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giovedì 9 febbraio 2023

La montagna non è una fabbrica - Wu Ming, Paolo Piacentini

Piacentini – In questi giorni è arrivata un po’ di neve ma nulla cambia ed invece vedo un accanimento terapeutico verso un modello di sviluppo turistico quasi sacralizzato, come se quella forma di fruizione della montagna in inverno fosse l’unica possibile.

Situazione preoccupante perché non si vuole prendere atto di quello che sta accadendo e si pensa di risolvere tutto con l’illusione “tecnocratica”

Si posizionano cannoni sparaneve sempre più potenti anche ad alte temperature, non importa se intorno la terra è brulla: pura follia. 

Wu Ming – Anzitutto c’è un problema simbolico, di immaginario: la montagna è vista come una fabbrica che d’inverno deve produrre neve, e questa neve ha l’unico scopo di imbiancare il paesaggio e consentire lo sci. Così, quando la neve non arriva, nessuno pensa al danno per le sorgenti, per la biodiversità, per gli equilibri ambientali, i pascoli, l’agricoltura. L’unico problema è che non si può sciare, e nessuno dice che proprio l’industria dello sci, con il suo enorme dispendio di energia, contribuisce al riscaldamento globale, il quale comporta meno neve naturale, quindi un maggiore ricorso a quella artificiale, e un maggiore consumo energetico: il classico serpente che si morde la coda.

Il mito della “settimana bianca” è talmente forte che certi rifugi, in assenza di neve, invece di puntare su chi cammina, organizzano serate disco sul modello delle “Vacanze di Natale” dei film di Vanzina. Perché la montagna d’inverno dev’essere quella roba lì. Se non c’è la neve, bisogna farla a tutti i costi: trovare una soluzione tecnologica, non cambiare mentalità.

D’altronde, succede così anche con la “transizione ecologica”: invece di ammettere che c’è un intero modello economico da cambiare, si preferisce pensare che le rinnovabili, i crediti del carbonio e qualche milione di alberi piantato qua e là ci permetteranno di mantenere le stesse abitudini.

Piacentini – Per questo parlo di conversione ecologica perché la transizione è più che sputtanata e comunque saremmo in netto ritardo. Va cambiato radicalmente il modello socio-economico. La necessità di una svolta radicale deriva proprio dalla tua riflessione, dalla considerazione che nell’immaginario del turista non si riesce a smontare un modello di fruizione che nasce negli anni del boom economico e che arriva ad oggi con una progressiva degenerazione.

Mi sembra molto importante anche la tua riflessione sulla carenza di neve – Si chiedono risorse pubbliche ingenti gridando all’emergenza come si trattasse di affrontare una catastrofe legata ad un terremoto devastante. Un’emergenza da carenza neve senza per nulla considerare che il vero problema semmai è la conseguente carenza d’acqua nel sistema idrografico.

Wu Ming– Sì, l’ordine delle priorità viene capovolto. Ma non è accaduto lo stesso anche con l’emergenza Covid? Una cassiera di supermercato poteva lavorare otto ore a contatto con i clienti, però, tornata a casa, non poteva farsi una passeggiata nel parco. Inutile stupirsi: come diceva Marx, «il morto afferra il vivo e lo tiene prigioniero»

Piacentini- Dovremmo avere la forza di lavorare per un nuovo paradigma e provare a cambiare l’immaginario sul come abitare e fruire le nostre montagne. Il turismo ok ma va diversificato davvero, le “terre alte” non possono vivere solo di turismo.

Penso al tema dei Cammini, quando nel periodo della pandemia per due anni il Cammino di Santiago ha visto un annullamento del flusso turistico con gli enormi danni relativi. Certo non è facile cambiare rotta visto il forte intreccio tra politica ed imprenditoria, una sorta di patto per utilizzare risorse ingenti che andrebbero indirizzate su progetti a favore delle comunità locali con un occhio rivolto al futuro. Come possiamo secondo te provare, nel nostro piccolo, a ribaltare l’immaginario delle comunità locali oltre a quello della città e dei turisti e portarli alla costruzione di una sorta di patto tra città e montagna che include anche quello tra generazioni?

 

Wu Ming – L’importanza economica del turismo è sovrastimata, perché un Paese come l’Italia, quando è in crisi nera e non ha idee per rilanciarsi, si rifugia in quel che ha già, per certi versi a costo zero, e prova a convincersi che sia la panacea di tutti i mali. Lo stesso vale per la montagna. Che offre, e potrebbe offrire ancora di più, lavoro nell’agricoltura, nell’allevamento, nell’artigianato, nella salvaguardia e cura del territorio, nella cultura. Ma per sviluppare questi settori bisognerebbe investire sui servizi, sui trasporti pubblici, sugli ospedali, sull’abitare. E allora si preferisce la montagna parco giochi, perché tenere aperto un parco giochi è più semplice, più compatibile con l’idea che certe zone non vanno davvero abitate, vanno solo consumate. Chi invece vorrebbe fare altro viene zittito, intimidito, non rappresentato, isolato. Eppure sull’Appennino ci sono ormai tanti giovani che svolgono attività slegate dal turismo. Si dice che senza quest’ultimo la montagna si spopola, ma in realtà il turismo è perfettamente compatibile con una montagna poco abitata: bastano poche centinaia di persone che garantiscono l’accoglienza stagionale.

Per questo, e non solo per le evidenti ragioni ambientali, prima di spendere per dei cannoni energivori che sparano la neve anche a 10 gradi, bisognerebbe garantire collegamenti frequenti, anche notturni, tra montagna e città, e tra comune e comune.

Piacentini – A proposito di servizi è ridicolo strumentalizzare i disabili narrando che gli impianti servono a portarli in alto anche d’estate, quando poi in paese non c’è nessuna attenzione all’accessibilità diffusa. Altro scandalo è che questi finanziamenti spesso arrivano dal PNRR con un’operazione di scippo verso le future generazioni che può fare scattare sentimenti di ribellione più che legittimi.

Bisognerebbe creare i presupposti per far crescere la coscienza su come lo sperpero di risorse pubbliche per alimentare un’economia “estrattiva” toglie l’aria al futuro dei giovani e delle comunità locali. Penso anche alla follia degli impianti eolici industriali nei fragili crinali appenninici.  Bisogna rivedere radicalmente il paradigma dello sviluppo lineare che non tiene conto dei vincoli naturali. Urgono nuovi progetti che mettono al centro la conservazione e la cura del territorio. Un’economia che sposa il concetto del limite e la sfida alla complessità.

Wu Ming – Parlando degli impianti di risalita, prima o poi si arriva sempre alla contraddizione tra ambiente e lavoro, l’occupazione viene usata come ricatto per perpetuare i danni al territorio. Invece, proprio la montagna è un territorio dove la cura dell’ecosistema può produrre lavoro, in tanti settori. Occuparsi di un castagneto, per dire, può avere una valenza produttiva, culturale e turistica allo stesso tempo. In un Paese con un dissesto idrogeologico mostruoso sarebbe facile creare nuova occupazione puntando sulla messa in sicurezza del territorio. O sul patrimonio forestale.

Il tema dell’occupazione viene anche usato per etichettare “gli ambientalisti” come un’élite cittadina, che vive comoda e dà più importanza ai faggi che agli esseri umani. Dobbiamo invece sottolineare l’ingiustizia profonda di un’industria come quella dello sci, che in molti territori si regge sul denaro pubblico, speso per tenere in piedi una macchina inquinante e prossima alla rottamazione, invece di aiutare attività virtuose.

Quest’anno il governo italiano ha chiesto ai cittadini di ridurre i consumi energetici: poi però i signori dello sci da discesa ricevono aiuti per le loro bollette e parlano di usare ancora più energia, e più acqua, per l’innevamento artificiale. Anche questa è un’ingiustizia che andrebbe denunciata.

Piacentini– Come vedi il rapporto con la politica istituzionale? Non credo siano tutti uguali e quindi credo sia opportuno aprire dei canali di confronto istituzionali, mantenendo una piena autonomia. Oggi la politica istituzionale è troppo spesso condizionata dagli interessi economico – finanziari e non è assolutamente indenne anche un pezzo importante dell’ambientalismo politico ed associativo. Lo dimostra anche l’approccio alla politica energetica cosiddetta green.  Davanti a questo scenario pensi si possa riuscire a far penetrare in alcuni ambiti le nostre istanze o non rimane invece che concentrarsi sulla costruzione di vertenze dal basso ?

Wu Ming -Paolo, anch’io non credo che siano tutti uguali, però sono quantomeno simili: fanno gli interessi dei loro clientes, almeno finché ritengono che questo non li danneggi sul piano dell’immagine pubblica, ovvero della carriera politica.

Oggi servono cambiamenti radicali e questi non sono mai venuti dall’interno delle istituzioni, dove il cerchiobottismo è una tattica di sopravvivenza, se non proprio una forma mentis. Una vera alternativa è possibile solo se molte persone la sostengono, la raccontano, la praticano sui territori, la pretendono e hanno la forza per pretenderla.

Piacentini– ti ho fatto la domanda perché pensando, ad esempio, alla posizione dei Verdi che da una parte provano a spingere verso un cambiamento radicale e dall’altra arriva la “necessità politica” del compromesso. Un po’ come la lista civica di Bologna che dice di sì al Passante basta che sia green.

Dovremmo provare a comunicare meglio le contraddizioni della politica. Far capire che alcune scelte sono, non solo insostenibili, ma profondamente incompatibili con le vere azioni virtuose. Non basta opporsi ma bisogna fare rete per costruire e praticare alternative radicali da comunicare in modo efficace.

Wu Ming – Qualche giorno fa, il danneggiamento di nove cannoni sparaneve sul Corno alle Scale ha fatto gridare all’ecoterrorismo. Io non so se sia stato un sabotaggio consapevole o un semplice vandalismo.  Però sono sicuro che ad essere sabotato con progetti insostenibili e ingiusti è il futuro dei territori, delle comunità locali e delle nuove generazioni. Non si può continuare a inseguire una monocultura, quella del turismo invernale, che non ha prospettive e sega il ramo su cui stiamo sedute.

da qui 

sabato 11 settembre 2021

Monviso senz'acqua, mai successo prima: il rifugio Quintino Sella costretto a chiudere - Cristina Palazzo


Anche ai piedi del Monviso scarseggia l'acqua, così il rifugio Quintino Sella chiude in anticipo: non era mai successo prima. Lo annunciano i gestori: "Le riserve invernali si sono esaurite presto. Chiudiamo in anticipo perché siamo senz'acqua. Con il Re (il Re di pietra cioè il Monviso, ndr) nel cuore e negli occhi, un saluto a tutto il popolo della montagna". E la notizia ha lasciato molti senza parole.

I gestori fanno l'annuncio con grande rammarico. Ogni anno l'obiettivo, su ai 2.640 metri del rifugio nel Cuneese, è "tirarla per le lunghe", anche fino a ottobre perché "è casa nostra, non ce ne vogliamo andare. Stanchi ma innamorati di questo posto fantastico". Al massimo è successo di chiudere in anticipo perché arrivava neve fresca e rendeva difficile l'accesso. Quest'anno però il problema è stato il contrario, la mancanza di acqua, e nonostante i diversi tentativi di cercare soluzioni per garantire i servizi di base - l'energia elettrica è infatti arriva dalla produzione dall'idroelettrico - hanno dovuto gettare la spugna, dando appuntamento al prossimo anno.

"In 40 anni al rifugio molto è cambiato - spiega Alessandro Tranchero - e negli ultimi 25 abbiamo iniziato a porre attenzione all'acqua come bene limitato e scarso. Così non era mai successo, sicuramente un occhio va al cambiamento climatico ma quest'anno la stagione è stata davvero particolare, una differenza talmente marcata con lo scorso anno che non preoccupa molto per il prossimo ma ci spinge a ricavare una lezione da quest'estate per affrontare le prossime".

Stagione particolare perché "sul settore alpino c'è stata di sicuro meno neve, ma quando ha nevicato il vento ha ridotto i depositi di neve che servono come scorta in alta quota", aggiunge Tranchero. A questo bisogna aggiungere i cambiamenti nella gestione dell'attività: tra questi, per fare un esempio, più energia per mantenere frigo e congelatore a temperatura come prevedono le norme: "Quando miei genitori hanno preso il rifugio 45 anni fa il problema energetico era l'ultimo, rispetto al rifornimento e alla mancanza di tecnologia. Ora che abbiamo la tecnologia viene invece a mancare la materia prima. Il cambiamento climatico è una questione serissima ma in questo caso non è l'unica. Capisco che un caso così si presti a interpretazioni ma parliamo di una tendenza che si conferma negli anni che ci fa riflettere sulle nuove sfide, come la razionalizzazione dei consumi".


Soluzioni nel breve periodo non ce ne sono: per questo è stata presa la decisione di chiudere, ma da qui si può partire per trovare opportunità sul lungo. Anche perché la stagione finita in anticipo, ben prima dell'atteso foliage, ha rattristato molti, che hanno mandato messaggi di sostegno. "Ci fa piacere avere avuto questa vicinanza, segno che stiamo lavorando bene e che stiamo lasciando un segno a chi passa da qui". E che potrà farlo ancora fino al 13 settembre, giorno in cui la stagione estiva al Sella chiuderà per mancanza d'acqua. 

da qui