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giovedì 31 agosto 2023

Il turismo di massa a Venezia e nel Veneto - Dante Schiavon


Finalmente (agosto 2023) è arrivata la raccomandazione dell’UNESCO affinché Venezia venga  inserita nella lista del “Patrimonio mondiale in pericolo”.

La motivazione: “non sarebbero state adottate misure  sufficienti per contrastare il deterioramento del sito dovuto in particolare al ‘turismo di massa’ e ai cambiamenti climatici”.

Ma quanta ipocrisia, da parte del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, nel  relazionarsi al richiamo dell’Unesco su Venezia e sugli effetti del turismo di massa, quasi lui contasse come il due di coppe quando la briscola è bastoni  in una partita politica in cui  da le carte da quasi vent’anni. 

E quanta  parzialità,  superficialità, quasi accondiscendenza nel racconto mediatico di quello  che il turismo di massa  sta arrecando e potrà arrecare all’ambiente, non solo a Venezia, ma in tutte le località di richiamo del Veneto.

E quanta apatica indifferenza nel fideistico corpus elettorale del Presidente Zaia verso  gli effetti di un nuovo capitolo del libro veneto sulla mercificazione delle risorse ambientali e storiche ereditate (Venezia, le Dolomiti) e sull’uso, consumo e gestione delle risorse naturali (cementificazione del suolo, inquinamento dell’aria delle città venete, inquinamento delle acque sotterranee e di superficie per residui di pesticidi e di Pfas).  

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L’ultimo capitolo del libro veneto  sulla mercificazione delle risorse naturali, ambientali e storiche ereditate si intitola turismo industriale.

La turistificazione industriale è un processo poliedrico (ambientale, politico, economico,  culturale) portato avanti nel tempo, in più fasi e con più atti legislativi, accompagnati immancabilmente  dal linguaggio della propaganda.

Lo scopo finale di tale processo, a mio giudizio, è quello di usare il turismo industriale come una consistente leva economica che venga in soccorso dello  scricchiolante modello economico del Nord-Est  che, tra l’altro,  ha capannonizzato e ingrigito il paesaggio, la terra e la campagna veneta.

In questo percorso di mercificazione delle risorse la valorizzazione turistica si sta rivelando  una  valorizzazione monetaria, commerciale di singoli luoghi, esaltati da cartoline mediatiche prodotte anch’esse a livello industriale da  influencer e media e usate come specchietto per le allodole per nascondere la scomparsa del  paesaggio veneto  nella sua dimensione propriamente paesaggistica,  sempre più degradato e cementificato.

Venezia è un caso emblematico delle conseguenze ambientali e antropologiche del  turismo di massa: un  turismo industriale a cui viene affidato il compito di aumentare il PVL (Prodotto Veneto Lordo) messo in crisi dagli effetti della globalizzazione. 

Una strategia amministrativa e politica di cortissimo respiro, infiocchettata da gigantesche operazioni di marketing territoriale, che fa fuori l’essenza valoriale, ecologica, naturalistica, storica, antropologica  dei beni cosiddetti turistici. 

Non è un caso che in Regione Veneto la sezione “Strategia Regionale della Biodiversità e  dei Parchi”  sia finita sotto la Direzione Turismo: una forzatura istituzionale di senso e di significato, tipica di una politica arrogante e autoreferenziale, non incalzata da una efficace contro narrazione del sistema veneto. 

E non c’è solo Venezia in questo tritatutto industriale dei beni turistici.

Rispetto alla soverchiante urbanizzazione pedonale e marittima di Venezia cosa sta accadendo in altri siti Unesco della Regione?

Cosa  si sta facendo e cosa sta  facendo l’Unesco per non arrivare alla situazione limite di Venezia? 

Ad esempio, perché gli effetti sugli habitat faunistici e vegetazionali, in conseguenza dell’organizzazione di un evento sportivo globale, planetario,  come lo sono le XXV Olimpiadi Invernali,  non sono ancora stati oggetto di alcun richiamo da parte dell’Unesco?

Un evento la cui  traduzione operativa, urbanistica e logistica  sul  territorio alle pendici delle Tofane ha già comportato e sta comportando la creazione di nuove  piste, l’allungamento e rimodellamento con allargamento di quelle esistenti (anche in versanti soggetti a valanghe), la creazione di bacini idrici per l’innevamento artificiale, la creazione di nuovi impianti di risalita, di nuovi parcheggi, di nuove strade di accesso e raccordi fra piste da sci e fra strade di collegamento, la  riduzione di superfici  boscate, il taglio di centinaia di alberi, la riduzione di superfici  a prato o a pascolo:  tutte “azioni”  che hanno già determinato un consumo di suolo di circa 40 ettari, a cui si vorrebbe (le “intenzioni”) aggiungere la costruzione di una anacronistica pista da bob a spese anche  di  un lariceto secolare.

E cosa  potrà accadere in un prossimo futuro  in un altro sito dichiarato Patrimonio dell’Umanità: le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.

Cosa c’è di diverso, rispetto al sovraffollamento antropico fuori controllo di Venezia, in un’area vitivinicola già soggetta a importanti fenomeni di erosione  per  quello che potrà accadere a seguito di mega operazioni  di marketing territoriale che possono portare ad un aumento del flusso turistico  dagli attuali 400.000 visitatori al loro raddoppio in 5 anni?

Non bisogna essere dei geni per comprendere la  compromissione urbanistica e ambientale che comporterebbero nuove infrastrutturazioni (strade, parcheggi, nuove strutture ricettive, ecc.) in un’area collinare e boschiva, relativamente ridotta  e idrogeologicamente fragile. Certo, la consapevolezza sulle caratteristiche dei luoghi che si amministrano nasce dalla conoscenza della loro geografi”.

Una consapevolezza che chi amministra la Regione non può acquisire solo  attraverso  un debordante presenzialismo sui social e alle  sagre,  facendosi immortalare per l’ennesimo brindisi  con le bollicine.  

In un’area, quella del Prosecco, in cui l’espansione  imperialistica della Glera e l’uso intensivo della chimica di sintesi avevano già fatto vacillare la decisione dell’Unesco circa l’esito positivo della candidatura a Patrimonio dell’Umanità.

Un’indecisione che l’Unesco ha risolto stilando 14 prescrizioni su cui  però   non sembra minimamente preoccupata di vigilare. 

Cosa c’è di diverso, nella sostanza e non nella forma, rispetto a Venezia?

Forse i tempi in  cui  potrà materializzarsi una situazione off limits come quella di Venezia?

Cosa c’è di diverso, da non meritare un richiamo dell’Unesco,  nelle leggi regionali del Veneto che riguardano i siti Patrimonio dell’Umanità  presenti in regione?

Leggi regionali che consentono, in un caso, nell’area delle Colline del Prosecco, di urbanizzare l’area agricola  dei vigneti ampliando, a scopo ricettivo, fino a 120 metri cubi  le vecchie casere  e, nell’altro caso, nell’area delle Dolomiti, dì costruire, parificandole ai rifugi alpini, delle strutture ricettive di lusso (le chiamano “stanze panoramiche”) oltre i 1600 metri di altitudine.

Il turismo industriale modello balneare non è sostenibile, tanto meno nelle aree Unesco, perché provoca l’asfissia culturale, ambientale, economica e antropologica dei siti.

Alla valorizzazione  turistica dei luoghi vanno posti dei limiti invalicabili che riguardano la loro  conservazione, manutenzione e la gestione controllata e contingentata dei flussi (si tratti di Venezia, delle Dolomiti, delle Colline del Prosecco).

Va fermata ulteriore urbanizzazione, ulteriore cementificazione.

Va fermata  la folle corsa pubblicitaria del marketing territoriale social tenendo conto della  capacità di assorbimento antropico del luogo pubblicizzato e del suo contesto paesaggistico-ambientale e, soprattutto, della qualità di vita  dei residenti.  

La  valorizzazione turistica dei luoghi   naturali  o storico-artistici  non può essere oggetto di ulteriori pianificazioni infrastrutturali  e di business che potrebbero abbassare il  pregio naturalistico, storico-artistico, estetico e attrattivo dei luoghi e compromettere il tessuto  antropologico delle comunità residenti:  è sempre  una questione di “limiti”, un concetto difficile da assimilare, ma drammaticamente vitale per la sopravvivenza degli ecosistemi, della stessa economia dei luoghi nel lungo periodo,  dei sistemi di vita delle popolazioni locali. 

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Non si riflette abbastanza sugli effetti del turismo di massa sul precario equilibrio antropologico delle comunità che vivono nei siti turistici: il dramma turistico  di Venezia è  lì a ricordarcelo. 

E sono aspetti essenziali da inglobare nella nostra visione di un futuro per questi luoghi che non possono essere assimilati a  delle zone industriali a cielo aperto  in funzione del PVL (Prodotto Veneto Lordo).

La risorsa turismo in certi luoghi va maneggiata con cura, va centellinata e può dare il suo contributo all’economia  dei territori, ma non può degenerare  in un turismo di massa indifferente alla  capacità di assorbimento antropico, alla tutela dei paesaggi e alla salvaguardia dello  spirito identitario delle comunità interessate dai flussi turistici.

Rispetto  ai fatturati del turismo modello balneare, che compromettono nel medio-lungo periodo  la risorsa ambientale, la gestione controllata dei flussi turistici quasi certamente avrà dei ritorni  economici  più contenuti (e sostenibili nel tempo),  ma potrebbe  anche rendere fertile  un terreno su cui attecchiscono nuovi desideri/aspirazioni  di appartenenza alle  comunità e  assecondare così, unitamente a misure di incentivazione economica e sociale,  un processo di ripopolamento residenziale, sia del centro storico di Venezia e sia delle aree interne del Veneto (i borghi e i paesi  di montagna e di collina) che stanno vivendo una fase di lento spopolamento. 

Dante Schiavon, socio GrIG – Veneto

 

da qui

 

lunedì 15 luglio 2019

Giordania, le antiche rovine di Petra - GIUSEPPE DEL BUONO



Un paese affascinante la Giordania, una cultura millenaria, una storia travagliata e ricca che si perde indietro nel tempo fino agli albori della storia. In questi luoghi troviamo delle rovine ancora più misteriose e seducenti, i resti dell’antica città di Petra risalenti al IV secolo a.C. Le rovine dell'antica metropoli e del centro commerciale ora servono come importante sito archeologico e ovviamente come attrazione turistica.
Petra si trova a circa 240 km a sud di Gerusalemme e Amman, la capitale della Giordania, e circa a metà strada tra Damasco, Siria e Mar Rosso, ed è proprio la sua posizione geografica che è stata ideale per far sviluppare il complesso nel corso dei secoli come polo commerciale e centro di scambio.
Il sito è considerato significativo dagli storici e dagli archeologi, anche per altri motivi, ovvero sia per la sua bellissima architettura scavata nella roccia che per l'innovativo sistema di gestione delle acque, che ha reso la regione abitabile, dato che è circondata da terreno desertico, aspro e montuoso.
Petra è stata anche definita la "città delle rose" a causa del colore delle pietre utilizzate nei suoi edifici ed è stata inserita nel Patrimonio Mondiale dell'UNESCO nel 1985.
La storia della città inizia come postazione commerciale dai Nabatei, una tribù beduina araba indigena della regione in quella che oggi è la Giordania sudoccidentale. I Nabatei che vivevano e commerciavano a Petra accumularono presto una notevole quantità di ricchezza, e un invidioso Impero Greco attaccò la città nel 312 a.C. Questo evento segna il primo riferimento a Petra registrato nella storia. I Nabatei combatterono con successo gli invasori greci approfittando del terreno montagnoso che circondava la città. La montagna serviva efficacemente come un muro naturale, sostenendo Petra.
Tuttavia, l'incursione greca fu solo l’inizio di una serie di attacchi che portarono in ultimo alla conquista di Petra da parte dei Romani nel 106 d.C., e alla fine costrinsero i Nabatei ad arrendersi. L'Impero Romano annesse il territorio appena guadagnato e cambiò il suo nome in Arabia Petraea.
Continuarono a governare la città per oltre 250 anni fino alla metà del quarto secolo d.C., quando un terremoto distrusse molti dei suoi edifici. Alla fine i Bizantini presero il controllo della regione e governarono Petra per circa 300 anni. All'inizio dell'ottavo secolo d.C., Petra era in gran parte abbandonata e non era più un luogo significativo dal punto di vista commerciale, politico e culturale. Tuttavia, pur essendo in rovina incominciava ad essere notata da storici e archeologi per la sua architettura unica e per l'innovazione specifica dei beduini nabatei che hanno fondato la città.
Dato il terreno accidentato e montuoso che lo circonda, Petra non sembrerebbe un luogo logico per costruire una città eppure i Nabatei approfittarono di questa geografia mentre erigevano le sue strutture chiave. Usando una prima forma della tecnica nota come architettura scavata nella roccia, i Nabatei scolpirono letteralmente molti degli edifici della città dalle superfici di pietra circostanti. Con l'evolversi della cultura nabatea e con il successivo tentativo dei romani e dei bizantini di lasciare i propri segni sulla città, l'architettura di Petra iniziò ad assumere un mix tra le diverse culture che la occupavano.
Le tombe grandi ed ornate costruite dai Nabatei lasciarono il posto alle chiese cristiane costruite dai Bizantini, che consideravano Petra la capitale della provincia della Palestina.
Nel mentre di questo passaggio architettonico per le strutture più imponenti i Romani che governarono la città dopo i Nabatei e prima dei Bizantini, costruirono la strada romana di Petra, che venne utilizzata come la principale arteria, e costruirono anche le porte ornate che segnavano l’ingresso, e altri interventi minori che comunque lasciarono il segno.
L’influenza dei Nabatei sul disegno e sulla struttura della città non fu mai completamente eliminata, la loro geniale abilità nello sviluppare soluzioni per la raccolta dell’acqua rimase come segno indelebile e fu utilizzato senza troppe modifiche anche da coloro che vennero dopo.
Come abitanti del deserto, i Nabatei avevano lottato a lungo durante le stagioni in cui le precipitazioni nella regione erano molto limitate, ma anche quando erano troppo abbondanti. Al momento della costruzione, svilupparono un sistema unico di condutture, dighe e cisterne per raccogliere, immagazzinare e distribuire l'acqua piovana per tutto l'anno sfruttando anche precipitazioni limitatissime. In certi periodi dell'anno, l'area intorno alla città era soggetta a inondazioni. Tuttavia, i Nabatei erano in grado di controllare efficacemente queste alluvioni usando dighe e, quindi, l'approvvigionamento idrico della città. Ciò significava che potevano risiedere in città anche durante i periodi di siccità migliorando anche la resa dal punto di vista agricolo.
Dopo l'ottavo secolo, quando Petra fu in gran parte abbandonata come centro commerciale, le sue strutture in pietra furono utilizzate come rifugio dai pastori nomadi per diversi secoli.
Poi, nel 1812, le straordinarie rovine di Petra furono per cosi dire "scoperte" dall'esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che descrisse quello che aveva visto nelle sue memorie di viaggio.
Con il mondo occidentale ormai consapevole della loro esistenza, le rovine hanno presto attirato l'interesse di architetti e studiosi, e iniziarono anche degli scavi ufficiali che portarono a dei risultati nei decenni successivi, tra cui la scoperta del 1993 di pergamene greche risalenti al periodo bizantino e la più recente documentazione via satellite di immagini di una struttura monumentale precedentemente sconosciuta sepolta sotto le sabbie della zona.
Quando nel 1985 Petra fu dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO, le tribù beduine che avevano costruito case all'interno delle restanti rovine della città furono forzatamente trasferite dal governo giordano.
Nei primi anni 2000, il sito è stato nominato una delle "Sette nuove meraviglie del mondo", portando a un picco nel turismo. Da allora, sono stati fatti sforzi per proteggere le rovine di Petra dal turismo eccessivo, così come i danni da inondazioni, pioggia e altri fattori ambientali.

lunedì 17 dicembre 2018

Muretti a secco, in Sardegna quanto sangue dietro - Francesco Casula



I muretti a secco sono stati riconosciuti dall’Unesco patrimonio dell’Umanità. Bene. Purché non si dimentichi di che lagrime grondino e di che sangue. Almeno in Sardegna.
Gli editti delle chiudende irruppero sulle comunità, implacabili come castigo di dio. In un ciclonico turbinio di inaudite illegalità sopraffazioni e violenze, di persecuzioni assassinii carcerazioni e torture, di imbrogli frodi e corruzioni, furono chiusi, con la conni­venza criminale dello Stato, magistrati polizie ed esercito, migliaia di ettari dei migliori terreni privati e comunali, pascoli e seminati­vi, case ovili e orti familiari, strade e ponti, abbeveratoi e fonti pubbliche.
Ma ecco la storia. In data del 6 ottobre del 1820 Vittorio Emanuele emette il regio Editto sopra le Chiudende, con nove articoli. Quello fondamentale è il 1° che recita testualmente: “Qualunque proprietario potrà liberamente chiudere di siepe o di muro, o vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana, o abbeveratoio .
Questo in teoria. La pratica sarà ben diversa. A rendersene conto le stesse autorità che, con qualche ipocrita considerazione critica e sia pure solo a livello di documento «riservato», – e comunque senza trarre le dovute conseguenze – ammetteranno abusi colossali e violazioni sistematiche in merito alla osservanza dell’articolo primo in specie, in seguito alla massiccia chiusure dei terreni, che avverrà dopo il 1830. Nei primi anni, dopo l’emanazione del Decreto, le chiusure saranno molto poche.
Ecco cosa scrive lo stesso viceré di Sardegna, nella sua relazione sulle Chiudende presentata alla Corte il 22 settembre 1832: “E’ veramente eccessivo l’abuso che fecesi delle Chiudende da alcuni proprietari. Siffatto abuso è quasi generale nel Nuorese. Si chiusero a muro e a siepi boschi ghiandiferi, si chiusero al piano e ai monti i pascoli migliori per obbligare i pastori a pagare un fitto altissimo e si incorporarono perfino le pubbliche fonti e gli abbeveratoi per meglio dettare ai medesimi la legge … Questa (legge) giovò nella sua esecuzione solo ai ricchi e ai potenti, i quali non ebbero ribrezzo di cingere immense estensioni di terreno d’ogni natura, senza idea di migliorare il sistema agrario, ma al solo oggetto di far pagare dai contadini e dai pastori la facoltà di seminarli e il diritto di far pascolare i loro armenti”.
Altro che disiato rifiorimento! Sarà un disastro: unu disacatu mannu!.
Nel suo romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì scriverà di Una legge famigerata,che sovvertiva un ordine durato nell’Isola da secoli.
E che causerà gravissime crisi economiche e sociali. E ribellioni violente contro la recinzione delle terre comunitarie: tanto che, soprattutto nel Nuorese, o comunque dove l’opposizione fu più decisa, soprattutto i pastori riuscirono a “conservare” molto “cumonale”. Fu in conseguenza di quella lotta che ancora oggi in Sardegna e nelle zone interne pastorali in particolare, le terre comunali indivise occupano il 15% circa dell’intera superficie (353.000 ettari) cui occorre aggiungere 227.000 ettari di terre appartenenti a Enti Pubblici. Sempre Giuseppe Dessì scrive che “con la creazione forzata della proprietà privata dovuta alla Legge delle chiudende e la conseguente decadenza dei Monti granatici ai poveri non restava altro che rivolgersi agli usurai che la fecero da padroni in tutti i paesi dell’isola, favoriti anche dalla disastrosa crisi bancaria” 1.
Mentre un altro Dessy, Ugo questa volta, anche lui valente saggista, scrittore e romanziere, in modo duro e radicale, con toni ironici e anche sarcastici, denuncia la legge e i risultati che produrrà: “«il disiato rifiorimento» riguardava le casse della con­sorteria al potere: la nuova nobiltà, la nascente e affamata borghesia e il clero trasformista. Ma anche in un periodo di assolutismo monarchico, finché si può, gli atti di rapina dei ceti dominanti vengono mascherati come interventi per instaurare l’ordine, incrementare la produzione, creare il benessere generale. Prosegue Ugo Dessy: ”si deve alla resistenza popolare, al sacrificio di tante vite  umane se  l’economia pastorale e la civiltà di cui è espressione non furono cancellate dalla faccia della terra. I danni  inferti alla economia isolana dalle Chiudende furono ingenti. Dal 1790 al 1805 la quantità di grano (in starelli)  prodotta in Sardegna va da 1.793.894 a 1.192.103; dal 1842 scende da 1.074.597 a 530.111. La produzione del grano dopo le Chiudende si dimezza, in un primo tempo, e poi si riduce a circa un quarto. Dal 1790 al 1795 (mancano i dati relativi ai primi anni del 1800) la produzione dell’orzo (in starelli) va da 588.708 a 438.987; dal 1842 al 1847 scende da 537.144 a 170.970. Il patrimonio ovino risulterà dimezzato”2. Soprattutto nel Nuorese, zona prevalentemente pastorale, la resistenza e la lotta dei pastori sarà furibonda e non li scoraggeranno neppure le fucilazioni sommarie e la repressione violenta da parte dell’esercito.
“La conseguenza – scrive Ignazio Pirastu, gran conoscitore del banditismo sardo – fu che centinaia di contadini e pastori si diedero alla macchia per sfuggire agli arresti e alle condanne deliberate senza maturo giudizio. Le accuse aperte e le delazioni segrete aprirono una nuova catena di vendette, mentre la Commissione alternava arresti e pene severissime, anche di morte, alla revoca delle chiusure, alla restituzione delle terre usurpate all’uso pubblico cui spesso erano stati sottratti ponti, strade, fontane … “3. La resistenza da parte dei pastori deriva dalla consapevolezza che quell’Editto li avrebbe di fatto cancellati.
Scrive ancora Pirastu a tal proposito: “Che l’editto fosse diretto non solo a ridurre, limitare la pastorizia ma a distruggerla, è provato dal fatto che, se non vi fossero state le rivolte contro le chiusure e la demolizione violenta delle recinzioni, i pastori, quasi nessuno dei quali era proprietario del terreno, sarebbero stati estromessi dai pascoli che sarebbero stati recintati e sottoposti a coltivazione; per sopravvivere si sarebbero dovuti ridurre a far pascolare le greggi nei terreni peggiori o piegarsi a pagare fitti esosi: è infatti quello che in definitiva è avvenuto, non pacificamente. È importante notare il fatto che, in gran parte della Sardegna, l’ usurpazione, elevata a metodo, è stata il mezzo normale di formazione della proprietà e non in tempi remoti, ma relativamente recenti; ciò spiega da una parte la grettezza e la propensione all’’assenteismo della pro­prietà in Sardegna e, dall’altra, il nessun rispetto dei ceti popolari per la proprietà terriera, la cui origine di rapina non si perde nel lontano passato ma è presente nella storia di famiglia di pastori e contadini defraudati poco più di un secolo fa … In conclusione si può affermare che la legge sulle Chiudende ebbe conseguenze nefaste. da essa nacque la proprietà assenteista attuale, con essa non si rea­lizzò il «rifiorimento della Sardegna» sognato dal Gemelli; le coltivazioni agricole non ebbero alcun rilevante in­cremento e le chiusure altro non ottennero che segna­re i limiti di una proprietà assenteista e parassitaria nel­la quale i pastori continuarono ad esercitare la loro at­tività primitiva per di più gravata da un nuovo insostenibile onere, il canone di affitto” 4.

Note Bibliografiche
1.      Giuseppe Dessì, Paese d’ombre, prefazione di Sandro Maxia, Ed. Ilisso, Nuoro 1998, pagina 276.
2.      Ugo Dessy, Quali banditi? – Controinchiesta sulla società sarda, volume secondo, Bertani Editore, Verona, 1977, pagine 341.
3.      Ignazio Pirastu, Il banditismo in Sardegna, Editori Riuniti, 1974, Roma, pagina 29.
4.      Ibidem, pagina 30.



lunedì 16 ottobre 2017

Venezia e il certificato cinese - Paola Somma



Qualche mese fa, il centro storico di Vienna, che nel 2001 era stato incluso dall’Unesco tra i siti patrimonio dell’umanità, è stato declassato a sito a rischio, perché deturpato da un nuovo complesso edilizio alto sessanta sei metri. La notizia non ha destato grande scalpore, né le istituzioni locali sembrano molto preoccupate. Come ha detto il rappresentante dell’ente per la promozione del turismo, “ci dispiace, ma siamo tranquilli, perché la decisione non avrà ripercussioni sul numero di turisti in arrivo”.
Ancora più sprezzanti nei confronti delle valutazioni dell’Unesco sembrano le autorità di Liverpool, il cui porto mercantile, che era stato dichiarato patrimonio dell’umanità nel 2004, in quanto “supremo esempio di porto commerciale ai tempi della più grande influenza globale della Gran Bretagna”, è stato retrocesso nel 2012 nella categoria dei siti a rischio, a causa del progetto di valorizzazione dei suoi sessanta ettari di superficie con una serie di enormi costruzioni “ispirate alla architetture di Shanghai”.
Il nostro scopo, è di creare una world class destination, ha detto il presidente di Peel Group, la società di investimento immobiliare che ha acquisito la proprietà dei terreni. Chi viene a visitare la città, ha aggiunto, “non viene a vedere il certificato dell’Unesco appeso alla parete del mio ufficio… viene a vedere una città dinamica e vibrante e… comunque non possiamo sospendere i progetti di sviluppo, perché significherebbe inviare un messaggio sbagliato agli investitori, perdere posti di lavoro e metterci a rischio di costose vertenze legali con i developers”.
Diversamente da Vienna e Liverpool che, dopo avere usato il brand Unesco per le loro campagne di marketing, sono disposte a rinunciarvi per non scoraggiare gli speculatori finanziari e immobiliari, Venezia è riuscita nell’impresa di conservare il marchio di qualità Unesco e di disattenderne tutte le raccomandazioni.
La risoluzione del luglio 2016, con la quale l’Unesco sollecitava il governo italiano e il comune di Venezia ad adottare misure concrete per mitigare i problemi che attanagliano la città e la laguna e preannunciava che, in assenza di sostanziali progressi entro il 1 febbraio 2017, avrebbe considerato l’eventualità di porre Venezia nella lista dei siti a rischio, suscitò, oltre che l’attenzione della stampa di tutto il mondo, l’immediata reazione del sindaco Brugnaro che dichiarò “ne abbiamo le scatole piene … siamo stufi di critiche aristocratiche”. Poi, però, il sindaco ci ha ripensato, e ha deciso di trasformare la minaccia  da problema in opportunità. A un anno di distanza, dobbiamo riconoscere che l’operazione gli è riuscita perfettamente: si è fatto dare molti soldi dal governo, ha portato avanti una serie di progetti che vanno nella direzione opposta da quella auspicata dall’Unesco ed ha ridicolizzato l’organizzazione internazionale.

L’Unesco aveva identificato quattro principali fenomeni che stanno distruggendo la città e la Laguna – turismo, grandi navi, grandi opere, moto ondoso – e per ognuno di essi ci chiedeva concreti interventi, cioè l’adozione di un piano per ridurre la sproporzione tra la quantità di turisti e la popolazione residente; la proibizione per le grandi navi passeggeri e commerciali dell’entrata in Laguna; la sospensione dei progetti di nuove grandi opere infrastrutturali, in primis l’ampliamento dell’aeroporto e il porto offshore; l’introduzione, e l’osservanza, di limiti al traffico acqueo, sia in termini di velocità che di tipo di scafi.
Su tutti i quattro punti l’amministrazione è intervenuta, come dice il sindaco, “con fatti e non chiacchiere”. Per quanto riguarda il turismo, il comune, prendendo atto che la domanda è in crescita costante, da un lato si adopera per aumentarla ulteriormente, ad esempio sollecitando e stipulando accordi con i tour operators cinesi, dall’altro continua ad ampliare l’offerta ricettiva con la costruzione di migliaia di nuovi posti letto, spalmati in tutto il territorio comunale secondo una zonizzazione che prevede per ogni tipologia di turista la localizzazione adeguata alla sua capacità di spesa. Quindi i molto, molto ricchi andranno nelle isole della laguna privatizzate e sottratte ai cittadini normali; i semplicemente ricchi al Lido e nei palazzi lungo il Canal Grande; i mediamente dotati di denaro nella parti della città più discoste da san Marco e dalle grandi attrazioni; i low budget infine, attorno alla stazione di Mestre e sulla gronda lagunare.
E siccome l’Unesco non chiedeva misure scoordinate, ma un piano, il comune ha adottato il DMP, “Destination Management Plan della destinazione turistica Venezia e Laguna”, per il triennio 2016-2018. Si tratta di uno strumento inventato dalla regione Veneto (che ha individuato nel suo territorio tredici destinazioni turistiche) che, di fatto, altera il sistema pianificatorio.
Da un lato, al DPM, che diventa il principale strumento di “gestione strategica del territorio in funzione dello “sviluppo, gestione e marketing del turismo e della sua economia”, viene demandata”l’individuazione delle decisioni strategiche, organizzative e operative attraverso le quali deve essere gestito il processo di definizione, promozione e commercializzazione dei prodotti turistici espressi dal territorio veneziano al fine di generare flussi turistici di incoming equilibrati, sostenibili e adeguati alle esigenze economiche degli attori coinvolti”.
Dall’altro il DPM, essendo adottato dagli “attori pubblici e privati che partecipano all’”Organizzazione di gestione della destinazione turistica”, presieduta dal comune di Venezia e della quale fanno parte affittacamere e albergatori, commercianti ed esercenti, artigiani ed industriali, esclude da ogni decisione relativa al territorio chiunque non eserciti un’attività economica legata al turismo.Per i cittadini che non beneficiano del business turismo (e che potremmo chiamare i “senza turismo”) sono previsti solo aumenti di tasse e tagli di servizi.

Via le grandi navi dal bacino di San Marco”, mentre la richiesta dell’Unesco era “via le grandi navi dalla laguna”, è poi l’astuto slogan al cui riparo il comune continua a promuovere progetti per nuovi scavi e nuovi terminal in laguna e a slogan e annunci pubblicitari, come l’operazione “onda zero”, si riducono anche le misure per contenere il moto ondoso.
Su tutti questi fronti, e soprattutto su quello delle grandi opere infrastrutturali, il sindaco ha anche abilmente negoziato con il governo Renzi, con il quale ha firmato, il 26 novembre 2016, il cosiddetto patto per Venezia che destina circa quattrocento cinquanta sette milioni di euro per “il rilancio della città”. Un successo che Brugnaro ha commentato cosi: “il progetto per questa città lo abbiamo delineato chiaramente e parla dello sviluppo delle sue infrastrutture: porto, aeroporto, ferrovie, connettività e fibra ottica, perché se riparte Venezia possiamo dare il segnale che può ripartire l’Italia. Venezia si è rimessa in moto, adesso ha bisogno di persone lungimiranti che vogliano investire”.
Dopo di che il sindaco ha messo tutto in un dossier, è andato a Parigi per “dettagliare i progressi per la rivitalizzazione della città” e l’Unesco, riconoscendo “i progressi ed i risultati raggiunti”, ha rinviato ogni decisione. Al ritorno dalla vittoriosa spedizione e giustamente fiero del risultato, il sindaco ha annunciato che nel gennaio 2018 Venezia ospiterà in palazzo Ducale un grande evento, per inaugurare l’anno del “turismo cinese in Europa”, al quale interverranno le maggiori autorità politiche cinesi ed europee, oltre a delegazioni di tour operator. L’iniziativa ha avuto l’immediato plauso del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, che è venuto a Venezia per congratularsi e, abbracciando Brugnaro, ha detto: vorrei vedere meno acciaio e più turisti cinesi.
Non sappiano se l’Unesco figura tra gli invitati alla cerimonia in palazzo Ducale. Sappiamo però che l’assessore al turismo si è recata in missione promozionale in Cina e che stiamo lavorando per ottenere la cosiddetta “welcome chinese certification”, cioè il riconoscimento di destinazione chinese tourist friendly. Per i cittadini è una consolazione sapere che se mai dovessimo perdere il marchio Unesco ci rimarrebbe il certificato cinese, ma siamo fiduciosi che il nostro sindaco smart riuscirà a cumularli.

lunedì 30 dicembre 2013

il caffè turco è patrimonio dell'umanità

Un sapore intenso e penetrante, grazie ad una ricetta che si tramanda da generazioni. Il Türk Kahvesi, il caffè turco, è entrato nella lista del Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO. Lo ha deciso qualche settimana fa la Commissione Intergovernativa UNESCO motivando la scelta proprio con il riconoscimento  per una ricetta d’antica tradizione, scivolata lungo la storia del Paese che lo sorseggia. Infatti, il caffè turco unisce speciali tecniche di preparazione e una ricca cultura tradizionale, è celebrato nella letteratura e nelle canzoni e occupa un’importante funzione in occasione di incontri e cerimonie.
Si prepara facendo bollire l’acqua in un particolare bricco dalla forma allungata, tradizionalmente di ottone. Quando l’acqua bolle, si toglie dal fuoco e si aggiunge il caffè macinato finemente. A seconda delle varie tradizioni e località, possono essere aggiunte alcune spezie (opzionali) come il cardamomo. Il caffè così preparato assume una consistenza “sciropposa” e necessita di qualche minuto di decantazione per far depositare il sedimento sul fondo delle tazzine. Questo stesso sedimento assume forme particolari, che possono essere interpretate nella pratica tipicamente turca della lettura dei fondi di caffè.
Questa bevanda ha anche il suo Museo, che si trova ad Istanbul, all’interno del Museo statale delle Arti Turche ed Islamiche, a pochi passi dalla Moschea Blu. Qui, oltre alla degustazione del vero caffè turco, vengono insegnate le tecniche di preparazione (con tanto di attestato) e illustrata la storia di questa bevanda: come il caffè giunse nell’impero ottomano, l’apertura della prima caffetteria e come questa bevanda divenne popolare in Europa. Da non perdere perché, come dice un detto turco, una tazza di caffè si ricorda per 40 anni!

Me lo ha insegnato una mia amica di quelle care, a Gerusalemme. Fare il caffè all’araba, in fondo, è come concedersi una pausa. Concedersi il lusso del tempo sospeso. Da sola. Te e il tuo bollitore, di quelli con il manico lungo, una sorta di pentolino alto come lo scaldalatte. Non ha importanza che siano d’epoca, di rame, di lusso. Bastano quelli di acciaio povero, made in China. La cosa fondamentale è ritagliarsi il tempo per farlo, quel caffè. Tostato, macinato fino, con una bella manciata di cardamomo, anch’esso ridotto in granelli. La ricetta che m’aveva detto un vecchio signore palestinese, dopo avermi fatto assaggiare una tazzina del suo caffè buonissimo, non l’ho mai dimenticata. Mezzo classico (medio), mezzo nero, e una bella manciata di cardamomo.
Lo prendevo alla Città Vecchia, a pochissima distanza dalla Settima Stazione della via Dolorosa, quasi di fronte a uno dei gioiellieri migliori (e più piccoli) della Gerusalemme vecchia. Il viso dei due proprietari della torrefazione, probabilmente fratelli, era di quelli tristi, quasi assente. Stessi gesti, ripetitivi, automatici, gomito a gomito nell’angusto spazio di quella rivendita direttamente sulla viuzza, ormai senza guardare più con attenzione e rispetto i clienti, se non quelli del quartiere, i vecchi affezionati clienti di cui si conosce tutto. Anche i gusti per il caffè, anche le quantità di caffè, i soldi che hanno, le finanze a disposizione. Il fatto è che, di fronte alla torrefazione, i proprietari non hanno visto passare solo i vecchi, affezionati clienti. Hanno visto la cronaca quotidiana di Gerusalemme, la sua decadenza, il suo deterioramento, i suoi cambiamenti, le guerre, le battaglie, i soldati, gli scontri, i turisti, i pellegrini che ti guardano e non ti vedono, quelli che vorrebbero sapere chi sei e quelli a cui interessano solo le sacre pietre e semmai i souvenir (sacri o meno) da riportare a casa. Come succede in qualsiasi città di quelle simboliche…

Turkish coffee combines special preparation and brewing techniques with a rich communal traditional culture. The freshly roasted beans are ground to a fine powder; then the ground coffee, cold water and sugar are added to a coffee pot and brewed slowly on a stove to produce the desired foam. The beverage is served in small cups, accompanied by a glass of water, and is mainly drunk in coffee-houses where people meet to converse, share news and read books. The tradition itself is a symbol of hospitality, friendship, refinement and entertainment that permeates all walks of life. An invitation for coffee among friends provides an opportunity for intimate talk and the sharing of daily concerns. Turkish coffee also plays an important role on social occasions such as engagement ceremonies and holidays; its knowledge and rituals are transmitted informally by family members through observation and participation. The grounds left in the empty cup are often used to tell a person’s fortune. Turkish coffee is regarded as part of Turkish cultural heritage: it is celebrated in literature and songs, and is an indispensable part of ceremonial occasions.
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