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mercoledì 24 giugno 2026

Ue, la finzione giuridica dei nuovi Ogm deregolamentati - Lorenzo Consoli


Abolite la valutazione di rischio, la tracciabilità e l’etichettatura obbligatorie

Il 17 giugno, a Strasburgo, la plenaria del parlamento europeo ha approvato, a larga maggioranza, la nuova normativa che deregolamenta una parte degli Organismi geneticamente modificati (Ogm), in particolare per le piante, introducendo una classificazione specifica per le Nuove tecniche genomiche (Ngt). Così come per l’altro regolamento, votato lo stesso giorno, sui rimpatri dei migranti a cui è stato rifiutato l’asilo nell’Unione, anche nel caso delle Ngt la nuova normativa si basa su una finzione semantica, che consente poi una finzione giuridica: le piante geneticamente modificate con l’uso delle Ngt “non sono Ogm”, e quindi non devono essere regolamentate come tali, così come i “rimpatri” (ritorno nel Paese di origine) possono essere in realtà vere e proprie deportazioni (i migranti possono essere trasferiti in Paesi terzi con i quali non hanno alcun legame: vedi qui).

In più, in Italia, dove nei decenni scorsi le organizzazioni agricole, le organizzazioni ambientaliste e i consumatori si erano opposti con successo al tentativo di introdurre le coltivazioni e gli alimenti geneticamente modificati nei campi e nei supermercati, il termine “Nuove tecniche genomiche” non è stato considerato sufficientemente appropriato e convincente per cambiare la percezione dell’opinione pubblica. Le organizzazioni agricole e il governo, ora risolutamente favorevoli alle Ngt, avevano bisogno di eliminare del tutto anche il riferimento alla genomica, perché evoca il sospetto (assolutamente fondato) che comunque è di Ogm che si parla, per quanto con alcune caratteristiche nuove. Così, è stato inventato e promosso il termine “Tecniche evolutive assistite” (Tea), prontamente accolto da quasi tutta la stampa nazionale.  

Per smontare questa manipolazione delle parole, basta leggere con attenzione il testo del “regolamento che deregolamenta” gli Ogm ricavati mediante le Nuove tecniche genomiche: l’articolo 3 definisce chiaramente le “piante Ngt” come “piante geneticamente modificate ottenute tramite mutagenesi mirata o cisgenesi”. Piante geneticamente modificate, dunque, senza ombra di dubbio, nonostante le affermazioni di ministri e organizzazioni agricole secondo cui “non si tratta assolutamente di Ogm”.  

Come funziona la deregolamentazione? Le Nuove tecniche genomiche (o Tea) sono definite secondo due gruppi distinti, Ngt1 e Ngt2, sulla base di un principio difficilmente giustificabile dal punto di vista scientifico: una soglia numerica. Le Ngt1, che non saranno più sottoposte alla regolamentazione Ue per gli Ogm, devono includere non più di venti modifiche genetiche complessive nel genoma della pianta, e gli inserimenti di nuovo Dna non devono superare la lunghezza di venti coppie di basi. Le Ngt2, invece, non dovranno rispettare queste condizioni, e saranno considerate a tutti gli affetti come degli Ogm, a cui continuerà ad applicarsi pienamente tutta la regolamentazione europea pertinente. Le differenze di trattamento normativo sono sostanzialmente tre: gli Ogm prodotti con le Ngt1 non dovranno più essere approvati con una procedura di autorizzazione europea, basata su valutazioni di rischio preventive, e non saranno più sottoposti agli obblighi né di tracciabilità né di etichettatura. Resterà, tuttavia, il divieto di usare le Ngt1 nell’agricoltura biologica.

Ma se le Ngt sono comunque delle nuove tecniche di manipolazione genetica delle piante, in che cosa differiscono dal modo in cui vengono prodotti in laboratorio gli Ogm tradizionali? Le differenze sono sostanzialmente due.

La prima è che nelle Ngt non può essere più usata la “transgenesi”, ossia l’introduzione, nel Dna della pianta che si vuole modificare, di tratti genetici provenienti da specie diverse da quella a cui la pianta stessa appartiene. Un caso concreto di cisgenesi (la sperimentazione è in corso in Italia), per esempio, è quello della “Gala Plus”, in cui si introduce nelle mele della popolare varietà Gala un gene della mela selvatica (della stessa specie, quindi), che rende la pianta meno suscettibile alla ticchiolatura, una grave malattia fungina. La cisgenesi può avvenire inoltre “tagliando” uno o più geni dal Dna della pianta, usando una “forbice molecolare” (chiamata Crispr/Cas9), che permette di rimuovere o sostituire porzioni specifiche del genoma in modo mirato. Esiste tuttavia il rischio che questa forbice molecolare agisca anche su geni diversi da quelli che si vogliono rimuovere (effetto “off-target”, o fuori bersaglio). È una delle principali sfide scientifiche di questa nuova tecnologiache è stata premiata dal Nobel per la Chimica nel 2020.

La seconda differenza è che le Ngt, come dice il nome, utilizzano la genomica, la nuova tecnica che permette di mappare con precisione l’intero genoma, localizzando i geni nella loro posizione lungo i cromosomi. Da questo punto di vista, le Ngt applicano tecniche molto più precise di quelle degli Ogm tradizionali, che erano il frutto di modifiche introdotte senza sapere esattamente dove i nuovi tratti genetici si sarebbero inseriti nel genoma. Resta comunque il fatto che le Ngt possono continuare a usare la tecnica tradizionale del “bombardamento” della pianta da modificare in laboratorio, con microparticelle rivestite con i tratti di Dna che si vuole inserire nella pianta stessa.  

In entrambi i casi, nonostante la maggiore precisione, resta sempre la possibilità che le modifiche genetiche generino effetti imprevisti (unintended effects), come per i vecchi Ogm. Questi effetti possono essere negativi per le stesse piante geneticamente modificate, oltre che per quelle convenzionali, per l’ambiente e la biodiversità, o per i consumatori e la loro salute. Il fatto che le piante classificate come Ngt1 non debbano sottostare agli obblighi di tracciabilità ed etichettatura rischia di rendere irreparabili gli eventuali effetti negativi imprevisti, a causa della difficoltà di identificare questi Ogm nei campi e sugli scaffali dei supermercati. E questo in palese contraddizione con i “princìpi della precauzione e dell’azione preventiva”, sanciti dall’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.  

Infine, alcuni dati positivi. Nel processo co-legislativo, il parlamento europeo è riuscito a introdurre alcune importanti eccezioni, che limitano parzialmente il possibile danno di questa deregolamentazione. Innanzitutto, la clausola secondo cui saranno automaticamente escluse dalla categoria Ngt1 due tipi di piante geneticamente modificate: quelle resistenti agli erbicidi (quasi tutti gli Ogm coltivati oggi nel mondo appartengono a questa categoria) e quelle che producono al proprio interno sostanze insetticide. In entrambi i casi, sono già emersi rischi importanti, come il trasferimento alle piante infestanti di geni tolleranti agli erbicidi e l’esposizione di farfalle e impollinatori agli insetticidi “interni” delle piante Ogm.

La seconda clausola importante è un obbligo parziale di etichettatura, limitato alle sole sementi delle piante Ngt1. Questo per consentire agli agricoltori biologici di evitarle, rispettando il divieto d’uso previsto per loro dal regolamento. Non sono stati adottati, invece, gli emendamenti con cui una parte del parlamento europeo avrebbe voluto mantenere comunque l’obbligo generale di tracciabilità e di etichettatura degli Ogm prodotti con le Ngt1. 

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sabato 28 marzo 2026

Come le normative UE su ambiente e clima sono state smantellate in meno di tre anni - Lorenzo Consoli



La marcia indietro del Green Deal europeo, sotto la pressione delle lobby, dei partiti di centro destra ed estrema destra e di diversi governi – con quello italiano in prima linea – sta investendo in pieno anche la politica climatica, dopo aver già ritardato, annacquato e spesso smantellato le normative ambientali. Tutto questo ha una data d’inizio precisa: il 22 novembre 2023.

Quel giorno, il Parlamento europeo bocciò clamorosamente (con 299 voti contrari, 207 a favore e 121 astenuti) il regolamento SUR (“Sustainable Use Regulation”) che proponeva di dimezzare l’uso dei pesticidi chimici entro il 2030 e di vietarli del tutto nelle zone “sensibili” (le aree protette della rete “Natura 200”, i giardini pubblici, i parchi giochi e i campi sportivi).

A quella bocciatura, che non era necessariamente definitiva, seguì poi, il 6 febbraio 2024, la decisione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di ritirare la proposta di regolamento. Von der Leyen, in quell’occasione, promise di ripresentare una nuova versione del testo, ma poi si è ben guardata dal farlo.

Inoltre, da allora a Bruxelles è caduto in disgrazia tutto il resto della strategia “Farm to Fork“ (”dal campo alla tavola”), di cui il regolamento SUR era una pietra angolare, e che aveva diversi altri obiettivi di cui ormai non parla più, come la riduzione del 20 per cento dell’uso dei fertilizzanti e del 50 per cento delle vendite di antimicrobici per gli allevamenti e l’acquacoltura entro il 2030, e l’aumento del 25 per cento, entro la stessa data, della superficie dedicata all’agricoltura biologica.

La marcia indietro del Green Deal era stata innescata dalle manifestazioni degli agricoltori, cominciate a metà 2023 e culminate poi nel 2024-2025 con le “proteste dei trattori” a Bruxelles, che rivendicavano, tra l’altro, la soppressione di una serie di norme e obblighi di protezione dell’ambiente e della biodiversità, previsti dalla nuova PAC (Politica agricola comune) per il periodo 2023-2027, come condizioni per accedere alle sovvenzioni e ai fondi europei.

La richiesta è stata poi accolta con lo smantellamento di fatto, partire dal 2024, di questa “eco-condizionalità”, soprattutto per le aziende sotto i 10 ettari (il 65 per cento del totale), che non saranno più sottoposte a controlli e sanzioni in caso di violazione. Gli obblighi sono stati sostituiti dal principio degli incentivi (finanziamenti supplementari se le buone pratiche ambientali sono attuate volontariamente). Ed è stato eliminato del tutto, in particolare, l’obbligo di mantenere a riposo almeno il 4 per cento dell’area coltivabile di ogni azienda agricola.

Un’altra normativa molto importante del Green Deal, su cui però le forze anti ambientaliste di centro-destra al Parlamento europeo non sono riuscite a ripetere il successo registrato sui pesticidi, è il regolamento sul “ripristino della natura”. Il 27 febbraio 2024, il testo era passato con 329 eurodeputati favorevoli all’accordo con il Consiglio Ue sul regolamento, 275 contrari e 24 astenuti. L’approvazione finale è arrivata poi il 17 giugno dello stesso anno, da parte del Consiglio Ambiente, a maggioranza qualificata, con Italia, Ungheria, Svezia, Finlandia, Olanda, e Polonia contrarie e il Belgio astenuto.

Da notare che nel corso dei negoziati al Parlamento europeo e in Consiglio UE il regolamento aveva subito non poche modifiche, che avevano indebolito le ambizioni della proposta originaria della Commissione, in particolare con l’introduzione di diverse deroghe, o possibilità di proroghe, per gli obblighi previsti da parte degli Stati membri, e soprattutto con la sostituzione di diversi obiettivi obbligatori con target indicativi. Tuttavia, resta l’obbligo fondamentale del ripristino degli ecosistemi oggi degradati in tutti i Paesi membri, che dovranno attuare misure in questo senso per almeno il 20 per cento di quelle aree, terrestri e acquatiche, entro il 2030, con dei piani nazionali da presentare entro settembre di quest’anno.

Quella sul ripristino della natura è forse l’unica importante normativa ambientale sotto attacco che ha resistito alla marcia indietro del Green Deal, quando era ancora possibile nel Parlamento europeo. La forte avanzata dei partiti di centro destra e di destra estrema alle elezioni del giugno 2024 ha reso possibile nell’attuale legislatura la formazione di una maggioranza anti ecologista (e anti immigrazione) che il Partito Popolare europeo (Ppe) può attivare ogni volta lo ritenga opportuno, con la fine, di fatto, del “cordone sanitario” che escludeva l’ultradestra dai negoziati legislativi.

In questo nuovo quadro politico (a cui si aggiunge l’ormai netta prevalenza dei governi di centro destra in Consiglio UE), Ursula von der Leyen si è dichiarata disponibile, nel suo secondo mandato, a smontare gran parte del “Patto verde” che lei stessa aveva proposto e in gran parte attuato nella precedente legislatura. Così, la Commissione non solo ha avviato nuove iniziative legislative molto meno ambiziose dal punto di vista ambientale, ma ha anche avanzato decine di proposte di revisione della legislazione già approvata e spesso già in vigore. Sono i famosi “Omnibus”, che hanno come obiettivo dichiarato la “semplificazione” degli oneri normativi e burocratici e la riduzione dei costi per le imprese, nel nome della nuova priorità dell’UE che ha sostituito il Green Deal: la competitività.

La “semplificazione” in realtà si traduce spesso in una vera e propria deregolamentazione. La tendenza generale è quella di eliminare del tutto gli obblighi previsti dalle normative ambientali e climatiche per il maggior numero possibile di imprese, soprattutto piccole e medie, e in altri casi di ritardarne l’attuazione o limitarne la portata.

Lo si è visto subito con il primo degli “Omnibus” (ne sono già stati proposti nove, nei settori più diversi), quello, recentemente approvato in via definitiva, relativo agli obblighi di rendicontazione delle imprese riguardo alla sostenibilità ambientale (direttiva CSRD) e al “dovere di diligenza” sugli impatti ambientali e sociali nelle catene del valore (direttiva CSDDD): nel primo caso, il “reporting” obbligatorio è stato limitato alle grandi società (sopra i mille dipendenti e oltre i 450 milioni di fatturato), escludendo l’80 per cento delle imprese precedentemente coinvolte; nel secondo caso, il perimetro di applicazione è stato limitato alle sole aziende con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato, è stato eliminato l’obbligo di presentare dei piani aziendali di transizione climatica ed è stata ridotta dal 25 per cento al 3 per cento del fatturato la soglia massima delle multe per inadempienza.

Quanto ai ritardi nell’applicazione, particolarmente emblematica è la vicenda del regolamento contro la “deforestazione importata“, entrato in vigore nel giugno 2023, con attuazione prevista inizialmente al 30 dicembre 2024. Dopo un primo rinvio di un anno approvato nello stesso dicembre 2024, il regolamento ha subito un secondo rinvio nel 2025, e l’attuazione è prevista ora a partire dal 30 dicembre 2026 per le grandi aziende e dal 30 giugno 2027 per le piccole imprese. Inoltre, già dall’aprile di quest’anno ci sarà una valutazione d’impatto sugli oneri amministrativi per le aziende, che potrebbe portare a ulteriori modifiche. Il regolamento (sottoposto a forti pressioni negative da parte degli Stati Uniti e di altri partner commerciali dell’UE) mira a prevenire la deforestazione nei Paesi terzi causata dalla produzione di cacao, caffè, olio di palma, soia, carta e derivati, e dall’estrazione di materie prime (legno, gomma, carbone vegetale) che vengono importati nell’UE.

L’ottavo pacchetto “Omnibus“, proposto a inizio dicembre 2025, riguarda la semplificazione delle normative ambientali, ma è per adesso ancora troppo poco dettagliato per poter valutare le conseguenze negative che potrebbe avere per la protezione della natura. Contiene innanzitutto un regolamento per l’accelerazione delle valutazioni d’impatto ambientale nelle procedure di autorizzazione dei progetti industriali, e prevede uno “stress test” per le direttive habitat e uccelli (i due pilastri fondamentali della tutela europea della biodiversità), che potrebbero essere riviste; così come potrebbero essere riaperte le normative sull’acqua, sui rifiuti (anche quelli elettronici), sulle emissioni industriali, sugli impianti di combustione. C’è anche un alleggerimento degli obblighi della responsabilità dei produttori che finora era estesa a tutto il ciclo di vita dei loro prodotti.

Per tornare ai pesticidi, un altro “Omnibus”, il decimo, che riguarda alimenti e mangimi, proposto dalla Commissione a metà dicembre 2025, prevede una durata illimitata delle autorizzazioni per la loro immissione sul mercato. Solo per le sostanze più tossiche per cui ancora non sono state trovate alternative l’autorizzazione è limitata a sette anni. La durata illimitata vale anche per i biocidi (le sostanze impiegate contro batteri, virus, insetti e roditori) e gli additivi per i mangimi. Oggi le autorizzazioni di tutti questi prodotti durano 10 anni, e il loro rinnovo (dopo una nuova valutazione di rischio) scade dopo altri 15 anni. La nuova durata illimitata riguarderà anche il rinnovo delle autorizzazioni esistenti, alla loro scadenza. Inoltre, il “periodo di grazia” entro cui questi prodotti possono restare sul mercato, dopo il ritiro dell’autorizzazione nel caso in cui nuove evidenze scientifiche dimostrino l’esistenza di rischi inaccettabili, viene raddoppiato a due anni per la distribuzione e la vendita, più un altro anno per l’esaurimento degli stock esistenti, per un totale di tre anni.

La retromarcia del Green Deal sta ormai interessando sempre di più anche la politica climatica, che inizialmente era stata sostanzialmente risparmiata dagli attacchi, anche perché difesa con più convinzione dalla Commissione. La vicenda più clamorosa è stata la revisione dell’obiettivo zero emissioni nette di CO₂ per le auto e i furgoni immessi sul mercato a partire dal 2035. Dopo aver negato per mesi che sarebbe stato rimesso in discussione questo traguardo, la Commissione ha accettato infine, il 16 dicembre 2025, di rivedere dal 100 per cento al 90 per cento l’obiettivo di riduzione delle emissioni delle auto, rinunciando quindi alla messa al bando dei motori a combustione interna, e lasciando aperta la possibilità di continuare a produrre veicoli ibridi e a emissioni “low carbon” (alimentati con carburanti sintetici o biocarburanti) anche dopo il 2035.

Più in generale, riguardo agli impegni di riduzione delle emissioni a effetto serra in tutta l’Unione nel percorso fino al traguardo finale della “neutralità climatica” nel 2050 (che non è mai stato messo in questione), è stato confermato l’obiettivo intermedio per il 2040 (-90 per cento rispetto al 1990), ma introducendo la possibilità di includere nel conteggio del taglio fino al 5 per cento dei cosiddetti “crediti internazionali di carbonio” (con l’acquisto di certificati riguardanti i tagli alle emissioni non nell’UE ma in Paesi terzi). È stato anche definito il “Contributo determinato a livello nazionale” (Ndc) per tutta l’UE previsto dall’Accordo di Parigi sul clima, riguardo alla riduzione delle emissioni per il 2035, che tuttavia è indicata con una forchetta, tra il 66,25 per cento e il 75,2 per cento, e non un obiettivo unico.

Le pressioni più forti, intensificatesi dopo l’attacco militare di Stati Uniti e Israele all’Iran e le sue conseguenze su prezzi del gas e del petrolio, si stanno concentrando ora contro il mercato europeo dei permessi di emissioni Ets (”Emission Trading System” ), che riguarda circa 11 mila impianti del settore energetico e delle industrie energivore (siderurgia, vetro, raffinerie, chimica, cemento), i trasporti aerei intraeuropei, e ora anche il settore marittimo, con una integrazione graduale dal 2024.

Il sistema Ets, introdotto nel 2005, ha funzionato egregiamente, almeno da quando, nel 2013, ha cominciato a essere applicato più rigorosamente alle centrali energetiche, con l’eliminazione delle quote gratuite (che invece continuano a essere concesse generosamente alle industrie energivore). Qui la Commissione finora ha resistito bene, difendendo con determinazione dalle critiche questo meccanismo che si è dimostrato il più efficace per la decarbonizzazione. L’obiettivo previsto è di arrivare entro il 2030 a una riduzione delle emissioni del 62 per cento rispetto al 2005 per i settori interessati. «Dal 2005 a oggi, le emissioni delle industrie incluse nell’Ets sono diminuite del 39 per cento, mentre questi stessi settori hanno avuto una crescita del 71 per cento; quindi decarbonizzazione e crescita possono procedere parallelamente» ha sottolineato Ursula von der Leyen al vertice informale UE nel castello belga di Alden Biesen, il 12 febbraio.

Tuttavia, alcuni Paesi dell’UE e diversi comparti industriali (soprattutto chimico e siderurgico) chiedono varie modifiche all’Ets (l’Italia sollecita addirittura una sua “sospensione”,ma la richiesta è stata sostanzialmente ignorata dal Consiglio europeo del 19 marzo), e in particolare un rinvio della già prevista eliminazione progressiva (fino al 2034) delle quote di emissioni concesse ancora gratuitamente alle imprese energivore. La Commissione ha annunciato che presenterà una proposta di revisione entro il prossimo mese di luglio, e qualche nuova misura sarà proposta certamente, ma non si prevedono cambiamenti radicali, niente che possa essere definito, in questo caso, come una marcia indietro.

È previsto anche che il sistema delle quote di emissione venga esteso (con un meccanismo separato chiamato Ets2) ai fornitori di combustibili per il riscaldamento e al trasporto stradale. E qui una prima frenata c’è già stata: l’attuazione dell’Ets2, prevista inizialmente a partire dal 2027, è stata rimandata di un anno, al 2028. E non è affatto escluso che, avvicinandosi la scadenza, si prospetti un nuovo rinvio, come per il regolamento sulla deforestazione. Anche perché l’Ets2 comporterà sicuramente un rincaro dei carburanti imposto alle famiglie e alle imprese, che potrebbe provocare una forte protesta sociale, in una fase in cui la questione più importante da risolvere è come ridurre i prezzi dell’energia.

 

Lorenzo Consoli è corrispondente per l’UE a Bruxelles per l’agenzia di stampa italiana Askanews, dove si occupa di questioni europee con particolare attenzione all’economia, all’energia, alle politiche ambientali e alle problematiche istituzionali. È stato anche docente presso l’IHECS (Institut des Hautes Études en Communication Sociales) di Bruxelles, ed è stato eletto due volte presidente dell’Associazione Internazionale della Stampa di Bruxelles (API) dal 2006 al 2010.

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lunedì 15 dicembre 2025

Ue, altro colpo al Green Deal. Intesa per minori controlli su due diligence e sostenibilità ambientale: “Esentato l’85% delle aziende”

La presidenza di turno danese dell'Ue ha annunciato che è stato trovato un accordo tra Parlamento e Consiglio. Esulta von der Leyen: "Risparmio fino a 4,5 miliardi di euro. Rendiamo più semplice fare affari in Europa"

L’Unione europea è pronta ad allentare i controlli sulla sostenibilità per le aziende del Vecchio Continente. Come annunciato dalla presidenza di turno danese, si è trovato l’accordo tra Consiglio Ue ed Eurocamera sulla semplificazione auspicata in particolar modo dal Partito Popolare Europeo che, per sostenerla, ha sfruttato la sponda dell’estrema destra a Bruxelles, in una delle numerose rotture con la cosiddetta ‘maggioranza Ursula‘ che sta mettendo in crisi l’alleanza al centro dell’Ue.

Copenaghen fa sapere che il pacchetto Omnibus I concordato porterà a una riduzione degli oneri amministrativi in tutta l’Ue pari ad almeno 5,7 miliardi di euro. Anche la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, esulta fornendo cifre diverse: “Accolgo con favore l’accordo politico sul pacchetto di semplificazione Omnibus I. Con un risparmio fino a 4,5 miliardi di euro ridurrà i costi amministrativi, taglierà la burocrazia e renderà più semplice il rispetto delle norme di sostenibilità. Rendiamo più semplice fare affari in Europa, restando fedeli ai nostri valori”.

Non così fedeli, in realtà. Il prezzo da pagare è una diminuzione dei controlli in quel processo di graduale smantellamento del Green Deal europeo iniziato proprio dal Ppe con la nuova legislatura. Nello specifico, l’intesa introduce una clausola di revisione per una possibile estensione del campo di applicazione di entrambe le direttive e rinvia di un altro anno, al 26 luglio 2028, il termine per recepire la direttiva due diligence. Le società dovranno dunque conformarsi alle nuove misure entro luglio 2029. Con l’accordo politico, prosegue la presidenza Ue, l’85% delle imprese che rientrerebbero nel campo di applicazione saranno invece esentate dagli obblighi di reportistica sulla loro sostenibilità aziendale.

Questo perché, come recita il testo, gli obblighi di due diligence si applicheranno a grandi società con più di 5mila dipendenti e un fatturato annuo superiore a 1,5 miliardi di euro. Anche quelle che dovranno continuare a fornire informazioni non saranno comunque più tenute a preparare un piano di transizione per rendere il loro modello di business in linea con gli obiettivi dell’accordo sul clima Parigi, ma potranno essere soggette a sanzioni pecuniarie per il mancato rispetto dei requisiti di sostenibilità ambientale e sociale fino a un limite del 3% del loro fatturato netto mondiale. Per evitarlo, la Commissione Ue elaborerà delle linee guida per le aziende. Gli stessi vincoli green e sociali si applicheranno anche alle società extra Ue con un fatturato nel continente superiore alla stessa soglia.

Sulla rendicontazione ambientale, gli obblighi di redigere relazioni riguarderanno invece le aziende con oltre 1.000 dipendenti e con un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Saranno escluse le piccole e medie imprese quotate e le imprese di holding finanziarie. Un’esenzione transitoria per il 2025 e 2026 è inoltre prevista per le società che dovevano iniziare a presentare relazioni a partire dall’esercizio finanziario 2024 (le cosiddette società wave one). Vengono inoltre semplificati gli obblighi di rendicontazione, che dovrebbero diventare più quantitativi, mentre la rendicontazione settoriale sarà volontaria. Il tutto verrà fatto attraverso un portale digitale che dovrà essere messo a disposizione delle aziende dalla Commissione Ue.

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domenica 7 dicembre 2025

Migranti, l’Ue vota sui Paesi terzi sicuri. Ma la “fortezza” immaginata da von der Leyen finirà nei tribunali, ecco perché - Franz Baraggino


Altro che sanare il Protocollo Italia-Albania: la proposta della Commissione Ue – sostenuta da popolari ed estrema destra – ha ben altri piani. Cambiando la definizione di “Paese terzo sicuro”, punta a rendere inammissibili le domande d’asilo e a trasferire i richiedenti, mettendo a rischio i diritti fondamentali e la stessa convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Una deriva “palesemente illegittima”, secondo l’esperto di migrazioni internazionali Gianfranco Schiavone, che mira a liberare l’Unione dai suoi obblighi giuridici violando le norme sul funzionamento dell’Ue, e destinata quindi a un inevitabile scontro nelle aule di tribunale e fino alla Corte di giustizia.

L’esperimento italiano in Albania ha già mostrato i suoi limiti ai partner europei. Con la giurisdizione italiana resta in vigore il diritto Ue, ma il patto con Tirana non consente di garantire le tutele che, almeno sulla carta, si possono rivendicare in Italia. Nemmeno l’atteso Patto europeo sull’asilo, operativo da giugno, supera l’ostacolo. Per questo la proposta della Commissione guidata da Ursula von der Leyen vuole affidare i richiedenti direttamente a Paesi terzi. Basterà che, nel viaggio verso l’Europa, siano passati da un Paese considerato sicuro per dichiarare inammissibili le loro domande di asilo e trasferirli altrove, anche senza un reale legame con quello Stato. E se il transito non è dimostrabile, basterà un accordo – anche informale – con un Paese terzo. Al voto mercoledì 3 dicembre in Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE), la proposta ha i voti del Partito popolare europeo, dei conservatori di ECR, ma anche dei Patrioti e dei sovranisti dell’ESN. Difficile che le cose cambino in plenaria a Strasburgo.

Lo scontro, prevedibilmente, si sposterà nei tribunali. Ma su quali basi? La convenzione del 1951 prevede la possibilità di collaborazione tra Stati quando si tratta di alleggerire un Paese da un onere che non può ragionevolmente sostenere in modo adeguato. Ma se lo scopo è liberarsi degli obblighi di protezione, si tratta di esternalizzazione ed è illecito. Col 73% dei rifugiati in Paesi a medio o basso reddito, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ricorda che gli Stati europei sono spesso tra i Paesi col più alto Pil pro capite, hanno sistemi di asilo più solidi e un numero relativamente basso di rifugiati e richiedenti: “Difficile capire come il trasferimento dagli Stati europei in altri Paesi – soprattutto se questi non hanno le capacità di accoglienza e i mezzi di protezione necessari – non equivalga a un trasferimento di responsabilità”.

Certo, i Paesi terzi riceveranno ingenti finanziamenti. Ma pagare non basta, come ha dimostrato la Corte Suprema britannica bocciando il memorandum tra Regno Unito e Ruanda. “Anche con investimenti pesanti nel sistema di asilo del Paese terzo, si tratterebbe di un’impresa complessa che richiederebbe molto tempo per produrre risultati sufficienti”, avverte il Commissario O’Flaherty. Anche l’Unhcr, l’Agenzia Onu custode della convenzione di Ginevra, ammette che, in condizioni specifiche, un trasferimento può essere legale, ma ribadisce che servono garanzie concrete e standard elevati. Senza tali garanzie – ha sempre precisato – “l’Unhcr rimane fermamente contrario agli accordi che mirano a trasferire rifugiati e richiedenti asilo”. Peggio ancora se si tratta di accordi informali: “Gli accordi di trasferimento dovrebbero essere accessibili al pubblico e incorporati nell’ordinamento giuridico degli Stati partecipanti”, ha scritto l’Unhcr ad agosto nella guida ‘Accordi internazionali per il trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo’.

Quanto a garanzie, il nuovo regolamento Ue sembra adottare una nozione piuttosto debole di “protezione effettiva“, considerandola valida anche in Stati che non hanno ratificato la convenzione o che non garantiscono uno status giuridico di protezione e l’accesso ai diritti, “ma solo la possibilità di essere temporaneamente tollerati”, spiega Schiavone. “Senza la garanzia di uno status giuridico le persone rischiano di finire in un limbo senza limiti di tempo”. Pericolo tanto più concreto se gli accordi non sono giuridicamente vincolanti e le persone vengono trasferite in Paesi coi quali non hanno alcun legame. Nel commentare la proposta della Commissione, l’Unhcr ha chiesto accordi vincolanti, procedure rigorose, tutele legali come la sospensione automatica del trasferimento in caso di ricorso giuridico e protezioni specifiche per i soggetti vulnerabili, tutte condizioni oggi assenti. Ma le destre non hanno sentito ragioni e il testo è rimasto praticamente invariato.

Inascoltata in Parlamento, che ruolo potrà avere l’Agenzia quando si tratterà di controllare? Se Donald Trump le ha tagliato i fondi, l’Ue finanzia l’Unhcr solo per progetti coerenti con le proprie politiche migratorie, per lo più in Nord Africa. E mentre la capacità dell’Agenzia di vigilare si riduce, i governi la usano spesso come una foglia di fico. Così non resta che il controllo giurisdizionale. Senza modifiche, avverte Schiavone, “le nuove norme non potranno non essere impugnate davanti ai tribunali nazionali”. I possibili rilievi vanno dalla violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue che garantisce, tra gli altri, il diritto d’asilo “nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra”, al contrasto col Trattato sul funzionamento dell’Unione, che impone piena conformità alla convenzione. Toccherà ai giudici, ancora una volta, decidere se fermare i trasferimenti e rinviare tutto alla Corte di giustizia europea.

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Paesi sicuri, Strada: “Disastro del Ppe, è la fine del diritto d’asilo. Ma la sanatoria sull’Albania non c’è” , intervista di Franz Baraggino 

L’europarlamentare del Pd Cecilia Strada, relatrice ombra per i Socialisti e Democratici sui dossier “paesi terzi sicuri” e “paesi sicuri d’origine” in esame alla Commissione LIBE del Parlamento Ue, esprime profonda preoccupazione in vista del voto di mercoledì 3 dicembre. Definisce la situazione un “disastro politico” in cui i parlamentari del Partito popolare europeo (Ppe) si allineano all’estrema destra su testi che rappresentano “la fine del diritto d’asilo in Europa”. Un approccio che sta portando l’Unione Europea a “violare lo spirito della Convenzione di Ginevra sui rifugiati”.

Strada, qual è il punto politico sui dossier al voto alla Commissione LIBE?
Il punto in cui siamo è un disastro. Il Ppe sta lavorando totalmente insieme all’estrema destra su questi temi. Gli stessi popolari che teoricamente dovrebbero stare con il campo progressista e invece, sulla questione migratoria, guardano solo ed esclusivamente da quella parte.

La negoziazione com’è andata?
Nessuno dei tentativi di negoziare da parte del campo progressista è stato accettato. I relatori hanno ripreso sostanzialmente invariata la proposta della Commissione e hanno rifiutato qualunque tentativo di mediare con noi per cambiare il testo e renderlo vagamente più umano. Andiamo a votare testi che sono tremendi.

La vera novità sta nel nuovo concetto di “paese terzo sicuro”.
Mentre il concetto di Paese d’origine sicuro ha a che fare con l’esame della richiesta di protezione, col concetto di Paese terzo sicuro l’Ue non entra nemmeno nel merito della tua domanda d’asilo. Ti dice che potresti anche aver diritto alla protezione, essere un rifugiato, ma non qui. E se l’Europa decide che avresti potuto fare domanda altrove, anche dove sei semplicemente transitato, o che potresti presentarla in un Paese col quale ha preso accordi, verrai trasferito, punto. E’ la rinuncia al nostro obbligo di protezione, delegato a paesi terzi coi quali ci si mette d’accordo. E’ di fatto la fine del diritto d’asilo in Europa, e ci prendiamo anche dei rischi.

Quali?
Perché Paesi che hanno più problemi di noi dovrebbero accettare i richiedenti asilo che noi non vogliamo gestire, se non per soldi o altri vantaggi? Sicuramente non per spirito di fratellanza.

Dunque?
Dunque l‘Europa diventa ricattabile, tra l’altro senza prevedere alcuna specifica sul tipo di accordi, che possono essere i soliti memorandum informali e non vincolanti. Cosa succederà quando questi paesi terzi vorranno di più, vorranno rinegoziare, vorranno più soldi o più vantaggi? Situazioni già viste in Turchia ma anche in Tunisia. Oltre al fatto che in sostanza ci apprestiamo a spostare persone attraverso i confini in cambio di soldi, come sul confine tra la stessa Tunisia e la Libia, dove le persone vengono vendute e spostate. Non è ciò che che condanniamo come traffico di esseri umani?

Le nuove norme risolveranno i problemi del Protocollo Italia-Albania come dice il governo?
Né il testo sui Paesi d’origine, né quello sui Paesi terzi sicuri sanerà quell’accordo. Il governo è arrivato a considerare quelli in Albania come trasferimenti da un Cpr all’altro, come fossimo in Italia. Ma nonostante la giurisdizione italiana, l’extraterritorialità non ha permesso di garantire le tutele previste dalla normativa dell’Unione: le alternative al trattenimento, ma anche l’eccesso effettivo a diritti come quello alla salute, all’unità familiare, a una difesa effettiva.

In Europa i flussi migratori non stanno aumentando, come mai resiste l’urgenza normativa?
Non c’è nessuna urgenza, è la stessa agenzia europea Frontex che ci fa vedere come i flussi stanno diminuendo. Ma da almeno dieci anni le persone migranti sono lo strumento sul quale si è fatto propaganda per vincere le elezioni a qualunque costo, e distrarre le persone dalle garanzie sui propri diritti, da una sanità degna di questo nome al fatto che stiamo indebitando i nostri figli e i nostri nipoti per comprare armi.

Le opposizioni sono pronte per proporre soluzioni alternative sui migranti?
Secondo me siamo abbastanza pronti se smettiamo di aver paura di perdere le elezioni su questo tema e quindi se smettiamo di inseguire la destra. Non è mai una buona idea inseguire la destra sulla propria agenda: tra la copia e l’originale la gente vota l’originale o se ne sta a casa.

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venerdì 21 novembre 2025

Scuola e Rearm Europe - Federico Giusti

 

Gira una battuta tra i docenti delle scuole, ossia che il Ministero dell’Istruzione e del Merito si stia trasformando in Ministero dell’Istruzione Militare. A prescindere dall’ironia c’è del vero in questa considerazione, se pensiamo alle innumerevoli circolari del Ministero e alla presenza di militari nelle scuole di ogni ordine e grado.

Da qualche tempo il mondo della scuola si sta risvegliando, e non solo per la buona partecipazione ai due scioperi generali tra settembre e ottobre (pur con percentuali ancora troppo basse come del resto nell’intera Pubblica amministrazione), ma perché oltre ai bassi salari e ai rinnovi contrattuali – con aumenti irrisori pari a un terzo dell’aumento reale del costo della vita – sta prendendo corpo un diffuso malessere verso le politiche educative del Governo, tra circolari e continue intrusioni atte a generare un sistema di controllo dopo le centinaia di mozioni in solidarietà con il popolo palestinese, e contro il genocidio, che sconfessano la politica dell’Esecutivo.

Poiché a tal riguardo stanno diffondendosi nelle scuole svariate iniziative che vedono protagonisti docenti e studenti, questa unità di azione turba i sonni del Ministro Valditara il cui apporto riguardo alle necessità inerenti il suo settore di competenza per la Legge di Bilancio è del tutto ininfluente.

Il malcontento nella scuola cresce: le risorse sottratte all’educazione, al rinnovo dei plessi scolastici, ai salari di tutto il personale vanno a finire nelle spese militari; mentre Valditara non lesina finanziamenti agli istituti privati, favorisce l’assicurazione sanitaria con enti privati, non ci sono interventi per ridurre i costi dei corsi abilitanti e formativi, e si taglia o si risparmia perfino sulle supplenze e sugli insegnanti di sostegno.

Il 4 Novembre avrebbe dovuto tenersi un corso di formazione per docenti, ad organizzarlo una struttura abilitata dal Ministero e vicina al sindacato Usb in accordo con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’Università. Il ministero ha impedito lo svolgimento di questa attività formativa per i docenti adducendo motivazioni del tutto discutibili come ad esempio la impossibilità di costruire corsi di aggiornamento su tematiche di attualità, mentre è invece del tutto evidente che i temi e i relatori scelti per quel convegno siano la causa dell’intervento repressivo.

Per anni ha fatto comodo al ministero avere dei centri accreditati che facessero formazione senza costi aggiuntivi per lo Stato; proprio oggi si è scoperto che attraverso questi corsi prende corpo una visione critica all’operato del Governo e ai suoi programmi didattici, in aperta contestazione delle linee guida ministeriali, ad esempio, quelle sulla educazione civica. E di conseguenza diventa inaccettabile lo svolgimento di queste giornate formative.

La scelta del 4 Novembre, per parlare di riarmo, guerra e Palestina, non era casuale ma una coincidenza voluta. Con la legge 27 del 1º marzo 2024 è stata istituita la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate che all’articolo 2 legittima l’ingresso delle forze armate nel mondo dell’istruzione. Scegliere di organizzare un corso iin tale data, con la adesione di 1300 docenti che si sarebbero collegati online, ha rappresentato un autentico schiaffo morale al Governo e ai suoi valori militaristi; meglio dunque che nella scuola non si parli del Rearm Europe, del genocidio, della demilitarizzazione del sapere o di educazione alla pace. Ma il MIM è andato ben oltre giudicando la iniziativa in aperto contrasto con i percorsi formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, mentre ben altri sono i giudizi sulle attività intraprese dalle forze armate nelle scuole che invece godono del plauso assoluto da parte del ministero.

L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università scrive a tale riguardo:

Il termine militarizzazione delle scuole e delle università, rimanda sia a quel processo di verticalizzazione e gerarchizzazione della “gestione scolastica” e la conseguente delegittimazione degli Organi Collegiali ridotti a organismi ratificanti (entra in questo discorso anche il tentativo della ministra Bernini di riformare le università con i CDA asserviti al governo), sia al crescente fenomeno di vera e propria occupazione degli spazi dell’istruzione da parte delle forze armate, delle forze dell’ordine e delle industrie della filiera bellica, che inevitabilmente comporta l’inserimento nel mondo dell’istruzione di “valori militari” e “pratiche educative” totalmente estranei al ruolo che la Costituzione attribuisce a scuole università.

Difficile spiegare meglio quanto accade, se non fosse che ad essere minacciata è la stessa libertà di insegnamento, come dimostrano i tentativi di censura di alcuni libri di testo, la introduzione del codice disciplinare e di condotta del MIM (con conseguente creazione di uffici per i procedimenti disciplinari); si sono create le condizioni atte a favorire logiche e pratiche repressive, securitarie e belliciste come dimostra a anche quel Programma di comunicazione del ministero della Difesa, da poco rivisitato, il cui intento principale è trasformare la Difesa in un concetto vasto e onnicomprensivo, dove l’elemento militare si unisce ad una nozione pervasiva di sicurezza. E in questa ottica ogni contestazione alla presenza di militari nelle scuole, anche quando impartiscono lezioni revisioniste della storia del secolo scorso, diventa una sorta di minaccia alla identità e appartenenza alla Nazione. Se qualcuno lo ignorasse ancora, i termini utilizzati sono assai più vicini al Ventennio che alla storia democratica della Repubblica nata dall’antifascismo, o se preferiamo siamo davanti a una mera retorica militarista funzionale al riarmo europeo, all’aumento delle spese militari, al disimpegno del pubblico nell’università per favorire l’ingresso di aziende – anche di armi – e di fondazioni private.

La recente Risoluzione del Parlamento europeo sull’Attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune dell’anno in corso invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza, consentendo nel contempo un maggiore controllo e scrutinio pubblico e democratico del settore della difesa.

Da qui si arriva al Libro Bianco della difesa europea per il quale «È giunto il momento per l’Europa di riarmarsi. Per sviluppare le capacità e la prontezza militare necessarie a scoraggiare in modo credibile le aggressioni armate e garantire il nostro futuro, è necessario un massiccio aumento della spesa europea per la difesa»1.

L’intero documento in esame propone una costante drammatizzazione dell’esistente, evitando nella maniera più assoluta di prefigurare alternative, traiettorie di sviluppo differenti, fosse anche solo come prospettiva ideale: bisogna mirare al sodo delle questioni evitando di ammettere la possibilità di percorsi alternativi al riarmo. Per l’appunto, vi si trova scritto che se non si potenzierà il settore militare, «In un’epoca in cui le minacce proliferano e la concorrenza sistemica aumenta, (…) l’Europa sarà meno in grado di decidere del proprio futuro e sarà sempre più strumentalizzata da grandi blocchi economici, tecnologici e militari che cercano di ottenere un vantaggio su di noi»2.

E se queste sono le premesse per giustificare il riarmo europeo c’è solo da attendersi la stessa militarizzazione delle scuole di ogni ordine e grado; la strada intrapresa negli ultimi mesi va proprio in questa direzione.

1 Ivi, p. 3.

2 Ivi, p. 4.

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lunedì 27 ottobre 2025

Addio ’Europa Verde’, ci impongono il modello americano - Ennio Remondino

Il Consiglio europeo seppellisce l’ambiente in nome della Competitività, la nuova parola magica di Bruxelles che segue quella di Riarmo. Da quando Von der Leyen ha lanciato le prime proposte di riarmo, la frenata è arrivata in forma ufficiale e solenne, da parte del Consiglio europeo, che riunisce i capi di stato e di governo Ue. L’Italia tra i promotori della svolta.

 

Meno vincoli per le imprese e più veleni nell’aria

«L’Europa accelera sulla competitività per frenare sul Green deal», la sintesi di Andrea Valdambrini. Perché l’Europa economica è nei guai ma il sostegno armato all’Ucraina non si tocca e neppure in neo patriottismo riarmato. Prima i conti reale della spesa con Zelensky dove, la politica ‘creativa’ scopre che non si possono rubare i soldi del tesoro russo che Mosca aveva depositato soprattutto nelle banche belghe, avverte il governo locale. Acquisito di essere al verde, il taglio definitivo alla già asmatica politica verde dell’Unione, perché serve più competitiva per armarsi meglio. Precondizione competitività, scrivono 19 dei 27 (Italia in testa), è la ‘semplificazione legislativa’. Come chiesto/preteso da Trump mille volte. Europa americana.

 

Addio favola ambientale. Ma l’obiettivo del 90% di riduzione delle emissioni rispetto al 1990 entro il 2040 resta sulla carta. Per salvare almeno le apparenze.

 

Interessi nazionali anche sulla salute

E ‘l’Europa del fare’ promette mezzi definiti ‘pragmatici e realistici’, nel perseguimento degli ‘obiettivi climatici’. Ovviamente sulla base della «situazione della competitività globale». Primo ‘sconto’ dedicato all’ «automotive» dove l’Italia, di sponda con la Germania, cerca uno spiraglio sull’utilizzo dei biocarburanti. Bisognerà però convincere Francia e Spagna, esplicitamente contrarie a ogni deroga. E la Commissione media al ribasso con lo spettro dell’aumento dei prezzi di carburanti ed ene-rgia. Poche voci contro ed esterne ai governi. «Siamo di fronte al più grande attacco di sempre contro il Green deal», denuncia Bas Eickhout, europarlamentare olandese e leader dei Verdi europei che accusa l’Ue di «consegnando le chiavi del futuro delle tecnologie pulite alla Cina».

Ma l’aula europarlamentare ribolle

Mercoledì nell’Aula di Strasburgo si sono coalizzati i malumori dei progressisti, messi di fronte al ‘flirt  tra popolari e destre’. Quasi un matrimonio. Un voto ha respinto di misura due direttiva di ‘sconto ambientale’. Immediata reprimenda dal leader Ppe Weber e del cancelliere tedesco Merz, mentre la presidente del Parlamento europeo Metsola –invece di tutelare l’assemblea simbolo della democrazia popolare europea, ha promesso un voto di riparazione: «È nostro compito mantenere gli impegni». ‘Nostro’ di chi e impegni verso chi? Oltre all’inciampo organico ‘baltico’ nella Commissione, ora anche la splendida e minuscola isola di Malta.

Neo ambientalismo alla Salvini

Per Luca Martinelli «Basta forse leggere le parole di Matteo Salvini per capire perché il Green Deal europeo è sotto attacco». E con la sintesi proverbialmente moderata elenca in vero GreenDeal leghista. «Il ponte sullo Stretto, l’alta velocità ferroviaria, la Tav o il Tunnel del Brennero o la Napoli-Bari sono il GreenDeal. Non le idiozie di Bruxelles». Idiozie precedenti, non queste ultime. A massacrare certi ‘buoni propositi’ è stata la stessa maggioranza, in particolare il Partito popolare europeo, alla rincorsa certi consensi elettorali.

Ad esempio far saltare i vincoli per la riduzione del 50% dei pesticidi entro il 2030, «Il che significa che continuerà l’uso di sostanze chimiche nocive, perpetuando un pesante costo per la salute umana, l’ambiente e l’economia», avverte il Corporate Europe Observatory.

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giovedì 25 settembre 2025

Accordo Eu-Mercosur, contro procedure, ambiente, agricoltori, indigeni - Monica Di Sisto

 

La Commissione europea accelera sull’accordo Eu-Mercosur, che punta a incrementare gli scambi tra l’Ue e il blocco dell’America Latina composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. L’esecutivo Ue ha mostrato grande soddisfazione per il risultato raggiunto.

L’Alta rappresentante Kaja Kallas e il commissario al Commercio,Maroš Šefčovič, presentando alla stampa i documenti, hanno enfatizzato la geopolitica degli accordi: “L’Europa sta rafforzando le sue alleanze strategiche e ne sta stringendo di nuove”, con l’obiettivo di “rafforzare i partenariati globali dell’Ue”.

Peccato che, come al solito, la Commissione professa una cosa ma ne fa un’altra. L’accordo, infatti, con un vero sfregio alle procedure ordinarie, è stato diviso in due testi. L’accordo di cooperazione, che contiene la cornice politica del partenariato, affronterà l’iter ordinario di ratifica dei trattati commerciali: dopo il voto in Consiglio dei governi europei, il voto del Parlamento europeo e poi la ratifica dei Parlamenti nazionali.

La liberalizzazione commerciale, svincolata da ogni senso più generale, viene invece affidata ad un accordo ad interim cui non può essere opposto veto in Consiglio europeo, e che diventa legge con una maggioranza semplice del Parlamento Ue, tagliando fuori i livelli nazionali.

Un vero e proprio schiaffo su un testo che sottopone a un grosso rischio un mercato comune già molto provato, per ragioni geopolitiche abbastanza indeterminate: l’Argentina, infatti, è legata a doppio filo all’amministrazione Trump e l’economia brasiliana alla Cina, principale acquirente estero delle sue merci, mentre Uruguay e Paraguay sono Paesi poco significativi per eventuali alleanze strategiche.

C’è chi sostiene che, per l’Italia, esportare verso Argentina e Brasile potrebbe compensare i flussi in uscita ostacolati dai nuovi dazi di Trump. Significa paragonare la possibilità di acquisto di un mercato statunitense da 340 milioni di abitanti con reddito medio di 62mila dollari l’anno, con un Mercosur da circa 270 milioni di abitanti con reddito medio che non supera in Argentina i 6mila dollari l’anno, e in Brasile non raggiunge gli 8mila.

La Commissione Ue, secondo alcuni giuristi, ai sensi dei Trattati costitutivi, avrebbe dovuto chiedere parere alla Corte europea di Giustizia prima di procedere allo scorporo del capitolo commerciale dalla cornice politica che lo motiva. 

Altri studiosi la ritengono comunque incompatibile con l’obbligo di leale cooperazione tra i diversi livelli dell’Unione, ai quali non è possibile sottrarre il voto sul complesso della misura con un semplice artificio procedurale.

La Commissione europea, d’altronde, non è nuova all’omissione di atti dovuti: prima della conclusione dei negoziati avrebbe dovuto presentare una ‘Valutazione di impatto’ indipendente su economia, occupazione e ambiente europeo con dati aggiornati, come confermato dal Garante europeo nel 2020 e nel 2023, ma non l’ha mai fatto.

Analisi indipendenti di associazioni e sindacati delle due parti, Cgil e sindacati europei in testa, prevedono una deforestazione esiziale dell’area amazzonica, l’acuirsi delle violazioni dei diritti umani e sugli indigeni con l’espansione delle esportazioni agricole e minerarie, una perdita significativa di posti di lavoro in ambito industriale, come pure in molti settori europei dell’agroalimentare.

Il trattato vuole anche accelerare le procedure doganali, indebolendo i controlli di sicurezza e conformità nelle merci scambiate, e scaricando il rischio sui sistemi di controllo nazionali e i consumatori.

La cosiddetta ‘procedura di salvaguardia’ che la Commissione ha presentato ai governi francese, polacco e italiano come risolutoria per tutelare i propri agricoltori e produttori, è, in realtà, una paginetta di impegni unilaterali, esterna al trattato quindi non vincolante.

La Commissione promette controlli regolari, che già dovrebbe condurre, e interventi già previsti dai meccanismi antidumping in vigore. Quanto alle eventuali compensazioni, non ci sono risorse dedicate ma si rinvia al fondo che rimedia a tutti gli incerti della globalizzazione. Un salto nel vuoto, considerando che la prevista riduzione dei fondi della Pac, Politica agricola comune, già scaricherà sugli Stati l’assistenza diretta agli agricoltori, che costituisce dal 30% al 60% del loro attuale reddito.

Secondo la Confederazione europea dei sindacati, Ces, “così com’è, l’accordo aprirebbe alle aziende europee la strada per investire in Paesi caratterizzati da condizioni di lavoro pericolose e dallo sfruttamento delle popolazioni indigene.

Per come è ora, l’accordo è una fonte di concorrenza sleale che avrà conseguenze negative su mezzi di sussistenza, salari, condizioni di lavoro e occupazione dei lavoratori nei settori chiave dell’economia dell’Ue.

L’accordo – conclude la Ces – è inadeguato per quanto riguarda il processo democratico e la legittimità, il suo impatto sull’economia e sull’occupazione in Europa, la sostenibilità e la diversificazione del commercio”. Una presa di posizione netta, che ora spetta al Parlamento europeo tradurre in voto.

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venerdì 19 settembre 2025

La nuova Cina, l’Europa e il deserto dei tartari - Barbara Spinelli

 

Nel giro di quattro giorni Xi Jinping ha inaugurato un ordine multipolare non più centrato sul predominio statunitense e occidentale. Assieme a Russia, India, Iran e altri 22 capi di stato o governo riuniti per un vertice dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco) ha dato vita all’Iniziativa di Governance Globale. Obiettivo: la cooperazione pacifica fra Stati e un “futuro condiviso dell’umanità”. Assieme al gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) gli Stati congiunti dallo “spirito di Shanghai” si proteggono così dalla brama di predominio e sanzioni che anima l’Occidente. Non sono tutti democratici, ma il pianeta non è tutto democratico.

È il primo argine costruito per far fronte ai disastri del dopo Guerra fredda: trentacinque anni contrassegnati da fallimentari guerre occidentali di regime change, dall’estensione della Nato per debilitare la Russia, dalle minacce contro Pechino, dall’erosione dell’Onu cui l’Organizzazione di Shangai e i Brics vogliono restituire peso. La micidiale e illusoria pretesa degli Stati Uniti di dominare da soli il pianeta, iniziata negli anni 90, s’inceppa. La parata del 3 settembre a Pechino è stata organizzata da Xi per mostrare spettacolarmente che anche la Cina celebra la fine della Seconda guerra mondiale, avendo partecipato al conflitto con due parallele resistenze all’invasore giapponese (soldati nazionalisti di Chiang Kai-shek e guerriglieri di Mao). Parlando di “Resistenza Mondiale Antifascista”, il Presidente cinese entra nella nostra storia come attore paritario, chiamato a correggere la sciagurata, caotica gestione del dopo Guerra fredda.

Discusso a Tianjin prima della parata, il multipolarismo è l’ambizione dei Ventisei. L’idea centrale è che un ordine internazionale sarà possibile solo se si rispetta la diversità di culture e civiltà, se tutti gli Stati sono uguali, se il metodo è multilaterale, se la pace è la stella polare. La cooperazione pacifica avverrà nei settori in cui Pechino è all’avanguardia: industrie indipendenti dai combustibili fossili, intelligenza artificiale, tecnologia, infrastrutture (linee ferroviarie, gasdotti, strade, ponti). Il multipolarismo è stato accelerato prima dalle guerre di esportazione della democrazia, poi dalla guerra russa in Ucraina provocata dagli allargamenti a Est della Nato, infine dall’offensiva dei dazi che Trump ha scatenato credendosi re del mondo.

Nel frattempo Stati Uniti ed Europa sono in altre sconclusionate faccende affaccendati. Martedì Trump ha affondato con navi di guerra una piccola imbarcazione venezuelana accusata di narcotraffico (impossibile verificare, l’imbarcazione è in fondo al mare con le 11 persone dell’equipaggio). Il Venezuela è un attore del tutto marginale nel narcotraffico internazionale, come spiegato da Pino Arlacchi su questo giornale (30 agosto). Il governo Maduro è sotto attacco per via delle immense riserve petrolifere di cui Trump è avido. Non meno sconclusionate le mosse dei principali Stati europei, dentro e fuori un’Unione definitivamente soppiantata da altri gruppi decisionali: volonterosi e cosiddetto gruppo E-3 (Germania, Gran Bretagna, Germania), tutti lì ad affilare coltelli contro invasioni dei Tartari che non verranno. Gli ospedali francesi si preparano già ad aumentare i posti letto per curare feriti di guerra, rivela il «Canard enchainé». Gli E-3 intendono anche riattivare le sanzioni contro l’Iran, facilitando i nuovi attacchi a Teheran cui aspira Netanyahu.

Uno dei quattro accordi fra Russia e Cina concerne l’energia: ogni anno Gazprom fornirà a Pechino 106 miliardi di metri cubi di gas naturale. Prima dell’invasione dell’Ucraina e del sabotaggio degli oleodotti Nord Stream, Mosca esportava in Europa più di 150 miliardi di metri cubi l’anno. Il centro di gravità economico si sposta verso Cina-India, e l’Europa s’impoverisce comprando gas liquido Usa, ben più costoso. Ma il culmine dell’insipienza europea l’ha raggiunto giovedì scorso Kaja Kallas, rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, commentando la parata cinese e ostentando un’ignoranza abissale. In una conferenza ha chiesto, con frasi masticate e intercalate da sogghigni beffardi, cosa mai si siano messi in testa Pechino e Mosca, con la “falsa narrativa secondo cui Cina e Russia sarebbero vincitori della Seconda guerra mondiale… è una novità!” (link). Pechino entrò in guerra contro Tokyo nel 1937. A partire dal 1941 partecipò con Usa e Russia alla Resistenza antifascista mondiale (30 milioni di morti cinesi). Kallas evidentemente ignora che Pechino è fra i cinque membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza Onu proprio perché vincitore della guerra. Le istituzioni Ue dovrebbero sfiduciarla per maleducazione storica aggravata. Forse Kallas finge l’ignoranza. Ma se non fingesse?

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mercoledì 30 aprile 2025

Non lamentiamoci dei dazi altrui quando è l’Europa a distruggere la piccola impresa - Mauro Crimi*


Un articolo del sito ufficiale della CNA (Confederazione Artigiani e Imprenditori d’Italia) di questa mattina esordisce così: “Siamo preoccupati dalle conseguenze che l’introduzione dei dazi americani potrebbe determinare sul nostro sistema produttivo e in particolare su artigiani, micro e piccole imprese italiane, sempre più internazionalizzati”. Per poi proseguire: “Speriamo perciò in una rapida mossa del governo italiano nell’ambito della sua autonoma ‘business diplomacy’ nonché in una maggiore ragionevolezza del presidente Donald Trump e del suo staff”. Da responsabile del Mezzogiorno della Cna però non la penso esattamente così. E vi spiego perché.

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito

Perché soffermarsi solo sulla politica dei dazi che il governo Trump vuole attuare in America senza fare autocritica rispetto al nostro sistema-mercato europeo? La politica delle certificazioni rappresenta oggi una vera e propria gabbia burocratica per le piccole imprese europee, la politica della CE, obbliga anche le piccole imprese a dotarsi delle certificazioni più svariate, da quella linguistica a quella delle competenze informatiche, a quella sulla cybersicurezza, pur di rimanere ancorati al cosiddetto “mercato europeo”, insieme all’eccessiva quantità di regolamentazioni rischiano di avvelenare la vita delle piccole imprese artigiane.

Guardare al futuro economico dell’Europa vuol dire avere una visione e costruire un indirizzo preciso, guardare il dazio che è solo una strategia economica di un paese, quando internamente abbiamo regole e leggi che limitano dall’interno le piccole imprese italiane ed europee, sono queste le vere politiche andrebbero abbattute e che distruggono l’impresa stessa.

Non possiamo lamentarci degli altri quando tutto quello che fa l’Europa distrugge la piccola impresa, le peculiarità identitarie di un territorio, delle piccole comunità. Bisognerebbe proteggere e valorizzare saperi secolari, oggetti e tecnologie, che abbiamo solo noi e che tutto il mondo ci invidia. Noi piuttosto che salvaguardare tutto questo tendiamo a distruggerlo, a standardizzare tutti i prodotti. Le multinazionali sono le uniche che in Europa trovano terreno fertile, le piccole imprese di artigianato di pregio sono sempre ostacolate e mai avvantaggiate seriamente.

Abbiamo un sistema di certificazioni così complicato e farraginoso che per esempio all‘Assemblea Regionale Siciliana per l’aggiudicazione dell’appalto delle divise vengono accettate solo le imprese meglio certificate, in genere aziende dalle grandissime dimensioni, mentre vengono escluse tutte le aziende piccole, magari locali, magari con un prodotto qualitativamente migliore. Insomma vince la certificazione sulla qualità del prodotto. Tutto questo è inaccettabile per un sistema economico come il nostro, composto per il 99% da piccole e medie imprese e che di questo 99% il 95% è rappresentato dalle piccole imprese e il restante 95% dal sistema delle microimprese.

I Paesi si sviluppano economicamente laddove si sviluppa il settore manifatturiero, che porta con sé conoscenze e know-how, le imprese piccole sono l’anticamera dello sviluppo di un’impresa. In Europa abbiamo distrutto questo settore e non salvaguardiamo quello che rimane.

Quali contromisure dovrebbe attuare l’Ue

L’Europa stessa dovrebbe attuare una politica di dazi doganali, non è solo protezionismo ma è qualcosa che impreziosisce il mercato, oggi l’Europa è aperta al peggio: merce cinese del sudest asiatico. I dazi non servono per creare l’autarchia ma per impreziosire il mercato.

Per chi produce artigianato artistico, ricoprendo micro nicchie di mercato, il dazio non è un problema, anzi impreziosisce i prodotti. L’Europa non protegge il proprio mercato e non protegge chi produce qualità, l’Europa va verso l’appiattimento. Se avessimo dovuto seguire le direttive europee non avremmo più dovuto produrre ricotta, perché non pastorizzata, quindi piuttosto che salvaguardare le produzioni che ci hanno fatto grandi nel mondo, andiamo verso l’appiattimento del mercato.

Quando gli artigiani italiani devono spedire all’estero è richiesta una quantità di certificazioni incredibile come se stessero esportando un carrarmato, abbiamo mille cavilli, lacci e laccetti che rallentano l’esportazione della nostra merce, come se il paese non volesse fare uscire i prodotti. Non possiamo lamentarci dei sistemi altrui quando la nostra politica è un cavillo e rallenta piuttosto che sostenere le imprese artigiane.

Il dazio in America lo pagherà il consumatore straniero e i nostri prodotti non ne risentiranno, è più una strategia comunicativa che altro. I prodotti italiani continueranno ad essere venduti e chi li consumerà pagherà di più, ma fa parte del gioco. Come sartoria Crimi da anni studiamo le aree geografiche in cui conviene rivolgerci, ma questo è il gioco delle imprese, altrimenti si fa gli impiegati statali.

Bisogna spingere l’Europa ad avviare una politica commerciale seria.

*Sarto e rappresentante per il Mezzogiorno della CNA

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