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mercoledì 21 novembre 2012

Vertice sull'ultimo dei problemi – Marinella Correggia


Lunedì le Nazioni unite hanno celebrato la «Giornata mondiale del gabinetto», World Toilet Day. Può sembrare strano, ai cittadini del Nord globale del mondo (il Nord geografico e quello sociale): per loro è l'ultimo dei problemi, o meglio: non è affatto un problema, salvo estemporanei guai d'ordine idraulico (o la sporcizia delle ritirate sui treni). Ma per 2,7 miliardi di persone nelle aree impoverite, è il problema in un certo senso «finale»: quello iniziale essendo la disponibilità di cibo e acqua per i bisogni essenziali. 
Molti non sanno che l'accesso a servizi igienici appropriati è stato dichiarato un diritto umano di base dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010. Ma oltre un terzo della popolazione mondiale non gode di questo accesso. E un miliardo e mezzo è ancora costretto a defecare all'aperto. Eppure l'accesso a una decente sanitation non solo gioca un ruolo importante nella lotta contro la mortalità infantile da infezioni (ogni anno 1,5 milioni di piccoli al di sotto dei cinque anni muoiono tuttora di diarrea, che è la seconda causa di morte per quella fascia di età) ed è inoltre un fatto di dignità, riduzione del disagio di vivere. Perfino di parità di genere. Secondo uno studio dell'Onu Plan India, oltre il 20 per cento delle bambine si ritira da scuola non appena raggiunta la pubertà proprio per il disagio di non avere a disposizione toilette adatte. 
Così la giornata mondiale delle toilette è stata un'occasione per affrontare un tema poco glamour anche in modo creativo in giro per il mondo…

venerdì 19 ottobre 2012

Ecuador 1 e 2

Di notte a Quito, che sta a 2800 metri, il freddo ti investe appena si spalanca la porta automatica dell'aeroporto. Ma se la mattina dopo di buon'ora, assieme all'incaricato di Oxfam Italia , señor Jesus, si percorrono un centinaio di chilometri verso nord sulla Panamericana, si arriva nella provincia andina dell'Imbabura, a Cotacachi, dove il sole alle 8 picchia già forte, mentre si arrampica su un cielo di un azzurro accecante e irraggiungibile, senza rendere mai l'aria torrida. Neanche a mezzogiorno. 

"Perché siamo qui".
 Lungo il percorso, Jesus con voce garbata, la sua faccia antica e gentile da indigeno radicato serenamente nella sua terra, anticipa con parole semplici il lavoro di 
Oxfam Italia qui in Ecuador. Dove i difficili progetti di cooperazione sono ispirati al grande tema della sovranità alimentare. Il diritto cioè dei popoli della Terra, sempre meno rispettato, che ha molto a che fare con il cibo quotidiano, che si vorrebbe salubre, compatibile con le tradizioni, i gusti maturati attraverso millenarie abitudini gastronomiche. Ma soprattutto è un diritto che afferma il potere inalienabile di produrre cibo con i propri sistemi agricoli, senza le imposizioni e le pressioni dell'oligopolio del sistema alimentare, che orientano la qualità, la quantità e il commercio dei prodotti. Pressioni e imposizioni che, qui in Ecuador, sembrano addirittura incoraggiate dal governo di  Rafael Correa, il giovane presidente ecuatoriano che nella campagna elettorale del 2009 aveva invece promesso tutt'altro, e cioè di voler favorire il ritorno all'agricoltura familiare, oltre che il recupero e la tutela delle colture tradizionali…
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Chevron vuole gabbare l'Ecuador - Paola Desai

Una nuova sconfitta legale per Chevron: la Corte suprema degli Stati uniti ha rifiutato di considerare il suo ricorso contro il giudizio emesso la scorsa settimana da un tribunale di New York, che a sua volta respingeva un ricorso presentato dalla compagnia petrolifera. Quello che Chevron sta cercando (finora invano) di ottenere è che sia bloccata la condanna a suo carico emessa nel febbraio scorso dal tribunale di Lago Agrio, cittadina dell'Ecuador: dopo un processo durato ben 8 anni, i giudici ecuadoriani hanno infatti ritenuto la multinazionale americana responsabile di aver provocato gravi danni ambientali, condannandola a pagare un sostanzioso risarcimento - 18,2 miliardi di dollari - alle popolazioni danneggiate. Da quando la sentenza è stata emessa Chevron le ha tentate tutte. Il suo primo ricorso è stato respinto dalla Corte d'appello di Lago Agrio, che ha ratificato il giudizio di primo grado «in tutte le sue parti, inclusa la sentenza per risarcimenti morali», ovvero quei 18 miliardi di dollari. Allora, urlando che la decisione del tribunale ecuadoriano è un «chiaro esempio della politicizzazione e corruzione della magistratura dell'Ecuador», Chevron si è rivolta alla magistratura degli Stati uniti. Qui però una corte d'appello di New York ha obiettato che «imputati delusi da un giudizio emesso all'estero» non possono chiedere alla giustizia americana di «delegittimare il sistema legale» di un altro paese. 

Il caso Chevron versus la popolazione del distretto di Lago Agrio, nell'amazzonia ecuadoriana, è una battaglia cominciata ormai vent'anni fa, nel 1993, quando circa trentamila abitanti dei villaggi di quella regione amazzonica, sostenuti da alcune organizzazioni ambientaliste, hanno fatto causa contro Texaco al tribunale di New York. L'accusavano di aver scaricato nella foresta 18,5 milioni di galloni di rifiuti oleosi (circa 68 milioni di litri), buttati in centinaia di fosse aperte nella zona di sua concessione, oltre a 16 milioni di galloni (64 milioni di litri) dispersi da pozzi e oleodotti…
  

mercoledì 17 ottobre 2012

Il latte della Mauritania - Marina Forti

Una «favoletta» che viene dalla Mauritania: illustra come i sussidi agricoli, concessi con larghezza dall'Unione europea ai suoi produttori, siano una concorrenza sleale che soffoca le economie locali altrui. Nel villaggio di Ari Hara, nella Mauritania meridionale, una cooperativa formata da donne ha avviato con successo una produzione di latte e prodotti caseari: trasformano il latte in yoghurt dolce che poi vendono nella vicina città, Boghé, 350 chilometri a sud-est della capitale Nouakchott. Quella è sempre stata una zona di pastori e coltivatori, e da quando le donne hanno formato la cooperativa nel 2009 hanno garantito alle loro famiglie un piccolo reddito stabile e cibo assicurato anche nei periodi di siccità, riferisce Irin news, il notiziario on-line dell'Ufficio Onu per gli affari umanitari (in un dispaccio del 1 ottobre). Certo, la cooperativa potrebbe aumentare la rete di vendita se avesse la possibilità di raggiungere mercati più distanti, ma per questo servirebbero strade migliori e furgoni frigorifero. Un'organizzazione non governativa locale, l'Association mauritanienne pour l'auto-développement (Associazione mauritana per l'auto-sviluppo, Amad) aveva aiutato la cooperativa nella fase di avvio con 30mila dollari di finanziamento, ma non ha fondi per aiutarle a espandersi. 
Strade e furgoni però sono solo una parte del problema. C'è un ostacolo ancora più insormontabile, per le donne di Ari Hara: è che il mercato della Mauritania è invaso da latte e latticini importati a basso costo dall'Europa. Pensate: il 60% della popolazione mauritana vive direttamente o indirettamente dell'allevamento (inclusa la produzione casearia), settore che contribuisce circa il 13% del Prodotto interno lordo del paese. Eppure la Mauritania importa il 65% del latte che consuma, sottolinea un rapporto congiunto dell'Associazione mauritana Amad, Oxfam e Acord. In parte è un retaggio del passato recente: ancora negli anni '80 nei mercati delle città mauritane era impossibile trovare latte fresco, c'era solo quello in polvere o a lunga conservazione importato (di solito dall'Europa). Poi però si è sviluppata anche in Mauritania un'industria casearia, che distribuisce latte Uht, yoghurt, panna e così via. Irin ricorda Tiviski, la prima azienda casearia avviata a Noouakchott nel 1987 da una britannica sposata con un mauritano: aveva cominciato a comprare il latte di cammello da produttori delle campagne circostanti, buon latte fresco che poi pasteurizzava e distribuiva in città...

martedì 2 ottobre 2012

Il ministro che difende i tribali - Paola Desai

È la prima volta che accade. Il ministro «per gli affari tribali» del governo dell'Unione indiana ha revocato sette concessioni minerarie invocando i suoi poteri costituzionali per la difesa degli interessi delle popolazioni native, o adivasi («tribali» nel linguaggio comune in India).
Il gesto del ministro Kishore Chandra Deo è riferito con un certo scalpore dalla stampa indiana, e si capisce: l'India ha grandi giacimenti e l'industria mineraria è in piena espansione, muovendo interessi economici enormi - ma creando anche grandi conflitti sociali. E l'intervento di un ministro in nome degli interessi della popolazione nativa ha messo in allarme le lobby industriali.
La scorsa settimana dunque il ministro «per gli affari tribali» ha revocato sette concessioni per l'estrazione di bauxite (materia prima dell'alluminio) nello stato di Andhra Pradesh, nell'India centrale, che il governo di quello stato aveva dato sei anni fa all'industria statale, la AP Mineral Development Corporation. Le miniere sarebbero state aperte in due zone del Ghat orientali, la dorsale montagnosa che traversa l'India peninsulare; per lavorare il minerale due imprese private sono già state autorizzate ad aprire due raffinerie. 
Quei progetti minerari però avevano suscitato polemiche e proteste. Diverse organizzazioni sociali e ambientaliste dicono che miniere e raffinerie avrebbero reato danni irreparabili all'ecologia della regione, privando la popolazione rurale delle sue fonti di sussistenza. Anche perché estrarre bauxite significa rimuovere il terreno dalla sommità delle colline - è lì che il minerale si trova - togliendone la copertura verde e stravolgendone l'equilibrio, prosciugando le fonti d'acqua, fino a rendere impossibile coltivare e vivere su quelle terre...

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sabato 4 febbraio 2012

Biodiesel, peggio del petrolio - Paola Desai

Altroché «benzina verde». Gli agrocombustibili sono più sporchi, in termini di emissioni di gas di serra, di molti combustibili fossili, se si include nel conto la deforestazione che inducono - per la precisione, il«cambiamento d'uso indiretto dei terreni». A dirlo sono dati raccolti dalla Commissione europea, che sta preparando una nuova direttiva sui «biocarburanti» e per questo ha stimato l'impatto di queste benzine: la nuova legislazione è attesa in primavera, ma intanto alcuni dati di quello studio sono filtrati, e sono arrivati alla rete di ong europee EurActiv. E sono dati che demoliscono l'idea che gli agrocarburanti siano un'alternativa «sostenibile».
Spieghiamoci meglio. Per «cambiamento d'uso indiretto» si intende ad esempio quando un terreno coperto di boschi, o acquitrini, o zone umide o altro viene ripulito e coltivato per sostituire altre terre prese per produrre agrocarburanti. È noto che l'Unione Europea si è data l'obiettivo di mettere nel mix di benzine usate nel settore dei trasporti almeno il 10% di agrocarburanti entro l'anno 2020 (al momento è a circa metà strada dall'obiettivo, con Slovacchia, Austria e Francia all'avanguardia). L'idea propagandata è che i carburanti derivati dalle piante migliorano la qualità dell'aria nei centri urbani, aiutano l'agricoltura e contribuiscono a tagliare le emissioni di anidride carbonica (di cui i combustibili fossili, come il petrolio, sono la principale fonte). Idea contestata da diversi punti di vista, e in particolare perché trasformare canna da zucchero o mais in etanolo - o soia e olio di palma in biodiesel - solleva almeno due problemi. Il primo è che grandi estensioni di terra arabile (e grandi quantità di acqua) sono usate per produrre carburante invece che cibo. Il secondo è che per produrre sempre più olio di palma, mais, soia etc si accelera la deforestazione. E l'Europa, che non ha abbastanza terre disponibili per produrre tutti gli agrocarburanti che si è prefissata, per rispettare il su obiettivo dipende dall'importazione di olii vegetali, che infatti è aumentata del 21% nel 2011: abbiamo importato circa 2,42 milioni di tonnellate di olii, con l'Argentina come primo fornitore e l'Indonesia (grande produttrice di palma da olio) al secondo posto...

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giovedì 2 febbraio 2012

povere Ong

Due anni dopo il terremoto che ha devastato Haiti, quasi nulla è cambiato per gli haitiani. Eppure si è parlato di centinaia di milioni di dollari in aiuti e le organizzazioni non governative internazionali erano affluite in massa. Ora alcune se ne vanno: non ci sono più soldi e vanno altrove a cercare sfortune più redditizie. Altre cercano di restare. Ma dopo due anni in cui la politica pubblica haitiana è stata sostituita dal «regno» delle Ong, la vita dell'insieme della popolazione non è migliorata. Al contrario: l'aiuto portato dalla logica della compassione - anche quando è stata efficace - lascia la popolazione ancora più dipendente di prima.
La logica compassionevole ha sostituito la logica delle strutture, e i fondi dispensati dalle Ong non hanno permesso che si delineasse una politica che trasformi il lungo termine in un avvenire migliore. Le Ong, nell'ossessione del presente, uccidono il pensiero sul futuro. Hanno bisogno di uno stato di crisi permanente...

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domenica 31 luglio 2011

Freegan - Karima Isd

Come osa qualcuno mangiare cibi buoni destinati alla spazzatura? E' una pratica intollerabile per i supermercati di San Francisco, molti dei quali stanno adottando soluzioni tecniche, come lucchetti ai bidoni della propria immondizia e perfino vigilantes nelle aree rifiuti dopo le ore di chiusura, per boicottare gli approvvigionamenti dei «palombari della spazzatura». Tanto che adesso il sito dei Freegan (www.freegan.info) lancia un appello: se conoscete luoghi dai quali si può tuttora attingere, segnalateceli! Altra segnalazione sul sito: Food not Bombs distribuisce cibo stasera a... Ma come: barboni, seppur d'oltreoceano, che gestiscono un sito e trattano di cibo-non-bombe? Il fatto è che i freegan in questione non fanno parte della folta schiera di senzatetto obbligati dall'indigenza ad attingere agli altrui scarti. Sono piuttosto contestatori della (in)civiltà dei consumi e dello spreco. Mangiare rovistando nei bidoni dei negozi, ricchi non di immondizia ma di buoni alimenti invenduti prossimi alla scadenza, o approvvigionarsi dopo la chiusura ai mercatini di frutta e verdura è un'alternativa ecologica e decente al fare la spesa, in un paese dove ogni anno si gettano via 17 milioni di tonnellate di cibo ancora buono. Ce n'è così tanto che gruppi di solidarietà chiamati Food Not Bombs (Cibo, non bombe), ormai diffusi in tutto il mondo e anche in Italia, lo cucinano e lo distribuiscono gratis periodicamente ai senzatetto.

Il termine freegan nasce dall'unione non casuale di: free (libero, e anche gratuito), e vegan (vegano, che si nutre solo di vegetali). La scelta non è solo dovuta al fatto che i prodotti animali si deteriorano molto più facilmente, ma in genere anche a ragioni ideali, fra cui l'ecologismo nei consumi e il rispetto dei viventi. Ecco come si autodefiniscono i freegan: «Persone che usano strategie di vita alternative fondate su una partecipazione quanto più possibile limitata all'economia convenzionale e sul consumo minimo di risorse. Un'alternativa al sistema di spreco, a partire dal cibo gettato via mentre intere popolazioni mancano del necessario». Dunque, meglio minimizzare gli acquisti, giusto recuperando quel che il sistema rigetta...

vegetariani nel mondo

Nei paesi più agiati, dove il modello alimentare è una scelta, quanta parte della popolazione si astiene stabilmente dal consumo di animali? La loro aggregazione europea, l'European Vegetarian Union (Evu), il cui IX congresso annuale si sta svolgendo in questi giorni a Riccione, ha dato i numeri (sul sito www.vegetarianet.com). Si va dall'8% della Germania al 6% dell'Irlanda, da un consolidato 9% della popolazione in Gran Bretagna (secondo un'inchiesta commissionata dal Daily Telegraph) al 4% di Stati uniti (sondaggio di Time/Cnn), Spagna, Romania, Canada, Austria, Paesi bassi; per arrivare ai fanalini di coda: 2% per Francia, Repubblica Ceca, Belgio, Portogallo, Norvegia, 1% o meno in Polonia, Slovacchia, Danimarca... In realtà, è probabile che alcune delle percentuali più elevate si riferiscano a chi nei sondaggi si dichiara «quasi vegetariano»; sicuramente è così per l'Italia, a quota 9% secondo il sondaggio Ac Nielsen di un anno fa. Ma certo l'Occidente vede una lenta transizione da una dieta altamente carnea al piatto vegetale, anche «grazie» a epidemie e scandali. Disparati i vantaggi, e il congresso dell'Evu li sta passando in rassegna in questi giorni, con partecipanti da 20 paesi, relatori internazionali e menù deliziosi. Primo vantaggio, meno animali prigionieri degli allevamenti e avviati ai macelli. Un altro vantaggio è che si riducono il consumo di petrolio, la distruzione delle foreste equatoriali, l'inquinamento delle acque, l'effetto serra (per mutare il modello agricolo, però, è anche necessario che i veg - vegetariani e vegan, che sono lo stadio successivo della scelta senza carne - consumino bio; o non si uscirà dal circuito dell'agricoltura chimica basata su sostanze sintetizzate dal petrolio e biocidi). La dieta senza animali porta poi vantaggi per la distribuzione delle risorse a livello internazionale: gran parte dei terreni coltivabili nel mondo è destinata alla produzione di alimenti per gli animali allevati anziché a nutrire direttamente gli animali, e la resa energetica e proteica è in genere scarsa.

Ormai documentati sono i benefici che una dieta vegetale procura alla salute umana, come spiegano fra gli altri i medici italiani, pediatri e neurologi, nutrizionisti e geriatri, della Società scientifica di nutrizione vegetariana (www.scienzavegetariana.it) e quelli statunitensi del Physicians Committee for Responsible Medicine (www.pcrm.org), il cui consigliere Colin Campbell ha diretto uno studio epidemiologico (definito dal New York Times «il migliore e più esteso sulle correlazioni fra dieta e malattie») sul disastroso impatto sanitario delle mutate abitudini alimentari in Cina: sempre più carnivore.

Già, nel Sud del mondo il consumo di carne e pesce presso le classi medie aumenta e conseguentemente crescono gli allevamenti intensivi di terra e d'acqua. Per un futuro che non sia un macello, l'accento anche educativo e politico dovrà essere messo su quel mondo, diviso ora fra i «vegetariani per forza» (per ragioni di reddito) pronti a cambiare status non appena salgono di un gradino la scala sociale, e i «carnivori per censo»…

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martedì 26 luglio 2011

La civiltà della scarpetta - Marinella Correggia

Immaginiamo «per magia» di poter dimezzare la quantità di alimenti necessaria per nutrire gli umani. Si risparmierebbe un'enormità di acqua, suolo, energia, input chimici (con la collegata contaminazione di suoli e corpi idrici) o naturali, insomma tutto quanto è utilizzato per coltivare e «lavorare» il cibo. E ci sarebbe tutto lo spazio per nutrire più che a sufficienza gli attuali 850 milioni di affamati.
Bene: da tempo sappiamo dello spreco rappresentato dall'ipernutrizione di un miliardo di persone. Sappiamodella competizione cibo-mangime-agrocarburante; secondo un riepilogo della crisi alimentare redatto dal Movimento Sem Terra, «la destinazione della produzione agricola di cereali nel 2007 è stata di 1.009 milioni di tonnellate per il consumo umano, 765 milioni di tonnellate per il consumo animale e 364 milioni di tonnellate per altri fini fra cui 90 milioni di tonnellate per gli agrocarburanti».
Ma non basta. La metà del cibo prodotto sulla Terra è gettato via. Letteralmente. Lo grida il documento «Saving Water: From Field to Fork - Curbing Losses and Wastage in the Food Chain» (Salvare l'acqua dal campo alla forchetta - ridurre perdite e sprechi nella catena alimentare). Redatto dallo Stockholm International Water Institute, dalla Fao e dall'International Water Management Institute, è stato presentato durante la Settimana mondiale sull'acqua di Stoccolma. In realtà il rapporto sottolinea come metà dell'acqua necessaria a produrre cibo sia spesa invano: «Un'accurata strategia di risparmio idrico richiede dunque che si metta al centro delle agende politiche la minimizzazione dello spreco alimentare», si legge. Anche perché sarà l'acqua il principale fattore limitante della produzione di cibo. Campi, silos, agroindustrie, navi, supermercati, mercati, cucine: in quale punto della catena alimentare svanisce tanto ben della terra? Dipende un po' dalle aree geografiche. Nei paesi impoveriti, dal 15 al 35 per cento delle derrate si perdono nei campi, a causa di parassiti o di alee climatiche; un altro 10-15 per cento si rovina durante lo stoccaggio, la trasformazione e il trasporto, per inefficienze tecniche e carenza di infrastrutture.
In Occidente le tecniche di coltivazione, raccolta, conservazione, trasporto delle derrate minimizzano per perdite. Ma lo spreco è inaudito in fase di distribuzione e consumo. Negli Stati Uniti - il top - si getta via il 30 per cento del cibo: valore in soldi 48,3 miliardi di dollari, valore in acqua (molto maggiore) 40 trilioni di litri, abbastanza per soddisfare il fabbisogno domestico di 500 milioni di persone. Così la preziosa acqua serve solo a produrre montagne di rifiuti organici, che inoltre in discarica generano metano, un potente gas serra...

lunedì 25 luglio 2011

autosufficienza alimentare - la lezione giamaicana - Marinella Correggia

...Una bella lezione viene dalla Giamaica. Importa il 60% degli alimenti che consuma ma il ministero dell'Agricoltura vuole abbattere questa dipendenza di almeno il 45% al più presto, tanto più in tempi di prezzi elevati e restrizioni all'export da parte dei paesi grossi produttori agricoli. Cosa sta facendo quel paese per promuovere l'indipendenza (e dunque sovranità) alimentare? Ce lo spiega un reportage dell'Inter Press Service.
Di fronte all'evidente natura erratica dei mercati mondiali, l'Autorità per lo sviluppo agricolo rurale (Rada) della Giamaica ha cominciato a promuovere orti domestici, rurali e urbani, in 14 aree strategiche. Era il primo punto di un Programma nazionale per la sicurezza alimentare, lanciato due anni fa con la distribuzione di kit contenenti semi, input e guide del piccolo coltivatore. È un programma con molti attori, che va sotto il nome di campagna «Eat Jamaican» (Mangia giamaicano, e dunque produci giamaicano). L'obiettivo finale è l'accesso di tutti a cibo nutriente, a basso costo e locale.
Oggi gli autoprodotturi (per il consumo domestico e la vendita locale) sono aiutati con programmi di formazione, accesso al mercato, piccole tecnologie, e gli agrotrasformatori ottengono prestiti a bassissimo costo purché usino materie prime locali. Il processo sta andando bene: la bolletta delle importazioni alimentari è passata da 800 milioni di dollari nel 2008 a 661 milioni nel 2010. Ma si può andare oltre.
I progetti a favore di 5mila orticoltori urbani e duemila agricoltori «di campagna» sono tanti: dall'introduzione delle colture idroponiche in diverse comunità all'incremento della produzione di radici e tuberi, dal miglioramento dell'irrigazione al potenziamento delle capacità di stoccaggio alla riduzione delle perdite post-raccolto. Sul lato delle politiche commerciali, il governo è orientato a proteggere di più l'agricoltura dalle importazioni a basso costo...

sabato 23 luglio 2011

antibiotici e batteri

...Secondo l'Oms ogni anno nell'Unione europea 25mila persone muoiono per infezioni da batteri antibiotico-resistenti. Il motivo è arcinoto: il nostro uso eccessivo di antibiotici. Quelli che consumiamo direttamente, anche quando non è necessario, e soprattutto quelli dati agli animali che poi mangiamo: l'uso massiccio di antibiotici negli allevamenti è riconosciuto dall'Oms come una delle principali cause della comparsa di batteri resistenti.
Per questo è allarmante la notizia pubblicata ieri dal quotidiano britannico The Independent: negli allevamenti del Regno unito l'uso di antibiotici è aumentato negli ultimi dieci anni. In particolare, è aumentato di otto volte l'uso sugli animali di tre classi di antibiotici considerate dall'Oms «di importanza critica nella medicina», le cefalosporine, i fluorochinoloni e i macrolidi (l'aumento è ancora più impressionante perché si tratta di quantità assolute, mentre nel frattempo la popolazione animale negli allevamenti è calata: del 27% i suini, 10% i bovini e 11% il pollame). Solo un mese fa scienziati britannici hanno individuato nel latte bovino un nuovo batterio Mrsa, ovvero Staffilococco aureo meticillino-resistente: per il momento questo viene ucciso nella pastorizzazione del latte, ma si teme che prima o poi passi agli umani, come già molti altri . In generale, è attribuito all'uso di antibiotici la comparsa negli allevamenti di ceppi di e-coli e di salmonelle resistenti.
I dati dell'Independent si riferiscono al Regno Unito, ma danno da pensare. Gli antibiotici sono conseguenza dell'allevamento sempre più intensivo (più le bestie sono sovraffollate, più si ammalano, più tonnellate di farmaci sono aggiunte ai loro mangimi), ma è ben questo che permette agli allevatori di mantenere basso il prezzo della carne (o pesce) e restare «competitivi»: le «forze del mercato» spingono per gli antibiotici. La Gran Bretagna è l'unico caso in Europa dove le case farmaceutiche possono reclamizzare e vendere direttamente agli allevatori. Anche altrove però non si va oltre le «raccomandazioni». Solo l'uso di antibiotici come «promotori della crescita» degli animali è vietata, dal 2006, in tutta l'Unione europea. Ma solo Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia hanno limitato l'uso di antibiotico negli animali ai casi di effettiva malattia, con l'obbligo di prescrizione medica. Dobbiamo concluderne che le «forze del mercato» minacciano la salute della specie umana?
da qui

patata, cibo del futuro

Si è fatto molto sarcasmo sul 2008 proclamato dall'Onu «anno internazionale della patata». L'inflazione cervellotica delle dediche si presta a facili ironie e a maliziosi interrogativi su chi ha avuto la brillante idea (in questo caso, il Perù che produce un centinaio di specie diverse di patate). E invece con i prezzi dei cereali alle stelle, «l'umile tubero» - come lo definisce la Fao - si sta prendendo la rivincita.
Solo una frazione della produzione di patate finisce sui mercati internazionali. Per questo il loro prezzo risente poco o niente delle tensioni dell'offerta e della domanda globali o delle puntate finanziarie sui futures. A determinare il prezzo sono i costi locali di produzione. Basterebbe questo per capire perché la Fao raccomanda la patata come scudo protettivo dei piccoli agricoltori a basso reddito e dei consumatori dei paesi poveri. In più, è un concentrato di carboidrati, con l'aggiunta di proteine, vitamina C e potassio, che sfama. Cresce più velocemente dei cereali, ha bisogno di meno terra e di meno acqua, l'85% della pianta è buono per l'alimentazione umana (contro il 50% dei cereali). Ecco perché la patata si merita il titolo di «cibo del futuro»...

In Perù, ormai da due anni, il 30 maggio si festeggia la patata, alimento tipicamente andino il cui centro di origine è stato individuato negli anni trenta dal botanico russo Nicolaj Vavilov. Ma l'umile tubero è molto più antico, risale a 8000 anni fa, e lo conferma anche una recente ricerca di David Spooner, del Dipartimento di agricoltura statunitense: l'anno scorso - dopo uno studio su 261 varietà silvestri e 98 varietà coltivate - ha confermato che l'area di origine del Solanum tuberosum si trova tra le regioni di Cuzco e Puno, e che le prime coltivazioni di patate erano situate nei dintorni del lago Titicaca, all'attuale frontiera tra Perù e Bolivia. Al tempo delle culture pre-ispaniche, il tubero giocò un ruolo importante nell'alimentazione indigena e popolare. I primi a addomesticare varietà di patate selvatiche furono le comunità andine di Puno, che riuscirono a disidratare i tuberi per trasformarli in polvere di chuño e poter così conservare il prezioso alimento anche per lunghi periodi.
Ma il significato della patata, nel mondo pre-ispanico, trascende da quello economico o nutrizionale per trasformarsi in un elemento che spiega la cosmovisione andina e lo sviluppo di quella società. All'epoca il tubero era così presente nella vita quotidiana degli indios che, tra le unità di tempo impiegate, una addirittura equivaleva alla durata di cottura di una pentola di patate. Ciononostante l'abitudine alimentare di mangiare patate in Perù, col passare dei secoli, è molto diminuita, fino ad arrivare ad un consumo annuale procapite di 87 chili. Così ora festeggiare il tubero con tanto di decreto istituzionale è un modo per promuoverne un consumo maggiore e prepararsi alla celebrazione dell'anno internazionale della patata, indetto per il 2008 dalla Fao, l'Organizzazione dell'Onu per l'agricoltura e l'alimentazione. «Ospite speciale» sarà non a caso il Perù, perché è il paese andino che ospita l'Arca dei tuberi, il Cip (Centro internacional de la papa), dove se ne conservano 3.900 distinte varietà, delle 7.500 esistenti in tutto il mondo, di cui 1.950 sono silvestri. Una riserva strategica per l'agricoltura e l'alimentazione mondiale. Che si presti a mille fantasie dell'arte culinaria infatti non v'è dubbio, ed è anche ricca di carboidrati, amido e fibre. Ma non è solo per questo che la patata sta diventando la protagonista di tanti spot pubblicitari, anche da noi...


giovedì 7 aprile 2011

Le dighe del Narmada (1)

Ogni sera, quando fa scuro, nei 12 gruppi di case che compongono il villaggio di Bilgaon si accendono le lampadine. E' una notizia: fino a pochi mesi fa non c'era luce elettrica a Bilgaon, sulle colline di Satpuda, nella valle del fiume Narmada, stato del Maharashtra, India centrale. Tutto è cambiato con la diga. Non la diga di Sardar Sarovar, alta ormai 100 metri (nei progetti arriverà a 136) e costata parecchie centinaia di milioni di dollari, che produce energia elettrica per le città dello stato del Gujarat. E neppure le altre grandi dighe che hanno tagliato il fiume Narmada costringendo quasi un milione di persone a spostarsi o cercare altra terra da coltivare. E' un semplice terrapieno alto due metri che ha fornito energia elettrica a Bilgaon. E' stato realizzato dagli stessi abitanti del villaggio, con la People's School of Energy (Scuola popolare dell'energia) del Kerala, stato dell'India meridionale, e gli attivisti della Narmada Bachao Andolan, «Campagna per salvare la valle di Narmada» (dalle mega dighe). E' un esempio delle «attività di ricostruzione» di cui parla (anche in questa pagina) Medha Patkar, leader riconosciuta del movimento contro le dighe di Narmada. Il lavoro è cominciato circa un anno fa, a metà del 2002. Sei mesi dopo, il primo esempio di «villaggio elettrificato» è stato inaugurato dal ministro per lo sviluppo rurale del Maharashtra (è uno dei tre stati rivieraschi del Narmada. La diga è nel territorio del Gujarat, ma la gran parte del'area sommersa dal lago artificiale si trova negli stati del Madhya Pradesh e in misura minore Maharashtra). Il progetto «hydel» usa l'energia prodotta da una cascata naturale su un piccolo affluente, il fiume Uday. Il terrapieno permette di immagazzinare in un reservoir 150.000 litri d'acqua, che poi è incanalata in una cisterna capace di 30mila litri. L'acqua ne defluisce al ritmo di 400 litri al secondo da un'altezza di 8 metri per azionare una turbina, che a sua volta fa funzionare un generatore al ritmo di 1.500 rotazioni per minuto. Questo basta per dare elettricità a tutte le 12 padas (agglomerati di case) da cui è composto il villaggio, tutti nel raggio di 4 chilometri. Nei mesi in cui il fiume è in piena, il villaggio ha elettricità 24 ore al giorno. Nei mesi di secca l'elettricità è garantita per 4 ore al giorno, dopo l'imbrunire...
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Martoriata da cicloni e monsoni (l' ultimo dei quali, a fine luglio, ha devastato lo Stato del Maharashtra offrendo al mondo immagini apocalittiche di distruzione e di morte), l' India ha sempre dovuto fare i conti con l' acqua. Ma sempre più spesso la violenza della natura è assecondata dagli interventi dell' uomo, responsabile del mutamento climatico cui vanno in parte attribuite le catastrofi naturali: come nel subcontinente indiano, dove - avvertono i 2.500 scienziati del «Panel on Climate Change» - questa collaborazione ha «firmato» i super-cicloni che hanno investito gli Stati dell' Orissa (1995)e dell' Andhra Pradesh (1996), quest' ultimo, il più grave, con un bilancio di duemila morti. Mentre da sempre la minaccia di inondazioni incombe pesantemente, per il surriscaldamento e l' innalzamento del mare, sulle regioni del Golfo del Bengala dove confluiscono in groviglio il Gange, il Brahmaputra e il Meghna. In questo immenso, paludoso estuario si getta anche il Narmada che, con i suoi 1.300 chilometri di percorso, viene annoverato di diritto fra i grandi fiumi dell' India. Ma da parecchi anni, per le popolazioni che vivono lungo le sue sponde, su questo sentimento di sacralità e devozione mistica si è andato via via sovrapponendo un senso, sempre più acuto, di paura: la paura di essere inondati, anzi sommersi dalle sue acque. La costruzione della mastodontica diga di Sardar Sarovar (altezza finale prevista, 138 metri) e di altre dighe - 30 grandi, 135 medie e quasi 3.000 piccole - volute dal governo di Nuova Delhi per attuare «il più vasto e ambizioso progetto per lo sviluppo di una valle mai concepito nella storia dell' uomo» ha intensificato, invece di attenuare, il timore di imminenti catastrofi, essendo ogni struttura di sbarramento inadeguata a contenere la tremenda forza d' urto dell' acqua sprigionata di continuo dai ghiacciai himalayani...

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L'arresto di Medha Patkar, in sciopero della fame contro il “piano Narmada” (Narmada Valley Development Project) è solo l'ultimo episodio di una lotta lunga ormai venti anni contro la distruzione di centinaia di villaggi e di intere vallate e foreste.
Lo sfruttamento delle risorse idriche in India sta portando alla realizzazione di 3.200 dighe sul fiume Narmada e i suoi affluenti. Verso la fine dell'anno scorso è stato celebrato il ventesimo anniversario dell'inizio della resistenza popolare contro questi devastanti progetti che, insieme alla dignità e ai diritti dei nativi, calpestano ogni rispetto per l'ambiente naturale. Interi villaggi sono già scomparsi sotto le acque dei bacini, mentre contadini e popolazioni tribali scompaiono negli slums delle città, cessando di esistere come comunità. A fianco di Medha Paktar si è schierata la scrittrice Arundhati Roy, da sempre in prima linea contro le dighe e per la difesa dei nativi....
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Mentre la maggior parte di noi sono come mesmerizzati dai discorsi sulla guerra e sul terrorismo e sulle guerre contro il terrore - ma si può andare in guerra contro un sentimento? - nello stato di Madhya Pradesh una piccola zattera di fortuna ha dispiegato le vele nel vento. Su un marciapiede di Bhopal, in una zona chiamata "Tin Shed" [Tettoia di lamiera], un piccolo gruppo di persone si è imbarcato in un viaggio di fede e speranza.

Non c'è niente di nuovo in ciò che stanno facendo. Ciò che è nuovo è il clima in cui lo fanno.

Oggi è il ventitreesimo giorno dello sciopero della fame di quattro attivisti del Narmada Bachao Andolan [Salvate il Movimento del Narmada, ndt]. Hanno digiuato due giorni più a lungo di Ganhdi nei suoi digiuni durante la lotta per la libertà. Le loro richieste sono più modeste di quanto lo siano mai state le sue. Stanno protestando contro lo sfratto forzoso da parte del governo del Madhya Pradesh di oltre mille famiglie adivasi per far posto alla diga del Maan. Tutto ciò che chiedono è che il governo metta in atto una propria politica per fornire terra in cambio di terra agli sfollati per la diga. Non vi sono controversie. La diga è stata costruita. Gli sfollati devono essere reinsediati prima che il bacino si riempia con i monsoni e sommerga i villaggi...

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sabato 19 marzo 2011

Le multinazionali che allattano - Marinella Correggia

L'allattamento al seno è essenziale per il neonato: contiene tutti i nutrienti e i liquidi necessari per la crescita nei primi sei mesi, fornisce il 50% del fabbisogno nutrizionale fra i 6 e i 12 mesi, e un terzo di quello fra i 12 mesi e i 24 mesi; contiene tutti gli anticorpi necessari per combattere le infezioni, sviluppa le difese immunitarie; la sua sostituzione con alimenti artificiali aumenta il rischio di malattie acute e croniche (respiratorie, gastrointestinali e allergiche). Nei paesi a basso reddito, poi, una bassa percentuale di bambini allattati al seno e una durata insufficiente dell'allattamento sono causa di un grande numero di malattie, anche dovute all'acqua sporca con cui si allungano le polverine. L'Oms e l'Unicef stimano che circa un milione e mezzo di bambini muoiano ogni anno perché non sono allattati al seno; senza contare i molti che per questo non cresceranno sani.
L'allattamento reca benefici anche alla salute della mamma riducendo il rischio di certi tumori. Inoltre, fa bene all'ambiente. Evita infatti di contribuire al circuito perverso della produzione di latte vaccino, in cui entrano allevamenti intensivi, mangimi "internazionali", energia per la produzione e il trasporto del latte, fino alla carta, plastica e alluminio usati per confezionarlo…

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"Il diritto dei bambini ad essere allattati e dei genitori di avere informazioni coerenti con le conoscenze scientifiche e indipendenti non deve essere sacrificato sull'altare del profitto."

Per approfondire: http://www.ibfanitalia.org/

Mc Donald risarcisce i vegetariani – Marinella Correggia

«Mc Donald's dona 10 milioni di dollari ai gruppi induisti e vegetariani le cui attività di beneficienza ed educative sono strettamente legate alle preoccupazioni di quei consumatori che seguono restrizioni alimentari». Così termina l'ultimo, recente e tortuoso comunicato stampa della nota multinazionale dell'hamburger, che così spiega: «Ci scusiamo con gli induisti, i vegetariani e altri clienti per non aver fornito le informazioni complete di cui avevano bisogno al fine di compiere scelte dietetiche informate nei nostri ristoranti». In soldoni, «riconosciamo di aver sbagliato nel definire `vegetariane' le patatine vendute nei nostri ristoranti negli Usa». Al di là della fraseologia utilizzata (l'alimentazione vegetariana è definita una «restrizione alimentare»!), lo scivolone non è da poco. Agli inizi degli anni `90 la multinazionale aveva annunciato con fanfara il passaggio dal grasso bovino all'olio vegetale per la cottura delle patatine, rendendole quindi accettabili ai vegetariani e agli induisti, per i quali ultimi la vacca è sacra. Peccato che la prima fase della cottura preveda un passaggio aromatizzante in grasso di bue; pudicamente chiamato «agente aromatizzante».

Harish Bharti, avvocato di origine indiana e religione indù ha scoperto la cosa e ha intentato una causa alla multinazionale, chiedendo un congruo risarcimento danni a nome di alcuni suoi correligionari e di vegetariani di Seattle. A causa in corso sono arrivate prima le scuse, ritenute non sufficienti, e poi l'accordo (che Mc Donald's fa passare per «dono») sulla cifra milionaria in dollari: sarà anche interessante capire come verranno utilizzati. La comunità induista statunitense, peraltro, è divisa; alcuni dicono: «Ma non si è sempre saputo che Mc Donald's è sinonimo di carne bovina»?

In India l'affaire patatine è stato preso male, con i fast food inondati di telefonate preoccupate, visto che gli imballaggi delle patatine contengono la scritta «made in New Zealand». Mc Donald's India ha categoricamente smentito di usare qualunque ingrediente bovino e spiegato che le patate arrivano crude dal lontano paese australe (non ci sono patate in India?) e sono poi cotte in olio vegetale. Le classi medie del paese, pressole quali il fast food è diventato una moda, possono stare tranquille...

In India, ovviamente, Mc Donald si è sempre guardata dal vendere hamburger di bovino. Ma i fast food non sono stati risparmiati da azioni dirette, per via non solo della tradizione induitsa ma anche di quella gandhiana, benché totalmente ignorata dall'attuale governo - che anzi sottobanco sovvenziona la costruzione di moderni macelli per l'export. Qualche anno fa, agricoltori del movimento Krss dello stato del Karnataka lanciarono una campagna di boicottaggio della Kentucky Fried Chicken, catena statunitense specializzata in polli fritti. In India, i fast food Mc Donald's sono solo 30…


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sabato 26 febbraio 2011

L'arrosto amazzonico - Marinella Correggia

Che la filiera della bistecca bovina da animali bradi sia una delle maggiori killer dell'Amazzonia brasiliana è chiaro da tempo ma forse mai era stato illustrato tanto bene come nel rapporto di Greenpeace International «Slaughtering the Amazon» (Macellando l'Amazzonia). Il documentatissimo rapporto fa i nomi delle compagnie internazionali di distribuzione che comprano carne e pelli da fornitori del Brasile, diventato il maggior esportatore di carne bovina al mondo a spese degli alberi, della biodiversità, dell'equilibrio idrico, del clima (il paese sudamericano è il quarto produttore mondiale di gas serra proprio a causa della distruzione della foresta).
Il rapporto è durissimo: l'industria dei bovini provocherebbe l'80% della perdita dell'Amazzonia e il 14% della perdita mondiale delle foreste. L'area totale di Amazzonia brasiliana ridotta a pascolo è oggi di 240.000 miglia quadrate; più di tutta la Francia. La dove c'era la foresta pascolano stabilmente 80 milioni di bovini. Altre superfici sono occupate dalle coltivazioni di soia.
Il rapporto di Greenpeace ha fatto effetto. La Banca mondiale, nientemeno, ha revocato un prestito di 90 miliardi di dollari al gigante brasiliano degli allevamenti Bertin, che nel rapporto degli ambientalisti compare fra gli accusati di deforestazione. Il prestito, garantito dalla International Finance Corporation, sarebbe servito ad ampliare le strutture di trasformazione della carne nell'Amazzonia brasiliana. «Una buona notizia - hanno dichiarato Greenpeace e Friends of the Earth Brasile - e che serva di lezione; peccato che per tanto tempo diverse banche abbiano sostenuto questa compagnia colpevole di attentare al clima». Gli ambientalisti hanno poi chiesto un impegno analogo alla Banca brasiliana per lo sviluppo sociale ed economico (Bndes), che ha garantito nel 2008 prestito a Bertin per circa 1,25 miliardi di dollari. E la pubblica Bndes ha risposto, come riporta la Agenzia Estado: presto esigerà da chi chiede un prestito la tracciabilità dei suoi prodotti, fino al ranch. Un pubblico ministero federale dal canto suo ha avanzato una causa da 1 miliardo di dollari contro l'industria dei bovini per danno ambientale.
Inoltre tre grandi catene di supermercati, Wal-Mart, Carrefour e Pão de Açúcar hanno dichiarato la sospensione dei contratti con fornitori implicati nella deforestazione. Anche l'associazione brasiliana dei supermercati (Abras), ammettendo che «non ci sono garanzie che la carne non provenga dall'Amazzonia», ha annunciato ogni cessazione di rapporto con complici accertati della deforestazione. E non solo: Marfrig, il quarto commerciante mondiale di carne bovina, egualmente nominato nel rapporto di Greenpeace, non comprerà più animali allevati in aree all'interno dell'Amazzonia legale.
Lavaggio verde a buon mercato? Forse, visto che non esiste un sistema di certificazione per i prodotti carnei o conciari brasiliani, tale da garantire che sono prodotti «con responsabilità», o meglio, se non altro fuori dall'Amazzonia. Un'organizzazione chiamata Aliança da Terra sta lavorando proprio a questo sistema. Nell'attesa, il primo gruppo di distribuzione britannico (e terzo al mondo dopo la statunitense Wal-Mart e la francese Carrefour), ha ammesso che è difficile conoscere la fonte ma «si sta attrezzando». Fra le altre «grandi firme» tirate in ballo - per la carne o il cuoio - nel rapporto di Greenpeace: Adidas/Reebok, Nike, Carrefour, Eurostar, Unilever, Johnson & Johnson, Toyota, Honda, Gucci, Louis Vuitton, Prada, Ikea, Kraft, Tesco and Wal-Mart. Che non vendono solo carne e cuoio.

venerdì 25 febbraio 2011

I jeans che uccidono - Marina Forti

I jeans scoloriti sono sempre stati in voga. Più ancora se molto scoloriti, dall'aspetto logoro, «invecchiati», «vintage»: mode, questione di gusti. Dunque da decenni i produttori mettono in commercio jeans già lavati, lavati «a pietra» (stone-washed). La moda vuole però che non siano scoloriti in modo uniforme ma di più in certi punti, come se consumati dall'uso. Per questo, l'ultimo ritrovato della tecnica è la sabbiatura del jeans: consiste nello sparare sabbia ad alta pressione con dei compressori ad aria, in modo da produrre un processo abrasivo che candeggia il tessuto (in inglese si chiama sandblasting, «esplodere sabbia»). Va fatto a mano, per dirigere la sabbia sui punti che si vogliono scolorire. Così però la sabbia vola. E qui non è più questione di gusti ma di diritto alla salute dei lavoratori. La sabbia infatti contiene naturalmente silice, e questa, se inalata, provoca la malattia del polmoni detta silicosi. Per questo la rete «Clean Clothes Campaign», o Campagna abiti puliti (vedi www.abitipuliti.org) ha lanciato un appello ai produttori di jeans e ai governi per eliminare la sabbiatura. L'allarme è partito dalla Turchia, dove un gran numero di fabbrichette e laboratori (caso classico di economia sommersa) producono capi d'abbigliamento per il mercato soprattutto europeo. Qui la sabbiatura si è diffusa dal 2000. Pochi anni dopo, nel 2005, per la prima volta dei medici hanno diagnosticato la silicosi in lavoratori, uomini per lo più giovani, addetti alla sabbiatura dei jeans. I morti accertati finora sono 46. Nel 2008 è nato un Comitato turco di solidarietà con i lavoratori della sabbiatura, che riunisce lavoratori, sindacalisti, medici, giornalisti: la loro campagna ha avuto effetto, perché nel 2009 il ministero della salute di Ankara ha vietato il sandblasting. Non che i problemi siano finiti: si stima che tra 8 e 10mila persone abbiano lavorato alla sabbiatura nell'ultimo decennio e tra 4 e 5.000 siano affetti da silicosi. Molti sono immigrati dall'Europa orientale; anche se turchi, molti lavoravano in nero, così ora il Comitato sta lavorando per risarcimenti e pensioni di invalidità. La silicosi non è una novità. Di solito è associata al lavoro nelle miniere, edilisia, o alla fabbricazione di vetro e ceramica (in cui appunto si usa sabbia). Non esiste una cura nota. Si sa che è causata dall'inalazione di polveri contenenti silice libera o cristallina. E' irreversibile, e continua a progredire anche quando l'esposizione cessa; provoca fibrosi polmonare, enfisema, nella fase finale diventare invalidante e mortale. La cosa impressionante è che nelle miniere la silicosi si manifesta dopo 20 o 30 anni. Ma esposizione più intensa significa periodo di latenza più breve. In altre parole: gli addetti alla sabbiatura dei jeans ne respirano davvero tanta di quella roba, perché gli sono bastati pochi anni, in alcuni casi appena mesi di lavoro per ammalarsi. In Turchia dunque la sabbiatura è illegale. Nell'Unione europea è ammessa solo se gli abrasivi contengono meno dell'0,5% di silice. Ma costa meno (se non si conta la salute del lavoratore) usare la sabbia com'è, con silice attorno all'80%. Tanto la sabbiatura si fa altrove: Egitto, Giordania, Bangladesh, Pakistan, Cina, Messico. Alcune aziende hanno risposto alla campagna Abiti puliti impegnandosi a non vendere jeans sabbiati (Lévi-Strauss, H&M, C&A). Non così Diesel, Dolce & Gabbana e Armani, marche ben note che hanno rifiutato di aprire un dialogo. Il minimo è non comprare i loro jeans.