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domenica 4 ottobre 2026

El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo


          

Vaste distese di terra che di solito sono aride si sono ricoperte di fiori viola e bianchi nel nord del Cile, dopo le forti piogge che hanno cambiato l’aspetto del deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi della Terra. È un fenomeno chiamato “deserto fiorito”: sotto il suolo dell’Atacama i semi e i bulbi di circa duecento specie diverse restano in letargo per lunghi periodi, in attesa delle condizioni giuste per germogliare, e le forti piogge causate da El Niño hanno permesso a molti di questi di semi di diventare fiori. In alcune zone sono caduti più di 180 millimetri di pioggia, una quantità che «non era mai stata registrata prima», ha detto all’AFP César Pizarro, responsabile della biodiversità dell’Atacama alla Corporazione Forestale Nazionale (Conaf) del Cile. L’acqua è penetrata nella sabbia più in profondità del solito e ha fatto comparire la vegetazione nella riserva naturale, che si trova a circa 800 chilometri a nord di Santiago. La Conaf prevede che lo spettacolo raggiungerà il suo apice a ottobre e stima che i fiori possano arrivare a coprire un’area vasta 15 ettari. Intanto, la zona si è già riempita di curiosi, giunti sul posto per fotografare uno degli eventi naturali più affascinanti del mondo.

Come scrive Euronews, alla base c’è El Niño, il fenomeno climatico ciclico caratterizzato dal riscaldamento delle acque superficiali nel Pacifico equatoriale centrale e orientale, che può alterare i regimi dei venti e delle precipitazioni in diverse regioni del mondo e scatenare eventi meteorologici estremi. L’episodio in corso potrebbe essere il più intenso da quando esistono registrazioni comparabili, cioè da quarant’anni, e lunedì (21 settembre) ha superato la temperatura media più alta mai registrata durante un El Niño, diversi mesi prima del picco (previsto intorno a novembre). Il caldo è talmente superiore a quello degli episodi precedenti che gli scienziati lo hanno ribattezzato con il sensazionalistico nomignolo Godzilla, a indicare la portata potenzialmente catastrofica di questo evento. Gli El Niño sono fenomeni naturali, ma il riscaldamento globale ne sta aumentando la portata e l’intensità. In Cile lo stesso meccanismo che ha fatto fiorire l’Atacama ha già fatto enormi danni: le piogge di luglio hanno ucciso almeno 13 persone e distrutto o danneggiato gravemente circa 4 mila case.

Il conto più grande arriverà entro i prossimi sei mesi. Come scrive il Guardian, secondo le stime dei climatologi, entro febbraio più di 450 mila persone potrebbero morire per il caldo portato dal Super El Niño, e il bilancio si somma alle morti in eccesso già causate dalle ondate di caldo degli scorsi mesi. I Paesi più colpiti nei prossimi sei mesi saranno quelli tropicali, su tutti Nigeria, Indonesia, Sudan, India e Brasile, con il Sahel e il Sud est asiatico tra le regioni che pagheranno il conto più pesante. Gli Stati Uniti figurano tra i primi venti Paesi di questa inquietante classifica, con una previsione di tremilacinquecento decessi in più dovuti a eventi climatici estremi. Altri morti sono attesi per le siccità, gli incendi boschivi e le inondazioni che El Niño porta con sé, direttamente e indirettamente. Le proiezioni sono state calcolate su base regionale proprio per individuare le zone in cui è più urgente intervenire, costruendo nuovi centri di refrigerazione in cui ripararsi, dare più personale agli ospedali nei periodi più caldi e fornire maggiori protezioni a chi lavora all’aperto. I ricercatori chiamano lo scenario che questo Super El Niño sta portando una “cartolina dal futuro”, perché porta le temperature al livello che, secondo le previsioni, la crisi climatica ci faarà raggiungere tra vent’anni.

da qui

venerdì 24 maggio 2024

Atacama Fashion Week: quando la moda sfila in discarica - Marina Savarese

 

Nessuna passerella scintillante, niente luci e nessun tipo di sfarzo. Solo la poca terra del deserto che ancora rimane scoperta e la grande quantità di vestiti abbandonati in quel che un tempo era un luogo scenografico famoso per la sua naturale bellezza. Adesso, a fare da scenografia alla Atacama Fashion Week non ci sono più le dune, ma montagne di vestiti gettati al suolo, che hanno consacrato questo luogo trasformandolo in una gigantesca discarica a cielo aperto, visibile anche dallo spazio. Ed è in questa cornice spaventosa e surreale, ma purtroppo iper-realistica, che è andata in scena la sfilata organizzata dall’ONG Desierto Vestido in collaborazione con Fashion Revolution Brazil e Artplan, dove modelle e modelli hanno calpestato una passerella circondata di monnezza.

Un modo per portare luce sul problema, mostrando l’impatto devastante del sistema moda sia sull’ambiente sia sulle comunità locali; utilizzando il sito stesso come cornice insolita ed i rifiuti come parte della possibile soluzione. Gli abiti in passerella, disegnati dalla stilista Maya Ramos, sono stati creati partendo proprio dai materiali recuperati dalle discariche, che vengono reintegrati nel mondo della moda grazie alla creatività di designer illuminati. La collezione, infatti, si ispira ai quattro elementi (terra, aria, acqua e fuoco): un omaggio a quel Pianeta che stiamo consumando e inquinando, e nello stesso tempo una forma di denuncia a quel sistema di moda veloce che, invece di portare bellezza, sta devastando e depredando. L’ Atacama Fashion Week ha come l’obiettivo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, ma anche di raccontare nuove vie possibili, quelle dove i rifiuti possono diventare una forma d’arte, un mezzo di denuncia e nuovi abiti da inserire nell’armadio.

Il problema di Acatama (e del colonialismo)

Ogni anno, in Cile, arrivano circa 60.000 tonnellate di abiti usati, dei quali più della metà finiscono illegalmente in discariche a cielo aperto (se ne contano circa 160). I rifiuti tessili, spesso vengono bruciati illegalmente, immettendo nell’atmosfera fumi tossici che hanno pesanti conseguenze sia sulla salute delle persone che vivono nelle aree circostanti sia sulla salute del suolo. Un rilascio a getto continuo, dove a poco sono servite le sanzioni introdotte dalle autorità locali. E ancora a meno è servita la famosa “responsabilità estesa del produttore” che, in territorio cileno, non include la gestione del tessile, lasciando quest’ultima in preda alla più totale illegalità.

Non a caso, nel 2022, è stata avviata una causa dall’avvocato Paulin Silva presso il Primo Tribunale Ambientale, per indagare sulle responsabilità locali e statali delle discariche in questione. L’accusa al Tesoro dello Stato e al Comune di Alto Hospicio è quella di non aver tenuto sotto controllo in maniera adeguata le zone periferiche dove si sono andate ammassando, nel corso degli ultimi 20 anni, tonnellate su tonnellate di vestiti usati. Il gioco dello scarico delle responsabilità è iniziato subito, dove il comune sostiene che il problema è ormai troppo grande per poter risolverlo da solo, reclamando l’aiuto dello Stato che, a sua volta, ha rimbalzato la responsabilità sul Comune. Una gara all’ultimo rimpallo, dove, in ultimo luogo, entrano in ballo anche le aziende mondiali che dovrebbero occuparsi dei loro rifiuti proprio grazie alla famosa EPR.

Il problema della gestione, dunque, non è solo locale, ma globale, dato che il sud del mondo viene usato come cestino della spazzatura da un Occidente sempre meno attento agli altri e sempre più orientato ai propri interessi. Una forma di razzismo ambientale e di colonialismo in piena regola, dove i Paesi ricchi si sentono in diritto di devastare a cuor leggero le comunità meno forti dall’altra parte dell’emisfero. E dove, a cuor leggero, si comprano e si buttano (ancora) centinaia di migliaia di vestiti ogni anno.

da qui