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lunedì 25 agosto 2025

UN BLACKOUT COGNITIVO - Dante Schiavon

 

Un amico di FB, commentando alcune riflessioni sull’abuso istituzionale del consumo di suolo, osservava: “sono cose talmente evidenti da passare inosservate”. È vero. Prendiamo alcuni dati del Rapporto Ispra 2021. Quello della copertura artificiale del suolo in Europa, in Italia, in Veneto.

La media europea della copertura artificiale del suolo è del 4,2%, in Italia è del 7,11%: quasi il doppio.

In Veneto la copertura artificiale del suolo è del 11,87% (18% se si escludono le montagne e i corpi idrici): quasi il triplo della media europea.

In Veneto nel periodo 2019-2020 sono stati consumati 3,72 metri quadrati per ettaro, in Italia 1,72 metri quadrati per ettaro: più del doppio della media nazionale.

Il Veneto è la regione che ha consumato più suolo agricolo per esigenze logistiche nel periodo 2017-2019.

Il Veneto ha il primato come regione che a causa del consumo di suolo dal 2012 al 2020 ha perduto la possibilità di sequestrare e stoccare più di 400.000 tonnellate di carbonio.

Il Veneto ha il primato come regione in cui il suolo artificiale ha mangiato suolo agricolo per 1936 ettari nel periodo 2012-2020.

Se passiamo poi alla materializzazione visiva, percettiva, sensoriale di questi dati statistici, constatiamo il brutale “sterminio dei prati” in campagna, nelle aree periurbane e urbane che continua inarrestabile, incentivato e per niente contenuto da una “legge regionale fuffa” che, in maniera sfrontata e cinica, ha istituzionalizzato il “consumo di suolo in deroga”. Come cittadini veneti è impossibile non vedere, non percepire, non essere scossi, indignati, turbati dalla dilapidazione diffusa di tale risorsa naturale.

Parliamo di una “legge regionale fuffa” contenente un lunghissimo elenco di 17 deroghe “consumo di suolo free”, istituzionalizzate, legittimate.

Parliamo, ad esempio, della deroga del “piano casa”, in base alla quale il suolo occupato dalla “rigenerazione condominiale” in larghezza ed in altezza di singole abitazioni nei centri urbani collassati dalle cause e dagli effetti dei cambiamenti climatici non viene considerato consumo di suolo.

Parliamo, ad esempio, di poli logistici, supermercati, strade, opere pubbliche varie, cave, zone produttive e commerciali, ecc., “opere (s)considerate di pubblica utilità” da regione e comuni che, oltre a devastare habitat, peggiorare le condizioni ambientali, climatiche e sanitarie delle città e delle campagne, non vengono conteggiate come suolo consumato.

Un continuo proliferare di “nuove abitazioni” nonostante un notevole calo demografico e ridondanti “opere (s)considerate di pubblico interesse”: un’alluvione inarrestabile di cemento e asfalto che sconvolge equilibri ecologici e climatici e vanifica il senso e lo scopo dell’ennesimo Rapporto Ispra.  Quando, a fronte di così tanti abusi nello scialacquare una risorsa non rinnovabile rivenienti dai “dati statistici” di un organismo scientifico indipendente e dalla “realtà” dei luoghi che abitiamo, non riusciamo a innescare una “riflessione ontologica” sul valore del suolo, sulla sua “funzionale essenzialità ecosistemica”, significa che abbiamo un problema.

Quando siamo indifferenti a un’emergenza ambientale tutta italiana e alla mancanza di una legge nazionale rigorosa che imponga uno stop immediato a nuovo consumo di suolo significa che abbiamo un problema.

Quando, specie in Veneto, non riusciamo ad uscire da un “letargo intellettuale” sulla urgente necessità di porre uno “stop rigoroso” a nuovo consumo di suolo, tale da costringere amministratori pubblici, categorie produttive, architetti, professionisti a “creare” un nuovo modo di produrre, di (ri)costruire, di infrastrutturare, di consumare, di lavorare, di fare economia, significa che abbiamo un problema.

Quando crediamo che in Veneto  i nuovi  poli logistici, i nuovi supermercati, le nuove lottizzazioni, le nuove infrastrutture, le nuove artificializzazioni del suolo si materializzino per un volere soprannaturale, per una fatalità, per  un influenza astrale  e non riusciamo a stabilire una connessione logica e razionale  “causa-effetto” con una “legge regionale fuffa” sul suolo, che autorizza tali scempi attraverso 17 deroghe, significa che abbiamo un problema.  Vuol dire che è in atto sul consumo di suolo, “clinicamente” parlando, un “blackout cognitivo”, una “rimozione cognitiva collettiva”, un fenomeno antropologico e sociale, forse da ricondurre, oltre all’immorale sfruttamento di una risorsa non rinnovabile da parte del ceto politico-economico-finanziario, al bombardamento emozionale e passivizzante di migliaia di immagini e notizie cui siamo sottoposti nell’epoca dei social-media. Un bombardamento emozionale di immagini e notizie che annulla la “percezione della realtà” e la consuma, bloccando lo sviluppo razionale di un pensiero proattivo.

È un blackout cognitivo, istituzionale, dell’intera società civile che ci impedisce di vedere la “poliedrica trasversalità ecologica” del suolo nel far fronte alla catastrofe climatica e alle emergenze planetarie che incombono sull’intera umanità e l’urgenza di difenderlo da quei “mercanti nel tempio della buona politica” che usano il loro potere contro le future generazioni.

È un blackout cognitivo che ci impedisce di fare valutazioni politiche estremamente critiche, nel segno della discontinuità, su come viene governato e amministrato il territorio veneto e di stabilire delle ovvie relazioni “causa-effetto”. L’esempio del progettato Polo Logistico di Amazon a Casale sul Sile assolve pienamente alla funzione didascalica cui affido queste riflessioni. La “legge-quadro consuma suolo” della Regione Veneto stabilisce che il comune di Casale sul Sile possa consumare (deroghe escluse) 8,7 ettari da qui al 2050. La stessa “legge-quadro consuma suolo” stabilisce che non venga conteggiato il consumo di suolo per le “opere (s)considerate di pubblica utilità”: nel caso del Polo Logistico di Amazon i 50 ettari in “zona a rischio idraulico” situata nel Parco del Sile. Il risultato, in presenza di una legge che dovrebbe contenere il consumo di suolo, è uno scempio ambientale “consumo di suolo-free” con un saldo negativo di 41,3 ettari di suolo consumato. Il discorso può valere per ciascuna delle 17 deroghe previste dalla legge. Ecco perché alla lotta contro i singoli effetti della legge regionale veneta (piano casa e ambiti di urbanizzazione consolidata, rigenerazioni urbane, cave, infrastrutture, ecc.) va affiancata contestualmente la lotta e la mobilitazione contro una legge regionale, a mio avviso, “incostituzionale”.

Una “legge-quadro consuma suolo” impugnabile perché, attraverso lo spreco sconsiderato di una risorsa non rinnovabile, discendente dalla competenza regionale del “governo del territorio, altera lo “stato dell’ambiente”, materia di competenza dello Stato. Gli attacchi all’ambiente veneto e gli innumerevoli casi di nuovo consumo di suolo non avvengono per caso: sono gli effetti della sottocultura dei “skei”. In particolare, e in modo preponderante, sono gli effetti di una “legge fuffa sul consumo di suolo” che costituisce una normativa quadro di riferimento (ritenuta tale, ahimè, anche dalle opposizioni in regione) che sta influenzando negativamente, a cascata, diverse successive normative urbanistiche impattanti sull’ambiente. È lì che dobbiamo puntare la nostra attenzione e rivolgere le nostre energie nel mentre solleviamo, giustamente, la nostra critica ai singoli effetti della legge multi-deroghe: piano casa, nuovi supermercati, nuove strade, opere pubbliche, poli logistici e commerciali, ecc.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” (Da Leonia di Italo Calvino).

da qui

mercoledì 18 dicembre 2024

Ancora consumo di suolo. Meno ma sempre troppo per rimanere nel futuro - Paolo Pileri

       

È appena stato pubblicato l’undicesimo Rapporto sul consumo di suolo. Apriamo dicendo che l’incremento lordo di consumo di suolo dell’ultimo anno è sceso, passando da 8.500 ettari del periodo 2021-2022 a 7.254 del periodo 2022-2023. È innegabilmente una buona notizia.

Però non cantiamo vittoria troppo presto perché gli oltre settemila ettari rimangono un’esagerazione e continuano a tenerci ben al di sopra di ogni limite accettabile di sostenibilità: 19,9 ettari/giorno, ovvero 2,3 metri quadrati al secondo. Sempre troppi, sempre uno sfregio che sfigura il nostro territorio.

Una contrazione per la quale non abbiamo nessun elemento per considerarla l’esito di una folgorazione ecologica delle politiche urbanistiche dell’ultimo anno. Probabilmente parte della riduzione è da attribuirsi al ripristino di aree di cantiere prima conteggiate come suolo consumato e ora ripristinato. Un ripristino che, ricordiamolo, non azzera i danni e i disturbi ecosistemici che il suolo ha comunque subito negli anni di cantierizzazione.

Siamo un Paese che ancora corre a cementificare, condannandosi a rimanere lontanissimo dall’obiettivo del consumo netto di suolo zero.

La classifica regionale del consumo di suolo porta delle novità. La più inaspettata (per alcuni) è quella del primato dell’Emilia-Romagna che è balzata al primo posto per consumo di suolo netto (735 ettari nel 2023) nonché seconda per consumo di suolo lordo (815 ettari) dietro al Veneto (891 ettari).

Per chi ancora non ci credeva, è arrivata ora la dimostrazione che la tanto decantata legge urbanistica emiliano-romagnola (L.R. 24/2017) non è capace di fermare il consumo di suolo nonostante i proclami di quel governo regionale. Emilia-Romagna e Veneto hanno disarcionato l’eterna prima della classe, la Lombardia, che ora si attesta a 728 ettari/anno di consumo di suolo netto.

Pur salutando con interesse la contrazione lombarda, anche qui non possiamo dire che la diminuzione sia l’esito di una legge sul consumo di suolo che, semmai lo fosse, lo sarebbe a scoppio assai ritardato visto che sono passati dieci anni. Sta di fatto che a livello nazionale siamo saliti al 7,16% di superficie consumata pari a 365,7 metri quadrati di asfalto e cemento per ogni cittadino (+1,23 metri quadrati rispetto all’anno precedente).

A fronte di una generale riduzione del consumo di suolo, vi sono Regioni che hanno invece segnato un tasso di variazione positivo: Toscana (+23,5%), Umbria (+39,3%), Campania (+0,8%) e Basilicata (+8,6%). Stupisce e preoccupa il caso della Toscana dove è vigente la legge urbanistica più conservativa per il suolo ma che, probabilmente, le forze del cemento sono riuscite ad aggirare nell’ultimo anno.

Andiamo a vedere la situazione a livello provinciale aiutandoci con il coefficiente di urbanizzazione ovvero il rapporto tra aree urbanizzate e area totale. In molte aree del Paese il coefficiente è molto alto ed è ulteriormente aumentato, generando squilibri e criticità ecologiche e ambientali sempre più gravi: isole di calore, maggior esposizione a danni da alluvioni, etc. Ci sono province con coefficienti che sfiorano il 41% (Monza Brianza), il 32% (Milano), il 35% (Napoli), il 21% (Trieste).

Scendendo al livello comunale, la situazione rimane anche qui assai grave: in Campania si arriva a Comuni con oltre il 90% di superficie impermeabile (Casavatore), in Lombardia Lissone arriva circa al 71,5%, Sesto San Giovani al 70%; in Emilia-Romagna Cattolica è al 62,5%, in Abruzzo Pescara al 52%. E tantissimi sono i Comuni con oltre il 40% di superficie urbanizzata, valore che farebbe preoccupare immensamente uno scienziato come Johan Rockstrom per il quale la situazione è già ampiamente grave quando il peso delle aree urbane sommate a quelle agricole supera il 15% rispetto alla superficie totale.

Valori che sono figli di consumi di suolo più o meno elevati in molti Comuni. Il più elevato consumo di suolo lo ha totalizzato un piccolo Comune alle porte di Cagliari, Uta, con ben 105 ettari dovuti a serre e nuovi impianti fotovoltaici (ribadiamo la preoccupazione per la mancata pianificazione rigorosa della localizzazione delle rinnovabili). Segue Ravenna (il cui sindaco è ora il neopresidente della Regione Emilia-Romagna) con +89 ettari che scavalca Roma (+71,3 ettari) da sempre la top-consumer.

Tra le prime città consumatrici abbiamo anche Alessandria (+61,7 ettari), dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato il 26 novembre scorso per ricordare la terribile alluvione del 1994 e dove, ne concludo, il buon governo del territorio non è stato per nulla buono con il suolo, impermeabilizzando altre decine di ettari, esponendo la città e il territorio a nuovi rischi alluvionali.

A proposito di buon governo del territorio, non possiamo non ricordare la prestazione sempre scintillante di Milano, Comune recentemente oggetto di pseudo condoni edilizi (“Salva Milano”), che pur professandosi città green, ha cementificato altri 19 ettari circa (330,5 ettari tra il 2006 e il 2021 di cui il 23% solo tra il 2017 e il 2022).

Anche Bologna non ha spento la betoniera: +21,4 ettari nel 2022-23, + 16,8 nel 2021-22. Idem Venezia con +23,3 ettari nel 2022-23 e +40,32 nel 2021-22. E potremmo proseguire quasi all’infinito per arrivare a dire che le città continuano a macinare suolo, a rincorrere la rendita, a conformarsi a un modello di insostenibilità che procurerà grossi problemi nel futuro.

Con la grave crisi ecologica in corso abbiamo bisogno dell’esatto opposto: città che fermano il consumo di suolo, usano solo quel che hanno e liberano spazi. E invece, continuano a spalmarsi di asfalto per poi stendersi al sole della crisi climatica e abbrustolirsi (e noi con loro).

Ma anche gli altri Comuni consumano? Più i piccoli o i grandi? La maggior responsabilità va sulle spalle dei Comuni medi (quelli tra i 5mila e i 50mila abitanti) con il 58,3% del consumo di suolo dell’ultimo anno. Seguono i piccoli (sotto i 5mila abitanti) con il 23,6%. Si affaccia di nuovo il tema della frammentazione amministrativa come fattore che spinge il consumo di suolo. Oppure il fatto che i piccoli Comuni si trovano a subire le grandi trasformazioni funzionali ai capoluoghi ma che sarebbe troppo caro localizzare là. Ad esempio, la logistica o i data center o le grandi aree parcheggio o gli impianti energetici per le rinnovabili.

E poi ci sono gli effetti ambientali negativi che il consumo di suolo produce e scarica sulle spalle dell’ambiente e degli abitanti. Sono tanti e nel Rapporto sono documentati. Ricordiamo l’effetto isola di calore urbana. L’aumento del cemento significa aumento delle superfici che si scaldano di giorno e che scaldano le notti, rilasciando il calore accumulato, abbassando la qualità della vita urbana sia di giorno che di notte. Il differenziale di temperatura tra aree urbane e rurali è di oltre 10° C in molte città al punto da condannare intere Regioni alla graticola. Così nelle città di Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Liguria.

E poi, da non crederci, continuano i consumi di suolo in aree a pericolosità idraulica (+1.108 ettari in media pericolosità) come se non fossimo stati mai travolti da tragedie come quelle subite da poco nelle Marche, in Romagna e in Toscana. E continuano anche le cementificazioni in aree a pericolosità di frana: +37,7 ettari in aree a pericolosità di frana molto elevata; +79,2 in aree a elevata pericolosità; +146,5 in aree a media pericolosità.

Come vedete il consumo di suolo non si è fermato e mai si fermerà da solo. Siamo noi a doverlo fermare. È la responsabilità di politici, tecnici e urbanisti in primis. Ognuno dando voce a questa emorragia per come può fare. Importante è non distrarsi. La distrazione è assolutamente vietata soprattutto per chi ha responsabilità politiche di governo del territorio. Occorre accelerare sulla approvazione di una legge che fermi il consumo di suolo. Vedo invece che il Parlamento e tanta politica spendono energia a profusione per proroghe, condoni e interpretazioni autentiche. Autentiche non certo per il suolo e per il clima. Autentiche ancora una volta per il cemento, i soldi, il consumismo avido e le speculazioni.

da qui

mercoledì 15 maggio 2024

COME LA UE HA PRIVATIZZATO IL NOSTRO CIBO: PER IL BENE DELLE MULTINAZIONALI - Daniele Ioannilli

 

L'Europa pianifica produzione e distribuzione del cibo per il profitto del mercato contro noi cittadini. Storia e prospettive dopo la sovranità alimentare perduta.

Il Passo del Brennero ha un’altitudine di soli 1372 metri. Nella Storia è quindi stata una porta da e per l’Italia molto favorevole: è da qui che passarono le legioni romane alla conquista dell’Europa e successivamente gli imperatori tedeschi diretti a Roma dal Papa per ottenerne l’investitura. Ed è da qui che oggi passa la maggior parte dei prodotti agroalimentari importati dall’Italia. E’ stato quasi naturale per Coldiretti intensificare qui simbolicamente la sua protesta, dopo aver intercettato agli inizi dell’aprile scorso ben 17 mila kg di pane surgelato proveniente dalla Repubblica Ceca e diretto ad Altamura in Puglia, patria del pane DOP.

E’ solo cronaca? Ovviamente no. Contestualizzare questa notizia, allargando lo sguardo, ci  permette di capire come ragioni la Commissione Europea – che va ricordato, è il solo organo con potere legislativo ed esecutivo, il Parlamento europeo non alcun ruolo politico decisivo.

Se guardiamo in modo separato le regolamentazioni, poi gli obiettivi ideali che queste intendono perseguire, ed infine il concreto comportamento dell’Europa nel settore agroalimentare complessivo, vediamo che innanzitutto sembra esserci una netta divisione tra l’agroalimentare di qualità, il cosiddetto “made in Italy” che si può fregiare dei marchi DOP, IGP e STG; e quello destinato al “grande pubblico”, all’alimentazione di massa, quella quotidiana di sopravvivenza.

Quando l’Europa “immagina”  l’agroalimentare nelle sue politiche si riferisce a quello di qualità, per il quale sono previste le norme che conosciamo ed, effettivamente, ne beneficia in termini di alcune tutele. Numeri alla mano abbiamo:

– 170 prodotti DOP

 

– 126 prodotti IGP

DOP e IGP sono prodotti legati al territorio dei quali è provata l’origine storica. A differenza del DOP, l’IGP può avere ingredienti non di quell’area specifica a cui si riferisce; ad esempio la Bresaola della Valtellina è un IGP in cui la carne può provenire da una diversa area geografica ma la lavorazione deve essere fatta in Valtellina secondo tradizione.

– 2 prodotti STG che sono la mozzarella e la pizza napoletana.

I prodotti SGT non sono legati al territorio, è importante solo che seguano la ricetta tradizionale che ha ottenuto il marchio SGT.

I prodotti DOP e IGP beneficiano di alcune importanti deroghe: non sono sottoposti ad alcune regole in materia sanitaria, di igiene, produzione e conservazione e gli viene garantito il rispetto di standard particolari di produzione, come il caso di specifici processi di stagionatura che normalmente sarebbero vietati.

Nei Trattati Internazionali che tante volte si citano con diffidenza, i prodotti con questi marchi ottengono delle tutele ad hoc volte a favorirne la diffusione e impedire importazioni di imitazioni con anche – in qualche caso – la tutela da imitazioni in paesi terzi non europei.

Questo agroalimentare “made in” di qualità ha ovviamente, rispetto alla produzione di massa, dei costi più elevati che si riversano poi sul prezzo finale. Ma essendo prodotti di “lusso”, chi vuole quel prodotto DOP piuttosto che IGP è anche disposto a pagare di più.

In questo contesto, è più comprensibile come le politiche del Green Deal siano portate avanti in modo ideologico e poco realistico. Ideologia Green che si traduce in costi maggiori sopportabili solo per quelle produzioni il cui prezzo finale non è determinante per il consumatore, come appunto avviene per i prodotti di lusso.

C’è poi l’agroalimentare quotidiano, di sopravvivenza, in cui il prezzo finale del prodotto è un fattore quasi essenziale nella scelta del consumatore. E qui valgono altre regole rispetto ai marchi protetti del “made in Italy” di cui si è detto poc’anzi. Ora valgono le regole del mercato più competitivo.

Ed è questo che si spiega come mai l’Europa seppur ne abbia la capacità, non persegua l’autosufficienza produttiva alimentare. Comportamento in linea con il suo fine ultimo, ovvero il privatizzare ogni aspetto della vita e dell’economia, e cioè consegnare alle multinazionali il controllo di esse.

Ideologicamente, cosa sta facendo l’Europa? In nome di una idealizzata “salvaguardia” del pianeta ha elaborato delle politiche ambientali racchiuse nel cosiddetto Green Deal Europeo  che entro il 2050 vuole azzerare l’impatto ambientale dell’uomo sotto vari punti di vista, dall’emissione di CO2 al consumo del suolo, all’inquinamento in generale mediante la riduzione di fertilizzanti e pesticidi. L’insieme di queste normative che considerate singolarmente ed isolatamente potrebbero essere senz’altro condivisibili, hanno come risultato pratico una riduzione della produzione, da cui si genera automaticamente un aumento del costo della stessa e quindi del prezzo che paga il consumatore finale con il risultato di portare molti prodotti a essere fuori mercato.

Una minore produzione genera scarsità di offerta a cui si deve far fronte aumentando le importazioni a basso costo ed ecco che si spiega come sia possibile per Coldiretti assistere all’invasione di prodotti agroalimentari extra UE.

E’ un cane che si morde la coda: meno si produce più i prezzi salgono, più si importa a basso costo per permettere alla gente normale di sopravvivere, più le produzioni nazionali vanno fuori mercato. Così come per l’immigrazione incontrollata che ha prodotto l’abbattimento dei salari, così l’importazione massiccia  sta determinando il fallimento delle piccole e medie imprese agroalimentari. Sono effetti che in economia si conoscono e già osservati empiricamente, quindi con un po’ di malizia potremmo azzardare a dire anche voluti.

Perchè gli altri prodotti extra Ue sono per noi Europa a basso costo? Per maggiore bravura? Per una semplice questione di cambio monetario favorevole? Non solo. Lo sono soprattutto per l’asfissiante regolamentazione comunitaria che impone sì un livello piu alto di sicurezza e qualità nei prodotti agroalimentari, ma come detto causa anche problemi di bassa produzione e alti prezzi. Che ideologicamente potrebbe anche andare bene, se non fosse che l’eccellenza è pretesa dalle aziende europee, ma si importano poi prodotti extra UE che da queste regole non ne sono danneggiati.

Coldiretti e tutto il sistema agroalimentare in questi mesi di protesta puntano molto sul rispetto del concetto di “reciprocità delle regole”, ossia sull’autorizzazione a importare solo quei prodotti che rispettano le normative europee di produzione.

Molti dei paesi extra UE non rispettano, o per meglio dire, hanno regole diverse più permissive rispetto l’Europa in materia di sicurezza alimentare, ambientale e diritti dei lavoratori.

I numeri non sono di poco conto: rispetto al fabbisogno complessivo la produzione nazionale è alquanto bassa soprattutto in considerazione del fatto che per clima e territorio l’Italia potrebbe essere molto vicina all’autosufficienza produttiva. E invece produciamo solo il 36% del grano tenero, il 53% del mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 73% dell’orzo, il 63% della carne di maiale e dei salumi, il 49% della carne di pecora e di capra, l’84% dei formaggi e del latte; tutto il resto per arrivare al 100% del fabbisogno viene importato.

La Puglia, regione altamente adatta all’agricoltura è invece la 1° regione del Sud per importazione di prodotti agroalimentari da paesi extra UE. Nel 2022 erano 1,7 miliardi i kg di prodotti importati, nel 2023 sono saliti a 3 miliardi con un aumento secco del 66%. Cifre folli per un territorio ad altissima vocazione agricola di qualità e quantità. Estendendo questa tendenza a tutto il territorio Italiano, si può capire quanto la situazione per le aziende agroalimentari nazionali sia delicata e perchè stiano protestando.

Frutta e verdura egiziana invadono il nostro mercato. L’Egitto tratta le Arance con il Clorpirifos un pesticida bandito in UE nel 2020. Dalla Turchia arrivano nocciole che secondo il dipartimento del lavoro USA vengono prodotte sfruttando il lavoro minorile. E l’asta per il frumento, sempre in Turchia, affossa il prezzo di quello italiano, pugliese in particolare. Dall’Argentina arrivano i limoni trattati con il pesticida PROPICONAZOLO, bandito nel 2019. Dalla Cina arriva il concentrato di pomodoro che abbatte il prezzo di quello italiano. Dal Sud Africa arrivano uva e arance. E il grano a bassissimo costo dall’Ucraina, mentre dal Canada è essiccato con il glifosato, da noi bandito.

I semi di soia sono importati per l’84% (50% dal Brasile e il 35% dagli USA), la farina di soia importata per il 97%.

Dal Marocco e Russia importiamo il 68% dei fertilizzanti fosfatici, questo secondo uno studio fatto da Aretè per il parlamento europeo. Nella pubblicazione “Atlas des Pestidices” (2023) scopriamo che il 25% dei pesticidi usati in America e 149 dei 504 usati in Brasile, sarebbero in Europa banditi.

Da studi e analisi fatte dall’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) nel 2023 sui residui di pesticidi di produzione e lavorazione, anche nel prodotto finito ci sono rischi: il 6,4% dei prodotti importati sono oltre i limiti di legge per residui chimici irregolari, rispetto lo 0,6% di quelli italiani. 10 volte di più.

L’invasione di prodotti extra UE è poi favorita dai trattati bilaterali commerciali siglati dalla UE con i vari “blocchi” mondiali, cosi suddivisi:

– Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico

– Paesi delle Americhe

– Paesi dell’Asia e dell’Australasia

– Paesi del Medio Oriente e del Golfo

– Paesi EFTA – PEV (i cosiddetti Paesi di vicinato, come l’Ucraina)

Trattati che (molto sinteticamente) tolgono dazi su determinati prodotti, secondo un blando principio di reciprocità, e finiscono per favorire i prodotti importati in quanto ciò che noi esportiamo non danneggia i paesi di destinazione, mentre ciò che noi importiamo ci danneggia in quanto rende fuori mercato i prodotti della nostra terra.

Questo perchè? Perchè mentre i paesi dai quali importiamo sono normalmente produttori di materia prima e hanno bisogno del prodotto finito o semilavorato; noi invece siamo allo stesso tempo sia produttori di prodotto finito che di materia prima. E se usiamo la loro materia prima, togliamo spazio alla nostra.

Nel 2023 l’importo di cibo extra UE è stato della cifra record di 63 miliardi di euro, mentre l’export europeo verso il resto del mondo è stato di 210 miliardi di euro di cui 1/3 circa proveniente dall’Italia pari a 64 miliardi di euro. Dati Coldiretti.

A guadagnare da questo modello sono soprattutto le grandi multinazionali dell’agrobusiness. Da quando i primi pesticidi sono entrati in commercio (anni ’50 circa), il prezzo del cibo è aumentato di 5 volte mentre il guadagno dei contadini si è dimezzato.

Oltre che sulla salute, gli effetti negativi dell’uso massiccio di prodotti chimici si manifesta anche nella perdita progressiva di biodiversità: i terreni non vengono fatti riposare o alternati nella coltivazione in favore delle monocolture piu redittizie diventando così aridi, necessitando quindi di sempre piu prodotto chimico. Le piante invece diventano sempre meno capaci di sopportare autonomamente le avversità climatiche ed i parassiti, come se venisse loro indebolito il “sistema immunitario”.

Sin qui possiamo riassumere il quadro nel seguente modo:

– Il cibo di alta qualità made in Italy viene in qualche modo protetto mediante i marchi DOP – IGP e STG.

– Il cibo per l’alimentazione quotidiana, di massa, mediante normative particolarmente restrittive ed ideologiche viene sfavorito a vantaggio di quello di origine extra UE.

A questo punto entra nel discorso un terzo livello, espressione dell’anima fortemente tecnologica e transumanista dell’UE. Livello dietro al quale potrebbe nascondersi uno dei sogni delle multinazionali dell’agroalimentare e della chimica: la privatizzazione del cibo.

Obiettivo raggiungibile attraverso l’attuazione della PAC (Politica Agricola Comune) all’interno della quale c’è l’Agricoltura 5.0 e la nuova genetica green, denominata in Italia come TEA.

Cos’è la TEA? TEA è l’acronimo di “Tecnologie di Evoluzione Assistita” il cui obiettivo/scopo è quello di aumentare la produzione di prodotto senza un maggior impiego di mezzi di produzione, che sono fertilizzanti, pesticidi o terreni da coltivare.

TEA è la versione vegetale del transumanesimo per l’uomo. E’ presentata come la soluzione al problema climatico e produttivo, ovvero vista la tesi dominante della bassa produzione causata dal cambiamento climatico e dall’eccessivo consumo di suolo, è accettata da tutti con entusiasmo, Coldiretti in primis; visto che ha già avuto modo di esprimere giudizi favorevoli nei riguardi di queste nuove tecniche che rendono le coltivazioni resistenti a parassiti e ad eventi climatici avversi.

Attraverso la modifica dei geni della pianta si otterrebbe di più e meglio quello che sin ora si sta ottenendo con l’uso dei prodotti chimici.

Si presentano le TEA come perfette soluzioni a problemi come l’approvvigionamento di cibo, materie prime, problemi logistici e geopolitici che possono far lievitare i prezzi come successo con la guerra Ucraino-Russa o durante l’emergenza Covid-19 (omettendo di considerare come i problemi avuti siano stati in realtà manovre speculative della grande finanza).

Fondamentale notare come l’intero settore dei pesticidi e delle sementi sia in mano a sole 4 grandi multinazionali della chimica: Sygenta – Bayer – Corteva – Basf, che detengono il 70% del mercato mondiale dei pesticidi e il 57% di quello delle sementi. Una concentrazione e una commistione di interessi che gli fa detenere nei fatti la sovranità alimentare mondiale.

Se alla proprietà delle sementi, che già oggi sono sterili ossia sono semi che non generano altri semi costringendo il coltivatore a comprarne sempre di nuovi anzichè –  come sarebbe naturale – prenderli dalla pianta coltivata, queste multinazionali sfruttando la TEA possono creare sementi e quindi piante, secondo qualsiasi necessità o richiesta del mercato: da piante resistenti a clima e malattie, a piante ipernutrienti o dalla iperproduzione di frutti.

Essendo però tutta ricerca coperta da brevetto, ed essendo la UE una entità fondamentalmente giuridica e non politica (il suo “core” è favorire il business privato delle Corporations) la TEA si può vedere anche come il grimaldello col quale queste multinazionali arriverebbero alla privatizzazione del cibo. Privatizzazione come risposta a problemi indotti artificialmente dalle stesse politiche agricole della UE.

La parola “grimaldello” non è stata usata a caso. La privatizzazione del cibo è già stata tentata attraverso il cosiddetto OGM, rifiutato dal consumatore e opinione pubblica. Questo OGM rientra dalla finestra (di Overton), attraverso la TEA che opera una sottile distinzione per renderlo accettabile. Distingue il grado di intervento genetico in due livelli.

In entrambe le situazioni c’è un intervento sulla pianta con una modifica ai suoi geni, però mentre negli OGM si ottiene un qualcosa che in natura non sarebbe mai –  o difficilmente – possibile, nel livello TEA la nuova varietà di pianta sarebbe “fabbricabile” anche naturalmente, solo che avrebbe bisogno di tantissimo tempo ed incroci diversi.

Una sottigliezza linguistica che le multinazionali stanno usando per diversificare le normative TEA e OGM.

Considerando anche la politica energetica che vuole trasformare gran parte dei terreni agricoli in spazi dove produrre energie rinnovabili, rivolgersi a queste nuove sementi private ultratecnologiche sarà l’unica strada da percorrere se un’azienda del settore vorrà tentare di resistere sul mercato.

E quindi il consumatore che l’Europa ripete di voler tutelare come suo fine ultimo, e per il quale verrebbe fatto tutto quanto, cosa puo’ e potrà scegliere per mangiare? Cosa acquistare da mettere in tavola?

– Comprare cibi DOP o IGP o biologici, se disponibili, pagando prezzi piu alti, se può permetterselo.

– Comprare cibi a basso costo (che diventano a costo normale passando per grande distribuzione) nutrizionalmente poveri.

– Orientarsi sui prodotti di queste future nuove piante TEA, di cui ancora non si conoscono gli eventuali effetti negativi sulla salute.

– Orientarsi sui nuovi cibi green quali larve, vermi, grilli e cavallette e le loro farine che si stanno affacciando sul mercato europeo.

Dopo averci fatto credere che il futuro era la grande distribuzione invece del “pizzicagnolo” sotto casa, la grande azienda invece del vecchio contadino, l’abbondanza vincente sulla stagionalità dei prodotti della propria terra, la chimica migliore del ciclo naturale.. il cittadino consumatore cos’ha da dire?

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lunedì 13 maggio 2024

Contro quella sproporzione “normale” che si mangia montagne, suoli e cittadinanza - Paolo Pileri

 

Due notizie apparentemente diverse sono invece assai simili. La prima è quella dell’inchiesta giornalistica di Report sullo sfruttamento delle cave di marmo delle Apuane che ha sollevato un polverone (Altreconomia se ne era occupata già tempo fa). La seconda è quella diffusa da UnioneSarda.it riguardante la vendita di ben mille ettari di suolo dell’isola a un’azienda cinese per farci il più grande impianto fotovoltaico d’Europa (l’ennesima colonizzazione energetica).

Che cosa hanno in comune le due notizie? Il suolo e il paesaggio rubato all’ambiente e alle comunità locali? Certamente sì, ma non solo. La speculazione finanziaria dietro tutto questo? Certamente sì, ma non solo. La finzione della sostenibilità o la pretestuosa equazione per la quale ciò che è rinnovabile è automaticamente sostenibile (falso)? Certamente sì, ma non solo.

L’ipocrita teatrino dei politici che, solo dopo il clamore suscitato da Report, si sono fatti vivi in carne e ossa mettendo in scena improbabili indignazioni e stupori per quel che accade nelle cave (ma non sono loro e le istituzioni che amministrano a dare le concessioni?)? Oppure il silenzio ancora eccessivo e imbarazzante di troppi politici sardi che ricorda l’astuta tattica di chi costruisce ritardi burocratici ad hoc così che le cose poi diventano irrecuperabili? Certamente sì, ma non solo. La negazione di sovranità (parola che piace più tradire che pronunciare) delle comunità locali, scippate delle risorse naturali per ingrassare le tasche di pochi finanzieri disinteressati alle sorti delle genti locali e che poco o nulla restituiscono al territorio? Certamente sì, ma non solo. Il fatto che i marmi si cavano dalla terra toscana per arredare i bagni di qualche magnate del petrolio chissà dove o che l’energia solare su suoli sardi finisca nei portafogli cinesi? Certamente sì, ma non solo.

E allora che cosa accomuna le due notizie? La loro sproporzione. Si, è la sproporzione a renderle così simili e odiose facendone una rappresentazione viva e bruciante del neoliberismo e della sua enorme ferocia artificializzatrice e speculativa a danno del territorio. “È quando l’insediamento si espande e inizia a coprire ettari; è quando il governo del territorio si fa così capillare da escludere sistematicamente tutte le specie che sono riconducibili alla utilità umana; è con l’imporsi di questa forma totalitaria dell’essere al mondo, che la presenza umana diventa artificiale”, come hanno spiegato Francesco Boer e Andrea Pilloni (2023). La sproporzione è pervasiva ed è ciò che artificializza tutto senza pietà, spesso legittimata da norme ingiuste o assenti, sostenute in modo palese o velato da una politica compiacente fin quando ci scappa il morto o quando il Report di turno scoperchia il caso.

Eppure, fino a poco prima della puntata, la sproporzione con cui intere montagne sparivano a morsi sempre più rapidi e voraci era “normale”, proprio come ora è di nuovo “normale” vedere un’isola letteralmente colonizzata oltre ogni ragionevole misura da pale e pannelli, i nuovi strumenti di espropriazione della natura e delle genti. La sproporzione tra intenzione e atto è ciò che rende indigeribile sia le cave di marmo sia il futuro parco fotovoltaico cinese e i relativi annessi e connessi. La sproporzione dell’indifferenza di chi governa senza prendere una posizione netta e forte che cambia per davvero il corso delle cose e ferma le rapine. La sproporzione con la quale le tecnologie (estrattive entrambe) si propongono come salvifiche a priori quando invece sono un moltiplicatore di impatti ambientali. Lo squilibrio quantitativo è simbolicamente ciò che accomuna questi due casi. Ma è anche, a pensarci bene, la cifra con la quale l’immarcescibile modello neoliberista continua a trasfigurare i luoghi dove viviamo, spaesandoci.

Sproporzionati sono anche i capannoni della logistica e del commercio online che in meno di dieci anni hanno letteralmente stravolto i paesaggi: e non capiamo più noi chi siamo. Sproporzionati sono i piccoli e grandi palazzi multipiano che sorgono a Milano o a Bologna al posto di piccole officine o edifici dentro i cortili, mandando all’aria le viste di chi da decenni viveva lì attorno. Sproporzionato è il ponte sullo Stretto di Messina, il progetto di arretramento della linea ferroviaria nel ponente ligure, l’alta velocità in Irpinia, la mega-ciclabile del Lago di Garda, la trasformazione del parco del Meisino a Torino in cittadella dello sport, i grattacieli a Milano, Torino e dove vogliono farli, i progetti di interporti ad Alessandria, Novara, Parma e chissà dove ancora, l’ampliamento della tangenziale di Bologna, il porto fluviale a Monticelli di Ongina sul Po, il Tyirrhenian link, ma anche l’assurda area parcheggio fuori dalla stazione di alta velocità di Reggio Emilia Mediopadana, le mega rotonde viarie e così via.

E poi ci sono tutte le piccole sproporzioni urbanistiche che si depositano nei piccoli e medi Comuni: in termini assoluti possono sembrare poca cosa, ma rispetto alla trama sottile di quei centri diventano un fuori scala che rende stranieri tutti gli abitanti. L’elenco delle sproporzioni che gettano artificializzazione e spaesamento nei nostri occhi è lunghissimo e tristissimo. Ma è proprio questa la cifra con la quale ci stanno mangiando l’orizzonte e “de-cittadinizzandoci”. Oggi più di ieri. È un processo che ha preso la rincorsa negli anni Settanta, si è irrobustito negli anni Novanta abbruttendo il Paese e rubando terre che erano di tutti, ma ora sta letteralmente superando qualsiasi previsione e qualsiasi soglia di rispetto. La sproporzione è oggi quel che accomuna gran parte delle opere pubbliche e private che consumano suolo e artificializzano i territori rendendoli irriconoscibili con una velocità alienante, mai conosciuta prima.

Come se non bastasse, tutto questo viene perpetrato con maggior furbizia di ieri, usando pretestuosamente la sostenibilità e la tecnologia come grimaldelli e bersagliando preferibilmente le comunità che abitano le terre più fragili -dalla Val Susa all’entroterra pugliese, campano e sardo- contando forse sul fatto che, prese dalla preoccupazione di sopravvivere nella dura quotidianità o sprovviste delle capacità culturali ed economiche, non sono in grado di opporsi o tardano a capire cosa sta accadendo o sono più facili da abbagliare. È sempre più urgente una reazione che, prima dei cortei e delle manifestazioni, prepari le comunità a diventare epistemiche, ovvero sempre più capaci di anticipare le loro prese di posizione basandole su consapevolezze e conoscenze sempre più solide, evitando di scivolare nella sola contrapposizione ideologica, pur ragionevole ma troppo facilmente criticabile dagli speculatori e dai loro compiacenti politici.

Bisogna anticipare le reazioni, evitando che quelle sproporzioni inizino a essere pensate, facendo capire che i territori non sono né riserve di caccia per speculatori dove trovare un ambiente dal ventre molle che possono bucare come gli pare e piace, nè abitati da genti che sono muti codici fiscali da mettere su una lista di espropri o che possono spostare qua e là come gli va. In un contesto dove le forze politiche sono perse nei loro giochi elettorali, disinteressate e distanti dalla concretezza dell’intreccio tra questioni ecologiche e sociali, dove non vedono queste sproporzioni e non sono capaci di metterne assieme due solo perché geograficamente e tipologicamente distanti, è più che mai urgente riannodare e irrobustire le alleanze tra saperi scientifici e azioni locali per superare la mentalità incentrata sull’interesse privato, sul solo profitto finanziario che può sventrare qualsiasi cosa.

L’impegno civile oggi deve lavorare molto di più a monte e non solo a valle, così da prevenire la violazione di territori e comunità, come suggerisce Adriano Zamperini nel suo “Violenza invisibile”. Stare a valle e opporsi agli scempi è sacrosanto, ma non più sufficiente. È urgente andare a monte per disegnare le condizioni culturali per cui certe cose, certe sproporzioni, certe predazioni di suoli e paesaggi, certe prevaricazioni alle popolazioni locali spariscano per sempre e si impari a immaginare alternative condivise, proporzionate e super rispettose degli ecosistemi. Un grande lavoro culturale ed ecologico, necessario e urgente. Non può che partire da chi, in questo momento, riesce a vedere quelle sproporzioni e quelle prevaricazioni vuoi perché ci è accanto, vuoi perché ne conosce gli effetti teorici. Occorrono nuove alleanze di impegno civile, basate sulla consapevolezza: teoria e azione insieme. Si può fare, si sta già in parte facendo.

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giovedì 9 maggio 2024

Come la speculazione energetica “divora” il territorio - Fabrizio Quaranta

 

Quanto sta accadendo oggi in Italia nell’ambito della transizione energetica sta dando corpo ai peggiori incubi sulla sorte di boschi, campagne, prati, pascoli, ambienti naturali e paesaggi storici del nostro Bel Paese.

Il pur sacrosanto passaggio all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile dalle fonti fossili tradizionali in assenza di pianificazione e anche di semplice buon senso sta favorendo le peggiori iniziative di speculazione energetica, oltretutto incentivata da risorse pubbliche che paghiamo nelle bollette. 

Uno Stato responsabile che abbia veramente a cuore il bene comune, dovrebbe favorire certo la transizione energetica verso le rinnovabili, ma nel contempo bloccando l’assalto della speculazione energetica ai già insufficienti terreni agricoli, al prezioso suolo naturale ancora non consumato  e ai suoi ineludibili servizi ecosistemici, alla bellezza universale del paesaggio, all’identità storico-culturale che motiva il turismo locale, unico contrasto allo spopolamento delle aree interne.

Istanze ben descritte e motivate nella petizione promossa dal GRIG:
https://chng.it/JLwSMbPkLm

in cui si chiede semplicemente di agire in maniera giusta e razionale, favorendo le rinnovabili ma solo nei tanti, troppi, ambienti già consumati o sui tantissimi tetti gia’ disponibili per migliaia di kmq e che se venissero usati anche in minime percentuali permetterebbero di soddisfare ampiamente il fabbisogno energetico, come indicano i dati di ISPRA (ente scientifico fra i più seri e documentati in Italia) ma  salvaguardando nello stesso tempo quanto di più prezioso abbiamo nel nostro Paese: paesaggio e biodiversità, patrimonio storico culturale e soprattutto produzioni agro-alimentari di cui siamo pericolosamente carenti (solo per il grano si sono persi 500mila ettari in pochi anni, ne manca ormai oltre il 50%, e di quasi tutte le altre materie prime alimentari la carenza è anche più grave visto il  drammatico consumo di suolo e la rapida diminuzione della SAU (superficie agricola utilizzabile).

Purtroppo la Storia ci insegna che a decidere sono i forti gruppi economici, spesso appoggiati dalla grande stampa e dal circo mediatico, non certo le esigenze della popolazione e del territorio. 

Non a caso società cinesi stanno comprando migliaia di ettari nei luoghi più integri e iconici d’Italia (Sardegna, Tuscia, Marche …), “colpevoli” di avere ancora territori relativamente meno antropizzati, trasformando suggestivi paesaggi agricoli e naturali in immense squallide lande desolate di lugubri paramenti funebri fotovoltaici a terra. Un pericoloso e irreversibile “Land grabbing“, in casa nostra stavolta.

Oltretutto il vorace appetito che si è scatenato è finanziato con le nostre bollette, di cui una bella fetta serve appunto a reperire risorse per questi speculatori selvaggi.

Quello che si è  salvato dalla speculazione edilizia, probabilmente soccombera’ alla ben più organizzata speculazione energetica. Non a caso le Sovrintendenze vengono nuovamente additate come principale “ostacolo al luminoso progresso” con analogo linguaggio intimidatorio usato nel passato dai peggiori squali palazzinari.

Il giro di affari e di prebende pubbliche è troppo appetitoso perché non vi si infilino organizzazioni mafiose come già emerso in tante sentenze passate in giudicato tra cui quella del noto latitante recentemente arrestato.

E infine un accorato appello linguistico: non permettetevi di chiamare subdolamente “parchi” queste palesi e offensive schifezze.

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giovedì 15 dicembre 2022

Rinnovabili..e tutto il resto vada a farsi fottere - Fabrizio Quaranta

 

Sono sconcertato con me stesso: mi tocca dar ragione al berlusconiano Vittorio Sgarbi, però ultimo vero paladino di un un ambientalismo razionale e rispettoso dell’uomo e dei territori, non travolto e connivente con il neodogma del lucroso Rinnovabilismo.

Buona parte delle associazioni ambientaliste si sono prostrate al nuovo dogma religioso. 

 

1. TRANSIZIONE, ecologica?!?      La Terra, la superstite terra fertile, non è Res nullius, né, ancora, derelicta; non è illimitata e non va consumata e umiliata con aggettivi che di ecologico hanno solo la sfacciataggine.

Milioni di km di sovrastrutture (già definiti indispensabili) hanno occupato, tombato e impermeabilizzato in una sola generazione il 28% delle campagne. Un’anarcoide rincorsa al cemento si è accanita sui più fertili ma scarsi terreni di pianura, e ancora lì si pretende spazio per il fotovoltaico (175 000 ettari secondo il PNRR, come la scomparsa di intere province granarie, e di grano ne manca tantissimo e sempre più ne mancherà).

Gravissima è la delegittimazione in corso delle Sovrintendenze, ultimo baluardo a difesa del Patrimonio ambientale e culturale italiano, additate al pubblico ludibrio come responsabili di colpevoli ritardi alla pretesa rapida autorizzazione invece di palesi scempi.

Con tecnica da basso marketing imbonitore si chiamano ipocritamente “parchi” questi invasivi oltraggi alla Bellezza. E malinconica e surreale è la prezzolata pretesa di far digerire queste schifezze come nuovo moderno paesaggio.

 

2. Migliaia di capannoni fatiscenti, scheletri di serre, strade superflue, disordinate e sparse periferie, seconde case, pacchiani villoni abusivi, parcheggi di faraonici centri commerciali e, ora, enormi depositi dei giganti della logistica, sono la desolata immagine del Bel Paese fu della secolare armonia multifunzionale dei borghi rurali.

Dopo gli allarmanti dati 2019, con coperture di 57 milioni mq, oltre 2 mq al secondo (rapporto sul consumo del suolo ISPRA 2019), le colate di cemento non rallentano nel 2020, nonostante il lockdown, e consumano altri 60 kmq, impermeabilizzando ormai oltre il 7% del territorio (rapporto sul consumo del suolo ISPRA 2020).

Con una media di 19 ettari al giorno, il valore più alto negli ultimi dieci anni, e una velocità che supera i 2 metri quadrati al secondo, il consumo di suolo torna a crescere e nel 2021 sfiora i 70 km2 di nuove coperture artificiali in un solo anno. Il cemento ricopre ormai 21.500 km2 di suolo nazionale, dei quali 5.400, un territorio grande quanto la Liguria, riguardano i soli edifici che rappresentano il 25% dell’intero suolo consumato (rapporto sul consumo del suolo ISPRA 2021).

Non si consumi allora altro prezioso, miracolosamente superstite, territorio rurale!

Si riconvertano quei km di obbrobri fatiscenti dotandone i tetti (i TETTI !!) di pannelli fotovoltaici. Ce n’è per chilometri e sarà anche occasione per un salvifico maquillage urbanistico. I tetti degli edifici extra-urbani sono circa 3 500 kmq, ISPRA stima che sarebbe possibile installarli su almeno 700 kmq. Si raggiungerebbe una potenza fotovoltaica fra 59 e 77 gigawatt, il doppio di quanto previsto dal PNIEC, che individua un obiettivo di incremento di 30 gigawatt al 2030. 

Poi ci sono i parcheggi, varie infrastrutture, aree dismesse, cave esaurite, e, comunque vastissime aree GIÀ CONSUMATE.

 

3. Le emissioni climalteranti di CO2 non sono poi una costante immodificabile che costringe inevitabilmente ad agire esclusivamente sul COME produrre energia. Il fabbisogno si può ridurre e la CO2 si può abbattere soprattutto con un razionale e coscienzioso risparmio modificando drasticamente molte incancrenite pessime abitudini favorite da una fin troppo facile ed economica disponibilità di pratiche energivore: case e uffici in inverno a 24°C, in estate a 18°, basterebbe invertire le pretese;  condizionatori ormai di gran moda, vero status symbol, ma unica causa dei blackout elettrici fino ad oggi; abuso di auto in città con motori accesi in fila per ore anche per spostamenti facilmente ciclopedonali; consumo abitudinario e acritico di cibi fuori stagione, ecc.…

Non è colpa dell’inamovibile destino cinico e baro ma, appunto, di incancrenite pessime abitudini da eccesso facile di comodità energivore se quindi un cittadino del Qatar emetta mediamente 39 tonnellate di CO2 l’anno, uno statunitense e australiano 16, mentre un italiano scende a 5 e ancor meno in Francia, Svezia e Svizzera con 4 tonn./pro capite, dove certo il regime di vita non è da eremiti nelle grotte (dati da Banca mondiale, 2016).

 

4. La terra non può essere svilita a fabbrica di corrente per incancreniti capricci, ma DEVE innanzitutto continuare a fornire alimenti, anche se il cibo a prezzi stracciati e senza stagionalità ha fatto perdere questa ancestrale e sacra percezione. L’Italia è infatti fortemente deficitaria di quasi ogni materia prima e OGNI SPICCHIO DI TERRA ANDREBBE COLTIVATO (e lo sarebbe se i redditi fossero dignitosi).

La Pace fra le Nazioni, poi, è fenomeno storicamente raro, e i facili scambi commerciali, che oggi mascherano e suppliscono i gravi deficit, potrebbero interrompersi in caso di conflitti (scritto prima del conflitto ucraino) E l’aria che tira fra i grandi blocchi non è la migliore. 

Un problema grave per l’Italia con un pesante deficit produttivo agroalimentare: mancano il 64% di frumento tenero, il 40% del duro (e relative difficoltà a garantire una pasta totalmente italiana) il 50% di mais, il 70% di soia…e anche la carne, il pesce (Ismea) e quasi tutte le altre materie prime, anche le più impensabili come le noci (-75%) o le nocciole (-30%), malgrado la fiorente industria dolciaria italiana.

 

5. Dal 2012 “il suolo ormai consumato non ha potuto offrire 4 milioni di quintali di prodotti agricoli” (Coldiretti, dicembre 2022). Solo per il grano duro in Italia si è passati in pochi anni da 1.700.000 ha a 1.200.000 ha (ISTAT): la perdita di mezzo milione di ettari equivalgono ad un’intera Regione, e l’improvvisa impennata dei prezzi tutt’ora in corso evidenzia il precario e pericoloso equilibrio del commercio mondiale.

Ma oltre al cibo, l’agricoltura da millenni svolge la fondamentale funzione di sistemazione e regimazione idraulica dei territori. Sebbene misconosciuta, questa costante opera di tutela ha impedito o almeno attenuato i disastri dovuti alla rottura dell’equilibrio idrogeologico. Questa drammatica realtà di dissesto che coinvolge con intensità e luttuosità crescente ormai il 90% dei comuni italiani (ISPRA) è dovuta principalmente all’abbandono dell’agricoltura locale e successive cementificazioni. 

Un ulteriore carico di strutture artificiali potrebbe aumentare i già alti rischi per quei territori.

 

6. Territori che farebbero volentieri a meno delle ricorrenti ipocrite geremiadi televisive con i volti affranti di caduti dal pero per le reiterate luttuose calamità.

Le suadenti sirene che sibilano a demotivati coltivatori facili redditi derivanti dal fotovoltaico a terra (almeno 3000 €/ha! Impensabili con qualsiasi coltura, almeno fra quelle legali), dovrebbero confrontarsi con gli operatori del turismo per l’irreversibile degrado paesaggistico arrecato per chilometri. Aree che proprio con un abbinamento tra armonico paesaggio agricolo e  itinerari lenti (cammini e ciclovie) ed enogastronomici, grazie ai redditi derivanti da crescenti frequentazioni anche internazionali stavano resistendo all’abbandono con opportunità di lavoro agroturistico ai giovani locali. Sperando che nessuna coppia neocollodiana li possa convincere a seminar zecchini d’oro, ferendo a morte la nostra madre terra conficcandole in grembo lugubri paramenti funebri.

“…gli insulti al paesaggio e alla natura, oltre a rappresentare un affronto all’intelligenza, sono un attacco alla nostra identità…” (Sergio Mattarella, Capo dello Stato, garante della Costituzione, e specificamente dell’art. 9).

Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere.

Fabrizio Quaranta, laureato in Scienze Agrarie, si occupa di cerealicoltura

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martedì 14 dicembre 2021

La vita dipende dal suolo - Miguel Martinez


Come sanno ormai anche i proprietari di fuoristrada, è in corso un pericoloso cambiamento climatico, strettamente legato alle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Finché il Covid non li ha rimandati tutti a scambiarsi messaggi su Whatsapp, qualche milione di giovani ha protestato per le strade del mondo al grido, “Fate qualcosa!”. Non ne fate una colpa a nessuno, la nostra specie è così: l’ultima manifestazione per il clima a cui ho assistito, pioveva, era il Black Friday, e mentre una decina di attivisti megafonavano in Piazza della Repubblica, qualche migliaio di ragazzi che avevano fatto forca a scuola sono entrati nel negozio della Apple per vedere l’ultimo modello di smartofono. Le buone intenzioni sono indubbie, e infatti l’Inferno, essendone lastricato, gode di modernissime infrastrutture.

“Fare qualcosa” significa fare la guerra, la guerra significa immense quantità di soldi pubblici versati in tasche private in condizioni di controllo minimo (“che stai a cincischiare, è un’emergenza!”). I più entusiasti statalisti, appassionati di novità rivoluzionarie, sono da sempre i grandi capitalisti.

Una serie di proposte riguarda la geoingegneria, con soluzioni creative quanto la bomba su Hiroshima. Ad esempio, visto che il bianco riflette, rendiamo più candido il mondo abbattendo tutti i boschi nelle zone nevose, oppure riempiamo i campi di grano modificato geneticamente per renderlo albino. Un’altra proposta consiste nell’oscurare letteralmente il cielo, riempiendo l’atmosfera di particelle di anidride solforosa sparate con i cannoni o lanciate da aerei militari. Progetti lontani per ora dal realizzarsi, ma che rivelano un atteggiamento mentale che si riconosce subito.

Ora, esiste già un dispositivo in grado di affrontare la questione delle emissioni di CO2: anzi lo ha risolto eoni fa, trasformando completamente l’atmosfera in cui viviamo.

Si chiama rete fungina micorrizica, funziona da mezzo miliardo di anni, assorbe ogni anno tanto CO2 quanto ne producono gli Stati Uniti e non costa nulla.

Ne parla un bell’articolo di Toby Kiers e Merlin Sheldrake su The Guardian.

Confesso una cosa: anche se a scuola ci hanno insegnato che i funghi sono un regno a parte, io almeno quando sento natura penso a un alberello dalle foglie tutte verdi.

Con magari sotto qualche piccolo funghetto colorato.

Invece, i funghi non sono piante e non sono nemmeno verdi, e vivono quasi totalmente sottoterra, per cui li ignoriamo totalmente. Non sono sicuro che mi ricorderò domani il termine rete fungina micorrizica, che indica l’intima associazione tra funghi (mykos) e le radici delle piante, da cui dipende praticamente tutto.

Quindi apprendo a bocca aperta che nei dieci centimetri superiori del suolo, questa rete è lunga quanto la metà della nostra galassia. E assorbe incessantemente carbonio, nutrendo l’intero sistema di vita dell’unico pianeta nell’universo in cui sappiamo esserci (per ora) vita.

Il nostro pianeta sembra molto grande, ma la vita dipende dal suolo, e il suolo è una crosta sottilissima, e di cui non sappiamo quasi nulla.

Tranne che lo stesso tecnosistema che si propone di bombardare il cielo lo sta avvelenando con pesticidi, fertilizzanti e fungicidi, lo sta cementificando, sta eliminando le innumerevoli varietà di piante che interagiscono con la rete fungina.

E se salta la rete fungina micorrizica, tutto ciò che vi cresce sopra è destinato a finire male, compresi OGM superproduttivi o foreste di alberi-soldatino rigorosamente identici piantati a milioni.

La maggior parte dei suoli del mondo è oggi profondamente degradato; e il rilascio dello 0,1% del carbonio immagazzinato dal suolo europeo equivale alle emissioni di cento milioni di automobili.

A quel punto comprendiamo che è assurdo bombardare il cielo e annientare i boschi siberiani, o al contrario piantare un trilione di alberi, come propone quacuno; è assurdo anche pensare di affrontare la questione partendo dalla sola riduzione delle emissioni delle auto.

E’ assurda tutta la logica della Guerra.

Riprendo qui una cosa che raccontai in un altro contesto.

Mi viene in mente un giorno, nelle campagne vicino a Siracusa, che c’era un pastore che faceva la ricotta.

Che è una faccenda lunga e complessa; e un uomo di città cercò di aiutarlo.

Allora il pastore gli disse,

“lassa u munnu com’è.”

 

http://kelebeklerblog.com/2021/12/02/la-guerra-e-i-funghi/