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venerdì 22 marzo 2024

Tagliato il ristoro per l’ingiusta detenzione perché clochard - Riccardo Radi

 

Decurtato del 30% l’indennizzo a un uomo senza fissa dimora rimasto in carcere per 458 giorni. La Cassazione rimedia: “principio rovesciato”

di Riccardo Radi da Terzultima fermata

Sei un homeless con una “subalternità culturale” derivante dalla marginalità socio-economica, quindi la tua carcerazione di 458 giorni ti ha fatto soffrire meno di una persona “normale”. Il “ragionamento” di una corte di appello di Milano che ha decurtato l’indennizzo di un 30% ad un uomo rimasto in carcere per 458 giorni, accusato di reati infamanti come la violenza sessuale e i maltrattamenti.

Secondo il criterio matematico standard, il malcapitato avrebbe dovuto avere 235 euro per ogni giorno di carcere immeritato. Ma i 107.630 euro, sono diventati 75mila. Un taglio del 30% giustificato dalla condizione del ricorrente. La Cassazione sezione 3 con la sentenza numero 9486/2024 ha posto rimedio all’evidente discriminazione operata dalla corte di merito.

La Corte di merito aveva basato il decurtamento del 30% sulla base delle seguenti “considerazioni”: il prevenuto “almeno per il periodo, in cui fu sottoposto alla misura custodiale, era quella di un uomo che viveva in una situazione di accentuata marginalità socio-economica e di subalternità culturale”. Senza affetti e privo di una abitazione stabile ed è per questo che la corte di merito ha ritenuto congruo tagliare di un 30% l’indennizzo per la carcerazione patita, d’altronde l’aver vissuto in una baracca e l’assenza di un’occupazione “e di rapporti affettivi di qualsivoglia natura”, sono fattori che avevano certamente inciso molto negativamente sulla qualità della sua esistenza. Tutto questo doveva dunque necessariamente aver mitigato il patimento naturalmente connesso alla carcerazione.

Fortunatamente a questa visione “classista” e discriminatoria ha posto rimedio la Suprema Corte che sottolinea: “In ultima analisi, i criteri utilizzati dalla Corte territoriale legittimano una diversa quantificazione del criterio aritmetico (nel caso di specie con una sensibile riduzione del 30%) a seconda della condizione sociale, di marginalità, piuttosto che di normalità o di privilegio, una situazione quest’ultima che alla luce di questi criteri, dovrebbe conseguentemente avere effetti opposti, di aumento del quantum”.

Ragionando al contrario – afferma la cassazione – si dovrebbe dare un indennizzo più alto a chi vive nel lusso, magari in una villa con piscina, e può contare su solidi affetti: “per non parlare – scrivono i giudici – dell’incomprensibile richiamo, pure utilizzato nell’ordinanza impugnata – alla subalternità culturale”.

Mai parole sono risonate più calzanti: “La povertà è come una punizione per un crimine che uno non ha commesso” (Eli Khamarov).

da qui

mercoledì 20 marzo 2024

Sette vite - Miguel Martinez

La prima vita è di Paolo.

Avrà settant’anni, lo incontro al tramonto, nel nostro Giardino.

Parla in modo raffinato, voce gentile e appena ironica, e mi fa subito simpatia.

“E’ la prima volta che capito qui… ma mi chiedo, avete per caso uno spazio coperto?

Io non ho alcun reddito, dormo all’Albergo Popolare, ma di giorno, vedete, io vado alla Biblioteca Thouar… ho trovato un angolo tranquillo, mi metto lì e tiro fuori la mia tastierina e le cuffie, e compongo musica, senza disturbare nessuno. Solo che adesso stanno facendo i lavori in biblioteca, non ci posso più andare…

Sei messicano? Mia sorella andò in Argentina per studiare il tango!

Che musica creo? Io sono vecchio, i miei maestri sono i Beatles e Jimmi Hendrix”

La seconda vita è di una coppia luminosa di quasi ottantenni, che da decenni, di notte, fanno comparire cibo e coperte per quelli che dormono per strada (compreso quello che diceva, “io preferisco dormire per strada, perché all’Albergo Popolare c’è gente troppo schifosa“).

La figlia della coppia luminosa è musicista, il compagno della figlia si occupa di teatro. E lui una sera la massacra a colpa di pentolate, le spacca le costole, la sta per strangolare, e lei trova la forza di fissarlo negli occhi, lui caccia un urlo e scompare e il giorno dopo lui si suicida lanciandosi da un ponte.

Lei ieri è andata a fare un concerto, vi serve una musicista classica?

La terza vita la incontro all’autostazione di Bologna.

Lui tiene in mano una lattina di birra, lei è tutta piegata e spinge un carretto.

Al mondo, lui urla, con tutte le sibillanti emiloromagnole,

“Io pago le tasse, e con le mie tasse pagano la guerra in Ucraina! Romano Prodi non lo avrebbe mai fatto!”

E siccome io sono una calamita vivente, dopo aver passato decine e decine di persone, lui torna di me, e mi dice,

“Sono Paganelli Romano, ho cinquasette anni e Prodi mi fece trovare lavoro! Prodi non avrebbe mai speso i nostri soldi in missili per la guerra, lei è d’accordo? Ma lei da dove viene?”

“Sono messicano”

“Che onore! Io mi sono vaccinato tre volte per il Covid – questa è solo la seconda birra che bevo oggi – e mi sono cascati tutti i denti! Il mio medico dice che è per il vaccino! Lei è di Firenze? Mio zio Paganelli Lino lavorò per la principessa Strozzi, di Firenze!”

Ci stringiamo forte la mano e trovo bellissimo il suo sguardo, sento che nella sua follia, è un amico vero.

La quarta vita, me la raccontano quasi a caso, un ragazzo figlio unico della profonda Sicilia che andò a studiare giurisprudenza a Bologna, avrebbe potuto studiare anche a Palermo.

Una sera i genitori telefonano, lui non risponde, risponde il compagno di stanza, “gli ho bussato, ma non lo vogliamo disturbare”, e i genitori presi da una strana intuizione, insistono, ma niente… quando la polizia sfondò la porta, lo trovano morto d’eroina.

La quinta vita, non c’è più nemmeno quella, è di un ragazzino di diciannove anni, figlio di una mamma immigrata semplice e coraggiosa, che ha fatto ciò che poteva… l’hanno ammazzato l’altra notte a coltellate qui a Firenze, per qualche orrenda inutile sciocchezza, che avrà distrutto anche le vite degli assassini.

La sesta vita la incontro sul Ponte…

La zingara del Kosovo, anni e anni che ci incrociamo con la sua pelle scura di indiana, anni fa mi raccontava che erano in diciassette a vivere tutti in un unico appartamento scampato non si sa come agli speculatori.

Sul ponte dedicato ad Amerigo Vespucci, la zingara mi racconta che ha tre figlioli,e il marito l’ha mollato, e mi chiede, se posso trovarle lavoro, qualunque lavoro.

“Ma io spero solo in Dio, perché in Lui ci credo!”

Appena nato il suo bimbetto, dissi, ما شأالله

che vuol dire, “è quello che Dio ha voluto”, e così nessuno può sospettare invidie…

e stasera, anche lei mi dice, mashaa’Allah come è bella!, guardando mia figlia, e penso a lei, ai suoi tre figlioli, a come senza soldi deve pagare settecento euro di affitto, e alla sua splendida fede che è l’unica arma che ha.

La settima vita è la mia, e io mi chiedo, cosa può fare per tutta questa piccola gente,

e poi magari anche questa settima vita avrebbe profondamente bisogno di qualcosa, solo che non ho il tempo per chiedermi, di cosa.

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domenica 13 novembre 2022

Nel mercato più grande d’Europa - Marco Arturi

 

Questa mattina sono andato a fare la spesa nel mercato più grande d’Europa. Non che sia questa impresa, visto che ce l’ho a cinque minuti da casa. È che mentre ero lì, mentre cercavo di farmi spazio nella fiumana che scorre nelle corsie tra un banco e l’altro, ho pensato a un sacco di cose.

Guardavo i prezzi, intanto: per darvi un’idea, peperoni a 1,5 euro al chilogrammo, finocchi a 1, broccoletti a 1,5, cavolfiori a 2. Negli altri mercati della città, e pure nei supermercati, li trovi al triplo o giù di lì.
Poi ho pensato agli sguardi schifati che farebbero quelli che sanno vivere di fronte a certi prezzi: “Sei un’irresponsabile a comprare ‘sta roba, sai che qualità e poi ti rendi complice del caporalato. Un peperone a meno di 4, 5 euro al chilo non esiste”. Allora ho pensato all’inflazione al 12 per cento (13,1 nel carrello della spesa) e al fatto che tutti si lagnano ma nessuno fa nulla; in Francia arrivati al 6,5 per cento hanno dato fuoco alle polveri. Ma la verità è che l’aumento dei prezzi fa male davvero solo a chi già aveva problemi; e siamo sempre lì, parlo di quell’italiano su dieci. Gli altri nove sono partiti per il ponte, che vuoi che ne sappiano.

Poi ho visto quelli – soprattutto vecchi – che raccoglievano frutti e ortaggi che scivolavano giù dai banchi e li infilavano nella sporta: per loro niente ponte, niente vacanze, nessuna tregua mai. E poi quelli che litigavano per un euro, le donne arabe rapide e silenziose che conoscevano ogni banco a memoria, le africane brusche e abilissime nella contrattazione, e poi quelli che rovistavano negli scarti.

Poi ho pensato a quelli per i quali in questi giorni il vero problema è rappresentato dagli articoli determinativi utilizzati dal/la presidente/a del consiglio/a. E che col cazzo che siamo tutti la stessa cosa: non c’è un paese solo neanche per idea, ma a distinguerci è l’eterno muro tra chi può e chi non può, tra chi ha e chi non ha. Altro che distinzioni di razza, di nazionalità, di livello di istruzione.

Insomma alla fine stavo bene lì, tra gli arabi, i neri, i cinesi e gli italiani con le pezze al culo come me. E ho pensato che, nessuno me ne voglia, la mia razza è quella.

Quando venivo via ho incontrato due ragazzi marocchini dei tempi della fabbrica. Di mestiere pulivano i cessi, erano i proletari tra i proletari. Mi hanno fatto un sacco di feste perché si ricordavano che, anche se lavoravano in appalto e non erano italiani né sindacalizzati non ho mai fatto differenze tra loro e gli altri operai. Ce la siamo raccontata per una mezz’ora e vi garantisco che non ho ancora capito chi di noi tre sta messo peggio. Poi mentre ci salutavamo uno di loro, Hassan, mi ha stretto la spalla e mi ha detto “Non ti avvelenare fratello, non farti uccidere dalle preoccupazioni perché la vita poi si sistema sempre da sola”.

C’era un bel sole caldo, oggi, e Porta Palazzo è un posto che sa essere meraviglioso in una giornata così: la confusione, i clacson, i vaffanculo, i ragazzi che si dicono “bella zio”, le grida dei bancarellari, gli odori che si mischiano, i parcheggiatori, le ragazze che passano e tu ci lasci il cuore dietro e soprattutto il sorriso di chi è abituato a strappare la vita a morsi. La vita, dico.

da qui

domenica 31 gennaio 2021

Buio e gelo nella città dei nessuno - Nuria Álvarez Agüí

 La Cañada Real è il più grande insediamento informale d’Europa (con più di 8mila abitanti, secondo dati del 2011) e anche la più antica: è nata con la migrazione rurale degli anni ‘50. Ha perdurato così a lungo perché la sua localizzazione su un vecchio percorso di transumanza ne ha impedito la regolarizzazione (era la strada presa da un grande numero di ex bidonville in Spagna).

Diverse generazioni di abitanti vi sono nate, e delle ondate migratorie dall’Europa dell’Est e dal Nord Africa vi sono arrivate a partire dagli anni ‘90. I suoi abitanti lavoravano in particolare per miseri stipendi nell’edilizia di Madrid, che ha conosciuto un boom dall’inizio del secolo. Sono stigmatizzati per la loro appartenenza di classe ed etnica (i gitani, marocchini e rumeni sono oltremodo rappresentati).


L’espansione immobiliare intorno a questo quartiere-bidonville ha condotto a diverse evizioni (2005-2012) da parte del Comune di Madrid. Sono state fermate grazie a una sentenza del tribunale di Strasburgo che esigeva una ricollocazione degli abitanti espulsi. I governi ultra-neoliberali di Madrid avevano privatizzato quasi tutte le case popolari. Alla fine, c’è stato un principio di accordo tra le autorità e gli abitanti: il Patto per la Cañada (2017). Questo Patto prevedeva la regolarizzazione di tutte le case in buono stato di abitabilità se i proprietari potevano pagare la loro parcella. Soltanto il settore 6 della Cañada, sito vicino alla stazione d’epurazione della capitale, doveva essere smantellato. Il Patto includeva la ricollocazione degli abitanti del settore 6 qualora avessero soddisfatto i requisiti di anzianità (cioè essere in loco dal 2011) e certe condizioni sociali.

 

Nel resto della Cañada (settori 1-5), gli abitanti che avevano i requisiti giusti dovevano, anche loro, essere ricollocati se non riuscivano ad acquistare la loro parcella. Tuttavia, l’applicazione del Patto per la Cañada ha accumulato dei ritardi fin dall’inizio. Solo qualche decina di famiglie del settore 6 sono state ricollocate nel 2018 e nel 2019 dal Comune e dalla Regione di Madrid. L’arrivo del governo di destra (Partito popolare) al Comune di Madrid, nel maggio del 2019, ha contribuito a paralizzare ancora di più il processo di ricollocamento.

Durante questi mesi di stallo, ci si è chiesto perché l’amministrazione madrilena prendeva così tanto tempo nel far applicare il Patto del 2017. Oggi è evidente che i grandi interessi immobiliari privati facevano pressione per arrivare a una soluzione diversa. È durante la seconda ondata del coronavirus che è saltato fuori tutto. Sotto la pressione degli interessi immobiliari e approfittando della criminalizzazione degli abitanti, l’impresa elettrica Naturgy ha tagliato l’elettricità a 4 500 abitanti dei settori 5 e 6 della Cañada Real.

  

Gli abitanti allora si sono mobilitati, reclamando il ripristino di un servizio per il quale erano disposti a pagare, come anche il resto degli abitanti di Madrid. La polizia ha attribuito il taglio di elettricità a delle piantagioni illegali di marijuana e la presidente della regione Isabel Díaz Ayuso ha colto l’occasione per fantasticare sui “proprietari di automobili di lusso che non vogliono pagare l’elettricità”, quando gli abitanti della Cañada non hanno mai avuto la possibilità di farlo. L’amministrazione regionale e quella locale hanno rifiutato di rimettere la corrente. Quando il freddo è arrivato, Ayuso ha aggiunto che non intendeva “democratizzare la delinquenza”.   

“Non vogliamo l’albergo, abbiamo i nostri alloggi. Vogliamo pagare la luce! Soluzione, adesso !!!”

A fine dicembre, 4 500 abitanti della Cañada sono senza corrente da tre mesi. Con stipendi bassissimi, o disoccupati, cercano di comprare la benzina per potersi scaldare con dei gruppi elettrogeni. Si riuniscono ogni giorno, i loro figli scrivono manifesti e anche le Nazioni Unite si pronunciano, ma la loro situazione rimane decisamente nascosta dall’impatto mediatico provocato dal coronavirus o dagli USA. La situazione diventa drammatica per i bambini: a scuola, i loro compagni li prendono in giro perché non si sono lavati. A casa, fanno i compiti a lume di candela e hanno costantemente freddo. L’amministrazione madrilena rifiuta un qualunque incontro con questi abitanti “illegali”.

A inizi gennaio, una terribile ondata di freddo, la peggiore degli ultimi 50 anni, si abbatte su Madrid. Alla Cañada si arriva a -10ºC e gli abitanti senza elettricità rischiano la vita. La sinistra di Unidas Podemos comincia a pronunciarsi timidamente a livello nazionale. Il comune di Madrid propone a un centinaio di abitanti di essere ricollocati in una fabbrica abbandonata, dove il gruppo elettrogeno smette rapidamente di funzionare per mancanza di benzina. Ma gli abitanti non vogliono lasciare le loro case; secondo loro, è l’ennesima scusa per espellerli da casa loro senza compenso né ricollocamento.

Dall’inizio di gennaio molti neonati sono all’ospedale per polmonite, una bambina di tre anni è ricoverata per ipotermia e un uomo di 74 anni in buona salute muore all’improvviso. La società Naturgy comincia a temere una pubblicità negativa e si propone di ristabilire la corrente se l’amministrazione regionale e quella locale le danno il via. Ma non è stato fatto ancora niente di concreto. La Cañada continua a gelare sotto la neve e senza elettricità. Bisognerebbe forse parlarne al di fuori della Spagna.

Tradotto da  Silvana Fioresi

 

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Fonte: Tlaxcala Grazie a Fausto Giudice per la segnalazione

Traduzione Silvana Fioresi


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mercoledì 30 maggio 2018

Una città che ha paura dei poveri - Roberto Loddo



La “grande bellezza” di Cagliari non è un sufficiente metro di misura per valutare il suo sistema di protezione sociale per le persone più deboli ed emarginate. Basta leggere la cronaca degli ultimi mesi per comprendere come la vita poveri di Cagliari stia peggiorando, in maniera progressiva e in assenza di politiche sociali adeguate.
Esperienze positive di accoglienza vengono compromesse come quella del centro di solidarietà di viale Sant’Ignazio che subirà una chiusura per lavori urgenti, producendo l’allontanamento di un centinaio di persone fragili tra ex detenuti, ex tossicodipendenti e persone con sofferenza mentale che abitavano il centro da più di dieci anni. Oppure come quella dell’unica comunità alloggio per minori che forniva il servizio di accoglienza in emergenza che chiuderà con il conseguente licenziamento degli operatori e il trasloco di dieci minori privi di famiglia.
Delle dichiarazioni dell’assessore alle politiche sociali della giunta Zedda mi terrorizza la mostruosa freddezza burocratica con cui vengono riportate sugli organi di informazione. Si parla solo della difficoltà dei bandi e di trasferimenti in nuovi luoghi, ma non di cosa fare dei percorsi di reinserimento sociale che accompagnano la vita di queste persone, come se fossero solo dei pacchetti numerati da spostare da un luogo ad un altro e non esseri umani. Una freddezza che svela l’assenza di anticorpi del sistema delle politiche sociali cagliaritano nei confronti del virus delle vecchie e delle nuove povertà urbane che avanzano a macchia d’olio e che ricorda quella degli ultimi anni del governo del PD che ha inseguito la strada del consenso della peggiore destra populista favorendo una guerra sociale degli ultimi contro i penultimi.
I dati periodici dell’Eurostat sul numero di persone a rischio di povertà e di esclusione sociale ci rivelano come le nuove piazzette e i nuovi giardinetti della nostra città nei prossimi anni non riusciranno a nascondere più il disastro sociale delle periferie: I poveri aumenteranno insieme a nuove forme di povertà, talvolta impercettibili. La filosofa spagnola Adela Cortina ha coniato una nuova ed efficace parola per apostrofare questa tendenza disumana sempre più presente nei grandi centri urbani: aporofobia, cioè l’odio e il rifiuto verso i poveri. C’è infatti qualcosa di patologico quando il pezzo di società delle persone che funzionano disprezza l’altro pezzo di società delle persone che non funzionano più.
Rispetto a questo quadro poco incoraggiante l’unico modo di garantire il diritto all’uguaglianza nelle città è quello di mandare meno comunicati stampa trionfalistici e favorire di più il dinamismo dal basso insieme ai soggetti che vivono condizioni di povertà e disagio. Solo così si potrà costruire una città aperta e accogliente. Non basta contrastare l’esclusione sociale con provvedimenti assistenziali ma è necessario promuovere la crescita di tutte le dimensioni territoriali della città, comprese le fasce più deboli che abitano le nostre periferie, rendendole protagoniste dei processi di trasformazione sociale degli spazi pubblici delle loro comunità. Ma se gli orientamenti delle politiche sociali della giunta Zedda rimarranno fermi a vecchie modalità verticali e istituzionalizzanti questa città imploderà presto su se stessa.