del Bangladesh accettano prezzi bassi

Perché i fornitori accettano? La risposta breve sta nella struttura del mercato. In Bangladesh ci sono oltre 4mila fabbriche e la gran parte produce capi semplici e intercambiabili, come le magliette. Questo consegna ai compratori un esercito di fornitori potenziali e ai fornitori la certezza che, se rifiutano un ordine, ci sarà sempre qualcun altro pronto ad accettarlo. «La sfida più grande, quando si tratta di negoziare prezzi più alti, è che questo prodotto è diventato completamente una commodity». Una merce indifferenziata, cioè, su cui l’unica variabile che conta è il prezzo. Da qui la normalizzazione dei prezzi bassi: i compratori se li aspettano e, per paura di perdere l’ordine, i fornitori rinunciano a contrattare sul serio.

In mezzo, ad alimentare la pressione, ci sono le buying house: intermediari che fanno da ponte tra i marchi e le fabbriche. Gestiscono campionature, controlli di qualità, audit, logistica.  E in cambio trattengono una commissione. Ma soprattutto mettono le fabbriche le une contro le altre, raccogliendo preventivi da più stabilimenti per spuntare il prezzo più basso possibile e fare contenti i marchi. Lo spiega un product manager intervistato dagli autori del rapporto: «Facciamo un esempio: una sourcing house riceve un ordine da un marchio a 10 dollari. Lo passa a una buying house a 8. La buying house tratta con le fabbriche locali a 5 o 6 dollari, a volte anche meno. La buying house e la sourcing house guadagnano, ma le fabbriche faticano, prendono prestiti o non riescono a pagare gli stipendi».

Quando il prezzo sale. E quando scende

Il prezzo di una t-shirt non è del tutto immobile. Si muove, ma in modo selettivo. Sale quando aumentano i costi delle materie prime, come il cotone soprattutto, e l’energia. È successo nel 2011, quando i raccolti rovinati dalle alluvioni in Pakistan e la speculazione fecero più che raddoppiare il prezzo del cotone in pochi mesi. Ed è successo nel 2022, quando la coda della pandemia e la guerra in Ucraina spinsero in alto cotone, coloranti e gas. In quei momenti i fornitori riescono a trasferire parte dei rincari e i compratori li assorbono. Ma si tratta di rialzi temporanei. Appena la crisi rientra e i mercati delle materie prime si normalizzano, il prezzo torna a scendere altrettanto rapidamente.

Ma c’è un costo che, quando aumenta, non lascia quasi traccia sul prezzo della maglietta: il salario. Il rapporto mostra che gli aumenti del salario minimo in Bangladesh – anche consistenti, come il +51% del 2018 (da 5.300 a 8mila taka) e il +56% del 2023 (da 8mila a 12.500 taka) – non hanno prodotto alcun effetto rilevabile sui prezzi all’export. Come se il lavoro non fosse un costo da coprire, ma una variabile da assorbire altrove.

Dove, se non sul prezzo? Una parte viene letteralmente cancellata dal cambio: il taka si è svalutato pesantemente sul dollaro – la valuta utilizzata dai marchi che acquistano – al punto che, secondo il Worker Rights Consortium, in termini reali il costo della manodopera bengalese per i compratori è diminuito di circa il 38% dal 2019, nonostante gli aumenti in taka. Il resto viene assorbito dentro la fabbrica, in termini di pressione nei ritmi di lavoro. «Prima il nostro obiettivo era 200 magliette l’ora», racconta un intervistato, «ora spingiamo gli stessi operai a produrne 250, solo per restare in attivo». 

Quanto resta a chi cuce: tre centesimi a maglietta

I margini per i capi base sono ridotti all’osso, quando ci sono. Un merchandiser intervistato nel rapporto descrive con precisione la situazione: «I proprietari di fabbrica sono disperati e accettano qualsiasi prezzo. Solo negli ultimi sei mesi almeno 182 fabbriche hanno chiuso. Per tenere aperta la nostra accettiamo qualunque prezzo offra il compratore. Prima il nostro margine era di circa 10 taka a pezzo (circa 0,08 dollari, ndr); ora, anche se sono 3 taka (circa 0,03 dollari ndr), siamo contenti».

Tre centesimi di dollaro a maglietta. E spesso nemmeno quelli: le fabbriche accettano ordini sottocosto pur di non fermare le linee, perché uno stabilimento fermo continua a divorare costi fissi. Tenere viva la produzione serve, prima di tutto, a poter pagare gli operai a fine mese. Pur se con salari da fame: il minimo legale in Bangladesh è di circa 105 dollari al mese, mentre il costo della vita stimato per una famiglia di Dhaka è quasi quattro volte tanto. Un divario che, lo abbiamo scritto più volte su Prêt-à-changer, non è un effetto collaterale del sistema dei prezzi, ne è il prodotto diretto.

E se il prezzo si costruisse al contrario?

Il problema, quindi, non è un’azienda cattiva o un compratore cinico. È il sistema stesso con cui si determina il prezzo di un capo. La domanda su cui si basa la seconda parte del rapporto cerca di ribaltare questo sistema: e se costruissimo il prezzo al contrario? È la proposta del bottom-up pricing.

L’idea è semplice da spiegare, ma complicata da realizzare. Nel modello top-down si parte dal prezzo in negozio e si scende, sottraendo margini. Nel bottom-up si fa l’inverso: si parte da quanto costa davvero produrre una maglietta in modo sicuro, dignitoso e ambientalmente sostenibile, e si sale costruendo il prezzo voce per voce. Il presupposto – e qui sta la parte difficile – è che il rapporto tra marchio e fornitore smetta di essere gerarchico e diventi cooperativo.

Come funzionerebbe il bottom-up pricing, passo per passo

In pratica, il calcolo procederebbe per fasi. Il compratore definisce il prodotto e i parametri dell’ordine, come la composizione del tessuto e la quantità. Poi la parola passa al fornitore che costruisce l’offerta. Il costo del lavoro viene fissato a partire da un salario dignitoso – un living wage, o un livello negoziato con i sindacati – con gli straordinari pagati secondo legge. In questo schema il lavoro diventa un input non negoziabile, messo al riparo dalla trattativa: non più il residuo che si comprime per quadrare i conti, ma un costo dato, come il cotone.

Solo a quel punto si aggiungono le spese di fabbrica (energia, manutenzione, sicurezza, conformità, adattamento climatico) e un margine di profitto adeguato, capace di lasciare riserve e spazio per reinvestire. Il fornitore presenta infine un’offerta e il marchio costruisce su quella base il proprio prezzo finale, aggiungendo logistica, marketing e il suo margine.

Il vantaggio non è solo etico. Spostando il fulcro della trattativa, il bottom-up sposta anche l’oggetto della negoziazione: non più quanto si può limare sul prezzo, ma quali leve reali – stabilità degli ordini, dimensione dei lotti, tempi di consegna, varianti di qualità – possono migliorare l’efficienza senza scaricarsi sulle spalle di chi cuce. E dà alle fabbriche la prevedibilità necessaria per investire in competenze e tecnologia, invece di rincorrere la sopravvivenza ordine per ordine.

Cosa cambierebbe nel cartellino

Quanto costerebbe tutto questo? Il rapporto prova a metterci dei numeri, partendo da una t-shirt di cotone da 165 grammi che oggi esce dalla fabbrica a 2,00 dollari. E disegna due scenari. Nel primo, di aggiustamenti prioritari, si garantisce il salario dignitoso mantenendo l’attuale intensità di lavoro e si aumentano del 20% i costi dei materiali: il prezzo sale a 3,01 dollari (+50%). Nel secondo, di trasformazione completa, si va molto oltre: costo del lavoro più che triplicato per arrivare a salari davvero dignitosi, ore settimanali ridotte del 40%, materiali raddoppiati per passare al cotone agroecologico, fabbriche più sicure. Il prezzo in questo secondo scenario arriva a 5,00 dollari (+150%).

E parliamo dei costi di produzione, non del prezzo che leggiamo sul cartellino. Come abbiamo visto, il lavoro è una frazione minima del prezzo finale – ricordiamo quel 2% – quindi anche un suo forte aumento incide poco sul totale. E una parte di quell’aumento, suggerisce il rapporto, potrebbe essere assorbita dai marchi ribilanciando i propri margini, invece di scaricarla per intero sul consumatore.

Ad oggi nessun grande marchio applica questo sistema di composizione del prezzo. Esistono rare eccezioni nel mercato di nicchia della sostenibilità, ma il rapporto non ne fa i nomi. E strumenti di supporto come quelli messi a punto dall’organizzazione Fair Wear non sono certo pratica diffusa. I grandi gruppi analizzati nel rapporto – Inditex, H&M, Fast Retailing (Uniqlo), Primark, Bestseller e LPP – restano tutti dentro la logica top-down. Interpellati prima della pubblicazione, hanno contestato la metodologia o ribadito impegni generici. Nessuno ha condiviso i propri dati per smentire le cifre.

Perché prezzi più alti non bastano per salari più alti

Ma attenzione: alzare il prezzo, da solo, non basta. Prezzi più alti non si traducono automaticamente in salari più alti. Il bottom-up risolve il problema alla radice perché costruisce il prezzo a partire dal salario. Ma se ci si limita a fissare una soglia di prezzo minima più alta, senza il metodo e senza vincoli, il sovrapprezzo può fermarsi nei profitti della fabbrica o dell’intermediario senza mai raggiungere chi cuce.

Per questo il rapporto insiste che i prezzi minimi vadano agganciati a impegni verificabili sui salari e al coinvolgimento dei sindacati. E avverte di un altro rischio: se ad alzare i prezzi sono solo in pochi, i compratori meno scrupolosi possono semplicemente spostarsi altrove, o si può innescare una nuova delocalizzazione verso i Paesi dove i prezzi ultra-bassi restano la norma. Perché il meccanismo funzioni servono accordi di settore e, soprattutto, regole: a cominciare dal divieto di acquistare sotto il costo di produzione e da una due diligence sui diritti umani che includa le pratiche di prezzo.

Il bottom-up pricing, oggi, è solo una proposta. Ma ha il merito di mettere a fuoco le responsabilità. Per anni il dibattito sulla sostenibilità della moda si è concentrato sul consumatore: cosa comprare, come riconoscere il greenwashing, quante volte rimettere la stessa maglietta… Questo rapporto ci ricorda che la leva più potente sta molto prima dello scaffale: nel numero che un ufficio acquisti, da qualche parte in Europa, decide di scrivere su un foglio di calcolo prima ancora di chiamare Dhaka.

da qui

mercoledì 25 ottobre 2023

L’ultimo viaggio - Carlotta Indiano, Fabio Papetti

 

Le navi a fine vita vengono smantellate principalmente in Asia meridionale e in Turchia. Ma raramente in questi cantieri ci sono standard di sicurezza adeguati. I lavoratori spesso si ammalano a causa delle sostanze tossiche contenute nelle carcasse delle navi. Una su tutte, l’amianto

I fumi dell’acciaio fuso si alzano in cielo nella città costiera di Alang, nello stato del Gujarat in India occidentale. Sulla costa, decine di navi giacciono immobili spiaggiate sulla riva sabbiosa, dal colore rugginoso, pronte per essere smantellate. Armati di fiamme ossidriche, con occhiali da sole e stracci per coprirsi naso e bocca come unica protezione, i lavoratori dei cantieri di demolizione iniziano a sciamare attorno e sopra le navi per tagliare via le lamiere che le compongono. Gli incidenti sono all’ordine del giorno: ogni anno i cantieri reclamano la vita di decine di operai. All’alba, quando le gru sono solo braccia immobili alzate contro il cielo appena schiarito dalla luce, nelle capanne dei lavoratori attorno al cantiere aleggiano i fumi dell’incenso usato nelle loro preghiere alla dea Kali, divinità protettrice del porto di Alang: «Guidami attraverso questo oceano di sofferenze, oh Kali, distruggi la mia tristezza». 

L'inchiesta in breve

·         Lo smantellamento delle navi a fine vita è una pratica pericolosa per i lavoratori e l’ecosistema.

·         Nel Nord globale, normative stringenti rendono poco conveniente la demolizione in cantieri regolamentati e ben attrezzati. Per questo motivo circa l’80% delle navi nel mondo finisce in cantieri di smantellamento nell’Asia meridionale e in Turchia

·         Alang, Chittagong e Gadani sono le mete preferite dai proprietari delle navi. In questi cantieri i lavoratori rischiano la vita ogni giorno, estraendo pezzi di nave a mani nude ed entrando in contatto con diverse sostanze pericolose per la salute umana. Una su tutte l’amianto

·         Complice una regolamentazione internazionale opaca, i proprietari delle navi si rivolgono a intermediari detti cash buyer che offrono “pacchetti ultimi viaggi” per navi che devono essere smaltite, aggirando le normative e procurando ulteriori danni con il solo obiettivo del profitto

La città del Gujarat rappresenta, insieme a Chittagong (Bangladesh) e Gadani (Pakistan), la destinazione finale per l’80% delle navi nel mondo. Si stima che circa il 90% delle navi di proprietà europea finisca in uno di questi cantieri nonostante, secondo la legge, non ce ne dovrebbe finire nessuna. In questi luoghi le condizioni precarie di lavoro portano alla morte non solo per incidenti ma anche per avvelenamento, attraverso il contatto diretto con le varie componenti tossiche all’interno delle navi, una su tutte l’amianto.

Questo materiale, particolarmente pericoloso per la salute specialmente quando movimentato, viene gestito con pochissima cura per la sicurezza. In alcuni casi i lavoratori rimuovono le fibre che contornano le tubature o le lastre metalliche delle imbarcazioni addirittura a mani nude.

I rottami degli oceani

Il 2 aprile 2022 sbarca a Chittagong la Race, una nave cargo battente bandiera liberiana. Ha vent’anni ed è pronta per essere smantellata: nel tempo ha cambiato nome e proprietario molte volte, si è chiamata Mineral Sines, e dal 2013 Abml Grace, quando ha indossato la bandiera maltese sotto la proprietà dalla società marittima italiana Cafiero Mattioli. Subito prima di essere spedita in Asia meridionale però, la nave ha cambiato ancora una volta bandiera e proprietà: nel 2020 è stata venduta alla Continental Vessel Brokering, che le ha assegnato la bandiera liberiana. Sulle implicazioni di questa compravendita torneremo più tardi.

Come centinaia di sue compagne, la Race viene spiaggiata nell’area intertidale, quel punto del litorale soggetto alle maree. Qui, per condizioni morfologiche e geografiche, si alza giornalmente una marea che copre centinaia di metri di spiaggia, permettendo alle navi di avvicinarsi. Quando le acque si ritirano, l’imbarcazione si trova sul basso fondale, pronta per essere smantellata. Il beaching, lo spiaggiamento, è il metodo utilizzato nei cantieri di smantellamento lungo le coste del Bangladesh, dell’India e del Pakistan. Il terreno su queste spiagge è fangoso, molto instabile e impedisce l’uso di macchinari come le gru, che servirebbero per sollevare i pezzi più grossi della nave.

Tecniche di smantellamento di una nave

Una volta spiaggiata la nave, gli operai iniziano a setacciare i ponti, rimuovendo tutto ciò che può essere rivenduto, dai mobili alle radio, ai giubbotti di salvataggio. Poi inizia il processo di demolizione fisica della nave. Si tratta di una pratica pericolosa sia per la sicurezza dei lavoratori sia per l’ecosistema. Le squadre di demolitori cominciano a dissaldare la nave in grandi pezzi, che vengono trasportati a riva per il taglio secondario. I blocchi piombano sulla sabbia o nell’acqua sottostante utilizzando quello che in gergo tecnico, con forse un filo di ironia, chiamano il “metodo della gravità”: cioè semplicemente lasciandole cadere in mare. In questa fase schegge di vernice contenenti metalli pesanti e altri rifiuti si depositano sul fondo e risulta impossibile pulirli prima che la marea ritorni, portandoli via con sé.

Le acque di sentina, situate nella parte più bassa dello scafo della nave e che contengono gli scarti del motore, possono rilasciare in mare olio, sali inorganici, arsenico, rame, cromo, piombo e mercurio. Inoltre, se inalati, i fumi di scarico del motore rimasti intrappolati causano gravi danni alla salute. Raggiunte ormai le viscere della nave, gli operai si imbattono nell’amianto, un materiale considerato nell’800 un “minerale magico” per le sue capacità di utilizzo quasi illimitate…

continua qui

martedì 18 agosto 2020

Il salario sempre più basso di chi ci cuce il vestito - Emanuele Giordana

  

Un nuovo rapporto di Abiti puliti fa il punto su pandemia, tessile e salari. Sempre più bassi. E' un tratto comune dall'India al Bangladesh, dalla Thailandia al Myanmar.  Il 29 marzo scorso, quando il Covid-19 iniziava a mordere, U Myint Soe, a capo della Myanmar Garment Manufactures Association, lanciava l’allarme. La Ue, che acquista il 70% della produzione tessile birmana, aveva fermato gli ordini di acquisto: “Non so come faremo”, era stato il commento al quotidiano in lingua inglese Myanmar Times. La risposta è stata semplice: fabbriche chiuse e salari bloccati. Le magliette made in Myanmar, Sri Lanka o Bangladesh smettono di far girare i telai. Poi si vedrà.

 

In tutta l’Asia il tessile da esportazione è uno dei settori economici export dipendenti che ha subito, col turismo, un contraccolpo formidabile dagli stop arrivati dall’Occidente. Per quanto diversi Stati Ue abbiano sospeso i pagamenti del servizio del debito del Myanmar per il periodo maggio-dicembre 2020 (98 mln di dollari) sarà dura riprendersi. Inoltre Yangon – per via della guerra negli Stati Chin e Rakhine - rischia (come già accaduto per la Cambogia) di perdere la clausola di nazione favorita nell’export verso la Ue, cosa che dipende da una missione di valutazione della Commissione in settembre. Sarebbe un altro danno incalcolabile. Chi lo paga? E’ una domanda che si può girare a tutti i Paesi del tessile asiatico da cui ci riforniamo per le nostre magliette.

 

Per 50 milioni di lavoratori nelle industrie globali dell'abbigliamento, del tessile e delle calzature, che guadagnano in media 200 dollari - e tra questi per 20 milioni di lavoratori nel solo settore delle esportazioni di abbigliamento - la pandemia è stata e ancora è un disastro salariale: oltre 13 milioni di lavoratori in Asia hanno registrato un divario salariale del 38,6% il che significa una perdita di quasi 6 miliardi di dollari nei primi tre mesi della pandemia. Quanto ai lavoratori nel solo settore delle esportazioni di abbigliamento la cifra viene valutata in oltre 3 miliardi di dollari di perdita salariale. Lo dice un rapporto di Abiti Puliti (Stipendi negati in Pandemia) che fornisce una stima del divario retributivo di 13 milioni di lavoratori in sette paesi per tre mesi: Pakistan, Bangladesh, India (le regioni intorno a Delhi, Tirupur e Bangalore), Indonesia, Sri Lanka, Cambogia e appunto Myanmar. Il rapporto esclude la Cina dove l’industria tessile è molto forte ma ha anche migliori garanzie per i lavoratori.

 

Il rapporto di Abiti Puliti contiene una sintesi del dossier Under(paid) in the pandemic della Clean Clothes Campaign internazionale con Worker Rights Consortium e Solidarity Center e fornisce stime sull'entità delle perdite salariali subite dai lavoratori della filiera tessile durante i primi tre mesi di pandemia. Con i distinguo del caso, imputabili a difficoltà di raccolta dei dati, i calcoli rappresentano il divario salariale per marzo, aprile e maggio 2020. Tuttavia – scrivono i ricercatori - poiché molti lavoratori non hanno ripreso a lavorare o a lavorare regolarmente - il divario salariale ha continuato a crescere dopo questi tre mesi. Un elemento che anche la Ue dovrà considerare al momento di decidere se è meglio punire le élite colpevoli di violazioni o i lavoratori delle industrie che fabbricano le nostre magliette.

https://emgiordana.blogspot.com/2020/08/il-salario-sempre-piu-basso-di-chi-ci.html

 

venerdì 24 luglio 2020

Un pianeta meno affollato - Gwynne Dyer




Se volevate le prove che un governo abbastanza competente – non fantastico, non esente da corruzione, ma semplicemente non terribile – alla fine produce buoni risultati, eccole qua. Nel 1971, quando i due paesi si sono separati, il Bangladesh aveva 65 milioni di abitanti e il Pakistan 60. Alla fine di questo secolo il Bangladesh ne avrà circa ottanta milioni e il Pakistan 250 milioni.
Di solito il Bangladesh è considerato un paese gravemente sovrappopolato, e lo è ancora oggi con i suoi 160 milioni di abitanti. Ma il suo tasso di natalità sta diminuendo così velocemente che la sua popolazione si dimezzerà entro il 2100, quando avrà un numero di persone per chilometro quadrato di terre coltivate non più alto di quello del Regno Unito.
Ha ottenuto questo risultato soprattutto istruendo le bambine e le ragazze e rendendo la contraccezione facilmente disponibile. Questi stessi fattori stanno contribuendo ad abbassare il tasso di natalità anche nel resto del mondo. Le ultime previsioni sulla popolazione, pubblicate recentemente sulla rivista britannica The Lancet, ipotizzano che la popolazione globale nel 2100 sarà di appena 8,8 miliardi. È solo un miliardo in più rispetto a oggi. È vero, tra circa quarant’anni raggiungeremo il picco di 9,7 miliardi di persone, ma entro la fine del secolo la popolazione avrà cominciato a calare piuttosto rapidamente.
Si tratta di previsioni “salvo sorprese”, naturalmente, e il futuro presenta sempre sorprese: guerre, pandemie, nuove religioni o ideologie. Le previsioni non prendono in considerazione neppure gli effetti delle calamità prevedibili, come i cambiamenti climatici. Tuttavia questi numeri non sono solo fantasie, e rappresentano davvero una buona notizia. Le cifre vengono dall’Istituto per le misurazioni e le valutazioni sanitarie dell’università di Washington, e prevedono che alla fine del secolo la popolazione mondiale sarà di due miliardi di persone più bassa rispetto alle previsioni pubblicate dalle Nazioni Unite nel 2019, che parlavano di quasi undici miliardi.

Piramide rovesciata
Un aspetto ancor più positivo è che la popolazione globale dovrebbe continuare a diminuire anche dopo il 2100. Con un altro secolo di tranquillo declino, potremmo sperare che la cifra cali a quattro o cinque miliardi entro il 2200, il che renderebbe molto più facile il compito di lottare con gli effetti a lungo termine dei cambiamenti climatici. Nel frattempo stanno succedendo altre tre cose importanti.
La prima è che più di 25 paesi perderanno circa metà della popolazione entro la fine di questo secolo, tra cui tutti i paesi dell’Asia orientale (Cina, Corea del Sud, Giappone e Taiwan) e buona parte di quelli dell’Europa centrale, orientale e meridionale (tra cui Italia, Polonia, Spagna e Grecia). Alcuni caleranno in maniera ancora più netta: la Bulgaria passerà da sette a 2,6 milioni, la Lettonia da due milioni a meno di mezzo milione.
Il problema per tutti questi paesi sarà un grave eccesso di anziani, man mano che la popolazione più giovane si ridurrà. La piramide demografica si capovolgerà, e ogni persona in età da lavoro dovrà mantenere almeno un pensionato (a meno che l’età pensionabile sia innalzata radicalmente, come in effetti potrebbe succedere).
Alcuni paesi attireranno abbastanza nuovi arrivati da compensare i vuoti lasciati dai bassi tassi di natalità
C’è un altro gruppo di paesi, quasi tutti in Africa o Medio Oriente, dove la crescita della popolazione è ancora fuori controllo. Sono le uniche regioni dove alcuni stati vedranno la propria popolazione triplicare (per esempio Israele e Angola), quadruplicare (Afghanistan e Nigeria) o aumentare in maniera addirittura più decisa (la popolazione del Ciad di otto volte, quella del Niger di nove). Altri paesi hanno tassi di crescita più modesti, naturalmente, ma resta il fatto che se non si contassero queste due regioni nel 2100 la popolazione mondiale sarebbe più bassa di quella attuale.
Infine c’è il gruppo più strano: alcuni paesi hanno già un tasso di natalità molto al di sotto del livello di sostituzione, ma la loro popolazione rimarrà stabile o addirittura crescerà leggermente entro la fine del secolo.Tra questi ci sono non solo i paesi ricchi dell’Europa occidentale, del Nordamerica e dell’Australasia, ma anche molti stati latinoamericani.
Qual è il loro segreto? L’immigrazione. Quasi tutti hanno una lunga tradizione nell’accoglienza di immigrati di altri continenti e culture, e sono abbastanza ricchi da esercitare un’attrazione nei confronti dei migranti.

E così Svezia, Norvegia, Francia e Regno Unito cresceranno di alcuni milioni di persone ciascuno entro il 2100. Canada, Australia e Stati Uniti acquisteranno circa dieci milioni di individui (e la Nuova Zelanda uno). Il resto dei paesi attirerà abbastanza nuovi arrivati da compensare i vuoti lasciati dai bassi tassi di natalità.
La cosa può sembrare ingiusta, ma c’è di peggio. Quando i ricercatori hanno sovrapposto allo studio le previsioni sulla crescita economica, è risultato che tra ottant’anni i paesi con il pil più alto saranno nell’ordine: Stati Uniti, Cina (la cui popolazione sarà scesa a 731 milioni), India, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Australia, Nigeria e Canada. Sei di questi dieci paesi usano l’inglese come lingua ufficiale. Piove sempre sul bagnato.

(Traduzione di Federico Ferrone)


lunedì 11 maggio 2020

Perché protestano le lavoratrici di Dhaka. Il virus colpisce la filiera globale degli abiti - Marina Forti



A Gazipur, nella periferia industriale di Dhaka in Bangladesh, le lavoratrici di due fabbriche di abbigliamento protestano da due giorni consecutivi contro la decisione di pagargli solo il 60 per cento del salario di aprile. Altre operaie protestano perché i salari comunque non sono arrivati, e neppure quelli di marzo.
Da almeno un mese la periferia industriale di Dhaka è percorsa da proteste, sit-in improvvisati davanti a fabbriche dai cancelli chiusi. Migliaia di lavoratori e soprattutto lavoratrici: mascherine sul viso, cartelli scritti a mano. Molte hanno arretrati di diversi mesi. Altre si sono viste comunicare il licenziamento con un messaggio sul telefonino. Sono operaie dell’abbigliamento, industria che fa l’83 per cento dell’export del loro paese, un fatturato di circa 40 miliardi di dollari nel 2019: ma ora non ricevono i salari.
Ecco un risvolto forse poco evidente della pandemia di coronavirus. Quando in Europa o negli Usa i negozi di abbigliamento hanno chiuso, per rispettare il “distanziamento sociale”, milioni di lavoratori sono rimasti senza salario in paesi lontani e a basso reddito: come il Bangladesh, secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina. Però, mentre i paesi occidentali si preparano a spendere centinaia di miliardi per sostenere le imprese e i lavoratori di casa propria, non ci sono “ammortizzatori sociali” per chi ha perso il reddito in questa industria globalizzata.
“Non abbiamo i soldi e neppure diritto a un sussidio. Cosa mangeremo?”, diceva una giovane donna, Alyea, al microfono di un cronista. “Mio marito guidava un motorisciò, ma da quando c’è il lockdown non guadagna più nulla. Ora la fabbrica ha chiuso, come sfameremo i nostri figli”, si chiedeva Sheuli, una sua collega. Un’indagine condotta dall’Università del Bangladesh ha constatato che quasi metà (il 47%) delle lavoratrici dell’abbigliamento in questo momento non ha alcun reddito.
A collegare i negozi chiusi in Europa alle lavoratrici senza salario in Bangladesh è la global supply chain, il meccanismo della “filiera globale”. I proprietari dei marchi di abbigliamento non producono nulla: fanno cucire i propri modelli a fabbricanti sparsi dal sub-continente indiano all’Indonesia. Una decina di paesi dell’Asia meridionale e sud-orientale producono oltre il 60 per cento degli abiti venduti in Europa, Giappone e Stati uniti (il resto è prodotto nell’est europeo, Turchia, Nord Africa, o in Centro America per il mercato americano). Il Workers Rights Consortium, organizzazione internazionale per il monitoraggio dei diritti del lavoro, stima che questa industria occupi almeno 50 milioni di persone in tutto il mondo.

Si tratta di una relazione commerciale, in cui il marchio occidentale è il “compratore”, e chi produce gli abiti è il “fornitore”. Nel mezzo ci sono numerosi passaggi, spesso poco trasparenti. Il proprietario del marchio piazza la sua ordinazione per lo più attraverso intermediari; tra i fornitori si aggiudica la commessa chi offre il prezzo più basso. Se i tempi incalzano, il fornitore principale subappalta parte del lavoro a produttori più piccoli. Questo sistema garantisce ai marchi dell’abbigliamento flessibilità, costi bassi, e anche la possibilità di ignorare in che condizioni sono cuciti quegli abiti – come risultò evidente in modo drammatico sette anni fa, quando a Dhaka crollò un edificio industriale uccidendo 1.500 persone.
La crisi provocata dal Covid 19 però ha ingrippato la filiera. “Le marche internazionali che importano dal Bangladesh hanno cancellato le ordinazioni. E gli imprenditori locali dicono che poiché non sono stati pagati, non possono pagare i lavoratori”, osserva Kalpona Akter, la più nota leader sindacale del paese (operaia dell’abbigliamento da quando aveva 15 anni, oggi dirige il  Bangladesh Center for Workers Solidarity).  
In altre parole: crollate le vendite di abbigliamento, le aziende occidentali hanno cercato di contenere il danno scaricandolo sui “fornitori”, i quali spesso non hanno margini. In Bangladesh l’Associazione nazionale dei produttori e esportatori di abbigliamento (Bgmea, che conta circa 4.000 imprese associate con oltre 4 milioni di dipendenti) afferma che da marzo a tutto aprile ordinazioni per 3,5 miliardi di dollari sono state cancellate causa il coronavirus. Lo stesso un po’ ovunque: la Federazione internazionale delle manifatture tessili (Itmf) a fine aprile stimava che le ordinazioni globali sono diminuite del 41 per cento.
Molti compratori hanno rifiutato di prendere (e pagare) ordinazioni già fatte, perfino già pronte alla consegna, invocando clausole di force majeure. I contratti di solito non contemplano l’emergenza sanitaria come “forza maggiore”, ma “pochi produttori possono permettersi di fare causa a clienti da cui sperano di ricevere ordinazioni in futuro”, osserva il Workers Rights Consortium (“Who will bail out the workers that make our clothes?”, marzo 2020 ). Dove le ordinazioni non sono cancellate, le grandi marche chiedono di rinegoziare: “In India, Bangladesh e Sri Lanka abbiamo notizia che chiedono ai fornitori sconti fino al 30 per cento”, osserva la Asia Floor Wage Alliance (Afwa), rete di organizzazioni sociali e di lavoratori fondata nel 2007 per unire le forze nei paesi produttori in una comune battaglia per salari decenti e per la libertà di associazione sindacale.
Le vittime “collaterali” sono i lavoratori. La rete Afwa segnala frequenti casi di salari non pagati, o pagati con grande ritardo; a volte invece del salario vengono offerti prestiti da restituire quando riapriranno le fabbriche, con o senza interessi. Alcuni paesi (India, Bangladesh, Sri Lanka, Cambogia) hanno annunciato aiuti per le imprese dell’abbigliamento, ma le garanzie per i lavoratori, quando ci sono, “sono solo per i dipendenti a tempo pieno, non per le lavoratrici con contratti temporanei”. In molti casi i lavoratori devono accettare sospensioni dal lavoro non pagate. Molti perdono il lavoro. In Sri Lanka il 30 per cento delle operaie dell’abbigliamento è stato licenziato; anche in Indonesia e Cambogia si segnalano licenziamenti massicci, segnala la Asia Floor Wage Alliance (“The emperor has no clothes: garment supply chain in the time of pandemic”, aprile 2020). Un’indagine condotta dall’Università del Bangladesh dice che quasi metà (il 47%) delle lavoratrici dell’abbigliamento in questo momento non ha alcun reddito.
Le marche dell’abbigliamento, le catene di distribuzione e i governi devono contribuire a “mitigare gli effetti della crisi provocata dal Covid 19 per i lavoratori della filiera globale”, sostiene la Clean Clothes Campaign (Campagna abiti puliti, rete internazionale di pressione per imporre alle marche dell’abbigliamento meccanismi di tutela dei lavoratori): in un appello diffuso in aprile chiede alle marche occidentali di onorare i contratti, assicurarsi che i propri fornitori paghino i salari, contribuire ai fondi di welfare, garantire che nelle fabbriche attive siano osservate misure sanitarie adeguate. In un blog, la Campagna raccoglie aggiornamenti quotidiani dai paesi produttori.
“Quando il movimento sindacale ha cominciato a citare per nome le marche che non hanno pagato le ordinazioni fatte, alcune si sono impegnate a onorare i contratti”, faceva notare Kalpona Akter. Il Workers Rights Consortium infatti ha avviato un osservatorio sulle maggiori marche di abbigliamento: risulta che nomi di peso come Adidas, H&M o Inditex (proprietario di Zara) si sono impegnate a pagare per intero ma molti altri, da Walmart a Arcadia (proprietario di molte marche note), non rispondono.
Il 29 aprile in Bangladesh alcune centinaia di fabbriche hanno riaperto, nonostante molti timori per la sicurezza. Ma centinaia di migliaia stanno ancora aspettando il salario.

giovedì 16 aprile 2020

Abiti puliti?




Chi salverà i lavoratori che producono i nostri vestiti?
di Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti

Un documento del Worker Rights Consortium, redatto in collaborazione con la Clean Clothes Campaign, propone un primo ragionamento sugli impatti che l’attuale pandemia da coronavirus avrà sui lavoratori del settore moda. I Paesi ricchi metteranno a disposizione misure economiche mai viste per fronteggiare la crisi, proteggere le loro imprese e i lavoratori. Ma cosa succederà agli operai del tessile-abbigliamento, addensati in Paesi a basso reddito dove le infrastrutture sociali per tutelare i lavoratori dalle crisi spesso non esistono o sono fragili?
Parliamo di 150 milioni di persone che producono beni per l’America del Nord, l’Europa e il Giappone e altre decine di milioni impiegati nei servizi. Nel solo settore tessile-abbigliamento sono almeno 50 milioni di operai, quasi tutte donne, con stipendi di povertà senza alcuna possibilità di accumulare risparmio.
Il documento prova a identificare i fattori che stanno esacerbando la crisi per quei settori, come la moda, basati su un modello produttivo insostenibile (la fast fashion) e su filiere globali che hanno deliberatamente prodotto una limitazione delle responsabilità dei marchi committenti verso i fornitori, terminali ultimi delle conseguenze della crisi. Il rischio, che in alcuni casi è già una realtà, è che i grandi player del mercato utilizzino la pandemia per giustificare pratiche commerciali piratesche (cancellazione degli ordini in corso o addirittura già in consegna, rifiuto di pagare per merce già prodotta, etc..). Le imprese fornitrici, prive della forza economica necessaria, non potranno difendersi legalmente e, operando con margini bassissimi, non avranno le riserve finanziarie, né l’accesso al credito, per resistere allo shock prodotto dal blocco globale delle vendite.
In molti Paesi produttori i governi non finanziano direttamente le misure legali di protezione sociale per chi perde il lavoro: impongono di farlo ai datori di lavoro. Il problema è, come sempre, l’applicazione di tali obblighi: le imprese, in assenza di continuità produttiva per la cessazione degli ordini per il mercato estero, potranno sottrarsi con facilità alle loro responsabilità. Milioni di lavoratori informali o precari saranno comunque esclusi dai benefit. Inoltre, per i lavoratori che saranno costretti a recarsi in fabbrica si fa scottante il tema della sicurezza: è molto improbabile che siano messe in atto misure e protezioni individuali adeguate a garantire il distanziamento sociale in strutture normalmente sovraffollate.
E’ chiaro che sarà necessario un massiccio intervento pubblico per prevenire la catastrofe economica e sociale. Ed è altrettanto chiaro che i Paesi a basso reddito, con finanze scarse e infrastrutture di protezione sociale deboli o inesistenti, non saranno in grado di fronteggiare le conseguenze strutturali della crisi a medio e lungo termine. Ma i pacchetti finanziari messi in campo dai governi a capitalismo maturo non paiono mettere in conto misure di sostegno a favore di coloro che hanno prodotto in larga parte la ricchezza delle loro multinazionali: i milioni di lavoratori del Sud e dell’Est globale sono i grandi esclusi dai salvataggi in epoca di pandemia.
Per affrontare questa drammatica crisi e dare risposte ai lavoratori più vulnerabili delle catene di fornitura globali, occorre uno sforzo congiunto che veda da una parte i grandi marchi assumere condotte responsabili nella gestione dei rapporti commerciali con i fornitori per consentire loro di onorare gli obblighi verso i dipendenti; dall’altra la necessità di una risposta collettiva da parte di tutti i governi, delle istituzioni finanziarie e degli organismi internazionali affinché sia possibile mantenere un reddito a tutti lavoratori nel mondo oggi sull’orlo del baratro. I marchi, invece di spostare tutto il peso sulla filiera, devono condividere la responsabilità e i costi finanziari della crisi, mettendo al centro delle loro priorità il rispetto degli obblighi verso i fornitori e verso tutti i lavoratori. Queste risorse non saranno comunque sufficienti: perciò è necessario che i piani di salvataggio multimilionari predisposti dalle istituzioni internazionali e dai governi ricchi guardino anche ai destini dei soggetti più vulnerabili dispersi nelle catene globali di fornitura.
Gli aiuti futuri destinati ai Paesi produttori per far fronte alla crisi Covid-19 dovranno essere condizionati da una parte all’impegno dei loro governi a creare, nel medio periodo, robusti sistemi nazionali di protezione sociale; dall’altra all’impegno delle imprese multinazionali a siglare accordi vincolanti di filiera che riflettano prezzi di acquisto sufficienti a garantire il finanziamento ordinario di tali sistemi di protezione.
L’attuale pandemia svela definitivamente l’estrema insostenibilità di un modello di business basato sullo sfruttamento endemico di milioni di lavoratori che ricevono salari di povertà, su una forte asimmetria di potere tra marchi e fornitori che permette ai primi di addossare tutte le responsabilità alle parti deboli della filiera, su una totale assenza di accountability da parte delle imprese committenti che dovrebbero invece essere obbligate per legge alla dovuta diligenza sui diritti umani per identificare, prevenire, mitigare e riparare i danni derivanti dagli impatti delle loro attività economiche sulle comunità e sui lavoratori.
Una cosa è certa. Questa crisi offre l’opportunità di ripensare il modello di produzione e consumo patologico che ha inasprito l’attuale catastrofe economica perché non si torni al passato. E’ imperativo usare questo tempo drammatico e fecondo per gettare le basi per una industria più equa, sostenibile e resiliente nei fatti, non solo nelle pagine patinate dei rapporti di sostenibilità o dei codici di condotta unilaterali che popolano i siti delle imprese.




Le grandi firme usano il Covid per licenziare i lavoratori del tessile - Emanuele Giordana
In Myanmar quattro fabbriche si stanno rapidamente riconvertendo nella produzione di mascherine. Inutile dire che alcune sono della filiera del tessile, una delle industrie chiave nel Paese. E’ uno dei nuovi affari connessi al coronavirus.
Affari sacrosanti (se i prezzi delle mascherine non lievitassero come la pasta del pane) ma che hanno puntato i riflettori sugli effetti che il virus ha su uno dei grandi settori dell’economia globale – il tessile/calzaturiero – che ha in Asia, dal Bangladesh al Vietnam, da Sri Lanka all’India la fucina dove le grandi firme fabbricano a prezzi super convenienti camice e scarpe, pret a porter e magliette della salute. In certi casi l’apparente disastro (la mancanza di materia prima, il crollo della domanda, i divieti sulla logistica) si trasforma persino in manna dal cielo.
Molte aziende in Myanmar hanno approfittato della crisi per chiudere temporaneamente e licenziare sollevando scioperi e proteste in sordina a causa del virus. Ma altre han pensato bene di fallire per riaprire sotto altra forma. In questo modo, denunciano i sindacalisti locali, si licenza senza problemi e si riapre usufruendo dei vantaggi per le start-up. Cosa c’è di meglio di una crisi per ristrutturare il profitto?
L’ondata peggiore della crisi passa dunque soprattutto nei Paesi dove si produce su commissione. Dove la relazione tra aziende e sindacato è fragile e dove le garanzie per chi perde il lavoro sono minime o non ci sono. Due rapporti usciti in marzo han cercato di fare il punto: «Abandoned?» del Center for Global Workers’ Rights e «Who will bail out the Workers that make our clothes?» del Worker Rights Consortium. Mettono in luce gli effetti del Covid-19 sulle catene di fornitura. Lontane da casa.
Marchi e distributori scaricano infatti le conseguenze del calo della domanda sui fornitori. «Le imprese di abbigliamento pagano solo alla consegna, con le fabbriche che sostengono i costi generali e di manodopera. E hanno il potere di decidere di non pagare gli ordini, anche se ciò significa di fatto una violazione contrattuale» spiegano alla Campagna abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign.
Al di là dei furbi e di chi si approfitta della situazione, ciò significa che i proprietari delle fabbriche esecutrici non hanno più liquidità per pagare i salari e che in futuro il quadro potrà solo peggiorare.
Secondo l’associazione dei produttori del tessile (Bgmea) del Bangladesh, ordini per oltre tre miliardi di dollari sono finora stati cancellati. In Thailandia, le fabbriche di abbigliamento continuano invece a funzionare ma gli ordini stanno rallentando. Si teme – preoccupazione diffusa – che alcune fabbriche possano utilizzare il Covid-19 come scusa per chiudere. E con lo stato di emergenza scioperare è impossibile.
Le due ricerche ricordano infine che in buona parte dei Paesi produttori di abbigliamento, i meccanismi di protezione sociale, come l’assicurazione sanitaria o l’indennità di disoccupazione, non esistono o sono insufficienti. Lo stesso vale per i fondi di garanzia in caso di insolvenza.
Non di meno, dicono ad Abiti Puliti, i due dossier sembrano aver sortito un effetto: dopo la loro pubblicazione un certo numero di marchi ha accettato di adempiere ai propri obblighi contrattuali e di pagare gli ordini che le fabbriche avevano già in produzione: H&M, PVH Corp (che possiede Van Heusen, Tommy Hilfiger, Calvin Klein e altre), Inditex (proprietario di Zara) e Target.
Stiamo parlando di un settore – tra tessile, abbigliamento e calzature – che impiega milioni di persone, l’80% donne secondo l’Ufficio internazionale del lavoro: si va dagli oltre 100 milioni dell’India ai 3,6 del Bangladesh dove il tessile è l’industria trainante dell’export. Per saperne di più c’è un blog (cleanclothes.org/news/2020/live-blog) che aggiorna quotidianamente sugli effetti globali del virus nella filiera del tessile/calzature.



                    Covid-19: cresce l'insicurezza per i lavoratori e le lavoratrici tessili

La pandemia globale di COVID-19 continua a crescere e diffondersi. In questo momento, oltre un terzo della popolazione mondiale è interessato da una qualche forma di lock down o restrizione dei movimenti per controllare l’espansione del virus.  I lavoratori tessili nelle filiere globali, già costretti in situazioni di vita precarie, affrontano una crescente insicurezza man mano che le fabbriche chiudono per il calo degli ordini e le misure governative restrittive per proteggere la salute pubblica.
In particolare i lavoratori sono stati colpiti da ciascuna delle tre ondate di questa pandemia. La prima si è verificata quando la Cina ha identificato il COVID-19 nella sua popolazione: smettendo di esportare le materie prime necessarie per la produzione di abbigliamento, ha costretto molte fabbriche nel sud e nel sud-est asiatico a chiudere temporaneamente e rimandare a casa i lavoratori, spesso senza preavviso e salari. La seconda quando il virus è arrivato in Europa e negli Stati Uniti: le aziende della moda hanno annullato gli ordini in corso senza pagarli e molte hanno smesso di effettuarne altri; le fabbriche di fornitori, che operano con margini ridotti a causa dei prezzi troppo bassi, sono state costrette ancora una volta a chiudere e mandare i lavoratori a casa senza paga. L’ultima ondata riguarda la diffusione del virus proprio nei Paesi produttori: alcuni di essi hanno chiuso gli impianti come misura precauzionale, ancora una volta lasciando a casa gli operai senza stipendio; altri hanno deciso di lasciarli aperti, nonostante il significativo rischio per la salute dei lavoratori nelle fabbriche affollate. Ciò accade anche nel segmento a valle della filiera, dove si addensano situazioni di rischio e vulnerabilità per quei lavoratori che nei magazzini processano gli ordini tuttora in corso per i grandi gruppi multinazionali. Come per esempio gli oltre 500 lavoratori e lavoratrici del polo logistico di Stradella, dove ancora sono smistati gli ordini H&M acquistati online, i quali hanno denunciato le gravi inadempienze in materia di sicurezza ai tempi del coronavirus.
Anton Marcus, Sottosegretario del Free Trade Zones & General Services Employees Union, ha dichiarato: “L’impatto del COVID-19 sui lavoratori dell’abbigliamento in Sri Lanka è stato immenso. I lavoratori, tornati nei loro villaggi senza avere percepito i salari di marzo, stanno attraversando un momento molto difficile non riuscendo a sostenere le loro famiglie. I datori di lavoro stanno sfruttando questa situazione per licenziare e ridurre benefici e stipendi dei dipendenti, dando la responsabilità al ritiro o alla riduzione degli ordini dei loro clienti. In questa situazione i lavoratori a contratto saranno i più colpiti”.
In alcuni casi questi effetti sono stati esacerbati dalla cattiva gestione della crisi da parte dei governi nazionali. L’India ha improvvisamente annunciato un blocco nazionale, lasciando i lavoratori migranti domestici senza mezzi di sussistenza o accesso ai trasporti per tornare a casa. Alcuni di essi sono stati costretti a camminare per centinaia di chilometri verso le loro città e i loro villaggi. In altri paesi, come la Cambogia e le Filippine, le misure per combattere il virus stanno limitando ulteriormente lo spazio civico, compresa la libertà dei lavoratori di organizzarsi. In Myanmar gli imprenditori hanno usato la pandemia come pretesto per reprimere il sindacato, assicurandosi che i lavoratori sindacalizzati fossero i primi ad essere licenziati dalle imprese in difficoltà finanziaria.
Due recenti report del Worker Rights Consortium, del Penn State Center for Global Workers’ Rights e della Clean Clothes Campaign “ Who will bail out the worker s that make our clothes?” and “Abandoned? The Impact of Covid-19 on Workers and Businesses at the Bottom of Global Supply Chains” mettono in luce le cause all’origine dei catastrofici effetti del Covid-19 nelle catene di fornitura. L’estrema interconnessione e l’asimmetria di potere tipica delle catene di approvvigionamento ha permesso ai marchi e ai distributori di scaricare le conseguenze del calo della domanda sui fornitori. Le imprese di abbigliamento pagano solo alla consegna – con le fabbriche che sostengono i costi generali e di manodopera – e hanno il potere di decidere di non pagare gli ordini, anche se ciò significa, di fatto, una violazionecontrattuale. Ciò significa che i proprietari delle fabbriche di tutto il mondo sono lasciati senza liquidità per pagare i salari dei lavoratori di marzo e ancora peggio sarà per i mesi a venire, quando nessun ordine probabilmente arriverà. Nella stragrande maggioranza dei paesi produttori di abbigliamento, meccanismi di protezione sociale come l’assicurazione sanitaria, l’indennità di disoccupazione o i fondi di garanzia in caso di insolvenza sono assenti o insufficienti, in parte a causa di decenni di pressione al ribasso sui prezzi pagati dalle imprese committenti. Anni di incapacità di intraprendere azioni significative sui salari hanno lasciato i lavoratori senza risparmi e senza rete.
Dalla pubblicazione di questi due documenti, un piccolo numero di marchi ha accettato di adempiere ai propri obblighi contrattuali e di pagare gli ordini che le fabbriche stavano già producendo: H&M, PVH Corp., che possiede Tommy Hilfiger e Calvin Klein, Inditex, proprietario di Zara, e Target.
Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti afferma: “E’ fondamentale che i marchi in questo momento assolvano i loro obblighi contrattuali e paghino gli ordini effettuati e in molti casi già prodotti. In questa drammatica situazione, è urgente garantire a tutti i lavoratori nelle filiere globali risorse sufficienti a soddisfare i bisogni delle loro famiglie e a sopravvivere alla crisi, a partire dalla corresponsione dei salari e dei benefit dovuti per i mesi in corso. Le imprese multinazionali hanno costruito la loro ricchezza sull’utilizzo di milioni di lavoratori sottopagati in paesi dove non sono presenti le infrastrutture di protezione sociale necessarie a tutelare i lavoratori nei momenti di crisi. Questa crisi deve produrre un cambio strutturale del modello di business, a partire dalla introduzione di meccanismi di regolazione delle filiere global e di norme vincolanti per le imprese, a tutti i livelli”
Le istituzioni finanziarie internazionali si stanno già impegnando a mobilitare miliardi di dollari per sostenere le economie dei Paesi produttori. È fondamentale che tale sforzo includa l’impegno di mettere al primo posto le esigenze dei lavoratori, unitamente a meccanismi che garantiscano che tale sostegno li raggiunga direttamente. I sindacati globali hanno formulato raccomandazioni su come queste istituzioni possano garantire una risposta urgente ed equa alla crisi. È della massima importanza che i lavoratori, nelle fabbriche di produzione, nella logistica e fino alla distribuzione, siano al centro delle soluzioni economiche per superare questa crisi e per garantire che le misure per salvaguardare la salute delle persone non acuiscano invece loro miseria e fragilità


Il Coronavirus e l’industria tessile: cosa succede ora ai lavoratori della grande filiera nei Paesi a basso reddito - Giada Ferraglioni
Savar, periferia di Dacca, Bangladesh. Nell’aprile del 2013 un edificio commerciale di otto piani viene giù. Il crollo passa alla storia come la tragedia del Rana Plaza: 1.129 operai perdono la vita e 2.515 restano feriti, molti dei quali gravemente. La struttura ospitava gli stabilimenti tessili di grandi marchi commerciali occidentali. A sette anni dalla catastrofe che portò alla luce le condizioni di miseria e sfruttamento su cui si basano le produzioni multinazionali, un’altra emergenza torna a colpire i lavoratori della grande filiera tessile. Come salvare dalla crisi da Coronavirus milioni di persone in tutto il mondo?
Se lo chiedono le Ong. «Quello che successe in Bangladesh fu un caso enorme su cui intervenire», racconta Deborah Lucchetti, coordinatrice della campagna italiana Abiti Puliti (Clean Clothes), che nel maggio del 2013 convinse 220 aziende tessili bengalesi a sottoscrivere l’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici. «Ma era uno. Adesso sta per arrivare un’ondata di richieste di aiuto da ogni parte del mondo. E capire come affrontarla non sarà facile».
La campagna Abiti Puliti è in contatto con tutte le imprese multinazionali (come il marchio H&M) per convincerle a rispettare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nei vari stabilimenti di produzione, sia nel sud-est asiatico (vero e proprio polmone della produzione), che nel resto del mondo. Ma ora che l’emergenza ha di fatto bloccato gran parte della produzione – o l’ha resa ancora meno sicura e sostenibile di quanto già non fosse -, la campagna è in contatto diretto anche con i lavoratori della filiera attraverso un live blog sul sito internazionale.
Parliamo di 150 milioni di persone che producono beni per l’America del Nord, per l’Europa e per il Giappone, e di altre decine di milioni impiegati nei servizi. Le testimonianze non arrivano solo dal Bangladesh. Arrivano dalla Cambogia, dall’India, dalle Filippine, dal Myanmar, dallo Sri Lanka, dal Pakistan, dalla Malesia, dall’Indonesia. Ma anche da El Salvador in America Latina, o dall’Italia stessa, che, oltre a essere un paese di consumo, è anche attiva sulla produzione: «Ci sono filiere – spiega Deborah – che fanno parte di reti globali di produzione e i quali lavoratori hanno problemi anche nel nostro Paese».
I tre grandi problemi della filiera
Accanto all’emergenza sanitaria alle porte e dei dispositivi di protezione individuale che non esistono (dal distanziamento al rifornimento di mascherine), c’è il problema dei licenziamenti e dell’assistenza sociale. «Ci sono tre questioni enormi – spiega Deborah – La prima, da risolvere nel breve periodo, è quella di non lasciare i lavoratori per strada. Mentre i negozi chiudono e le filiere si congelano, gli accordi presi con i fornitori non vengono onorati. «Se non si pagano gli ordini ai fornitori, immediatamente questi lavoratori rimangono senza stipendi e coperture. Nei Paesi a Basso reddito quasi nessuno ha architetture che prevedono ammortizzatori sociali per imprese e le coperture per i lavoratori. Le imprese chiudono e gli operai si ritrovano a essere mandati casa».
Anche se la pandemia dovesse finire a breve, la certezza che queste fabbriche riaprano non esiste. «Questo è il secondo grande problema: cosa succederà ai lavoratori se gli stabilimenti non riapriranno?», dice Deborah. «La pandemia ha messo a nudo la fragilità di un modello economico basato sulla strozzatura dei costi e sulla non sostenibilità. Ma in questa strozzatura ci sono le persone e le loro vite galleggiano nell’incertezza». Il terzo problema, molto banalmente, sarà capire come si finanzieranno le misure di assistenza richieste dalle Ong, «per fare in modo che non finiscano solo nelle imprese».
La logistica
Il caso del magazzino H&M di Stradella, in provincia di Pavia, dove si sono registrati i primi due casi di contagio da Coronavirus, è un esempio della complessità del fenomeno nell’industria dell’abbigliamento. Lì i lavoratori e le lavoratrici della logistica (altra faccia della filiera tessile) sono impegnate nello smistamento degli ordini dallo store online. «Anche nei magazzini di smistamento dei capi H&M, che potremmo definire prodotti non essenziali, ci sono situazioni di grave rischio», dice ancora Deborah Lucchetti.
Dividere lo sguardo su un problema comune, quindi, sembra essere una strategia sbagliata. «Nel mondo globalizzato siamo tutti connessi», sottolinea. «Non possiamo pensare che l’economia europea sia slegata a quella del Sud e dell’Est del mondo. Se va a bagno quella, noi la seguiamo. Dopo questa pandemia niente sarà come prima – conclude Deborah – potrà andare o molto peggio o molto meglio. Sta a noi agire per il meglio».

La risposta congiunta della società civile allo studio della Commissione Europea sul dovere di vigilanza nella catena di fornitura
Nove organizzazioni e reti della società civile – inclusa la Clean Clothes Campaign – accolgono molto positivamente i risultati dello studio della Commissione Europea sui requisiti di due diligence per la catena di fornitura pubblicato a Febbraio 2020.



REPORT: Impegno per la trasparenza: scopri come si comportano i marchi della moda
Nel 2016, una coalizione di sindacati e organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e dei lavoratori ha dato vita all’Impegno per la Trasparenza (Transparency Pledge), un insieme di requisiti minimi per rendere trasparenti le catene di fornitura dei brand e permettere ad attivisti, lavoratori e consumatori di ricostruire la provenienza dei beni prodotti.
Il rapporto “La prossima tendenza della moda: accelerare la trasparenza di filiera nell’industria dell’abbigliamento e calzature” mostra come, da allora, decine di marchi della moda abbiano deciso di aderire a questa iniziativa, divulgando un numero sempre maggiore di informazioni sulle loro filiere.
La trasparenza è ormai largamente riconosciuta come un passo importante per favorire l’identificazione e la gestione degli abusi sui lavoratori nelle catene di approvvigionamento del settore tessile.
“Non è una panacea, ma è fondamentale per un’azienda che si definisce etica e sostenibile“, ha affermato Aruna Kashyap, consulente senior per i diritti delle donne di Human Rights Watch. “Tutti i marchi dovrebbero essere trasparenti: per questo sono necessarie leggi che impongano la trasparenza insieme a pratiche che garantiscano il rispetto dei diritti umani”
La coalizione ha finora contattato 74 aziende1chiedendogli di pubblicare le informazioni richieste dal Transparency Pledge: di queste 22 hanno aderito pienamente2, 31 solo in parte, 21 quasi per nulla3. Alle 22 virtuose, se ne sono aggiunte altre 17 di loro spontanea iniziativa4.
La trasparenza è importante per costringere le aziende ad assumersi le proprie responsabilità. È la garanzia che il marchio è a conoscenza di tutte le fasi di produzione dei suoi beni, consentendo ai lavoratori e agli attivisti da una parte di allertarlo in caso di violazioni, dall’altro di accedere rapidamente a tutti gli strumenti di rivalsa per gli abusi subiti.
Non possiamo però affidarci solo alla buona volontà delle imprese. Più efficaci sarebbero norme nazionali specifiche per imporre alle aziende la due diligence in tema di diritti umani lungo le loro catene di fornitura, obbligandole innanzitutto alla pubblicazione delle informazioni relative alle fabbriche in cui si riforniscono.
Dalla metà del 2018, la stessa coalizione è impegnata con sette Iniziative per il business responsabile (Responsible Business Initiatives – RBIs), per cercare di indirizzare le loro pratiche di business verso modelli etici e promuovere la trasparenza delle filiere tra i loro membri. Ma non essendoci obbligatorietà nella pubblicazione delle fabbriche fornitrici, i comportamenti degli aderenti a questi gruppi variano molto: per questo la coalizione ha chiesto a queste Iniziative di giocare un ruolo determinante, imponendo a chi volesse diventare loro membro, come condizione vincolante per l’adesione, almeno la pubblicazione delle informazioni richieste dall’Impegno per la trasparenza.
“Non è più accettabile che iniziative volte a promuovere un business responsabile e pratiche aziendali più etiche non impongano la trasparenza alle aziende quale requisito minimo di affiliazione” ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice delle Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. “L’accesso pubblico alle informazioni minime sulle catene di fornitura previste dall’Impegno per la Trasparenza è vitale per consentire ai lavoratori e agli attivisti di identificare e contrastare gli abusi nelle fabbriche”.
Così ad esempio ha fatto l’iniziativa americana Fair Labor Association. A novembre ha annunciato l’obbligo per tutti i suoi aderenti di pubblicare le informazioni sulle loro catene di fornitura in linea con lo standard del Transparency Pledge e renderle disponibili in un formato aperto e accessibile entro il 31 marzo 2020. L’organizzazione ha stimato che più di 50 marchi e distributori dovranno adeguarsi a questo obbligo e che da aprile 2020 potrebbero essere soggetti a una speciale revisione in caso di inadempienza.
Il Dutch Agreement on Sustainable Garments and Textiles (AGT) non ha reso l’obbligo di trasparenza un requisito di adesione ma ha chiesto ai suoi membri di fornire le informazioni al suo segretariato che a sua volta le pubblicherà attraverso l’Open Apparel Registry, un database facilmente accessibile che fornisce informazioni sull’affiliazione delle fabbriche ai marchi e alle Iniziative per il business responsabile.
La United Kingdom Ethical Trading Initiative e la Fair Wear Foundation hanno adottato misure incrementali per migliorare la trasparenza dei loro membri.  La Sustainable Apparel Coalition, amfori, e la German Partnership on Sustainable Textiles non hanno invece fatto nulla per legare la trasparenza ai requisiti di affiliazione.
“I governi possono giocare un ruolo fondamentale emanando la legislazione necessaria ad imporre alle aziende la due diligence in materia di diritti umani lungo le loro catene globali di fornitura e la trasparenza su dove vengono realizzati i loro prodotti“, ha affermato Bob Jeffcott, analista politico presso il Maquila Solidarity Network. “Tali norme sono fondamentali per creare condizioni di parità tra le imprese e per proteggere i diritti dei lavoratori“.
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1 Per maggiori informazioni sulle 74 aziende contattate dalla coalizione e le altre aziende che hanno aderito al Pledge o si sono impegnata a farlo:
2 adidas, ASICS, ASOS, Benetton, C&A, Clarks, Cotton On, Esprit, G-Star RAW, H&M, Hanesbrands, Levi Strauss, Lindex, Mountain Equipment Co-op, New Balance, New Look, Next, Nike, Patagonia, Pentland Brands, PVH Corporation, and VF Corporation.
31 imprese si sono impegnate a pubblicare almeno la lista e l’indirizzo dei loro fornitori ma sono ancora lontane dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza. Si tratta di: ALDI North, ALDI South, Amazon, Arcadia Group, Bestseller, Coles, Columbia, Debenhams, Disney, Fast Retailing, Gap, Hudson’s Bay Company, Hugo Boss, John Lewis, Kmart Australia, Lidl, Marks and Spencer, Matalan, Mizuno, Morrisons, Primark, Puma, Rip Curl, Sainsbury, Shop Direct, Target Australia, Target USA, Tchibo, Tesco, Under Armour, Woolworths, e Zalando.
3 Di queste:
  • 18 aziende non hanno ancora pubblicato alcuna informazione
    American Eagle Outfitters, Armani, Canadian Tire, Carrefour, Carter’s, Decathlon, Dicks’ Sporting Goods, Foot Locker, Forever 21, Inditex, KiK, Mango, Ralph Lauren, River Island, Sports Direct, The Children’s Place, Urban Outfitters, e Walmart.
  • 2 aziende hanno pubblicato solo i nomi delle aziende e i Paesi in cui operano:
    Abercrombie & Fitch e Loblaws
  • 1 azienda si è impegnata a pubblicare i nomi e i Paesi nel 2020:Desigual
4Alchemist, Dare to Be, Eileen Fisher, Fanatics, Fruit of the Loom, HEMA, KappAhl, Kings of Indigo, Kontoor Brands, Kuyichi, Lacoste, Lululemon Athletica, Okimono, Schijvens, Toms, We Fashion e Zeeman. Gildan ha cominciato a pubblicare dei dati ma è ancora lontana dallo standard previsto dall’Iniziativa per la Trasparenza