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martedì 30 luglio 2024

Chi sente il rumore del carcere che esplode? - Giuseppe Rizzo

  

Nel carcere di Regina Coeli a Roma, dove ci sono 1.100 detenuti per 628 posti, perfino le aule scolastiche sono state trasformate in celle. In quello di Pavia non ci sono abbastanza letti per far dormire i 684 detenuti, così la notte sono aperte delle brandine che al mattino sono richiuse. Dalla sezione femminile dell’istituto di Agrigento scrivono: “Siamo tre detenute in cella. Il bidet viene usato sia per lavarci che per pulire le stoviglie. Le docce sono in comune e ne funziona solo una su due. Siamo invase da blatte e formiche. Dal bidet fuoriescono i topi. I materassi sono pieni di muffa. Spesso e volentieri siamo senza acqua e luce. Non abbiamo mai accesso alla biblioteca. Non ci sono corsi da frequentare. Non c’è nessuna attività”.

L’associazione Antigone ha intitolato il suo nuovo rapporto di metà anno sulla situazione negli istituti penitenziari italiani Il carcere scoppia. Non ci vuole molto a capire perché. Oggi dietro le sbarre ci sono 61.480 persone, ma i posti disponibili sono 47mila. Non erano così tanti dal 2013 Nelle sezioni maschili di San Vittore, a Milano, il tasso di affollamento è del 227 per cento, a Taranto del 194. Nel paese la media è del 120 per cento. Solo 38 istituti su 190 non sono sovraffollati.

Sulla parola sovraffollamento bisogna intendersi. I posti in carcere sono calcolati sulla base di un decreto del ministero della sanità del 1975, secondo cui “la superficie delle celle singole non può essere minore di 9 metri quadrati e per le multiple sono previsti 5 metri quadrati aggiuntivi per ciascun detenuto”. In quasi un carcere su tre degli 88 visitati da Antigone c’erano celle in cui non erano garantiti neanche tre metri quadrati a testa: la soglia minima della dignità secondo la Corte europea per i diritti dell’uomo. Per i maiali l’Unione europea prevede che lo spazio minimo negli allevamenti sia di 6 metri quadrati ad animale.

Ma non è solo questione di spazio. Nella settima sezione di Regina Coeli le finestre sono più piccole e fanno filtrare poca aria e luce. In altre aree dell’istituto manca l’acqua. A Carinola, in provincia di Caserta, non c’è allaccio alla rete idrica. Ad Avellino non c’è acqua corrente dalle dieci di sera alle sei del mattino. Le finestre della sezione femminile sono schermate con il plexiglass, impedendo all’aria di passare. In carcere anche l’aria aperta è chiusa.

In celle del genere, le persone possono trascorrere fino a 23 ore al giorno. Qualcuno però non ce la fa: e ingoia pile, si taglia le braccia con le lamette, si uccide. Quest’anno i detenuti che si sono suicidati sono 58. Nove solo nel mese di luglio. Otto erano in carcere da pochi giorni, 27 da neanche sei mesi. Undici invece stavano per uscire. A Novara e Pavia si sono ammazzati due ragazzi di appena vent’anni. Ad Augusta un uomo di 67 anni è morto dopo sei mesi di sciopero della fame. A loro bisogna aggiungere i cinque agenti di polizia penitenziaria che si sono tolti la vita. Conoscere i motivi dietro gesti così estremi è complicato: ma il degrado e la violenza in cui sono costretti a vivere carcerieri e carcerati mostra un pezzetto di questa complessità.

Queste condizioni e questa violenza colpiscono anche i minori. A metà giugno erano 555 le ragazze e i ragazzi negli istituti penali per minorenni. Nel 2023 erano 406. Bisogna risalire al 2009 per trovare un numero più alto dei cinquecento. Negli ultimi anni la media si era attestata sui trecento e anche i crimini commessi erano in calo. Quello che è successo è che nel 2023 il cosiddetto decreto Caivano del governo Meloni ha reso più facile prendere un ragazzo e chiuderlo in cella, anche per fatti di poco conto, invece di immaginare per lui percorsi alternativi nelle comunità.

Il sovraffollamento non è una calamità naturale, ma il risultato di politiche che alimentano insicurezza, creano emergenze e rispondono alla percezione di pericolo con leggi che riempiono le galere, punendo spesso i più deboli. Dal 2022 sono almeno sette i provvedimenti del governo che rispondono a queste logiche.

Il carcere, sempre innamorato di se stesso, e i carcerieri, sempre innamorati dei carceri degli altri, non riescono e non vogliono immaginare alternative, e perciò sognano nuove galere. Da anni Fratelli d’Italia punta ad aumentare il loro numero, e il ministro della giustizia Carlo Nordio ha da poco annunciato un commissario straordinario per capire come fare. Tuttavia, la verità è che piani del genere, oltre al fatto che impiegherebbero decenni per essere realizzati, finora hanno dato vita solo a inchieste per corruzione. In Italia, quando non si vogliono affrontare i problemi si nominano commissioni e commissari, e quando si cerca di fare i conti con i disastri delle galere si promette di costruirne di nuove.

Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) ha indicato un’alternativa più semplice ed efficace: permettere ai detenuti di lavorare. I dati dimostrano che la percentuale della recidiva tra chi ha un impiego, sia dentro sia fuori le mura di una prigione, scende dal 68,7 per cento al 2 per cento. Ma in Italia il lavoro all’esterno coinvolge meno del 5 per cento dei carcerati.

Il resto cerca di non finire inghiottito dalle sabbie mobili. In meno di un mese, dal 27 giugno a oggi, ci sono stati undici casi di proteste e rivolte: la maggior parte per il suicidio di un detenuto e contro le condizioni invivibili delle strutture.

D’altronde, sono gli stessi tribunali a riconoscere queste condizioni come inumane e degradanti, giudicandole in base all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani (Cedu). Nel 2023 sono stati presentati circa diecimila ricorsi per condizioni di vita degradanti, dice Antigone, e più di quattromila sono stati accolti, concedendo sconti di pena oppure risarcimenti, calcolati in otto euro al giorno.

Significa che l’Italia ammette di far vivere i detenuti in condizioni disumane, ma stabilisce per legge che la dignità calpestata di una persona non valga che pochi spicci.

Il sistema carcerario sta esplodendo, ma chi sente il rumore di questa esplosione?

da qui

lunedì 1 maggio 2023

Vedere le vite che nessuno vede - Giuseppe Rizzo

 

Pensiamo che i senzatetto siano un mondo a parte. Non sappiamo neanche quanti sono. A Roma è cominciato il primo censimento nazionale per conoscere la condizione di chi vive per strada. Cronaca di una notte con volontari e operatori

Per raccontare quello che succede fuori, per strada, a volte è utile dare un’occhiata a quello che succede dentro, nelle case. Al terzo piano di un appartamento in via Ferruccio, a Roma, a pochi passi dall’elegante e anonima piazza Dante, e dalla sede dei servizi di sicurezza, la luce filtra dalle finestre e cade morbida sul parquet color miele del soggiorno. Una libreria a parete, un tavolo di mogano e un divano sono gli unici mobili di una stanza che non somiglia alle altre, così zeppe di roba da non lasciare molto spazio all’immaginazione.

Nell’ingresso sono stati ricavati un armadio e un soppalco-studio – “Molto utile durante la pandemia”, dice uno dei due proprietari, una coppia sui cinquant’anni. Tra i fuochi e i pensili della cucina, bianchi su mattonelle bianche, trova posto solo un piccolo tavolo in acciaio. Nella stanza da letto matrimoniale ci sono due comodini, una cassettiera, una cabina armadio, una cyclette e una scrivania con sopra un computer, “un’altra postazione per riunioni e videochiamate”. La stanzetta è soppalcata, sotto ci sono un divano letto, una lunga scrivania di legno e una sedia da ufficio; sopra, un letto, delle scarpiere, roba ammucchiata e una panca per fare i pesi. In bagno la distanza tra la doccia e il lavello è di appena un passo. In totale sono ottanta metri quadrati e secondo i proprietari valgono 399mila euro.

In ascensore l’agente immobiliare dice che sotto i 390mila non scendono, perché devono comprare una casa da 450mila euro nella vicina via Merulana. L’annuncio c’è da pochi giorni, ma l’ascensore non ha ancora toccato terra che arriva la prima offerta. “Una ragazza ha fatto una proposta che penso sarà accettata”, dice l’agente immobiliare. Davanti al portone saluta e spiega: “Nonostante i prezzi, le case all’Esquilino vanno via come il pane, è una zona in forte rivalutazione”.

Due mondi a parte

La zona “in forte rivalutazione” è a pochi passi dalla stazione Termini e dalla basilica di San Giovanni. Ci vivono attori, scrittori e registi, ma anche migliaia di famiglie straniere in appartamenti minuscoli e bui; con dieci euro si può pranzare in una delle tante rosticcerie cinesi, ma per una colazione al forno Conti si possono spendere anche dieci euro. Il prezzo degli appartamenti è sui quattromila euro al metro quadrato, mille in più rispetto alla media cittadina. Sotto gli stessi portici possono incrociarsi il proprietario di un attico da un milione di euro su piazza Vittorio e il senzatetto che dorme davanti al suo portone.

Raramente i due mondi s’incontrano, e quando succede spesso non sono rapporti cordiali. In più di un’occasione gli abitanti hanno descritto la situazione usando le parole “decoro”, “degrado” e “sicurezza”, termini dietro cui si nasconde l’augurio che le persone finite per strada spariscano, o siano fatte sparire, soprattutto per non dare fastidio alle loro rendite immobiliari.

Tuttavia, i senzatetto tendono a non svanire, e all’Esquilino sono ormai centinaia. La notte del 31 marzo volontari e operatori hanno battuto le strade del quartiere per contarli, raccogliere informazioni e provare a scattare una fotografia di una situazione che ormai a Roma ha contorni molto ampi, e preoccupanti: nella capitale vivrebbero tra quattordicimila e ventimila persone senza dimora, mentre i posti letto per ospitarle sono circa 1.300.

Un deserto decoroso

“Non sapere quante sono è parte del problema”, spiega Alessandro Radicchi, fondatore di Binario 95, il centro per senzatetto vicino alla stazione Termini. Matematico che ha mollato la ricerca universitaria dopo aver fatto il volontario durante la guerra in Bosnia, la sera del 31 marzo Radicchi è tra le persone che affollano l’Acquario romano, proprio nel quartiere Esquilino, per ascoltare le istruzioni degli esperti dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) su come condurre il primo censimento di persone senza dimora a Roma e in Italia. Sono duecento: ragazzi, adulti e anziani; attivisti, operatori e volontari; disillusi ed entusiasti. A vederli tutti insieme fanno venire in mente i versi di Angelo Maria Ripellino: “Vivere è stare svegli/e concedersi agli altri/dare di sé sempre il meglio,/e non essere scaltri”.

Sono qui per “un progetto pilota ispirato alle esperienze di Parigi e Berlino”, spiega Barbara Funari, assessora alle politiche sociali e alla salute del comune di Roma. “Cominciamo dall’Esquilino per allargare poi l’indagine al resto della capitale, e ad altre città”, aggiunge. “Vogliamo avere un numero certo per sederci al tavolo con il governo e dire in maniera chiara di quanti soldi abbiamo bisogno per offrire un alloggio dignitoso a chi è rimasto senza più niente”, dice Giovanni Impagliazzo, dell’assessorato politiche sociali e sussidiarietà.

Il punto è questo: avvicinarsi il più possibile a un mondo che si ritiene lontano, e non lo è; scattare una fotografia in grado di cogliere quanti più dettagli possibili; partire da questi dettagli per offrire soluzioni che vadano oltre l’emergenza, altrimenti la fotografia è solo un’immagine senza cornice, destinata a rovinarsi in poco tempo. Al momento non sappiamo quante persone ci siano in questa foto, né come ci sono finite, ed è un problema per tutti: perché lasciamo indietro migliaia di donne, uomini e ragazzi in difficoltà; e perché aiutarli con progetti strutturati costerebbe meno che tenerli per strada, dove finiscono per ammalarsi di più (pesando sul sistema sanitario), incrociano la piccola criminalità (finendo spesso in carcere) e alimentano un sistema di emergenza continua e costosa…

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