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martedì 19 maggio 2026

Brasile: «Non asfaltate l’Amazzonia»


Quell’autostrada in Brasile che fa esplodere il rischio di epidemie globali su Avvenire. Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali i lavori sulla BR-319 potrebbero innescare un devastante effetto a catena. Ecco perché.

 

Lavori stradali in Amazzonia realizzati dall’esercito

La BR-319, l’autostrada che taglia l’Amazzonia brasiliana da Nord a Sud, da Manaus a Porto Velho, è stata costruita negli anni della dittatura militare, tra il 1968 e il 1976. Gli ambientalisti la chiamano «la cicatrice della foresta», e mai avrebbero pensato che proprio un presidente progressista e – in teoria – ‘eco-friendly’ come Lula ne autorizzasse i lavori di completamento. Degli 885 chilometri totali di autostrada quasi la metà, circa 400 chilometri, sono ancora senza asfalto: il governo ha appena dato il via libera ad un cantiere che intuitivamente è ad altissimo rischio ambientale, in quanto espone l’area al disboscamento, e anche sociale, perché secondo le Ong viola i diritti delle popolazioni indigene.

 

Timori nel mondo

«Ma c’è anche dell’altro, che potrebbe spaventare non solo i brasiliani ma i cittadini di tutto il mondo, e non solo perché l’Amazzonia è il più efficace catturatore di CO2 e dunque il maggior fornitore dell’ossigeno che ci serve per sopravvivere sulla Terra», sottolinea Giuseppe Baselice . Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali e pubblicato sulla rivista Science, i lavori di asfaltatura della BR-319 potrebbero innescare nuove pandemie con impatto globale. L’articolo elenca i dati di un’indagine che ha identificato più di 18.000 agenti patogeni nella regione attraversata dall’autostrada, tra cui virus e batteri sconosciuti, con caratteristiche preoccupanti come elevata virulenza, tossicità, resistenza agli antibiotici e capacità di scambiarsi informazioni genetiche.

 

L’autostrada dei virus

«Il disboscamento della foresta amazzonica aumenta i rischi per la biosicurezza a livello locale, regionale e globale – scrivono gli scienziati, tra cui quelli dell’università di Utrecht e della Trinity University di San Antonio, in Texas -. Se completata, la pavimentazione dell’autostrada BR-319 collegherebbe uno dei più grandi ‘serbatoi zoonotici’del mondo (popolazioni animali selvatiche che ospitano naturalmente agenti patogeni—virus, batteri, parassiti—capaci di trasmettersi all’uomo) agli aeroporti internazionali, aumentando velocità e portata con cui nuovi agenti patogeni potrebbero diffondersi a livello globale». I grandi fiumi amazzonici, infatti, agiscono come una barriera naturale, isolando queste comunità microbiche da migliaia di anni.

 

L’intervento umano suicida

L’intervento umano, ancora una volta, può sconvolgere questo delicato equilibro e provocare severi problemi di ordine sanitario, consentendo ai microrganismi di diffondersi e creare nuove varianti di virus e batteri. «Anche perché, spiega inoltre lo studio, fino ad oggi la maggior parte della deforestazione è avvenuta nelle zone perimetrali dell’Amazzonia. Raramente, se non appunto per costruire la BR-319, ci si è addentrati così all’interno, mettendo mano all’ecosistema». E per la verità qualche conseguenza c’è già stata: una nuova variante del virus Oropouche, che causa febbre alta, è stata individuata nel 2024 proprio all’altezza del tratto centrale dell’autostrada incriminata, ed è giunta fino all’Europa e all’Italia.

 

Coronavirus

Non solo: nel 2021, la variante gamma del Coronavirus è stata identificata per la prima volta a Manaus. E poi ci sono i rischi per l’agricoltura e quindi per l’alimentazione: il Brasile è la «fattoria del mondo», essendo primo esportatore globale di diversi prodotti alimentari, tra cui zucchero, soia e carne bovina, e i patogeni rilevati dai ricercatori possono infettare proprio le piantagioni di canna da zucchero, di soia e gli allevamenti bovini.Infine, lo studio punta il dito contro l’estrazione di potassio, che pure può contribuire al formarsi di una nuova pandemia, essendo particolarmente diffusa in quella area.

 

E il governo Lula, che dice?

Interpellato dalla stampa brasiliana, il ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che il dossier è ancora in fase di analisi: «Ribadiamo che l’analisi del processo viene condotta con rigore tecnico e in conformità con la legislazione vigente, nel rispetto delle decisioni giudiziarie e dei limiti di competenza». La sensazione è che nonostante le polemiche si procederà, come è avvenuto con l’autorizzazione concessa a Petrobras per trivellare la foce del Rio delle Amazzoni.

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domenica 28 settembre 2025

Amazzonia, al vertice Otca niente bando ai combustibili fossili. Ma gli indigeni entrano nel negoziato - Estefano Tamburrini

 

Perù, Ecuador e Venezuela hanno impedito la svolta scatenando le reazioni delle comunità indigene, che hanno anche denunciato la "posizione blanda" del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

La foresta dell’Amazzonia non sarà una “zona libera da combustibili fossili”, ma per la prima volta le comunità indigene parteciperanno attivamente alle discussioni dell’Otca, l’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica, e nasce l’idea di un “Fondo Boschi tropicali” da proporre alla COP30 di Belém, in Brasile.

Ma andiamo con ordine: lo stop ai combustibili fossili è il grande assente nella Dichiarazione di Bogotá, sottoscritta dai membri dell’Otca al termine del vertice dell’Amazzonia tenutosi questa settimana, da lunedì 18 a sabato 23 agosto, nella capitale colombiana, nonostante le pressioni di scienziati, società civile, comunità indigene e persino del Paese ospitante, che aveva introdotto la proposta attraverso la viceministra dell’Ordinamento ambientale del territorio colombiano, Tatiana Roa Avendaño. “L’Amazzonia è molto più di un bioma: è un regolatore climatico globale, una riserva di acqua dolce e di biodiversità senza eguali”, ha detto Roa Avendaño, denunciando che “la sua distruzione, provocata in grande misura dall’estrazione e dal processamento dei combustibili fossili, compromette la nostra sicurezza alimentare, la salute pubblica e la stabilità climatica globale” e mette “a rischio la sopravvivenza umana”.

Tuttavia, Perù, Ecuador e Venezuela hanno impedito l’inclusione dello storico punto negli accordi, scatenando le reazioni delle comunità indigene, che hanno anche denunciato la “posizione blanda” del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante i lavori. Le comunità accusano il Paese ospitante della prossima COP30 – cui appartiene il 60% della superficie amazzonica – di espandere “la frontiera petrolifera” sulla foresta, difendendo a spada tratta lo sfruttamento dei combustibili fossili. Ma sul tema, la dichiarazione finale di 35 punti si riduce all’invito “verso una transizione energetica giusta, ordinata ed equa”, ricordando il 45° anniversario del trattato sottoscritto nel 1978 da Brasile, Bolivia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela.

Qualche risultato è stato ottenuto con l’apertura al confronto con le comunità indigene, attraverso l’istituzione del Mapi, il Meccanismo amazzonico dei popoli indigeni – sono 511, di cui 66 in isolamento volontario – che dà “voce e voto” alle comunità nella “definizione delle politiche sui loro territori e sul futuro del bioma amazzonico”. “Non è una responsabilità piccola”, ha commentato Sonia Guajajara, presidente del Fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni dell’America Latina e i Caraibi, ribadendo l’urgenza di trasformare “la relazione fra esseri umani e natura”. È stato rilanciato anche il Fondo Boschi tropicali, che sarà discusso alla COP30 affinché i Paesi ricchi “paghino il loro debito per l’industrializzazione”. La proposta era già stata presentata alla COP28 di Dubai e rinnovata nella Settimana dell’Azione climatica, il mese scorso a Londra, contando sul sostegno di Regno Unito, Norvegia, Emirati Arabi e altri Stati, oltre a enti privati – Pimco, Bank of America e Barclays – e dell’United Nations Development Program.

Sempre su iniziativa del governo brasiliano sarà istituito il Centro di cooperazione di polizia internazionale dell’Amazzonia a Manaus per “lo scambio agile di informazioni” e lo “sviluppo di azioni integrate” contro reati ambientali, narcotraffico e contrabbando.
“Un singolo Stato non può più affrontare da solo questo flagello”, ha ammesso il ministro della Giustizia brasiliano Ricardo Lewandowski, denunciando una ventina di organizzazioni criminali transnazionali nel polmone verde, dove il tasso di mortalità raggiunge 30,9 persone ogni 100mila abitanti. L’emergenza c’è e non fa più sconti: stando ai dati pubblicati dall’Ideam, l’Istituto colombiano di idrologia, meteorologia e studi ambientali, nel 2024 il Rio delle Amazzoni ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 122 anni, con un calo dell’82% della fluvialità nella stazione idrologica di Nazareth (Colombia). Nello stesso anno si sono verificati quasi 54mila incendi, di cui il 95% provocati dall’intervento umano: +80% rispetto all’anno precedente, portando le emissioni di carbonio accumulate a 183 megatonnellate. Quanto alla deforestazione: il 20% della superficie della foresta è già colpito, secondo la Banca Mondiale, e la percentuale rischia di essere raddoppiata nel 2040, sfiorando i 4,3 milioni di ettari.

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sabato 12 aprile 2025

Riparte la corsa all’oro. Il business illegale devasta l’Amazzonia - Giulio Cavalli

  

Mentre nei caveau delle banche centrali si accumulano lingotti dorati, l’Amazzonia muore. Il nuovo rapporto di Greenpeace, Toxic Gold, fotografa con precisione chirurgica un commercio avvelenato: quello dell’oro estratto illegalmente nei territori indigeni brasiliani, che distrugge foreste, contamina ecosistemi e alimenta un mercato globale opaco.

Dal 2018 al 2022, la superficie interessata da attività minerarie illegali nelle terre indigene del Brasile è aumentata del 265%. Il governo di Lula ha lanciato operazioni di contrasto e controllo, ma i dati del monitoraggio 2023-2024 mostrano una dinamica inquietante: l’attività si sposta da una terra indigena all’altra, come un tumore in metastasi. Laddove arretra, come nei territori Yanomami, Munduruku e Kayapó, si espande altrove: nel Sararé, l’area deforestata è raddoppiata in un anno.

Il processo è ben noto: si entra con ruspe, si devasta il suolo, si usa mercurio per separare l’oro, si inquina l’acqua e si distrugge ogni equilibrio ecologico. Il garimpo non è più un’attività artigianale: è un’industria criminale con mezzi pesanti, logistica avanzata e protezioni politiche. Le comunità indigene pagano il prezzo più alto. Secondo Fiocruz, l’84% della popolazione di nove villaggi Yanomami è contaminata da mercurio. Tra il 2019 e il 2022, 570 bambini sotto i quattro anni sono morti per cause evitabili.

Un sistema perfettamente oleato per lavare oro e responsabilità

L’oro estratto illegalmente entra poi nella catena di distribuzione attraverso un sistema di falsificazione dei documenti, complicità istituzionali e triangolazioni internazionali. Le DTVM (Distribuidoras de Títulos e Valores Mobiliários), che dovrebbero controllare l’origine del metallo, si limitano ad accettare autocertificazioni cartacee. Il risultato? Oro di provenienza sconosciuta, o peggio, nota e taciuta, si mescola a quello legale.

Il terminale più emblematico di questa filiera è la Svizzera. Nel 2022, le importazioni elvetiche di oro dal Brasile hanno superato le esportazioni registrate dal paese sudamericano del 67%. Un’anomalia da 9,7 tonnellate. E nel 2023, il divario è stato del 62%. L’oro entra da Dubai – spesso registrato come “riciclato” – oppure direttamente con spedizioni “fantasma”, in alcuni casi persino trasportato in valigia. Viene raffinato e poi rivenduto con il marchio di garanzia più prestigioso al mondo: “oro svizzero”.

Le autorità elvetiche si trincerano dietro il principio di neutralità e dietro una legislazione che non impone l’indicazione del paese di estrazione. Ma questa “neutralità con benefici” – come la definisce il rapporto – ricorda quella già sperimentata durante la Seconda guerra mondiale, quando le banche svizzere compravano l’oro saccheggiato dal regime nazista.

Quando la finanza internazionale affonda le mani nella terra indigena

Anche l’Europa ha le sue colpe. Il regolamento europeo sui minerali dei conflitti (3TG), in vigore dal 2021, prevede obblighi di due diligence, ma non include la Svizzera tra i paesi a rischio. Né affronta i rischi ambientali, come il disboscamento e la contaminazione da mercurio. Una lacuna che rende il regolamento inefficace di fronte all’ecocidio in corso.

Il mercato dell’oro è alimentato anche dai grandi acquirenti istituzionali. Le banche centrali, oggi, detengono circa un quinto dell’oro mai estratto nella storia. Nel 2024, il settore pubblico ha acquistato oltre mille tonnellate. Nonostante rappresenti meno del 23% della domanda globale, il loro potere sul mercato resta sproporzionato. E anche la loro responsabilità.

Il vertice mondiale sul clima COP30, previsto a novembre a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, sarà il banco di prova. Lì si deciderà se affrontare seriamente la questione del commercio dell’oro o continuare a fingere che l’oro svizzero luccichi più dell’oro tossico dell’Amazzonia.

Per ora, tra le piogge di mercurio, i bambini contaminati e le foreste in fiamme, resta una sola certezza: finché l’oro continuerà a essere un rifugio sicuro per gli investimenti, l’Amazzonia sarà un campo di battaglia per la sopravvivenza.

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giovedì 28 marzo 2024

La malaria si diffonde nelle terre degli yanomami - Leonardo Zvarick

 

All’inizio del 2023 il governo brasiliano ha decretato l’emergenza sanitaria tra i nativi. Anche se sono stati fatti passi avanti, gli yanomami continuano a morire per malattie curabili

Un anno dopo la denuncia dell’emergenza sanitaria nei territori dei nativi yanomami, nel nord del Brasile, la malaria continua a essere una delle cause principali di morte. “I bambini si ammalano”, dice Júnior Hekurari, presidente del consiglio distrettuale sanitario yanomami, che da settembre denuncia la ripresa delle invasioni dei garimpeiros, i minatori d’oro illegali. “Quasi tutte le comunità della zona sono colpite dalla malaria”, aggiunge. I dati del ministero della sanità dimostrano che, nonostante i provvedimenti del governo, la malattia continua a diffondersi. Nel 2023 sono morte 25 persone per la malaria, rispetto alle 21 dell’anno prima. E il distretto sanitario speciale indigeno yanomami (Sdei) ha contato 25.895 casi di malaria, cioè il 20 per cento di quelli registrati in tutto il Brasile. Sono numeri record, con un aumento del 64 per cento rispetto al 2022.

Il ministero afferma che nei territori dei nativi sono stati inviati operatori sanitari per individuare le persone malate e nel 2023 sono stati fatti più di 140mila esami diagnostici. Inoltre è stato messo a punto un piano d’azione per il controllo dell’infezione, in particolare nelle aree dove si concentrano le larve delle zanzare, e per individuare le strutture adeguate alla cura di chi è malato.

Lavoro discontinuo

La malaria è endemica in tutta la regione amazzonica, ma negli ultimi dieci anni la sua diffusione è aumentata soprattutto nelle terre degli yanomami. Nello stesso periodo è cresciuta la presenza dei garimpeiros nella regione e si è intensificata l’attività estrattiva.

“Le miniere a cielo aperto causano profondi mutamenti e alterazioni nel territorio”, spiega Maria de Fátima Ferreira da Cruz, responsabile del laboratorio di ricerca sulla malaria della fondazione Oswaldo Cruz (Fiocruz), che coordina gli studi sull’argomento. Con ogni nuova miniera a cielo aperto nella foresta nasce un nuovo centro di diffusione della malattia, che raggiunge i villaggi vicini. Inoltre i minatori, che si spostano di continuo, contribuiscono a farla circolare.

Le autorità affermano che la mancanza di prevenzione e assistenza durante il governo dell’ex presidente Jair Bolsonaro ha ridato slancio alla malattia. I controlli stavano aumentando dal 2014, ma sono crollati nel 2021 e nel 2022. Rispetto al 2014, i casi sono cresciuti del 784 per cento e rispetto al 2019, prima della pandemia, del 57 per cento. Nel 2015 il Brasile ha lanciato il piano nazionale per l’eliminazione della malaria, che ha l’obiettivo di debellarla entro il 2035.

Ferreira da Cruz però lancia un nuovo allarme: è in crescita l’infezione causata dalla specie Plasmodium falciparum, che scatena la forma più grave della malattia, spesso letale. Rispetto al resto del Brasile, dove è in calo, nei territori yanomami la Plasmodium falciparum è responsabile di tre casi su dieci.

 

“Questo dimostra che gli operatori sanitari non hanno agito come avrebbero dovuto. Ci sono solo tre cose da fare per bloccare la malattia: vigilanza, diagnosi e cura”, dice il medico Paulo César Basta, ricercatore della Fiocruz che lavora con gli yanomami dal 1998. La diffusione della malattia, dice, è il risultato dei tagli al servizio sanitario durante il governo Bolsonaro. “Lo Sdei è stato praticamente sabotato, il personale è stato sostituito e molte risorse sottratte e sviate”.

Secondo il medico, le azioni del governo di Luiz Inácio Lula da Silva nel primo semestre del 2023 sono state importanti, ma non hanno risolto il problema della salute tra le popolazioni native. “Sono state salvate molte vite e il governo ha fatto la sua parte per le emergenze, inviando medici e trasportando i malati più gravi in centri specializzati. Ma il lavoro è stato discontinuo e oggi si nota una certa stanchezza”, afferma Basta.

Oltre a ciò, la presenza delle miniere illegali rende più difficile l’azione degli operatori sanitari, spiega Hekurari, leader yanomami. I medici, minacciati da minatori spesso armati, non riescono a raggiungere i villaggi.

“Fino a che ci sarà il garimpo, gli yanomami soffriranno a causa delle malattie. I bambini più degli altri”, dice. “Chiediamo al governo di cercare soluzioni permanenti. Senza un piano di sicurezza sanitaria non si potrà garantire la salute dei nativi”. Kleber Karipuna, responsabile dell’associazione dei popoli indigeni brasiliani, è d’accordo: “Lo stato non deve limitarsi a cacciare i garimpeiros, deve restare sul territorio. È l’unico modo di impedire il ritorno dei minatori e l’invasione di altre comunità”, afferma.

Dal gennaio 2023, quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria, il ministero della sanità ha investito “più di 220 milioni di real (40 milioni di euro) per garantire l’accesso alla salute dei nativi in quella zona”, si legge in un documento pubblico. Il doppio rispetto al 2022. Gli operatori sanitari attivi nella regione sono passati da 690 a 960, e sono stati riaperti sette ambulatori: oggi nella terra yanomami sono 68 i centri in grado di assistere i malati.

“In queste zone sono stati curati più di trecento bambini affetti da forme gravi e moderate di malnutrizione. Inoltre il governo, attraverso il programma Mais médicos, ha portato da 9 a 28 il numero di medici”, continua il documento del ministero. Un rapporto recente del centro operazioni d’emergenza yanomami ha reso noto che fino al novembre 2023 erano morti 308 nativi, il 10 per cento in meno rispetto al 2022. Metà erano bambini di meno di quattro anni. Oltre alla malaria le cause di morte sono la polmonite, la diarrea e la denutrizione.

Il 9 gennaio Lula ha annunciato l’apertura di una “casa del governo” nello stato del Roraima, dove vivono gli yanomami, per organizzare le azioni nelle terre indigene e installare tre basi per la vigilanza, di cui si occuperà la polizia e l’esercito. La spesa prevista è di 1,2 miliardi di real

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sabato 16 marzo 2024

I ruralistas spadroneggiano in Brasile - David Lifodi

 

Esponente della comunità pataxó hãhãhãi, nel sud dello stato di Bahía, la donna è stata assassinata a seguito di una spedizione della milizia paramilitare Invasão Zero con la complicità della polizia militare che non è intervenuta.

 

In Brasile i popoli indigeni continuano a restare sotto l’attacco dei ruralistas, definitivamente sdoganati durante la presidenza di Jair Bolsonaro.

Il 21 gennaio scorso, a cadere in quella che è sembrata, per le modalità, una vera e propria esecuzione, è stata María de Fátima Muniz, leader indigena della comunità pataxó hãhãhãi e conosciuta anche come Nega Pataxó.

Ad ucciderla è stata una squadraccia paramilitare del gruppo di estrema destra Invasão Zero, che ha fatto irruzione nel territorio ancestrale pataxó (nel sud dello stato di Bahía), secondo la tecnica tipica dei fazendeiros che progettavano incursioni nelle terre indigene allo scopo di sterminare la popolazione. A rimanere ferito nell’attacco è stato anche il fratello della donna, Nailton Muniz, altro esponente storico degli indios pataxó hãhãhãi.

La milizia Invasão Zero, fondata nel 2023 e dedita ad espropriare con violenza le terre indigene, è sempre stata tollerata dalla polizia, tanto che i paramilitari, nella più totale impunità, hanno diffuso dei video dell’assalto sui social network. Lo scopo del gruppo è quello di creare uno stato parallelo a quello ufficiale, grazie ad un arsenale di armi creato soprattutto durante la presidenza Bolsonaro, notoriamente favorevole ad incentivarne l’uso, la vendita e il commercio.

Invasão Zero, che conta su un significativo appoggio di politici di estrema destra in seno al Congresso, si prefigge di recuperare tutti quei territori che loro ritengono esser stati usurpati dalle comunità indigene o da movimenti sociali come i Sem terra all’interno delle loro fincas. Il giorno prima della spedizione che ha ucciso María de Fátima Muniz, i pataxó erano riusciti a riconquistare il proprio terreno. Solo nello stato di Bahía, negli ultimi 30 anni, sono stati assassinati ben trenta leader delle comunità indigene.

Purtroppo, le istituzioni non riescono a contrastare efficacemente le azioni delle milizie paramilitari, né a livello politico né sul piano del controllo del territorio. A comandare resta l’intolleranza tipica del bolsonarismo, nonostante i timidi tentativi di Lula di promuovere politiche favorevoli ai popoli indigeni la nomina di personalità come Joenia Wapichana alla Fundação Nacional do Índio (Funai), per la prima volta diretta da una indigena e la creazione del Ministero dei Popoli indigeni, anch’esso guidato da un’indigena, Sonia Guajajara.

Nei giorni precedenti all’attacco, nei gruppi Whatsapp dei ruralistas, circolava una sorta di chiamata alle armi per sgomberare il territorio riconquistato dai pataxó e, del resto, il coordinatore nazionale della milizia, Luiz Uaquim, potente proprietario terriero del sud dello stato di Bahía e padrone di fincas in numerose terre indigene, non aveva alcuna intenzione di lasciare impunito questo affronto. Solo un mese prima del ferimento di Nailton e dell’omicidio di María de Fátima Muniz, a cadere sotto i colpi dei paramilitari era stato Lucas Kariri-Sapuyá, nella terra indigena Caramuru-Paraguassu.

Al funerale della donna hanno partecipato, tra gli altri, la ministra Sonia Guajajara e la diputata federale Celia Xakriaba, ma nonostante lo Stato brasiliano abbia cercato di far sentire la sua presenza (lo stesso governatore di Bahía, Jeronimo Rodrigues, appartiene al Partido dos Trabalhadores) e Lula abbia promesso che prenderà delle misure urgenti per tutelare la vita degli indios, le milizie paramilitari, finora, godono di un ampio spazio di manovra e agiscono indisturbate. I circa duecento proprietari terrieri che hanno dato l’assalto agli indios pataxó hãhãhãi si erano infatti riuniti indisturbati senza alcun controllo da parte delle forze dell’ordine.

La polizia militare, secondo gli indios, è rimasta ben lontana dai fazendeiros armati e non ha fatto nulla per impedirne l’assalto, secondo uno schema non troppo diverso dall’attacco delle milizie di Bolsonaro al Planalto nei primi giorni del gennaio 2023 per creare il caos in occasione dell’insediamento di Lula.

Sono circa cinquemila gli appartenenti a “Invasão Zero” nello stato di Bahia e gruppi simili stanno nascendo in tutto il paese: per adesso, purtroppo, indisturbati.

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mercoledì 28 febbraio 2024

Brasile, il genocidio più lungo - le origini di Survival - Francesca Casella


“Considero la fondazione di Survival come il più grande
successo della mia vita professionale.”
Norman Lewis

“La decimazione dei popoli nativi delle Americhe è come un’ossessionante domanda che fluttua nel vento: come abbiamo potuto permettere che accadesse?”
Nelson Mandela, 1996

Il 23 febbraio del 1969, il Sunday Times inglese pubblicò un articolo che scioccò i lettori di tutta la nazione. Si intitolava Genocidio e portava la firma di uno dei più grandi giornalisti di tutti i tempi, Norman Lewis.

L’editore aveva inviato Lewis a investigare sui risultati di un’indagine intrapresa dallo stesso governo brasiliano nel marzo del 1968. Voci sempre più insistenti raccontavano che nella foresta amazzonica si stava ripetendo la tragedia che aveva decimato i Nativi Americani durante l’ultimo secolo ma, questa volta, compressa in un brevissimo arco di tempo. Sembrava che laddove prima vivevano centinaia di Indiani, ne sopravvivessero ora solo poche decine, mantenute in vita solo grazie alla paternalistica sollecitudine dello SPI, il Servizio governativo per la protezione dell’Indio istituito dal governo nel 1910.

“Ma in tutti quei racconti – ed erano davvero tanti”, scriveva Lewis, “c’era una zona di silenzio, una mancanza di sincerità e di responsabilità sociale, un’evidente avversione a scavare nella direzione da cui la distruzione avanzava. Sembrava che dovessimo limitarci a supporre che gli Indiani si stessero semplicemente dissolvendo, uccisi dal duro clima dei tempi, e che fossimo tutti invitati a non porre ulteriori domande.”

Il compito di risolvere il mistero era stato lasciato nelle mani dello stesso governo brasiliano e, in verità, era stato portato a termine con una franchezza brutale e disarmante. Il procuratore generale Jader Figueiredo, spiegava Lewis nell’articolo, era stato incaricato di visitare gli avamposti dello SPI in tutto il paese alla ricerca di prove di abusi e atrocità. In 58 giorni di indagini aveva compilato un dossier di 5115 pagine da cui si evinceva chiaramente che negli ultimi 10 anni migliaia di persone erano state virtualmente sterminate “non nonostante gli sforzi dello SPI ma anzi con la sua connivenza, spesso con la sua ardente collaborazione”.

Oggetto di indagine non erano i massacri che nei secoli precedenti avevano ucciso oltre 6 milioni di Indiani brasiliani, ma le azioni criminali compiute negli ultimi anni nei confronti dei sopravvissuti. Le tragiche perdite subite dalle tribù indiane in quella drammatica decade erano catalogate solo in parte. Tuttavia, il dossier, pesante 103 chili, documentava dettagliatamente assassini di massa, torture e guerre batteriologiche, casi di schiavitù, abusi sessuali, furti e negligenze.

Il rapporto rendeva noto che alcuni gruppi di Indiani Pataxó erano stati infettati deliberatamente col vaiolo; che i fazendeiro avevano fatto ubriacare i Maxacali per poi farli più agevolmente uccidere dai sicari; che i Cinta Larga erano stati massacrati con candelotti di dinamite lanciata dagli aerei sopra i loro villaggi; che la tribù dei Beiços-de-Pau era stata sterminata con cibo intriso di arsenico e insetticida. L’autore paragonava le sofferenze degli Indiani a quelle subite dagli Ebrei nei campi di concentramento nazisti e concludeva affermando che 80 tribù si erano completamente estinte mentre di molte altre sopravviveva solo qualche singolo individuo.

L’inchiesta giudiziaria promossa in seguito alle denunce del rapporto aveva portato all’incriminazione di 134 funzionari governativi, accusati di oltre 1000 crimini diversi. 38 di loro furono licenziati ma nessuno andò mai in carcere. Il dossier non fu mai reso pubblico: al di fuori del governo lo lessero poche persone e, pochi anni dopo, bruciò in un misterioso incendio. La sua scomparsa però arrivò tardi perché aveva già causato un clamore pubblico tale da superare i confini della nazione giungendo fino in Inghilterra.

All’editore del Sunday Times giunsero centinaia di lettere di sgomento e, in pochi giorni, dall’incontro dei lettori più indignati e risoluti a intervenire nacque Survival International. Nei tre anni successivi, i missionari della Croce Rossa, Survival e l’Aborigines Protection Society visitarono decine di tribù e la pubblicazione delle loro scoperte portò finalmente la tragedia degli Indiani amazzonici all’attenzione del mondo intero.

Fondata con l’obiettivo di aiutare i popoli indigeni a difendere le loro vite e le loro terre contro ogni forma di violenza, persecuzione e razzismo, da allora Survival ha continuato a crescere e a espandere il suo raggio d’azione fino a diventare il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. Lottiamo per la loro sopravvivenza, in tutto il mondo. Per i popoli indigeni stessi, per la natura, per tutta l’umanità.

da qui




QUI si può leggere Genocide, l'articolo di Norman Lewis del 1969

venerdì 23 febbraio 2024

India: esperti denunciano il rischio di genocidio per gli Shompen incontattati

 

Trentanove studiosi internazionali di genocidio hanno scritto al governo indiano per denunciare che il progetto di convertire l’isola di un popolo incontattato in un mega-porto e in una città sterminerà la tribù.

L’isola di Gran Nicobar, nell’Oceano Indiano, è la casa di circa 300 cacciatori raccoglitori Shompen, di cui due terzi sono incontattati. È una delle tribù più isolate della Terra e vive nelle dense foreste pluviali che occupano l’interno dell’isola.  

Il progetto da 9 miliardi di dollari che il governo indiano ha varato per l’isola comprende un porto gigantesco, una nuova città, un aeroporto internazionale, una centrale elettrica, una base di difesa, una zona industriale e l’arrivo di 650.000 coloni – con un aumento della popolazione di circa l’8000%. 

“Se il progetto andasse avanti, anche in forma più ridotta, crediamo sarebbe una condanna a morte per gli Shompen, equivalente al crimine internazionale di genocidio” hanno affermato gli esperti, provenienti da istituzioni accademiche di tredici paesi. Tra loro storici, sociologi e l’ex Presidente dell’International Association of Genocide Scholars. 

Secondo gli esperti, "il semplice contatto tra gli Shompen – che hanno poche, o nessuna, difese immunitarie verso le malattie infettive importate – e coloro che provengono dall’esterno porterà con certezza a un forte crollo della popolazione. Ne seguirà la morte di massa dell’interno popolo degli Shompen. Il solo modo per evitare la distruzione degli Shompen è abbandonare il progetto.”

Survival International chiede che il progetto sia abbandonato e che i diritti di proprietà territoriale degli Shompen sulle loro terre ancestrali siano riconosciuti. Oltre 7.000 persone hanno scritto al governo indiano per sostenere questo appello.

“Questo è un chiaro avvertimento a cui il governo indiano deve prestare ascolto: procedere con il progetto per Gran Nicobar distruggerà l’isola in cui vivono gli Shompen, causandone il genocidio” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. 

https://www.survival.it/notizie/13881

giovedì 21 dicembre 2023

Il Congresso brasiliano rigetta il veto di Lula sul PL2903: la reazione di Survival

 

Il Congresso brasiliano ha approvato una nuova legge contenente una serie di misure anti-indigene estreme, annullando gran parte dei veti che il Presidente Lula aveva posto sugli elementi più gravi.

Queste misure, che ora diventano legge, costituiscono “l’attacco più grave e feroce ai diritti indigeni degli ultimi decenni” secondo Survival International.

Il Congresso è dominato dalla lobby mineraria e dell’agrobusiness e da ricchi proprietari terrieri alleati dell’ex Presidente Bolsonaro, nonostante questo sia stato sconfitto dal Presidente Lula alle ultime elezioni di un anno fa.

Con la nuova legge, trafficanti di legname, allevatori e altri che hanno invaso illegalmente i territori indigeni potranno restare a distruggere le foreste fino a quando quelle terre non saranno ufficialmente demarcate – un processo che normalmente richiede decenni.

Molti popoli indigeni potrebbero non poter fare mai più ritorno alla loro terra perché la legge riconosce anche il Marco Temporal (limite temporale), nonostante la Corte Suprema del paese lo abbia respinto solo pochi mesi fa giudicandolo anticostituzionale. Il Marco Temporal è uno stratagemma pro-business che afferma che i popoli indigeni che non possono provare che nell’ottobre 1988 (quando fu promulgata la Costituzione brasiliana) abitavano nelle loro terre non vedranno più riconosciuti i loro diritti su di esse.

L’Associazione dei popoli indigeni del Brasile, APIB, ha annunciato che farà nuovamente ricorso alla Corte Suprema. 

“Questa legge fa a pezzi molte delle protezioni legali sulle terre indigene garantite dalla Costituzione, e le butta nella spazzatura” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. “Dà a grandi aziende e bande criminali che stanno dietro la maggior parte della deforestazione e delle attività minerarie in Brasile ancora più libertà di invadere i territori indigeni e di farvi ciò che vogliono. Segna la rovina di gran parte dell’Amazzonia e di tutte le foreste del Brasile.”

“Questa legge è assolutamente disastrosa per le tribù incontattate del Brasile – che, quando le loro terre vengono invase, sono tra i popoli più vulnerabili del pianeta – e per tutti i popoli indigeni del paese. Questi popoli continueranno a resistere con la stessa determinazione che hanno dimostrato durante il regime genocida di Bolsonaro. E i loro alleati in tutto il mondo, come Survival, continueranno a restare con forza al loro fianco. Permettere che tutto questo passi incontrastato annullerebbe decenni di graduali progressi nel riconoscimento dei diritti indigeni.”

https://www.survival.it/notizie/13854

martedì 3 ottobre 2023

In Brasile le terre indigene sono sempre più in pericolo

 

La Corte Suprema in Brasile riconosce il diritto alla terra dei popoli indigeni - Andrea Vitello

Questo 21 settembre, la Corte Suprema del Brasile ha votato contro il “Marco Temporal”[1] dichiarandone l’incostituzionalità e riconoscendo quindi il diritto dei popoli indigeni a vivere nelle loro terre ancestrali. Il giudice Edson Fachin ha dichiarato: «Come si può vedere dallo stesso testo costituzionale, i diritti territoriali indigeni sono riconosciuti dalla Costituzione, ma preesistono alla promulgazione della Costituzione stessa».[2]

Nove giudici su undici si sono schierati a favore dei popoli indigeni. I due giudici, che si sono pronunciati a favore del “Marco Temporal”, erano stati nominati da Jair Bolsonaro, l’ex presidente di estrema destra. Per festeggiare quest’importante e storica vittoria legale, centinaia di manifestanti indigeni con i loro leader, molti con addosso il tradizionale copricapo a piume, si sono radunati nella città di Brasilia, la capitale del Brasile, all’esterno dell’edificio dell’Alta Corte. Tra i presenti vi erano i popoli Xokleng, Guarani e Kaingang della riserva indigena Ibirama-Laklano. La leader dell’agenzia governativa per gli affari indigeni (FUNAI), Joenia Wapichana, ha dichiarato: “La giustizia è dalla parte dei popoli indigeni”[3]. Fiona Watson, Direttrice del dipartimento Advocacy di Survival International, organizzazione che da anni si batte per i diritti dei popoli indigeni, ha affermato: «È una vittoria storica, cruciale per i popoli indigeni del Brasile e una grande sconfitta per la lobby dell’agrobusiness. Il Marco Temporal era uno stratagemma pensato per legalizzare il furto di milioni di ettari di terra indigena. Se fosse stato approvato, decine di popoli ne sarebbero usciti devastati – come migliaia di Guarani e i Kawahiva incontattati».[4] L’organizzazione nazionale degli indigeni, APIB, ha affermato: «Vittoria! I popoli indigeni hanno sconfitto il Marco Temporal. Restiamo saldi. I diritti non possono essere negoziati»[5].

Attualmente le riserve indigene coprono l’11,6% del territorio brasiliano e si trovano soprattutto in Amazzonia. La Costituzione del Brasile ha un limite per le riserve dei popoli indigeni, tuttavia chi voleva trarre profitto dalla distruzione dell’Amazzonia voleva usufruire del “Marco Temporal”, una proposta di legge volta a limitare questo diritto a quei popoli indigeni non in grado di dimostrare che occupavano le terre dal 5 ottobre 1988, giorno in cui venne promulgata la Costituzione brasiliana. Quella ottenuta è quindi una vittoria importantissima anche per la lotta alla crisi climatica mondiale e alla perdita di biodiversità.

Si tratta quindi di una bella notizia; inoltre il presidente Lula ha rincominciato a creare riserve indigene da quando è entrato in carica a gennaio, ed ha anche creato il primo Ministero degli Affari Indigeni del Brasile.

Fonti:https://www.greenpeace.org/italy/storia/18880/vittoria-la-corte-suprema-del-brasile-ha-bocciato-il-marco-temporal-che-voleva-limitare-il-diritto-alla-terra-dei-popoli-indigeni/; https://www.informazione.it/a/7DDFE6D4-6B8C-48A5-BBEB-3295864771C4/VIDEO-Brasile-storica-vittoria-dei-nativi-alla-Corte-Suprema-grande-festa; https://www.terranuova.it/News/Attualita/Survival-In-Brasile-vittoria-per-i-popoli-indigeni-la-Corte-Suprema-rigetta-il-Marco-Temporal;https://tg24.sky.it/mondo/2023/09/22/brasile-marco-temporal-terra-indigeni

[1] Cit da: https://www.greenpeace.org/italy/storia/18880/vittoria-la-corte-suprema-del-brasile-ha-bocciato-il-marco-temporal-che-voleva-limitare-il-diritto-alla-terra-dei-popoli-indigeni/

[2] Cit da: https://www.terranuova.it/News/Attualita/Survival-In-Brasile-vittoria-per-i-popoli-indigeni-la-Corte-Suprema-rigetta-il-Marco-Temporal

[3] Cit da: https://tg24.sky.it/mondo/2023/09/22/brasile-marco-temporal-terra-indigeni

[4] Cit da: https://www.terranuova.it/News/Attualita/Survival-In-Brasile-vittoria-per-i-popoli-indigeni-la-Corte-Suprema-rigetta-il-Marco-Temporal

[5] Ibidem

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Il Brasile ruralista riallunga le mani sulle terre indigene – Claudia Fanti

È durato appena una settimana il sollievo dei popoli indigeni per la bocciatura da parte del Supremo tribunale federale, per 9 voti a 2, della tesi del «marco temporal» (che riconosce loro solo il diritto alle terre già occupate prima dell'entrata in vigore della Costituzione, il 5 ottobre 1988). La doccia fredda è arrivata mercoledì, con la dichiarazione di guerra del Senato alla Corte suprema - con l’approvazione di un progetto di legge che accoglie la tesi appena respinta - e con la decisione del Stf di mandare un regalo di consolazione agli invasori di terre indigene.
A CONCLUSIONE del cosiddetto «processo del secolo», infatti, i giudici hanno fissato nuovi criteri per il processo di demarcazione, riconoscendo, secondo la proposta di Alexandre de Moraes, il diritto dei «proprietari in buona fede» a un indennizzo corrispondente al valore dell’intera proprietà - e non solo delle migliorie realizzate come prevede la Costituzione -, a meno che l’area indigena non sia stata già ufficialmente demarcata.
Ed era esattamente quello che temevano i popoli originari, convinti che il significativo aumento del valore degli indennizzi possa di fatto paralizzare i già lunghissimi processi di demarcazione, la cui durata può estendersi oggi fino a 25-30 anni.
Non ha invece per fortuna avuto seguito la proposta del giudice Dias Toffoli - dagli effetti realmente mortali per le comunità indigene - di flessibilizzare il diritto di usufrutto esclusivo delle terre garantito loro dalla Costituzione, così da consentire le attività minerarie e la costruzione di centrali idrolettriche.
Alla mano tesa ai latifondisti da parte del Stf sulla questione degli indennizzi la potente bancada ruralista ha comunque risposto picche, approvando nel giro di poche ore - prima alla Commissione di Costituzione e giustizia del Senato e poi nella plenaria della Camera alta - del progetto di legge 2903, definito dagli indigeni «Pl del genocidio», che già aveva ricevuto il via libera della Camera dei deputati e della Commissione di agricoltura e riforma agraria del Senato.
Come se i giudici del Stf non si fossero appena pronunciati, a schiacciante maggioranza, contro l’applicazione di un limite temporale alla demarcazione delle aree indigene, il Senato, con 43 voti a 21, ha trasformato in legge la famigerata tesi ruralista, aggiungendo altre misure non meno letali: il divieto di ampliamento delle terre indigene già demarcate, la violazione del diritto al loro uso esclusivo da parte delle comunità, il via libera alla cooperazione tra indigeni e non indigeni per attività economiche, l’autorizzazione al contatto con i popoli isolati in caso di azioni di pubblica utilità.
Difficile che tale iniziativa - un esplicito atto di guerra nei confronti del Stf, accusato di violare le prerogative del Congresso - possa prosperare: anche nell’ipotesi impensabile che Lula non eserciti il diritto di veto, o in quella, assai più probabile, che i parlamentari a loro volta lo ribaltino, la legge verrebbe comunque dichiarata incostituzionale dalla Corte suprema.
MA, NELLO SCONTRO TRA POTERI che si annuncia sempre più minaccioso, la bancada ruralista ha già pronta una contromossa. Non erano neppure passate 24 ore dallo storico verdetto del Stf e già il senatore Hiran Gonçalves protocollava una Proposta di emendamento costituzionale (Pec 048/2023) per introdurre nella Costituzione del 1988 la tesi del marco temporal, con la firma di tutto il peggio del bolsonarismo e dintorni: da Hamilton Mourão a Sergio Moro, da Tereza Cristina a Damares Alves fino a Flávio Bolsonaro.
Un’offensiva così rabbiosa della bancada ruralista era del resto prevedibile: secondo il dossier Os invasores dell’Osservatorio sull’agribusiness in Brasile «De olho nos ruralistas», non solo i latifondisti al Congresso usurpano circa 96mila ettari di terra appartenenti ad aree indigene, ma diversi di loro hanno anche ricevuto in campagna elettorale ingenti finanziamenti da parte di fazendeiros invasori.

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giovedì 14 settembre 2023

65 mila ettari di foresta indonesiana sono salvi grazie alla vittoria del Popolo indigeno Auyu - Andrea Vitello

 

Al fine di rispettare gli impegni dovuti all’accordo sul clima di Parigi, lo stato indonesiano si è impegnato a ridurre le emissioni di gas serra del 31%, o del 43% con il sostegno finanziario internazionale, entro il 2030. Tuttavia la fonte principale di emissioni in Indonesia deriva dalla deforestazione, spesso dovuta al rilascio di permessi per le piantagioni di olio di palma. Proprio per questo il ministro, dell’Ambiente e delle foreste indonesiano, attraverso un decreto ministeriale avevo reso più difficile ottenere i permessi per ampliare le piantagioni di olio di palma danneggiando le foreste.

Nel mese di marzo, PT Kartika Cipta Pratama e PT Megakarya Jaya Raya, due aziende produttrici di olio di palma, avevano citato in giudizio il suddetto ministro per tale decreto. Per fortuna il tribunale amministrativo di Giacarta non solo ha respinto la richiesta delle due aziende, ma ha anche riconosciuto il diritto a viverci del popolo Auyu, un popolo indigeno che si trova nella Papua Occidentale. In tutto si tratta di 65mila ettari di foresta pluviale incontaminata, un territorio grande quasi quattro volte la città di Milano.

La responsabile campagna foreste di Greenpeace Italia, Martina Borghi, in merito alla sentenza ha dichiarato:

«La sentenza del Tribunale amministrativo di Giacarta rappresenta un precedente importante e sancisce il diritto alla terra del Popolo Auyu, un Popolo Indigeno che abita le remote foreste della Papua Occidentale, vicino al confine con la Papua Nuova Guinea, che Greenpeace affianca nella protezione delle foreste dell’Indonesia. Grazie a questa decisione, giunta dopo una lunga battaglia legale sostenuta dal Popolo Auyu insieme a Greenpeace e ad altre associazioni e fondazioni indonesiane, le due aziende, che avevano già distrutto quasi 9.000 ettari di foresta per favorire l’espansione di piantagioni di palma da olio, sono ora costrette a fermarsi»[1]. E poi aggiunge: «La foresta che viene distrutta per produrre olio di palma non è solo il luogo in cui il Popolo Auyu trova cibo, medicine e mezzi di sussistenza, ma è anche l’habitat di flora e fauna uniche al mondo, endemiche della Papua. Per gli Auyu, difendere le loro terre forestali nelle aule dei tribunali potrebbe essere l’ultima possibilità di salvare la loro casa e i loro mezzi di sostentamento, la loro cultura e il loro stile di vita»[2].

Greenpeace Indonesia ha comunicato: “Sforzi legali per difendere le foreste tradizionali sono stati intrapresi dagli Auyu anche presso il Tribunale amministrativo di Jayapura”[3].

Nel suo comunicato stampa Greenpeace Italia ha inoltre specificato:

“Greenpeace, insieme a una coalizione di associazioni e fondazioni indonesiane, supporta il Popolo Auyu nella battaglia contro il land grabbing, per affermare il diritto alla proprietà delle loro terre ancestrali e per salvare le preziose foreste indonesiane. Da marzo di quest’anno il Popolo Auyu sta partecipando a numerose udienze, presentando prove e testimonianze per preservare le foreste della Papua Occidentale dalla produzione indiscriminata di olio di palma.”[4]

Ci troviamo di fronte davvero ad una buona notizia, speriamo possa servire d’esempio ai governi, dei vari paesi, per riconoscere il diritto delle popolazioni indigene ad abitare su quelle foreste che altrimenti subirebbero una violenta deforestazione a favore dei guadagni delle imprese di olio di palma. Tutto questo inoltre aiuterebbe a contrastare la crisi climatica.

 

 

Fonti: https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/18742/greenpeace-sentenza-del-tribunale-di-giacarta-salva-65-000-ettari-di-foresta-indonesiana-dalle-piantagioni-di-palma-da-olio-e-il-diritto-alla-terra-del-popolo-auyu/; https://www.greenme.it/ambiente/foresta-indonesiana-auyu/; https://www.lindipendente.online/2023/09/08/indonesia-gli-indigeni-auyu-sconfiggono-i-colossi-dellolio-di-palma-in-tribunale/

 

[1] Cit da: https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/18742/greenpeace-sentenza-del-tribunale-di-giacarta-salva-65-000-ettari-di-foresta-indonesiana-dalle-piantagioni-di-palma-da-olio-e-il-diritto-alla-terra-del-popolo-auyu/

[2] Ibidem

[3] Cit da: https://www.lindipendente.online/2023/09/08/indonesia-gli-indigeni-auyu-sconfiggono-i-colossi-dellolio-di-palma-in-tribunale/

[4] Cit da: https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/18742/greenpeace-sentenza-del-tribunale-di-giacarta-salva-65-000-ettari-di-foresta-indonesiana-dalle-piantagioni-di-palma-da-olio-e-il-diritto-alla-terra-del-popolo-auyu/

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martedì 4 aprile 2023

Indonesia: popolo incontattato a rischio sterminio per la produzione di batterie per auto elettriche


Tesla collegata a un enorme programma di estrazione di nichel insieme ad aziende francesi e tedesche

In Indonesia, un imponente progetto di estrazione di nichel sull’isola di Halmahera rischia di spazzar via un popolo incontattato unico.

Il progetto fa parte di un più ampio programma del governo indonesiano che mira a diventare un importante produttore di batterie per auto elettriche proprio grazie all’estrazione e alla fusione di nichel e di altri minerali: un piano in cui compagnie internazionali come Tesla stanno già investendo miliardi di dollari.

Ma l’estrazione di nichel sull’isola di Halmahera è destinata a distruggere vaste aree forestali abitate da circa 300-500 membri incontattati del popolo Hongana Manyawa. Se le attività minerarie dovessero proseguire come previsto, non sopravviveranno.

Gli Hongana Manyawa – nome che nella loro lingua significa “popolo della foresta” – sono uno degli ultimi popoli di cacciatori-raccoglitori nomadi dell’Indonesia. 

Oggi rischiano di vedere la loro terra, e tutto ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere, distrutto da multinazionali che si affannano per fornire uno stile di vita apparentemente “sostenibile” a persone lontane migliaia di chilometri. 

Secondo la legge internazionale, queste attività minerarie sono illegali perché i popoli incontattati non possono dare il loro Consenso Libero, Previo e Informato allo sfruttamento della loro terra – un requisito legalmente necessario per tutte le attività di ‘sviluppo’ nelle terre indigene.

Nonostante questo, la Weda Bay Nichel (WBN) – una compagnia di cui la francese Eramet è comproprietaria – ha nell’isola un’enorme concessione mineraria che si sovrappone ai territori degli Hongana Manyawa.

La WBN ha avviato le attività minerarie nel 2019 nonostante fosse consapevole di questa sovrapposizione. Da allora sono già state distrutte vastissime aree di foresta che gli Hongana Manyawa considerano la loro casa. La compagnia progetta di aumentare di molto il ritmo delle estrazioni e di continuare le attività per 50 anni.

Survival ha appreso anche che il gigante chimico tedesco BASF sta progettando di collaborare con Eramet per costruire una raffineria ad Halmahera e che una sua possibile ubicazione potrebbe trovarsi proprio nel territorio degli Hongana Manyawa incontattati.

Una donna Hongana Manyawa contattata di recente ha spiegato: “Stanno avvelenando la nostra acqua, ci sentiamo come se ci stessero uccidendo lentamente.”

E un’altra ha aggiunto: “Non do il consenso a prenderla… dite loro che non vogliamo dar via la nostra foresta.”

“È scioccante che le aziende che producono auto elettriche vendano ai clienti la promessa di un ‘consumo etico’ mentre la loro filiera di approvigionamento distrugge un popolo incontattato” ha dichiarato la Direttrice generale di Survival International Caroline Pearce. “Non c’è ‘rispetto del clima’ nel devastare la foresta degli Hongana Manyawa, e niente di ‘sostenibile’ nel causare la morte di indigeni che vivono in modo autosufficiente.” 

“Tesla e altre compagnie produttrici di auto elettriche hanno la possibilità di essere all’altezza delle aspettative dei loro clienti e di evitare un’orribile – oltre che illegale – aggressione ai diritti umani, impegnandosi a garantire che nessuno dei minerali che acquistano provenga dalle terre dei popoli indigeni incontattati di Halmahera. Se non lo facessero, sarebbe come affermare che le vite degli Hongana Manyawa sono sacrificabili."

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sabato 4 marzo 2023

Brasile: il genocidio yanomami - Carlo Miglietta (*)

La catastrofe umanitaria è stata provocata dalle politiche anti-indigene dell’ex presidente Bolsonaro.


Il mondo si sta finalmente accorgendo del genocidio del Popolo Indigeno Yanomami che la Chiesa cattolica e varie ONG, tra cui la nostra, il CO. RO. (Comitato Roraima di solidarietà con i Popoli Indigeni del Brasile), stanno da tempo denunciando. Quello Yanomami è il territorio indigeno più esteso del Brasile, con una superficie di circa 9 milioni di ettari, abitato da circa 28.000 nativi, che parlano 6 lingue diverse e si dividono in più di 300 comunità e gruppi indigeni isolati.

Ma la sciagurata politica antindigena e predatoria del precedente Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, intesa a sfruttare in ogni modo le Terre Indigene, anche quelle dichiarate dalla Costituzione come interdette ai bianchi, ha provocato un vero massacro della popolazione. I Vescovi brasiliani da anni denunciano lo sfruttamento minerario illegale, con la presenza di circa 20.000 “garimpeiros”, i cercatori d’oro abusivi, assoldati da organizzazioni criminali, coinvolte nel traffico di droga, armi e riciclaggio di denaro. La presenza dei garimpeiros è aumentata del 3.350 per cento rispetto al 2016. L’irruzione dei cercatori d’oro ha moltiplicato per sette i casi di malaria: si stima che il 70% degli indigeni siano ora affetti da tale malattia. In seguito all’avvelenamento dei fiumi con il mercurio, impiegato per l’estrazione dell’oro, buona parte dei pesci sono morti, e molti indigeni si sono ammalati. Inoltre è venuta a mancare la cacciagione, in parte uccisa dagli stessi garimpeiros per la loro sopravvivenza, in parte fuggita, terrorizzata dal rumore degli enormi macchinari impiegati per l’attività estrattiva.

Il risultato è stata una catastrofe umanitaria già ben nota in Brasile, anche se le cifre esatte siano arrivate solo ora. Negli ultimi quattro anni, ogni sessanta ore, un bambino Yanomami sotto i cinque anni è stato ucciso dalla fame, dalla dissenteria acuta o dalla malaria, per un totale di 570 morti. Ormai circolano sul web e sui giornali le immagini di bambini Yanomami denutriti, scheletrici, con la pancia gonfia e gli occhioni sbarrati.
Secondo le organizzazioni indigene, buona parte del popolo Yanomami “è spiritualmente morto a causa della distruzione della foresta, degli omicidi e degli attacchi di ogni genere che subisce, delle umiliazioni, degli stupri, del furto di bambini, dei suicidi” e, tutto ciò è il risultato dello sfruttamento minerario: “Il cercatore d’oro è bagnato di sangue”.

La Corta Suprema brasiliana, nel 2021, e la Corte interamericana per i diritti umani, nel 2022, avevano intimato allo Stato, allora guidato da Bolsonaro, di espellere i garimpeiros: ma nessuna di queste sentenze è stata rispettata. In compenso, progressivamente, i fondi per la salute dei nativi del Roraima sono stati tagliati. I medicinali hanno iniziato a scomparire dai dispensari: diecimila bambini non hanno più potuto essere curati. Nel 2022, appena il 30 per cento delle scorte previste è stato effettivamente consegnato. Dove sia finito il resto è oggetto di un’inchiesta su una rete di corruzione all’interno del sistema di salute.

Il nuovo Presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva, e Sônia Guaguajara, ministra dei Popoli Indigeni, sono subito volati di persona a Boa Vista, capitale del Roraima, per cercare di fermare il genocidio. Sono rimasti sconvolti dallo scenario che si è loro presentato. Il ministero della Salute ha dichiarato l’emergenza sanitaria per gli Yanomami, inviando squadre di Medici e materiale sanitario, e instaurando un ponte aereo per portare a un apposito ospedale da campo allestito a Boa Vista i casi più gravi, più di mille in pochi giorni. Intanto la Ministra dell’Ambiente, Marina Silva, ha annunciato una maxi-operazione per espellere i “garimpeiros”, mobilitando l’Esercito, l’Aviazione e le Forze Navali. Il ministro della Giustizia, Flavio Dino, ha ordinato l’apertura di un’indagine su presunti reati di genocidio e crimini ambientali.

Anche dom Leonardo Steiner, il Cardinale dell’Amazzonia, è arrivato a Boa Vista, accompagnato dal nostro caro amico, Missionario della Consolata, padre Corrado Dalmonego, per manifestare, a nome di Papa Francesco e della Presidenza della Conferenza Episcopale Nazionale del Brasile (CNBB), la sua solidarietà agli Yanomami. I leader indigeni hanno ringraziato il cardinale Steiner per la sua presenza nella regione in un momento così difficile per le popolazioni indigene. “Guarda i piccoli curuminzinhos (i bambini indigeni)”, invita uno Yanomami in un video che ci è giunto: “Tutti con la malaria, tutti gialli di malaria. Ce ne sono a decine, altri non riescono ad alzarsi. Stanno morendo e noi con loro”.

Purtroppo l’Associazione dei popoli indigeni brasiliani (Apib) ha annunciato che tante altre popolazioni native del Brasile sono in analoga sofferenza per l’atteggiamento genocida del precedente Governo Bolsonaro.

 

(*) CO. RO. ONLUS (Comitato Roraima di solidarietà con i Popoli Indigeni del Brasile)

Ulteriori informazioni e foto sono disponibili sul sito www.giemmegi.org

 

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