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martedì 18 agosto 2026

Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna - Francesco Santoianni


Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

  

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla Grecia?  Politico/E&E NewsBrussels SignalEU Alive, Legambiente via TelemiaMeridioNewsIl Sole 24 OreSardiniapostReport Sardegna 24Euronews.


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venerdì 31 luglio 2026

“Bruci la terra? Ti taglio la mano”. Ecco cosa dovevano aspettarsi i piromani secondo la “Carta de logu” di Eleonora D’Arborea - Michela Girardi

  

L’aspetto sorprendente della Carta de Logu non sta solo nella durezza delle pene, ma nella visione di fondo: chi brucia la terra, brucia il futuro di una comunità. Non è solo un atto criminale, ma un tradimento sociale.

 

La Sardegna brucia. Ancora una volta. Nella giornata di ieri, devastanti incendi hanno colpito duramente diverse zone dell’isola, tra cui la splendida località di Punta Molentis, una perla del Sud Est sardo divorata dalle fiamme in poche ore. Le immagini dei roghi e dei soccorsi fanno il giro dei social, suscitando rabbia, dolore e sconcerto.

E in tanti, tra commenti e condivisioni, tornano a evocare un’antica memoria giuridica: la Carta de Logu. Promulgata da Eleonora d’Arborea alla fine del XIV secolo, la Carta de Logu fu uno degli statuti più avanzati del suo tempo, adottato dal Giudicato d’Arborea e rimasto in vigore fino al 1827, con l’avvento del Codice di Carlo Felice.

Non era solo un codice civile e penale, ma anche un vero e proprio regolamento rurale, perfettamente calato nella realtà del territorio e delle sue risorse. E proprio per questo, aveva un occhio severo – e incredibilmente lucido – nei confronti dei piromani. Oggi, chi appicca un incendio in un bosco rischia, secondo l’articolo 423-bis del Codice Penale, la reclusione da quattro a dieci anni. Una pena significativa, certo, ma che spesso si scontra con la difficoltà di individuare i responsabili e con una giustizia lenta.

Nel Medioevo sardo, però, le cose erano ben diverse. La Carta de Logu era chiarissima: gli incendi dolosi erano puniti con la mutilazione. In particolare, l’articolo 47 recitava: “Chiunque metta fuoco dolosamente a campi seminati, a messi o a vigne, o a orti, e sia colto in flagrante, paghi una multa di cinquanta lire e il danno causato; e se non può pagare, gli sia tagliata la mano destra. E i giurati siano tenuti a trovare e a consegnare il colpevole affinché subisca questa pena, come indicato nel secondo capitolo.”

Le norme erano precise: “le stoppie non debbono essere bruciate”, dice Eleonora, “prima del giorno di Santa Maria chi est a die octo de capudanni”, ovvero l’8 settembre. Se si dà fuoco involontariamente si pagano i danni e dieci lire di multa se accade nei tempi in cui è lecito “poner fogu”, venticinque lire nelle altre stagioni; se l’incendio è doloso e riguarda terreni coltivati, la multa sale a cinquanta lire e in via sussidiaria è previsto il taglio della mano destra.

L’incendio doloso di abitazioni è punito col rogo. In tutti i casi è previsto il risarcimento del danno. Per difendersi da queste terribili ondate di fuoco che potevano propagarsi rapidamente sui seminati, numerose ville elevavano delle barriere protettive dinanzi alle “habitations”, cioè ai terreni lavorativi appartenenti alla comunità, in modo tale da arrestare l’avanzata della fiamma.

Eleonora ordina che per il giorno di Sanctu Perdu de Lampadas, 29 giugno, la barriera, detta “sa doha”, debba essere pronta, e se non è pronta paghino tutti gli abitanti 10 soldi per ciascuno, e se la barriera non è preparata a dovere e può essere valicata dal fuoco, paghi il villaggio la medesima somma, mentre il curatore che doveva disporre perché tutto fosse in ordine è punito con una multa di dieci lire da versare alla corte; se egli aveva dato un ordine che non è stato eseguito, paghino collettivamente tale somma il majore e i suoi iurathos.

L’aspetto sorprendente della Carta de Logu non sta solo nella durezza delle pene, ma nella visione di fondo: chi brucia la terra, brucia il futuro di una comunità. Non è solo un atto criminale, ma un tradimento sociale.

Oggi, con tecnologie avanzate, leggi moderne e sistemi di prevenzione sempre più raffinati, ci troviamo ancora ad affrontare gli stessi incubi: foreste incenerite, animali uccisi, famiglie evacuate, territori devastati. E forse è proprio in questo che la Carta de Logu ci dà una lezione: la lotta agli incendi non è solo una questione giudiziaria, ma un patto di responsabilità tra cittadini, istituzioni e territorio. Perché la Sardegna non può continuare a essere preda di mani criminali che, nell’ombra, appiccano il fuoco ai suoi luoghi più preziosi.

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lunedì 28 luglio 2025

Il disastro di Villasimius - Mario Guerrini

L'incendio che ha incenerito una perla del turismo ha anche arso l'immagine della classe politica. Da 30 anni figure di scarso livello si alternano alla guida della Regione Sardegna. Mentre i partiti si rivelano esclusivamente piattaforme di potere. Lo stesso apparato dirigenziale di viale Trento è entrato nella logica del carrierismo politico. Tutti pronti a vendersi al potere per scalare i vertici aziendali. L'ho visto in RAI. Mezze calzette al comando. Dappertutto. Il risultato è stato il degrado delle redazioni e delle strutture. I modelli TV non sono più (salvo rare eccezioni) quelli dell'Azienda di Stato. Ma quelli delle TV commerciali, dove il senso dell'impresa è primario. Così è la Regione. Collassata da una politica fine a sé stessa. L'Isola è in balia delle fiamme. Perché impreparata ad affrontare il fenomeno. Non da oggi. Le poltrone dell'amministrazione sono oggetto di potere non di esaltazione della qualità. C'è la mortificazione dei ruoli. Divenuti semplici bersagli di occupazione clientelare. Mentre la regia dei partiti di maggior peso nel quadro politico è una congregazione di affari e di affaristi.

La credibilità è perduta. I pm sono sempre più coinvolti, inevitabilmente, nell'azione di questa classe dirigente. Presidenti di Regione inquisiti, assessori e consiglieri regionali che finiscono in carcere, dirigenti e funzionari che ingrossano i fascicoli della Procura, Rettori universitari presunti mafiosi che restano al comando, e che operano allo stesso modo per cui sono stati messi sotto inchiesta. Di cosa ci meravigliamo? La brava Governatrice Alessandra Todde è essa stessa imbrigliata in questi meccanismi. La sua onestà non basta se poi il potere operativo è nelle mani di incapaci. A cominciare da alcuni discussi personaggi del suo stesso staff di Presidenza. La Sardegna brucia per un sistema antincendio vecchio e inadeguato. Non è un elicottero o un Canadair in più che risolve il problema. Ma è così dappertutto. I nuovi Dg della Sanità non possono cambiare la sostanza di un marciume politico di clientele. Come collegamenti aerei e marittimi non si modernizzano con un bando e a fronte di una dinastia di imprenditori navali rapaci. Senza visione politica mirata all'efficienza e al progresso vinceranno solo le logiche di potere e del business. Gli incendi, metaforicamente, continueranno aincenerire anche le nostre speranze e i nostri sogni.

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venerdì 21 marzo 2025

Se l’Argentina brucia è colpa dei Mapuche: parola di Milei… - Ugo Zamburru

 

L’Argentina odierna appare la perfetta rappresentazione della narrazione dominante: mentre si celebra il governo dell’anarcocapitalista Milei, come lui stesso si definisce, il paese è ancora una volta in ginocchio a causa di politiche scellerate a livello economico, sociale, ambientale.

Il 1° marzo Milei ha annunciato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale accompagnato da una proposta di legge tesa a sancire il surplus fiscale (cioè la maggior entità delle entrate rispetto alle spese) come pilastro della politica economica nazionale. In questo modo Milei vuole stabilizzare le finanze pubbliche e rimborsare parte del debito pubblico. Il prestito da parte del Fmi servirebbe ad aumentare le riserve della banca centrale e permettere un sistema di cambio più flessibile, con l’obiettivo di ridurre la spesa pubblica al 25% del Pil entro il 2027. La strategia è semplice: ridurre, se non azzerare, il ruolo dello Stato, favorendo la libera concorrenza estrema, azzerando le tasse (definite “pizzo di Stato”), flessibilizzando il mercato del lavoro, licenziando decine di migliaia di lavoratori statali, eliminando il sostegno alle fasce più deboli. Mentre si vanta di avere ridotto l’inflazione e aver registrato nel 2024 un surplus fiscale dopo oltre 15 anni di recessione, Milei non racconta che il costo per questa operazione, peraltro transitoria, è il 54,5% della popolazione sotto la soglia di povertà, con i pensionati allo stremo per la riduzione del sistema pensionistico e le grandi città, come Buenos Aires, invase da folle di homeless. Fanno parte del piano strategico economico l’eliminazione del controllo sui canoni degli affitti e del tetto ai prezzi del carburante, dei farmaci e delle assicurazioni sanitarie e dell’obbligo per i supermercati di tenere prodotti di cooperative e piccoli produttori, la privatizzazione di otto imprese statali nel campo dell’energia, della rete autostradale e di quella ferroviaria, i tagli imponenti alla cultura, all’ambiente e all’istruzione. Non ultimo è intervenuto lo scandalo della criptovaluta $LIBRA, promossa dal presidente stesso, che ha visto un rapidissimo aumento del valore cui è succeduto un altrettanto rapido crollo con arricchimento dei promotori e perdite importanti per gli investitori argentini, ma anche statunitensi (tanto che l’inviato del Dipartimento di Stato per l’America Latina, Mauricio Claver Carone ha annunciato un’indagine del Dipartimento di Giustizia Usa per accertare eventuali frodi).

Nel frattempo continua la politica negazionista che vede in prima linea la vicepresidente Victoria Villaruel, figlia di un ufficiale in servizio durante la sanguinosa dittatura dei 30.000 desaparecidos. La Villaruel ha fondato, nel 2003, il Centro di studi giuridici sul Terrorismo e le sue Vittime, ramo di un’associazione fondata nel 1993 dall’ex capo dei servizi segreti durante la dittatura, Fernando Exequiel Verplaetsen, con l’obiettivo di una narrazione in cui i militari coinvolti nei processi per sequestro, stupro, tortura, detenzione clandestina e quanto di peggio si possa immaginare erano, in realtà, i difensori della Patria contro la sovversione comunista incarnata dalla guerriglia. Da notare che la Villaruel ha completato la sua formazione partecipando, nel 2008, a un corso di coordinamento tra le agenzie antiterrorismo presso il Dipartimento della Difesa degli Usa. Insomma, una preparazione ad hoc per il varo di un negazionismo assoluto che si manifesta con la chiusura del programma tv delle Madres de Plaza de Mayo, con la criminalizzazione della protesta e con l’uso indiscriminato della forza. C’è stato addirittura il tentativo di chiudere l’Esma, l’ex scuola meccanica della marina, che è stato il lager clandestino più importante della dittatura, una vera fabbrica della morte, divenuta spazio della memoria e dei diritti umani e iscritta, nel settembre del 2023, nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Non avendo potuto chiuderla, Villaruel e Milei hanno licenziato la quasi totalità dei dipendenti e chiuso alcune sale deputate a centri culturali.

Nella rivisitazione della storia non poteva mancare la creazione del nemico interno, di cui sono stato direttamente testimone partecipando alla carovana di appoggio al popolo Mapuche che si è tenuta nel gennaio-febbraio scorsi, organizzata da Ya Basta Edi Bese, una ventina di attivisti italiani, un messicano portavoce di una associazione contadina di Oaxaca e attivisti argentini (compresi alcuni antropologi dell’Università di Buenos Aires e Bariloche). Il nostro viaggio ha seguito il corso del rio Chubut, il fiume che attraversa tutta la regione omonima della Patagonia, 810 km dalla sorgente sulle Ande alla foce nell’oceano Atlantico. Lungo il percorso ci siamo fermati nelle comunità Mapuche, ascoltando la loro versione della storia e tessendo reti di solidarietà. Sin dal nostro raduno a Bariloche ed El Bolson, due località turistiche, abbiamo visto le fiamme degli incendi che stanno devastando la Patagonia: oltre 100.000 ettari di bosco nei parchi nazionali Lanin e Nahuel Huapi ridotti in cenere, lambendo i centri abitati. Una superficie equivalente a oltre un quarto del Piemonte, destinata purtroppo ad aumentare! Il Servicio Nacional de Manejo del Fuego, l’ente statale preposto alla prevenzione e controllo degli incendi, ha stabilito che il 95% degli incendi è di origine dolosa e qui è scattata la menzogna del Governo, che ha incolpato i Mapuche, popolazione autoctona, di essere gli artefici di tale scempio. Non un accenno al fatto che Milei ha utilizzato solo il 26% dei fondi destinati a contrastarli e che una serie di elicotteri antiincendio è stata venduta all’Ucraina, come riporta Pagina 12, uno dei periodici a maggior tiratura nel Paese. Né dobbiamo pensare che tutto ciò sia fine a se stesso. La diminuzione delle risorse destinate al controllo boschivo e la dolosità degli incendi, ma soprattutto le zone ove sono stati appiccati rispondono a una precisa strategia: i Parchi Nazionali, infatti, hanno precise tutele ambientali che decadono nel momento in cui gli incendi li devastano, lasciando campo libero all’estrattivismo e alla speculazione immobiliare!

Nel nostro viaggio abbiamo appreso molto sulle barbarie che stanno affliggendo l’umanità. La Patagonia e il rapporto con i popoli originari sono lo specchio della direzione che il sistema capitalista ci sta imponendo e delle strategie per attuare il suo piano criminale. Nel primo incontro, alle pendici delle Ande, in un luogo incantevole recuperato da una comunità Mapuche tagliando il recinto di filo spinato messo da Benetton, ci è stato rivelato come la zona circostante ha visto l’arrivo di investitori provenienti dal Qatar, che hanno riempito le loro neo proprietà di cervi fatti arrivare direttamente dall’Europa per organizzare grandi battute di caccia cui invitare occidentali, arabi e quant’altri possano rivelarsi investitori e/o clienti in quelle che diventeranno zone sciistiche di extra lusso! In altri incontri ci hanno raccontato di abitazioni costruite ad altezze teoricamente vietate dalla legge: il piano di protezione dei parchi stabilisce che in quelle aree non si può costruire sopra certe altezze. Ma la speculazione immobiliare in vista degli impianti sciistici non si cura certo della legge, anche per la connivenza con il Governo Milei! Questa volta gli investitori provengono dagli Emirati Arabi. Scopriamo inoltre che le acque del Rio Chubut, la più importante risorsa idrica di quelle zone aride, è stata data in concessione alla Mekorot, l’impresa statale di Israele che si occupa della gestione idrica. Darla in gestione non è solo l’anticamera della privatizzazione, ma anche lo sdoganamento di una modalità aggressiva e violenta di agire, conoscendo come agisce in Palestina e nelle zone occupate. Man mano che la nostra carovana avanza scopriamo altre zone destinate a essere deturpate diventando zone sciistiche di lusso, come il Cerro Leon.

Gli interessi di Benetton sono invece concentrati su altri obiettivi: dimenticate le pecore e il mercato della lana, ora il gruppo veneto si è orientato sull’estrattivismo, inteso come ricerca delle terre rare, lo stesso motivo per cui Trump vuole derubare l’Ucraina con finti negoziati in cui l’unica bussola è il tornaconto economico. Quei 17 elementi, fondamentali nell’industria degli armamenti e della tecnologia, producono un mercato che vale 11 miliardi di dollari, con la previsione di arrivare, nel 2031, a oltre 21 miliardi. Per fare questo Benetton e il suo compare Joe Lewis (il magnate inglese che ha comprato e recintato una zona immensa intorno al lago Escondido) sono sostenuti dai Gauchos Nacionales, un’associazione di pistoleri prezzolati che minacciano, malmenano e arrestano i Mapuche, incolpandoli di essere gli artefici degli incendi. I Gauchos sono guidati da Victor Hugo Araneda, tristemente famoso per aver aggredito e malmenato, nel 2023, gli attivisti che protestavano per il blocco, da parte di Lewis, del sentiero di accesso a un lago che la legge considera passaggio comune e quindi accessibile a chiunque.

Un ulteriore fattore di crisi è quello delle piantagioni di pini, che vedono tra gli artefici anche il gruppo Benetton. Negli anni ’90 fu introdotta la legge Verde por verde secondo la quale gli imprenditori che, con le loro attività, causavano aumento dell’anidride carbonica potevano essere esentati dalle multe piantando alberi che smaltissero tale contaminazione. Gli imprenditori decisero quindi di piantare decine di migliaia di piante non autoctone come i pini. E soprattutto piantarono pini di una varietà che lascia deposti sotto forma di aghi di pino e pigne che soffocano le piantine usate dai Mapuche come medicina e che sono altamente infiammabili (come lo stesso albero che, essendo ricco di resina, brucia con estrema facilità): da cui uno dei motivi della rapida propagazione degli incendi. Inoltre i pini consumano molta acqua e acidificano il terreno, a scapito delle piante medicinali.

Cosa fa il Governo in questo contesto? Stabilisce che i responsabili sono i Mapuche, gli unici a non avere alcun interesse a che ciò avvenga e la cui cosmogonia prevede il rispetto totale e la fusione con la natura. Arresta e criminalizza la protesta e crea il nemico interno, vecchia strategia che echeggia anche nella politica nostrana… In Argentina un litro di latte costa 2,20 euro, un caffè al bar fino a 3,50 euro, i supermercati hanno prezzi europei se non oltre mentre i salari non sono neppure lontanamente comparabili. Ma per Milei e accoliti il problema sono i Mapuche e si dà grande risalto alla Resistencia ancestral Mapuche, un gruppo di giovani già sconfessato dai Mapuche e praticamente inesistente, che serve per definire terroristi tutti i Mapuche e poterli reprimere. E, a seguire, una serie di misure: l’abrogazione della legge che proibiva lo sgombero dei nativi, alcuni decreti urgenti che praticamente annullano le protezioni dei popoli originari, l’intitolazione del salone della casa Rosada, sede del Governo, non più ai popoli originari ma agli eroi delle Malvinas.

Nel nostro viaggio abbiamo condiviso dinamiche di oppressione e strategie di resistenza ed è triste constatare che subito dopo il nostro passaggio le comunità sono state attaccate, le persone malmenate e arrestate, le radio comunitarie distrutte. Come è stato triste vedere che l’accordo con la Mekorot e la creazione di un corpo unificato patagonico con funzione di controllo e repressione risalgono al Governo peronista di Alberto Fernandez. Solo l’unione delle resistenze dal basso può dare qualche frutto, come ci racconta Yanniello, un attivista di Bariloche che partecipa alla carovana: ecologisti, antropologi e giornalisti argentini non tanto e non solo a sostegno dei diritti dei Mapuche, quanto a difesa del territorio contro la necropolitica del capitale.

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martedì 28 gennaio 2025

Los Angeles brucia, Trump vuole la Groenlandia. Surreale? Forse no - Loretta Napoleoni

 

Mentre Los Angeles brucia il futuro presidente degli Stati Uniti minaccia di annettersi il Canada e la Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale, se necessario anche con la forza. Surreale? Forse no. Da sempre il nemico esterno, ossia lo straniero, oscura quello in casa e la sicurezza nazionale ha il sopravvento sull’ordine pubblico. Dai tempi della rivoluzione e della guerra d’indipendenza americane nell’immaginario collettivo della popolazione il mondo rappresenta la minaccia principale al punto da far passare in secondo piano quelle, molto più reali, interne, ad esempio la violenza razziale della polizia, le stragi per mano di singoli individui o le carenti infrastrutture che periodicamente provocano disastri apocalittici.

In California gli incendi legati al cattivo funzionamento della rete elettrica sono da anni un fenomeno ricorrente. Il motivo? Il sistema è vecchio e deve essere modernizzato, ma le imprese elettriche non vogliono investire per migliorarlo e l’amministrazione locale e statale non ha introdotto una legislazione per costringerle a farlo. Spessissimo la causa degli incendi è proprio la vecchia infrastruttura nazionale. Nel 2019, la maggiore impresa elettrica dello stato, la PG&E Corp., è andata fallita dopo una serie di incendi causati dal cattivo funzionamento della sua rete elettrica.

Eddison International’s l’impresa elettrica della California del sud è già nel mirino della magistratura che sta investigando la causa dell’incendio di Los Angeles e le è stato chiesto di conservare tutti i dati relativi al funzionamento della rete prima che questo scoppiasse.
Nel mirino anche The Los Angeles Department of Water and Power (LADWP), il servizio pubblico che fornisce acqua ed elettricità a quattro milioni di residenti di Los Angeles. La magistratura sospetta che il management non abbia interrotto la rete elettrica in tempo per evitare che i forti venti la trasformassero in una micca. Dopo il grande incendio di Maui, il peggiore nella storia americana per più di un secolo prima di quello di Los Angeles, la Hawaiian Electrical, l‘impresa elettrica dell’isola, accettò di pagare 2 miliardi di dollari in danni alle vittime proprio per questo motivo.

Se la rete elettrica della California è spesso una miccia la cattiva gestione del territorio lo trasforma in un fattore che alimenta gli incendi. Gli incendi di Los Angeles stanno mettendo a nudo l’assenza di prevenzione in un territorio particolarmente predisposto ai grandi incendi.

Il Sud della California è spesso vittima di siccità, ciò che sta avvenendo al momento, è da aprile dello scorso anno che non piove. Questo è anche l’anno della Nina che devia le perturbazioni provenienti dal Pacifico verso il nord ovest, a tutto ciò si aggiunge un fenomeno atmosferico atipico che ha bloccato l’aria fredda e le perturbazioni provenienti dal golfo dell’Alaska.

Un fenomeno atmosferico ricorrente si è pero’ verificato, i venti di Sant’Ana che a gennaio soffiano sempre dalle montagne della California verso la costa, si tratta di venti caldi e secchi che rendono la vegetazione particolarmente prona a bruciare. Da sempre la stagione dei venti ha causato fuochi selvaggi in California, il problema è quando questi raggiungono le zone urbane. E questo avviene perché troppo spesso le abitazioni lungo la costa sono vicinissime, troppo vicine alle aree a rischio fuochi.

L’assenza di un piano regolatore ad hoc ha sicuramente contribuito alla devastazione in atto a Los Angeles, senza barriere anti incendio le fiamme sono saltate da una casa all’altra, bisogna ricordare che tutte le strutture delle abitazioni in America sono fatte di legno e i rivestimenti delle case sono anche in legno.

Per completare il quadro di incompetenza e inefficienza, in California c’è poca acqua. Le fiamme hanno più volte avuto il sopravvento sui pompieri perché mancava la pressione dell’acqua e non riusciva a farla arrivare sulle colline, è successo ad Hollywood, proprio dove vivono i grandi divi.

Tornando a Trump, che ha accusato l’amministrazione di Biden, ed i democratici che gestiscono da sempre la California, di incompetenza, staremo a vedere se una volta insediatosi alla Casa Bianca affronterà il nemico interno il cui operato regala al mondo immagini dell’America da terzo mondo, ossia i fuochi incontrollabili di Mawi e Los Angeles, le stragi nelle scuole e nei cinema, i neri uccisi dalla polizia per strada e, perché no? Anche gli assalti a Capitol Hill.

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lunedì 13 gennaio 2025

Pensieri angelini, per capire il perche' - Maria Rita D'Orsogna

Un sacco di domande, lo so.

Anche io ce le ho.

Perche’? Perche’ non si fermano le fiamme?

Iniziamo con le responsabilita’ individuali, che certo ci sono.

Il sindaco Karen Bass non ha fatto una gran figura. Ha tagliato i fondi ai pompieri di quasi 18 milioni di dollari, ha considerato secondario far si che le pompe dell’acqua funzionassero, che ci fosse manutenzione nella cura di sterpaglie in zone altamente incendiabili, ed e’ andata a far non si sa che cosa in Ghana mentre che qui bruciava. Non risponde alle domande della stampa. Nel frattempo abbiamo speso 10, 20, 30 billion dollars, non si sa, sui senza tetto in nome di una compassione malata.

Ma il problema e’ molto piu’ profondo, io penso e pure se avessimo avuto Churchill o Roosevelt alla guida di questa citta’ i danni sarebbero stato ingenti.

Sono arrivata qui nel 1999, per caso quasi, nel senso che non sapevo niente di Los Angeles, se non che c’era il sole pure d’inverno.

Pero’ mi piace sapere, e capire, e conoscere, ed ho letto un sacco di libri sulla sua storia. Proprio per farla mia. Ho cercato di visitare tutti gli angoli piu o meno famosi della contea. Non ho ancora finito, ed e’ interessantissimo. A tutti quelli che sono curiosi, consiglio i libri di Mike Davis, City of Quartz e sopratutto Ecology of Fear. Ce ne sono tanti altri, di Joan Didion e di Reyner Banham. E questo e’ quello che ho imparato.

Los Angeles non e’ una citta’ europea, proprio a partire dalla sua geografia, e dal suo clima. E’ anche una citta’ giovane, la cui urbanizzazione a grande scala arriva nel dopoguerra. E l’averla sviluppata come una citta’ europea, cosi in fretta, alla lunga, non e’ stata una cosa intelligente.

Essenzialmente, mentre sulla East Coast e in Europa in qualche modo la natura la puoi piu’ o meno domare, qui assolutamente no e devi essere preparato per eventi estremi ma rari. Ottant’anni sono pochi.

Innanzitutto l’idea delle stagioni in senso trimestrale qui e’ secondaria. Molto piu’ importanti sono i cicli che possono durare anni. Ci sono gli anni della siccita’ e gli anni delle piogge. E di mezzo, alluvioni, venti, terremoti, che possono diventare estremi proprio per questi cicli prolungati.

Quando piove qui, piove tanto. E’ una pioggia sempre scrosciosa e abbondante che dura per giorni, e si concentra in Febbraio. A volte a causa di queste piogge ci sono le alluvioni e gli smottamenti. Soprattutto c’e’ vegetazione che cresce incontrollata nelle aree non addomesticate, per esempio nei canyon e nelle vallate, e pure in quelle domesticate, cioe’ nei giardini. Dopo le piogge, la fioritura e’ spettacolare e la gente va a vedere i papaveri e quelli che qui chiamano flower bloom.

Questo succede sempre, ma ovviamente e’ tutto piu’ potente, e i fiori piu’ belli, negli anni delle piogge abbondanti.

Poi arrivano Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre.

Sono questi i mesi piu’ caldi, anche nelle annate di pioggia, e tutto si secca. E iniziano gli incendi che possono essere piu o meno infernali, alimentati da tutto quello che era cresciuto a Febbraio o Marzo.

Alla fine dell’anno, quando la temperatura e’ piu’ fresca e il clima e’ piu’ secco, puntuali compaiono i venti di Sant’Ana. Anche questi forti, fulminanti. Cadono tutte le fronde delle palme.

Ora in annate normali, questi venti di fine anno e la calura estiva non si incrociano troppo e quindi il pericolo incendi non e’ troppo grave a Dicembre o Gennaio.

Pero’ in questo tempo di cambiamenti climatici, non c’e’ niente di normale.

E infatti, il 2022-2024 e’ stato un ciclo di piogge abbondantissime. Piogge record. Solo agli inizi del 1900 piovve cosi tanto per 3 anni di fila. Pero’ non piove da 9 mesi ormai, perche’ forse entriamo nel ciclo della siccita’, una siccita’ acuita dal clima che cambia.

E cosi arriviamo a Gennaio 2025.

L’umitita’ e’ bassissima rispetto alla media.

La vegetazione di Febbraio e Marzo 2024, ora secca, e’ foltissima rispetto alla media.

I venti di Santa Ana sono piu’ forti della media.

Metti tutto assieme e voila’, basta uno starnutino per fare venire l’incendio, Gennaio o Luglio che sia.

C’e’ di piu’.

La popolazione aumenta e si continua sempre di piu’ a costruire nelle zone di montagna o in zone arroccate. Pacific Palisades e’ una di queste zone (per ricchi) e pure Malibu (per quelli ancora piu’ ricchi), e pure Altadena (per quelli un po meno ricchi).

Ma le stradine in tutti e tre i posti sono sempre le stesse, piccole e anguste. La gente e’ tanta, le ville megagalattiche sempre piu megagalattiche. Anche se circondate da giardini, la densita’ e’ elevata a sufficenza in tutti questi posti per creare queste ondate di fiamme, specie quando ci sono i venti, con il fuoco che passa da una casa all’altra.

Un tempo qui c’erano ranch e poi agricoltura, limoni e aranceti, adesso il costruito non finsice mai.

La palme, bellissime ma non autoctone, sono dei veri e propri tramiti per lo spargersi delle fiamme. Le braci vanno in alto, si attaccano alle palme e il fuoco cammina.

Il fatto che restino solo i camini dopo gli incendi, o che molte costruzioni di mattoni del 1920 sono resistite ci ricordano pure che costruire in legno non e’ proprio il massimo. Come pure avere i pali della luce in legno. Quelli del far west che fanno cosi California nella valle della morte o lungo le strade di Hollywood. A volte sono proprio questi pali che trasmettono il fuoco. E poi quando crollano se ne va pure la corrente.

Tutte queste cose creano situazioni esplosive.

Quelli delle assicurazioni lo sanno, e quindi ogni anno i costi aumentano. Per assicurare una casa a Malibu ci vogliono circa 15,000 dollari l’anno, in aggiunta a tasse ed assicurazioni di altro genere. Alcune ditte assicuratrici si rendono conto che non ce la potrebbero fare mai con tutte le regole che ci sono qui, e quindi abbandonano la California completamente, rendendo sempre piu difficile e costoso assicurarsi.

E’ per questo che occorre avere memoria dei cicli stagionali, e sapere che qui e’ tutto estremo. E per questo che occorre essere sempre pronti. Le sterpaglie vanno pulite, le pompe devono essere sempre alla massima pressione. Il numero dei pompieri non puo’ essere tagliato. E infine occorre cercare di costruire con piu’ spazi fra i confini. Ma la memoria e’ breve, e come detto ottant’anni sono pochi. I politici dimenticano e pensano che spendere i soldi per pompe e sterpaglie e vigli del fuoco non sia cosi sexy come iniziative per la diversity o per le olimpiadi.

Terremoti, piogge, alluvioni, siccita’, fiamme. Tutto estremo.

Ma allora perche’ uno resta qui?

Perche’ io vivo qui?

La verita’ e’ che non lo so con certezza.

Quando una arriva qui si rende conto che tutto quello che ne farai della California arrivera’ da te. Certo e’ stato cosi per me. Uno si sente un po pioniere, e fra le cose che ti rendono pioniere c’e’ la determinazione, la voglia di metterti alla prova, di provarci nonostante tutte le incertezze attorno a te. Terremoti, piogge, alluvioni, siccita’, fiamme. Lo sai che arriveranno, ma vai avanti lo stesso. Fa parte dell’incertezza del tuo futuro.

E quando arrivano questi disastri, e a un certo punto lo sai che arriveranno, e ti fanno male, e’ li che ti accorgi che sei diventato un po’ californiano pure tu.

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sabato 30 marzo 2024

Réquiem para un árbol en llamas - Ariel Dorfman


Desde Santiago de Chile

 

¿Cómo llorar la muerte de un árbol solitario, cuando bosques enteros se queman a mansalva? ¿Y cómo hacerlo en una nación como Chile, donde cientos de seres humanos acaban de morir y muchos más han quedado heridos en la reciente conflagración abrasadora que ha devorado miles de hectáreas y demolido innumerables viviendas en vastas regiones de mi atribulado país?

Y, sin embargo, desde el amparo de mi casa en Santiago, a cien kilómetros de los carbonizaciones, por mucho que me horrorizaba la devastación que iba cobrando ingentes vidas y medios de subsistencia, no pude evitar preocuparme por un árbol en particular, una de las tantas víctimas desapercibidas de la catástrofe.

Se trata de un árbol que mis manos habían sembrado hace casi tres cuartos de siglo.

Yo era un niño argentino de siete años, que visitaba Chile por unas semanas, en mi camino de regreso a Nueva York, donde había vivido con mi familia desde la infancia. Mi papá decidió que yo era lo suficientemente grandecito para un ritual que él había llevado a cabo con su propio padre: plantar un árbol. Cumpliendo esa tarea, dijo, me quedaban por delante sólo dos misiones adicionales: escribir un libro y tener un hijo varón (era bastante machista, mi viejo).

Y fue así que me llevó al Jardín Botánico de Viña del Mar, uno de los viveros más grandes del continente, fundado, según mi papá, en 1817, casi junto a la Independencia de América. Una joven cuidadora nos guió a un sitio con condiciones óptimas para el crecimiento de un bosque colosal y me proporcionó una espátula menuda y una semilla aún más diminuta. La cubrí con tierra, me despedí como si fuéramos amigos íntimos y le prometí que volvería en algún futuro a ver si había prosperado.

Nunca logré visitar ese lugar (el tosco mapa que había dibujado en nuestro hotel se extravió rápidamente), pero lo que sí hice cinco años más tarde fue regresar a Chile, que se convirtió en mi patria permanente. Pruebas al canto: me hice ciudadano y me casé y publiqué mi primer libro y engendré, en efecto, un hijo varón. Si no llegué a cumplir esa promesa a mi árbol de saludarlo de nuevo, tampoco lo había olvidado. Y se me tornó más presente, paradójicamente, y más significativo, cuando partí al exilio, después del golpe militar que derrocó al presidente Salvador Allende en 1973.

Ese árbol mítico se me fue transformando en una forma de vencer la distancia impuesta por la dictadura. A menudo me consolaba con la idea de que el árbol que mi yo más joven había puesto en la tierra se estaba elevando desde ese suelo tan chileno, ramificándose mientras daba la bienvenida a pájaros y escarabajos, bendiciendo el Jardín Botánico con un verdor esplendoroso, haciéndome señas desde lejos, murmurando que me esperaba un pedazo de mi pasado, que no todo se había perdido y desarraigado en el cataclismo del golpe. Una promesa que pareció materializarse cuando, después de una larga lucha, la democracia retornó al terruño que había visto madurar ese árbol múltiple.

En estos últimos años, a medida que el cambio climático comenzó a obsesionarme hasta el punto de escribir una novela sobre cómo nuestra especie iba cometiendo un lento suicidio colectivo, ese árbol llegó a representar cada vez más para mí algo así como la esperanza. Lo imaginé resistiendo las aflicciones del tiempo y las depredaciones de los contaminadores, manteniéndose erguido contra el desperdicio y la erosión, ofreciendo sombra y colores junto con sus otros hermanos a lo largo del mundo, un símbolo de resistencia y continuidad.

Con toda probabilidad, ese árbol sembrado por ese niño ha sido ahora reducido a cenizas. De las casi 400 hectáreas del parque, el 90 % de las plantas del Jardín (algunas estimaciones dicen que el 98 %) fue destruido en el último incendio, provocando la pérdida irreparable de 1,300 especies, algunas de ellas ya en peligro de extinción. Junto con otras víctimas: treinta cachorros murieron en una perrera y se quemaron una inconmensurable cantidad de animalitos y pájaros y, por desgracia, cuatro seres humanos. Entre ellos se encontraba Patricia Araya, quien, durante las últimas tres décadas, había estado trabajando como horticultora, preparando nuevas semillas para la germinación. También murieron sus dos pequeños sobrinos. Y la madre de Patricia, de 92 años, que, cuando era más joven, había realizado las mismas labores que su hija. Y me pregunto, con pavor, si esta anciana no habría sido la misma adolescente que, en aquel entonces, proporcionó una semilla y una pala a un ansioso niño de siete años, me pregunto si la guardiana y madrina de mi árbol fue la que pereció.

De aquel árbol únicamente queda la historia de su origen legendario y su desenlace letal. Y de la miríada de otros árboles anónimos que perecieron ese día, ni siquiera permanece una historia como la que estoy mínimamente relatando. Y al igual que esos árboles sin vida, cada hombre, mujer y niño que murió en ese incendio era alguien con una historia propia que yo no tengo cómo contar. Y más allá de la hecatombe chilena se ciernen otras tragedias, una a una, una tras otra, convulsiones de magnitud incalculable en un planeta en llamas, cada vez más amenazado, cada vez más expuesto a medida que calentamos la atmósfera de manera intolerable y caminamos sonámbulos y ciegos hacia el apocalipsis.

¿Puede el árbol que sembré hace tanto tiempo prestarnos un último servicio y ayudar a que nuestra humanidad despierte a lo que le estamos haciendo a la Tierra y a nosotros mismos? ¿Cómo darles esperanza, dárselos de verdad, sin mentir, a los pequeños, un niño o una niña, que, en este mismo momento, colocan una semilla en la tierra y se despiden del árbol que crecerá allí y prometen volver a visitarlo, cómo podemos crear un mundo donde el árbol y los niños crezcan sin temer los incendios infernales que vienen por ellos y nosotros?

 

*Autor de La Muerte y la Doncella y, más recientemente, de la novela Allende y el Museo del Suicidio

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martedì 6 febbraio 2024

Fuoco, clima e profitti - Fabio Marcelli

 

Il Cile brucia, decine di migliaia di ettari sono divorati dalle fiamme in tutto il Paese. Nella regione centrale di Valparaiso, un disastro simile generato dal fuoco non s’era mai visto: fino ad ora si contano 112 morti ma il bilancio è destinato inevitabilmente a salire. I danni sono incalcolabili e il presidente Boric ha proclamato, a partire da oggi, 5 febbraio, due giorni di lutto nazionale. Nel Paese si sta scatenando, intanto, la caccia ai presunti piromani, ma la tragedia è tale che non si risolve certo con qualche capro espiatorio. Le cause del disastro vanno cercate ben più in profondità. Tra quelle cause ci sono certamente i cambiamenti climatici, ma non va dimenticato che gli enormi incendi producono anche effetti: nel 2023 hanno generato circa 2.100 megatonnellate di emissioni di carbonio, il 23% dei quali è stato prodotto solo in Canada. Nel frattempo, la Ong Solidarity Alliance diffonde un rapporto intitolato Il potere dei profitti caduti dal cielo, dove si dice che 36 grandi imprese e società finanziarie, hanno aggiunto nel business derivante dai combustibili fossili profitti per 1.210 miliardi di dollari in soli 24 mesi (giugno 2021-giugno 23), una cifra che sfiora il PIL annuo di un paese come la Spagna. Fabio Marcelli, giurista internazionale che si trova proprio in questi giorni in Cile, ci ha inviato da lì questo articolo in cui ricorda anche le misure repressive varate dal governo Meloni contro la protesta pacifica, civile e sacrosanta di giovani che non si rassegnano a finire bolliti per garantire cospicui guadagni alle lobby fossili e ai loro servitori politici

 

Mi trovo in questi giorni in Cile, dove un impressionante incendio sta distruggendo estese zone nei pressi di Valparaiso e Viña del Mar. Il telegiornale trasmette ventiquattrore su ventiquattro immagini e commenti angosciosi. Le vittime accertate potrebbero essere centinaia. Fra di esse, famiglie intere bruciate vive nelle loro automobili mentre tentavano una disperata fuga dall’immenso rogo.
Il presidente cileno Boric si è rivolto sabato al popolo con un messaggio televisivo, ma è evidente l’impreparazione istituzionale di fronte a un disastro di questa portata. Discorso peraltro applicabile anche a molti altri Stati, tra i quali l’Italia, dove gli sciagurati tagli alla spesa pubblica stanno debilitando in modo irrimediabile strutture d’importanza sempre più strategica come i pompieri e la protezione civile, che invece andrebbero oggi più che mai rafforzati reclutando decine se non centinaia di migliaia di giovani disoccupati.
Ma occorre anche risalire alle radici del problema e cioè al fenomeno del cambiamento climatico e ai suoi colpevoli e cioè le lobby dell’energia fossile e i suoi cani da guardia politici, primi fra tutti gli esponenti della destra più ottusa e irresponsabile, da Trump a Salvini, ostinati negazionisti, che hanno tentato a lungo di silenziare quanto gli scienziati producevano al riguardo e continuano oggi a rallentare e ostacolare la crescita delle energie alternative, unica possibile via d’uscita per evitare la catastrofe.
I giovani continuano giustamente a ribellarsi in tutto il mondo contro questa classe politica ed economica che nega loro il futuro in nome della gretta salvaguardia dei propri profitti ed interessi finanziari.
Il governo di Giorgia Meloni investe risorse ridicole per prevenire il disastro ma si affretta a varare nuove misure repressive, di impronta chiaramente anticostituzionale, per punire la protesta pacifica, civile e sacrosanta di questi giovani che non si rassegnano a finire bolliti per garantire cospicui guadagni alle lobby fossili e ai suoi servitori politici.
Il più recente rapporto Global Trends, scritto dall’ associazione di agenti segreti denominata Strategic future Group , analizza le varie inquietanti implicazioni del fenomeno su vari piani e delinea al riguardo la possibilità di una rivoluzione ambientale guidata dai giovani che dovrebbe condurre alla creazione di una nuova istituzione internazionale, il Consiglio per la sicurezza umana.
Davvero notevole e confortante, sia detto per inciso, appare il fatto che vi siano funzionari dell’intelligence i quali, dimostrando in tal modo di essere effettivamente intelligenti, dedichino i loro sforzi a problematiche di questo genere, anziché a incontri clandestini negli autogrill con politicanti screditati, al fine di consegnare babbini Natale di cioccolato o altro.

La strategia di contrasto del cambiamento climatico deve essere accompagnata dal trasferimento di ingenti risorse verso le energie alternative, i Paesi poveri e i settori sociali che, come i contadini possono subire conseguenze avverse dai processi di riconversione. Risultano pertanto indispensabili enormi investimenti pubblici in chiara violazione dei sacri principi dei criminali neoliberisti che presiedono tuttora ai destini dell’economia mondiale e dell’umanità tout-court.
Tutto ciò richiede con ogni evidenza il completo rovesciamento degli attuali dogmi guida della classe dominante occidentale e l’emergere di movimenti, specie giovanili che, per riprendere testualmente il documento dell’intelligence intelligente, portano in piazza centinaia di migliaia di giovani che chiedono con forza rapidi cambiamenti delle politiche applicabili scontrandosi colle resistenze opportunistiche del ceto politico, specie nelle sue varianti cosiddette populiste di destra.

Per ovvi motivi il Report sembra invece del tutto indebitamente sottovalutare il decisivo contributo di Paesi come la Cina, che sono oggi all’avanguardia mondiale nel settore delle energie alternative e rionovabili, rispetto al quale vanno promosse intense e sistematiche iniziative di cooperazione internazionale, rispondendo in modo positivo agli stimoli presenti nella dottrina cinese del futuro condiviso dell’umanità che pone al centro dell’attenzione la strategia comune necessaria per rispondere a problematiche esiziali globali come per l’appunto il cambiamento climatico.

Certo non si può pretendere dall’intelligence occidentale anche il superamento delle limitazioni ideologiche indissolubilmente legate alla sua mission, che è quella di salvaguardare sempre e comunque gli interessi strategici dell’Occidente. Paradossalmente tuttavia, il mantenimento di un punto di vista eccessivamente limitato rende impossibile anche il conseguimento di questo obiettivo parziale, dato che la salvezza dell’Occidente non può certo prescindere da quella del pianeta nel suo complesso. Questo è per l’appunto il compito delle nuove generazioni, in Occidente come altrove nel mondo. E su questa sfida storica su gioca l’avvenire del pianeta ed occorre esserne consapevoli fini in fondo.

da qui






Joris Ivens e Chris Marker insieme nel 1962 per una collaborazione di parole e immagini, la prosa poetica, mercuriale, di Marker e la fotografia irrequieta, sinfonica, realistica e lirica di Ivens, per un omaggio a Valparaiso, la Valle del Paradiso, “ l’ultimo gradino prima del Paradisocome apparve ai marinai dopo gl’incubi delle traversate” in tempi in cui il Nuovo Mondo era tutto da esplorare e razziare.

Una città perpendicolare, costruita su 42 colline, in basso i ricchi in alto i poveri, “non un’altra città, un altro mondo”, un rovesciamento gambe all’aria, e il sangue smette di affluire. 300.000 abitanti, tra la Cordigliera cilena e il mare, dopo il taglio di Panama finì la sua fortuna commerciale.

Nel 1962 Ivens fu invitato in Cile per insegnare regia e insieme ai suoi studenti realizzò questo corto. E’ probabile che il commento di Marker sia successivo alle riprese dei luoghi e questa asincronia fra i due momenti sublima l’ intreccio fra le analogiche associazioni di Marker e il realismo di Ivens, la sua mobile curiosità sui luoghi, le persone, i processi di cambiamento storico mentre le parole di Marker decentrano, destabilizzano, così che nello spazio, pieno di uomini e cose, le cose finiscono di essere qui e ora per divenire visioni della condizione umana, contemplazione, distacco...

https://www.paoladigiuseppe.it/a-valparaiso-di-joris-ivens/

domenica 15 ottobre 2023

Non vogliamo vedere bruciare la Sardegna ma non vogliamo nemmeno la speculazione energetica

 

Non vogliamo vedere bruciare la Sardegna ma non vogliamo nemmeno la speculazione energetica - Antonio Muscas

 

La risposta di Antonio Muscas all’appello dei ragazzi e delle ragazze under 30 pubblicato sul manifesto sardo dal titolo “Alla Sardegna. Da parte di giovani che non vogliono vederla bruciare“.

 

Pur essendo l’appello rivolto alle forze politiche della sinistra e dell’autodeterminazione e non essendo io attualmente appartenente a nessuna organizzazione politica, mi sento comunque in dovere di intervenire per via dell’accostamento fatto tra partiti e comitati e di alcune interpretazioni, spesso erronee quando non addirittura fuorvianti, sulla lotta in corso contro la speculazione energetica.

Parlerò in qualità di attivista politico, ingegnere, nonché componente di lungo corso di comitati in difesa della salute e dell’ambiente.

Intanto, prima di procedere, ritengo sia doverosa la seguente importante premessa:

Quando nel vostro appello scrivete di consumi energetici, sembra vi riferiate a dei valori ineluttabili, quasi un prodotto della fatalità: è indispensabile un quantitativo calcolato scientificamente e, perciò, tutto si riduce a scegliere tra energia sporca e pulita. Ma l’energia non è neutra, l’energia in termini qualitativi e quantitativi è fondamentalmente una questione politica: strettamente connessa alle attività umane, e perciò al nostro stile di vita, all’alimentazione, alla localizzazione delle attività produttive, ai rifiuti, al lavoro, al nostro tempo libero. Riguarda ogni aspetto della nostra esistenza. Quanta ne consumiamo, non è una semplice addizione di numeri, non rappresenta il nostro reale fabbisogno, ma è quasi esclusivamente frutto di scelte, e non scelte, politiche.

Allo stesso modo, transizione ecologica e transizione energetica non sono sinonimi, rappresentano ambiti distinti, intimamente connessi tra loro ma spesso in forte contrasto, in cui la seconda è il risultato della prima e ad essa funzionale, e non viceversa.

Oggi la transizione energetica, il passaggio dal fossile al “rinnovabile”, per come viene portata avanti, non ha purtroppo niente di ecologico. Perché è un processo guidato totalmente dal capitalismo consumista e neoliberista. Tra l’altro, le rinnovabili quasi mai sono in sostituzione del fossile, ma in aggiunta. Si tratta di un vero e proprio nuovo settore speculativo: prova ne sia il continuo incremento, nei Paesi che maggiormente stanno investendo nella transizione, del consumo dei combustibili fossili e conseguentemente delle emissioni inquinanti (spesso mascherate in Occidente dalle cosiddette emissioni fantasma: il reale contributo alle emissioni delle delocalizzazioni imputato ai Paesi in via di sviluppo).

In questo senso, un serio ragionamento sulla transizione energetica deve svilupparsi, anche in realtà piccole come la nostra, a 360 gradi.

Passiamo ora ai vostri punti e ad alcune vostre affermazioni.

– Sul negazionismo climatico

Voi chiedete di non dare cittadinanza a chi mette in dubbio il riscaldamento globale: “coi negazionisti non si fanno alleanze, nemmeno nei territori, nemmeno su battaglie specifiche. Benché meno li si candida, e neppure gli si fanno generici ammiccamenti. Anche a costo di perdere qualche voto e qualche applauso.

Mi sembra di rivivere quanto accaduto in epoca COVID in cui c’era una verità ufficiale e non erano ammesse critiche, dubbi, tentennamenti. Tutto il resto era spazzatura, complottismo, negazionismo. E, infatti, guarda caso, proprio a seguito dell’intenso dibattito sviluppatosi attorno alla speculazione delle rinnovabili, questi giorni è ripartita una campagna pubblicitaria della RAI contro le “chiacchiere al vento”. Bisogna ridicolizzare e tacciare chi dissente. Voi rischiate di trattare “i diversi” allo stesso modo. Come se la questione non fosse così complessa e articolata da meritare un confronto approfondito e articolato, con i relativi legittimi dubbi e critiche. Ora vi chiedo: quanti, tra i convinti assertori del riscaldamento globale, hanno informazioni a sufficienza e sono in grado di sostenere le loro posizioni? Io credo davvero pochi. E, in questo caso, qual è la differenza tra loro e chi sostiene il contrario? Quanti di voi sono in grado di dimostrare che il riscaldamento ha origini antropiche e non è invece parte di un processo naturale?

Per me, per chiarire, il problema neppure si pone: non ho neppure bisogno di credere nel riscaldamento globale, mi basta vedere il disastro attorno a me per capire che, col caldo o con altre numerose forme di inquinamento, stiamo condannando, noi e il resto del pianeta, all’estinzione. Allo stesso tempo, non ho difficoltà a vedere come la transizione ecologica sia diventata la nuova corsa all’oro, una nuova ghiotta occasione per fare affari. Per questo lotto e mi oppongo con tutte le mie forze al tentativo di cancellazione dei miei diritti e all’ennesima e più brutale devastazione del territorio e dell’ambiente portata avanti in nome dell’emergenza climatica. E così fanno i comitati, composti solitamente da semplici cittadini, i quali, pur avendo spesso scarse competenze in materie tecniche, giuridiche, ambientali e climatiche, hanno acquisito questa consapevolezza.

– Sulla “retorica paesaggistica ormai sempre più popolare – e non a caso portata avanti da quotidiani e realtà pseudo-ecologiste che riteniamo distanti da qualsivoglia posizione radicale.

C’è la transizione ecologica e poi ci siamo noi sardi, che nella vostra descrizione sembriamo degli estranei in terra sarda a cui è negato il diritto alla bellezza. Ma la transizione ecologica, lo dice il termine stesso, include anche la nostra specie, quella umana, compresi gli abitanti della Sardegna, perché anche noi siamo parte del pianeta. E, invece, noi sardi dovremmo sacrificarci al servizio di chi? Dovremmo rassegnarci ad una distesa monotona di pale e pannelli per salvare cosa?

Il paesaggio non è un pretesto. E non è semplicemente un’immagine da stampare in una cartolina. È il senso della nostra vita su quest’isola, l’espressone stessa della nostra civiltà, dei luoghi che ci hanno ospitato, formato, nutrito in tutti i sensi, anche di bellezza, e che abbiamo modellato e trasformato nel corso dei millenni trascorsi su questa terra. E mi sorprende questa affermazione da parte di chi si rivolge anche agli ecologisti. Come se nella vita non vi fosse spazio per il bello e per il piacere di goderne. Io non potrei sopportare l’idea di vedere i miei monti sfigurati, violentati, distrutti. Di vedere le pianure trasformate in distese di specchi e gli orizzonti alterati da muri di aerogeneratori piazzati lì a stravolgere inesorabilmente albe e tramonti. Perché di questo stiamo parlando quando ci riferiamo al numero di richieste di connessione per la Sardegna. Come fanno dei ragazzi così giovani ad affermare che la difesa del paesaggio è un pretesto, perché tanto se, non lo cambiamo noi, lo cambierà il clima? In una terra come la nostra che ha subito ogni sorta di violenza, quando parlate di urgenze, non sentire l’urgenza di proteggerla? Di preservare le sue bellezze? Cos’è la vita senza la bellezza? Siete davvero disposti a sacrificare con questa facilità i nostri paesaggi, i nostri orizzonti, come se davvero non vi fossero altre soluzioni, in nome di una non meglio specificata transizione operata da terzi?

– Sulla presunta richiesta da parte dei comitati di “una transizione senza eolico

Questo, mi dispiace dirlo, è una interpretazione fuorviante e dimostra la vostra scarsa conoscenza sulle rivendicazioni dei comitati. In tutte le contestazioni sull’eolico si denuncia la mancata concertazione con le popolazioni locali, si sollevano critiche sulla dislocazione, il numero e la taglia degli aerogeneratori, si sollevano dubbi sui loro reali benefici, sulle ricadute economiche, ambientali, paesaggistiche, sociali e lavorative, sull’effettiva necessità di avere, in determinate condizioni, nuova potenza rinnovabile. Ci è concesso mettere parola su questi aspetti, o ritenete davvero che in nome dell’emergenza climatica dobbiamo, senza colpo ferire, ingoiarci tutto quanto ci viene propinato?

– Sulla vostra affermazione, secondo la quale, “Qualunque scenario di decarbonizzazione esistente (sia esso studiato sull’Europa, sull’Italia, sulla Sardegna) prevede una crescita vigorosa e immediata della potenza rinnovabile installata.

Tutti i piani di transizione visti finora si basano sul mantenimento dei consumi attuali quando non, addirittura, pensati in una prospettiva di costante aumento dei fabbisogni energetici: modelli puramente capitalisti, quando non addirittura estrattivisti e neoliberisti.

Ebbene, questo lo dico da ingegnere, questa strada non solo non è tecnicamente percorribile ma ci condurrà dritti verso il baratro. Per la semplice ragione che la Terra non solo non ha risorse sufficienti a mantenere o addirittura sostenere un incremento dei consumi attuali, ma i processi di estrazione, lavorazione e trasformazione delle risorse minerali non rigenerabili e la rapidità con cui si stanno consumando quelle rigenerabili sta comportando un impatto sull’ecosistema devastante (vedasi l’overshoot day). Ciò per non parlare dell’immensa occupazione di superficie richiesta dalle installazioni rinnovabili – che hanno una vita relativamente breve, misurabile in qualche decina d’anni, e nell’arco di una generazione devono essere sostituite più volte – se dovessimo rispettare i numeri attuali. In altre parole, questa transizione è la transizione dei paesi ricchi a discapito dei paesi più poveri, una transizione che, fatta così, non avrà effetti utili sul clima e sarà per tutti un disastro totale.

Inoltre, la crescita vigorosa e immediata della potenza rinnovabile installata dovrebbe essere accompagnata dalla realizzazione di impianti di accumulo, da adeguate infrastrutturazione e gestione della rete; dovrebbe essere accompagnata da un’intensa elettrificazione dei consumi. Altrimenti gli impianti saranno destinati a essere sottoutilizzati o a restare inesorabilmente fermi. Come infatti già sta capitando. Vi è infatti un altro aspetto tecnico di rilievo sul quale mai viene soffermata l’attenzione, ed è questo: gli impianti eolici e fotovoltaici, come è oramai risaputo, sono definiti non programmabili perché la produzione dipende dalle condizioni metereologiche. Il problema, oltre a presentarsi quando non ci sono né sole né vento, lo si ha anche quando un grande numero di impianti deve funzionare tutto assieme. Se in Sardegna dovessimo installare questi 56 GW o, se vogliamo, anche la metà, dove metteremmo l’energia prodotta nel momento in cui dovessero produrre tutti contemporaneamente alla massima potenza? Se anche tenessimo conto della capacità massima della rete sarda, delle reti di trasporto verso il continente e di tutti gli impianti di accumulo previsti, avremmo comunque un enorme surplus inutilizzabile. E questo è, infatti, quanto già sta capitando da noi ora ma, in maniera molto più importante, con l’eolico dei mari del nord – con costi esorbitanti per la collettività a causa dei rimborsi dovuti alle società eoliche durante i fermi- ed è l’ovvia conseguenza dell’installazione di elevate potenze in aree concentrate. È come se stessimo montando il motore di una Ferrari su di una cinquecento per farla poi percorrere delle mulattiere. Questi temi, a cui avete dedicato mezza riga, non sono spesso neppure accennati nel dibattito odierno e comunque mai trattati con la dovuta attenzione. In ogni caso, mancano gli investimenti e il settore elettrico sta seguendo con la privatizzazione lo stesso destino delle autostrade in cui la brama di profitto prevale sugli investimenti e sulla sicurezza. Prova ne siano i numerosi collassi della rete questa estate appena trascorsa non appena è stato acceso qualche impianto di aria condizionata in più a causa del caldo intenso. Cosa succederà alla rete elettrica con i consumi maggiormente elettrificati e una più ampia diffusione delle auto elettriche? Dovremo rassegnarci a frequenti blackout? A rimanere per ore o giorni senza elettricità? senza servizi telefonici e internet?

Perciò, la prima e più efficace risposta all’emergenza è l’abbattimento drastico dei consumi e l’eliminazione o la riduzione ai minimi termini degli sprechi. Qualunque persona di buon senso alla richiesta di abbattere immediatamente le emissioni del 50% penserebbe per cominciare ad un abbattimento i consumi per la stessa entità o per una prossima. Una stupidaggine? Mica tanto. Pensiamo alle navi da crociera, agli aerei privati, alle supercar, o anche i veicoli oltre un certo peso, come alcuni SUV, al turismo (il turismo!), ai Bitcoin, al settore ICT; pensiamo alla delocalizzazione delle attività produttive e alle relative infrastrutture necessarie alla lavorazione, trasformazione, conservazione, trasporto e stoccaggio delle merci; pensiamo agli sprechi, all’acquisto di prodotti in eccesso o innecessari, allo spreco alimentare, alla produzione di rifiuti, al loro smaltimento. Una nave da crociera mediamente emette in un giorno di navigazione lo stesso tanto risparmiato da un aerogeneratore di 1 MW in un anno! Ma noi siamo in Sardegna, mi direte. Dobbiamo occuparci del nostro piccolo. Però il riscaldamento è globale e l’inquinamento della nave interessa anche noi. E perciò dovremmo occuparci di agire localmente e, allo stesso tempo, anche globalmente. Siamo davvero in emergenza? Bene. Pretendiamo azioni immediate per vietare la circolazione dei mezzi di cui sopra, per impedire alle navi da crociera e ai super yacht di attraccare in Sardegna, agli aerei privati di atterrare nei nostri aeroporti. Chiediamo con forza che si investa in educazione alimentare. Chiediamo lo stanziamento di fondi per lo studio e la ricerca, per avviare nuovi corsi di studio che si occupino, per ogni singolo settore, di studiare come abbattere i consumi e rendere quelle attività sostenibili. Chiediamo che le aree rurali siano ridotate di servizi, siano elaborati progetti e messi in atto programmi per renderle nuovamente attrattive, per riabitarle e così presidiare anche i numerosi territori ora in stato di abbandono. Alcune di queste azioni avrebbero effetto immediato, altre nel medio e lungo termine, ma per ognuna è indispensabile agire nell’immediato. Questa è la vera emergenza. Altrimenti, a che serviranno le pale in una Sardegna in via di spopolamento?

So che la risposta potrebbe essere: “ma queste cose non le faranno mai, non adesso, perlomeno. Mentre per gli impianti FER la strada è più semplice”. Purtroppo, gli impianti così concepiti non risolveranno il problema, potranno solo peggiorarlo, e noi avremo perso altro prezioso tempo, con l’aggravante di aver fornito ancora una volta il fianco al capitalismo e alla peggiore speculazione.

– “Da più parti si parla – anche nei programmi elettorali della sinistra – di moratoria specifica sulle rinnovabili, e in questo terreno viene posta la questione nei media. Capite bene il paradosso di un simile provvedimento: diverrebbe illegale installare energia pulita, ma legalissimo investire su quella sporca. Un caso più unico che raro a livello mondiale.

Altra affermazione non vera. Dove l’avete letto? Noi stiamo chiedendo di darci il tempo di elaborare e mettere a punto un piano strategico per la Sardegna. Parliamo di mesi, uno stop provvisorio durante il quale gli impianti non industriali possono continuare ad essere realizzati. E comunque, fossili e rinnovabili non sono in contrapposizione. Bloccare l’uno non significa aprire le porte all’altro. Dove c’è scritto? Non è in alternativa certamente il metano, non nei programmi di decarbonizzazione. A nessun livello. Prova ne siano i consistenti investimenti per la ricerca e l’estrazione di combustibili fossili, i recenti accordi dell’Italia con i paesi arabi e africani per lo sfruttamento dei giacimenti e per l’infrastrutturazione per il trasporto, lo stoccaggio e la rigassificazione del gas.

– “Se noi per primi andiamo nei territori a parlare di sventramento e stupro – per usare due termini molto diffusi nel lessico delle proteste – di fronte a delle pale sulla collina, come pensiamo che possano reagire quelle stesse comunità quando noi per primi proporremo nuove pale – anche se pubbliche e non delle multinazionali?

Qui vedo molta confusione. In merito allo stupro, vi rimando a quanto scritto sopra a proposito di modalità, ricadute, dislocazione, tipologia e taglia degli impianti. Sulla questione delle comunità abbindolate da abili oratori, mi preme far presente che non sono i comitati ad andare a parlare alle comunità contro le pale “brutte” ma sono le comunità che stanno finalmente insorgendo e si stanno costituendo in comitati, in reazione ad uno scempio che, come estensione e impatto permanente, non ha precedenti nella storia della Sardegna. Forse vi siete persi qualcosa.

– “Siete disponibili a ragionare su come sbloccare la realizzazione degli impianti rinnovabili, e farlo al meglio, anziché su come fermarne il maggior numero possibile?

Ho letto bene: sbloccare? Ma come? parlate di una battaglia contro l’assalto ma senza moratoria per poi addirittura “sbloccare la realizzazione degli impianti rinnovabili”! Che tipo di battaglia intendete fare? Fatemi capire. Da quando, con il decreto Bersani è stato liberalizzato il settore energetico, si sono susseguiti numerosi provvedimenti che, man mano, hanno tolto competenze alle regioni e alle autonomie locali, hanno cancellato la voce delle comunità. Quale battaglia si può fare che non sia per la riconquista dei diritti attraverso opportune leggi?

Voi, invece, volete addirittura andare ancora più rapidi! Magari vedreste bene un nuovo decreto del Governo Meloni che velocizzi ancora di più le pratiche, saltando i residui passaggi democratici e così eliminando, finalmente, anche le ultime “conservatrici” voci critiche? E questa sarebbe una posizione radicale di sinistra?

– “Nel 2025 è prevista la chiusura delle rimanenti centrali a carbone, e l’energia che forniscono deve essere sostituita da pale e pannelli – non dal gas. L’obiettivo, ricordiamo, è quello di raggiungere la neutralità carbonica nel 2035. Non solo elettricità pulita, ma la fine dei combustibili fossili in Sardegna – comprese auto, fornelli, industrie.” E ancora. “Noi siamo convinti l’energia debba essere pulita, pubblica, sarda. Pulita significa 100% a basse emissioni da qui al 2035, con un processo di decarbonizzazione che inizi immediatamente. Non solo l’elettricità come da consumi attuali, ma tutta l’energia consumata nell’isola – distinzione questa spesso dimenticata nelle analisi, ma fondamentale. Un obiettivo assieme ambizioso ma indispensabile. Raggiungerlo significa non rinunciare a nessuna fonte rinnovabile – solare, eolico in-shore e off-shore, idroelettrico, geotermico – oltre che adeguare le reti, creare accumuli, elettrificare i consumi. Una sfida a tutto tondo che tocca l’edilizia, i trasporti, il lavoro.

La fine dei combustibili fossili in Sardegna? E La Sarlux dove la mettiamo? Ad oggi da sola soddisfa quasi il 50% del fabbisogno elettrico sardo e, seppure non vada a carbone, è alimentata con gli scarti di lavorazione del petrolio ed è riconosciuta come “assimilata” alle rinnovabili. Non ho notizia di un piano per la sua dismissione o ridimensionamento. Questo di per sé impedisce la transizione totale del settore civile, e in ogni caso resterebbero da risolvere la questione acqua sanitaria e riscaldamento e delle reti del gas cittadino. Di fatto, però, con un mercato fuori controllo come quello elettrico (bruciano ancora gli oltre 800 euro a MWh dell’agosto 2022), chi sarebbe così folle da legarsi mani e piedi all’elettricità? In ogni caso, se anche si arrivasse alla totale transizione rinnovabile del settore civile, ciò non sarebbe ancora possibile per il terziario e l’industria. Ancora meno se consideriamo tutto il comparto energetico e non esclusivamente quello elettrico. Nel qual caso dobbiamo inserire anche i trasporti e l’agricoltura. Un ragionamento a parte merita l’industria: se davvero puntiamo all’indipendenza (energetica? politica?) della Sardegna, non si può prescindere da un’attenta analisi sul futuro industriale in Sardegna. Che tipo di industria vogliamo? Come la alimentiamo? Chiudiamo? Delocalizziamo? Trasformiamo? Tutto questo per significare l’impossibilità di liquidare argomenti così complessi con semplici dichiarazioni di principio. Ciò detto, non esiste produzione di energia pulita. Qualunque processo comporta degli impatti più o meno consistenti e allora bisogna essere onesti e ragionare con i dati reali, non limitandosi a ciò che ci piacerebbe ma valutando attentamente ciò che si può e ciò che si deve fare. Per fare un esempio, si continua a parlare di diffusione del trasporto elettrico, di sostituzione dei veicoli ad alimentazione fossile con equivalenti elettriche. E allora chiedo: è sempre indispensabile sostituire un’utilitaria a combustibile fossile con una elettrica (sempre che uno se la possa permettere) anche quando la percorrenza media dovesse essere di poche migliaia di chilometri all’anno? E ancora: autovetture come la Porsche o l’Hammer elettrici sono da considerarsi comunque ecologici e a impatto zero? Infine, dichiarate che l’energia deve essere pulita, pubblica, sarda, però nel frattempo volete “sbloccare la realizzazione degli impianti rinnovabili”. Impianti privati, naturalmente. Una contraddizione non da poco.

– “Sarda è la logica conseguenza dei primi due punti. Solo le rinnovabili possono rendere la Sardegna sovrana dal punto di vista energetico. Solo sistemi di proprietà condivisi e pubblici possono garantire che i profitti vadano ai cittadini – e siano redistribuiti in bolletta o nel welfare. Solo una regia pubblica può garantire che all’avanzare delle energie pulite corrisponda una diminuzione di quelle sporche – e non si vadano, invece, ad affiancare come nello scenario attuale. Solo una guida democratica e non di mercato, infine, può ragionare su quanta energia serva alle persone, per che scopi, con che livelli di consumo. Senza paura di termini tabù come decrescita.

Come si arriva ad una guida democratica senza un duro scontro con lo Stato e con i grossi gruppi di interesse che stanno dettando le regole? Senza un ribaltamento del modello economico attuale? Come si possono avere dei sistemi di proprietà condivisi quando non avremo più la disponibilità della nostra terra? Come fate a parlare di decrescita quando proponete di sbloccare la realizzazione degli impianti rinnovabili senza alcun limite?

È doveroso precisare che in Sardegna non partiamo da zero. Attualmente vi sono installati oltre 1,5 GW di potenza rinnovabile con una capacità produttiva soffocata dalla presenza delle centrali termoelettriche, dalla Sarlux in particolare, e da una rete in pessime condizioni. Ciò nonostante, l’energia prodotta soddisfa quasi l’80% del fabbisogno elettrico domestico. Affinché la transizione elettrica possa effettivamente compiersi, sono necessari consistenti investimenti sulla rete elettrica di cui però, eccetto i comitati e associazioni come Italia Nostra, nessuno fa cenno. In queste condizioni, ogni ulteriore aggiunta di potenza potrà solo peggiorare le cose, impedendo agli impianti Fer di funzionare adeguatamente e richiedendo ancora maggiore supporto da parte delle centrali termoelettriche. Sull’impressionante numero di richieste di connessione, pari al 30 giugno a 718, e la relativa potenza di 56,08 GW, che non desta molto la vostra attenzione, vi è da far presente un aspetto fondamentale: un numero così grande di impianti non ha alcuna possibilità di essere sfruttato, sia per i limiti della rete di cui sopra, sia per il ridotto fabbisogno della Sardegna, sia, infine, per la limitata capacità di trasporto verso il continente delle attuali e future infrastrutture. Perciò, a che pro tutti questi impianti? Per i soldi. Tanti soldi. Un ritorno economico spettacolare a fronte di qualche miliardo di euro di investimenti. C’è chi, diversi anni fa, si spinse ad affermare che le rinnovabili rendono più della droga. Questa è una partita nella quale tutti vincono: tra incentivi per le rinnovabili – sia quando funzionano sia quando stanno ferme per esubero di disponibilità – e incentivi per le fossili con funzione ancillare e per quelle “assimilate”. Diversi di questi progetti sono finanziati con fondi del PNRR e della banca europea per gli investimenti. Poi ci sono quelli finiti sotto la lente della DIA e numerose sono state le inchieste in questi anni sul riciclo di denaro sporco per via dell’ovvio interesse delle organizzazioni criminali. La più famosa fu probabilmente quella sulla P4. Davvero, quindi, siete convinti che una volta investiti tutti quei soldi, quando il nostro territorio sarà oramai disseminato di pale e pannelli, sarà ancora possibile per noi scegliere una nostra strada per l’indipendenza energetica?

Dico la verità, mi fa un po’ sorridere ma molto riflettere che, mentre nei poligoni sardi si addestrano eserciti di tutto il mondo che stanno contribuendo a devastare interi Paesi e negare il futuro a milioni di persone, inclusi, beninteso, il nostro territorio e il nostro futuro, mentre eserciti e industrie di tutto il mondo sperimentano in casa nostra ordigni e dispositivi di qualunque specie con il loro lascito di inquinamento e miseria, mentre una fabbrica di bombe del Sulcis Iglesiente si rende responsabile della morte di migliaia di civili inermi, voi pensate che la salvezza nostre e della Sardegna passi attraverso ulteriori concessioni, con lo “sblocco delle rinnovabili”. Sblocco, beninteso, previa “contrattazione su royalties e condivisione dei profitti”. Peccato che la legge in vigore impedisca, anche per ovvie ragioni, trattative di questo tipo. Mi rammarica non poco vedere che, alla fin fine, tutto il ragionamento si esaurisca attorno ad una mera questione monetaria. Davvero pensate che la vostra terra non abbia altro da offrire e voi nient’altro da pretendere?

Per concludere, e ritorno ai comitati: noi rivendichiamo i nostri diritti e lottiamo per la tutela della terra che ci ospita. Non abbiamo la verità in tasca ma di una cosa siamo certi: di essere sotto assalto, il più pesante per la sua dimensione mai subito dalla nostra isola e dalle cui conseguenze, siamo pienamente coscienti, se non facciamo qualcosa ora, non potremmo più risollevarci. L’emergenza è la scusa con cui da diversi decenni veniamo messi a tacere. Noi vogliamo invece concederci il beneficio del pensiero, del ragionamento, del dubbio, e delle decisioni meditate.

La transizione ecologica è una questione molto complessa, non si può risolvere banalmente con una immensa e incontrollata installazione di pale e pannelli. Affinché si possa realizzare richiede uno sforzo enorme da parte di tutti e soprattutto la disponibilità a metterci in discussione e cambiare radicalmente noi stessi e la nostra società. Ci accusate di essere vittime della propaganda conservatrice. A me pare, invece, che le vittime siate proprio voi rinunciando ad ogni pretesa, accennando al più a qualche debole e timorosa richiesta di natura economica.

E mentre noi lottiamo con la sola arma dei nostri corpi e delle nostre voci, vediamo voi che ci guardate dalla finestra e ci giudicate. E, per giunta, col metro dei colonizzatori. Utilizzate categorie che non hanno senso per noi e certamente non ci appartengono. La nostra presenza, la nostra stessa esistenza, è la più chiara evidenza del fallimento della politica, soprattutto di quella politica chiamata da voi radicale, ecologista e di sinistra. La politica che più di tutte dovrebbe stare dalla parte dei cittadini. Quella che la qualità della società la misura dalle diseguaglianze, dalla deprivazione, dai disagi, dai soggetti più fragili, dai quartieri degradati, dalle periferie. Noi siamo espressione di quelle persone a cui la voce è stata levata e che se la vogliono riprendere. Scendete in piazza con noi e venite a confrontarvi fuori dal mondo virtuale. Non si può pretendere che un grido di disperazione sia simile a un canto. Ma voi potete unire le vostre forze alle nostre affinché lo diventi.

da qui

 

 

Risposta ai giovani che non vogliono vedere bruciare la Sardegna - Cristiano Sabino


Pubblichiamo l’intervento di Cristiano Sabino dal titolo Contro la quarta colonizzazione della Sardegna senza se, ma e però Risposta ai giovani che “non vogliono vedere bruciare la Sardegna”.

Titolo fuorviante. Lo scorso 20 settembre sono stato chiamato in causa sui social in un dibattito lanciato da alcuni giovani attivisti e pubblicato su Il Manifesto sardo sulla questione “rinnovabili”, “transizione energetica” e “moratoria”. Gli autori hanno scritto un appello intitolato “Alla Sardegna. Da parte di giovani che non vogliono vederla bruciare” che merita una profonda riflessione.

Partiamo dal titolo. Non so se sia o meno il frutto degli autori, ma si tratta di una trovata tanto giornalisticamente furba quanto del tutto fuorviante. Infatti la Sardegna brucia da decenni e le cause accertate di questa situazione sono l’abbandono colpevole delle campagne, la scarsissima prevenzione e l’esiguità di mezzi antincendio a nostra disposizione (basta vedere il rapporto con la vicina Corsica). Non dico che il cambiamento climatico non contribuisca, ma le cause principali accertate dei roghi sono altre! Su questo è uscito un bell’articolo su S’Indipendente di Giuseppe mariano Delogu a cui rimando (Su fogu est unu perìculu? No, est a mudare sas sustàntzias chi costìtuint su “perìculu”).

Ora occupiamoci delle argomentazioni contenute nell’appello.

Appello rivolto a chi? Gli autori pongono cinque domande alle  “forze politiche della sinistra e dell’autodeterminazione” e sinceramente partirei proprio dai destinatari perché si tratta di categorie ricche di ambiguità. Cosa vuol dire “ forze di sinistra”? Cosa vuol dire “forze dell’autodeterminazione”. Intendiamoci, non voglio deviare il discorso, ma proprio non capisco il senso di queste parole se si prescinde da una precisazione di metodo, vale a dire chiarire il rapporto che intercorre tra le soggettività politiche e il sistema coloniale o – se si preferisce – il rapporto ineguale e combinato che esiste tra Stato italiano, potere economico e nazione (o popolo, come preferite), sardo. Fuori da questa precisazione, a mio parere, non ha alcun senso parlare di “sinistra” e di “autodeterminazione”.

Lo dico perché ci sono tante forze sedicenti di “sinistra” e perfino “indipendentiste” che non mettono in discussione il rapporto di subalternità tra Sardegna e Stato italiano. Banalmente c’è il Psd’Az che all’articolo 1 del suo statuto pone la questione dell’indipendenza della Sardegna e poi mette in campo tutt’altre dinamiche. Poi ci sono le forze che vanno alla corte del PD. Vi rivolgete anche al cosiddetto “campo largo”? Perché in questo caso vorrei segnalarvi che storicamente proprio questi soggetti hanno sempre osteggiato i movimenti ambientalisti, il referendum contro le scorie (fumi di acciaieria e quant’altro), la lotta per le bonifiche, la denuncia dei crimini ambientali condotta spesso in solitaria da indipendentisti anticoloniali e ambientalisti non organici al sistema. È tutto documentatabile ed esiste ampia letteratura in materia. Sui destinatari del vostro appello è necessario fare chiarezza perché le responsabilità delle forze legate alla “sinistra” non sono meno gravi di quelle della “destra”.

La questione assente: Sardegna «zona di sacrificio» A me sembra che nel vostro documento ci sia un convitato di pietra che è il processo coloniale che oggi, con la scusa e il marketing della “riconversione energetica” passa ad una nuova fase, la quarta, se vogliamo conteggiare i processi di sfruttamento economico e non anche la deculturazione e in particolare lo sradicamento della lingua sarda dalla società sarda. Non ne parlate mai e invece credo che si dovrebbe partire da lì.

La Sardegna, storicamente, è una “zona di sacrificio” che lo Stato centrale utilizza, senza trovare particolari resistenze nella classe politica (e purtroppo anche in quella colta) servile e compiacente, a suo vantaggio. Abbiamo subito nel corso di 160 di dominazione coloniale (prima monarchico-liberale, poi fascista e oggi repubblicana) diversi processi di sfruttamento intensivo, cioè di utilizzo delle nostre risorse attraverso uno scambio del tutto ineguale e basato sull’oppressione che, in diverse fasi, ha assunto i tratti della repressione poliziesca e militare (complotto separatista degli anni Ottanta e operazione Arcadia del 2006) quando non del vero e proprio  «stato d’assedio» (Gramsci definisce così le varie operazioni militari contro il “banditismo”).

Chiedete giustamente un punto di chiarezza sul fatto che coi «negazionisti non si fanno alleanze, nemmeno nei territori, nemmeno su battaglie specifiche». Va bene, certo, i movimenti radicali non li hanno mai fatti. Ma esiste un’altra forma di «negazionismo» (se vogliamo usare questa categoria che per molti versi trovo impropria) ed è quella del negazionismo coloniale, cioè forze sociali e politiche che negano la condizione della Sardegna ridotta a “zona di sacrificio”. Di che si tratta?

In un recente articolo, comparso lo scorso 15 dicembre su Il Fatto quotidiano [Nuova economia ok, ma l’inquinamento?,  Il Fatto quotidiano del 15 dicembre 2022; per approfondire, Cristiano Sabino, Decolonizzare l’ambientalismo, Filosofia de Logu], Linnea Nelli, Andrea Roventini e Maria Enrica Virgillito mettono in luce il fatto che «l’Europa è popolata da “zone di sacrificio”», cioè da aree geografiche destinate a sopportare tutti i costi delle produzioni inquinanti e della transizione energetica: «le asimmetrie non sono solo produttive e tra Paesi, ma anche territoriali all’interno dei Paesi» e ciò avviene anche a causa del fatto che «le comunità locali sono soggette al ricatto occupazione-salute». Precisano gli autori:

«Attuare politiche per la transizione ecologica è una necessità per tutti i Paesi. Ma se il processo avvenisse unicamente sotto il profilo produttivo, senza essere accompagnato da una transizione sociale che richiede interventi di politica economica, potrebbe esacerbare vulnerabilità e disuguaglianze esistenti. Perché la transizione ecologica sia giusta, occorre che un processo verso la neutralità climatica garantisca stabilità occupazionale, sostenibilità ambientale ed eguaglianza economica. (…)»

Segue un elenco di realtà geografiche tristemente note per essere in vetta alle statistiche epidemiologiche per quanto concerne patologie tipiche da inquinamento ambientale. Questi territori – glossano gli autori – «sono aree di deprivazione socio-materiale, che rischiano di restare indietro in assenza di riconversione produttiva, caratterizzati da spopolamento, disoccupazione e disparità di reddito che coesistono con irreparabili danni all’ambiente e alla salute».

La Sardegna rientra ampiamente nella descrizione di queste «aree di deprivazione», non solo per la sua storia di predazione, land grabbing, sfruttamento intensivo e inquinamento, ma anche per il suo presente di vastissime porzioni di territorio destinate, per decreto governativo e compiacenza degli ambientalisti da cortile, alla produzione energetica su vasta scala, a tutto beneficio di terzi.

I dati attuali forniti da Terna ci raccontano una realtà allarmante: circa 700 progetti, con un trend di 30/40 nuovi progetti alla settimana. Se si realizzassero tutti gli impianti da FER attualmente richiesti la Sardegna produrrebbero circa 56mila GWh (cifra ancora lontana da quella che sarà al termine della corsa all’oro “rinnovabili”), a cui bisogna aggiungere ciò che produciamo già (circa 3mila GWh). Ricordando che ne consumiamo circa 9mila la sperequazione appare nella sua più stringente evidenza.

Con l’approvazione del Tyrrenian link la Sardegna, insieme alla Puglia e alla Sicilia, diventerà la batteria energetica dello Stato che garantirà il 90% di produzione elettrica da eolico e oltre il 50% di solare. Energia – si badi bene – totalmente in mani private e senza alcun beneficio per i sardi, come accade nei regimi coloniali classici, dove si utilizzano le risorse locali (in questo caso terre, mare, sole e vento) utilizzandole ad esclusivo beneficio dei colonizzatori. Non piace chiamarla colonizzazione perché pare brutto? Allora chiamiamola scambio ineguale, subalternità, zona di sacrifico, il concetto è lo stesso!

Buoni e cattivi. Tutto così semplice? Nel vostro testo parlare dei comitati, di alcuni sindaci «in cerca di consenso», delle forze della destra pronte a cavalcare la battaglia antieolico, di associazioni «pseudo-ambientaliste» retrograde dedite alla «retorica paesaggistica». Non so bene a chi vi riferiate, ma anche su questo, magari prima di esprimere determinati giudizi, mi fermerei un attimo a valutare il lavoro di associazioni come il GRIG e Italia Nostra (lontanissime da me su tante questioni) che però si battono sul campo, e soprattutto giuridicamente, contro speculazioni ambientali, saccheggi, cementificatori, criminali delle discariche di stato ecc.. Per non parlare di alcuni sindaci come Maurizio Onnis di Biddanoa ‘e Forru (Villanovaforru in lingua di imposizione statale) che ha realizzato una delle due CER in Sardegna e che, contemporaneamente è in prima linea contro l’attuale colonizzazione “green”. Anche lui un sindaco con «pulsioni» narcisiste? Già questo dato dovrebbe mandare in crisi l’impianto sostanzialmente manicheo del vostro appello che vede da una parte le forze del bene (pro rinnovabili) e dall’altra l’impero del male dedito al lato oscuro della forza (nel senso letterale, petrolio + carbone).

Mi spiace dirvelo ma le cose non stanno così e la vostra mi sembra una narrazione capziosa. Faccio solo un altro esempio. Prima della nascita dei comitati e dell’attenzione mediatica sul tema “rinnovabili” è nata ADES, la piattaforma per la democrazia energetica, precisamente il 12 febbraio 2022, con un sit in e una conferenza stampa davanti al Palazzo della Regione.

ADES nasce da una serie di incontri promossi da diverse associazioni, tra cui in prima linea No Metano Sardegna, con l’obiettivo di creare un unico soggetto che ha come obiettivo una Sardegna sostenibile. Gli obiettivi di ADES erano e sono quelli di « promuovere l’uso delle fonti rinnovabili spingendo verso le comunità energetiche e l’autoconsumo,  ponendo molta attenzione all’evoluzione e gestione del processo affinché rimanga nelle mani delle comunità locali.  Obiettivi che tendono in qualche modo a sottrarre la Sardegna a uno sfruttamento incontrollato da parte di multinazionali dell’energia o comunque di grandi società che invece puntano al profitto e non certo alla tutela dell’ambiente e dell’interesse anche economico dei sardi» (https://www.sindipendente.com/blog/la-piattaforma-per-la-democrazia-energetica-in-sardegna-ades-presenta-il-suo-manifesto/ )

Non mi sembrano posizioni di retroguardia, ammiccanti ai poteri forti, negazionisti del cambiamento climatico o subalterni all’egemonia della destra. Voi invece come la collocate? ADES è stata all’avanguardia nel denunciare la complementarietà di due forme di colonialismo energetico. Cito dal manifesto reperibile al link:

«Da una parte, il blocco dei fautori della metanizzazione, che spingono per l’adozione di una tecnologia obsoleta e completamente contraria agli obiettivi di contrasto al riscaldamento climatico. Dall’altra i fautori di una “transizione energetica” verso le fonti rinnovabili completamente gestita dall’alto, delegata a pochi gruppi multinazionali, in un contesto di deregolamentazione che consenta il massimo della speculazione e il minimo del rispetto del territorio».

Si tratta di contrapposizioni apparenti e la cronaca degli ultimi due anni lo ha ampiamente dimostrato! Prosegue ADES:

«Questi due presunti blocchi contrapposti sono in realtà profondamente solidali, nello stabilire il principio che il futuro energetico debba essere deciso da pochi, per l’interesse economico di pochi, nella totale indifferenza verso i bisogni delle comunità e verso l’imprescindibile rispetto del territorio».

Scrivo il 24 settembre 2023, quando da poco Stato e Regione si sono dati la mano e hanno approvato il Tyrrhenian link, nel silenzio generale di molte – se non di tutte – quelle realtà che voi definite “di sinistra” e “per l’autodeterminazione”. In che modo questo fatto, di cui non trovo traccia nella vostra narrazione, rientra nell’immaginario di una «politica di palazzo» arroccata sulle posizioni dei petrolieri e dei fautori della carbonizzazione e del tutto ostile alle rinnovabili? Il cavo sottomarino servirà infatti a pompare dalla Sardegna un enorme surplus energetico, frutto di centinaia di impianti rinnovabili, imposti grazie al decreto Draghi (con l’attuale complicità del governo Meloni) alle comunità sarde, molti dei quali sono già in costruzione.

Metano contro rinnovabile? A smascherare la favoletta green sulla Sardegna isola all’avanguardia nella lotta al climate change propugnata da Legambiente WWF e FAI (su questo punto rimando alla lettura del mio articolo scritto per Filosofia de Logu “Decolonizzare l’ambientalismo. Come la ragion coloniale si tinge di verde”) sta la più cruda realtà di una schiera di progetti (tra approvati, presentati e in funzione) di depositi / rigassificatori di gnl assolutamente complementari e sinergici all’invasione di rinnovabili.

Del legame tra il metano da una parte e il far west delle rinnovabili dall’altra, vale a dire delle sempre più numerose richieste di autorizzazione per impianti eolici e fotovoltaici, si è occupato (con maggiori competenze rispetto alle mie) Piero Loi sul periodico di approfondimento e inchiesta Indip nell’articolo “Sardegna, la giungla dell’energia, e l’oligarca russo va a tutto gas”, a cui rimando per approfondimenti specifici. Il punto politico, in ogni caso, è chiaro: più la Sardegna verrà dotata di infrastrutture per il trasporto di energia verso il Continente, più aumenterà la produzione da fonti rinnovabili e più si avrà bisogno di metano per stabilizzare le rinnovabili, la cui produzione è intermittente. Di questo nel vostro appello non si parla!

Si tratta di un processo già in atto, che è possibile mappare. Nel Porto industriale di Oristano sono previsti almeno quattro depositi costieri (Higas, in funzione), Edison (approvato – si pensa ad un ampliamento – ma non ancora realizzato), Ivi petrolifera (due autorizzati). Poi ci sono le famose FSRU della Snam, vale a dire le navi gasiere dotate di rigassificatori: oltre a Porto Torres, una seconda FSRU è prevista a Portovesme. Un secondo deposito costiero a Porto Torres è stato previsto dal Consorzio industriale, ma il progetto appare dormiente. Infine sono previsti un deposito costiero con rigassificatore e centrale a metano ad Olbia e un deposito/rigassificatore di Giorgino a Cagliari. Da nord a sud, da est ad ovest la Sardegna sta diventando un enorme ormeggio per navi gasiere. Tutti progetti ad altissimo impatto ambientale e a rischio incidente rilevante, che vanno a stratificarsi su territori già fortemente segnati da attività inquinanti pregresse (come per esempio Porto Torres che è un S.i.n in cui tutte le matrici ambientali risultano irrimediabilmente compromesse secondo la stessa ARPAS).

Dove li mettiamo questi impianti nella favoletta green che ci raccontano Governo e Legambiente?

Basterebbe chiedersi se tutta quest’infrastrutturazione serva al territorio e ai sardi per inquadrare il problema: basti pensare che la sola nave deposito-rigassificatore prevista a Portovesme è in grado di rigassificare 5 mld di mc di gas/anno, mentre il fabbisogno della Sardegna (sovrastimato dal Piano energetico ambientale della regione Sardegna, Pears) è pari a circa 900 milioni di mc/anno. Si capisce che il trend politico di Stato italiano (della sua alleanza atlantica) e multinazionali è quella di trasformare la Sardegna in un hub energetico, indipendentemente dal carattere pulito o meno che implica la produzione e questo dipende da tanti fattori, non ultimo il precipitare della nuova guerra fredda con Russia e Cina e il bisogno di mettere a regime zone considerate sacrificabili perché poco propense alla ribellione e alla resistenza, esattamente come è stato fatto in passato con la militarizzazione selvaggia dell’isola da parte di EI e NATO.

Questa programmazione energetica, volta a trasformare la Sardegna in un hub coloniale del gas, è foriera di pesanti conseguenze. Ad esempio, un rischio concreto è lo sfruttamento futuro di giacimenti locali di idrocarburi (sul modello del famoso progetto Eleonora della Saras, a cui la Sardegna si era opposta con successo), on e off shore. Inoltre, uno degli effetti più che probabili di questo disegno è lo sviluppo di colture energetiche (land grabbing e conflitto con le colture alimentari) per la produzione di biometano (metano a tutti gli effetti).

Per ora lasciamo da parte la questione nucleare (deposito unico di scorie e possibilità di diventare una piattaforma per il nucleare civile). Su questo sono intervenuto recentemente su S’Indipendente (Al 20,9% la Sardegna diventerà una discarica nucleare, 26 luglio 2023), ma è necessario rimanere all’erta!

Passiamo ora a quei punti del vostro appello che mi sembrano davvero centrali.

1.      Siamo disposti a non fare alcun patto con i «negazionisti, nemmeno nei territori, nemmeno su battaglie specifiche»?

No, le lotte si fanno con chi c’è. Ho fatto tante lotte con chi non riconosceva nemmeno l’esistenza del popolo sardo (anche con alcuni firmatari del vostro manifesto) su specifici punti, se li si ritiene strategici, non si fanno le analisi del sangue, specialmente se stiamo parlando di comitati che per loro natura sono assolutamente trasversali. Solo un esempio: sapete nelle lotte dei pastori per un giusto prezzo del latte quante volte mi è toccato discutere con gente che iniziava il discorso con “quando c’era lui!”?. Nelle lotte bisogna sporcarsi le mani e – come ricordava Lenin – non si può fare una frittata senza rompere le uova. Da una parte bisogna avere un atteggiamento pragmatico, dall’altra svolgere un lento lavoro egemonico, perché le idee non cascano dal cielo, ma sono il frutto di una prassi lenta e costante. Questo lavoro non lo si fa dando patenti, soprattutto se stiamo parlando di comitati popolari che difendono il proprio territorio da una vera e propria aggressione barbarica e non di personaggi prezzolati ed etero diretti come lo sono gli agenti che cercano di adescare coltivatori e pastori per comprargli le terre a basso costo, approfittandosi della crisi agricola e seminarla di gigantesche torri eoliche. Allora il discorso è diverso e non si fanno prigionieri!

·         Chiedere una transizione che non impatti sul paesaggio significa, di fatto, non chiedere la transizione

A mio avviso impostate il discorso in maniera fuorviante. Magari ci sono anche gli ambientalisti da cartolina, anche se io non ne ho visti nelle lotte contro le speculazioni energetiche. La vera questione è una transizione non coloniale e autodeterminata e questa si può fare solo se si blocca quella che il sistema Stato-multinazionali chiamano “transizione” ma che in realtà è a tutti gli effetti una nuova fase della colonizzazione della Sardegna, precisamente la quarta, dopo estrazione taglio selvaggio dei boschi, estrazione mineraria, industria pesante – occupazione militare (che vanno insieme perché sono coeve).

·         «Siete disposti a formulare una proposta di transizione energetica basata su dati, evidenze e scelte praticabili nell’immediato, che sia, in una parola, una proposta di governo»

La prima transizione che deve essere perseguita in Sardegna è quella dalla condizione coloniale a quella autodeterminata, ovviamente meglio se fondata su un modello a zero emissioni. Ciò che non siamo disposti a fare è fiancheggiare la “transizione” (che come abbiamo visto transizione non è visto che implica metano e rigassificatori) a qualunque costo, perché ad oggi la fantomatica “transizione energetica” (a parte i pochi esempi virtuosi di CER) in Sardegna implica l’aggravarsi della dipendenza coloniale dell’isola e l’utilizzo delle nostre risorse per arricchire regioni e circuiti economici esogeni. Non esistono progetti di governo alternativi se prima non si ferma la colonizzazione in atto per volontà di Stato, multinazionali dell’energia e Regione Autonoma.

·         Moratoria. Voi siete contro «questo strumento» perché lo ritenete «inefficace agli scopi di un progetto ecologista e democratico, ma addirittura dannoso».

Questo di fatto è il filo scoperto di tutto il vostro ragionamento e la cartina di tornasole dell’approccio (credo inconsapevolmente) coloniale del vostro manifesto. Quando parlate di «agenzia sarda dell’energia» per un sistema energetico «pulito, pubblico, sardo» dobbiamo per forza di cose premettere una moratoria energetica su tutti i progetti in corso di realizzazione che non sono «pubblici» (né tanto meno democratici), non sono «sardi» e sono coloniali perché servono a realizzare un rapporto subalterno tra la Sardegna e il sistema Repubblica italiana-UE-multinazionali.

Di grazia, come volete raggiungere il meraviglioso “regno dei fini” (per citare Kant) rappresentato da un sistema energetico siffatto, senza bloccare lo stupro in atto verso le nostre terre, le nostre comunità e i nostri diritti di popolo? Davanti ad una lotta oggettivamente anticoloniale come quella condotta dalle comunità che stanno difendendo con i denti e con le unghie la propria terra, non si può vestire i panni dell’imparzialità o rimandare ad una palingenesi futura dove verranno piantate solo pale belle, pulite e sarde. Questa è pura retorica! La colonizzazione in atto adesso è una pura macchina di violenza e va fermata ad ogni costo e subito, esattamente come un saccheggio o uno stupro in corso. Assumere una posizione neutrale di fronte a questo significa solo schierarsi dalla parte del più forte e cioè in questo caso dello Stato e delle multinazionali. Spero ve ne rendiate conto..

·         Non utilizzare il lessico “sventramento e stupro di fronte a delle pale sulla collina”

Si, ho scritto “stupro”, perché di questo si tratta, anche se non vi piace. E parliamo di «stupro» non perché – come voi scrivete – ci si indigna «di fronte a delle pale sulla collina», ma perché la pantagruelica quantità di campi eolici e fotovoltaici che sta invadendo le nostre terre, i nostri monti, le nostre valli, perfino le aree archeologiche rappresenta un preciso disegno di dominio brutale e non consensuale tra alto e basso, tra dominatori e subalterni, esattamente come lo è lo stupro. Quando uso questa categoria, oltre che ai classici riferimenti a Fanon, Sankara e Aime Césaire sulla brutalità e i dispositivi dei processi coloniali, mi riferisco alle più recenti ricerche della studiosa femminista e antimilitarista Cynthia Cockburn. La ricercatrice e attivista britannica ha studiato i movimenti femministi e antimilitaristi individuando un nesso tra «violenza di genere» e «violenza sistemica» e questo si realizza nella normalizzazione e nella banalizzazione delle pratiche violente da parte del sistema politico, economico dominante. Nella prospettiva femminista antimilitarista si stabilisce una connessione inestricabile tra neoliberismo, militarismo, patriarcato e depredazione delle risorse naturali che vanno intese come facce di un unico modello dominante.

Cito da un testo facilmente reperibile on line che mette in relazione gli studi femministi intersezionali con le lotte femministe antimilitariste in Sardegna:

«La lettura femminista di tale processo di organizzazione socio-spaziale ha privilegiato nel tempo l’uso esemplificativo dell’immagine dello stupro. Si è analizzato l’utilizzo della violenza sessuale come effettiva arma bellica, comune a conflitti in ogni angolo del pianeta, ma, già negli anni novanta con Cyntia Enloe (1993), evidenziando come la peculiare risonanza tra razionalità e discorsi nazionalisti e militaristi, in un ambiente sociale patriarcale, crei le condizioni per l’uso “scientifico” della violenza come atto di guerra sui corpi delle donne, territorio nemico materiale e simbolico sul quale si articolano peculiari geografie transcalari dell’aggressione (Mayer, 2004). È un punto essenziale, dunque, della critica operata dagli studi di genere verso il modello sociale egemone, nel quale la violenza sessuale è effetto di relazioni autoritarie, gerarchiche, di possesso e controllo in funzione dell’ordinamento dominante» (Carlo Perelli, Fuori posto, fuori norma. pratiche femministe antimilitariste in Sardegna).

Di fatto, quella che stiamo vivendo, è una colonizzazione in processo, assolutamente complementare con quelle in atto (occupazione militare, modelli industriali esogeni, sradicamento culturale) e il discorso di Cynthia Cockburn sui modelli militaristi e bellici è applicabile ai più recenti processi di accumulazione capitalistica e sfruttamento coloniale rappresentanti dalla cosiddetta “transizione energetica”, così come la stiamo imparando a conoscere in Sardegna, basata su «relazioni autoritarie, gerarchiche, di possesso e controllo in funzione dell’ordinamento dominante» (cit.).

L’aut aut da porre con forza e urgenza non è dunque “rinnovabili” o “fossili” ma “colonialismo” o “decolonizzazione”?

Conclusioni. Gli ultimi due quesiti che ponete sul piatto sono fondamentali per comprendere la scelta di campo che ogni sarda e sardo deve fare:

·         Essere «pronti a dichiarare con nettezza la contrarietà ad ogni infrastruttura climalterante, in primis quelle relative al gas metano, e a creare mobilitazione su questo tema»

·         La questione relativa all’egemonia e cioè il pericolo da voi segnalato che le forze alternative subiscano l’egemonia altrui, invece di creare la propria.

Anche a questo proposito la prospettiva va a mio parere ribaltata. È condivisibile porre la questione dell’egemonia, ma l’egemonia – che è un concetto che per sua natura richiama le analisi gramsciane fra potere e consenso – non riguarda la scelta tra uno strumento di produzione e un altro, ma il rapporto tra dominatori e dominanti, cioè tra chi detiene il potere (in questo caso Stato e multinazionali) e chi lo subisce (gruppi subalterni, comunità, popolo sardo). In questo senso, visto che tirate in ballo una categorie non neutra come “egemonia”, più che essere «pronti a dichiarare con nettezza la contrarietà ad ogni infrastruttura climalterante, in primis quelle relative al gas metano, e a creare mobilitazione su questo tema», bisognerebbe allargare di parecchio il discorso che fate e dichiararsi pronti a contrastare ogni infrastruttura energetica, militare, economica che rafforzi il dominio coloniale e che riduca gli spazi di autodeterminazione, autogoverno, autodecisione delle comunità e delle persone sarde, contrastando il saccheggio, lo stupro, il prelievo energetico forzoso, lo sfruttamento becero della Sardegna e dei sardi, da parte di un potere sempre più convinto di avere carta bianca in questa terra.

La cosa più grave è che proprio la vostra proposta di “agenzia sarda dell’energia” risulta uno spettro senza alcuna possibilità di determinazione, proprio grazie al processo di “transizione energetica” in corso. Mi spiego meglio. La destinazione dell’isola ad hub energetico sta portando i sardi a non sviluppare un sistema energetico sotto il nostro controllo e basato sulle necessità della nostra isola, realmente rispettoso dell’ambiente e della salute, e capace di far risparmiare gli utenti o addirittura di far guadagnare loro qualcosa. Vale a dire un modello essenzialmente basato sull’elettrificazione dei consumi, l’autoproduzione-autoconsumo di energia (generazione distribuita e smart grid), utilizzo dell’idroelettrico per stabilizzazione le rete elettrica, comunità energetiche e – in generale – un ripensamento generale dei modelli di produzione e consumo. Inoltre, come ho accennato sopra, il gas non è alternativo alle rinnovabili, ma risulta funzionale al più ampio disegno della trasformazione della Sardegna in un gigantesco hub coloniale nella piena disponibilità delle regioni ricche, dei privati, dello Stato italiano e – in buona sostanza – della parte europea del blocco NATO in funzione anti Russa e anti Cinese. Fondamentalmente si vuole sacrificare il nostro territorio destinandolo a corridoio di transizione di enormi flussi di energia, variamente assortita. Se questo progetto va in porto e non trova una forte opposizione popolare, diventeremo una monocultura energetica intensiva diffusa in tutti i territori e a beneficio di aree della Repubblica ed europee industrializzate e ricche, senza alcuno scambio paritario. Tutto questo si tradurrà in ancora più significativi impatti sulla salute, sugli ecosistemi, sulle matrici ambientali e sul paesaggio e, soprattutto, si  arriverà ad una profonda trasformazione della proprietà fondiaria che avrà impatti devastanti su tanti versanti. La presenza di grossi impianti, infatti, attiverà operazioni di vendita o di cessione trentennale dei diritti di superficie. Il rischio, dunque, è che il già incrinato rapporto tra i sardi e la terra s’indebolisca ulteriormente. In altre parole, le campagne – sempre più abbandonate – potrebbero non essere più concepite come un’opportunità di reddito (per quanto riguarda le colture alimentari o la pastorizia) e, in definitiva, di radicamento sociale. E allora sì che la Sardegna brucerà come non ha mai bruciato finora e la vostra profezia rischierà di avverarsi, nonostante la presenza di enormi porzioni di territorio sacrificate alla produzione energetica per conto terzi e anzi proprio in virtù di quella presenza.

Dopo aver risposto a tante vostre domande ve ne faccio una io. Davanti a questo destino di schiavi della colonizzazione in tanti abbiamo già scelto da che parte stare. E voi?

da qui