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venerdì 24 luglio 2026

Il futuro del pianeta si deciderà in Brasile - Eliane Brum

 

Una delle più importanti scienziate esperte di clima, la brasiliana Luciana Gatti, ha sorpreso tutti annunciando la sua candidatura a deputata federale alle elezioni di ottobre. La logica di Gatti, che da trent’anni fa ricerche sull’Amazzonia e sull’impatto dei gas serra generati in gran parte dallo sfruttamento del bestiame nella foresta, è cristallina. “La situazione climatica sta andando verso il caos. Dobbiamo fare qualcosa di diverso, uscire dagli schemi. Il congresso sta accelerando la nostra estinzione”, ha spiegato in un’intervista al sito d’informazione sull’Amazzona Sumaúma. Gatti si riferisce al fatto che il parlamento brasiliano sta annullando le leggi di protezione ambientale e ostacolando la demarcazione delle terre dei popoli nativi. “Non possiamo restare a guardare questo congresso assurdo, ignorante, e limitarci a rimanere nel nostro angolino, a fare gli scienziati. Il compito di tutti noi è cambiare il parlamento”.

La decisione può sembrare radicale o addirittura disperata, ma dal punto di vista etico è forse l’unica che abbia senso. La scienziata, come altri che intendono lasciare i laboratori per candidarsi a un seggio al congresso, sa meglio della maggior parte delle persone cosa sta succedendo: nella porzione brasiliana la principale foresta pluviale del pianeta emette già più anidride carbonica di quanta ne assorba. Nel 2024 ne ha immagazzinato 476 milioni di tonnellate, ma ne ha emesse 755 milioni, superando la quota assorbita di 279 milioni di tonnellate. Ciò significa che uno dei grandi serbatoi di carbonio del pianeta sta collassando.

Chi conosce l’Amazzonia sa che la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema destra, per questo l’attenzione è concentrata sul parlamento brasiliano

Studi come quelli di Gatti e dei suoi colleghi dimostrano che nelle zone disboscate le temperature aumentano e le precipitazioni diminuiscono. Le piogge dell’America Latina dipendono dalla salute del bioma amazzonico, grande regolatore del clima del pianeta. Questa meraviglia, creata nel corso di più di cinquanta milioni di anni, è stata sistematicamente distrutta in poco più di cinquant’anni e negli ultimi tempi a un ritmo ancora più accelerato. Se muore, moriremo anche noi.

Questa è la portata della posta in gioco nelle elezioni brasiliane. E dovrebbe interessare il mondo intero. Il governo di estrema destra di Jair Bolsonaro (2019-2022) ha aggravato – e di molto – la distruzione della foresta. Ma il ritorno al potere di Luiz Inácio Lula da Silva nel 2023 non ha salvato l’Amazzonia. In parte perché il suo governo è formato da una coalizione di ben undici partiti, che annovera sostenitori dell’agroindustria e dei combustibili fossili in ministeri chiave; e anche perché Lula appartiene a quella corrente della sinistra globale ancora convinta che sia possibile ridurre le disuguaglianze sottraendo materie prime alla natura. Ma, soprattutto, perché il governo non ha la maggioranza in parlamento e perché alla camera e al senato dominano i politici legati ai principali responsabili di deforestazione e inquinamento: l’industria mineraria e quelle della carne, della soia e dei pesticidi.

Il parlamento attuale ha smantellato gran parte della legislazione ambientale e rende sempre più difficile demarcare i territori degli indigeni. La legalizzazione dell’attività mineraria nelle loro terre è il prossimo passo. Chi conosce l’Amazzonia sa che probabilmente la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema destra. Per questo l’attenzione è concentrata sul congresso, dove l’estrema destra si sta adoperando per ampliare il proprio controllo, soprattutto al senato, l’unica istituzione competente a destituire i magistrati della corte suprema. Poiché negli ultimi anni la corte ha annullato alcune sue leggi ritenendole incostituzionali, il suo obiettivo è quello di eliminare gli ostacoli ai propri abusi di potere.

Anche i presunti “progressisti” si concentrano sulla contesa parlamentare, ma per motivi opposti. Il ritorno dell’estrema destra al governo, questa volta con Flávio Bolsonaro, il primogenito dell’ex presidente, sarebbe catastrofico per il paese e metterebbe quasi tutta l’America Latina sotto la tutela di Donald Trump. Ma altri quattro anni di legislazione come quella attuale, anche se Lula fosse rieletto, aggraveranno il collasso climatico e causeranno la morte di molte più persone.

Marina Silva, deputata federale ed ex ministra dell’ambiente e dei cambiamenti climatici di Lula, ora aspirante candidata al senato, è riuscita a ridurre la deforestazione in Amazzonia. Ma ridurre non basta. La media è di cinque alberi abbattuti al secondo. Tuttavia anche se la deforestazione si fermasse, l’accelerazione del collasso continuerebbe.

C’è solo una via d’uscita: riforestare. Lo dicono scienziate come Luciana Gatti. Dal prossimo congresso brasiliano dipende la vita ben oltre i confini del Brasile. ◆ et

Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 36. 

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martedì 19 maggio 2026

Brasile: «Non asfaltate l’Amazzonia»


Quell’autostrada in Brasile che fa esplodere il rischio di epidemie globali su Avvenire. Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali i lavori sulla BR-319 potrebbero innescare un devastante effetto a catena. Ecco perché.

 

Lavori stradali in Amazzonia realizzati dall’esercito

La BR-319, l’autostrada che taglia l’Amazzonia brasiliana da Nord a Sud, da Manaus a Porto Velho, è stata costruita negli anni della dittatura militare, tra il 1968 e il 1976. Gli ambientalisti la chiamano «la cicatrice della foresta», e mai avrebbero pensato che proprio un presidente progressista e – in teoria – ‘eco-friendly’ come Lula ne autorizzasse i lavori di completamento. Degli 885 chilometri totali di autostrada quasi la metà, circa 400 chilometri, sono ancora senza asfalto: il governo ha appena dato il via libera ad un cantiere che intuitivamente è ad altissimo rischio ambientale, in quanto espone l’area al disboscamento, e anche sociale, perché secondo le Ong viola i diritti delle popolazioni indigene.

 

Timori nel mondo

«Ma c’è anche dell’altro, che potrebbe spaventare non solo i brasiliani ma i cittadini di tutto il mondo, e non solo perché l’Amazzonia è il più efficace catturatore di CO2 e dunque il maggior fornitore dell’ossigeno che ci serve per sopravvivere sulla Terra», sottolinea Giuseppe Baselice . Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali e pubblicato sulla rivista Science, i lavori di asfaltatura della BR-319 potrebbero innescare nuove pandemie con impatto globale. L’articolo elenca i dati di un’indagine che ha identificato più di 18.000 agenti patogeni nella regione attraversata dall’autostrada, tra cui virus e batteri sconosciuti, con caratteristiche preoccupanti come elevata virulenza, tossicità, resistenza agli antibiotici e capacità di scambiarsi informazioni genetiche.

 

L’autostrada dei virus

«Il disboscamento della foresta amazzonica aumenta i rischi per la biosicurezza a livello locale, regionale e globale – scrivono gli scienziati, tra cui quelli dell’università di Utrecht e della Trinity University di San Antonio, in Texas -. Se completata, la pavimentazione dell’autostrada BR-319 collegherebbe uno dei più grandi ‘serbatoi zoonotici’del mondo (popolazioni animali selvatiche che ospitano naturalmente agenti patogeni—virus, batteri, parassiti—capaci di trasmettersi all’uomo) agli aeroporti internazionali, aumentando velocità e portata con cui nuovi agenti patogeni potrebbero diffondersi a livello globale». I grandi fiumi amazzonici, infatti, agiscono come una barriera naturale, isolando queste comunità microbiche da migliaia di anni.

 

L’intervento umano suicida

L’intervento umano, ancora una volta, può sconvolgere questo delicato equilibro e provocare severi problemi di ordine sanitario, consentendo ai microrganismi di diffondersi e creare nuove varianti di virus e batteri. «Anche perché, spiega inoltre lo studio, fino ad oggi la maggior parte della deforestazione è avvenuta nelle zone perimetrali dell’Amazzonia. Raramente, se non appunto per costruire la BR-319, ci si è addentrati così all’interno, mettendo mano all’ecosistema». E per la verità qualche conseguenza c’è già stata: una nuova variante del virus Oropouche, che causa febbre alta, è stata individuata nel 2024 proprio all’altezza del tratto centrale dell’autostrada incriminata, ed è giunta fino all’Europa e all’Italia.

 

Coronavirus

Non solo: nel 2021, la variante gamma del Coronavirus è stata identificata per la prima volta a Manaus. E poi ci sono i rischi per l’agricoltura e quindi per l’alimentazione: il Brasile è la «fattoria del mondo», essendo primo esportatore globale di diversi prodotti alimentari, tra cui zucchero, soia e carne bovina, e i patogeni rilevati dai ricercatori possono infettare proprio le piantagioni di canna da zucchero, di soia e gli allevamenti bovini.Infine, lo studio punta il dito contro l’estrazione di potassio, che pure può contribuire al formarsi di una nuova pandemia, essendo particolarmente diffusa in quella area.

 

E il governo Lula, che dice?

Interpellato dalla stampa brasiliana, il ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che il dossier è ancora in fase di analisi: «Ribadiamo che l’analisi del processo viene condotta con rigore tecnico e in conformità con la legislazione vigente, nel rispetto delle decisioni giudiziarie e dei limiti di competenza». La sensazione è che nonostante le polemiche si procederà, come è avvenuto con l’autorizzazione concessa a Petrobras per trivellare la foce del Rio delle Amazzoni.

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venerdì 1 maggio 2026

Lula, Cina e schiavismo: il caso Byd scuote il Brasile - Paolo Laforgia

Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo.

La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo.

Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.

Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto.

I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza.

Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti.

Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori.

Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista.

Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito.

Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo.

L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico.

Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura.

Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali.

Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi.

In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici.

È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte.

La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita.

Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti.

Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.

Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema.

La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento.

In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.

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sabato 25 aprile 2026

Pix e la sovranità dei pagamenti: così il Brasile sfida i circuiti globali - Riccardo Renzi

L'infrastruttura pubblica per i pagamenti varata dal Brasile lancia la sfida ai circuiti internazionali. La reazione degli Usa.

Pix non è soltanto un sistema di pagamento istantaneo. È un’infrastruttura pubblica che trasforma il modo in cui uno Stato esercita sovranità finanziaria nella vita quotidiana. Lanciato dal Banco Central do Brasil nel 2020, ha rapidamente superato la dimensione tecnica per diventare un caso geopolitico: quando il pagamento diventa istantaneo, universale e quasi privo di costo, non cambia solo il mercato, ma la distribuzione del potere tra Stato, banche e circuiti globali. Il punto non è la tecnologia, ma il controllo del rail dei pagamenti, cioè lo strato infrastrutturale su cui si muovono transazioni, dati e relazioni economiche.

Pix nasce come progetto di modernizzazione del sistema dei pagamenti brasiliano, ma in pochi anni diventa un canale dominante dell’economia quotidiana. Secondo dati del Banco Central, oltre l’80% della popolazione lo utilizza stabilmente, con volumi che lo collocano tra i principali strumenti di pagamento del Paese. Il dato decisivo non è solo quantitativo, ma strutturale: Pix ha reso il pagamento istantaneo il default operativo dell’economia brasiliana. Questo significa che ogni transazione, anche minima, passa attraverso un’infrastruttura pubblica che riduce il ruolo degli intermediari privati e ridisegna le logiche di commissione.

 

Il conflitto con Washington e la logica della Section 301

La reazione degli Stati Uniti si inserisce nella procedura commerciale della Section 301, avviata nel 2025. Formalmente non riguarda solo Pix, ma un insieme di pratiche digitali brasiliane considerate potenzialmente distorsive per la concorrenza. Tuttavia, il nodo politico emerge chiaramente: un sistema pubblico che riduce il peso di circuiti come Visa e Mastercard non è neutro dal punto di vista geopolitico. Non si tratta di un conflitto tecnologico, ma di una disputa tra modelli di infrastruttura: da un lato reti private globali, dall’altro un rail statale interoperabile. Il Brasile interpreta Pix come bene pubblico; gli Stati Uniti lo leggono anche come possibile alterazione degli equilibri competitivi.

Economia politica del pagamento: commissioni, dati e standard

La forza di Pix si articola su tre livelli. Il primo è economico: riduce drasticamente le commissioni transazionali, comprimendo margini storici degli intermediari. Il secondo è informativo: sposta dati e relazioni economiche verso un’infrastruttura domestica. Il terzo è politico: crea un precedente in cui lo Stato non regola soltanto il mercato dei pagamenti, ma ne diventa operatore diretto. Questo rompe una simmetria consolidata: nei sistemi tradizionali, la governance dei pagamenti è distribuita tra attori privati globali; nel modello Pix, la governance è centralizzata in un’autorità pubblica monetaria.

Inclusione finanziaria e ridefinizione del credito

Un elemento spesso sottovalutato è l’effetto di inclusione finanziaria. Pix ha ampliato l’accesso ai pagamenti digitali per segmenti prima marginali o esclusi dal credito tradizionale. Questo sposta il baricentro del sistema: il pagamento non è più legato necessariamente alla carta di credito, ma a un’identità finanziaria pubblica e interoperabile. Di conseguenza, anche la struttura del credito retail viene indirettamente influenzata. Se il pagamento diventa immediato e gratuito, la funzione della carta si sposta dal pagamento al finanziamento, ridisegnando l’intero ecosistema bancario.

La dimensione esterna: dal Brasile al corridoio latinoamericano

Il caso non è più solo domestico. I primi test di utilizzo transfrontaliero, come quelli osservati in Argentina, mostrano che Pix può operare come infrastruttura regionale in fase embrionale. Non si tratta ancora di uno standard globale, ma di un possibile modello di interoperabilità Sud-Sud. Se questa traiettoria si consolidasse, il Brasile non esporterebbe solo un sistema tecnico, ma una architettura istituzionale dei pagamenti, con implicazioni dirette sugli standard finanziari regionali.

Le leve americane e il limite del controllo globale

Gli Stati Uniti conservano strumenti significativi: pressione regolatoria, influenza sugli standard internazionali, peso dei circuiti privati e capacità di indirizzare la compliance finanziaria globale. Ma il caso Pix mostra un limite strutturale: la diffusione di infrastrutture pubbliche nazionali efficienti può ridurre la dipendenza da standard privati senza eliminarli del tutto. Ne emerge un sistema ibrido, in cui la competizione non è più solo tra aziende, ma tra modelli di sovranità finanziaria.

La vera posta in gioco non è la crescita di Pix in Brasile, che appare ormai consolidata, ma la sua eventuale esportabilità. Se il modello si diffondesse, anche solo in parte, in altre economie emergenti, si aprirebbe una nuova fase: quella della competizione tra infrastrutture pubbliche e reti private globali. In questo scenario, il pagamento istantaneo diventa un terreno di confronto geopolitico al pari di energia, semiconduttori o cloud computing. Non si tratta più di chi processa una transazione, ma di chi definisce le regole del sistema.

La sovranità invisibile dei pagamenti

Pix dimostra che la sovranità nel XXI secolo non si esercita solo su confini fisici o monete, ma sulle infrastrutture invisibili della vita economica quotidiana. Il Brasile ha costruito un sistema che riduce costi, amplia accesso e rafforza il ruolo dello Stato come architetto del mercato. La reazione americana segnala che questa innovazione non è neutrale: ogni volta che uno Stato costruisce un’alternativa ai rail globali, mette in discussione equilibri consolidati. La vera domanda non è se Pix sostituirà le carte di credito, ma se i pagamenti diventeranno il prossimo campo di competizione tra sovranità nazionali e infrastrutture private globali.

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domenica 25 gennaio 2026

Guerra della soia, asset strategico tra potenze. La Cina la importa dal Brasile e Trump teme l’ira degli agricoltori Usa - Luisiana Gaita

 

 

Le pressioni e l’attenzione riservate all’accordo tra Stati Uniti e Cina sulla soia (oltre che sulle terre rare) con Pechino pronta a riprendere gli acquisti, ritardando di un anno la stretta sulle terre rare (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/26/accordo-usa-cina-tiktok-terre-rare-notizie/8173645/), mostra quanto questo legume sia diventato un asset strategico a livello globale. Al centro di una triangolazione tra Cina, Stati Uniti e Sud America (Brasile, in particolare, ma anche Argentina), delle guerre commerciali e pure del malcontento degli agricoltori statunitensi. Ennesimo grattacapo per Trump. Oggi quasi onnipresente nei prodotti che consumiamo tutti i giorni (non solo ad uso alimentare), i fagioli di soia selvatici si utilizzavano già 9mila anni fa in Cina, considerata la patria di questo legume. Ma oggi il Paese detiene anche il record delle importazioni, dovuto anche all’aumento dei consumi di carne (e quindi alla necessità di procurarsi il mangime per gli allevamenti intensivi). Solo che tra il 2017 e il 2024, stando ai dati del Center for Strategic and International Studies, se le esportazioni di soglia dagli Usa alla Cina sono diminuite del 14%, a compensare questo calo ci hanno pensato i Paesi del Sud America. In particolare, il Brasile che ha aumentato le sue esportazioni del 35%. Tutto questo a svantaggio degli agricoltori statunitensi, per i quali il mercato cinese è di vitale importanza. E che sono sul piede di guerra, perché Pechino ha già risposto alla guerra commerciale lanciata dal presidente Usa, quasi azzerando le importazioni di soia statunitense. L’altra faccia della medaglia, sono gli effetti che l’aumento di produzione ed export di soia da Brasile e Argentina hanno sugli equilibri di ecosistemi delicati e strategici per tutto il pianeta. In primis, quello della Foresta Amazzonica, dove le piantagioni di soia continuano a sostituire gli alberi.

La guerra tra Usa e Pechino passa attraverso la soia sudamericana – Tutto è iniziato negli anni Settanta, con un cattivo raccolto di soia negli Stati Uniti. La Cina capì che doveva diversificare, Brasile e Argentina che si stava aprendo un varco nel muro Usa. Il resto lo hanno fatto lo sviluppo e il drastico cambiamento delle abitudini alimentare della Cina che ha creato una domanda sempre maggiore. Così, a fasi alterne, quando la tensione tra Washington e Pechino si è alzata, non è stato impossibile sostituire la soia che arrivava dagli Stati Uniti. Basti pensare a quanto avvenuto nel 2019, durante il primo mandato di Donald Trump, quando il tycoon impose tariffe sui prodotti cinesi e Pechino ridusse le importazioni di soia dagli Stati Uniti, spostando gli acquisti in Brasile. Anche nei mesi scorsi, funzionari cinesi hanno confermato che la Cina potrebbe rinunciare alle importazioni agricole statunitensi, senza eccessivi scossoni, anche rispetto agli obiettivi di crescita.

Trump si gioca il consenso degli agricoltori (nei feudi repubblicani) – E questo preoccupa gli agricoltori, memori proprio di ciò che avvenne del 2019 quando, a causa della riduzione delle importazioni di soia della Cina, Washington fu costretta a varare un piano di salvataggio dal 23 miliardi di dollari per gli agricoltori. Non è un caso se, anticipando degli accordi con Pechino nel corso del programma ‘Face the Nation with Margaret Brennan’ della Cbs News, il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent ha citato proprio gli agricoltori. “I coltivatori di soia saranno estremamente soddisfatti di questo accordo per quest’anno e per gli anni a venire” ha detto Bessent, consapevole di quanto sia importante per Trump il consenso dell’industria agroalimentare e dei coltivatori di soia. Di Illinois, IndianaIowa, questi ultimi due feudi repubblicani.

Quanto crescono le importazioni dal Brasile – Questo il contesto nel quale sono cresciuti i flussi commerciali tra Cina e Paesi dell’America Latina. In modo particolare, dell’export dal Brasile. I dati: nel 2024 la Cina è stata il maggior importatore mondiale di soia, con acquisti dall’estero per circa 105 milioni di tonnellate, ma ne ha acquistata circa il 20% dagli Stati Uniti, mentre nel 2016 ne importava dagli States il 41%. Da gennaio a luglio 2025, inoltre, la Cina ha importato 42,26 milioni di tonnellate di soia dal Brasile, mentre le spedizioni dagli Stati Uniti sono state pari ad appena 16,57 milioni di tonnellate. Su questo fronte, a poco è servito il Liberation Day di aprile e anche l’estensione di 90 giorni della tregua tariffaria con Pechino con la richiesta di quadruplicare l’import dagli Stati Uniti: la Cina ha praticamente azzerato le importazioni di soia Usa e i coltivatori, che non hanno ricevuto prenotazioni per il raccolto di ottobre (si stima un calo dell’export di circa 14-16 milioni di tonnellate), perderanno miliardi di dollari. Parallelamente Pechino ha aumentato le prenotazioni della soia argentina approfittando dell’abbattimento delle tasse all’export di soia deciso dal presidente, Javier Milei (tra l’altro, sostenuto proprio da Trump). Ad oggi, di fatto, il 70% della soia importata da Pechino arriva dal Brasile e, di questa quota, il 30% passa dal porto di Santos, sulla costa atlantica. Certo, la rete di trasporti e le infrastrutture, per esempio, le capacità portuali, creano diversi problemi che negli Usa non ci sono. E c’è un altro problema: se il clima consente anche tre raccolti l’anno, il terreno argilloso ha bisogno di ingenti quantità di fertilizzanti e il Brasile ne ha sempre importato enormi quantità dalla Russia. Problemi che, però, non hanno fermato finora il trend.

L’effetto sugli ecosistemi – E questo ha conseguenze impattanti per il Brasile. D’altronde, se nel 2024 le esportazioni dell’agroalimentare brasiliano hanno raggiunto i 164,4 miliardi di dollari e, a guidare l’export verso 63 Paesi sono state soia (53,9 miliardi di dollari), carne (26,2 miliardi), zucchero e alcol (19,7 miliardi), prodotti forestali (17,3 miliardi) e caffè (12,3 miliardi) si capisce quali possano essere gli effetti sulle foreste. Ad agosto scorso, le autorità brasiliane hanno sospeso la moratoria che imponeva alle aziende di non acquistare soia da terreni deforestati in Amazzonia. Una sospensione che, dal 2006, aveva contribuito alla protezione della Foresta Amazzonica, evitando la deforestazione di circa 17mila chilometri quadrati (anche se hanno continuato a registrarsi fenomeni di conversione indiretta del suolo, soprattutto nelle savane del Cerrado e nelle aree di pascolo dismesse). Un recente studio pubblicato su Nature Food da Camilla Govoni e Maria Cristina Rulli del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, in collaborazione con La Zhuo dell’Accademia cinese delle scienze e Dirce Lobo Marchioni dell’Università di San Paolo, in Brasile, spiega come la crescente domanda di carne e proteine animali in Cina dipende sempre più dalle risorse agricole del Brasile, con effetti diretti sull’utilizzo del suolo, sulle risorse idriche e sulla deforestazione del Paese sudamericano. Tra il 2004 e il 2020 le importazioni cinesi di soia sono passate da 6 a 60 milioni di tonnellate: un aumento di oltre dieci volte, che nel 2020 ha richiesto 17,8 milioni di ettari di terreno brasiliano (un’area grande quanto l’Uruguay) e oltre 86 chilometri cubi di acqua piovana, più 0,29 chilometri cubi di acqua di irrigazione. Questa soia (destinata in gran parte all’alimentazione di suini, pollame e pesci d’allevamento) sostiene quasi un terzo delle proteine animali consumate in Cina.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/29/guerra-soia-usa-cina-brasile-notizie/8174740/

domenica 28 settembre 2025

Amazzonia, al vertice Otca niente bando ai combustibili fossili. Ma gli indigeni entrano nel negoziato - Estefano Tamburrini

 

Perù, Ecuador e Venezuela hanno impedito la svolta scatenando le reazioni delle comunità indigene, che hanno anche denunciato la "posizione blanda" del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

La foresta dell’Amazzonia non sarà una “zona libera da combustibili fossili”, ma per la prima volta le comunità indigene parteciperanno attivamente alle discussioni dell’Otca, l’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica, e nasce l’idea di un “Fondo Boschi tropicali” da proporre alla COP30 di Belém, in Brasile.

Ma andiamo con ordine: lo stop ai combustibili fossili è il grande assente nella Dichiarazione di Bogotá, sottoscritta dai membri dell’Otca al termine del vertice dell’Amazzonia tenutosi questa settimana, da lunedì 18 a sabato 23 agosto, nella capitale colombiana, nonostante le pressioni di scienziati, società civile, comunità indigene e persino del Paese ospitante, che aveva introdotto la proposta attraverso la viceministra dell’Ordinamento ambientale del territorio colombiano, Tatiana Roa Avendaño. “L’Amazzonia è molto più di un bioma: è un regolatore climatico globale, una riserva di acqua dolce e di biodiversità senza eguali”, ha detto Roa Avendaño, denunciando che “la sua distruzione, provocata in grande misura dall’estrazione e dal processamento dei combustibili fossili, compromette la nostra sicurezza alimentare, la salute pubblica e la stabilità climatica globale” e mette “a rischio la sopravvivenza umana”.

Tuttavia, PerùEcuador e Venezuela hanno impedito l’inclusione dello storico punto negli accordi, scatenando le reazioni delle comunità indigene, che hanno anche denunciato la “posizione blanda” del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante i lavori. Le comunità accusano il Paese ospitante della prossima COP30 – cui appartiene il 60% della superficie amazzonica – di espandere “la frontiera petrolifera” sulla foresta, difendendo a spada tratta lo sfruttamento dei combustibili fossili. Ma sul tema, la dichiarazione finale di 35 punti si riduce all’invito “verso una transizione energetica giusta, ordinata ed equa”, ricordando il 45° anniversario del trattato sottoscritto nel 1978 da Brasile, Bolivia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela.

Qualche risultato è stato ottenuto con l’apertura al confronto con le comunità indigene, attraverso l’istituzione del Mapi, il Meccanismo amazzonico dei popoli indigeni – sono 511, di cui 66 in isolamento volontario – che dà “voce e voto” alle comunità nella “definizione delle politiche sui loro territori e sul futuro del bioma amazzonico”. “Non è una responsabilità piccola”, ha commentato Sonia Guajajara, presidente del Fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni dell’America Latina e i Caraibi, ribadendo l’urgenza di trasformare “la relazione fra esseri umani e natura”. È stato rilanciato anche il Fondo Boschi tropicali, che sarà discusso alla COP30 affinché i Paesi ricchi “paghino il loro debito per l’industrializzazione”. La proposta era già stata presentata alla COP28 di Dubai e rinnovata nella Settimana dell’Azione climatica, il mese scorso a Londra, contando sul sostegno di Regno UnitoNorvegia, Emirati Arabi e altri Stati, oltre a enti privati – PimcoBank of America e Barclays – e dell’United Nations Development Program.

Sempre su iniziativa del governo brasiliano sarà istituito il Centro di cooperazione di polizia internazionale dell’Amazzonia a Manaus per “lo scambio agile di informazioni” e lo “sviluppo di azioni integrate” contro reati ambientali, narcotraffico e contrabbando.
“Un singolo Stato non può più affrontare da solo questo flagello”, ha ammesso il ministro della Giustizia brasiliano Ricardo Lewandowski, denunciando una ventina di organizzazioni criminali transnazionali nel polmone verde, dove il tasso di mortalità raggiunge 30,9 persone ogni 100mila abitanti. L’emergenza c’è e non fa più sconti: stando ai dati pubblicati dall’Ideam, l’Istituto colombiano di idrologia, meteorologia e studi ambientali, nel 2024 il Rio delle Amazzoni ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 122 anni, con un calo dell’82% della fluvialità nella stazione idrologica di Nazareth (Colombia). Nello stesso anno si sono verificati quasi 54mila incendi, di cui il 95% provocati dall’intervento umano: +80% rispetto all’anno precedente, portando le emissioni di carbonio accumulate a 183 megatonnellate. Quanto alla deforestazione: il 20% della superficie della foresta è già colpito, secondo la Banca Mondiale, e la percentuale rischia di essere raddoppiata nel 2040, sfiorando i 4,3 milioni di ettari.

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sabato 12 aprile 2025

Riparte la corsa all’oro. Il business illegale devasta l’Amazzonia - Giulio Cavalli

  

Mentre nei caveau delle banche centrali si accumulano lingotti dorati, l’Amazzonia muore. Il nuovo rapporto di Greenpeace, Toxic Gold, fotografa con precisione chirurgica un commercio avvelenato: quello dell’oro estratto illegalmente nei territori indigeni brasiliani, che distrugge foreste, contamina ecosistemi e alimenta un mercato globale opaco.

Dal 2018 al 2022, la superficie interessata da attività minerarie illegali nelle terre indigene del Brasile è aumentata del 265%. Il governo di Lula ha lanciato operazioni di contrasto e controllo, ma i dati del monitoraggio 2023-2024 mostrano una dinamica inquietante: l’attività si sposta da una terra indigena all’altra, come un tumore in metastasi. Laddove arretra, come nei territori Yanomami, Munduruku e Kayapó, si espande altrove: nel Sararé, l’area deforestata è raddoppiata in un anno.

Il processo è ben noto: si entra con ruspe, si devasta il suolo, si usa mercurio per separare l’oro, si inquina l’acqua e si distrugge ogni equilibrio ecologico. Il garimpo non è più un’attività artigianale: è un’industria criminale con mezzi pesanti, logistica avanzata e protezioni politiche. Le comunità indigene pagano il prezzo più alto. Secondo Fiocruz, l’84% della popolazione di nove villaggi Yanomami è contaminata da mercurio. Tra il 2019 e il 2022, 570 bambini sotto i quattro anni sono morti per cause evitabili.

Un sistema perfettamente oleato per lavare oro e responsabilità

L’oro estratto illegalmente entra poi nella catena di distribuzione attraverso un sistema di falsificazione dei documenti, complicità istituzionali e triangolazioni internazionali. Le DTVM (Distribuidoras de Títulos e Valores Mobiliários), che dovrebbero controllare l’origine del metallo, si limitano ad accettare autocertificazioni cartacee. Il risultato? Oro di provenienza sconosciuta, o peggio, nota e taciuta, si mescola a quello legale.

Il terminale più emblematico di questa filiera è la Svizzera. Nel 2022, le importazioni elvetiche di oro dal Brasile hanno superato le esportazioni registrate dal paese sudamericano del 67%. Un’anomalia da 9,7 tonnellate. E nel 2023, il divario è stato del 62%. L’oro entra da Dubai – spesso registrato come “riciclato” – oppure direttamente con spedizioni “fantasma”, in alcuni casi persino trasportato in valigia. Viene raffinato e poi rivenduto con il marchio di garanzia più prestigioso al mondo: “oro svizzero”.

Le autorità elvetiche si trincerano dietro il principio di neutralità e dietro una legislazione che non impone l’indicazione del paese di estrazione. Ma questa “neutralità con benefici” – come la definisce il rapporto – ricorda quella già sperimentata durante la Seconda guerra mondiale, quando le banche svizzere compravano l’oro saccheggiato dal regime nazista.

Quando la finanza internazionale affonda le mani nella terra indigena

Anche l’Europa ha le sue colpe. Il regolamento europeo sui minerali dei conflitti (3TG), in vigore dal 2021, prevede obblighi di due diligence, ma non include la Svizzera tra i paesi a rischio. Né affronta i rischi ambientali, come il disboscamento e la contaminazione da mercurio. Una lacuna che rende il regolamento inefficace di fronte all’ecocidio in corso.

Il mercato dell’oro è alimentato anche dai grandi acquirenti istituzionali. Le banche centrali, oggi, detengono circa un quinto dell’oro mai estratto nella storia. Nel 2024, il settore pubblico ha acquistato oltre mille tonnellate. Nonostante rappresenti meno del 23% della domanda globale, il loro potere sul mercato resta sproporzionato. E anche la loro responsabilità.

Il vertice mondiale sul clima COP30, previsto a novembre a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, sarà il banco di prova. Lì si deciderà se affrontare seriamente la questione del commercio dell’oro o continuare a fingere che l’oro svizzero luccichi più dell’oro tossico dell’Amazzonia.

Per ora, tra le piogge di mercurio, i bambini contaminati e le foreste in fiamme, resta una sola certezza: finché l’oro continuerà a essere un rifugio sicuro per gli investimenti, l’Amazzonia sarà un campo di battaglia per la sopravvivenza.

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mercoledì 12 febbraio 2025

La Cina respinge i mangimi brasiliani - Antonio Lupo

Pechino sospende l’import di mangimi, provenienti dal Brasile, coltivati con pesticidi proibiti. I paesi UE, dove si utilizzano questi mangimi brasiliani negli allevamenti intensivi (come quelli che devastano l’aria nella Pianura padana), restano in silenzio perché i pesticidi, anche quelli vietati in UE ma utilizzati nelle monoculture brasiliane e argentine, vengono prodotti e venduti da multinazionali europee come le tedesche Bayer-Monsanto e BASF e la svizzera-cinese Syngenta

Due settimane fa Brasil de Fato, un giornale molto vicino al MST (Movimento Senza Terra) e ad altri movimenti popolari dell’America Latina, ha diffuso la notizia secondo la quale la Cina ha deciso di sospendere le importazioni di soia da cinque aziende brasiliane a causa della contaminazione da pesticidi. La notizia, purtroppo, non è ancora circolata sui grandi media italiani, ma su web si trova il lancio dalla Reuters su molti siti brasiliani e anche su qualche sito inglese e francese (e anche su uno italiano). Secondo quanto riportato da Reuters le spedizioni delle aziende Cargill Agrícola SA, ADM do Brasil, Terra Roxa Comércio de Cereais, Olam Brasil e C.Vale sarebbero state interessate dalla misura.

La questione è fondamentale perché riguarda non solo la Cina, ma tutti i paesi che utilizzano mangimi provenienti dal Brasile per i loro allevamenti, soprattutto gli orribili allevamenti intensivi, quindi certamente anche l’Italia e gli altri paesi UE, che sono del tutto mangimi-tossico-dipendenti dal Brasile (e Argentina in misura minore).

Nell’articolo di Brasil de Fato, tra l’altro, si legge: “Per Diana Chaib, economista e ricercatrice delle relazioni cino-brasiliane presso l’Università Federale del Minas Gerais (UFMG), la decisione della Cina di sospendere le importazioni di una parte della soia brasiliana può essere interpretata come un avvertimento all’agroindustria brasiliana, soprattutto per quanto riguarda le preoccupazioni relative al necessità di migliorare i controlli di qualità e rivedere le pratiche relative all’uso dei pesticidi…”.

Una prima considerazione: la Cina finora ha prodotto pochissima soia e mais OGM, il popolo cinese è un po’ diffidente, il governo finora (ma sta cambiando l’orientamento) ha preferito importarli da Paesi in “perenne via di Sviluppo”, come il Brasile (ma anche l’Argentina), che è diventato il maggior produttore di soia OGM tramite la deforestazione dell’Amazzonia, avendo superato gli Usa. Il Brasile è ormai anche il maggior esportatore mondiale di soia OGM. L’articolo specifica che “La Cina è il maggiore consumatore di soia al mondo, rappresentando oltre il 60% del commercio mondiale di questo cereale… Per quanto riguarda il Brasile, due terzi di tutta la soia prodotta nel Paese vengono spediti al gigante asiatico”.

Insomma forse il governo della Cina ha aperto gli occhi, non vuole più farsi fregare e far ammalare i suoi cittadini, che pure vogliono mangiare carne, anche se per ora ne mangiano abbastanza meno degli statunitensi: i cinesi ne consumano poco più della metà (74 kg procapite anno contro 126 kg, mentre la media mondiale è di 43 kg). Nel 2016 il governo della Cina ha delineato un piano per ridurre il consumo di carne dei suoi abitanti del 50%, ma non pare che il piano stia funzionando molto.

Invece la UE e l’Italia, in cui arrivano e si utilizzano questi mangimi brasiliani avvelenati e infetti, continuano a star zitti, perché i pesticidi, anche quelli vietati in UE, ma utilizzati nelle monoculture brasiliane e argentine, vengono prodotti e venduti da aziende europee, le tedesche Bayer-Monsanto, BASF e la svizzera-cinese Syngenta.

Sempre nell’articolo si legge: “In una nota, il ministero Agricoltura e Allevamento del Brasile (Mapa) ha affermato che ‘le altre unità delle società notificate continuano a esportare normalmente in Cina, con le sospensioni valide solo per le 5 unità ufficialmente notificate’. Pertanto, prosegue il ministero, ‘i volumi scambiati dal Brasile non saranno interessati da questa sospensione temporanea di queste 5 unità notificate’. Ma non è vero: ‘le cinque unità sospese fanno parte di operazioni che hanno rappresentato oltre il 30% degli oltre 73 milioni di tonnellate di soia esportate dal Brasile in Cina nel 2024″.

Alan Tygel, della Campagna permanente contro i pesticidi e per la vita, ricorda “che da anni i movimenti agroecologici mettono in guardia sulla qualità dei prodotti agricoli brasiliani, basati sull’uso di prodotti chimici altamente tossici e dannosi per l’ambiente… L’impegno del Brasile negli ultimi decenni nell’investire tutte le sue risorse nell’agroalimentare, ha generato questo tipo di dipendenza, rendendo il nostro paese vulnerabile a crisi catastrofiche se i principali importatori decidessero per qualche motivo di vendicarsi del Brasile…”.

Chaib dice che l’impatto di questa misura potrà essere misurato in base alla durata dell’embargo o alle nuove restrizioni su altri prodotti brasiliani. “Ciò potrebbe influire sui prezzi nazionali della soia in Brasile e aumentare i costi dei mangimi per il bestiame, il che potrebbe rendere la carne bovina brasiliana meno competitiva sul mercato internazionale. Ma questo impatto sul commercio di carne bovina dipenderà dall’entità e dalla durata della sospensione della soia che la Cina attuerà. Il Brasile è il maggiore consumatore di pesticidi al mondo, superando Cina e Stati Uniti messi insieme. Invece di scoraggiare l’uso di questi agenti chimici nella produzione agricola, lo stato brasiliano offre miliardi di reais in esenzioni fiscali alle aziende del mercato dell’agrobusiness chimico del Paese, incoraggiandone l’uso (nel 2019 Bolsonaro ha autorizzato 152 nuovi pesticidi, ndr).

Sempre in questo articolo la scienziata biomedica e ricercatrice della Fondazione Oswaldo Cruz (Fiocruz), Karen Friedrich, richiama l’attenzione “sugli effetti nocivi dell’uso estensivo di pesticidi nella produzione agricola, oltre a tutte le prove dei danni alla collettività. salute e ambiente. E questo potrebbe avere a che fare con questi “incidenti” commerciali. Queste sostanze sono state utilizzate per decenni e stanno già sviluppando i propri parassiti, sviluppando resistenza. È la stessa logica degli antibiotici ospedalieri. Usandoli in modo così indiscriminato, hanno sviluppato batteri super resistenti. E in agricoltura abbiamo questi parassiti che stanno sviluppando resistenza. Quindi questo non è un bene per gli agricoltori e per l’agroindustria. Questo è un bene per le industrie, per Bayer, Basf, Monsanto, Syngenta ecc., che stanno cercando di mantenere questo prodotto sul mercato fino all’ultimo secondo”.

La crisi economica della Germania, paese ormai in recessione, con l’Italia e la Pianura Padana in coda, con la sua industria tedescodipendente, ci faranno aprire gli occhi? Nella relazione che accompagna il PDL 1760, in discussione da luglio 2024 alla Commissione Agricoltura della Camera in sede referente, si può leggere: “Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) queste sono state responsabili di più di 50.000 morti premature (52.300) in Italia nel solo 2020, per una stima di 462.300 anni di vita persi e di quasi 47.000 nel 2021. Dati drammatici che collocano l’Italia al primo posto per morti premature causate dall’esposizione al PM2,5 e che comportano anche enormi costi sanitari, in particolare nelle zone come la Pianura padana nelle quali si registra un’alta concentrazione di attività emissive, quali gli allevamenti intensivi. Le 50.000 morti premature, la maggior parte di abitanti nella Pianura padana, in buona parte legate alle emissioni degli allevamenti intensivi”. Il PDL N. 1760 “Disposizioni in materia di riconversione del settore zootecnico per la progressiva transizione agroecologica degli allevamenti intensivi”, che vuole una riconversione degli allevamenti intensivi, in primis il blocco di nuovi allevamenti intensivi e impedire l’aumento di capi in quelli attuali, è stato presentato da 23 deputati, tra cui anche quattro di centrodestra, era stato proposto a marzo 2024 da cinque associazioni (Greenpeace, WWF, ISDE, Lipu e Terra!).

Certamente il docufilm 2024 sugli allevamenti intensivi di Giulia Innocenzi “Food for profit”, che ha avuto un enorme successo (è stato trasmesso da Report), ha raccontato e impressionato moltissimi cittadini sui traffici mafiosi delle lobby al Parlamento europeo e di molti parlamentari europei, che sostengono il predominio di questi mostruosi allevamenti intensivi, sia in Italia che nei paesi UE. Ma noi poi mangiamo la carne che producono, con residui di pesticidi proibiti in UE e degli Antibiotici somministrati agli animali.

Sono un vecchio medico, che ha curato in ospedale anche i tumori, che sono malattie croniche, che ci arrivano soprattutto da quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Ci possiamo svegliare e lottare tutti insieme? Oppure alla fine ha ragione Elena Cattaneo, senatrice a vita dal 2013, la neuroscienziata proOGM, che dice da anni che noi italiani siamo degli ipocriti e stupidi, che non vogliamo coltivare (per ora) gli OGM in Italia, ma ce li mangiamo tutti i giorni (glifosato incluso)?

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venerdì 5 aprile 2024

Assalto al “polmone verde” del mondo, colpo mortale per il clima - Dante Caserta

DEFORESTAZIONE. Dossier Wwf. Negli ultimi 50 anni il 17% dell’Amazzonia è stato convertito in coltivazioni. Se dovesse arrivare al 20% rischia di diventare savana

Coprono oltre il 30% delle terre emerse, ospitano circa l’80% della biodiversità terrestre, forniscono servizi essenziali per le nostre vite e svolgono un ruolo cruciale nella mitigazione del cambiamento climatico: sono le foreste, habitat fondamentali per la nostra vita e silenziosi testimoni di quello che era il nostro Pianeta prima che lo modificassimo pesantemente. Nonostante la loro importanza, l’uomo ha sviluppato una preoccupante capacità di distruggerle ben sintetizzata dalla famosa vignetta in cui una persona seduta su un ramo di un albero è attivamente impegnata a tagliarlo.

SOLO NEGLI ULTIMI 30 ANNI sono stati persi 178 milioni di ettari di foreste a livello mondiale, tre volte la superficie della Francia: ciò dipende dalle nostre azioni e dai nostri consumi che contribuiscono alla perdita globale di biodiversità e al cambiamento climatico.

OGGI LA PRINCIPALE CAUSA della deforestazione sulla Terra è l’aumento dei terreni coltivati per la produzione agricola. A causa di questa continua espansione ogni anno vengono convertiti 5 milioni di ettari di foreste tropicali, in particolare per la produzione di carne bovina, olio di palma, soia, cacao, gomma, caffè e legno. La deforestazione provocata dall’aumento, a livello globale, della domanda di carne è una vera e propria piaga: il 60% delle foreste pluviali tagliate (in Amazzonia si arriva al 70%) viene abbattuto proprio per ottenere pascoli e per coltivare grandi quantità di colture (soprattutto soia e cereali) destinati all’alimentazione animale. Inoltre, dalla produzione e dal commercio internazionale di questi prodotti deriva più del 30% delle emissioni di CO2 causate dalla deforestazione.

LA FORESTA AMAZZONICA RAPPRESENTA l’ecosistema maggiormente colpito: negli ultimi 50 anni ben il 17% della sua superficie (equivalente a due volte quella italiana) è stato convertito in coltivazioni. Se questo fenomeno arrivasse a colpire il 20-25% dell’Amazzonia, il polmone verde del mondo, così chiamato grazie alle ingenti quantità di gas serra che è in grado di assorbire dall’atmosfera, non sarebbe più in grado di sopravvivere, trasformandosi in una savana arbustiva nel giro di pochi decenni.

NE SIAMO CONSAPEVOLI DA TEMPO, i dati sono chiari e gli scienziati non fanno che ricordarceli, eppure negli ultimi anni la tendenza non sembra migliorare: nel 2022 i disturbi forestali nella regione pan-amazzonica sono aumentati quasi del 15% rispetto al 2021.

LA DISTRUZIONE DI QUESTA PREZIOSA foresta sta avendo un impatto devastante anche sulla lotta alla crisi climatica globale perché l’Amazzonia, da sola, immagazzina 75 miliardi di tonnellate di carbonio, oltre il 10% di quanto ne «incamerano» le intere foreste mondiali (662 miliardi di tonnellate). Si tratta di quantitativi così elevati da risultare indispensabili nel quadro complessivo di assorbimento della CO2 e per impedire il riscaldamento globale superi la soglia di 1,5°C. Peraltro si stanno già manifestando effetti altamente negativi: studi recenti attestano come, contrariamente a quanto si è sempre creduto, la concentrazione di carbonio nell’atmosfera amazzonica sia maggiore negli strati d’aria più vicini alle chiome degli alberi. Si tratta di un dato molto preoccupante perché indica come in alcune fasce la foresta amazzonica emetta più carbonio di quanto ne assorbe e immagazzina: l’emissione netta si attesta ormai a circa 300 milioni di tonnellate di carbonio ogni anno che equivale alle emissioni annuali di un Paese industrializzato come la Francia. Quanto sta accadendo è legato sicuramente alla deforestazione, ma anche agli incendi e alla siccità, fenomeno un tempo del tutto sconosciuto in Amazzonia. Ciò potrebbe scatenare degli effetti a catena sul clima globale in quanto, se tutto il carbonio attualmente immagazzinato nella foresta amazzonica fosse rilasciato, la temperatura media del Pianeta aumenterebbe di 0,3°C, eventualità che renderebbe impossibile contenere l’innalzamento delle temperature entro gli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi.

ANCORA UNA VOLTA IL MONDO PIÙ industrializzato ha pesanti responsabilità in quello che sta accadendo. I Paesi dell’Unione Europea sono tra i maggiori importatori di una serie consistente di prodotti che causano la deforestazione, come il caffè, la carne, l’olio di palma e i latticini. L’Unione è responsabile del 16% della deforestazione globale associata al commercio internazionale di materie prime, ponendosi come il secondo maggiore importatore al mondo di deforestazione dopo la Cina. E noi italiani facciamo ampiamente la nostra parte: i consumi nazionali, da soli, determinano la distruzione di una superficie pari al doppio di quella della città di Milano (36.000 ettari). «Si tratta della cosiddetta deforestazione incorporata: deriva dalla produzione di beni consumati in altri Paesi e contribuisce a quasi l’80% della deforestazione mondiale», ricorda Edoardo Nevola, responsabile Foreste del Wwf Italia. «Parte di questa riguarda anche i mercati alimentari dell’industria italiana ed è per questo che il ruolo di noi consumatori è centrale. Prestando maggiore attenzione a ciò che compriamo, possiamo veramente dare un contributo sostanziale alla salute delle foreste e alla nostra: ad esempio, leggendo le etichette sulle confezioni dei prodotti che acquistiamo possiamo scegliere quelli con certificazioni che attestino la provenienza da foreste gestite in maniera sostenibile».

UN AIUTO PER RIDURRE significativamente l’impronta ecologica del commercio internazionale potrà venire, se correttamente applicato, dal nuovo Regolamento europeo contro la deforestazione (Eudr) che regolamenta sette materie prime (soia, olio di palma, carne bovina, caffè, prodotti legnosi, prodotti stampati e gomma) e i loro derivati: dal 30 dicembre 2024 potranno entrare nel mercato europeo solamente se le aziende saranno in grado di dimostrare, attraverso controlli e tracciamenti, che non sono causa di deforestazione. Ciò indirizzerà il mercato verso quelle merci prodotte e importate senza contribuire alla distruzione del Pianeta.

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giovedì 28 marzo 2024

La malaria si diffonde nelle terre degli yanomami - Leonardo Zvarick

 

All’inizio del 2023 il governo brasiliano ha decretato l’emergenza sanitaria tra i nativi. Anche se sono stati fatti passi avanti, gli yanomami continuano a morire per malattie curabili

Un anno dopo la denuncia dell’emergenza sanitaria nei territori dei nativi yanomami, nel nord del Brasile, la malaria continua a essere una delle cause principali di morte. “I bambini si ammalano”, dice Júnior Hekurari, presidente del consiglio distrettuale sanitario yanomami, che da settembre denuncia la ripresa delle invasioni dei garimpeiros, i minatori d’oro illegali. “Quasi tutte le comunità della zona sono colpite dalla malaria”, aggiunge. I dati del ministero della sanità dimostrano che, nonostante i provvedimenti del governo, la malattia continua a diffondersi. Nel 2023 sono morte 25 persone per la malaria, rispetto alle 21 dell’anno prima. E il distretto sanitario speciale indigeno yanomami (Sdei) ha contato 25.895 casi di malaria, cioè il 20 per cento di quelli registrati in tutto il Brasile. Sono numeri record, con un aumento del 64 per cento rispetto al 2022.

Il ministero afferma che nei territori dei nativi sono stati inviati operatori sanitari per individuare le persone malate e nel 2023 sono stati fatti più di 140mila esami diagnostici. Inoltre è stato messo a punto un piano d’azione per il controllo dell’infezione, in particolare nelle aree dove si concentrano le larve delle zanzare, e per individuare le strutture adeguate alla cura di chi è malato.

Lavoro discontinuo

La malaria è endemica in tutta la regione amazzonica, ma negli ultimi dieci anni la sua diffusione è aumentata soprattutto nelle terre degli yanomami. Nello stesso periodo è cresciuta la presenza dei garimpeiros nella regione e si è intensificata l’attività estrattiva.

“Le miniere a cielo aperto causano profondi mutamenti e alterazioni nel territorio”, spiega Maria de Fátima Ferreira da Cruz, responsabile del laboratorio di ricerca sulla malaria della fondazione Oswaldo Cruz (Fiocruz), che coordina gli studi sull’argomento. Con ogni nuova miniera a cielo aperto nella foresta nasce un nuovo centro di diffusione della malattia, che raggiunge i villaggi vicini. Inoltre i minatori, che si spostano di continuo, contribuiscono a farla circolare.

Le autorità affermano che la mancanza di prevenzione e assistenza durante il governo dell’ex presidente Jair Bolsonaro ha ridato slancio alla malattia. I controlli stavano aumentando dal 2014, ma sono crollati nel 2021 e nel 2022. Rispetto al 2014, i casi sono cresciuti del 784 per cento e rispetto al 2019, prima della pandemia, del 57 per cento. Nel 2015 il Brasile ha lanciato il piano nazionale per l’eliminazione della malaria, che ha l’obiettivo di debellarla entro il 2035.

Ferreira da Cruz però lancia un nuovo allarme: è in crescita l’infezione causata dalla specie Plasmodium falciparum, che scatena la forma più grave della malattia, spesso letale. Rispetto al resto del Brasile, dove è in calo, nei territori yanomami la Plasmodium falciparum è responsabile di tre casi su dieci.

 

“Questo dimostra che gli operatori sanitari non hanno agito come avrebbero dovuto. Ci sono solo tre cose da fare per bloccare la malattia: vigilanza, diagnosi e cura”, dice il medico Paulo César Basta, ricercatore della Fiocruz che lavora con gli yanomami dal 1998. La diffusione della malattia, dice, è il risultato dei tagli al servizio sanitario durante il governo Bolsonaro. “Lo Sdei è stato praticamente sabotato, il personale è stato sostituito e molte risorse sottratte e sviate”.

Secondo il medico, le azioni del governo di Luiz Inácio Lula da Silva nel primo semestre del 2023 sono state importanti, ma non hanno risolto il problema della salute tra le popolazioni native. “Sono state salvate molte vite e il governo ha fatto la sua parte per le emergenze, inviando medici e trasportando i malati più gravi in centri specializzati. Ma il lavoro è stato discontinuo e oggi si nota una certa stanchezza”, afferma Basta.

Oltre a ciò, la presenza delle miniere illegali rende più difficile l’azione degli operatori sanitari, spiega Hekurari, leader yanomami. I medici, minacciati da minatori spesso armati, non riescono a raggiungere i villaggi.

“Fino a che ci sarà il garimpo, gli yanomami soffriranno a causa delle malattie. I bambini più degli altri”, dice. “Chiediamo al governo di cercare soluzioni permanenti. Senza un piano di sicurezza sanitaria non si potrà garantire la salute dei nativi”. Kleber Karipuna, responsabile dell’associazione dei popoli indigeni brasiliani, è d’accordo: “Lo stato non deve limitarsi a cacciare i garimpeiros, deve restare sul territorio. È l’unico modo di impedire il ritorno dei minatori e l’invasione di altre comunità”, afferma.

Dal gennaio 2023, quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria, il ministero della sanità ha investito “più di 220 milioni di real (40 milioni di euro) per garantire l’accesso alla salute dei nativi in quella zona”, si legge in un documento pubblico. Il doppio rispetto al 2022. Gli operatori sanitari attivi nella regione sono passati da 690 a 960, e sono stati riaperti sette ambulatori: oggi nella terra yanomami sono 68 i centri in grado di assistere i malati.

“In queste zone sono stati curati più di trecento bambini affetti da forme gravi e moderate di malnutrizione. Inoltre il governo, attraverso il programma Mais médicos, ha portato da 9 a 28 il numero di medici”, continua il documento del ministero. Un rapporto recente del centro operazioni d’emergenza yanomami ha reso noto che fino al novembre 2023 erano morti 308 nativi, il 10 per cento in meno rispetto al 2022. Metà erano bambini di meno di quattro anni. Oltre alla malaria le cause di morte sono la polmonite, la diarrea e la denutrizione.

Il 9 gennaio Lula ha annunciato l’apertura di una “casa del governo” nello stato del Roraima, dove vivono gli yanomami, per organizzare le azioni nelle terre indigene e installare tre basi per la vigilanza, di cui si occuperà la polizia e l’esercito. La spesa prevista è di 1,2 miliardi di real

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