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lunedì 10 febbraio 2025

Africa elettrica: un’altra scossa per l’Europa – Alberto Capece

 

Potrebbe sembrare una notizia da nulla, eppure ci fa vedere verso quale abisso siamo diretti dopo la decisione di fare guerra alla Russia: questa settimana il Burkina Faso, Paese del Sahel che avrebbe dovuto desertificarsi e che invece è rinverdito, ha presentato la sua auto nazionale. Fabbricata dal marchio Itaqua in due versioni, “Native” e “Sahel”, è stata interamente progettata e costruita da ingegneri burkinabé (questo è il nome ufficiale degli abitanti del Paese) utilizzando risorse locali. Si tratta di una vettura elettrica da 30 kw a trazione integrale (per via delle condizioni delle strade), con un’autonomia di 330 chilometri e un tempo di ricarica di 30 minuti che di fatto non è lontana come tecnologia e prestazioni dalle produzioni europee e meno che mai dai penosi tentativi di Stellantis. Ovviamente ha costi di due terzi inferiori. Ma c’è di più: l’auto così come l’impianto di produzione di Ouaga, intende simboleggiare l’impegno verso l’autosufficienza e la sovranità di un Paese che sotto la guida del Primo Ministro Ibrahim Traore, è parte trainante della nuova alleanza antimperialista africana.

Naturalmente, lasciando da parte il pur importante elemento locale che ha l’occasione di creare un sapere tecnologico nel centro dell’Africa, l’auto in questione è di fatto una riproposizione della Dongfeng Nano Box, un modello cinese che costa meno di 10 mila euro, lanciata nel 2022. Ma questo dimostra anche il progressivo allontanamento del Sud del mondo dalle grinfie occidentali, verso un nuovo mondo multipolare. E del resto anche le elettriche europee sono di fatto costruite attorno a tecnologie cinesi, tanto che la svedese Northvolt, la più grande azienda produttrice di batterie per auto elettriche europea, recentemente fallita per non essere riuscita a contenere i prezzi, aveva lo staff tecnico interamente formato da cinesi, mentre tutte le macchine operatrici venivano da Pechino.

Insomma la Ue, mandando all’aria tutto il sapere accumulato sui motori termici, ha costretto l’industria continentale a misurarsi in brevissimo tempo con tecnologie già sviluppate altrove e in particolare da un gigante manifatturiero come la Cina, che non solo ha acquisito esperienza in questo settore, ma possiede in gran parte le materie prime necessarie per poter realizzare le batterie. Inoltre dispone di elettronica avanzata che l’Europa stenta a produrre, per non dire che non produce affatto. Insomma ha puntato su una tecnologia ancora non matura e lontana dalle esigenze di trasporto e di uso dell’ auto del continente. Così ai limiti delle vetture elettriche che hanno una scarsa autonomia reale al di fuori dell’ambiente cittadino, si aggiunge il fatto che l’industria automobilistica difficilmente potrà star dietro ai propri concorrenti, che producono in grande scala, meglio e a prezzi decisamente inferiori. Non si potrebbe escogitare qualcosa di più efficace se si volesse far fallire un intero continente e bisogna aggiungere che il sinedrio di Bruxelles è inarrivabile quando si tratta di creare rovina, sia con la guerra, sia con la pace.

E adesso in questo settore si affaccia anche l’Africa: faremo dazi disperati contro tutto il mondo nell’illusione di coprire scelte assurde e peraltro suggerite dall’alto dei poteri finanziari per poter intanto mandare avanti Net Zero e le speculazioni attorno alle energie rinnovabili? Energie il cui sfruttamento obbliga comunque a rivolgersi al mercato cinese, che rinnovabili non lo solo affatto, risultano inaffidabili e per giunta provocano un danno ambientale di gran lunga superiore al minimo di CO2 in più rispetto a quello prodotto dalla biomassa. L’influenza che questo gas avrebbe sul clima è peraltro tutto da dimostrare, ma è quanto meno singolare che non si sia mai sperimentato il vero apporto al cosiddetto riscaldamento globale dell’anidride carbonica e tutto nasca da modellazioni al computer. Eppure sarebbe abbastanza semplice condurre sperimentazioni reali, tuttavia per questo ci vorrebbero soldi, che non arrivano mai quando si tratta di far luce sui dogmi delle nuove religioni usa e getta.

Forse dovremo guidare auto africane perché questo è il continente che attualmente favorisce di più l’auto elettrica: la mancanza di strade a lunga percorrenza o di strade tout court, la scarsità di macchine rispetto alla popolazione, l’uso quasi esclusivamente cittadino dei veicoli e ultimo, ma non ultimo, la ricchezza di materie prime del continente, porteranno a uno sbocco della produzione nell’export. La legge del contrappasso è inesorabile.

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martedì 14 maggio 2024

Spazio e tempo del mercato - Marco Aime

 

Quei non-luoghi dei centri commerciali restano uno dei simboli delle tristi e violenti società consumiste del Nord del mondo. In alcuni angoli dell’Africa occidentale invece lo scambio commerciale non è neppure la funzione principale dei mercati, che servono ad esempio a scandire la settimana, a discutere di tanti temi, a gestire conflitti, ma sono prima di tutto i luoghi nei quali gli innamorati si incontrano, alcuni bevono una birra insieme e altri fanno festa. Spesso non ci sono edifici che li ospitano: il mercato è un meccanismo sociale creato dalla presenza dell’assemblea e definito dalla sua periodicità ciclica e quindi anche dalla sua esistenza effimera. Al mercato del popolo Taneka del Benin è dedicato questo testo tratto dal libro di Marco Aime Il patto delle colline (elèuthera). Si tratta di un popolo che ha saputo creare legami tra piccole comunità di origine diversa per difendersi dai razziatori bianchi di schiavi, non limitandosi a una resistenza ma inventando modi di vivere e regole per intrecciare le differenti appartenenze oltre qualsiasi localismo e nazionalismo. E oltre le ossessioni del profitto.

 

Tutte le cerimonie iniziano il giorno in cui si tiene il mercato di Copargo, quando inizia la fase di luna nuova prescelta. In questa regione, come in molte altre parti dell’Africa occidentale, i mercati non rappresentano solo un luogo di scambio commerciale, anzi, questa non è neppure la loro funzione principale.

I mercati, per esempio, assolvono anche a un’altra funzione fondamentale: il calcolo del tempo breve. Raggruppati in cicli (di quattro nel caso dell’Atakora) danno vita alla «settimana» taneka. Come in tutto il Benin settentrionale il ciclo dei mercati è di quattro giorni. Ogni area ruota attorno a quattro località che a turno «si animano» e diventano yaké, mercato. In questi giorni convergono sul luogo i contadini provenienti da tutte le fattorie sparse nel territorio taneka e nei dintorni. Ciò non significa che negli altri giorni non ci sia mercato, ma si tratta di yarà, il piccolo mercato quotidiano gestito solamente dalle donne del luogo, senza la partecipazione di individui esterni. I Taneka adottano la sequenza dei mercati per determinare la successione dei giorni. La «settimana» si calcola in questo modo: il primo giorno, quello in cui si tiene il mercato a Djougou, si chiama yaké, il giorno successivo il mercato si terrà a Pabégou e il giorno si chiamerà dur; all’indomani è il turno di Copargo ed è tam; infine, il mercato sarà a Katabam nel giorno chiamato barhà. Poi la «settimana» ricomincia.

Il «tempo del mercato» è particolarmente funzionale in quanto si fonda su esperienze condivisibili dall’intera comunità e combina i fattori spazio/tempo. Come sostiene Giorgio Raimondo Cardona, uno dei modelli più adottati dalle diverse culture è quello spaziale, sul quale si sovrappone una percezione sequenziale del tempo. Infatti, il ciclo dei mercati è il riferimento per il calcolo del tempo breve, ma fornisce anche una dimensione spaziale. I Taneka abitano i loro villaggi solo nella stagione secca (dicembre-aprile). Per il resto dell’anno risiedono in abitazioni sparse nella campagna in prossimità dei loro campi e ogni famiglia fa riferimento al mercato più vicino alla propria abitazione, anche se non manca di partecipare agli altri tre. Il mercato non costituisce solamente un luogo di compravendita o di scambio commerciale, è un luogo caratterizzato da una intensa celebrazione di scambi sociali, diventa luogo di incontro con i membri della propria famiglia e del proprio villaggio di origine. Il grande albero che sorge nel centro della piazza è un vero e proprio arbre a palabre dove gli anziani si riuniscono per lunghe discussioni e fumate di pipa. Come afferma Paul Bohannan: «I mercati non servono solo a determinare l’economia e il calendario. Sono un importante collegamento nelle comunicazioni di ogni tipo».

La società taneka risponde alla definizione fornita da George Dalton e Paul Bohannan di «società con mercati periferici» nelle quali è presente come istituzione il luogo di mercato, ma dove «le vendite sul mercato non costituiscono la fonte principale per la sussistenza materiale». Il surplus prodotto dall’agricoltura è infatti minimo e non giustificherebbe da solo l’importanza assunta dal mercato. I mercati taneka, come quelli konkomba descritti da David Tait, «sono tutt’altro che una pura occasione economica e forse la maggior parte dei frequentatori vi si reca per bere birra, incontrare gente e divertirsi. Quello del mercato non è solo un giorno di riposo, ma un giorno di festa. Gli amici si incontrano, i fidanzati organizzano i loro incontri mentre gli affari commerciali vanno avanti».

Un altro elemento caratterizza il mercato tradizionale: l’essere caratterizzato non da un qualche elemento oggettivo della sua esistenza, come una costruzione o un edificio, ma dalla loro completa assenza. Il mercato è un meccanismo sociale, creato dalla presenza dell’assemblea e definito dalla sua periodicità ciclica e quindi anche dalla sua esistenza effimera.

L’importanza del mercato aumenta soprattutto in contesti non urbani, dove funge da vero e proprio centro di riferimento. Rappresenta anche l’apertura verso l’esterno di ciascun gruppo locale; è un luogo di confine, quasi una terra di nessuno. Ovunque esistessero situazioni nelle quali segmenti dello stesso gruppo tribale entravano in conflitto o in antagonismo, «si stabiliva un terreno neutrale di incontro, nella terra di nessuno, al limite dei territori di ogni clan. Commercio e comunicazioni intertribali erano le motivazioni principali per frequentare tali mercati». In molte parti dell’Africa, infatti, i mercati sono innanzitutto spazi neutri da cui ogni conflitto è bandito, dove anche un nemico può venire a parlamentare, dove la gente si incontra e la merce che circola di più è la parola. La neutralità del mercato appare anche nell’antica proibizione, vigente nella maggior parte dell’Africa occidentale, di portare armi all’interno dello spazio designato.

Esiste inoltre un legame tra mercato e religione, anche per questo a volte i mercati svolgono il ruolo di luogo neutrale dove risolvere dispute tra gruppi, e la magia a essi connessa viene spesso invocata per dirimere dispute di natura politica. I luoghi dei mercati, infatti, sono stati scelti dagli antenati, come mi ha detto Dagnerì: «Ogni mercato ha un suo principio, non può essere scelto a caso. I primi che sono venuti qui hanno scelto un luogo dove la gente sarebbe venuta a fare il mercato». Questo deve quindi occupare un terreno in accordo con le forze divine che dominano la zona. L’esatta collocazione non è però sufficiente e il terreno deve essere «preparato» prima di potere accogliere il raduno di persone che si raccolgono nello spazio destinato al mercato. Elliot Skinner descrive così la cerimonia che si celebra presso i Mossi del Burkina Faso: «Per preparare il mercato versa acqua e miglio sulla terra e pronuncia questa formula: ‘Buon dio, prendi quest’acqua, bevila e prendine ancora e dalla a tutti gli spiriti nei villaggi, affinché il mercato sia sempre buono e non ci siano litigi al suo interno’. Se il sacrificio non viene accettato, si sceglie un altro luogo».

Nei primi anni Novanta il mercato di Copargo era stato oggetto di una feroce disputa locale che aveva condotto alla sua distruzione. Dopo la ricostruzione i sacerdoti sostenevano che, a causa degli scontri, il mercato «era partito» e pertanto era necessario andarlo a cercare per riportarlo al suo posto. I sacerdoti incaricati fecero appello ai loro legami con le forze divine per ritrovare lo spirito del mercato e ristabilire un ordine che era stato turbato da eventi violenti. Il giorno stabilito il mercato venne riaperto con l’esecuzione di alcuni sacrifici animali. Ancora oggi, di fronte al luogo del vecchio mercato di Copargo, c’è un altare dove gli anziani vanno a fare dei sacrifici perché il mercato si animi bene.

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martedì 17 gennaio 2023

Crisi alimentare senza precedenti, 30 milioni di bambini malnutriti

 

Allarme congiunto delle agenzie dell'Onu: “La crisi tende ad aggravarsi, è necessaria un'azione decisa e tempestiva e l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile”

I conflitti armati, gli effetti dei cambiamenti climatici e della pandemia, l'aumento del costo della vita stanno causando una crisi alimentare senza precedenti, che ha già portato più di 30 milioni di bambini alla malnutrizione acuta, di cui 8 milioni in forma grave. È l'allarme lanciato in una nota congiunta da diverse agenzie delle Nazioni Unite: l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), il World Food Programme (Wfp) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L'allarme riguarda soprattutto quindici Paesi: Afghanistan, Burkina Faso, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Kenya, Madagascar, Mali, Niger, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen. 

È probabile che questa situazione peggiori ulteriormente nel 2023. Dobbiamo garantire che diete sane per bambini piccoli, ragazze e donne incinte e in allattamento siano disponibili e accessibili, anche economicamente"

Qu Dongyu, Direttore generale della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura

Le agenzie Onu chiedono di accelerare l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile (Global Action Plan on Child Wasting): servono “maggiori investimenti a sostegno di una risposta coordinata delle Nazioni Unite che soddisfi le esigenze senza precedenti di questa crisi che tende ad aggravarsi, prima che sia troppo tardi”, scrivono le agenzie Onu nel comunicato stampa. È necessaria “un'azione decisa e tempestiva per evitare che questa crisi diventi una tragedia per i bambini più vulnerabili del mondo", concludono.

Il Piano d'Azione Globale evidenzia “le azioni prioritarie da intraprendere per la nutrizione materna e infantile attraverso i sistemi alimentari, sanitari, idrici e igienico-sanitari e di protezione sociale”. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno identificato cinque azioni prioritarie efficaci nell'affrontare la malnutrizione acuta nei paesi colpiti da conflitti e disastri naturali, e nelle emergenze umanitarie. Il potenziamento di queste azioni sotto forma di pacchetto coordinato sarà fondamentale per prevenire e curare la malnutrizione acuta nei bambini ed evitare tragiche perdite di vite umane.

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venerdì 16 luglio 2021

Sahel: nuova frontiera dell’Europa? - Renzo Mario Rosso

 

 

A distanza di meno di un mese fra loro, eventi traumatici in due Paesi-chiave della regione del Sahel quali il Mali e il Ciad, hanno rinnovato dubbi e incertezze sulla strategia di stabilizzazione della regione: una strategia che si era avviata con apparente successo nel 2013 con l’intervento franco-ciadiano nel Nord del Mali, ma si è poi trascinata per otto anni fino ad oggi con risultati deludenti. Nonostante la messa in opera di dispositivi politico-militari sempre più articolati e dispendiosi, non si è riusciti ad aver ragione del fenomeno jihadista, né ad arrestarne la diffusione ad altri Paesi prima immuni come il Burkina Faso o il Niger. Alla fine di aprile l’uccisione del Presidente del Ciad, Idriss Déby, attribuita alternativamente a una offensiva dei ribelli ciadiani del FACT provenienti dalla Libia e appartenenti a un’etnia (i Tebu) emarginata dal potere, oppure a militari dissidenti della medesima etnia del Presidente, ha prodotto a Parigi reazioni di sgomento. Nonostante la sua corruzione, il nepotismo e la progressiva deriva autoritaria del suo regime, Déby era ritenuto uno dei più solidi alleati della Francia nella regione e, soprattutto, un vero pilastro delle operazioni militari contro le forze islamiste. Nei trent’anni dalla sua presa del potere, egli aveva modellato attorno alla sua persona un regime d’impronta pretoriana, imperniato su una forza armata ritenuta fra le più efficienti del continente, anche se dispersa su troppi fronti non sempre coerenti. Déby l’aveva impiegata in avventure militari probabilmente mirate a costituire una propria autonoma area di influenza, con escursioni nel Congo durante la cosiddetta “guerra mondiale africana”, poi verso il Sudan e infine verso la Repubblica Centrafricana, dalla quale egli era stato alla fine estromesso. Più pragmaticamente, dal 2013 Il Presidente del Ciad era di nuovo entrato nell’orbita di Parigi, offrendo a Hollande un insostituibile appoggio in Mali e sostenendo poi tutte le operazioni condotte dai francesi contro i jihadisti del Sahel attraverso la cosiddetta “Operazione Barkhane”, mediante la quale l’intervento militare focalizzato sul Mali era stato di fatto esteso all’intera regione. La sua improvvisa caduta ha però svelato agli occhi dei francesi la fragilità di un patto di sicurezza imperniato prevalentemente sul fattore militare e sul sostegno a un “uomo forte”, piuttosto che su un retroterra politico e sociale solido, dotato di regole democratiche e di successione certe e sostenibile su se stesso.

Se la scomparsa di Déby ha inferto un colpo pesante agli aspetti militari dell’influenza francese nel Sahel, il nuovo “golpe” in Mali, per opera degli stessi militari che avevano già provocato ad agosto la caduta del Governo legittimo presieduto da Ibrahim Boubacar Keita, ha svelato le difficoltà e le insufficienze politiche alla base dell’instabilità non solo del Mali, ma anche degli altri Paesi della regione. Paradossalmente, proprio il Mali che rappresenta adesso l’epicentro delle crisi politiche del Sahel, era invece riuscito per circa un ventennio, dall’inizio degli anni ‘90 fino a quasi tutta la prima decade del 2000, ad accreditarsi come il principale protagonista delle cosiddette “transizioni democratiche” che, nel nuovo clima della fine della guerra fredda e dietro l’impulso di Mitterrand, avevano coinvolto (a eccezione del Ciad) diversi Paesi della regione, sia pure con tempi sfasati e difficoltà di percorso. Il regolare svolgimento di elezioni politiche non è stato privo di effetti positivi nel Paese, riuscendo quantomeno a radicare nella popolazione un certo attaccamento alle forme e alle prerogative dell’Assemblea Nazionale. Né la classe politica, né la società civile sono però riuscite ad estendere la partecipazione democratica oltre i confini della capitale e delle provincie meridionali (dove peraltro si concentra il 90% della popolazione del Paese), restando sostanzialmente insensibili alle domande, d’inclusione politica ma soprattutto di servizi e sviluppo, delle popolazioni delle regioni centrali e settentrionali, diverse etnicamente e già percorse da pulsioni separatiste. Questo profondo divario interno, ancor più politico e sociale che etnico, era stato una delle cause principali della progressiva perdita di controllo, già durante il 2011, di ampie porzioni del Paese, poi culminato l’anno successivo con la sollevazione indipendentistica da parte di movimenti tuareg, già in parte contaminati dall’ideologia islamista.

 

La crisi militare in Ciad e quella politica in Mali, ai due poli più sensibili del nucleo dei Paesi del Sahel, hanno costituito una spia eloquente delle difficoltà dei Paesi della regione, nonché della crescente frustrazione dei francesi che li hanno sostenuti militarmente, certo anche a difesa dei propri interessi. Esse, però, sono solo la parte emergente di un complesso di situazioni critiche irrisolte che riguardano l’intera fascia del Sahel e, in modo particolare, quella sua porzione più omogenea che si estende dalla Mauritania fino al Ciad (a Est, il Sudan e l’Eritrea risentono anche e soprattutto delle diverse dinamiche geopolitiche del Corno d’Africa). Lo stesso Sahel, d’altronde, comincia a essere definito quale entità geopolitica e non più soltanto geo-climatica, proprio da una crisi generalizzata: la siccità e la carestia che colpirono tutti i Paesi della regione, fino al Corno d’Africa e all’Etiopia, nel biennio 1972/1973. Fu proprio quella gravissima crisi climatica e umanitaria a causare lo spostamento di grandi masse di popolazioni nomadi e semi-nomadi (Tuareg, Tebu, Peul/Fulani..) verso sud. Il loro stanziamento nelle aree settentrionali dei Paesi saheliani fu la causa scatenante di conflitti con le popolazioni preesistenti di agricoltori e pescatori per il controllo dell’acqua e delle risorse del territorio, producendo – con le parole di Mario Giro – “effetti che sono durati decenni, sconvolgendo il fragile equilibrio sociale ed economico dell’area”. Un secondo periodo di svolta per la regione si colloca tra la fine degli anni ‘90 e il 2011. Esso fu segnato prima dalle ricadute verso sud dell’offensiva islamica fondamentalista in Algeria che, sconfitta politicamente e militarmente, finì per ripiegare verso la regione sahariana e saheliana trovandovi scarsi controlli, nuove opportunità legate a ogni tipo di traffici illegali e fresche occasioni di reclutamento fra i giovani, spesso appartenenti alle etnie sradicate e disposti ad accogliere un’ideologia radicale capace di canalizzare al tempo stesso frustrazione, rivolta ed autoaffermazione. Ancora più dirompenti, com’è ben noto, sono state le conseguenze della caduta di Gheddafi. Essa ha provocato, insieme con l’aumento delle migrazioni attraverso il Mediterraneo, un altrettanto importante riflusso verso sud dei giovani immigrati subsahariani restati senza lavoro, delle milizie reclutate in Mali, Niger o Ciad e già al soldo di Gheddafi, e naturalmente una incontrollabile circolazione di armamenti: la prima miccia dell’insurrezione del 2012 in Mali fu per l’appunto accesa da gruppi armati Tuareg, smobilitati dalla Libia e alleatisi con formazioni jihadiste.

 Anche da questa sintesi sommaria emerge la difficoltà di identificare focolai precisi di crisi, da estirpare con interventi militari chirurgici o curare con politiche più inclusive. Anche se ciascuno dei Paesi del Sahel presenta le proprie specificità, forti similarità di struttura li accomunano sotto il profilo sociale e geopolitico. Fra questi: il divario fra nord e sud; l’impatto degli spostamenti di popolazione degli anni ‘70 che ne modificarono il profilo etnico e la composizione economica, gettando il seme dei conflitti d’interesse fra le popolazioni nomadi e semi-nomadi e quelle stanziali; l’influenza, infine, delle insorgenze islamiste provenienti dall’Africa settentrionale, che (non diversamente da quanto accaduto in Iraq e in Siria) hanno trovato alimento dal fallimento delle primavere arabe e della rivoluzione libica, sovrapponendosi ai conflitti intra e inter-comunitari preesistenti. E’ il caso dei Tuareg in Mali, dei Peul in quasi tutti i Paesi del Sahel o infine dei Tebu insorti in Ciad contro il regime di Déby.

Chi ha riflettuto sulle crisi del Sahel non ha perciò esitato a parlare di un vero e proprio “sistema di conflitti”: non perché dietro di loro si celi un’unica mano invisibile o una singola matrice di tipo ideologico, religioso oppure politico-economico; ma perché le loro motivazioni fondamentali tendono a riflettersi da Paese a Paese, con protagonisti che appartengono spesso a etnie affini o ricoprono ruoli analoghi e attraverso una fitta rete di relazioni etniche, claniche, religiose, sociali ed economiche che superano lo spazio dei confini nazionali e riproducono, in altra forma, quella  funzione di crocevia di popolazioni e culture che il Sahel aveva svolto prima dell’epoca coloniale. Mentre il concetto di “sistema” rimanda a questa profondità e complessità di cause e relazioni, i conflitti saheliani fanno sempre più emergere la percezione che esso rappresenti il vero “confine” dell’Europa, la linea di faglia intorno alla quale i due continenti si confrontano sulle grandi questioni strategiche delle materie prime e dell’energia, degli squilibri demografici e delle migrazioni e, infine, della lotta al terrorismo. Una percezione, questa, in parte corretta ma potenzialmente fuorviante, qualora implicasse la prescrizione illusoria che questa linea di frontiera potesse essere controllata mediante un vallo securitario e militare. Com’è stato però osservato, in quella regione l’ordine politico non procede secondo le logiche dello spazio cartesiano, ma risente di una concezione dello spazio e della politica diversa, legata alla circolazione, alle alleanze e ai diritti di passaggio.

 

Analoga fluidità sembra riscontrarsi in un ultimo aspetto delle crisi saheliane: la loro posizione in un quadro geopolitico più ampio, in cui la competizione tra grandi potenze è perseguita attraverso il controllo su aree e risorse strategiche. L’appartenenza dei Paesi del Sahel all’area d’influenza francese, indiscussa dopo l’indipendenza e rinsaldata sul piano geopolitico dalla Guerra Fredda, e su quello economico/finanziario dal Franco CFA e da quel coacervo d’interessi economici fra la Francia e le classi politiche africane cui si è dato l’appellativo di Françafrique, si è mantenuta ma ha subito una visibile erosione. Ai fattori d’instabilità esterni e interni, si è aggiunta una sempre più diffusa disaffezione e insofferenza degli strati più giovani della popolazione verso i legami di dipendenza dalla metropoli, resi più palesi dalla diffusione intrusiva dei dispositivi militari francesi dopo il 2012. A questo graduale deterioramento Macron ha cercato di porre rimedio, stimolando una maggiore implicazione dei Paesi del Sahel nel contrasto al terrorismo (G5), incoraggiando la cooperazione di altri soggetti europei e annunciando una riforma del meccanismo monetario del Franco CFA. A questi sforzi, che testimoniano della difficile evoluzione dei legami post-coloniali verso un rapporto meno esclusivo, ha fatto riscontro la crescita degli interessi economici e/o strategici di altre potenze grandi o medie. In gran parte desertici e soggetti a periodiche siccità, carestie e gravi crisi umanitarie, i Paesi del Sahel sono però ricchi di risorse e materie prime pregiate: uranio in Niger, oro e petrolio nel Fezzan e in Ciad, possibili giacimenti di petrolio e gas in Mali e Mauritania e, soprattutto, quelle “terre rare” richieste dalle produzioni più innovative e oggetto di un’aspra contesa fra la Cina e gli Stati Uniti. Mentre gli Stati Uniti, pur non sempre consonanti con l’approccio della Francia, hanno comunque fornito un importante supporto logistico e d’intelligence alle operazioni militari mantenendo anche alcune basi operative nel Sahel in Niger e in Ciad, la Cina si è guardata bene dall’andare oltre un sostegno declaratorio al G5, perseguendo un approccio geo-economico che ha accuratamente evitato il coinvolgimento politico-militare, pur non rifuggendo dall’assumere rischi su mercati di frontiera come il Mali o il Sud Sudan. Diverso l’approccio dei russi che – non in grado di competere con i cinesi sul piano commerciale o finanziario – hanno offerto i propri servizi sul mercato loro più congeniale, quello militare e della sicurezza. Dopo aver a lungo abbandonato il continente africano che pure aveva costituito, con numerosi e cruenti conflitti per procura, uno dei teatri più mobili e con maggior libertà di manovra della guerra fredda, essi si stanno di nuovo affacciando assertivamente sull’Africa: l’enfasi del primo vertice Russia-Africa sulla cooperazione militare è stata confermata dalle intrusioni “ibride” dei contractors della “Wagner” in Libia a fianco di Haftar, e in forma meno palese ma diffusa anche nel Sahel, attraverso programmi di formazione in Mali, che pare abbiano implicato proprio l’attuale leadership golpista, rapporti non chiari con gli insorti ciadiani e, soprattutto, un aperto sostegno al Governo centrafricano. Anche se recenti interpretazioni giornalistiche vi intravedono un disegno volto a scalzare l’egemonia francese, le incursioni russe in Africa non sembrano per ora appoggiarsi su una coerente strategia, pur svolgendo azione di disturbo e contribuendo a conferire maggior profondità alla presenza militare ai bordi del Mediterraneo, questa è corrispondente a un’antica e mai sopita aspirazione russa.

L’attuale, rinnovato interesse dell’Unione Europea verso il Sahel si fonda sulla percezione che l’instabilità di questa regione sia legata a quella della Libia, e che entrambe pongano serie minacce all’Europa stessa sotto il profilo della sicurezza, del terrorismo e dei traffici illegali, fra cui soprattutto quello degli esseri umani. Per questo il Sahel è stato riconosciuto nel 2019 come una priorità strategica dell’UE, comportando l’avvio di numerose iniziative di sostegno alle forze armate e di sicurezza locali, mediante iniziative di formazione, il potenziale utilizzo (anche per gli armamenti) di un fondo come la European Peace Facility e infine l’avvio di una task force operativa come la Takuba, destinata a operare nel triangolo di frontiera fra Mali, Niger e Burkina con la partecipazione volontaria di alcuni Paesi (fra cui anche l’Italia). Proprio il doppio fallimento delle politiche sin qui condotte soprattutto dalla Francia, politico in Mali e militare in Ciad, ha conferito nuova forza alle voci di chi già criticava l’assoluta priorità conferita agli aspetti militari e di sicurezza sugli altri elementi della strategia 35 Articoli e studi sui nuovi scenari internazionali per il Sahel, invocando un più solido “pilastro politico” mirato a ri-conferire credibilità a Stati in evidente perdita di consensi e di fiducia, rafforzando la loro capacità di fornire servizi pubblici alle aree e alle popolazioni più marginali e di svolgere un ruolo di mediazione pacifica nei conflitti locali intorno alle risorse naturali, ruolo in cui sempre più spesso alle autorità centrali si sono sostituiti gli stessi insorti jihadisti. L’accento sulla governance non è certo nuovo ed era stato già indicato da Prodi, primo inviato per il Sahel delle Nazioni Unite, fra i principali obiettivi strategici da perseguire. Questo suggerimento non era poi stato messo in pratica, restando a uno stadio astratto senza identificare specifiche pratiche di riforma, forse perché il timore di destabilizzare i già precari Governi in carica aveva alla fine privilegiato un approccio più pragmatico e appiattito sull’esistente. Nonostante i sempre più forti richiami a una riforma delle strategie per il Sahel, si tratta di un nodo politico che resta attuale, come dimostra l’atteggiamento oscillante tenuto sia dagli organismi interafricani, sia dalla Francia verso le giunte militari transitorie installatesi in Mali e in Ciad: apparentemente più rigido nel primo caso, molto più accomodante nel secondo. Esso potrà essere sciolto solo con un’iniziativa più incisiva da parte di tutti i soggetti politici internazionali, coinvolgendo soprattutto molto di più, e non solo per quanto concerne gli aspetti militari, sia i Paesi della Regione sia le organizzazioni regionali e panafricane. Al riconoscimento, in gran parte acquisito, della gravità della crisi sotto il profilo securitario, va aggiunta anche una maggiore consapevolezza che essa sarà difficilmente risolta se non se ne affronteranno anche le radici, che non rimandano solo a fattori esterni, ma anche a conflitti interni e all’incapacità delle classi politiche locali ad affrontarli con riforme inclusive. Anche l’Italia dovrebbe tener conto di questo nodo, nel momento in cui una personalità del nostro Paese è stata chiamata all’incarico di rappresentante dell’UE per il Sahel e in cui sembra inaugurarsi – con il recente incontro a Bruxelles fra Draghi e Macron – un nuovo corso di collaborazione italo-francese nella regione. Troppo riduttivo e probabilmente inefficace apparirebbe un semplice trade off fra un’azione più solidale fra i due Paesi in Libia e un nostro cenno di attenzione, ancora una volta soprattutto sul piano militare, per il Sahel. Molto resta ancora da fare soprattutto in Europa, affinché l’interesse politico verso la regione in tutti i suoi aspetti, migrazioni comprese, sia condiviso da tutta l’Unione e non più soltanto trainato da alcuni suoi membri come la Francia di Macron: ora più consapevole dell’insostenibilità dei vecchi approcci verso le ex-colonie, ma in difficoltà nell’articolare un piano d’azione che non equivalga a un puro e semplice abbandono.


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domenica 9 dicembre 2018

Burkina Faso - I bambini minatori e i profitti svizzeri - Alessandra Mincone




Il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri al mondo, ma rappresenta un sito di particolare interesse per l’esportazione di oro, metallo tra i più ricchi al mondo.
Nell’Africa subsahariana, il Burkina Faso confina a nord con il Mali e ad est con il Niger, da cui provengono gruppi armati di Boko Haram che dal 2016 stanno intattaccando la stabilità sociale della nazione a colpi di Stato militari. A sud, confina con il Togo e il Ghana, dove sono presenti numerosi attori di traffici illegali, che saccheggiano le risorse del posto per importarle a basso costo nel mondo occidentale. Il panorama della regione appare come una grande distesa rurale dove si scavano miniere artigianali di villaggio in villaggio, e le persone sono costrette a vivere negli insediamenti a contatto con le polveri nocive e i siti minerari scavati, che vengono abbandonati poco tempo dopo l’estrazione e la lavorazione dell’oro.
Le statistiche fornite dalle autorità locali parlano di circa 200mila lavoratori che percepiscono un guadagno diretto dal lavoro di estrazione dell’oro nelle cave, mentre un numero cinque volte maggiore è investito in maniera indiretta nella scoperta di nuovi siti di estrazione, del tutto illegali, e nell’esportazione dell’oro. Ma il dato più sconcertante riguarda i bambini: su un campione di cinque siti minerari, la manodopera è composta dal 30% al 50% di minori, tra gli 8 e i 18 anni, che non hanno mai frequentato il sistema scolastico e hanno l’unico interesse materiale di percepire uno stipendio.
Secondo quanto prevedrebbe la legge in Burkina Faso, è vietato ai minori di 16 di lavorare in miniera e ai minori di 18 anni l’esposizione a lavori pericolosi, anche se la realtà è ben diversa e la divisione del lavoro, che cambia in ogni sito minerario, richiede che siano proprio i bambini a lavorare con maggiore dinamicità in tutti i ruoli del settore: a loro viene ordinata la discesa nei sotterranei anche fino a 170 metri di profondità, e dunque lo scavo e l’estrazione di minerali attraverso sostanze chimiche dannose come cianuro, mercurio ed esplosivi; inoltre, non vengono sottratti neanche al trasporto di sacchi di minerale da trattare con macchinari pesanti e pericolosi, e senza alcuna attrezzatura di sicurezza come caschi, scarpe anti-infortunistica, maschere respiratorie e occhiali protettivi.
Alle vittime di incidenti sul lavoro non è garantita alcuna assistenza sanitaria e la sola consolazione preventiva che viene concessa sul posto di lavoro è una notevole scelta di sostanze stupefacenti, dall’alcol, cannabis, alle anfetamine, somministrate per contrastare attacchi di panico e determinare dall’infanzia il coraggio necessario per affrontare ogni giorno gli innumerevoli rischi del mestiere. In una delle miniere più rinomate, Alga, nel 2015 morirono 46 minatori a seguito della caduta di un albero.
Le leggi burkinabé in materia di sfruttamento minorile appaiono del tutto inefficienti, e con il beneplacito silenzio di tutto il mondo, a occuparsi dell’oro una volta estratto dalle cave, sono i trafficanti e i businessman dell’esportazione, che a loro volta aggirano ogni regola di tassazione del prodotto da importare dal Burkina Faso. Secondo un report investigativo dal nome A Golden Racketa guadagnare i massimi profitti dall’oro estratto dai bambini al lavoro sembra essere soprattutto la Svizzera, oggi in cima alla classifica globale per l’esportazione di oro. Nel Canton Ticino, infatti, vi si trovano le società che si occupano della rifinitura del 70% dell’oro in tutto il mondo, arrivato soprattutto dal Congo, Mali, Perù.
Tra queste la società Valcambi è stata al centro dell’interrogazione delle “iniziative multinazionali” in merito al rispetto dei parametri dell’Ocse  per il riconoscimento dei diritti umani. Il report A Golden Racket dimostra che solo tra gli anni 2012 e 2014 oltre 7mila chili di oro, proveniente dal Togo, sarebbero finiti presso la Valcambi attraverso il mercato di contrabbando.
Il Togo, paese non classificato come produttore d’oro, gioca un ruolo fondamentale nell’importazione a basso costo delle risorse dal Burkina Faso. Dalle miniere di estrazione, l’oro viene spedito alla Wàfex Sarl, compagnia subordinata del Gruppo Ammar, società di famiglia libanese con sede presso Lomé in Togo. Dal Togo, la Wàfex Sarl spedisce il prodotto a una filiale con base a Ginevra, la MM Multitrade SA, rispettando la sola politica di non chiedere alcuna documentazione riguardo la provenienza del metallo da rifinire, in nessuna fase dell’esportazione.
Attraverso questo meccanismo e con la politica di aumentare i profitti senza alcuna regola, non solo vengono violate le leggi nazionali del Burkina Faso, ma il danno economico corrisposto solo nel 2014 valeva una perdita dello Stato burkinabé di oltre 6 milioni di franchi svizzeri, 5,3 milioni di euro, solo di tasse sull’esportazione, che la Ammar Group avrebbe risparmiato fino a dieci volte rispetto alle imposte che vengono regolate in Togo. Vale a dire soldi regalati alle aziende private, considerando che il 98% dell’oro esportato a minor costo dal Togo sarebbe in realtà oro estratto dalle braccia dei bambini minatori in Burkina Faso.
Il Burkina Faso produce ufficialmente mille chili di oro all’anno, mentre le stime reali dell’importazione nei paesi occidentali parlano di circa 8mila di oro all’anno che, come dichiarato da un rappresentante del ministero delle Miniere del Burkina Faso, arrivano in Europa in via del tutto illegale.
Sembrerebbe assurdo che i numeri che documentano le importazioni di oro nel mondo superino di gran lunga i dati che invece riguardano l’esportazione del metallo. Se non fosse che questo mercato di certo non risponde ai bisogni reali delle migliaia di lavoratori iper-sfruttati nelle miniere, in stragrande maggioranza affamati e assetati di salari minimi, ma risponde invece alla domanda/offerta dei grandi imprenditori capitalisti, tra cui India, Cina, Turchia e Emirati Arabi.
Così questa industria accresce d’importanza, da un lato garantendo il trasporto dell’oro su scala internazionale; poi certificando la qualità e dividendo il condizionamento in lingotti e monete; ne riparte l’uso in settore di lusso, di finanza, settore industriale e istituzionale; lavora allo stoccaggio per assicurarne le condizioni ottimali; e infine ripulisce il metallo riciclato e proveniente da circuiti del tutto illeciti di reti mafiose locali, spesso riconducibili a gruppi armati, che senza fornirne la provenienza si assicurano un posto in uno dei mercati più redditizi al mondo.
Gli attori protagonisti di questo business non hanno altro interesse che far brillare i propri guadagni. Ma dietro le quinte, o meglio nella profondità delle vite di chi scende oltre 100 km nelle miniere in Burkina Faso, accorgendoci dello sfruttamento intensivo di migliaia di lavoratori da un lato, e della devastazione ambientale di immense aree rurali dall’altro, insomma, non è proprio tutto oro quel che luccica.

lunedì 19 febbraio 2018

La Francia dice addio al Nasan - Francesco Gesualdi

La Francia getta la maschera, denuncia la pseudo cooperazione e se ne va. Il gran rifiuto, come lo avrebbe definito Dante, è avvenuto l’8 febbraio, un’insolita scelta a fianco dei piccoli contadini africani che le multinazionali dell’agrobusiness forse non perdoneranno mai a Macron. Il programma da cui la Francia ha deciso di ritirarsi si chiama “Nuova Alleanza per la sicurezza alimentare e nutrizionale” (in sigla Nasan), un’iniziativa decisa nel corso del G8 che si tenne nel 2012 a Camp David. Al pari del titolo, dal forte richiamo biblico, anche le finalità hanno un vago sapore messianico: in dieci anni liberare dalla povertà e dalla fame 50 milioni di africani attraverso una collaborazione fra governi africani, governi dei paesi ricchi e imprese private.
Ma ad una verifica di metà periodo, si scopre che il progetto è servito a creare dei paradisi fiscali agricoli, come li ha definiti l’organizzazione francese Action contre la faim: occasioni di guadagno per le grandi imprese dell’agroindustria, non di liberazione dei piccoli contadini le cui condizioni sono addirittura peggiorate. In effetti il progetto nasce dalla vecchia convinzione che per risolvere fame e povertà basta aumentare la produzione. Per cui l’unica cosa da fare è facilitare gli investimenti da parte di chi i soldi ce li ha, ossia le grandi imprese nazionali e transnazionali. Da qui la Nuova alleanza che ai governi locali chiede di mettere a disposizione terre e un contesto legislativo favorevole alle imprese, ai governi del Nord di mettere qualche soldo per la costruzione di qualche infrastruttura a titolo di cooperazione, alle imprese private di metterci gli investimenti e guadagnarci.

Le imprese che hanno aderito al progetto sono un centinaio, per investimenti complessivi dichiarati attorno ai 5 miliardi di dollari, in sei paesi: Ghana, Etiopia, Tanzania, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Mozambico. Il progetto non prevede la trasparenza fra i propri principi, ma dalle informazioni trapelate si apprende che due multinazionali coprono da sole due quinti dell’importo: Syngenta, azienda di sementi, filiale svizzera della cinese ChemChina, con 500 milioni di investimenti  e Yara, multinazionale di fertilizzanti che batte bandiera norvegese, con 1,5 miliardi di investimenti. Neanche Cargill, multinazionale agro-commerciale statunitense, se la cava male con 525 milioni di investimenti, per poi trovare più giù in graduatoria altre famose multinazionali come Mars, Monsanto, Louis Dreyfus.
Dal che si capisce che il risultato finale della Nuova alleanza sarà un rafforzamento dei prodotti agricoli destinati all’esportazione (cacao, caffè, olio di palma) e un ulteriore spinta ai contadini africani affinché si gettino definitivamente fra le braccia dell’agricoltura industriale basata sulle sementi selezionate, fertilizzanti e pesticidi. Insomma tutto il contrario dell’idea di sovranità alimentare che ha come obiettivo la produzione per i bisogni locali e come strategia produttiva l’autoproduzione delle sementi e l’agricoltura biologica, due modi per rispettare la natura ed impedire che i contadini finiscano nella trappola dei debiti.

Già nel 2016 il Parlamento Europeo avevo chiesto all’Unione Europea di togliere il proprio sostegno al Nasan. In particolare richiamava “il pericolo di replicare in Africa lo stesso modello di rivoluzione verde attuata in Asia negli anni sessanta, senza tenere conto dei suoi impatti sociali e ambientali”. Il governo francese, che partecipava alla Nuova alleanza come partner del Burkina Faso, non ha dato una motivazione ufficiale del suo ritiro dal Nasan, ma un funzionario governativo ha dichiarato a Le Monde che «l’approccio del progetto è troppo ideologico ed esiste un vero rischio di accaparramento di terre a detrimento dei piccoli contadini». I quali confermano: «A noi che produciamo per il mercato locale, la Nuova alleanza non elargisce nessun vantaggio fiscale, mentre alle imprese che producono per l’esportazione garantisce terre e ogni altro genere di facilitazione. Dov’è l’interesse per la sicurezza alimentare del nostro paese? I piccoli contadini che assicurano il 40 per cento del consumo interno di riso hanno mostrato di saper produrre, pur ricorrendo ai metodi di produzione tradizionale. Ciò nonostante il Nasan si prefigge di “modernizzare 30 mila ettari di terreni e di assegnarne 5 mila ai villaggi”.Il che significa farci passare da un’agricoltura di tipo pluviale a un’agricoltura basata sull’irrigazione artificiale. Ma la pioggia la dà la natura gratuitamente, l’acqua del sottosuolo, invece, sarà disponibile solo per chi ha soldi perché richiede macchinari ed energia. In conclusione i contadini più deboli si impoveriranno ulteriormente e la nostra sicurezza alimentare sarà sempre più a rischio». Preoccupazioni evidentemente fatte proprie dal governo francese considerato che l’uscita dal Nasan è stata giustificata dal fatto che «la Francia preferisce dare il proprio sostegno all’agricoltura familiare attraverso un’intensificazione dell’agro-ecologia». Parole su cui meditare, specie oggi che si parla tanto di aiutarli a casa loro.

venerdì 28 ottobre 2016

Per ogni villaggio una foresta - Marinella Correggia

Forse gli eroi non esistono ma certo questo analfabeta che semina gli alberi somiglia assai all’idea di una persona normale/eccezionale che impegna la sua vita al servizio dell’umanità.


Seminare foreste per fermare l’avanzata del deserto. Hanno il respiro lungo e il passo del maratoneta le suggestioni ispirate da Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso che seppe incendiare l’Africa, ridando senso – nel continente più difficile – a una parola piegata e abusata come “rivoluzione”. Ce lo ricorda, a quasi trent’anni dal suo assassinio, un ricercatore analfabeta che, secondo fonti autorevoli, ha fatto molto per preservare il Sahel, più di tanti prestigiosi gruppi di ricerca internazionali. Negli anni Settanta, da commerciante diventò pioniere nella lotta alla desertificazione «per avere un’attività non fondata sul denaro». Yacouba Sawadogo è l’uomo che semina gli alberi e ha fatto crescere una foresta usando la strategia ecologica e sociale della Rigenerazione naturale assistita dagli agricoltori (Rna), nella quale gli alberi spontanei sono protetti perché trattengono l’umidità nel suolo e aiutano i raccolti. Marinella Correggia lo ha incontrato a Torino


«Per ogni villaggio, una piccola foresta»: uno dei tanti sogni di quell’utopista concreto che si chiamava Thomas Sankara. Ma il 15 ottobre 1987 il presidente del Burkina Faso fu assassinato e finì una rivoluzione che parlava al mondo partendo dai contadini saheliani tormentati dalla miseria e dall’avanzare del deserto. In soli 4 anni di governo – prima della restaurazione del golpista Blaise Compaoré -, i burkinabè non riuscirono a rinverdire il Sahel. Ma in tutti questi decenni, qualcuno ha portato avanti il lavoro sul campo. Seminare foreste tornerà ad essere una priorità nazionale dopo la sollevazione popolare dell’autunno 2014 che ha cacciato Compaoré e malgrado le tante contraddizioni del nuovo governo? Yacouba Sawadogo non lo sa. Ma continua a lavorare.
Chi si reca al villaggio di Gourga, deve cercare Sawadogo nel grande bosco che si estende per ettari ed ettari, ricco di acacie, pruni, datteri del deserto, leiocarpus, gomma arabica, moringa; per gli uccelli e gli altri animali selvatici, piccoli punti di acqua sparsi qui e là. Una foresta dove decenni fa non c’era nemmeno un arbusto.
Niente piantumazioni monovarietali, costose e che spesso muoiono in quell’ambiente ingrato. Lui, Yacouba, gli alberi non li pianta: li semina. Pratica la strategia ecologica e sociale della Rigenerazione naturale assistita dagli agricoltori (Rna), nella quale gli alberi spontanei sono protetti perché trattengono l’umidità nel suolo e aiutano i raccolti. Tecniche simili di coltivazione e riforestazione naturale sono portate avanti, fra gli altri, dai Groupements Naam, un’associazione di gruppi di villaggio assai diffusa in Burkina Faso.

Sawadogo ha raccontato la sua storia giorni fa a Torino e Cumiana, partecipando all’incontro internazionale «Terra madre». Ci ha spiegato che negli anni Settanta, anni di totale siccità, mentre i contadini fuggivano dalle campagne assetate, egli come un folle fece il cammino opposto. Da commerciante diventò pioniere della lotta contro il deserto, «per avere un’attività non fondata sul denaro». A Gourga allora si faceva la fame. Yacouba, da buon innovatore delle buone tradizioni, reintrodusse lo zai, un’antica tecnica tipica delle aree del nord, a più bassa pluviometria: nella stagione secca si scavano buchi regolari nei campi, per trattenere l’acqua nella successiva stagione delle piogge.
La novità ideata da Sawadogo consisteva nello scavare buche più grandi, e nel deporvi compost e letame e anche le termiti, che aiutano a smuovere il terreno. Poi si seminano cereali e specie arboree. Così, sotto le mani di Sawadogo e dei contadini affamati di Gourga ai quali offriva cibo in cambio di lavoro, migliorarono i raccolti (fino a 1,5 tonnellate di miglio per ettaro anziché 500 kg) e crebbe la foresta. Dapprima lo credono folle, i capiclan cercano di boicottarlo perché sono abituati ad assegnare in tutta discrezionalità le terre – in Burkina sono dello Stato. A un certo punto la foresta è stata minacciata perfino da un progetto di espansione immobiliare della vicina Ouahigouya, poi per fortuna fermato. Ma lui ha resistito, fedele al principio che «il valore di una persona si misura con il tempo che ci mette a desistere». Tuttora distribuisce semi e dispensa consigli e corsi di formazione a chi glieli chiede.

Migliaia di famiglie negli anni grami sono sopravvissute grazie alle sue tecniche: «Se riesce a produrre cibo a sufficienza, il paese si salverà», dice. Per Chris Reji, esperto internazionale della Rna, «Yacouba, ricercatore analfabeta, ha avuto più impatto sulla preservazione del Sahel di tanti gruppi di ricerca internazionali e nazionali». Una ricerca della Fao stima che con l’equivalente di poche decine di euro si potrebbero rimborsare le ore di lavoro e le risorse necessarie ai contadini per rigenerare un ettaro di Sahel. Ma questo sostegno, una vera restituzione internazionale a chi è vittima anche dell’ingiustizia climatica, langue. Così la tecnica dello zai continua ad avere un risvolto duro: fatica nella polvere, con le pesanti zappe in mano e il sole che batte. In mezza giornata, otto persone valide possono scavare mille zai, ma piccoli. Poi agli zai vanno associate le dighette antierosive formate da cordoni di pietra – da trasportare a mano o con la carriola. Tanta fatica, tanto tempo significano anche una diffusione inferiore a quella che sarebbe necessaria. Gli stessi Naam non hanno quasi trattori e nemmeno zappe ergonomiche.
Lo Zai può anche essere praticato con un attrezzo trainato dagli animali. E qui si apre un altro capitolo: gli asini burkinabè – da sempre compagni dello sforzo umano – sono stati decimati per anni, carne e pelli esportati verso l’Asia. Nello scorso agosto, anche grazie a una piccola campagna di pressione, il Burkina seguendo il Senegal ha introdotto una legge per la loro protezione. Ma questa è un’altra storia.