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martedì 13 ottobre 2026

Strada sempre più spianata ai cementifici che diventano inceneritori di rifiuti. La denuncia: “Danno al riciclo e falle nei controlli sui rischi” - Luisiana Gaita

 

Il dossier nel quale Isde-Medici per l'Ambiente e comitati locali segnalano le distorsioni del fenomeno è stato trasmesso alla Commissione parlamentare di inchiesta. Tre i casi analizzati: Galatina (Lecce), Gubbio (Perugia) e Monselice (Padova).

 

Da cementifici a inceneritori di rifiuti, con iter autorizzativi sempre più semplificati che, però, creano distorsioni riguardo a trasparenza, controlli, valutazioni di impatto ambientale e mercato del riciclo. Negli ultimi anni, i produttori del cemento stanno sostituendo materie prime e combustibili fossili, come carbone e pet-coke, con rifiuti ad alto potere calorifico (per esempio in plastica) o altri materiali derivati da rifiuti industriali. E si sono trasformati in grandi impianti di co-incenerimento, con i favori di una legislazione che tende a semplificare sempre più gli iter autorizzativi. Lo fa anche il decreto legge Ambiente-bis, approvato dal Consiglio dei Ministri il 2 ottobre scorso. Uno dei risultati? Per quanto riguarda la plastica già venduta a pochi spiccioli, si rende ancora più conveniente bruciare quella proveniente dalla differenziata, piuttosto che riciclarla. Il nuovo decreto introduce altre semplificazioni per l’utilizzo del Css (Combustibile solido secondario) nei cementifici e riprova, stavolta con un decreto legge, a definire queste attività come opere di “pubblica utilità, indifferibili e urgenti”. La chiamano economia circolare, ma alcuni dei territori dove questi impianti operano non ci stanno. Isde (Medici per l’Ambiente) Italia, Comitato popolare ‘Lasciateci respirare?’, ‘E Noi?’ – Comitato di cittadini, No Css Gubbio e Coordinamento civico Ambiente e Salute hanno curato un report dal titolo ‘Dossier sull’impiego di rifiuti e materiali derivati nella produzione del cemento: criticità ambientali, regolamentari e sanitarie’. Tre i casi analizzati: quello di Galatina (Lecce), di Gubbio (Perugia) e di Monselice (Padova). Da quanto appreso da ilfattoquotidiano.it, in attesa che il decreto – dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – passi in Parlamento per la conversione in legge, il presidente della Provincia di Lecce, Fabio Tarantino e i comuni di Melpignano e Monselice hanno già trasmesso il dossier alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Dal decreto Clini all’ultima mossa del Governo Meloni

La storia di questi territori è legata a una serie di decreti. Tredici anni fa, l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini sdoganò l’utilizzo dei combustibili da rifiuti nei cementifici per sostituire i combustibili fossili tradizionali. Nel 2021, con il Decreto semplificazioni, l’ex ministro Roberto Cingolani ha introdotto la disciplina del silenzio-assenso, permettendo – in assenza di un intervento delle autorità locali – il co-incenerimento senza la Valutazione di impatto Ambientale. Nel 2025, ancora un Ddl sulle semplificazioni ha inserito diverse agevolazioni per l’utilizzo del Css nei cementifici, facilitando il trasporto via mare di rifiuti e consentendo trasferimento e utilizzo in Italia di rifiuti che prima venivano esportati nel Nord Africa, in Asia o nei Balcani. Il nuovo decreto punta a snellire ancora di più l’iter burocratico. Il testo specifica le condizioni affinché l’impiego di Css non costituisca una modifica sostanziale dell’Autorizzazione integrata ambientale, estendendo fino al 31 dicembre 2030 la disciplina speciale relativa ai limiti di emissione per i cementifici che lo utilizzano per il recupero energetico.

I danni all’industria del riciclo

La strada spianata a un settore, sta diventando un problema enorme per un altro, quello del riciclo. La plastica vergine sul mercato in quantità abnormi e a prezzi crollati, costa già meno di quella riciclata. Per questo, una grande quantità di rifiuti in plastica finisce proprio nei cementifici per essere bruciata invece di diventare un nuovo prodotto. I produttori di cemento abbattono così i costi per il combustibile e spesso vengono pagati per ricevere questi rifiuti, ma il circolo vizioso finisce con il rendere ancora più conveniente il co-incenerimento rispetto al riciclo. “Invece di mettere in atto misure per risolvere questa contraddizione, il governo sceglie deliberatamente di favorire i cementifici” spiegano i comitati. A denunciare i rischi, dopo il decreto del 2025, anche Claudia Salvestrini, direttrice del Consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti di beni in polietilene: “Non escludo che la liberalizzazione del CSS-combustibile possa ripercuotersi negativamente sulla filiera del riciclo”. E ancora: “Inviare gli scarti ai cementifici non è la strada giusta se si vuole puntare sull’economia circolare”.

I dubbi sulla riduzione delle emissioni e i rischi nel contesto dell’Ets

Il riciclo sacrificato sull’altare della decarbonizzazione nella produzione del clinker? Non sembra affatto. “Non sono disponibili studi di enti indipendenti, basati su dati effettivi e non teorici, che dimostrino l’effettiva sostanziale riduzione delle emissioni di Co2 attribuibile all’introduzione del Css nei cementifici” si spiega nel dossier. Il suo impiego permette di rimpiazzare una quota di combustibili fossili tradizionali, ma alcuni studi mostrano “un abbassamento del rendimento energetico e un aumento dell’energia termica specifica necessaria a produrre una tonnellata di clinker, dei flussi di massa dei fumi a parità di clinker prodotto e del ciclo complessivo di Co2 (dovuta alla maggiore plastica prodotta da materia prima, dato che il riciclo è poco conveniente)”. Una parte significativa del Css deriva, poi, proprio da plastiche e derivati del petrolio. Come si traduce tutto questo nel contesto dell’Emission Trading System (Ets) europeo? “L’introduzione dei rifiuti o di materiale prodotto da rifiuto consente alle aziende di compensare parzialmente l’acquisto delle quote Ets – spiega il dossier – senza che ciò implichi necessariamente una diminuzione significativa delle emissioni per unità di clinker prodotta”.

Le esenzioni dagli obblighi di registrazione

I cementifici, inoltre, non devono registrare cemento e clinker ai fini del regolamento europeo Reach. Vanno registrate solo le singole sostanze, ma il cemento è una miscela e la sostanza base (il clinker) gode di una specifica esenzione, se non modificata chimicamente durante o dopo la produzione. “L’affermazione che clinker e cemento derivante da processi che utilizzano grandi quantità di rifiuto o di materiali provenienti da rifiuti ‘non modifichi chimicamente’ il prodotto immesso sul mercato appare del tutto irrealistica” spiegano i comitati. Nell’analisi tecnica redatta dall’ingegnere Antonio De Giorgi, allegata al dossier, si parla del rischio che rifiuti dichiarati ufficialmente ‘non pericolosi’ si rivelino in realtà “nella carenza delle procedure di tracciabilità, di analisi e di controllo, come ‘pericolosi’ e impiegati nel cemento”. Emblematica l’inchiesta della Procura di Venezia sul cemento impiegato nell’Autostrada A31 Valdastico Sud e altre strade di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Indagine che ha rivelato “come metalli pesanti come fluoruro, bario, piombo, arsenico, mercurio, diossine e altre sostanze altamente cancerogene come il cromo esavalente siano state impiegate nel cemento”.

Le lacune istruttorie: il caso di Galatina

Un altro problema riguarda il Piano regionale di gestione dei rifiuti che deve essere definito e approvato dalle Regioni, stabilendo quali impianti e attività rientrino nella programmazione. Un esempio è quello del cementificio Colacem di Galatina (nella foto) che, come raccontato da ilfattoquotidiano.it (Leggi l’inchiesta), è da tempo al centro della battaglia di associazioni e comitati locali. Nel suo parere tecnico, De Giorgi contesta l’impostazione secondo cui il Piano regionale di gestione dei rifiuti speciali non troverebbe applicazione al cementificio perché l’attività di recupero dei rifiuti sarebbe marginale. “Il quantitativo complessivo autorizzato di rifiuti da trattare, ossia 408.800 tonnellate all’anno, non può essere definito ‘marginale’” spiega De Giorgi. E sottolinea come, nell’ambito dell’Aia, non risultino resi pubblici i risultati delle analisi chimiche dei lotti di produzione del clinker e del cemento ottenuti con l’impiego dei rifiuti autorizzati, né risulti disponibile un quadro sistematico delle analisi effettuate sui materiali introdotti nel ciclo produttivo.

L’effetto dell’utilizzo di Css sugli impatti ambientali e sanitari

Nel frattempo, però, nell’ambito della Valutazione dell’impatto sanitario necessaria al rinnovo dell’Aia, Arpa e Asl sostengono che, nello scenario di emissioni autorizzate (quindi potenziali), c’è un rischio cancerogeno superiore alla soglia di accettabilità, per arsenico e cromo esavalente (Leggi l’approfondimento). Questo aspetto, legato all’introduzione del Css nei cementifici, è affrontato del contributo di Agostino Di Ciaula, presidente del Comitato scientifico di Isde Italia, allegato al dossier. “L’impiego nei cementifici di combustibile derivato da rifiuti, come il Css, in sostituzione di percentuali variabili di combustibili fossili – spiega Di Ciaula – causa produzione ed emissione di metalli pesanti in misura significativamente superiore a quella rilevabile in seguito all’utilizzo degli stessi combustibili alternativi in impianti progettati per questo scopo (gli inceneritori ‘classici’)”. Non solo: “E anche, negli stessi cementifici, in misura maggiore rispetto al solo utilizzo di combustibili fossili”. Ma la dissonanza tra la carenza di valutazioni ambientali e il rischio ambientale e sanitario è al centro anche della storia di Monselice, dove oggi è rimasto attivo un solo cementificio, lo stabilimento di Buzzi Unicem, mentre lo storico impianto dell’Italcementi è chiuso da anni ed è attualmente in fase di demolizione. Qui i comitati contestano, tra le altre cose, l’assenza nell’Autorizzazione integrata ambientale, la mancata attuazione del Piano ambientale del Parco Regionale dei Colli Euganei, ma anche “la presenza di elevati livelli di contaminazione rilevati nelle matrici ambientali vicine l’impianto”.

Le assenze di valutazione ambientale e il caso di Gubbio

La città di Gubbio, invece, convive con la presenza di due cementifici (Barbetti e Colacem Ghigiano) costruiti più di mezzo secolo fa e oggi autorizzati anche al co-incenerimento del Css, senza mai essere stati sottoposti a nuova Via. Per produrre il clinker, il cementificio Barbetti è stato autorizzato a introdurre diversi rifiuti industriali, come fanghi di depurazione, scorie e ceneri da forni e da fonderie. Inoltre, è possibile addizionare alla marna, l’End of Waste (il matrix) derivato dal trattamento delle scorie di incenerimento dei rifiuti urbani. “Materiali che possono presentare rischi di contaminazione da sostanze potenzialmente tossiche, tra cui microinquinanti organici e Pfas” denunciano i comitati. Nell’istruttoria relativa all’Aia che ha portato all’autorizzazione, non vi è alcun riferimento a questi rischi. Secondo i comitati i cementifici sono stati autorizzati “a bruciare rifiuti via via più tossici e meno controllati. Ad ogni passo le autorità locali, sindaco, amministrazioni regionali, Asp Umbria hanno richiesto una revisione delle autorizzazioni e, contestualmente, a Roma venivano emanati decreti di “semplificazione”, anche sulle autorizzazioni per il trasporto via mare di rifiuti. “A Gubbio sono autorizzati a bruciare fino a 100mila tonnellate di rifiuti ogni anno – denunciano i comitati – per un totale di 3500 tir, 16 per ogni giorno feriale”. E Arpa Umbria non può verificare cosa contengono i camion di rifiuti che entrano nei cementifici. Non ha competenza. Ciliegina sulla torta è stata, ad aprile, la Legge 50: le industrie insalubri di prima e seconda classe che già posseggono Aia, Autorizzazione unica ambientale o autorizzazioni ambientali per emissioni e scarichi, non sono più classificate come tali. “Sono stati così estromessi dalla procedura di valutazione dei rischi ambientali e sanitari di origine industriale i sindaci” che pure sono responsabili della tutela della salute dei cittadini. Amministrazioni locali e comitati civici hanno via via presentato ricorsi contro le ‘semplificazioni’, ma il Tar Umbria li ha rigettati. I comitati si sono appellati al Consiglio di Stato.

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lunedì 7 settembre 2026

Clima, tra El Niño e il superamento di 1,5°C, l’Ue paga la lentezza sull’adattamento. E l’Italia è ferma a un piano senza fondi - Luisiana Gaita

Mentre il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ribadisce al mondo che “El Niño sta assumendo proporzioni gigantesche”, “persisterà fino a febbraio” e il pianeta si trova “in una zona di pericolo del clima estremo” e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) scrive nell’ultimo rapporto che il riscaldamento globale supererà nel giro di pochi anni gli 1,5 gradi, il limite stabilito dall’Accordo di Parigi, l’Unione europea paga la sua lentezza. E dopo aver adottato la prima strategia sull’adattamento nel 2013 (senza considerare quelle generali sul clima, alcune delle quali ormai hanno trent’anni, ndr), oggi sembra ritrovarsi con il cerino in mano. Almeno per quanto riguarda le responsabilità europee e, soprattutto, gli effetti che il cambiamento climatico sta avendo su tutto il continente. La nuova strada è, o dovrebbe essere, quella del Quadro europeo integrato di resilienza climatica, un pacchetto di misure che la Commissione europea presenterà tra ottobre e novembre prossimi per inserire il nodo dell’adattamento al clima in tutte le politiche dell’Unione.

La proposta della Spagna

Proprio in vista di questo appuntamento, come anticipato da El Pais, Madrid ha inviato a Bruxelles una serie di proposte. Fra queste, una forza europea permanente di intervento rapido per reagire alle emergenze climatiche e “una flotta europea dedicata all’estinzione degli incendi” che hanno colpito questa estate buona parte dell’Unione europea, in particolare Germania, Francia e Spagna. Madrid chiede un sistema europeo “permanente” e “a rapido dispiegamento” con risorse condivise. La ministra per la Transizione ecologica, Sara Aagesen, nel documento inviato giovedì al commissario europeo del Clima, Wopke Hoekstra, incaricato della strategia di adattamento, propone un fondo europeo specifico per l’adattamento climatico, alimentato da nuove risorse. Tra le ipotesi, una tassa sui voli privati di lusso e un’imposta europea sui profitti del settore petrolifero e del gas. La proposta di tassare gli utili dei combustibili fossili è stata sostenuta in agosto da sei Paesi, tra cui Italia, Germania, Spagna, Austria, Polonia e Portogallo. Madrid chiede inoltre di valutare anche strumenti comuni di debito europeo.

Le parole della vice commissaria Ue Ribera

Non meraviglia, date le dichiarazioni rilasciate a Politico.eu dalla vicepresidente della Commissione con delega alla Concorrenza e alla Transizione verde, Teresa Ribera, che parla nella necessità di “risposte audaci”. “La portata della sfida richiede investimenti significativi e sostenuti, sia pubblici che privati, ed è urgente individuare i mezzi adeguati. I bilanci nazionali e le risorse europee tradizionali da soli non saranno sufficienti. Di fronte a minacce comuni, insieme siamo più forti e più efficaci. La sicurezza climatica merita lo stesso livello di ambizione collettiva”. A tal proposito Ribera ha lanciato una serie di proposte in vista dell’entrata nel vivo del dibattito tra i 27 sul bilancio pluriennale 2028-34. “È giunto il momento di avviare il dibattito su come far fronte a queste sfide. Non si intravede ancora una risposta chiara all’orizzonte. Ci si deve chiedere se sia necessario un maggiore margine di manovra fiscale o un bilancio comune più consistente – ha detto – un ulteriore ricorso agli eurobond verdi o il rilancio della proposta di Antonio Guterres, segretario senerale delle Nazioni Unite, di tassare le grandi compagnie petrolifere per alimentare un fondo di resilienza”.

Le critiche alla lentezza dell’Ue e la situazione di stallo dell’Italia

La presentazione del Quadro europeo integrato di resilienza climatica si avvicina, ma le critiche alla lentezza europea si sono notevolmente intensificate negli ultimi anni. Anche l’Agenzia europea dell’ambiente e il Comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici, hanno regolarmente denunciato che le politiche di adattamento di Bruxelles stanno viaggiando a una velocità inadeguata rispetto alla rapidità del surriscaldamento globale. E l’Europa spende già oggi di più per riparare i danni dovuti al riscaldamento globale di quanto investa per prevenirli. Sono destinati all’adattamento 29 miliardi di euro, mentre gli Stati membri ne spendono 45 all’anno a causa di siccità, ondate di calore, alluvioni e incendi. Quanto servirebbe? Secondo uno studio della stessa Commissione europea il fabbisogno è di circa 70 miliardi di euro all’anno fino al 2050. Non va meglio sul fronte italiano. La risposta di Roma, almeno per ora, è nel Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), nato già poco operativo e, di fatto, fermo al palo. Rimasto chiuso nel cassetto per anni, è stato approvato a gennaio 2024 dal Governo Meloni, con le sue 361 azioni da mettere in campo. Senza soldi, né minime indicazioni di gestione.

Quanto serve all’Italia e cosa si rischia

Ma è sempre lo studio della Commissione Ue a dire che a Roma serve un investimento di circa 10 miliardi all’anno per proteggere territori e infrastrutture dagli impatti climatici fino al 2050. La direzione finora intrapresa è raccontata nell’analisi “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, curato da Deloitte in collaborazione con il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari di Venezia, il team Climate della Florence School of Regulation e Ipsos-Doxa. I danni diretti annui alle infrastrutture italiane causati dagli impatti del rischio climatico potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050. Considerando anche gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050. Per il settore del turismo si stima invece una contrazione della domanda fino all’8,9% in caso di un forte aumento della temperatura media (+4°C) e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento della temperatura di 2°C, invece, le perdite dirette stimate sarebbero di circa 17 miliardi di euro. Con buona pace dell’Italia. E dell’Europa.

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sabato 16 maggio 2026

Polli che mangiano polli negli allevamenti da riproduzione - Luisiana Gaita

Polli lasciati accanto a carcasse di altri polli in decomposizione, galline ovaiole mangiate vive da altre galline, prese per il collo, lanciate con violenza e colpite ripetutamente con una pala. Per la prima volta in Italia (e la seconda in Europa) si mostrano le immagini di cosa accade all’interno di un allevamento di polli riproduttori, ovvero gli animali che danno vita ai polli da carne venduti nei supermercati. Sono le immagini esclusive ottenute da Essere Animali, che saranno trasmesse nella video inchiesta della giornalista Giulia Innocenzi, nel corso della prossima puntata di Report, in onda il 12 aprile su Rai 3. Raccolte nel giro di un mese, tra dicembre 2025 e gennaio 2026 e consegnate all’associazione animalista da un ex dipendente mostrano scene di galline ovaiole con veri e propri buchi nel corpo. ilfattoquotidiano.it pubblica in anteprima una clip tratta dal servizio e che riguarda un allevamento di polli all’ingrasso. Mostrano la crudeltà di un sistema basato su razze selezionate per una crescita rapida di petto e cosce, più richieste dal mercato. Quindi polli broiler (razza a cui appartiene oltre il 90% dei polli allevati in Italia) già condannati geneticamente a soffrire (Leggi l’approfondimento) e pronti ad essere macellati dopo appena 40 giorni di vita. Con conseguenze enormi sulla loro salute e anche sulla qualità della carne, come mostrato dall’inchiesta di Essere Animali – i cui contenuti sono stati anticipati da ilfattoquotidiano.it – sull’incidenza di casi gravi di white striping nei polli venduti nei supermercati italiani (Leggi l’approfondimento).

Dagli allevamenti ai supermercati

Gli allevamenti in questione si trovano in provincia di Verona. “Fanno parte della filiera di Aia (hanno contratti di fornitura, ndr), parte del Gruppo Veronesi – spiega Esseri Animali – che è il principale produttore italiano di pollo con un fatturato annuale di 4 miliardi (2023) e rifornisce praticamente tutti i principali supermercati italiani per i loro prodotti di pollo a marchio, come Coop, Conad ed Esselunga”. Quello di polli riproduttori alleva circa 40mila animali. In questa fase del ciclo gli animali vengono fatti accoppiare per produrre quelle uova da cui nasceranno i polli destinati alla macellazione per il consumo umano. Quella dei polli a rapida crescita è una genetica che porta una serie di gravissime problematiche di benessere, anche nella fase dei riproduttori. Diversi polli non riescono neppure a reggersi sulle proprie zampe e, quindi, a mangiare e bere, altri sono malati. Ma in un allevamento di polli riproduttori, gli animali possono rimanere anche diversi mesi, portando all’estremo malattie e problemi vari. Per Simone Montuschi, presidente di Essere Animali “è inaccettabile che in una filiera con un grande volume d’affari e importante come quella dei polli da carne vi sia questa trascuratezza, con rischi sanitari gravissimi, animali malati abbandonati ad agonizzare senza cure e con chiari disturbi tra cui il cosiddetto wry neck (torcicollo), che provocano seria difficoltà agli animali nel soddisfare bisogni primari come mangiare e bere”.

Le violenze e le carenze negli allevamenti

Ma non ci sono solo i problemi legati alla selezione genetica di queste razze. I video mostrano violenze da parte degli operatori nei confronti dei polli, ma anche problemi dovuti alla cattiva gestione dell’allevamento, a iniziare da quelli di igiene e alla carenza di cure nei casi degli animali malati. Gli animali vengono scaraventati contro le strutture, afferrati per un’ala, presi per il collo e fatti roteare durante gli abbattimenti che, invece, richiederebbero una morte rapida, mentre alcuni polli maschi hanno le zampe mutilate, in violazione delle linee guida dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Aia replica che il gruppo Veronesi effettua circa 40mila visite all’anno e che ogni comportamento non in linea con gli standard del gruppo è da ritenere contrario agli accordi presi tra l’azienda e i fornitori. Nel frattempo, negli allevamenti le immagini sono esplicite. Nella clip che pubblica il Fatto, si vedono animali incastrati tra i divisori delle varie aree e lasciati morire, ma anche polli con segni sul corpo, perché sono stati cannibalizzati da altri polli. Per legge, gli operatori dovrebbero passare due volte al giorno per rimuovere eventuali carcasse. Quello del cannibalismo è un aspetto legato a un altro problema riscontrato nell’allevamento del Veronese, ossia la fame cronica.

La restrizione alimentare e le linee guida dell’Efsa

L’inchiesta affronterà anche il tema della restrizione alimentare a cui sono stati sottoposti alcuni polli. Perché se negli allevamenti all’ingrasso i polli a rapido accrescimento sono pronti per essere macellati nel giro di 40 giorni, nelle strutture di questo tipo, quelle dove si riproducono, queste stesse razze a rapido accrescimento possono rimanere diversi mesi, anche un anno. E rischiano di arrivare a casi di obesità estrema. Da qui, le restrizioni alimentari. “Un recente parere scientifico dell’Efsa sul benessere dei broiler – spiega Esseri Animali – afferma che la restrizione dei polli riproduttori nella fase di accrescimento può raggiungere addirittura il 20-25% della quantità di cibo che assumerebbero se potessero nutrirsi a volontà”. Questo causa uno stato di fame cronica e prolungata che porta i polli a becchettare ripetutamente qualsiasi cosa abbia un aspetto riconducibile al cibo, incluse penne e parti arrossate o ferite sul corpo di altri animali. Sol pochi mesi fa, Esseri Animali ha pubblicato un report proprio sui problemi legati alla qualità dei prodotti a base di carne di pollo venduti nei supermercati più amati dagli italiani secondo Altroconsumo, analizzando l’incidenza di casi gravi di white striping, una malattia che si presenta sotto forma di strisce bianche, costituite da grasso e tessuto cicatriziale, sui petti di pollo e che è indice di scarsa qualità della carne e condizioni di allevamento assolutamente inadeguate.

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lunedì 16 marzo 2026

Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione ‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi - Luisiana Gaita

Lo studio del think tank Ecco esamina i flussi di investimento e commerciali tra i due Paesi in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie): "La vera priorità non è disimpegnarsi da Pechino, ma rafforzare la nostra capacità industriale"

I rapporti economici tra Roma e Pechino sono fondamentali per la transizione energetica e industriale verso l’energia pulita dell’Italia ma finora – senza una strategia che li trasformi in un vantaggio competitivo – hanno portato a una “relazione asimmetrica”. L’Italia dipende da tecnologie e componenti cinesi nel settore del solare fotovoltaico, delle batterie e, in misura minore, delle pompe di calore, sia direttamente attraverso le importazioni, sia indirettamente attraverso i partner dell’Ue, le cui catene di approvvigionamento incorporano una quota significativa di made in China. Ma se il deficit commerciale di Roma con Pechino è raddoppiato, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel 2020-2021 a 4-5 miliardi di euro entro il 2024-2025, questa bilancia commerciale non è principalmente una questione di clean tech. Riguarda altri settori, come plastica, elettronica di consumo e abbigliamento. Non solo: importare tecnologie pulite non equivale a importare combustibili fossili. Da questi elementi parte lo studio del Think tank Ecco, presentato durante un evento alla fiera Key Energy 2026, nel quale si analizzano i legami economici tra Italia e Cina nella transizione, proponendo cinque leve strategiche per rafforzare competitività e autonomia nazionale ed europea. “Confondere la decarbonizzazione con una nuova forma di dipendenza è un errore strategico. La vera priorità non è disimpegnarsi dalla Cina, ma rafforzare la capacità industriale italiana dentro questa interdipendenza” spiega Cecilia Trasi, analista senior di Ecco e co-autrice dello studio. Il lavoro esamina i flussi di investimento e le relazioni commerciali tra Italia e Cina in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie), identificando i comparti in cui vi sono ampi margini di manovra.

Il ruolo della Cina nella transizione italiana (e i suoi modesti investimenti)

Per quanto riguarda il solare, la produzione operativa di celle fotovoltaiche in Italia è relativamente elevata, con circa 3 gigawatt di capacità operativa, davanti a Germania, Francia e Spagna. Ma l’Italia non ha una produzione significativa di wafer o polisilicio, fondamentali per le celle fotovoltaiche, lasciando strutturalmente sottosviluppati questi segmenti. I produttori italiani colmano questa lacuna affidandosi a wafer e celle importati, prevalentemente da Cina e altri fornitori asiatici, e concentrando le proprie attività sulla finitura delle celle, l’assemblaggio dei moduli e l’integrazione dei sistemi. La capacità produttiva italiana nel settore è comunque in espansione, ma rimane altamente concentrata e limitata in termini di volume rispetto alle importazioni. Oltre il 70% dei pannelli fotovoltaici sul mercato italiano è di produzione cinese. Pechino, inoltre, esporta tra il 25% e il 28% del valore dei componenti per pompe di calore assemblate in Italia e fornisce la maggior parte delle batterie importate (857 milioni di euro nel 2024). Allo stesso tempo, gli investimenti diretti esteri cinesi nella produzione italiana di tecnologie pulite rimangono modesti. Sono stati molto più consistenti in diversi Stati dell’Europa centrale e orientale e, in misura minore, in Germania, Francia e Spagna. “Molti progetti annunciati dalla Cina non si sono concretizzati in impianti di produzione su larga scala” scrivono le analisti autrici dello studio, Cecilia Trasi, Ginevra Vittoria e Chiara Francesca Ausenda, spiegando che il rilancio degli investimenti cinesi in Italia è ora un obiettivo esplicito del piano d’azione 2024-2027 “anche se resta da vedere se questa ambizione si tradurrà in flussi concreti”.

Le ragioni di una “relazione asimmetrica”

Ad oggi, quindi, il settore italiano delle tecnologie pulite si sta sviluppando all’interno di una relazione altamente asimmetrica con la Cina. Questa dinamica non è unica in Europa, ma elevata esposizione alle importazioni e produzione interna limitata in settori chiave rendono la posizione dell’Italia particolarmente delicata. Il mercato interno dei veicoli elettrici, per esempio, rimane uno dei più deboli dell’Ue (con una quota di veicoli elettrici a batteria del 6,2% nel 2025, contro una media europea di circa il 20%), riducendo la spinta della domanda per gli investimenti in batterie e trasmissioni. I quadri di incentivi industriali sono stati storicamente meno generosi, meno snelli e meno chiari rispetto a quelli di Paesi come Spagna, Ungheria e Polonia. L’Italia, inoltre, applica un regime di screening degli investimenti diretti esteri relativamente rigoroso. Basato sul quadro normativo del ‘golden power’, con una serie di poteri speciali di veto e di condizionamento che consentono al governo di vagliare, bloccare o imporre condizioni agli investimenti stranieri e alle transazioni societarie che coinvolgono beni e società strategici italiani, se considerate una potenziale minaccia alla sicurezza o agli interessi nazionali essenziali. Sebbene il ‘golden power’ non impedisca agli investitori stranieri di venire in Italia, comporta che le operazioni di grande entità o sensibili siano soggette a un ulteriore livello di rischi politici e legali che gli investitori (in particolare le aziende legate allo Stato cinese) devono valutare e pianificare.

L’Italia sulla linea difensiva

“Finora, l’approccio dell’Italia nei confronti della Cina ha seguito la traiettoria più ampia dell’Europa, con una crescente cautela strategica pur mantenendo un significativo impegno economico”. Ecco ripercorre le fasi che dall’adesione nel 2019 alla Belt and Road Initiative (l’Italia è stato l’unico paese del G7 ad aderirvi), della progressiva espansione del quadro di controllo degli investimenti ‘golden power’ a partire dal 2021, fino al ritiro formale dall’iniziativa nel dicembre 2023 e al lancio del Piano d’azione Italia-Cina 2024-2027 da parte del governo Meloni, pochi mesi prima della rielezione di Donald Trump. “Nel 2025, il decreto FER X Transitorio è più un segnale politico-industriale che una vera e propria strategia di reshoring” racconta Ecco. Il programma punta all’espansione e all’ammodernamento degli impianti rinnovabili con incentivi diretti per quelli fino a un megawatt e aste competitive per i progetti più grandi. “Un aspetto critico è l’esclusione dei componenti di origine cinese (moduli, celle e inverter) dai progetti fotovoltaici superiori a un megawatt, con l’obiettivo di promuovere la sovranità tecnologica e diversificare le catene di approvvigionamento” spiega il think tank. Attraverso il decreto, l’Italia è stata tra i primi Stati membri dell’Ue a rendere operativi i criteri di resilienza Nzia (Net zero industry act, il regolamento che punta a rafforzare la capacità produttiva europea nelle tecnologie pulite strategiche) e ha promosso la prima asta per grandi impianti fotovoltaici preclusi al made in China. Ma Ecco solleva interrogativi rilevanti in termini di efficacia industriale: l’asta conforme al NZIA ha registrato un premio di costo pari a circa il 17–20% rispetto al bando standard. “Un onere che, in ultima analisi, ricade sui consumatori e sul bilancio pubblico. La questione rilevante non è se l’Italia importi pannelli solari dalla Cina – scrive Ecco – ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione, integrazione e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico trattenuto e se stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può realisticamente competere”.

Trasformare l’interdipendenza in un vantaggio competitivo

E c’è un altro aspetto: “Quando l’Italia importa un pannello solare, il valore energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato indipendentemente dalle future interruzioni del commercio”. Discorso diverse per le importazioni di gas: “Quel valore viene bruciato ed esce dall’economia in modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”. Per Ecco “bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione con l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento per ritardare la transizione energetica”. Per questo, secondo Ecco, la predominanza cinese non costituisce un problema in sé, ma rivela la necessità di una strategia organica sul futuro delle clean tech in Italia. Sono tre le condizioni individuate per trasformare l’interdipendenza in opportunità: una visione di lungo periodo, una mappatura delle capacità produttive italiane attuali con una valutazione realistica di dove possono arrivare e una gestione della relazione commerciale con la Cina che non sia solo in chiave difensiva. Lo studio indica alcune leve operative per passare a una gestione proattiva e coerente nelle relazioni Europa-Cina. Il primo step è quello di rendere operativo e utilizzare il Piano d’Azione Italia-Cina 2024-2027 come strumento di diplomazia industriale nelle tecnologie pulite: trasferimento tecnologico nel fotovoltaico, cooperazione su riciclo e stoccaggio batterie e regole chiare per investimenti che rispettino pienamente governance e proprietà intellettuale. “Le quote ‘non cinesi’ e gli strumenti Nzia possono avere un ruolo solo se legati a competitività e riduzione dei costi, mentre è necessario stabilizzare la domanda e rafforzare la filiera delle pompe di calore e avviare una “seconda ondata” sulle batterie puntando sull’economia circolare.

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giovedì 5 marzo 2026

Greenpeace rischia il fallimento per l’Oleodotto in North Dakota difeso da Trump. Condannata a pagare 345 milioni di dollari - Luisiana Gaita

Greenpeace non può permettersi di pagare, come stabilito da una sentenza, 345 milioni di dollari a Energy Transfer, gestore dell’oleodotto Usa contro cui aveva protestato in North Dakota, nonché tra i principali donatori di Donald Trump. E per questo rischia il fallimento, ma non molla. Greenpeace International e Stati Uniti annunciano infatti che chiederanno un nuovo processo e, se necessario, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota a seguito della sentenza emessa da un tribunale distrettuale e che chiude un caso legale durato anni. Una decisione, quella del giudice James Gion, in linea con la sentenza che già a ottobre 2025 aveva tagliato di quasi la metà il risarcimento di circa 667 milioni di dollari assegnato a Energy Transfer circa un anno fa (Leggi l’approfondimento).

Una causa durata anni

La compagnia ha accusato la ong di aver causato centinaia di milioni di dollari di danni attraverso una campagna “di violenza e diffamazione” contro la costruzione del Dakota Access, l’oleodotto completato nel 2017. Contro il progetto, vicino alla Standing Rock Indian Reservation, un decennio fa la tribù Sioux aveva guidato una delle più grandi proteste anti-combustibili fossili nella storia degli Stati Uniti. Una battaglia inizialmente locale e presto diventata internazionale, nonché un braccio di ferro tra Obama e Trump, da sempre favorevole a quei 1.900 chilometri, strategici per trasportare petrolio dai giacimenti di Bakken fino all’Iowa. A gennaio 2017, Trump aveva firmato un decreto per la ripresa della realizzazione del Dakota Access con la conseguente resa della tribù di Sioux. A luglio 2020, però, il giudice federale James Boasberg, della corte distrettuale del District of Columbia, aveva disposto la chiusura temporanea del cantiere per la costruzione del maxi oleodotto di quasi duemila chilometri. E nel 2020, la Corte Suprema aveva respinto un ricorso della compagnia, sostenendo che fosse necessaria una nuova valutazione d’impatto ambientale. Nel frattempo, però, l’oleodotto ha continuato a trasportare petrolio.

La difficile posizione di Greenpeace

Greenpeace International continuerà a opporsi alle tattiche di intimidazione. Non saremo messi a tacere. Al contrario, alzeremo ancora di più la nostra voce, unendola a quella dei nostri alleati in tutto il mondo contro le aziende inquinanti e gli oligarchi miliardari che antepongono il profitto alle persone e al pianeta” spiega Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International. Per l’organizzazione, le cause consecutive intentate da Energy Transfer contro Greenpeace International e le organizzazioni statunitensi Greenpeace Usa e Greenpeace Fund “sono esempi lampanti di slapp, azioni legali volte a sommergere organizzazioni non profit e attivisti di spese legali, spingerli verso la bancarotta e, in ultima analisi, mettere a tacere il dissenso”. Greenpeace International, con sede nei Paesi Bassi, sta cercando giustizia in Europa con una causa contro Energy Transfer, ai sensi del diritto olandese e della nuova direttiva anti-slapp dell’Unione Europea, un banco di prova storico della nuova legislazione che potrebbe contribuire a stabilire un importante precedente contro le intimidazioni aziendali. “Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per la tutela delle comunità e per la salute della democrazia” Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace Usa e Greenpeace Fund. E ricorda: “Queste organizzazioni Greenpeace sono state ritenute responsabili per aver presumibilmente ritardato un oleodotto che, ancora oggi, non dispone dell’autorizzazione legale per operare e che in realtà è stato ritardato dalle decisioni del Corpo degli ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti”.

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sabato 31 gennaio 2026

Hamburger nel carrello: nel 30% dei campioni, i batteri trovati sono resistenti agli antibiotici - Luisiana Gaita

Super batteri che resistono agli antibiotici. Sono stati trovati nei campioni prelevati da quattro hamburger dei 12 acquistati al banco frigo dei supermercati e fatti analizzare da Il Salvagente per il nuovo numero della rivista specializzata proprio nei test in laboratorio. Obiettivo: valutare igiene e qualità della materia prima in base al rapporto tra collagene e proteine. A preoccupare, però, non è lo stato complessivo di igiene della carne, ma “la possibile presenza – riscontrata in effetti nel 30 per cento dei casi – di microrganismi capaci di bucare lo scudo farmacologico di medicinali usati per curare le infezioni causate da questi stessi batteri”. Eppure tutti gli hamburger analizzati sono risultati conformi alla legge. Questo perché i produttori, al contrario di ciò che dovrebbe avvenire in allevamenti e macelli, non hanno l’obbligo di sottoporre i batteri presenti negli hamburger all’antibiogramma, ossia l’esame microbiologico in vitro che determina la sensibilità o la resistenza di un batterio specifico a vari antibiotici. Lungo la filiera, quindi, questo tipo di controllo viene a mancare, rendendo impossibile una valutazione su quali antibiotici siano stati resi inefficaci e quali no. Di fatto, resistenze agli antibiotici sono state riscontrare nell’hamburger Terre d’Italia di Carrefour, in quello di Chianina di Lidl, nel Gramburger di scottona di Gram e nel maxihamburger di scottona ‘La collina delle bontà’ di Eurospin. “Le resistenze più gravi rilevate dal Salvagente sono legate alla presenza, in alcuni hamburger, di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi in grado di sopravvivere a medicinali moderni e molto usati in questi casi, come le cefalosporine, una classe di antibiotici beta-fattamici” scrive Enrico Cinotti, vicedirettore e autore dell’inchiesta. Quali sono le conseguenze per il consumatore? Piaccia o meno l’hamburger al sangue, per uccidere i batteri resistenti agli antibiotici presenti in questo tipo di carne, l’unica soluzione è cuocerla bene. Come, tra l’altro, viene ricordato su molte confezioni.

L’allarme mondiale e i 12mila morti all’anno in Italia

Ed è un problema dato che, come spiega l’Organizzazione mondiale della sanità nel Global Antibiotic Resistance Surveillance Report 2025 “la resistenza antimicrobica (Amr) sta erodendo le basi della medicina moderna”, con batteri comuni che diventano sempre più difficili da curare (Leggi l’approfondimento). Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Aifa, l’Agenzia italiana per il farmaco, in Italia si contano ormai 12mila morti all’anno. Una resistenza causata da un sempre più massiccio uso degli antibiotici, soprattutto in età pediatrica e in ambito ospedaliero (rispetto a quanto non avvenisse in passato) e al loro ricorso negli allevamenti, dove viene somministrato anche agli animali sani come profilassi preventiva.

La qualità proteica della carne

Tutto questo rende proprio questo aspetto la nota dolente dei risultati delle analisi, rispetto agli altri criteri presi in considerazione. Lo stato di igiene degli hamburger, in gran parte confezionati sottovuoto, ha pesato per il 50% sul voto finale, la percentuale di carne impiegata per il 20% e la qualità della carne per il 30%. Quest’ultimo aspetto è stato valutato in base al rapporto tra collagene e proteine, perché più è presente il primo e minore sarà la qualità proteica della carne. Da un punto di vista nutrizionale, il rapporto tra collagene e proteine non supera mai il 15%, soglia oltre la quale la qualità proteica della carne sarebbe risultata scarsa. Il punteggio peggiore (mediocre, con 14,93) lo ha totalizzato il Jubatti Barbecue Burgers di scottona, gusto delicato. Mediocri, da questo punto di vista, anche l’Hamburger bovino di razza, Chianina di Lidl.

Lo stato dell’igiene degli hamburger

La rivista diretta da Riccardo Quintili ha ricercato la presenza di diversi microrganismi per valutare, poi, il livello igienico della carne. Considerando i limiti di legge, che impongono l’assenza di Salmonella e Listeria monocytogenes (di fatto assenti in tutti i campioni), sono stati ricercati i batteri anaerobi, gli stafilococchi, l’E.coli, le enterobatteriacee, i coliformi e il bacillus cereus. Le linee guida utilizzare come riferimento sono quelle del Centro interdipartimentale di ricerca e documentazione sulla sicurezza alimentare della Regione Piemonte: il limite di 100 Unità formanti colonie per grammo (Ufc/g) per i batteri anaerobi solfito riduttori e per i stafilococchi coagulasi positivi e di 500 Ufc/g per l’Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva. “Dal punto di vista igienico – scrive Enrico Cinotti – a parte in tre casi in cui le linee guida sono state leggermente superate, lo standard di sicurezza alimentare è risultato mediamente buono”. Nell’hamburger di Carrefour è stato registrato uno sforamento (270 Ufc/g) per gli stafilococchi, mentre in quelli di Jubatti e Coop, una concentrazione media di batteri anaerobi leggermente superiore alla soglia, rispettivamente di 110 e 120 Ufc/g.

Quanti (e quali) antibiotici messi fuori gioco dai batteri

Il vero problema, però, è proprio il tipo di batterio e la capacità di resistere agli antibiotici. Ed è per questo che, in caso di presenza accertata di microrganismi, la rivista ha commissionato un esame specifico, l’antibiogramma, “per valutare la loro resistenza a un classe di 23 antibiotici comunemente prescritti dai medici per infezioni provocate dai batteri rilevati”. Le resistenze più gravi rilevate sono legate alla presenza di Escherichia coli beta-glucuronidasi positiva e agli stafilococchi ma, nella valutazione, si è anche tenuto conto del fatto che alcuni degli antibiotici indicati “sono notoriamente non adatti a curare questo tipo di infezioni”. Anche escludendo, dunque, i casi di “resistenza nota” e prendendo in considerazione solo quella “agli antibiotici utili”, sono quattro gli hamburger nei quali è stata riscontrata anche quest’ultima. Nell’Hamburger Bovino di Razza Chianina di Lidl, gli stafilococchi rintracciati sono resistenti a quattro tipi di antibiotici, mentre l’Escherichia coli individuata può superare le difese di due medicinali. Totale: 6 farmaci messi fuori gioco. Sono cinque gli antibiotici a cui sono resistenti gli stafilococchi rintracciati nell’Hamburger con Marchigiana, Terre d’Italia, di Carrefour. Resistono rispettivamente a tre e un medicinale gli stafilococchi trovati, infine, nel Gram Gramburger di Scottona e nel Maxihamburger di Scottona la Collina delle bontà di Eurospin. Il Salvagente ha contattato i produttori in questione che, non negando la presenza di batteri con profili di antibiotico-resistenza, sottolineano che non compete a loro questo tipo di controllo. E c’è chi promette approfondimenti con i propri fornitori.

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domenica 25 gennaio 2026

Guerra della soia, asset strategico tra potenze. La Cina la importa dal Brasile e Trump teme l’ira degli agricoltori Usa - Luisiana Gaita

 

 

Le pressioni e l’attenzione riservate all’accordo tra Stati Uniti e Cina sulla soia (oltre che sulle terre rare) con Pechino pronta a riprendere gli acquisti, ritardando di un anno la stretta sulle terre rare (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/26/accordo-usa-cina-tiktok-terre-rare-notizie/8173645/), mostra quanto questo legume sia diventato un asset strategico a livello globale. Al centro di una triangolazione tra Cina, Stati Uniti e Sud America (Brasile, in particolare, ma anche Argentina), delle guerre commerciali e pure del malcontento degli agricoltori statunitensi. Ennesimo grattacapo per Trump. Oggi quasi onnipresente nei prodotti che consumiamo tutti i giorni (non solo ad uso alimentare), i fagioli di soia selvatici si utilizzavano già 9mila anni fa in Cina, considerata la patria di questo legume. Ma oggi il Paese detiene anche il record delle importazioni, dovuto anche all’aumento dei consumi di carne (e quindi alla necessità di procurarsi il mangime per gli allevamenti intensivi). Solo che tra il 2017 e il 2024, stando ai dati del Center for Strategic and International Studies, se le esportazioni di soglia dagli Usa alla Cina sono diminuite del 14%, a compensare questo calo ci hanno pensato i Paesi del Sud America. In particolare, il Brasile che ha aumentato le sue esportazioni del 35%. Tutto questo a svantaggio degli agricoltori statunitensi, per i quali il mercato cinese è di vitale importanza. E che sono sul piede di guerra, perché Pechino ha già risposto alla guerra commerciale lanciata dal presidente Usa, quasi azzerando le importazioni di soia statunitense. L’altra faccia della medaglia, sono gli effetti che l’aumento di produzione ed export di soia da Brasile e Argentina hanno sugli equilibri di ecosistemi delicati e strategici per tutto il pianeta. In primis, quello della Foresta Amazzonica, dove le piantagioni di soia continuano a sostituire gli alberi.

La guerra tra Usa e Pechino passa attraverso la soia sudamericana – Tutto è iniziato negli anni Settanta, con un cattivo raccolto di soia negli Stati Uniti. La Cina capì che doveva diversificare, Brasile e Argentina che si stava aprendo un varco nel muro Usa. Il resto lo hanno fatto lo sviluppo e il drastico cambiamento delle abitudini alimentare della Cina che ha creato una domanda sempre maggiore. Così, a fasi alterne, quando la tensione tra Washington e Pechino si è alzata, non è stato impossibile sostituire la soia che arrivava dagli Stati Uniti. Basti pensare a quanto avvenuto nel 2019, durante il primo mandato di Donald Trump, quando il tycoon impose tariffe sui prodotti cinesi e Pechino ridusse le importazioni di soia dagli Stati Uniti, spostando gli acquisti in Brasile. Anche nei mesi scorsi, funzionari cinesi hanno confermato che la Cina potrebbe rinunciare alle importazioni agricole statunitensi, senza eccessivi scossoni, anche rispetto agli obiettivi di crescita.

Trump si gioca il consenso degli agricoltori (nei feudi repubblicani) – E questo preoccupa gli agricoltori, memori proprio di ciò che avvenne del 2019 quando, a causa della riduzione delle importazioni di soia della Cina, Washington fu costretta a varare un piano di salvataggio dal 23 miliardi di dollari per gli agricoltori. Non è un caso se, anticipando degli accordi con Pechino nel corso del programma ‘Face the Nation with Margaret Brennan’ della Cbs News, il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent ha citato proprio gli agricoltori. “I coltivatori di soia saranno estremamente soddisfatti di questo accordo per quest’anno e per gli anni a venire” ha detto Bessent, consapevole di quanto sia importante per Trump il consenso dell’industria agroalimentare e dei coltivatori di soia. Di Illinois, Indiana, Iowa, questi ultimi due feudi repubblicani.

Quanto crescono le importazioni dal Brasile – Questo il contesto nel quale sono cresciuti i flussi commerciali tra Cina e Paesi dell’America Latina. In modo particolare, dell’export dal Brasile. I dati: nel 2024 la Cina è stata il maggior importatore mondiale di soia, con acquisti dall’estero per circa 105 milioni di tonnellate, ma ne ha acquistata circa il 20% dagli Stati Uniti, mentre nel 2016 ne importava dagli States il 41%. Da gennaio a luglio 2025, inoltre, la Cina ha importato 42,26 milioni di tonnellate di soia dal Brasile, mentre le spedizioni dagli Stati Uniti sono state pari ad appena 16,57 milioni di tonnellate. Su questo fronte, a poco è servito il Liberation Day di aprile e anche l’estensione di 90 giorni della tregua tariffaria con Pechino con la richiesta di quadruplicare l’import dagli Stati Uniti: la Cina ha praticamente azzerato le importazioni di soia Usa e i coltivatori, che non hanno ricevuto prenotazioni per il raccolto di ottobre (si stima un calo dell’export di circa 14-16 milioni di tonnellate), perderanno miliardi di dollari. Parallelamente Pechino ha aumentato le prenotazioni della soia argentina approfittando dell’abbattimento delle tasse all’export di soia deciso dal presidente, Javier Milei (tra l’altro, sostenuto proprio da Trump). Ad oggi, di fatto, il 70% della soia importata da Pechino arriva dal Brasile e, di questa quota, il 30% passa dal porto di Santos, sulla costa atlantica. Certo, la rete di trasporti e le infrastrutture, per esempio, le capacità portuali, creano diversi problemi che negli Usa non ci sono. E c’è un altro problema: se il clima consente anche tre raccolti l’anno, il terreno argilloso ha bisogno di ingenti quantità di fertilizzanti e il Brasile ne ha sempre importato enormi quantità dalla Russia. Problemi che, però, non hanno fermato finora il trend.

L’effetto sugli ecosistemi – E questo ha conseguenze impattanti per il Brasile. D’altronde, se nel 2024 le esportazioni dell’agroalimentare brasiliano hanno raggiunto i 164,4 miliardi di dollari e, a guidare l’export verso 63 Paesi sono state soia (53,9 miliardi di dollari), carne (26,2 miliardi), zucchero e alcol (19,7 miliardi), prodotti forestali (17,3 miliardi) e caffè (12,3 miliardi) si capisce quali possano essere gli effetti sulle foreste. Ad agosto scorso, le autorità brasiliane hanno sospeso la moratoria che imponeva alle aziende di non acquistare soia da terreni deforestati in Amazzonia. Una sospensione che, dal 2006, aveva contribuito alla protezione della Foresta Amazzonica, evitando la deforestazione di circa 17mila chilometri quadrati (anche se hanno continuato a registrarsi fenomeni di conversione indiretta del suolo, soprattutto nelle savane del Cerrado e nelle aree di pascolo dismesse). Un recente studio pubblicato su Nature Food da Camilla Govoni e Maria Cristina Rulli del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, in collaborazione con La Zhuo dell’Accademia cinese delle scienze e Dirce Lobo Marchioni dell’Università di San Paolo, in Brasile, spiega come la crescente domanda di carne e proteine animali in Cina dipende sempre più dalle risorse agricole del Brasile, con effetti diretti sull’utilizzo del suolo, sulle risorse idriche e sulla deforestazione del Paese sudamericano. Tra il 2004 e il 2020 le importazioni cinesi di soia sono passate da 6 a 60 milioni di tonnellate: un aumento di oltre dieci volte, che nel 2020 ha richiesto 17,8 milioni di ettari di terreno brasiliano (un’area grande quanto l’Uruguay) e oltre 86 chilometri cubi di acqua piovana, più 0,29 chilometri cubi di acqua di irrigazione. Questa soia (destinata in gran parte all’alimentazione di suini, pollame e pesci d’allevamento) sostiene quasi un terzo delle proteine animali consumate in Cina.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/29/guerra-soia-usa-cina-brasile-notizie/8174740/

lunedì 8 dicembre 2025

Glifosato, ritirato dopo 25 anni lo studio diventato “pietra miliare” che difendeva l’erbicida Roundup - Luisiana Gaita

Il caporedattore della rivista che lo pubblicò, Martin van Den Berg, spiega le ragioni della scelta: "I dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo" senza essere citati

A 25 anni dalla sua pubblicazione, la rivista scientifica Regulatory Toxicology and Pharmacology ritira lo studio, pubblicato nel 2000, secondo cui il glifosato, potente erbicida commercializzato dalla Monsanto con il nome di Roundup, non era dannoso. Autori dello studio, intitolato ‘Valutazione della sicurezza e valutazione del rischio del roundup di erbicidi e del suo ingrediente attivo, glifosato, per gli esseri umani’ sono Gary Williams del New York Medical College, l’unico tuttora in vita, Robert Kroes dell’Università di Utrecht (Olanda) e Ian Munro, che lavorava per la società di consulenze canadese Cantox, oggi Intertek. Nel documento, giungevano alla conclusione che l’erbicida a base di glifosato della Monsanto non rappresentava alcun rischio per la salute umana, né per quanto riguarda il cancro, né per eventuali effetti negativi sul sistema riproduttivo ed endocrino. E quel documento è stato citato, negli anni, da centinaia di ricerche successive (ma anche da autorità di regolamentazione come l’Agenzia per la protezione ambientale, ndr). Tanto da diventare, come dichiarato dalla stessa rivista che lo aveva pubblicato “una pietra miliare nella valutazione della sicurezza del glifosato”. Dopo “un’indagine approfondita”, il caporedattore della rivista, Martin van Den Berg, ha ritirato lo studio e ha spiegato le ragioni di questa scelta. In sintesi, “gravi preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”.

Il nodo dell’autorizzazione in Unione Europea

Resta, ora, il dubbio sul peso che ha avuto per un quarto di secolo anche nelle valutazioni delle autorità che hanno regolato l’utilizzo del glifosato per il quale l’Unione europea ha rinnovato nel 2023 l’autorizzazione (Leggi l’approfondimento). Giova ricordare, inoltre, che il 19 novembre scorso, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la Commissione Ue non può concedere proroghe delle autorizzazioni per i pesticidi in modo automatico, in caso di ritardi nel processo di rivalutazione. La Corte si è espressa sui ricorsi presentati dalla ong Pollinis France contro la proroga del periodo di approvazione del boscalid, da Pan Europe per la dimossistrobina e da Aurelia Stiftung per il glifosato. In questo contesto, arriva la decisione presa da Regulatory Toxicology and Pharmacology di ritirare lo studio, indicando le motivazioni, anche alla luce del fatto che il co-autore Gary M. Williams non ha fornito alcuna spiegazione alle domande poste da Martin van Den Berg. Tra le ragioni (e le relative domande rimaste senza alcuna risposta), anche documenti aziendali della Monsanto venuti alla luce negli ultimi anni, durante i contenzioni intentati da cittadini statunitensi che si sono ammalati di cancro.

Studio incompleto e dubbi sull’indipendenza degli autori

Come riportato nella nota del capo redattore della rivista, le conclusioni dell’articolo ora ritirato si basano esclusivamente su studi inediti della Monsanto. Nel corso della stesura, tra l’altro, sono stati ignorati diversi studi sui temi della tossicità cronica e della cancerogenicità pure già disponibili. Non solo: alcuni documenti e e-mail inviate da dipendenti della Monsanto venuti alla luce negli ultimi anni “suggeriscono che gli autori dell’articolo non erano gli unici responsabili della scrittura del suo contenuto”. Quella corrispondenza, anzi, rivela che “i dipendenti della Monsanto potrebbero aver contribuito alla scrittura dell’articolo” senza essere citati come coautori. E la mancanza di chiarezza su quali parti sono state scritte dai dipendenti della Monsanto crea incertezza sull’integrità delle conclusioni tratte. Non è poco, dato che l’articolo afferma l’assenza di cancerogenicità associata al glifosato o alla sua formulazione tecnica, Roundup. Ergo: “Non è chiaro quanto delle conclusioni degli autori siano state influenzate da contributi esterni di Monsanto”. “Questa mancanza di trasparenza – scrive Martin van Den Berg – solleva serie preoccupazioni etiche riguardanti l’indipendenza e la responsabilità degli autori di questo articolo e l’integrità accademica degli studi sulla cancerogenicità presentati”. Di fatto, esiste altra corrispondenza divulgata durante un contenzioso che indica come gli autori potrebbero aver ricevuto un “risarcimento finanziario” da Monsanto per il loro lavoro su questo articolo. “Il potenziale compenso finanziario – scrive sempre il caporedattore della rivista – solleva significative preoccupazioni etiche e mette in discussione l’apparente obiettività accademica degli autori in questa pubblicazione”.

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mercoledì 12 novembre 2025

Strisce bianche su più del 90% del pollo con i marchi Esselunga, Coop e Conad - Luisiana Gaita


L'indagine su 619 confezioni in 43 supermercati. Il presidente dell'associazione Esseri Animali, Montuschi: "Segno di scarsa qualità, maggiore contenuto di grassi e standard inadeguati di benessere animale". Cosa possono fare le catene? "Partire dall’adozione di razze a crescita più lenta". La risposta di Coop: "Rigorosi standard di sicurezza, i nostri controlli dicono altro"

“Su circa 600 confezioni di petti di pollo a marchio Conad, Coop ed Esselunga, analizzate in 48 supermercati italiani, il 90% presenta segni evidenti di white striping. Si tratta di una patologia muscolare legata alla rapida crescita dei polli e che si presenta sotto forma di strisce bianche, costituite da grasso e tessuto cicatriziale”. Sono i risultati di un’indagine condotta tra aprile e maggio 2025 dall’associazione Essere Animali e pubblicata il 10 novembre, secondo cui la presenza di questa malattia “è indice di scarsa qualità della carne, maggiore contenuto di grassi e minore quantità di proteine, oltre che di standard inadeguati di benessere animale”. Su 619 confezioni di petto di pollo prese in esame, è stata riscontrata la presenza di white striping rispettivamente nel 92% dei prodotti a marchio Conad (su 215), nel 90,6% a marchio Coop (su 181) e nel 96,4% di Esselunga (su 223). L’indagine fa seguito a quella condotta, tra dicembre 2023 e gennaio 2024, su oltre 600 campioni di petto di pollo da allevamento convenzionale a marchio Lidl venduti nei punti vendita di 11 città italiane, da Bari a Torino. Dopo la diffusione dell’indagine di Essere Animali, ilfattoquotidiano.it ha contattato Conad, Coop ed Esselunga, chiedendo informazioni e commenti rispetto ai risultati della ricerca: in coda a questo pezzo trovate le risposte pervenute.

Per le confezioni Coop, in particolare, Esseri Animali segnala che l’azienda “oltre a prediligere l’utilizzo di etichette di notevoli dimensioni nel packaging” destina al confezionamento “prevalentemente petti di pollo con superficie traslucida”, rendendo più difficile valutare la presenza e la consistenza delle strisce bianche. “Limitando l’analisi alle sole confezioni non traslucide a marchio Coop – si spiega nel report – i prodotti dell’insegna sono tra quelli con maggiore presenza di white striping”. Si parla del 96,1%, una percentuale molto vicina a quella di Esselunga.

I risultati dell’indagine di Essere Animali

L’indagine ha riguardato 48 punti vendita di dieci città italiane, da Torino a Roma: 20 di Conad, 15 di Coop e 13 di Esselunga, che sono tre delle catene di supermercati più amate dagli italiani secondo Altroconsumo. In ciascuno è stato valutato un campione casuale di confezioni di petto di pollo a marchio delle insegne proveniente da allevamento convenzionale. Tra i petti di pollo caratterizzati dalla presenza di strisce bianche analizzati, poi, percentuali significative sono affetti da livelli gravi della malattia (livello 2 e 3): 52,4% per Conad, 42,6% per Coop e nel 50,9% per Esselunga. “La presenza del white striping è visibile a occhio nudo al momento dell’acquisto, ne altera aspetto e consistenza – spiega il report – comportando un aumento del contenuto di grassi (secondo alcun studi fino al 224 per cento) e una riduzione della quantità di proteine (fino al 9% in meno)”. In questo caso, limitando l’analisi alle sole confezioni non traslucide a marchio Coop, i prodotti in questione registrano la più alta percentuale di casi con gravità elevata di white striping tra le insegne analizzate (55,41% dei prodotti affetti da white striping con punteggio 2 e 3).

Che cos’è il white striping e quanto è diffuso

“Il white striping è una malattia tipica dei polli a rapido accrescimento utilizzati negli allevamenti intensivi – spiega Simone Montuschi, presidente di Essere Animali – che costituiscono larga parte della filiera italiana del pollo”. Solo in Italia, ogni anno vengono macellati oltre 500 milioni di polli, più del 90% allevati in sistemi intensivi e, secondo le evidenze scientifiche, il white striping interessa tra il 50% e il 90% dei polli provenienti da razze a rapido accrescimento. Ma che significa a rapido accrescimento? Rispetto a cinquant’anni fa, i polli crescono a un ritmo quattro volte più veloce e, nell’arco di circa 35-42 giorni verranno mandati al macello, puntando quindi su quantità e rapidità. L’aumento della domanda di carne di petto, inoltre, ha portato a selezionare polli con muscoli pettorali sempre più grandi: le attuali razze a rapido accrescimento hanno un petto di circa due terzi più grande rispetto a quello di un pollo tradizionale. Tutto questo a danno della loro salute. I muscoli, soprattutto quelli del petto, si sviluppano così velocemente da superare la capacità del sistema circolatorio di fornire sangue e ossigeno sufficienti (Leggi l’approfondimento). “Di conseguenza, molte fibre muscolari si danneggiano o degenerano – aggiunge Montuschi – venendo gradualmente sostituite da tessuto fibroso e grasso, che si manifesta visivamente sotto forma di striature bianche da cui deriva il nome della malattia.

Una questione di trasparenza

Essere Animali spiega che l’analisi si concentra su Conad, Coop ed Esselunga per la loro rilevanza strategica: “Sono tra le prime dieci insegne italiane per quota di mercato e presenza sul territorio. Una posizione che, grazie ai grandi volumi di prodotti a marchio venduti, conferisce alle loro scelte il potere di influire positivamente sulle condizioni di vita di milioni di animali. Inoltre, hanno manifestato una particolare sensibilità al tema”. Nelle sue comunicazioni pubbliche, anche Coop (come le altre aziende) dichiara che il benessere animale è un elemento fondante della sua politica aziendale, e che l’attenzione a questo tema è massima per i prodotti a marchio proprio. “Nel caso di Coop, però – commenta Montuschi – oltre alla percentuale più elevata di casi gravi di white striping tra le insegne analizzate, si riscontra una presenza più alta della malattia anche “rispetto a quella che abbiamo riscontrato nei prodotti in vendita nei discount di Lidl Italia nel 2024 – aggiunge – e che mostrano condizioni preoccupanti per i polli da carne allevati nella filiera a marchio Coop. Come giustifica l’azienda i risultati delle nostre osservazioni?”

L’appello a sottoscrivere lo European Chicken Commitment

“I polli da razze a rapido accrescimento sono particolarmente inclini a sviluppare miopatie come il white striping. Adottando i criteri dello European Chicken Commitment – sottolinea Montuschi – Coop, e le altre catene di supermercati italiani come Conad ed Esselunga, potrebbero affrontare in modo efficace il tema del benessere dei polli negli allevamenti che riforniscono le loro filiere a marchio, a partire dall’adozione di razze a crescita più lenta”. Lo European Chicken Commitment rappresenta oggi lo standard minimo di riferimento per l’allevamento dei polli in Europa, adottato da oltre 300 aziende e numerosi gruppi europei.

Alcuni supermercati italiani, come Carrefour, Eataly e Cortilia, lo hanno già fatto. “Grazie ai grandi volumi che gestiscono, un impegno concreto di Conad, Coop ed Esselunga sull’Ecc – spiega Montuschi – comporterebbe un miglioramento significativo della qualità della vita per milioni di polli e renderebbe finalmente disponibili per i consumatori italiani prodotti realmente sostenibili a prezzi accessibili”.

LA REPLICA DI COOP

Il fenomeno del “white striping” è da tempo conosciuto e non comporta rischi di sicurezza del prodotto, come dimostrato da autorevoli studi scientifici. Si tratta di una caratteristica visiva della carne di pollo per la quale Coop chiede una particolare attenzione nei contratti di fornitura per quanto concerne i propri prodotti a marchio. Coop definisce, infatti, rigorosi standard di sicurezza e qualità per tutti i prodotti a proprio marchio e chiede ai propri fornitori un controllo puntuale durante la lavorazione, oltre ad effettuare altri controlli direttamente nelle diverse fasi di produzione e vendita. Relativamente al caso segnalato, i nostri controlli sistematici, effettuati con metodologie che prevedono l’apertura delle confezioni e la verifica di tutti i tagli presenti all’interno, non confermano le percentuali riportate nell’articolo: nel 2024 (ultimo dato annuale), sono state analizzate da personale esperto oltre 1500 confezioni rilevando la presenza del fenomeno ad una percentuale inferiore al 5%. Esprimiamo inoltre dubbi sul metodo di verifica utilizzato e sul campionamento effettuato: una delle foto presenti nel Report non è un prodotto a marchio Coop, per questo non è possibile stabilire con certezza se i dati dichiarati sono effettivamente riconducibili al nostro prodotto a marchio. Non è inoltre chiaro nell’articolo a cosa faccia riferimento la dicitura confezione traslucida’: se è riferita alla confezione trasparente in RPET, ancora una volta Coop, a tutela della qualità e sicurezza dei propri prodotti, ha scelto un sistema di confezionamento per garantire una maggiore protezione del prodotto attraverso l’uso della tecnologia ATP (atmosfera protettiva). Per quanto riguarda le etichette, da sempre la scelta di Coop è quella della trasparenza. Infatti, le etichette hanno le dimensioni necessarie per consentire di veicolare al consumatore tutte le informazioni necessarie per una scelta consapevole. I capitolati siglati da Coop con i suoi fornitori di prodotto relativamente all’approvvigionamento dell’intera filiera di pollo a marchio, contemplano una serie di vincoli che includono una presenza minima accettabile del white striping. I disciplinari di filiera redatti da Coop, infatti, stabiliscono regole sulle condizioni di benessere in più rispetto a quelle previste dalla legge come, in primo luogo, il maggiore spazio richiesto negli allevamenti, condizione che migliora la vita degli animali, ne favorisce la mobilità e diminuisce quell’eccesso di stazionamento sulle lettiere. Oltre allo spazio maggiore, i capitolati richiedono la presenza di luce naturale, l’uso di balle di paglia/fieno o altri materiali becchettabili ed il non utilizzo di antibiotici durante le fasi di allevamento. Nel chiedere simili garanzie, Coop riconosce ai produttori di pollo a marchio Coop un premio economico aggiuntivo.

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lunedì 3 novembre 2025

Un miliardario inquina in appena 24 ore più di quanto faccia in un intero anno la metà più povera del Pianeta - Luisiana Gaita

Il report di Oxfam in vista della Cop 30 del Brasile: le emissioni causate dagli investimenti di soli 308 super ricchi, superano quelle di 118 Paesi messi insieme

In un solo giorno un miliardario appartenente allo 0,1% più ricco del pianeta emette più anidride carbonica di quella prodotta in un anno dal 50% più povero della popolazione mondiale, a causa del proprio tenore di vita e di investimenti in attività inquinanti. Dal 1990, tra l’altro, la quota di emissioni totali di quello 0,1% della popolazione del pianeta è cresciuta del 32%, mentre la metà più povera dell’umanità l’ha vista ridursi del 3%. È quanto emerge da un nuovo report diffuso da Oxfam in vista della Cop 30 del Brasile che inizierà il 10 novembre a Belem. Secondo il dossier, se l’intera popolazione mondiale emettesse quanto lo 0,1% più ricco, in meno di 3 settimane si esaurirebbe la quantità di CO2 in atmosfera ancora tollerabile per scongiurare il disastro climatico. In meno di un mese la popolazione mondiale sarebbe al punto di non ritorno. Basti pensare che le emissioni causate dagli investimenti in attività inquinanti di soli 308 miliardari, superano quelle di 118 Paesi messi insieme.

Il bilancio di carbonio e la crisi climatica che aumenta le disuguaglianze – La Cop30 arriva esattamente a 10 anni dall’approvazione dell’Accordo di Parigi del 2015. In questo lasso di tempo, l’1% più ricco del mondo ha consumato più del doppio del bilancio di carbonio della metà più povera dell’umanità. Ed anche il trend attuale rischia di portare presto ad esaurire il bilancio di carbonio, ovvero l’ammontare massimo di emissioni globali di anidride carbonica in atmosfera, necessarie a contenere l’aumento delle temperature entro 1,5°C rispetto all’era pre-industriale. Il dossier denuncia inoltre come una ristretta élite di miliardari stia usando tutta la propria influenza politica ed economica per mantenere la dipendenza dai combustibili fossili, massimizzando così i propri profitti. “La crisi climatica è strettamente connessa all’acuirsi delle disuguaglianze globali e ne aggrava la portata” spiega Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia. “Gli individui più ricchi del mondo finanziano e traggono profitto da questa crisi – aggiunge – mentre il resto della popolazione mondiale ne fa le spese”.

L’impatto degli investimenti dei miliardari in attività inquinanti – I super ricchi non solo emettono una quantità enorme di CO2 a causa del loro stile di vita, ad esempio con l’uso di jet e yacht privati, ma investono anche in attività economiche tra le più inquinanti e ne traggono profitto. Il report rileva infatti come, in media, un miliardario, attraverso i propri investimenti, sia responsabile dell’emissione di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Una quota di emissioni paragonabile a quella prodotta da un jet privato che facesse 10 mila volte il giro del pianeta. Quasi il 60% degli investimenti dei miliardari globali è realizzato in settori che hanno un impatto devastante sul clima, come quello petrolifero o minerario. “Le emissioni associate agli investimenti ultra-inquinanti dei paperoni superano di due volte e mezzo quelle riconducibili a un investimento medio in società dell’indice S&P Global 1.200” spiega il report. Le emissioni dagli investimenti di soli 308 miliardari sono così abnormi da superare quelle complessive di 118 paesi. Da qui alla fine del secolo, stando ai dati del report – le sole emissioni causate dall’1% più ricco del pianeta potrebbero causare 1,3 milioni di vittime per l’aumento delle temperature e anche un danno economico per oltre 44 trilioni di dollari nei paesi a basso e medio reddito entro il 2050.

Come i super ricchi influenzano i negoziati – L’influenza esercitata da questa ristretta élite di super ricchi e dalle grandi corporation sta anche condizionando e indebolendo considerevolmente i negoziati sul clima. Alla Cop29 di Baku, ad esempio, risultavano accreditati ben 1.773 lobbisti delle industrie del carbone, del petrolio e del gas, più di quanti fossero i delegati dei 10 paesi più colpiti al mondo dalla crisi climatica. “In questo momento le politiche per il clima sono condizionate sempre più dalla tutela di interessi privati e da un’economia che guarda al passato, basata sull’estrattivismo fossile, a discapito del bene comune. Da tempo – aggiunge Petrelli – le aziende inquinanti e i super ricchi, che le controllano, portano avanti campagne di disinformazione sulla crisi climatica e cause legali contro le Ong e i governi che cercano di opporsi”.

La crisi climatica colpisce soprattutto le donne – L’impatto della crisi climatica è inoltre negli ultimi anni sempre più forte sulle donne sia nei Paesi ricchi che, soprattutto, in quelli del Sud globale. Oggi nel mondo quattro migranti climatici su cinque sono donne, che hanno in media una probabilità 14 volte più alta di restare vittime di disastri naturali rispetto agli uomini. Anche nelle città europee ondate di calore sempre più forti e frequenti producono un maggior numero di decessi tra le donne. Per questo Oxfam, in occasione della Cop30, ha lanciato la campagna di sensibilizzazione e attivismo ‘Climate Justice Is Gender Justice’. L’obiettivo è di portare l’attenzione su un tema cruciale, come la rilevanza degli aspetti di genere nel contrasto ai cambiamenti climatici. Un tema poco considerato nelle politiche di lotta al cambiamento climatico definite prevalentemente da uomini: in Europa, ad esempio, meno del 27% dei ministri con delega all’Ambiente sono donne. La campagna coinvolgerà centinaia di giovani con tante iniziative e attività di sensibilizzazione fino al Climate Pride del 15 novembre a Roma, in occasione della giornata di mobilitazione globale per il clima che si svolge in simultanea in molti paesi europei.

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