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venerdì 5 giugno 2026

Il surreale dibattito negli Usa sul candidato dem: “È vegano o no?”. Trump lo attacca e James Talarico corre ai ripari: “Faccio barbecue da sempre” - Alberto Marzocchi

 

Essere vegano? Negli Stati Uniti è un'arma politica e culturale. Perché da giorni i repubblicani stanno attaccando così l'enfant prodige del Partito democratico. E cosa c'entra l'industria zootecnica a stelle e strisce

“È vegano o no?“. Qualcuno avrà scrollato le spalle, disinteressato, ma è fuori dubbio che migliaia di elettori ed elettrici tanto in Texas quanto negli Stati Uniti si stanno facendo questa domanda. Perché lui, il soggetto – o, da un certo punto di vista, l’oggetto – della discussione è James Talarico. Nome che in Italia significa ancora poco, ma che negli Usa vale tanto: per il Partito democratico è uno dei politici più promettenti in circolazione, per il Partito repubblicano è lo stereotipo del nuovo avversario, una specie di incarnazione di (quasi) tutti i mali per il mondo Maga. E, perché no, l’uomo che potrebbe fare lo scherzetto in passato tanto annunciato ma mai verificatosi: strappare il Texas al Grand Old Party.

“È vegano, non può vincere in Texas”: la premonizione di Trump

Talarico ha 36 anni e la faccia pulita. Non a caso è un seminarista presbiteriano (aspetto che lo avvicina all’area più moderata del partito e ai delusi da Donald Trump), usa sempre toni molto pacati, assicura di voler fare la guerra ai miliardari (aspetto, questo, che invece lo avvicina alla sinistra dei dem) e a marzo ha vinto le primarie: il prossimo novembre correrà per le elezioni di medio termine. Cioè, per un posto al Senato. Fin qui tutto normale, se non fosse che un paio di settimane fa il presidente degli Stati Uniti in persona lo ha attaccato: “Non potrà mai vincere in Texas, è vegano“. Tutto il partito repubblicano, naturalmente, ha seguito Trump e ha iniziato a far coincidere il fatto di essere vegano con una sorprendente onta morale. Vegano uguale essere riprovevole, in pratica.

Lo ha fatto ieri anche lo sfidante al voto di metà mandato, Ken Paxton, che solo la settimana scorsa ha vinto le primarie per i repubblicani. Uno che è così distante, dal punto di vista ideologico e antropologico, da Talarico, da rappresentare al meglio il modello del politico Maga: 63 anni, procuratore generale del Texas e ultraconservatore, ha fatto battaglie grazie al suo ruolo sia contro Barack Obama sia contro Joe Biden, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente e l’immigrazione. È convinto che Trump sia stato sconfitto nel 2020 a causa di un non meglio specificato complotto, è anti-abortista e ha avuto più di un grattacapo con la giustizia: un patteggiamento per frode, un impeachment per corruzione, accuse di abuso d’ufficio. Un bel soggetto.

Gli insulti e il barbecue da otto generazioni

Ma torniamo a Talarico e al dibattito surreale in corso negli Stati Uniti. Il povero (si fa per dire) candidato dem in questi mesi si è preso di tutto: sempre con un’accezione dispregiativa, dai suoi avversari politici è stato definito “transgender”, “un insulto a Gesù Cristo“, “Low-T Talarico” (per indicare bassi livelli di testosterone), “Six-gender Jimmy” (alludendo a una sua dichiarazione su Dio, che non sarebbe né maschio né femmina), “Tala-freako“, “defective candidate” e via dicendo. Ma anche “Tofu-Talarico” e “gay vegano”. Tanto che “se gli fanno gli esami del sangue, al posto del sangue trovano la soia”.

Il fatto è che l’attacco al quale Talarico ha replicato con maggior prontezza è proprio quello legato al veganesimo. Il 15 di maggio Trump lo ha accusato di essere vegano. Il team di Talarico ha smentito che il candidato dem lo fosse, e tre giorni dopo ha pubblicato una sua foto con una camicia con stampata la bandiera del Texas mentre mangia un pezzo di carne. E la settimana scorsa, a un comizio, Talarico ha dichiarato: “La mia famiglia è texana da otto generazioni, faccio barbecue dalla prima incriminazione di Ken Paxton”. La domanda è: il candidato dem ha voluto ristabilire, nel dibattito pubblico, una verità, o più semplicemente ha paura di perdere voti? Le due cose possono benissimo andare insieme.

L’industria zootecnica e la cultura Usa: perché Talarico si difende così

Nel 2022 Talarico partecipò a una raccolta fondi per alcune leggi contro il maltrattamento sugli animali. Al microfono – e il video di quelle dichiarazioni è diventato virale qualche settimana fa – disse che “sono orgoglioso di poter dire che la nostra campagna è ufficialmente diventata una campagna senza carne. Acquistiamo solo prodotto vegani da aziende vegane locali”. In sostanza, un’azione encomiabile – o, se si preferisce, non biasimevole – che ora gli si sta ritorcendo contro. Disse anche che “credo che il tema del benessere animale sia diventato sempre più rilevante. Non solo perché è la cosa giusta da fare, e la cosa morale da fare, ma anche perché è necessario per combattere il cambiamento climatico. È ormai fondamentale cercare di ridurre il consumo di carne e di rispettare gli animali”. Esattamente ciò che dice la scienza (se proprio vogliamo lasciar fuori la morale). Eppure, ora, Talarico è corso ai ripari. Perché?

Il consumo di carne negli Stati Uniti, dopo anni di costante regresso, è tornato a salire. Un fenomeno che non è soltanto alimentare, ma è culturale. Secondo svariate ricerche, gli Usa sono il Paese col maggiore consumo di carne al mondo: pro capite, fanno più di 120 chilogrammi all’anno, prevalentemente bovini e pollame (e il Texas, neanche a dirlo, è lo Stato che guida la classifica interna). In Italia, per avere un metro di paragone, arriviamo a circa 78-79 chili. Da quando Jonathan Safran Foer ha scritto Se niente importa, nel 2010, le cose non sono cambiate: negli Stati Uniti il 99% della carne proviene dagli allevamenti intensivi, i cosiddetti CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations). L’intera filiera dell’industria zootecnica statunitense – quindi anche mangimi, produzione, trasporto – vale circa 350 miliardi di dollari. Ma secondo altre stime, tutto il comparto varrebbe un trilione di dollari. E ogni anno l’amministrazione federale stanzia decine di miliardi di dollari per il settore. Lo scambio tra la politica e gli interessi dell’industria zootecnica è costante. Ma, come si accennava, al di là degli interessi economici ci sono anche ragioni culturali ed ideologiche dietro il consumo di carne. O, se vogliamo, alla base della più o meno recente “tradizione” culinaria statunitense. Non a caso per la destra Usa mangiare carne è diventata una pratica identitaria. Ma il caso Talarico dimostra che il fenomeno è ben più radicato ed esteso. E la questione, più complessa.

da qui

giovedì 21 maggio 2026

La caduta di un pilastro della democrazia - Vann R. Newkirk II

 

Le cose migliori brillano intensamente, ma mai a lungo. È stato così per il Voting rights act (Vra), la legge che per sessant’anni ha garantito il diritto di voto dei neri e ha neutralizzato i tentativi di sopprimerlo fatto dagli stati del sud, diventando la base per un accesso equo alle urne. Gli Stati Uniti esistono da 250 anni, ma hanno avuto il suffragio universale per meno di un quarto di quel periodo. La tv a colori, le carte di credito e le bambole Barbie sono arrivate prima del Vra e resteranno più a lungo. Il regno della regina Elisabetta II è durato dieci anni in più rispetto al provvedimento che garantiva la democrazia statunitense.

Il 29 aprile la maggioranza conservatrice della corte suprema ha portato a termine la sua campagna, durata tredici anni, contro il Vra. Nel caso Louisiana contro Callais, i giudici hanno limitato l’uso del fattore razziale nella definizione dei collegi elettorali e la possibilità per le minoranze di contestare distretti disegnati in modo da discriminarle.

Spiegando l’opinione della maggioranza, il giudice conservatore Samuel Alito ha affermato che il fattore razziale è ammissibile solo quando può essere dimostrata “la discriminazione intenzionale e concreta rispetto al voto”. In questo modo, la corte ha compromesso ogni tentativo di rimediare al razzismo – passato e presente – nel modo in cui vengono disegnati i distretti elettorali.

Nel sud degli Stati Uniti il voto ricalca le linee di divisione razziale: gli elettori bianchi tendono a scegliere il candidato che si oppone a quello sostenuto dagli elettori afroamericani. Oggi la manipolazione dei distretti a svantaggio dei neri può essere facilmente nascosta presentandola come un semplice tentativo di favorire i repubblicani.

Questa e altre manovre per modificare le procedure di voto mantenendo una neutralità di facciata sono sfruttate negli stati del sud per ostacolare la rappresentanza politica dei neri. Il Vra e le leggi successive avevano riconosciuto il problema, stabilendo che l’unico modo per arginare la discriminazione era introdurre soluzioni pratiche che tenessero in considerazione il fattore razziale.

Come le decisioni precedenti legate al Vra, anche l’ultima sentenza della corte suprema ha apparentemente una portata limitata, perché non cancella l’intera legge. Tuttavia, anche se l’edificio rimane in piedi, c’è solo la facciata. La legge – approvata grazie agli sforzi di attivisti come Fannie Lou Hamer e John Lewis, dei mezzadri del Mississippi e dei manifestanti dell’Alabama – è praticamente morta.

A prescindere da ciò che succederà alle elezioni di metà mandato, la politica statunitense è cambiata per sempre. Per gran parte della storia, gli ex stati confederati hanno fatto di tutto per ridurre al minimo l’influenza politica delle comunità afroamericane. Ora potranno ricominciare a farlo con la piena copertura della legge.

Uguaglianza formale

L’ultima sentenza arriva dopo quella del 2022 sul caso Robinson contro Landry, in cui i querelanti neri si sono opposti a una mappa elettorale approvata dal governo della Louisiana, controllato dai repubblicani. La mappa ammassava in un’area ristretta gli elettori neri, in modo da ridurre il loro impatto sul voto a livello statale. La Louisiana elegge sei deputati alla camera dei rappresentanti, e un terzo degli abitanti dello stato è composto da afroamericani. I querelanti hanno sostenuto, con successo, che la suddivisione dei distretti era una manovra illegale, perché all’atto pratico dimezzava il peso del voto dei neri.

In quell’occasione avevano presentato alcune mappe alternative che avrebbero protetto l’influenza dei neri, ma alla fine i tribunali hanno accettato il piano scritto dai repubblicani, tra cui il governatore Jeff Landry, alleato del presidente Trump. Questa nuova mappa creava un secondo distretto a maggioranza nera, rispettando formalmente la sentenza della corte suprema, ma continuava a proteggere la maggior parte dei candidati repubblicani da ogni rischio di essere sconfitti alle elezioni.

Nell’ultimo decennio la corte suprema ha concesso agli stati sempre più margine di manovra per manipolare i distretti in modo da ottenere un vantaggio politico (il cosiddetto gerrymandering). Nel 2019 il tribunale ha stabilito di non avere l’autorità per bloccare questi provvedimenti, a patto che i politici non agiscano con l’obiettivo esplicito di discriminare gli elettori in base al colore della pelle.

Progresso politico


Fino alla sentenza del 29 aprile, i tentativi di ricorrere al Vra per rimediare al razzismo nella distribuzione dei seggi tenevano conto del fattore razziale. Dopo il censimento del 1970, i parlamentari degli stati del sud decisi a ridurre il potere politico dei neri suddivisero le aree a maggioranza nera in distretti in cui gli afroamericani si sarebbero ritrovati in minoranza rispetto ai bianchi conservatori. Ma nel 1982 il congresso rispose emendando il Vra per consentire ai tribunali e al dipartimento di giustizia di bocciare le mappe che diluivano il voto delle minoranze.

Oggi le aree che eleggono molti parlamentari neri sono chiamate “distretti Vra”, disegnati dagli stati sotto la supervisione federale per garantire agli elettori delle minoranze la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Questo sistema partiva dal riconoscimento di una serie di circostanze: l’ovvia presenza di un pregiudizio, sì, ma anche il fatto innegabile che le leggi sulla segregazione in vigore fino agli anni sessanta erano state scritte in un linguaggio apparentemente neutrale dal punto di vista razziale, in modo da non violare formalmente la costituzione.

Il parere del giudice Alito ignora questo contesto ritenendolo irrilevante e riporta gli Stati Uniti indietro nel tempo, al 1896, quando il suo collega Henry Billings Brown scrisse che la formula secondo cui bianchi e neri erano “separati ma uguali” non era in contrasto con la costituzione, negando l’evidenza di una segregazione creata proprio per introdurre diverse classi di cittadinanza.

Una prima spallata al Vra era arrivata nel 2013. Allora il giudice della corte suprema John Roberts aveva sostenuto che l’elezione di tanti parlamentari neri e l’affluenza alle urne degli afroamericani dimostravano che la discriminazione negli stati e nelle contee disciplinati dalla legge non era più così grave.

Allo stesso modo, Alito ha svuotato il meccanismo che ha permesso l’elezione di molti rappresentanti neri, citando la difficoltà d’identificare la discriminazione intenzionale come prova che le cose, in America, sono cambiate. Tecnicamente il giudice riconosce che la discriminazione resta un problema, ma allo stesso tempo fissa criteri quasi irraggiungibili per dimostrarne l’esistenza.

Questa logica trasforma il Voting rights act in una legge zombie, una distorsione del suo scopo originario, che oggi protegge soprattutto i bianchi da qualsiasi tentativo di spezzare il loro controllo sproporzionato sul processo elettorale.

Molti statunitensi di tutti gli schieramenti non si rendono conto di quanto siano stati straordinari gli ultimi sessant’anni. Gran parte di ciò che oggi viene dato per scontato nella scienza politica è un prodotto recente, reso possibile dal Vra. Oggi gli Stati Uniti si vantano del livello relativamente basso di violenza politica, ma la situazione era molto diversa quando uomini e donne venivano linciati solo perché avevano osato registrarsi per votare. In questi decenni l’accesso ai seggi non è mai stato adeguato, ma la relativa facilità con cui molte persone hanno partecipato al processo politico esiste da poco.

Queste trasformazioni strutturali ci hanno regalato un paese in cui la fiducia nel cambiamento è diventata la norma. Ogni statunitense ha buone probabilità di conoscere qualcuno che per votare doveva pagare una tassa o sottoporsi a test di lettura e scrittura, ma che è sopravvissuto abbastanza da votare per il primo presidente nero.

Mia nonna, che ha da poco compiuto ottant’anni, era una donna adulta in Mississippi all’epoca della Freedom summer – la campagna per far registrare i neri in vista del voto nello stato – ed era una madre quando è stato approvato il Voting rights act.

La mia generazione è stata la prima a crescere sotto la piena protezione di quella legge, un’epoca in cui per le persone come noi la politica è stata un’ambizione ragionevole e tutt’altro che straordinaria. Il Congressional black caucus, che riunisce i deputati afroamericani, non esisteva fino al 1971, e oggi conta più di sessanta componenti.

Ora questi numeri caleranno. A cominciare dalla Louisiana, molti stati controllati dai repubblicani abrogheranno le mappe basate sul Vra e limiteranno l’influenza dei distretti abitati soprattutto dai neri, forse già in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Poi potrebbe toccare all’Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha convocato una sessione legislativa straordinaria per ridisegnare le mappe statali a meno di tre settimane dalle primarie.

In Tennessee, Georgia, South Carolina e Mississippi, i politici repubblicani hanno chiesto pubblicamente sessioni legislative straordinarie per ridisegnare le mappe alla luce della sentenza della corte suprema. Anche se queste nuove mappe potrebbero non essere valide già quest’anno, è solo una questione di tempo e volontà politica.

In base all’opinione della maggioranza conservatrice della corte suprema, ogni tentativo di trovare un rimedio a questa tendenza pericolosa sarà considerato illegale. La prospettiva di una diversità anche minima all’interno delle istituzioni potrebbe sparire rapidamente.

Detto questo, la rappresentanza al congresso non è mai stata l’obiettivo finale del Vra, né sarà il principale problema che dovremo affrontare dopo la distruzione della legge. Come spiegò Lyndon B. Johnson (il presidente che ratificò il provvedimento) lo scopo era costringere i nemici della libertà ad “aprire i cancelli dell’opportunità” a tutti gli statunitensi. Per Johnson i diritti elettorali erano legati alla “dignità dell’uomo e al destino della democrazia”, mentre la legge in sé doveva essere uno strumento per proteggere questo destino. Senza il Vra, nessuno statunitense potrà più credere che la propria dignità sia al sicuro.

I difensori del diritto di voto dei neri lo avevano capito da tempo: quando i diritti di un cittadino sono calpestati, i diritti di tutti gli altri cittadini non possono essere considerati davvero inalienabili. Il Voting rights act è una manifestazione concreta della dichiarazione d’indipendenza. Per secoli i neri hanno combattuto per il voto, non solo per far sentire la loro voce all’interno del governo ma per dimostrare il loro valore, sia agli altri sia a se stessi. Ci sono riusciti, ma solo per poco. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 32.

https://www.internazionale.it/magazine/vann-r-newkirk-ii/2026/05/07/la-caduta-di-un-pilastro-della-democrazia


martedì 28 aprile 2026

Utenti profilati e algoritmi: così Meta ha interferito nelle elezioni del 2022 - Thomas Mackinson

 

[…] Quanto sono americane le “ombre russe” sul voto in Italia, quelle che agitavano timori per la “tenuta democratica” in Europa. Nell’agosto 2022, a poche settimane dalle elezioni, mentre l’attenzione era tutta su Mosca, sugli smartphone di milioni di italiani si stava apparecchiando una silenziosa profilazione di massa. Non da parte di hacker del Cremlino, ma del colosso americano Meta. È il punto più clamoroso della nuova inchiesta di Report sul Garante della Privacy che andrà in onda stasera. La trasmissione ricostruisce come, alla vigilia del voto, la multinazionale di Mark Zuckerberg stesse raccogliendo e trattando dati degli utenti italiani legati alle interazioni con contenuti elettorali. E come, una volta venuta a galla, membri del Garante si adoperarono per sventare una mega-multa che avrebbe anche portato alla luce un sistema surrettizio di influenza sul voto. Peraltro a senso unico, grazie alla successiva rimozione selettiva e asimmetrica di un algoritmo che limitava la visibilità dei contenuti politici, che avrebbe favorito la destra.

[…]

Nel 2022, in vista delle elezioni politiche Meta lancia su Facebook la funzione EDI (Election Day Information) e su Instagram dei colorati sticker a tema. L’iniziativa si presenta come un comodo servizio civico per reindirizzare gli elettori al sito del ministero dell’Interno, che ne era a conoscenza. L’inchiesta di Report svela che dietro l’apparenza informativa si attiva un trattamento più ampio: età, genere, posizione geografica, dispositivo e interazioni vengono raccolti, conservati e aggregati. La stessa Meta ammette la possibilità di condividere dati aggregati con terze parti, inclusi “partner governativi o comitati elettorali”. Oltre 6 milioni e mezzo di utenti vengono coinvolti. La partecipazione al voto si trasforma in un’opinione politica monetizzabile, in quello che una fonte evoca come un secondo “caso Cambridge Analytica”. […]

Di fronte a questa attività, il dipartimento tecnico del Garante guidato da Riccardo Acciai chiede un blocco urgente. È qui che si consuma uno scontro ai vertici documentato dai verbali ufficiali: i membri del collegio Guido Scorza e Agostino Ghiglia frenano, chiedendo di attendere le autorità europee. I due peraltro sono indagati per corruzione anche per la vicenda degli occhiali Meta Smart glasses. La resistenza culmina in una mail svelata da Report, in cui Scorza il 24 settembre 2022 blocca i tecnici sostenendo che non ci fosse il necessario fumus. Nelle stesse ore, Mattei ordina ad Acciai di soprassedere.

A metà 2023 si ripropone il problema con le elezioni regionali e i tecnici riescono a far emanare un provvedimento d’urgenza che impedisce a Meta di condividere i dati con terzi. E propongono una multa da 75 milioni. L’anomalia più clamorosa avviene qui. Dai documenti raccolti da Report emerge l’irritazione di Agostino Ghiglia, che il 29 febbraio 2024 definisce la sanzione “ridicola”, aggiungendo che andava “smontata”. Alla fine, la multa viene drasticamente abbassata a 25 milioni, un importo pari ad appena lo 0,02% del fatturato mondiale annuo della società. Eppure, nonostante lo sconto, del 70% sia Scorza che Ghiglia votano contro il provvedimento. Report svela che la Procura ha acquisito i documenti relativi alla vicenda.

[…]

Poi l’inchiesta si spinge oltre, toccando il tema dell’influenza algoritmica. Nel 2021 Meta aveva introdotto un filtro per limitare la visibilità dei contenuti politici, dichiarando di averlo rimosso per tutti nel 2025. Un’analisi condotta da un gruppo interno di tecnici del Pd smentisce però questa versione: il filtro sembrerebbe essere stato disattivato in gran segreto già nel novembre 2024, in coincidenza con la vittoria di Donald Trump negli Usa. I grafici mostrati a Report evidenziano che la rimozione ha favorito esclusivamente le posizioni della destra antieuropeista, mentre i contenuti del centrosinistra sono rimasti, per usare le parole del dem Sandro Ruotolo, “sottoterra”. Meta nega formalmente ogni accusa, sostenendo di non raccogliere dati politici e di non aver operato rimozioni asimmetriche. Ma Ruotolo sintetizza: “Sono i signori delle piattaforme che decidono il carattere politico che deve avere un Paese”.

da qui

venerdì 18 aprile 2025

Liberare il voto con una firma per il proporzionale - Francesco Casula

 

Fino al 1979 per le elezioni regionali in Sardegna vigeva una legge elettorale che sostanzialmente prevedeva il proporzionale puro. Così, per esempio nelle elezioni del 1974 il Partito liberale con 22.159 voti (2,78%) otteneva un seggio. E ugualmente un seggio otteneva il Partito repubblicano con 20.570 voti (2,58%).

L’11 luglio del 1979, a mezzanotte, come i ladri di Pisa, l’ultimo giorno della Settima legislatura, PCI e PSD’AZ, con una leggina, introducono una quota di sbarramento per poter essere eletti: il 3%. Verrà approvata con la complicità e compiacenza della DC. Ma i veri responsabili sono i comunisti e i sardisti: hanno paura i primi di Democrazia Proletaria e i secondi dei Movimenti neosardisti. Insomma, non vogliono concorrenti alla loro sinistra! E come si eliminano? Ma con la prepotenza e le leggi liberticide!

Comunque, anche quella legge forcaiola impallidisce a fronte della mostruosità liberticida della legge oggi in vigore.

Emanata dal Consiglio regionale nel 2013 e leggermente modificata nel 2018 ha mostrato nelle elezioni del 2014 come in quelle del 2019 e del 2024 tutta una serie di storture e di gravissimi limiti: soprattutto quello di attentare brutalmente alla “rappresentatività”. Tanto da escludere dal Consiglio regionale nel 2019 la rappresentanza di 61.383 elettori (8,07% dei votanti); nel 2014 addirittura 137.000 elettori (17,87% dei votanti); mentre nel 2024 70.927 elettori (9,6%).

 Così, in virtù di una legge truffaldina, grazie alle altissime soglie di sbarramento (del 10% per le Coalizioni e e del 5% per singole forze) paradossalmente è avvenuto che con poche centinaia di voti qualche gruppo o movimento (coalizzato con i grossi Partiti e a loro subalterno) ha potuto accedere al Consiglio regionale; altri – presentandosi autonomamente – pur ottenendo migliaia di voti sono stati esclusi. Una brigungia manna. E insopportabile.

In alternativa a questo imbroglio e per sanare questa stortura liberticida, la proposta non può che essere il proporzionale: una testa un voto. Per affermare il principio di eguaglianza del voto stesso: il mio voto non è possibile che non valga niente o poco in rapporto a quello di altri.

In questa direzione si muove la Proposta di legge elettorale di Iniziativa Popolare denominata “Liberiamo il Voto”, sostenuta da un numeroso gruppo di personalità: giuristi, intellettuali, attivisti civici.

Il primo articolo, non a caso recita:”Il Popolo sardo è rappresentato dal Consiglio regionale, eletto a suffragio universale diretto con sistema proporzionale”.

Questi gli altri quattro articoli:

     Art. 2

– Il Consiglio regionale elegge tra i suoi membri il Presidente della Regione.

– L’elezione consiliare del Presidente della Regione ha luogo per scrutinio palese, a maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea nel primo scrutinio e a maggioranza semplice dalla seconda votazione.

– Il Presidente della Regione nomina il Vicepresidente e gli altri membri della Giunta regionale.

    Art. 3

– La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un quinto dei membri del Consiglio regionale e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

– Il voto di sfiducia del Consiglio regionale determina le dimissioni del Presidente della Regione, se nelle quarantotto ore successive è eletto un successore a maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea.

– La mancata approvazione della questione di fiducia posta dal Presidente della Regione determina le dimissioni del Presidente e lo scioglimento del Consiglio, se entro venti giorni non è eletto un successore a maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea.

Art.4

Le dimissioni volontarie del Presidente della Regione determinano lo scioglimento del Consiglio regionale, se entro venti giorni non è eletto un nuovo Presidente a maggioranza assoluta dei membri nel primo scrutinio o a maggioranza semplice nel secondo scrutinio.

Art.5

Nel periodo intercorrente tra le dimissioni e la nuova elezione del Presidente la Giunta regionale è presieduta dal Vicepresidente della Regione.

Come si può evincere chiaramente due sono i punti principali:

1. Il proporzionale puro: un   capo, un voto.

2. Il superamento dell’elezione diretta del Presidente. Non si sottovaluti questo principio. L’elezione diretta, al di là della demagogia, evoca l’incultura regressiva pericolosa e inquietante di tempi bui, l’incultura del capo (la locuzione “capo del governo” fu introdotta con legge fascistissima nel 1925, al posto di “Presidente del Consiglio”); l’incultura dell’uomo solo al comando (non al governo!) e del decisionismo autoritario. Di qui, per esempio il premierato con la capocrazia, di cui favoleggia l’amica di Vox, non a caso nipotina di quella incultura del ventennio.

Sostenere questa Proposta, per intanto apponendo la firma, è a mio parere, un dovere etico, prima ancora che politico. Lo si può fare in tutti i Comuni della Sardegna.

da qui

domenica 25 febbraio 2024

Sardegna, l’isola nascosta in cerca di un futuro - Costantino Cossu

 

ELEZIONI REGIONALI. Nella Sardegna profonda, dove i piccoli paesi rischiano l’estinzione e gli ultimi echi della campagna elettorale arrivano smorzati. Crisi profonde nel settore industriale, soffrono agricoltura e pastorizia. Disoccupazione al 12%. Le scuole chiudono per i tagli decisi a Roma, i trasporti sono da incubo.

Sul manifesto del 24 febbraio 2024

https://ilmanifesto.it/sardegna-lisola-nascosta-in-cerca...


Tuili è un paese alla fine del mondo. Novecento abitanti nel cuore della Giara di Gesturi, nel cuore della Sardegna. È lontano dalle città, lontano dalle coste della monocoltura turistica. Il ministro della Difesa Crosetto lo ha messo nella lista dei siti che potrebbero ospitare il deposito nazionale delle scorie radioattive.

Chi li vede qui i veleni delle vecchie centrali dismesse che nessuno vuole? A Tuili ogni anno da parecchi anni i morti sono più dei nati. Se va avanti così, dicono i demografi, nel giro di una sessantina di anni Tuili diventerà un paese fantasma, del tutto disabitato.

E non è il solo in Sardegna a rischiare l’estinzione. Ce ne sono altri trenta di piccoli centri che hanno un tasso demografico negativo. Si chiama spopolamento.

A Tuili non vorrebbero le scorie radioattive. Vorrebbero servizi. Perché se non ci sono scuole, se non ci sono ambulatori, se non ci sono uffici postali, se non c’è un cinema o una biblioteca, per quale motivo la gente non dovrebbe fuggire a Cagliari o prendere un traghetto e andarsene sul continente?

ANCHE A TUILI DOMANI si vota per eleggere il nuovo governatore dell’isola. Ma gli echi della campagna elettorale arrivano smorzati ai bordi della Giara. A pochi chilometri il profilo monotono dell’altopiano è spezzato dalle torri della regia nuragica di Barumini. Pietre millenarie, il tempo circolare delle società tradizionali.

Cagliari e Roma qui sono distanti non solo per numero di chilometri. E però è proprio per questo che è utile guardare alla Sardegna profonda ora che brillano, un po’ mesti, gli ultimi fuochi di una battaglia politica dura, con il centrodestra che s’è messo nelle mani di un nostalgico del Duce e un centrosinistra diviso.

Mentre ieri a Cagliari Alessandra Todde per l’alleanza Pd-M5S e Renato Soru per la Coalizione sarda chiudevano le rispettive campagne elettorali ripetendo le argomentazioni sulle quali hanno battuto per due mesi e dandosele ancora di santa ragione, e mentre il fedelissimo meloniano Paolo Truzzu nel suo comizio finale ripeteva che la vittoria del centrodestra è sicura, Tuili guardava e giudicava.

Guardava e giudicava dalla solitudine delle zone interne, dalla quale giovani donne e giovani uomini scappano per avere un futuro.

La situazione non è molto diversa in tante altre parti della Sardegna. Se ne sa poco, oltre Tirreno, di che cos’è quest’isola.

Si sa poco ad esempio, di che cosa sta accadendo nel Sulcis, Sardegna sud-occidentale. Le miniere di carbone hanno chiuso da tempo e il distretto metallurgico di Portovesme è in crisi profonda. Le fabbriche vendute dallo Stato negli anni Novanta alle multinazionali dell’alluminio sono tutte a un passo dalla chiusura, con migliaia di posti di lavoro a rischio. E nessuna risposta.

Difficile fare politica industriale se a prevalere, alla fine, è sempre la logica del mercato. Persino la famiglia Moratti ha mollato. È della scorsa settimana la notizia che il gruppo milanese ha venduto lo stabilimento petrolchimico di Sarroch alla holding svizzero-olandese Vitol. I sindacati sono in allarme: sanno che cosa può succedere quando le proprietà si spostano fuori dai confini nazionali.

MA NON È SOLTANTO il settore industriale a soffrire. Vanno male agricoltura e pastorizia, alle prese con una crisi strutturale che ha dimensioni europee e alla quale l’assenza di visioni di lungo periodo impedisce di trovare rimedi che tengano insieme tutela dei redditi e transizione ecologica.

L’amministrazione pubblica è in stallo, penalizzata dalla lentezza con la quale la politica regionale gestisce l’altra decisiva transizione, quella digitale.

La scuola è in sofferenza: gli istituti chiudono per i tagli decisi a Roma (il dimensionamento scolastico) e la Sardegna è tristemente al primo posto nella classifica dei ragazzi che abbandonano gli studi prima di terminare il corso obbligatorio.

I trasporti sono da incubo. Sali su un treno e ti sembra di entrare in una macchina del tempo, su binari che seguono le tratte progettate dai pionieri delle ferrovie nell’Ottocento e con tempi di percorrenza da scoraggiare chiunque: per arrivare da Cagliari a Sassari – 220 chilometri – si impiegano tre ore e mezza.

Restano le strade, ma anche quelle sono un disastro. La statale 131, che percorre da Nord a Sud la regione, è una delle arterie più pericolose d’Italia, interrotta com’è da eterni cantieri di manutenzione. E le strade provinciali, su vecchi e tortuosi tracciati, abbandonate da decenni sono un colabrodo di buche.

Per non parlare dei collegamenti con la penisola: con le politiche della destra, che privilegiano il mercato, i biglietti degli aerei e quelli dei traghetti sono diventati salatissimi. E che dire dei poligoni?

Un recente studio di un gruppo di economisti dell’università di Cagliari ha dimostrato che le zone occupate dalle basi sono quelle che in Sardegna hanno avuto i tassi di crescita più bassa: reddito sotto la media regionale e dinamismo imprenditoriale prossimo allo zero.

Soltanto il turismo va bene, in Sardegna, aiutato da salari vergognosamente bassi e dalla diffusione del precariato e del lavoro nero.

LA CONSEGUENZA di tutto ciò è che nell’isola il tasso di disoccupazione è al 12%, 5 punti in più della media nazionale. E con la disoccupazione riparte l’emigrazione. I sardi se ne vanno via e se le cose non cambiano si prepara, per i prossimi decenni, uno scenario demografico nerissimo.

Questa è la Sardegna in cui domani si vota. Un quadro rispetto al quale le responsabilità della destra al governo negli ultimi 5 anni sono forti ed evidenti. Ma i problemi hanno radici che affondano ben al di là nel tempo. E sono in pochi a potersi dire assolti.

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giovedì 25 gennaio 2024

aspettando le elezioni in Sardegna, di Omar Onnis

Dichiarazione politica-elettorale e qualche riflessione - Omar Onnis

La campagna elettorale sarda non è ancora ufficialmente iniziata, ma le sue fasi preparatorie sono ormai a uno stadio avanzato. Chiarisco la mia posizione.

Come dicevo in un altro post (questo), non intendo parlare della campagna elettorale imminente. Non perché la reputi poco interessante, tutt’altro, ma per correttezza. Sono parte in causa.

Dall’anno scorso sto seguendo il percorso di Sardegna chiama Sardegna, lo spazio politico aperto con la chiamata pubblica del 6 novembre 2022. Non si tratta (ancora) di un’organizzazione, tanto meno di un partito, ma piuttosto di un tentativo di rivitalizzare la politica sarda in termini democratici e partecipativi, con lo sguardo centrato sull’isola ma ben aperto sul contesto internazionale.

È un percorso difficile e accidentato, per ragioni oggettive interne ed esterne. Quelle interne discendono dalla sua natura post-ideologica e dalla sua composizione anagrafica (prevalentemente persone intorno ai trent’anni in gran parte con poca o nulla esperienza di militanza politica).

Post-ideologico non significa privo di valori di riferimento e di obiettivi strategici, ma semplicemente che non esiste un ancoraggio dogmatico alle scuole di pensiero ereditate dal secolo scorso. Post-ideologico e anche, come ha lucidamente evidenziato Maurizio Onnis, post-indipendentista. Non nel senso di considerare chiusa la prospettiva indipendentista, ma nel senso di cercare una via per superarla in avanti, tenendo conto della crisi epocale dello stato-nazione e dello scenario globale.

E qui veniamo alle ragioni esterne della difficoltà del percorso di ScS. Nel contesto sardo, così debilitato e in fase di ulteriore involuzione, è faticosissimo rispondere alla crisi presente con un rilancio democratico fatto di ottime intenzioni, metodi nuovi e una prospettiva non banalmente elettoralistica. È un’impresa che giusto una generazione giovane ma già matura può concepire. Dare una mano a tale tentativo, per quel che si può, è il minimo, per quanto mi riguarda.

Non ho mai concepito l’impegno intellettuale come una sfera diversa e distinta dall’impegno politico e sociale. Tutto ciò che è pubblico – ossia rivolto alla polis, alla collettività di cui si è parte – è interconnesso. Tutto è politica, potremmo dire in sintesi. Che ci piaccia o no. O anche: se non ti interessi della politica, la politica comunque si interesserà a te.

Dopo un lungo e non semplice dibattito interno, ScS ha scelto di partecipare alla tornata elettorale prossima ventura e di farlo con le proprie forze. Il quadro politico tuttavia al momento non è affatto così semplice come lo vorrebbero i fautori a oltranza del bipolarismo maggioritario e presidenzialista. Tale schema non ha mai corrisposto alle reali articolazioni sociali e ideali della comunità sarda, tanto meno nella vigenza della scandalosa legge elettorale regionale approvata nel 2013 proprio per bloccare qualsiasi tentativo di opporsi all’assetto oligarchico e consociativo al potere.

Paradossalmente, a scardinare il disegno oligarchico in queste settimane è proprio un soggetto che ne ha fatto parte, sia pure a modo suo, fino a poco fa: Renato Soru.

Di Renato Soru si possono evidenziare pregi e difetti, sbagli e scelte indovinate. Non è un personaggio pubblico facile da interpretate e ha sempre costituito un’anomalia nel sistema sardo. Per questo detestato e combattuto fin dai suoi esordi in politica, e dalla sua parte non meno che dagli avversari conclamati.

La sua esperienza da presidente della RAS, nel 2004, ha avuto un primo biennio di grande impatto, di rottura totale con le esperienze del passato, compresa la giunta Melis degli anni Ottanta, figlia del “vento sardista”. Quelle premesse tuttavia sono state in larga misura tradite. Anche per scelte sbagliate dello stesso Soru. (Beninteso, non pretendo che la mia idea di scelte sbagliate sia universalmente condivisa. In ogni caso, non è questo l’oggetto principale del post.)

La sua mancata rielezione, davanti a un concorrente non certo irresistibile come Ugo Cappellacci, fu conseguenza prima di tutto di una delusione generalizzata, certo alimentata dai suoi avversari, ma spesso sincera. L’indipendentismo organizzato, allora in ascesa, fu respinto da Soru medesimo, che non ne comprese fino in fondo le ragioni profonde, al di là degli ideologismi. Si era obiettivamente esaurita la spinta rinnovatrice del 2004. Le forze conservatrici, comprese quelle interne al centrosinistra, ebbero la meglio. Le giunte regionali successive smantellarono diverse innovazioni e molte misure virtuose e soprattutto rinnegarono l’approccio complessivo della prima giunta Soru, ripiombando l’isola indietro di dieci o vent’anni.

Alla luce di quanto precede, per come la vedo io, Renato Soru è politicamente in debito con la Sardegna. Che provi oggi a ripagarlo, a me sta bene. Mi interessano poco le motivazioni personali che lo hanno spinto a cimentarsi in questa prova. Trovo sbagliato il ragionamento secondo cui le critiche rivolte da me e altri a esperienze del passato debbano inficiare o impedire prese di posizione odierne. Già il solo fatto che stia contribuendo fattivamente a disarticolare l’apparato di potere coloniale che ha dominato la scena fin qua e a cui egli stesso è stato in qualche modo organico mi fa apprezzare la sua decisione di rompere col centrosinistra italiano e lanciare questa sfida.

La considero in linea con la prospettiva aperta a suo tempo da Progetto Sardegna, poi in larga misura ripresa, precisata e irrobustita teoricamente, da Sardegna Possibile 2014 (nell’incomprensione di molti, compreso Renato Soru, che ora – guarda caso – subisce un trattamento analogo). Riaprire tale prospettiva oggi è ancora (e forse persino più) necessario, possibilmente in una versione forte e non immemore dei precedenti.

In questo senso, è doveroso evidenziare come molte delle partite aperte dalla giunta Soru nel 2004 fossero strategicamente importanti, anche a dispetto della loro conclusione o del loro mancato compimento. Dalla modernizzazione delle istituzioni, all’enfasi posta sulla scuola e sulla formazione. Dal ragionamento su una sanità efficiente e non vincolata agli appetiti clientelari, alla pianificazione urbanistica virtuosa. Dal rilancio della questione linguistica (ricordiamo la fondamentale indagine socio-linguistica del 2006), alla nuova attenzione sui beni culturali. Fino ai trasporti interni ed esterni e al contrasto dell’asservimento militare della Sardegna. Tutte materie in cui allora ci fu una svolta a tratti epocale.

Sono temi tornati finalmente in agenda, con un taglio lontano dalla superficialità e dalla cialtroneria a cui ci hanno abituato negli anni cdx e csx (compresa la disastrosa giunta “dei professori”), così come aveva provato a fare Sardegna Possibile 2014. Temi e taglio su cui si può discutere, entrando nel merito, valutando le opzioni del passato per adeguarle al presente oppure abbandonarle a favore di altre, ma non se ne può negare la forza e la rilevanza.

Il processo decisionale che ha condotto Sardegna chiama Sardegna ad aderire alla Coalizione Sarda non è stato facile. Come tutte le decisioni collettive serie. Le condizioni di contesto, i rapporti di forza e la normativa elettorale vigente non lasciavano molte alternative. ScS non poteva limitarsi a fare testimonianza, correndo da sola (posto che ce ne fossero i presupposti concreti), senza possibilità di avere un peso reale. E tuttavia la partecipazione alle elezioni era un passo importante e necessario, per un percorso in fase di definizione, che ha bisogno di collaudarsi e di “far fare le ossa” alle/ai sue/suoi aderenti. Ma ci sono anche buone ragioni di merito che giustificano questa scelta.

La maggior parte dei punti programmatici elaborati da ScS sono nell’agenda della nascente Coalizione Sarda. Tutto il contrario della risposta del csx, avvicinato da ScS in funzione di un’apertura politica reale verso le lotte in corso e verso la costruzione un programma di forte rilancio democratico.

L’adesione alla coalizione soriana di forze residuali del progressismo e dell’indipendentismo (iRS e ProgReS) mi pare anch’essa figlia delle circostanze, ma non scontata. Con iRS e ProgReS ScS formerà una lista unitaria. Certo che c’è del calcolo, perché mai non dovrebbe esserci? È la stessa forma della competizione elettorale a richiederlo. Poi, chiaro, non è detto che gli obiettivi di tutte le componenti coincidano fino in fondo, ma in questi casi l’importante è che ci sia una condivisione di solidi punti programmatici e un rispetto e una lealtà di fondo. La politica è essenzialmente l’arte del possibile, è negoziazione, è fare i conti con i dati di realtà.

Naturalmente ogni critica è lecita. Che non piaccia lo scenario elettorale così come si è delineato è comprensibile. Non piace fino in fondo nemmeno a me. Ma mi pare migliore di una riproposizione stantia e sempre meno presentabile del finto duopolio cdx/csx.

Le possibili forze alternative, in questa fase, sono o a fine ciclo, come pressoché tutto l’indipendentismo organizzato e il progressismo borghese (che alternativo in realtà non è mai stato), o ancora in fase di emersione, come appunto ScS. Sarà il post-elezioni a dirci qualcosa di più su come si configurerà lo scenario politico prossimo venturo. I sommovimenti sociali e le nuove forme di aggregazione e azione politica già in campo animano una possibile, nuova domanda democratica, secondo l’andamento ciclico della storia contemporanea sarda. Bisognerà vedere se si troverà una forma per politicizzare e portare fin dentro le istituzioni tale movimento.

Dopo aver letto e sentito in proposito, in Rete e di persona, commenti più o meno autorevoli e più o meno disinteressati (di solito meno), non voglio concludere senza dire qualcosa su un problema generale della sfera politica sarda.

In Sardegna la democrazia è così debole (a bassa intensità, si dice qualche volta) anche perché non disponiamo di un dibattito pubblico all’altezza delle necessità. I mass media sardi sono perlopiù schierati, ma quasi sempre senza dichiararlo. I presunti osservatori esterni non sono quasi mai né esterni né obiettivi, e anche qui troppo spesso senza chiarire in modo trasparente i loro posizionamenti e la loro agenda. L’intellighenzia sarda, accademica e non, troppo organica ai centri di potere, preferisce tacere o al limite delegittimare possibili outsider e oppositori dello status quo.

La discussione pubblica in Sardegna è pesantemente inquinata dalla televisione italiana e dalle pessime forme della comunicazione politica derivate da oltre Tirreno. Soffriamo di evidenti deficit relazionali, dovuti sia alla scomparsa delle forme di partecipazione politica novecentesca, sia all’abuso dei social media. È difficilissimo imbastire un confronto che non sfoci nella mera contrapposizione tifosa o nel banale sabotaggio dialettico. La mediocrità dilagante della politica e dell’informazione produce effetti di diseducazione democratica che si riverberano ad ampio spettro sulla vita associata, disincentivando la partecipazione attiva e precludendo alla cittadinanza la possibilità di formarsi un’idea compiuta, basata su fatti e su dati reali, dei problemi e delle possibili soluzioni.

Non è un contesto nel quale sia facile fare politica, specie se si concepisce la politica non come possibilità di arricchimento e/o carriera personale ma come partecipazione libera e costruttiva alla sfera pubblica. Eppure mai come nelle situazioni complicate è necessario provarci. Bisogna provare a resistere alla corrente, bisogna costruire appoggi e punti di approdo solidi. Bisogna immaginare e perseguire un futuro diverso da quello, che oggi sembra segnato, fatto di impoverimento e spopolamento.

Se non ci sono le forze per imporre un cambio di rotta deciso, bisogna almeno sapersi destreggiare tra i flutti, salvaguardando una scialuppa di salvataggio accogliente per chi non voglia arrendersi. Che in termini elettorali significa offrire alla cittadinanza una possibilità di voto diversa e non organica al sistema di potere vigente.

Io la vedo così e mi regolo di conseguenza. Beninteso, fino all’inizio della campagna elettorale vera e propria potranno esserci sorprese. Non sarebbe la prima volta. Tuttavia, al momento, la scelta fatta da Sardegna chiama Sardegna mi pare sensata, per quanto complicata. Le elezioni passeranno e allora bisognerà riprendere il discorso, facendo tesoro anche di questa esperienza.

da qui

 

  

L’irresistibile pulsione razzista dei media italiani verso la Sardegna - Omar Onnis

Un articolo sul giornale (un tempo) progressista La Repubblica parla dell’imminente campagna elettorale sarda e in particolare della rottura di Renato Soru col centrosinistra a guida PD. E, come per magia, spuntano fuori paternalismo fuori luogo, ignoranza crassa e stereotipi razzisti. Non è un caso e non è un caso isolato.

Neanche finito di dire che non mi sarei occupato della campagna elettorale sarda, e mi ritrovo qui a smentire me stesso. In realtà, però, non parlerò della campagna elettorale. Ma la campagna elettorale sarda, non per la prima volta, offre spunti di ragionamento su tematiche in questo caso collaterali, ma che in generale fanno parte integrante dell’irrisolta “questione sarda”.

Sul giornale Repubblica si sono accorti che in Sardegna sono avviate le manovre preliminari in vista della prossima scadenza elettorale, ma anziché spiegare appunto che ci saranno le elezioni in Sardegna e analizzare le questioni aperte e i movimenti in corso, preferiscono dedicarsi a quella che loro vedono come una spaccatura nel fronte del centrosinistra a guida PD.

È legittimo. È il loro campo politico di riferimento. Poi però dipende da come lo fai.

Inevitabilmente, lo sguardo è quello esterno (rispetto all’isola), centrato sull’Italia e sugli interessi del suo establishment politico-affaristico, della cosiddetta classe dirigente italiana (o di una sua parte). Come vede la Sardegna la classe dirigente italiana? Be’, sarebbe tema per uno studio approfondito e per un saggio ben documentato e referenziato. Del resto, c’è materiale in abbondanza. Io ne ho già accennato qualcosa, su SardegnaMondo (per esempio, qui e qui).

Nella circostanza presente, il cronista Stefano Cappellini si dedica a raccontare a lettrici e lettori lo strano caso del “derby” (gergo calcistico, mai manchi!) o, per meglio dire, della “faida” (si parla di Sardegna, dopo tutto) tra Renato Soru e Alessandra Todde.

Lascerei stare i contenuti politici (che comunque nell’articolo non ci sono) e analizzerei il taglio e il lessico del pezzo.

È nel titolo che si descrive lo scontro come “derby”, ma, dato che appunto si tratta di un “derby sardo”, non può che essere “feroce”. Ed è un fatto rilevante perché tale dissidio può “regalare l’isola alla destra”.

Lasciamo stare la faccenda della destra e della sinistra, su cui ci sarebbe da discutere. Faccio solo notare che inquadrando così la vicenda già si nega in radice ogni possibile soggettività alla cittadinanza sarda, si sottrae qualsiasi agency (per dirla in termini politologici) all’ambito politico locale e all’elettorato isolano. Non contano niente i problemi concreti, le istanze ideali in campo, le aspettative, i conflitti sociali e culturali aperti. Tutto ruota intorno allo schema – fallace e tossico – del bipolarismo all’italiana.

Nel sommario del pezzo, altre cose degne di nota:

Si vota il 24 febbraio. Tredici liste al fianco dell’ex viceministra: “Solo uniti si può tornare a vincere”. Il comizio in dialetto stretto del fondatore di Tiscali agli indipendentisti

Ci si riferisce a Soru come al fondatore di Tiscali (vero), ma si precisa subito che fa “un comizio” rivolto “agli indipendentisti” e soprattutto lo fa in “dialetto stretto”.

Ora, non so cosa sia, se esiste, un dialetto largo, a meno che non si intenda dire che Soru, nell’occasione dell’assemblea di presentazione della lista “Vota Sardigna” a Oristano, domenica scorsa, ha parlato nel suo sardo di Sanluri. Ma non credo che il senso sia questo. È solo che evidentemente risulta spontaneo associare un termine denigratorio come “dialetto” a un “comizio” rivolto agli “indipendentisti”. Tutte cose brutte, sporche e cattive. Che non fosse nemmeno un comizio in senso stretto e che Soru non si rivolgesse (solo) agli indipendentisti poco importa.

Nel pezzo vero e proprio sono rilevabili diversi ulteriori elementi significativi. Il taglio è piuttosto ironico, al limite della satira, a dispetto della serietà delle questioni in ballo e anche della drammaticità della situazione in cui versa la Sardegna attuale.

Nel primo paragrafo c’è già praticamente tutto (grassetti miei):

Prima di introdurre i protagonisti di questa storia va detto che, nel pur ricchissimo repertorio di divisioni della sinistra italiana, la vicenda sarda svetta per il livello della faida, più intricata della trama d’un cesto di pane Carasau: partiti contro partiti, pezzi di un partito contro pezzi dello stesso partito, figlie contro padri, amicizie interrotte, tessere stracciate, alleanze rimescolate con il criterio della legge del beduino: il nemico del mio nemico è mio amico.

La scelta lessicale non è fortuita né accessoria. Se c’è un dissidio politico in Sardegna non può che degenerare in una faida. Se devi usare un’ardita allegoria, non puoi rinunciare a tirare in ballo, anche a sproposito, il pane carasau (con una maiuscola reverenziale fuori luogo, forse usata erroneamente invece del corsivo, chissà). E le divisioni politiche sono etichettate in modo spregiativo – e razzista – come effetti di una pretesa “legge del beduino”.

Faccio solo notare che il cronista accenna anche nel testo al sardo usato da Soru in pubblico (sommo scandalo), ma definendolo “lingua sarda” (bontà sua). Salvo poi incorrere nel solito vezzo da italiani ammiccanti (quelli che “io amo la Sardegna: ci vado in vacanza e ho anche amici sardi”): una frase in sardo buttata lì, più o meno a caso. La frase, come quasi sempre, è scritta in modo scorretto: asibiri a tottusu. Troppo sforzo preoccuparsi dell’ortografia.

(Che poi, se pure il cronista avesse chiesto lumi in proposito, a seconda dell’interpellato/a locale la risposta potrebbe essere stata: “scrivilo come ti pare, tanto non esiste una norma ufficiale”. E va be’, siamo messi così. Ma è un altro discorso.)

Sempre a proposito di lingua sarda, nel prosieguo dell’articolo il cronista precisa quanto segue:

Per raccontare cosa Soru ha detto agli indipendentisti è necessario aspettare la traduzione a cura di giornalisti indigeni.

Chiaro, che altro aggettivo puoi usare per definire persone native di un luogo esotico come la Sardegna, dove si parla addirittura una lingua incomprensibile, se non “indigeni”?

Il resto della lettura è del tutto perdibile, non fosse altro che per la sua inutilità. Non serve a chiarire nulla di quello che sta succedendo in queste fasi preparatorie della campagna elettorale. Serve solo a piegare l’intera faccenda dentro le cornici predeterminate della propaganda di parte a cui ormai è patologicamente votata la cronaca politica anche dei maggiori organi di stampa italiani.

Quel che intendo far notare, però, al di là del contenuto informativo e della scarsissima qualità giornalistica dell’articolo, è proprio la postura del cronista verso l’oggetto di cui tratta il suo testo.

Ripeto, non è un fatto occasionale e nemmeno eccezionale. Esiste una casistica mastodontica di esempi analoghi, a volte anche peggiori. Non da oggi. I luoghi comuni razzisti e colonialisti a proposito della Sardegna e delle vicende sarde sono una costante di tutta la storia italiana, da che esiste lo stato italiano.

A ciò si aggiunge, coerentemente, il fastidio e, oltre un certo livello, la preoccupazione suscitati nei gruppi dominanti italiani da qualsiasi proposta politica e/o culturale sarda realmente autonoma, non eterodiretta, che irrompa sulla scena normalizzata e sedata del nostro dibattito pubblico.

Tanto più se appare, anche solo vagamente e/o impropriamente, come “indipendentista”. Quindi, minacciosa. Non tanto per questioni teoriche o ideali, ma perché rischia di minare corposi interessi materiali e, in generale, il fondamento stesso della necessaria (per loro) subalternità della Sardegna. In tali casi, ecco scattare immediatamente l’allarme “pensiero indipendente” (che non vuol dire necessariamente indipendentista, mi tocca precisarlo).

Ne abbiamo avuto assaggi in molte occasioni. Una soprattutto, in cui ero coinvolto direttamente, è stata la campagna elettorale (guarda un po’) del 2014, con Michela Murgia e Sardegna Possibile. Non mi stupisce se le stesse reazioni, interne e esterne, comincia a suscitarle questa proposta politica, pur differente e nata in un contesto a sua volta diverso, della Coalizione Sarda di Renato Soru.

A tale atteggiamento generalizzato e sistematico dei media e dell’establishment italiano non risponde mai – MAI! – una vera reazione compatta e forte dell’intellighenzia, del mondo politico e dei mass media isolani. La mancata reazione e, a monte, la mancata assunzione di responsabilità in queste evenienze è conseguenza della storica attitudine dei gruppi dirigenti sardi a volersi integrare negli omologhi gruppi italiani. Quasi sempre senza molto successo, ma con ostinazione e, non di rado, imbarazzante sfoggio di opportunismo e servilismo.

Anche questo è un problema consolidato con cui dobbiamo fare i conti. Prima di tutto acquisendone coscienza. Perciò, a parte l’indignazione momentanea, in realtà, in casi come questo, bisognerebbe in un certo senso essere grati. Sono occasioni in cui è più facile far risaltare l’evidente necessità storica di un affrancamento collettivo che va oltre la contingente lotta politico-elettorale. E che resterà sul tappeto comunque vadano le prossime elezioni.

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