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venerdì 27 maggio 2022

Lo sguardo dei gorilla di montagna - Paolo Pecere

 

Un reportage ecologico e filosofico, dalle foreste del Ruanda.

Kigali è una città di colline verdi su cui spuntano grappoli di case. Infrastrutture e strade sono solide. In centro ci sono le ambasciate e un grande magazzino labirintico, qualche fast food, negozi di telefoni e televisori digitali, motorini. Intorno si diradano edifici e cantieri. Lo strato urbano funzionale si sovrappone allo strato rurale, che rimanda al passato. Per le strade c’è una calma insolita, le persone con cui parlo sembrano timide, hanno un contegno gentile e leggermente grave.

Per prima cosa penso al genocidio. Da questo orrore è cominciata la mia conoscenza del Ruanda. Era la primavera del 1994. In pochi mesi furono massacrate tra mezzo milione e un milione di persone. I numeri sono spaesanti, ma una proporzione aiuta a comprendere meglio la misura della strage: nel paese di sette milioni di abitanti morirono due terzi dei Tutsi, l’etnia di minoranza. Si uccideva per le strade e nelle case, in campagna e in chiesa, solitamente con machete e mazze. Quasi tutti hanno sperimentato la morte di cari e vicini di casa, restando orfani, invalidi, traumatizzati. Durò fino alla fine dell’estate e oltre, senza nessun intervento esterno a protezione della popolazione.

Il governo ha favorito, negli ultimi anni, una pacificazione nazionale, con un programma educativo e la riduzione di pena ai responsabili confessi. È gradualmente ripreso un turismo internazionale. Ma non mancano i segni di un conflitto ancora latente e complicato, che rende impossibile parlare liberamente. Non sono venuto in Ruanda per ricerche sulla storia politica e sociale, però; come molti altri visitatori, sono qui per la storia naturale. Oggi la conservazione e l’ecologia sono al centro del sistema educativo del Paese (nei negozi la merce è avvolta in buste di carta). Tre grandi parchi naturali con savana, foreste e vulcani garantiscono un costante afflusso di turisti che vengono a vedere elefanti, scimpanzé, gorilla di montagna. L’Africa in vent’anni ha perduto il novanta percento della sua popolazione di elefanti, restano solo un migliaio di gorilla tra Uganda, Congo e Ruanda, e la conservazione e la lotta al bracconaggio sono tenute in piedi dal turismo. Il denaro pagato per scattare foto agli animali sostituisce quello per comprare zanne d’avorio, carne e arti amputati. Sostituendo un desiderio umano con altri, il turismo è capace di evitare l’estinzione di intere specie; ma con la pandemia il sistema ha rallentato.

Arrivo ai margini della foresta di Nyungwe. Pernotto in un complesso gestito da un belga che parla italiano, dove sono il solo ospite. Il giorno successivo arriva una coppia di iraniani, e due ragazze che fanno cooperazione in Congo. Mi spiegano che a Kinshasa si esce solo in auto, perché armi e droghe sono così a buon mercato che è pieno di ragazzi pronti a rapirti e poi valutare il da farsi. Il Ruanda in confronto è un paese facile, un’opzione per riprendersi un po’, e ben venga la bellezza naturale. Vado a camminare nei dintorni. Le colline sono un tappeto lucido di tè, su cui spiccano azzurrini gli eucalipti. All’orizzonte la foresta si alza come un’onda gigantesca. La parola “verde” non coglie nulla della sinfonia sensoriale che m’imporrà giorni di silenzio attento e assimilazione. Per entrarci, però, bisogna avere un mezzo di trasporto. Mi accordo con un ragazzo per andarci in moto.

Nel freddo del primo mattino ci vuole un’ora di corsa sul solco di asfalto sinuoso, tra quelle che sembrano pareti di un canyon vegetale. Incrociamo diverse postazioni di soldati. Lo Stato ha limitato la coltivazione e la caccia ai confini del parco, protegge i non–umani in assetto da guerra. Quando arrivo in uno dei centri di accoglienza trovo un paio di ranger assonnati. Spiego il mio piano: inoltrarmi nella foresta in cerca dei colobi, le scimmie bianche e nere tipiche di questa antica foresta pluviale. La guida è obbligatoria e, grazie a un sistema di trasmissione con squadre di guardiaboschi, garantisce la localizzazione degli animali. Mi chiedono di tirare fuori certificati, visti, carta di credito. La carta non funziona, problema di linea. Non sanno come aiutarmi, mi toccherà tornare indietro e andare in un villaggio a fare un pagamento; ma a quel punto sarà tardi. In quel momento compare un uomo bianco col berretto, alto e corpulento, circondato da guide private. È uno svizzero, si presenta con un sorriso: “Mi chiamo Beat, cioè Beatus”. Propone di pagare lui con la sua carta oro, lo ripagherò con calma. Gli dico che insegno e scrivo. “Forse ho un lavoro per te. Cerco qualcuno che racconti i miei viaggi. Ho visitato 176 paesi nell’ultimo anno! Nonostante la pandemia! Guarda!” Mi mostra la mappa dei viaggi sul telefono, un globo con centinaia di bandierine. M’invia il suo contatto con un messaggio: una schiera di emoticon con gli occhi a cuore. Si allontana per l’escursione, seguito da un tizio che gli porta il treppiede per le foto.

M’incammino tra i mogani. Tra dislivelli di decine di metri, i tronchi sembrano sottili pilastri di un mondo verticale. Finiscono in un tetto di foglie su cui la timidezza delle chiome traccia nitidi contorni di luce. Sembra di stare sotto un cielo di cellule verdi. Lo sguardo scende fino alle radici, dove spuntano i dischi dei funghi sulle cortecce, e l’esplosione rossa di un giglio di sangue. Felci gigantesche nascondono il terreno. Mancano gli elefanti, che le mangiavano, ma c’è un progetto per reintrodurli.

Le scimmie sono in un profondo avvallamento. Sul pendio ripido la vegetazione è impenetrabile, si avanza col machete cercando appoggio su un tappeto scivoloso di piante piegate. Un ranger mi indica un tronco filiforme, e vedo il colobo, con la sua barba bianca e la coda penzolante da un ramo. È immobile a venti metri da terra, mastica una pianta. In alto e in basso ce ne sono altri. Sono decine, il gruppo intero che si sposta nella foresta. Mi tengo in equilibrio addosso a un tronco. Il guardiacaccia mi indica una “blue monkey”, un cercopiteco dal diadema, che sta nei pressi del gruppo. Lentamente i colobi si spostano, scendono passando sopra e accanto a noi che stiamo immobili. La vita delle scimmie è un continuo spostamento in cerca di cibo.


Il giorno dopo vado in cerca di scimpanzé. Anche questi si spostano, ma soli o in piccoli gruppi. Ogni sera preparano il giaciglio per la notte. Vedo una femmina col piccolo, seduta su un ramo altissimo. Resto mezz’ora a spostarmi lentamente, torcendo il collo, finché non inizia a scendere. È rapidissima sul tronco, arriva a terra e s’incammina tenendo il figlio per mano. Un’immagine in movimento della transizione dalla vita arboricola a quella terrestre. La sera mi scrive Beat. Mi invia delle cose che ha scritto, vuole un parere in cambio della sua cortesia. C’è anche un CV, da cui risulta che è un imprenditore iscritto a Filosofia. I testi che mi sottopone espongono la sua visione del mondo, mediante assiomi e brevi proposizioni, passando in poche pagine dalla fisica delle particelle a un progetto di pace universale.

Esco dal parco per dirigermi a nord, al confine con il Congo. La mia destinazione è il Parco Nazionale dei Vulcani, dove ho appuntamento con Veronica Vecellio, una studiosa italiana che da una vita si occupa dei gorilla. Passo due giorni tra viaggi e attese alle fermate dei bus, a chiacchierare con i ragazzi locali. Visito le piantagioni di caffè nei pressi del lago Kivu, al confine con il Congo, dove da giorni arrivano profughi in fuga da un’eruzione vulcanica.

Arrivo a Musanze. È un altro paese anonimo: due strade principali, la banca, il distributore di benzina, negozi che vendono tutto e niente, qualche isolato periferico e un arcipelago di villaggi sparsi tra i campi di patate. Ma qui si viene da tutto il mondo perché sui monti vive una popolazione di gorilla che per decenni ha fatto parlare di sé in Occidente. Nel 1966 arrivò Diane Fossey, la primatologa che sfidò le convenzioni scientifiche e sociali andando a vivere da sola con i gorilla, legandosi a loro sentimentalmente, proteggendoli dai cacciatori che li uccidevano per farne cibo e medicine tradizionali, o li catturavano vivi per venderli agli zoo. Fossey ottenne la tutela di una piccola gorilla, che chiamò Coco, rimasta orfana dopo l’uccisione dei genitori. Al momento di riceverla – così raccontò in seguito – trattenne la voglia di abbracciarla per timore di impaurire l’animale sfiduciato, che infine si avvicinò spontaneamente:

Coco mi si sedette in braccio calma per qualche minuto, prima di camminare sulla panca sotto le finestre che davano sui vicini pendii del Bisoke. Con gran difficoltà si arrampicò sulla panca e guardò la montagna. All’improvviso cominciò a singhiozzare e a piangere vere e proprie lacrime, qualcosa che non ho mai visto fare a un gorilla prima e dopo. Quando si fece buio si avvolse in un nido di piante che le avevo preparato, e piagnucolò a bassa voce fino a addormentarsi.

L’indomani Fossey trovò l’intera casa sottosopra, ma gioì per la viva curiosità che aveva portato Coco a aprire tutto e spargere le cose in giro. In seguito prese in casa un secondo gorilla, Pucker: i due passarono dall’antagonismo a una bisognosa alleanza, finendo col dormire abbracciati. Cominciò così una convivenza che per Fossey iniziava ogni giorno con una fragorosa sveglia alle sette, quando i due gorilla sbattevano i pugni sulla porta della stanza. La descrizione è quella della vita quotidiana di un genitore.

Se il tempo era coperto o freddo, passavano un’ora a mangiare tutti contenti, per poi prepararsi i nuovi giacigli con le piante. Se c’era il sole chiedevano che li portassi fuori, dove potevano sfogare l’energia repressa in lotte scalmanate, inseguimenti e arrampicate sugli alberi.

Ma non sarebbe durata a lungo. Fossey aveva ottenuto la custodia dei gorilla a condizione di restituirli al proprietario di uno zoo non appena fossero cresciuti. Questo era il solo modo per salvare le loro vite. Quando li vennero a riprendere sentì di averli traditi e non riuscì a salutarli:

Scappai dalla capanna, correndo per i prati delle nostre infinite camminate, corsi nel profondo della foresta fino a non poterne più. Non c’è modo di descrivere il dolore per la loro perdita, anche ora, più di dieci anni dopo.

Ci volle molto tempo per riuscire a convincere la società che i gorilla dovevano restare tra i monti, e provare che avevano sentimenti come quelli umani, capacità linguistiche e rapporti sociali complessi fu parte di questo processo. Col suo approccio Fossey interveniva in un dibattito antico. Molti filosofi greci, come Aristotele e gli stoici, sostenevano che le bestie prive di linguaggio e ragione, gli aloga, non rientrano nel campo della giustizia, per cui far loro guerra, cioè ucciderli per trarne vantaggio, sarebbe giusto. Per molti altri, da Empedocle a neoplatonici come Porfirio, gli animali sono invece dotati di sensibilità e ragione, e pertanto andrebbero trattati con pietà, evitando di ucciderli e mangiarli senza necessità. La questione fu ripresa più volte da filosofi e scienziati, e riguardò particolarmente i primati. Per Darwin, comprendere la mente di scimmie e primati era un compito della massima importanza “metafisica”, poiché ne andava di confutare il primato dell’uomo. L’orang utan che osservò nei giardini della Società zoologica di Londra “scalciava e piangeva come un bambino cattivo”; un’altra, Jenny, era “curiosa”, “gelosa”. Si convinse che gli oranghi capivano il linguaggio umano. Per Darwin, non c’era dubbio che in molti animali “c’è compassione nei confronti del dolore o del pericolo altrui”, e che nei primati vi fosse un vero e proprio “istinto morale” che si sarebbe evoluto nella nostra “coscienza morale”. 

Nonostante queste opinioni del grande naturalista, l’ipotesi che gli animali non umani abbiano una ricca vita mentale è rimasta a lungo esclusa dall’etologia, il cui metodo prediligeva la descrizione dei comportamenti senza congetture sul vissuto soggettivo degli animali. Quando Donald Griffin pubblicò L’animale consapevole, nel 1976, le sue tesi che gli animali hanno una coscienza come quella umana suonarono rivoluzionarie. Ma in tutte le scienze cognitive si stava tornando a parlare di coscienza e dagli anni Ottanta l’etologia cognitiva divenne sempre più autorevole e popolare. Parallelamente si ripropose la questione etica della sofferenza animale, che portò in breve tempo al dibattito ancora attuale sui diritti degli animali non umani. Insomma, primatologhe come Jane Goodall e Diane Fossey, per quanto si formassero in un ambiente accademico ancora chiuso rispetto al riconoscimento del pensiero animale, erano al passo con un’avanguardia che avrebbe prevalso. Ma non si trattava solo di convincere gli scienziati. Col suo lavoro Fossey toccò forti interessi economici, per cui nel 1985 fu assassinata nella sua capanna ai piedi del monte Bisoke. È seppellita qui, vicino ai gorilla che amò.


Scelgo proprio il monte Bisoke per la mia prima escursione. La guida, Patience, è un uomo enorme in tuta militare, che avanza insieme a me e a tre soldati armati di fucili. Mi spiega che a volte si possono incontrare dei gorilla, ma non è oggi che andiamo a cercarli. I fucili non sono per loro: la zona è rischiosa, ci sono state incursioni dal territorio congolese, rapine, morti. Pochi minuti dopo alzo lo sguardo e vedo una strana sagoma su un ramo. Sembra un uomo molto largo, seduto a gambe incrociate. “He’s watching you”, sorride Patience, e m’invita a proseguire. 

Mentre avanziamo mi parla di Alex Kagame, il filosofo che ha raccolto molte tradizioni locali, e ha tradotto la Bibbia in Kinyarawanda, una lingua locale, e che tra l’altro studiò all’Università Gregoriana di Roma. Kagame fu un critico del regime coloniale e, nel suo Philosophie Bantu–Rwandaise de l’Être, sostenne che la complicata lingua ruandese implicherebbe un’ontologia specificamente africana. Mentre parliamo Patience pianta il bastone nel terreno e si ferma a riposare sotto un albero nodoso. Mi indica il sentiero che va alla capanna e alla sepoltura di Fossey. C’è un cartello in sua memoria, che mi fermo a leggere. Ma dobbiamo presto ripartire per il sentiero che sale. Abbiamo un intervallo temporale molto stretto per arrivare in cima al vulcano, a 3700 metri, perché verrà a piovere e il ripido cammino diventerà impraticabile.

Anche qui la vegetazione è densa e stratificata, avvolta nella nebbia. Mi affaccio da una sporgenza per vedere il cielo: sopra le foglie delle lobelie vedo altre masse di alberi sospese. Torno al sentiero stretto e fangoso, che poco avanti scompare nella fredda foschia. Patience si ferma. Uno dei soldati gli parla dalla trasmittente. Facciamo ancora qualche passo seguendo una curva: c’è una famiglia di gorilla sul sentiero. Un maschio di fronte a me, poggiato sui pugni, mi osserva. Dietro ci sono femmine e piccoli. Il silverback, il maschio anziano dalla schiena argentata, non si vede. È tra le piante, devo avanzare piano. Ripasso il tutorial linguistico che ho ricevuto in precedenza. I gorilla hanno una ventina di vocalizzazioni diverse. Un sospiro profondo e rilassato, come a schiarirsi la gola, è un modo di dire che siamo in pace. Uno dei soldati lo imita alla perfezione mentre passiamo tra gli animali, che non sembrano curarsi di noi, ma ogni tanto ci guardano. Patience dice di far presto. “Se sei con noi sanno che sei un visitatore, e sono calmi”, spiega. “Ma non avvicinarti troppo, e non fissarli a lungo”. Ma sono loro che guardano me, mentre passo tra loro. 

La società dei gorilla ha una struttura semplice: ogni gruppo ha di norma un maschio dominante e altri esemplari di ogni età e sesso. Si spostano continuamente nel territorio, restandosi vicino, e ogni sera preparano un nuovo rifugio con foglie e rami. Alcuni maschi in età adulta se ne vanno, formano gruppi propri, a volte cercano di prendere il controllo di altri gruppi. A questo scopo devono sfidare l’autorità di un silverback, affrontandolo direttamente o tentando di uccidergli i figli.

Mentre passo oltre mi accorgo del maschio che mi osserva appostato tra le foglie, mentre mastica un ramoscello verde. Ogni mia mossa è oggetto di sorveglianza attenta. Anche se non si vedono tra loro, i membri del gruppo si localizzano a vicenda con suoni e odori. Una rete sensoriale li unisce in una stretta solidarietà finalizzata alla difesa e alla cura dei figli. Al tempo stesso, il loro orizzonte sociale è stretto: con gli altri gruppi convivono a distanza, evitano di mischiarsi, non concepiscono comunità più estese. In inglese i gruppi di gorilla hanno nomi marziali: troops, bands. In realtà il loro stato di natura è raramente uno stato di guerra, e capita che mangino accanto ad altre specie come gli scimpanzé. Ma capitano anche scontri feroci.

“Fra le bestie, alcune si fanno sempre guerra a vicenda, altre – come per esempio l’uomo – quando capita”, così scrive Aristotele. La guerra permanente a cui pensa è soprattutto quella tra predatori e prede. I conflitti tra i gorilla mi fanno pensare piuttosto a arcaiche faide patriarcali. Eppure proprio in questi clan col loro grosso grasso maschio dominante, secondo l’etologo Frans De Waal, si trova l’origine delle nostre capacità morali. L’appartenenza al gruppo che si ricompatta di fronte ai pericoli fonderebbe infatti la consapevolezza di appartenere a una comunità come valore che oltrepassa l’individuo. Le società umane condividono questo principio, ma possono espandere la comunità morale fino a raccogliere intere popolazioni, tutti gli umani, altre specie. Da questo punto di vista il gorilla, che a lungo è stato associato alla violenza brutale, è un personaggio ambivalente e complesso. Del resto proprio adesso l’animale sta accettando che io e altri umani passiamo tra di loro, perché sa che non vogliamo nuocere. La mia impressione è che ci sia di più: quando smette di masticare e mi considera in silenzio sta ricambiando la mia curiosità, e un certo spaesamento. Mi sembra anche che si annoi, e di fronte alla novità cerchi di capire cosa viene a fare lo strano visitatore.


Quando arrivo in cima la nebbia è impenetrabile. Non si vede il lago nella caldera, né il Congo sull’altra sponda. Comincia a piovere. Presto ci riavviamo a valle, cercando di non scivolare troppo su radici esposte e fango sciolto. Mi concentro su piedi e mani, dimentico il resto, fino al margine della foresta. Salto giù da una radice sull’erba di un campo, e solo allora inizio a sentire le gambe indolenzite e ritrovo i pensieri quotidiani, i messaggi sul telefono di persone lontane, l’incertezza delle parole, le preoccupazioni per il passato, l’inutile, l’irreale: non sono più leggero. Capisco meglio quel che è accaduto là sopra. Con i gorilla non avevamo solo da guardarci o annusarci, soprattutto siamo stati insieme, a goderci la bella giornata, in un’esperienza di ricongiunzione tra viventi sempre più rara, come una festa silenziosa. Tornato qui alle monocolture umane, alle strisce d’asfalto, ai rantoli delle marmitte, alle insegne dei negozi fulminate, al piacere globale del cappuccino, sono in un mondo più povero.

Le strade di Musanze sono piene di ragazzini, e come sempre finisco con l’andarmene in giro con un corteo di accompagnatori. Due di loro, Ignace e Claude, mi pregano di andare a visitare il loro villaggio. Dicono che ci vuole mezz’ora, ci mettiamo più del doppio di buon passo, avanzando tra sterrati e case con i tetti di lamiera. Un gruppo di vigilanti di zona chiede informazioni su di me, ci fanno passare. Entriamo in una delle tante boarding school evangeliche. Ampi cortili erbosi, aule vuote, e un grande capannone dove stanno riuniti tutti per una specie di spettacolo. A turno gruppi di studenti e studentesse fanno la loro canzone. I gruppi sono decine, si fa buio. Ignace e Claude aspettano che dica qualcosa, sembrano ansiosi. Dico che è molto bello, e che vorrei avviarmi. Ma loro insistono che parli con un professore, che mi riceve nel suo studio, poi s’incammina con noi.

Andiamo velocissimi e in silenzio verso Musanze, scambiando qualche parola su studenti e scuola col collega, e finalmente il professore istruito dai ragazzini mi dà il messaggio: Ignace e Claude vorrebbero studiare turismo, non hanno però i soldi per la retta. Ecco un tema del nostro rapporto, che proseguirà per mesi. Loro due, come tanti altri figli di contadini, trovano nel turismo una promessa di cambiamento sociale, e le scuole private ne approfittano. Claude e Ignace me li ritrovo mattino e sera di fronte alla pensione. Tornano col buio, mi spiegano che la madre non li aspetta per la cena, che lascerà qualche patata lessa: hanno sedici anni, ormai sono grandi e lei deve badare ai figli minori. Chiacchieriamo di fronte a un frappè da “Crema”, il locale nuovissimo che sta sulla strada principale. Prima di ripartire, sulla porta della pensione, mi portano un regalo: un pezzo di legno nero su cui è scolpito il volto di un gorilla. Ignace dice di averlo fatto lui, ma ho visto in giro quel souvenir. Il modo in cui guardano il simulacro mi colpisce: per loro è chiaramente un’entità estranea e di scarso interesse, che per un caso indecifrabile affascina i bianchi, porta ricchezza, e ci ha fatto incontrare. Scrivo il mio numero di telefono su un foglietto. Intorno stanno altri ragazzi che nel frattempo ci hanno seguito: mentre comincio a chiudere il cancello vedo che iniziano a contendersi il foglietto, spalancano gli occhi, iniziano a spintonarsi.

L’ultimo giorno sui monti, in cerca di gorilla. Il gruppo è segnalato su un pendio remoto. Raggiungerli è arduo, si avanza aprendo cunicoli nella vegetazione solida, il guardiaparco mi aiuta a tirarmi su. Lo perdo di vista in una strettoia, faccio tre salti avanti ed ecco l’animale nero. È a pochi passi da me, mi viene incontro. Mi dicono di non toccarlo e stare fermo. Resto immobile mentre mi passa accanto strofinando il pelo lucido sul mio fianco. Sento il suo odore forte, inconfondibile. Postura e posizione fanno parte del modo in cui comunichiamo.

Mi accorgo di altri quattro maschi, siamo circondati. Sembra di stare tra uomini che parlano un linguaggio straniero, le cui intenzioni sono imprevedibili. Condividiamo lo stesso spazio, ma a tratti sembra che siamo in luoghi diversi e non comunicanti. Con l’esperienza e lo studio, forse, sarei capace di tradurre quel che fanno e pensano. In parte, si capisce, fanno cose familiari. Uno di loro, un passo sotto di me, sgranocchia piante dandomi le spalle. Un giovane maschio si sdraia sull’erba, piedi all’aria, e si riposa al sole. Altri due stanno accucciati tra le piante, bloccandoci la via del ritorno. Saliamo ancora, entriamo in un boschetto e vediamo un trio di maschi all’ombra. Uno di loro, il silverback, mi ricorda un mio parente in Italia, molto attaccato al divano: sta con la testa reclinata, le braccia incrociate sulla pancia e le gambe mezze stese. Socchiude gli occhi e si rilassa. Un altro spunta con la testa da sopra una radice, sdraiato di fianco. Mi fissa con gli occhi nocciola bene aperti. Mi avvicino, gli scatto delle foto. Continuiamo a osservarci per qualche minuto, prima che decida di girarsi. Forse si chiede che faccio con quell’apparecchio nero che tengo sugli occhi, e cosa mi spinga a guardarlo con tanto interesse. Mi rispecchio nel gorilla attribuendogli dubbi e pensieri simili ai miei; mi pare per un attimo che, al termine di un viaggio lunghissimo nello spazio e nel tempo, tra noi sia possibile un’intesa meravigliosa.

Ragionare così, in etologia, è stato a lungo sospettato di antropomorfismo. Gli altri animali non sono umani, per cui non possiamo sapere con certezza cosa pensino, e il fatto stesso che pensino per molti è dubbio. Il darwinismo suggerisce una replica: “se è vero che gli animali non sono esseri umani, è altrettanto vero che gli esseri umani sono animali”. La prossimità biologica giustifica una somiglianza psicologica, per cui di fronte a comportamenti che associamo a certi pensieri non bisogna farsi scrupoli a prendere sul serio la nostra interpretazione. Negarlo è una forma di “antropodiniego”, che nasconde un’infondata pretesa di eccezionalità. Certo, non siamo del tutto sicuri di cosa pensino i gorilla, né di quanto le nostre traduzioni siano adeguate quando ci diciamo che sono “curiosi”, “divertiti”, “irritati” e così via. Ma fare ipotesi è pienamente legittimo. Del resto, anche tra umani la comprensione ha sempre margini d’incertezza e vaghezza. Quando parliamo di “amore” o “dolore” possiamo intendere cose diverse, e l’esperienza degli altri non è immediatamente trasparente, eppure non mettiamo in dubbio che esista e che sia tutto sommato comprensibile. E d’altra parte, gorilla e altri primati hanno mostrato di poter comprendere molte parole del linguaggio umano, inclusi concetti astratti. Insomma possiamo capirci su molte cose, con tutto il fondo d’indeterminatezza che ogni comprensione comporta.

La riflessione sulla morale dei primati pone problemi simili. Da Darwin a De Waal, la capacità morale umana è stata collegata con i suoi precedenti nei primati. Per Darwin l’“altruismo reciproco” avrebbe prodotto benefici di gruppo, e questo ne avrebbe potuto spiegare lo sviluppo. Ci si domanda però se i primati siano capaci di sentimenti empatici e di pensieri altruisti. Alcuni esperimenti lo suggeriscono. Le scimmie reso non accettano cibo se questo produce dolore nei loro simili. Le cappuccine protestano se ricevono un compenso peggiore delle altre per lo svolgimento di un compito. Non è chiaro se questi comportamenti implichino il “sentimento della compassione” tipicamente umano, l’empatia come “scambio di posto nella fantasia con chi soffre”. Né il senso di un’ingiustizia subita comporta senz’altro l’idea di una giustizia universale. La questione è complessa. Ci sono diversi gradi di coinvolgimento nello stato degli altri: il contagio emozionale, per cui il fastidio istintivo per il disagio altrui ci spinge a lenirlo in qualche modo, la vera e propria empatia cognitiva, per cui si capisce cosa prova l’altro, e l’altruismo, per cui si decide di aiutare un altro mettendosi dal suo punto di vista. Tutti questi comportamenti possono nascere da emozioni naturali, da pressioni sociali, o da un vero e proprio ragionamento.

Sembra che l’altruismo presupponga una coscienza della distinzione tra sé e gli altri che si trova solo in animali come scimmie, delfini e elefanti, oltre che negli uomini. È comunque difficile capire quando un comportamento sia accompagnato o motivato da considerazione consapevole. Ma questa difficoltà vale anche per gli umani. L’azione morale può essere mossa da pulsioni cieche, calcoli, ideali. Sulle motivazioni altrui possiamo fare solo congetture più o meno fondate, e spesso raccontiamo a noi stessi di agire con altruismo quando in realtà non è così. Di certo sappiamo formulare norme universali e abbiamo una potente capacità di autocontrollo e riflessione (benché imperfetta, e spesso inutilizzata). Proprio per questo consideriamo responsabili gli altri umani che si comportano in modo violento e crudele, ed è del tutto inappropriato dire che si comportano “come animali”, perché l’assenza di rispetto e di pietà che c’indigna è propriamente umana.

Questo porta al problema della nostra responsabilità verso gli altri animali. Le nostre società possono essere più o meno gerarchiche, più o meno ingiuste, non diversamente da quelle di scimmie e primati; ma in noi c’è la capacità di concepire una comunità che includa chi è diverso, prima di tutto altri popoli. “La strada per l’amore universale e il vantaggio reciproco” è “considerare i paesi dove vivono gli altri popoli come fossero il proprio”, scriveva già il pensatore cinese Mozi. Certo la distanza indebolisce il senso di quella distanza, e cosa accade in Cina importa normalmente meno all’Europeo di quel che avviene nel suo paese. Le emozioni non hanno lo stesso raggio d’efficacia della ragione, ma esperienza e riflessione possono forse aumentarlo. Lo stesso vale per il rapporto con gli altri animali: lo sforzo d’immaginarne i pensieri fa parte dell’obiettivo di stabilirne dei diritti.

Peter Singer ripropose cinquant’anni fa la questione dei diritti degli animali rispetto a pratiche come il maltrattamento, la vivisezione, l’allevamento di carne. Parlò di “liberazione animale”, riprendendo il paragone aristotelico tra schiavi e bestie. Quel paragone è controverso: alcuni insistono sulla discontinuità tra i due casi, sottolineando che gli animali non umani non potranno mai diventare membri effettivi della società, a differenza degli schiavi liberati, né rivendicare i propri diritti. Resta l’esigenza di conferirli, questi diritti, rompendo con tradizioni millenarie che hanno fatto degli altri animali degli esseri naturalmente subordinati, riserve di cibo ed energia che si possono sfruttare indiscriminatamente, strumenti da colpire se mal funzionanti. Capire il raglio dell’asino, il tocco di ringraziamento della balena liberata dalle reti, il pianto dell’elefante orfano, diventa decisivo.

Il caso dei primati è singolare, perché la loro vicinanza biologica è saldamente incarnata nel nostro apparato cognitivo. Darwin già accostava la comprensione delle emozioni a quella dell’espressione facciale. Lo confermano le recenti scoperte sui neuroni–specchio, che si attivano quando percepiamo un altro che svolge un’azione e quando compiamo quella stessa azione: le emozioni tendono a riprodursi in noi quando osserviamo certe espressioni sul volto, ma questo vale solo per i nostri simili, come uno scimpanzé. La nostra vicinanza è profonda, la distanza è sottile. 

Si torna allora alle domande sollevate dalla vita di Fossey: quanto possiamo capirli? Come possiamo legarci a loro? Fossey affrontò la questione nel libro autobiografico Gorilla nella nebbia, popolarizzato nel film con Sigourney Weaver che ne è stato tratto, e ha lasciato un’eredità vivissima. Il Diane Fossey Gorilla Fund è ancora oggi una delle istituzioni più solide e prestigiose per lo studio e la conservazione dei gorilla di montagna. Proprio qui lavora la persona che sono venuto a incontrare, e a cui giro le mie domande. Veronica Vecellio è nata a Roma come me, ma per oltre vent’anni ha studiato scimmie e primati in diversi paesi africani. Lavora dal 2005 al Diane Fossey Gorilla Fund, dove oggi dirige le pubbliche relazioni.

La incontro per un caffè da “Crema”. Per un po’ conversiamo di Roma, delle nostre vite private, di conoscenze e letture comuni. Ha l’accento lievemente apolide di chi vive da tanto lontano dal paese d’origine, e uno sguardo d’incondizionata curiosità. Le domando come ha deciso di studiare i gorilla. “Ho sempre avuto una speciale connessione con gli animali. Sono cresciuta e ho trovato me stessa nel rapporto con gli animali e nell’esplorare la natura, e mi è sempre piaciuto farlo da sola. Questa mia passione, che solo quando anni dopo si è concretizzata in carriera, l’ho riconosciuta come dote solo da adulta. Prima vivevo un po’ come un’estranea e mi sentivo strana! Faticavo a trovare il mio posto e la mia motivazione nella società urbana di Roma, che ho amato ma sempre con un sentimento di non appartenenza. Così appena ho maturato l’idea che potevo andarmene non ho esitato a farlo. Non mi spaventavano gli sguardi allibiti della gente o frasi di preoccupazione, io da quel momento in poi non avevo nessun dubbio”.

 

“Perché i gorilla?”.
“Ero affascinata dalla storia di Diane Fossey. Ho visto il film Gorilla nella nebbia e mi è scoccata l’idea che volevo essere come lei, avvicinarmi ai gorilla ed essere parte della natura selvaggia africana”.
“Com’è il tuo legame con i gorilla,  quanto è stato importante nella tua vita?”.
“Il rapporto con i gorilla ha completamente plasmato la mia vita tanto da diventare la mia identità. Il contatto personale non è la cosa che mi ha cambiato, anche se non ne ho avuti tanti; il fatto che davvero sento mio è condividere la natura con i gorilla. Mi spiego meglio. Quando sono con i gorilla e loro mi ignorano e continuano a fare le loro cose quello è davvero il momento in cui mi sento ‘io’, esattamente dove e come voglio essere. Non condivido la necessità di creare un contatto personale, essere toccata o avere un rapporto di curiosità e affetto, quello che davvero mi fa felice è vivere ed essere parte della natura senza modificarla. I gorilla di montagna in Ruanda sono stati abituati all’uomo da anni, da quando Diane ha iniziato a avvicinarli. Non si è trattato per loro di una convenienza pratica, come il fatto di ricevere cibo. È stato un processo naturale ed ora l’uomo è accettato dai gorilla come parte del loro ambiente. È pazzesco!”

“Negli studi sugli altri animali, e in particolare sui primati, si discute spesso dell’opportunità o del rischio di proiettare eccessivamente le categorie e le emozioni umane. Tu che ne pensi?”.
“Antropomorfizzare i comportamenti animali è la cosa più naturale del mondo e non ci vedo niente di sbagliato fintanto che il comportamento che stiamo antropomorfizzando è davvero simile al nostro. Prendi i gorilla: condividiamo con loro la maggior parte del nostro patrimonio genetico e condividiamo con loro un’evoluzione comune. Il loro aspetto, la loro fisiologia e anatomia e il loro modo di comunicare sono simili a quelli umani. Per questo moltissimi comportamenti ed espressioni sono facili da interpretare. In questo senso dare un significato umano ai comportamenti dei gorilla e qualsiasi altra specie di scimmia antropomorfa non soltanto ha senso; facendolo, oggettivamente li comprendi meglio dal punto di vista scientifico. Ti faccio degli esempi. Quando un gorilla muore e i componenti del gruppo restano con il corpo del defunto, noi diciamo che stanno elaborando il lutto, ed è assolutamente vero. Lo fanno in modi diversi, chi più e chi meno. Anche la varietà di personalità e comportamenti è molto simile a quella dell’uomo. Ti racconto la storia di Fashya. Quando aveva 4 anni è rimasta intrappolata in una trappola per antilopi, quando l’abbiamo liberata le è rimasta una gravissima ferita al piede. Non riusciva a camminare. Fashya era rimasta orfana di madre pochi mesi prima. L’amica Icyororo era sempre al suo fianco per aiutarla a camminare. Un giorno le abbiamo viste mentre attraversavano un fiume: Fashya non ci riusciva e Icyororo le ha porto la mano e l’ha tirata dall’altra parte. Mentre le due giovani stavano attraversando il fiume, loro padre (il padre adottivo) le aspettava insieme a tutti gli altri del gruppo. Oggi Fashya e Icyororo hanno 9 anni e Fashya si è ripresa dalla ferita. Chiamiamo il loro rapporto amicizia e io non trovo un termine che sia più adatto”.


 “Mi ha colpito scoprire che nella società dei gorilla c’è una struttura fortemente gerarchica, e che i maschi possono uccidere i figli degli altri allo scopo di prendere il controllo del gruppo. Forse nei gorilla vediamo qualcosa di simile e inquietante, e nello stesso tempo qualcosa che siamo capaci di superare?”.
“Una delle cose più affascinati dell’osservare una specie non umana è cercare di capire le strategie di successo sociale e le politiche interne. I gorilla hanno delle società fortemente incentrate sul nucleo familiare. Questo ha dei pro e contro dal punto di vista umano (mentre dal punto di vista naturale tutto è pro). Ogni adulto del gruppo darebbe la vita per la protezione dei piccoli. I maschi, essendosi evoluti con una taglia più grande per il loro ruolo di protettori, usano la loro stazza per mantenere ordine e per proteggere dagli attacchi esterni. La gerarchia è una strategia di mantenimento dell’ordine e funziona molto bene. Il silverback dominante guida e protegge e allo stesso tempo si mantiene attraente per le femmine che si devono sentire al sicuro. L’infanticidio avviene quando un maschio esterno alla famiglia entra nel gruppo con l’obbiettivo di attrarre femmine e di formare un suo gruppo o ingrandire quello che ha. Uccidendo i piccoli riporta le femmine allo stato fertile, che la femmina perde dal momento del parto per 3–4 anni durante l’allattamento. Inoltre quando una femmina perde un piccolo per un incidente così grave normalmente cambia gruppo perché non si sente più protetta. Insomma alla base di tutta l’organizzazione sociale c’è la protezione dei piccoli dall’infanticidio! Quindi anche se questa è una strategia usata (raramente) dai gorilla per attrarre femmine, è pure il fattore decisivo per cui i gorilla preferiscono stare in gruppo”.

“Hai avuto episodi (positivi o negativi) in cui le tue aspettative sul comportamento dei gorilla sono state spiazzate?”.
“Sì, parecchie volte. Ti voglio raccontare di Maggie, una femmina eccezionale. Quando il maschio dominante del suo gruppo, si chiamava Bwenge, è stato ucciso da un altro silverback, lei (cosa rarissima) ha preso le redini del gruppo di otto gorilla. Non solo è riuscita a proteggere tutti dal silverback che ha ucciso Bwenge, ma, quando si è imbattuta in altri silverbacks solitari che volevano approfittare della situazione, non si è arresa: l’abbiamo vista correre alla carica di silverbacks molto più grandi di lei per proteggere il gruppo. Quando Maggie ha finalmente trovato un altro gruppo dove si è sentita al sicuro ha smesso di lottare. Il suo gruppo si è unito a quest’altro, guidato dal maschio Ugenda. Maggie però non voleva restare e quando ha potuto se n’è andata da sola e così è rimasta fino a che siamo riusciti a seguirla. Io e gli altri ricercatori, che hanno avuto la fortuna di seguire la vicenda, siamo rimasti sbalorditi dalla personalità di questo gorilla che ha messo in salvo la sua famiglia e poi ha continuato da sola”.


“Qui c’è l’istinto del gruppo, ma anche un individuo che va oltre”.
“Ho tanti altri esempi, come quello di Giraneza, il silverback che uccideva altri silverback, un vero serial killer. Un comportamento mai visto prima. Alla fine è morto di polmonite e nessuno di noi ha pianto, dato che aveva ucciso quattro silverbacks a sangue freddo, una cosa terribile”.
“Passando poco tempo con questi animali ho avuto un assaggio di una sensazione gioiosa, di pacifica convivenza tra diversi nel medesimo ambiente, qualcosa che mi sembrava avvenire al di qua del linguaggio e della razionalità. Per trent’anni hai approfondito questa esperienza: potresti farne a meno o farà sempre parte della tua vita?”.
“Sarà sempre la mia vita sia sul campo che fuori. Abbiamo il dovere di proteggere i diritti degli animali, e io contribuirò sempre in qualche modo alla loro conservazione. Il senso di famiglia che si sente quando si sta con i gorilla va al di là di ogni concezione del regno animale che si può ricavare da una conoscenza impersonale. Osservare cosa significa famiglia per un’altra specie è veramente qualcosa di unico: capisci i sentimenti, i modi di comunicare, le diverse personalità e i diversi rapporti, chi si piace di più e chi meno. Non ci si stanca mai. Tu lo hai vissuto e così succede ai fortunati che possono venire a visitare i gorilla di persona e senza barriere. Dicono che è un’esperienza che cambia la vita: è proprio così”.

da qui

 

sabato 20 febbraio 2021

Uganda, la guerra civile degli scimpanzé - Enrico Alleva

(Testo di ENRICO ALLEVA - Foto di ANNE BERRY)

Un gruppo di 150 scimmie è vissuto in pace per decenni. Quando gli individui sono diventati 200 è successo qualcosa: si sono divisi in fazioni e han cominciato a uccidersi. Dunque la violenza di cui l’uomo è capace è “naturale”? Un etologo invita a non tirare conclusioni affrettate

Da trenta anni esperti primatologi statunitensi (gli etologi specializzati in scimmie) osservano in Uganda, al Kibale National Park, una gigantesca colonia di scimpanzé. Questo enorme gruppo sociale, circa 150 individui, è irritualmente numeroso dato che di solito questi nuclei consistono di una cinquantina di individui. Gli studiosi, coordinati da John Mitani e David Watts, distinguono con facilità i singoli scimpanzé, le vicende comportamentali nel tempo, il loro continuo dipanarsi, la ripartizione delle risorse di spazio territoriale e di cibo. E i rumorosissimi conflitti. Molto probabilmente grazie ad annate ricche di cibo e altre condizioni ambientali favorevoli dai circa 150 individui iniziali si è arrivati a duecento. Con il crescere del numero, sono aumentati gli eventi aggressivi.

Nel tempo gli scontri individuali si sono fatti sempre più violenti, come fedelmente registrato da Mitani e allievi a partire dal 2015. La crescente aggressività all’interno della specie (intraspecifica) in questa località è aumentata fino ad alcuni scontri così sanguinosi da risultare mortali. Al momento attuale, il grande gruppo iniziale si è suddiviso in tre distinti e belligeranti gruppi separati: uno occidentale, uno centrale, uno orientale.

Stanno facendo il giro del mondo le foto toccanti dello scimpanzé Basie, ben prima di essere attaccato e ucciso, mentre mostra i denti, a metà tra sorriso forzato e gesto di rituale minaccia, al fotografo che lo disturba tra le fronde ombreggianti della foresta ugandese. A Basie hanno strappato il pene.

Il giovane primatologo Aaron Sandel (Università del Texas), era fortunosamente presente allo scimpanticidio. Brutta fine anche per Erroll, (un testicolo divelto), maschio di basso “rango” sociale dunque più vulnerabile nell’economia sociale del gruppo, e forse periferico durante gli spostamenti del branco, nonostante la spiccata coesione e cooperazione che caratterizza la specie: che in effetti è continuamente dedita a risse chiassose e a rabbiosi rituali di minaccia, come afferrare un lungo ramo fogliuto e sbatterlo per terra emettendo una varietà di suoni (tra l’urlo rauco e l’abbaiamento) che segnalano ai conspecifici intenzioni, emozioni, e dunque propensione all’attacco: tutte strategie di solito intese a far sì che uno dei due contendenti arretri o più definitivamente si allontani dall’altro.

Nel gennaio del 2018, tre maschi del gruppo occidentale hanno inseguito e ucciso un giovane di 15 anni (lo scimpanzé vive in cattività fino a più di 60 anni). Alcuni maschi del gruppo occidentale hanno attaccato e soppresso tre maschi del centrale. Killer e vittime sono tutti maschi che in passato avevano verosimilmente condiviso scorribande a caccia di frutta e nidi, risse adolescenziali più o meno giocose e reciproci delicati spulciamenti che ne vincolavano affinità e alleanze. Parti degli organi sessuali maschili sono stati estirpati. Il dibattito arde nel mondo degli esperti…

L’aggressività dello scimpanzé era stata pittorescamente descritta dalla mitica pioniera etologa e primatologa Jane Goodall a cui l’antropologo Leakey affidò il compito di infiltrarsi con grazia silenziosa e infinitevole perseveranza in un gruppo sociale di scimpanzé tanzanesi, alla Gombe Stream National Reserve. Un laboratorio a cielo aperto divenuto nei decenni fonte di osservazioni dettagliate e continuative sulle vicende famigliari e di gruppo di queste scimmie antropomorfe: farsi accettare dal gruppo animale finché la presenza dell’etologo divenisse del tutto indifferente divenne requisito professionale di base.

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martedì 14 gennaio 2020

DIAN FOSSEY, UNA VITA PER I GORILLA - Giovanna Nastasi


«Quando capisci il vero valore della vita, di ogni vita pensi meno al passato e lotti per difendere il futuro».
Queste parole possiamo considerarle il testamento di Dian Fossey, la naturalista americana, che dedicò la sua vita, fino all’estremo sacrificio, alla tutela dei gorilla di montagna, sottraendoli all’estinzione.
Forse sembrerà stravagante che una donna americana decida di trasferirsi in Africa e lì trovi quello che dà un senso alla vita. Nell’immaginario collettivo, i gorilla sono delle creature che incutono timore perché considerati aggressivi. Dian ci mostrò che ogni essere vivente interagisce attraverso delle regole e che, rispettandole, è possibile stabilire una relazione.
Ogni anno sul nostro pianeta si estinguono diverse specie di piante e animali senza che questo venga considerato una perdita. Infatti, ciò che è lontano da noi, ciò che non intacca la nostra quotidianità, ciò che non ci riguarda emotivamente è come se non esistesse. Così senza accorgercene la Terra sta diventando sempre più povera delle sue risorse ambientali e naturali e questo accade il più delle volte per cinico interesse e per cattiveria, perché, come diceva Fossey, siamo lontani dal comprendere il vero valore della vita.
Nel luglio del 2015, su tutti i Tg mondiali, fecero il giro le immagini del dentista americano Walter Palmer appassionato di caccia sportiva, volato dagli Usa fino allo Zimbawe per uccidere, con arco e frecce, Cecil, un raro leone che viveva in riserva. Le foto pubblicate anche in tutti i siti Internet mostravano il corpo del leone privo di vita, accucciato e inerme quasi fosse sprofondato in un sonno improvviso, e alle spalle il medico americano che baciava la moglie con sguardo trionfante. Uccidere un animale che vive in un’area protetta significa avere una grande quantità di denaro per corrompere le guardie, servendosi dei bracconieri che lucrano su questi sporchi assassini di animali indifesi. Scorrendo le immagini postate sulla rete si può trovare un ampio e orrido catalogo di questi presunti uomini e donne forti che trovano una perversa soddisfazione nell’uccidere esseri viventi: si va dal cacciatore tedesco che paga a una guida del luogo ben 53 mila euro per uccidere, sempre in Zimbawe, l’esemplare di elefante più grande al mondo, per arrivare alla cacciatrice americana che dal Sud Africa, in jeans e maglietta leopardata, posta sui social il suo trofeo, cioè una rarissima giraffa nera.
Secondo “The Guardian” le statistiche dimostrano che più di 1,7 milioni di trofei sono stati venduti in tutto il mondo tra il 2004 e il 2014 – e almeno 200.000 di questi animali sono considerati dalla Iucn a rischio di estinzione.
Dian Fossey lavorava in un ambiente non differente da quello appena descritto e in Africa ci era arrivata quasi per caso per la prima volta nel 1963.
Ci era rimasta sette settimane, durante le quali aveva visitato il Kenya, la Tanzania, il Congo e lo Zimbawe. A rendere quel viaggio una svolta nella vita di Fossey furono però due incontri in particolare. Il primo fu quello con il primatologo statunitense George Schaller in Tanzania dove stava conducendo uno studio pioneristico sui gorilla di montagna: «Credo che fu quello l’istante in cui ebbi la percezione che sarei tornata in Africa, a studiare i gorilla di montagna», scrisse anni dopo Dian nel suo best seller Gorilla nella nebbia (1983). Il secondo incontro chiave fu quello con Louis Leakey, un altro famoso zoologo.
L’infanzia di Dian non era stata particolarmente felice: l’assenza del padre alcolista e la freddezza del patrigno e della madre la fecero rifugiare nella compagnia del suo pesciolino rosso e nella lettura dei libri sugli animali, infatti sognava di diventare veterinaria. Fu grazie al sostegno economico degli zii che riuscì a studiare e diventare terapista. Probabilmente è grazie alla competenza che aveva acquisito nelle dinamiche relazionali con i bambini disabili che sarà in grado di entrare in empatia con i gorilla. Dian li osserva minuziosamente, comprende il loro linguaggio, studia come si comportano in branco, fino ad essere accettata da loro non come una estranea  ma come un membro della loro famiglia. In questo modo aveva ricreato la famiglia che aveva perso e quella che non aveva mai avuto nella comunione rispettosa tra gli esseri umani e la natura, tra gli esseri umani e gli animali. Scrive ancora la primatologa: «l’uomo che uccide un animale oggi, è l’uomo che domani ucciderà la gente che lo disturberà». Dian conosceva tutti i gorilla della zona e aveva stretto con loro un rapporto filiale, soprattutto con Digit, leader di uno dei sottogruppi che lei amava di più. Il 31 dicembre 1977, la vita della donna cambiò drasticamente perché Digit, orribilmente mutilato, venne trovato senza vita. La situazione peggiorò quando poche settimane dopo altri due gorilla furono uccisi mentre proteggevano il loro cucciolo, che morì a sua volta per le conseguenze dell’aggressione. Da quel momento in poi la ricercatrice dedicò tutte le sue energie alla lotta ai bracconieri e anche alle organizzazioni internazionali che puntavano ad aumentare il turismo nella zona. Il 26 dicembre 1985 Dian Fossey venne uccisa nella sua capanna sui Monti Virunga a colpi di machete. Riposa nel piccolo cimitero dei gorilla nel cortile di quello che resta del suo campo di Karisoke, a pochi passi dalla tomba di Digit. Il suo epitaffio recita: «Nessuno amò i gorilla più di lei».
Quali gli insegnamenti da trarre da questa storia? Intanto, quello di avere una passione, l’unica vera linfa vitale che porta avanti la vita; non smettere di costruire sé stessi anche quando si è soli e in frantumi; trovare sempre un nuovo punto di vista che ci aiuti a capire chi è diverso da noi anche se appartiene ad una specie diversa. Bob Campbel, il fotografo del “National Geographic”, che seguì e documentò il lavoro di Dian per tre anni dice che «nessuno mai come lei aveva avvicinato i gorilla di montagna con tanta naturalezza e comunione». Come fare memoria di Fossey? Lei ci ha mostrato la possibilità di comprendere una grammatica diversa che lega ogni essere vivente di questo pianeta, l’unica casa che abbiamo di cui non siamo gli onnipotenti e deliranti proprietari quanto piuttosto i custodi dell’enorme bene che ci è stato consegnato. Ci ha indicato la via dell’armonia e della pacifica convivenza, il rispetto per tutte le forme di vita diversa dalla nostra.
Ma la strada è ancora molto lunga.
Scrive Tiziano Terzani: «Che errore è stato allontanarsi dalla natura! Nella sua varietà, nella sua bellezza, nella sua crudeltà, nella sua infinita, ineguagliabile grandezza c’è tutto il senso della vita».



martedì 31 maggio 2016

Harambe e il nostro delirio antropocentrico - Rita (http://www.ildolcedomani.com/)




Sembra proprio che sui social e sui media sia difficile elaborare un pensiero che non vada oltre una faziosità tipica da stadio, eppure, sulla vicenda di Harambe, credo che ci si debba sforzare di fare qualche considerazione in più perché è paradigmatica non solo del nostro rapporto con gli altri animali, ma anche della rappresentazione di noi stessi in quanto presunta specie eletta la cui sacralità dei singoli non deve essere messa in discussione.  
Innanzitutto, non bisogna smettere di ripetere quanto gli zoo e altre strutture che imprigionano gli animali siano da bandire totalmente. Si tratta di luoghi intrisi di violenza sia sul piano pratico, che su quello simbolico e rappresentativo. Pratico, perché tenere in gabbia (o anche in recinti più ampi, poco importa) individui appartenenti a specie che necessitano di esprimere ben altre esigenze etologiche (correre, arrampicarsi sugli alberi, socializzare, sperimentare il mondo con tutta la varietà di stimoli che offre, predare ecc.) è una forma di violenza immane. Significa in pratica castrare, mutilare, dominare, impedire a qualcuno di essere e di stare nel suo mondo. 
Sul piano rappresentativo, quindi del significante, si tratta di un’altrettanta forma di violenza dalle numerose sfaccettature: innanzitutto si trasmette ai bambini l’idea che la nostra specie possa impunemente controllare e imprigionare altri animali, quindi l’antropocentrismo in una delle sue manifestazioni peggiori, secondo poi li si espone a un rapporto tra soggetto che guarda e soggetti guardati che non è paritario, non è relazionale, ma è anzi, oltre che di dominio, spesso di scherno e denigrazione. Tra gli zoo moderni e quelli ottocenteschi non vi è nessuna differenza. Si possono chiamare “bioparco” quanto volete, ma le parole in questo caso sono solo orpelli per nulla aderenti alla realtà che vorrebbero indicare in quanto si tratta sempre della medesima struttura in cui c’è appunto un osservante che dall’alto della sua presunta posizione di superiorità osserva altri individui considerandoli fenomeni da baraccone. E non può essere altrimenti perché altro non si può imparare. Cosa si può sapere infatti del leone sedato e privato della possibilità di esprimere quelle che sarebbero le sue caratteristiche di specie? 
Mi è capitato spesso, guardando dei video girati dai visitatori di zoo e strutture simili, assistere a risate di scherno e azioni di disturbo nei confronti degli animali imprigionati. Ragazzotti che si sentono superiori e più intelligenti che fanno il verso ai loro cugini primati, deridendoli e facendoli arrabbiare, senza minimamente capire che l’uso della parola, anziché del linguaggio gestuale e del corpo, non fa di noi una specie superiore, ma solo diversa. Assistere a tali manifestazioni di dominio è avvilente ed è la prova non della nostra presunta superiorità e intelligenza, ma semmai della nostra incapacità di guardare oltre l'orizzonte del nostro naso. 
La questione Harambe è paradigmatica anche per un altro verso: la sua vicenda ricorda molto da vicino quella cinematografica di King Kong. Un gorilla viene estirpato dal proprio habitat e portato nel nostro al solo fine di trarne profitto economico. Poi, incapaci di gestirne la natura selvatica, viene ucciso. Doppio danno: l’essere stato dapprima privato della sua libertà – che è già una prima morte psicologica – e poi materialmente privato della vita. In questo, come in tanti casi reali, si assiste alla tragedia di un individuo che deve pagare con la sua vita per errori tutti umani. E ci sarebbe anche molto da dire sulla maniera in cui, dal momento in cui ci siamo tirati fuori dalla natura, cui continuiamo però ad appartenere in quanto animali, abbiamo iniziato a temere e stigmatizzare ogni comportamento che non appartenga (spesso a torto) al rango della razionalità. Quel che si teme è la propria animalità (Freud direbbe che la civiltà è soppressione degli istinti), quel che si mette in atto è una rimozione della nostra natura animale, quel che inconsciamente manifestiamo è la distruzione dell'animale per meglio esaltare la nostra presunta umanità (ossia la costruzione culturale e fittizia che abbiam fatto di essa)*. Inoltre, tutto ciò che riguarda il nostro comportamento viene sempre definito razionale, ossia avente una motivazione logica e intelligibile, mentre tutto ciò che fanno gli altri animali è imputabile al mero istinto. Pure qui si tratta di una pura distinzione ideologica: perché mai se una donna protegge il proprio figlio dovrebbe essere un comportamento logico mentre se lo stesso fa un'orsa viene definito bruto istinto? 
Paradigmatico anche il modo in cui i media hanno trattato la vicenda, a cominciare dalla terminologia usata: Harambe, è un esemplare appartenente a una specie in via d’estinzione, mentre il bambino è IL bambino, la cui vita è considerata sacra a prescindere (anche secondo le parole dell’etologo Alleva). Ecco, stupisce constatare quanto persino un etologo, che dovrebbe conoscere Darwin, ancora faccia questa distinzione ontologica tra animali da una parte, in cui vi sono esemplari intercambiabili, quindi sostituibili e gli umani dall’altra, in cui vi sono invece individui unici, portatori di una irripetibile singolarità che non può essere ridotta a qualsivoglia classificazione tassonomica. 
Eppure sarebbe bastato abbandonare questa ormai obsoleta prospettiva antropocentrica per capire che tanto Harambe, quanto il bambino, erano soggetti unici di una vita e che la vita non è sacra a prescindere, ma lo è proprio in quanto irripetibile per ognuno. Ecco, dicevo, sarebbe bastato questo leggero spostamento di prospettiva per riflettere meglio sul da farsi e per cercare una soluzione che non si imponesse come scelta tra uno o l’altro, ma come rispettosa di entrambi.
Forse una soluzione diversa davvero non c’era (la sedazione poteva essere pericolosa perché non si sarebbe potuta prevedere la reazione immediata del gorilla?), ma quel che duole è constatare come non la si sia nemmeno cercata e senza pensarci due volte si sia preferito uccidere l’animale non umano: per una petizione di principio, per una impostazione solamente ideologica. Detto in altre parole: per pura ignoranza e miopia. 
Ed è stato così per Alexandre, il giraffino fuggito dal circo alcuni anni fa, per Daniza, l’orsa, rea di aver difeso i suoi cuccioli e per chiunque sia escluso dall’appartenenza al regno superiore dell’umano. 

Che questa vicenda ci faccia riflettere: sul nostro falso concetto di umanità costituitosi respingendo da noi l'animalità e su queste strutture lager che continuiamo a finanziare danneggiando migliaia di individui e avvilendo anche la nostra intelligenza perché, davvero, potremmo essere migliori di quanto siamo.

*citazione da un mio precente articolo "Chi ha paura degli animali?"

lunedì 30 maggio 2016

ammazzando gorilla

Il gorilla di uno zoo viene ucciso per trarre in salvo un bambino caduto nel suo recinto. Accade a Cincinnati, negli States, dove in una manciata di minuti un bimbo di 4 anni ha avuto la sfortuna di farsi un volo nel fossato di poco più di 3 metri e di ritrovarsi faccia a faccia col gorilla di pianura che se ne stava lì beato.
Il gorillone, di circa 180 chili, di 17 anni e dal nome di Harambe, era una sottospecie a rischio estinzione. Una volta scorto il bambino, si sarebbe subito avvicinato a lui, scatenando le urla (come si può sentire dal video che gira in rete in queste ore) e il panico generale…
…Circa l’uccisione di Harambe, non chiediamoci tanto se la tragedia si sarebbe potuta evitare, ma: sulla base di cosa esistono ancora gli zoo? Siamo andati a chiederlo all'etologo Roberto Marchesini che è chiaro su un punto:
“Quello che è successo allo zoo di Cincinnati è la dimostrazione di come gli zoo siano strutture assolutamente da superare, non sono strutture educative, non sono strutture dove in qualche modo si tutelano gli animali, ma sono semplicemente dei grandi baracconi dove al primo problema la cosa più semplice da fare è quella di ammazzare un animale”. Dunque? Questo zoo ha dimostrato una incapacità totale di saper lavorare con gli animali. Non ha saputo leggere i comportamenti dell'animale. Non aveva personale capace di entrare dentro la gabbia e relazionarsi con l'animale. E sicuramente, come questo, ce ne sono altri mille di esempi nel mondo. "Lo zoo è sempre una prigione dove l'animale subisce un maltrattamento. Chiuderli in una gabbia non permette agli animali di esprimersi per quello che sono", conclude Marchesini...


Scoppia l'indignazione social per l'esecuzione del gorilla Harambe, ucciso nella sua buca dello zoo dopo che un bambino di quattro anni è caduto nel suo recinto. Per moltissimi navigatori del web Harambe, maschio di 17 anni, avrebbe dovuto essere risparmiato, perché non non intendeva far male al bimbo.
E' stato lanciato l'hashtag #JusticeForHarambe, che ha fatto boom. Per molti sono i genitori del bimbo che vanno condannati per quanto è accaduto sabato scorso allo zoo, perché non sono stati in grado di sorvegliare il figlio. I dipendenti dello zoo hanno ucciso il gorilla (un bestione di 180 chili), che aveva preso il bambino caduto nel fossato, perché la situazione rappresentava una "minaccia per la vita" del bimbo…
…Nel 1987 accadde un incidente simile in uno zoo sull'isola di Jersey, ma quella volta ci fu un lieto fine: un bambino di cinque anni cadde nel recinto dei gorilla e perse conoscenza. Un gorilla schiena d'argento di nome Jambo lo vegliò, allontanando gli altri animali del branco e carezzandogli la schiena. Quando il bimbo si riprese scoppiò a piangere, i gorilla si allontanarono permettendo al personale dello zoo di recuperarlo.


sabato 19 settembre 2015

quando Shira era felice con Tandu

È uno strazio vedere Shira aggirarsi tenendo in braccio il suo cucciolo senza vita. La gorilla dello zoo di Francoforte non si rassegna alla morte del suo piccolo, e da una settimana lo tiene sempre con sé perché non riesce ad accettarne la fine prematura e improvvisa. Era già accaduto a Shira di perdere un cucciolo, e anche la volta precedente lo aveva abbracciato per giorni, prima di abbandonarlo tra le rocce. Gli operatori dello zoo tedesco ora aspettano che la gorilla si rassegni alla perdita e riesca a staccarsi dal corpicino, anche se gli esperti avvertono:  "Le mamme di questa specie arrivano a vegliare i loro morti anche fino alla decomposizione dei corpi.