Visualizzazione post con etichetta rom. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rom. Mostra tutti i post

mercoledì 17 gennaio 2024

La morte di Michelle nel campo rom di Giugliano ha molti responsabili - Emma Ferulano

 

La morte della piccola Michelle di sei anni, folgorata dalla corrente elettrica il 13 gennaio in via Carraffiello a Giugliano, non è un incidente. È la diretta conseguenza di un sistema che ha relegato centinaia di persone a vivere in condizioni talmente disumane che il vero miracolo è che notizie del genere non ci colpiscano come pugni ogni giorno. La responsabilità della morte di Michelle ricade su tutte le amministrazioni pubbliche, sui politici e su un’intera collettività che consentono che a pochi passi dalle proprie case, accanto ai campi coltivati di frutta e verdura che finiscono nei mercati e sulle tavole di tutti, famiglie composte per lo più da giovani adulti, adolescenti, bambini, vivano arrangiandosi come possono, in condizioni che dovrebbero generare una rivolta permanente. Quel che è accaduto invece viene in qualche modo accettato, facendo prevalere una sorta di fatalismo – significa che così doveva andare – da parte delle vittime perché in qualche modo devono spiegarsi una tragedia così enorme che potrebbe essere un trauma, tra i molti altri, insuperabile; e da parte degli altri perché in fondo “se la sono un po’ cercata” a voler vivere in quel modo…

Questa logica aberrante e distorta espressa dalla maggioranza, con in testa i media e i politici, serve sostanzialmente a far ricadere la responsabilità interamente sulle vittime, colpevoli di appartenere a una comunità discriminata da un esplicito razzismo istituzionale che si traduce nella totale assenza di politiche e in una quotidianità fatta di soprusi, abusi, diritti negati; serve a non assumersi alcun onere, neanche attenendosi ai propri doveri di amministratori, per esempio in termini di pianificazione urbana e abitativa. Da generazioni, intere comunità vengono ripudiate, isolate, disprezzate, annullate. Se a Cupa Perillo a Scampia, l’antica comunità di rom in gran parte proveniente dalla Serbia, si sta piano piano frammentando, sradicandosi da un territorio nel quale aveva creduto di poter vivere in pace, a Giugliano l’altrettanto antica comunità proveniente dalla Bosnia, ancora numerosa, è rimasta nel pantano – letteralmente – di amministrazioni inette e colpevoli di non avere voluto trovare alcuna soluzione – voluto e non potuto perché l’Unione Europea da almeno un decennio mette a disposizione fondi, strategie e competenze per il superamento delle evidenti discriminazioni che i rom subiscono in tutta Europa e in tutti gli ambiti. Da quando nel 2013 è stata versata qualche lacrima da esponenti della Commissione diritti umani del Senato in visita al campo autorizzato di Masseria del Pozzo costruito su una discarica tossica ufficialmente riconosciuta come tale – un campo poi smantellato – non è cambiato molto per i rom di Giugliano, molti dei quali cittadini italiani.

Le comunità rom di Giugliano sono presenti sul territorio da circa trenta anni, con almeno due generazioni di nati sul suolo italiano. Molti hanno ottenuto i permessi di soggiorno e anche la cittadinanza italiana, ma lo status giuridico, sebbene in gran parte regolare, è nettamente in contraddizione con la totale precarietà abitativa, lavorativa, sociale in cui vivono centinaia di persone. La diaspora dei rom di Giugliano va avanti da molti anni, nell’invisibilità totale e nel silenzio delle istituzioni – locali e nazionali – che hanno consentito la tragedia umanitaria del campo autorizzato di Masseria del Pozzo – sorto nel 2013 in base alla deliberazione del commissario prefettizio in luogo dell’amministrazione comunale commissariata per infiltrazioni della camorra – dove sono state allocate 384 persone di cui 218 minori, con fondi del ministero dell’interno. Secondo un dossier presentato nel 2014 alla Commissione diritti umani del Senato da un gruppo di lavoro composto da attivisti, giuristi, associazioni, il luogo dove sorgeva il campo era noto per la gravissima situazione ambientale, sorgendo nei pressi di discariche illegali già riconosciute, sequestrate e oggetto di indagini. Il campo di Masseria del Pozzo ha rappresentato un lampante esempio di violazione dei diritti umani fondamentali, in spregio di quanto da anni raccomandato dagli organismi europei e dalle linee guida contenute nella Strategia nazionale di inclusione RSC adottata dal governo per gli anni 2012/2020. Nel 2016, in seguito ai falliti tentativi di trovare soluzioni abitative dignitose e misure di sostegno all’affitto, condotti peraltro solo da gruppi di volontari, il campo è stato sgomberato ma senza alcuna soluzione alternativa, e per i rom di Giugliano è cominciata una nuova diaspora.

Per Michelle, vorremmo nominare ancora una volta chi riteniamo maggiormente responsabile di questa situazione, oltre alle amministrazioni locali: la regione Campania, del tutto inadempiente e lontanissima dalle politiche europee, non avendo mai attivato il tavolo, o per lo meno senza alcun risultato, e non avendo mai chiarito la sua strategia di inclusione per le comunità rom, che restano di fatto escluse dalla vita civile, tranne che nei pochi casi di pratiche dal basso che favoriscono contesti di partecipazione e convivenza civile.

A Giugliano, all’interno della società civile non è stato portato avanti con la necessaria determinazione e continuità un discorso politico e culturale che garantisse i diritti di base e rafforzasse valori come l’accoglienza, il rispetto, l’intercultura. Basti pensare all’atteggiamento delle scuole locali: nessuna di esse ha voluto accogliere i minori rom, che per anni sono stati costretti ad affrontare un viaggio di venticinque chilometri tutte le mattine per raggiungere le scuole di Scampia, in un altro comune. Solo in tempi recenti si sono aperte a questa possibilità e grazie unicamente a chi, nell’ambito del volontariato religioso, ha combattuto per anni in prima persona per garantire il diritto allo studio e l’accesso alla scuola delle bambine e dei bambini rom di Giugliano. Tra questi, Michelle, che oggi sarebbe dovuta andare a scuola con i suoi compagni, e che non vedeva l’ora che questo suo sogno si realizzasse.

La narrazione mediatica di una tragedia che dovrebbe farci vergognare e contemporaneamente urlare, ha invece sottolineato la reazione scomposta dei familiari di Michelle in una presunta devastazione del pronto soccorso che, al contrario, secondo tutti i presenti non è avvenuta in alcun modo, se non nei termini di una disperazione difficile da contenere. Ma il decoro e la moderazione sono diventati evidentemente valori superiori alla vita umana. Vogliamo ricordare ancora una volta a chi si occupa di informazione che con questa infamante narrazione pubblica si rendono complici e responsabili allo stesso modo di chi ci governa, anzi ne diventano la voce diretta che infierisce sui più deboli e sugli oppressi.

Nessuna istituzione si è presentata a fare le condoglianze alla famiglia e a una comunità intera che piangerà a lungo la morte di Michelle. Si sono presentati però i vigili del fuoco e l’Enel che ha provveduto, sembra una beffa, a mettere sotto sequestro la centralina elettrica senza preoccuparsi di offrire una soluzione alternativa e lasciando l’intero campo al buio, inclusa la baracca in cui si svolge la veglia di queste ore.

Con la Giornata della memoria che si avvicina, ci approssimiamo a ricordare ufficialmente le vittime dell’Olocausto del passato per ripulirci la coscienza. Ma è ora di coalizzarci per fronteggiare un presente e un futuro che non esistono più finché moriranno bambini che escono di casa per andare a prendere l’acqua perché non ce l’hanno garantita.  

Per Michelle, per la sua memoria e per il rispetto che non le abbiamo mostrato in vita, non possiamo fare altro che ammettere tutte le nostre responsabilità e costringere ad ammetterle chi se ne lava le mani.

Michelle ora per volontà della famiglia se ne torna in Bosnia – una terra colpita dalla guerra e dalla pulizia etnica da cui altrimenti forse i suoi nonni non sarebbero mai partiti. L’Italia non la merita più.

da qui

domenica 1 dicembre 2019

I miei esagerati genitori rom - Valeriu Nicolae




Il sangue blu ereditato dai rom aristocratici di Budrea e dai nobili alcolisti di Ghelmegioaia – il cui pallore era ampiamente compensato dal razzismo – mi è sempre stato di grande aiuto.
La prima volta che mi sono reso conto dei vantaggi delle mie eclettiche origini è stato intorno all’età di dieci anni. Mi era stato affidato il compito di andare alla ricerca di mio padre, il quale non era affatto una persona imprevedibile. Così l’ho rintracciato in un baleno: dibatteva di complicati problemi filosofici sulle origini della signora Viorica, la diabolica padrona dell’osteria Alla cagna tramortita.
Sono riuscito a convincerlo a tornare insieme a casa solo dopo grandi sforzi, visto che non aveva ancora finito i soldi e nella bettola – Dio sia lodato! – di roba da bere ce n’era in abbondanza. L’impegno profuso nell’approfondita valutazione della qualità dell’acquavite e le sette birre già trangugiate stavano cominciando a far sentire le loro conseguenze negative sulla stabilità di mio padre. Il risultato è che al suo secondo inciampo siamo ruzzolati entrambi per terra, e in qualche modo io gli sono caracollato sopra. Dopo una bestemmia liberatoria, mio padre si è ricordato del portafogli. E io mi sono subito messo a cercarlo nelle sue tasche.

Un piano preciso
All’improvviso, però, mi è piombata addosso una bella scudisciata, seguita da un robusto calcio nel sedere e da un fiume di invettive contro gli zingari. Due persone “per bene” hanno pensato che io – cioè il ragazzetto dalla pelle scura – stessi cercando di derubare il loro compatriota bianco e biondo, chissà perché ridotto allo stremo delle forze. La solidarietà tra ubriaconi era probabilmente la più radicata caratteristica sociale e culturale del quartiere dove abitavamo, a Craiova.
Alla fine mio padre è riuscito a spiegare ai due, per la loro disgustata incredulità, che ero suo figlio. Tempo cinque minuti, stavo per prenderle di nuovo, questa volta da due adolescenti rom che avevano visto la scena e pensavano di poter approfittare della situazione. L’abbiamo scampata grazie all’aiuto del nostro postino, che gli ha urlato contro nella lingua degli zingari.

Le botte hanno rappresentato una parte estremamente importante della mia infanzia. Oggi tendo a credere che Dio, soprattutto tramite la devota mano di mia madre, avesse per me un piano preciso: farmi diventare il Rocky Balboa della famiglia. Il caso, però, ha voluto che avessi una mandibola fragile, una struttura ossea piuttosto gracile e una velocità di movimento molto superiore alla media, alimentata principalmente dall’esigenza di darmela a gambe di fronte alla prospettiva dei litigi che rischiavano di finire a botte.
Per puro caso ho capito che, per sfuggire alle punizioni di mia madre, dovevo introdurre un elemento di sorpresa prima che lei impugnasse il mattarello. Mio padre, invece, non aveva né la prontezza né la concentrazione necessaria per scatenarsi contro di me, motivo per cui mi sono sempre concentrato sullo studio della psicologia femminile.
I pettegolezzi del condominio – soprattutto quelli che riguardavano le comari Condoiu e Antoci, nemiche giurate di mia madre – erano precisi e attendibili, così come le rivelazioni sui posti dove mio padre nascondeva gli alcolici e sulle ultime conquiste amorose di zio Gogu.
Sul lungo periodo, il tempo investito per specializzarmi nel dirottare le discussioni potenzialmente capaci di scatenare conflitti ha avuto per me conseguenze inaspettatamente benefiche.

Colori matrimoniali
Sempre negli stessi anni, mia sorella si è sposata. Il matrimonio è stato parecchio divertente. Mio padre non ha tradito le nostre aspettative e si è sbronzato già di prima mattina, ma ha resistito eroicamente fino alla fine della festa. Mia madre, invece, si era cucita da sola un vestito di un azzurro splendente, scelto forse per far dispetto a mio padre.
Ricordo che allora ho riflettuto sulla sua scelta, immaginando nella mia testa che, se si fosse usato quel colore nei semafori, nessuno avrebbe potuto azzardarsi a dire di non averlo notato. Ho anche confidato la mia riflessione a mia madre, la quale ha reagito tirandomi addosso la paletta per raccogliere la spazzatura. L’idea che il dono dell’umorismo e la capacità di accettare critiche sul look non fossero le doti principali della parte femminile del ramo aristocratico dei Budrea è stata in seguito confermata dalla scodella di minestra che Geta mi ha scagliato contro quando ho osato farle notare che la sua pelliccia avrebbe suscitato l’invidia di tutta la comunità dei ratti di Balta Sărată.
Con mio grande stupore, l’abito di mia madre ha ricevuto molteplici apprezzamenti dagli altri convitati e, soprattutto, dalle donne, tutte vestite per non far sfigurare la bellezza e l’eleganza di mia sorella.
Il matrimonio di mio fratello è stato addirittura più spettacolare. Non ho ancora capito se le sarte di Craiova fossero specializzate nella produzione di paralumi per il campionato mondiale di kitsch oppure se ero io a non comprendere la loro eleganza. Dopo la festa, tutti i miei compagni di scuola mi hanno chiesto ragguagli sul menù, aspetto particolarmente rilevante nella Romania degli anni ottanta, quando tutti avevamo perennemente fame. Gli ho raccontato che c’erano abat-jour ripiene di involtini e ortaggi in salamoia alcolica: una descrizione elegante e allo stesso tempo realistica delle coppie invitate. Vado ancora fiero di questa battuta, neanche avessi tredici anni.
Dopo i due matrimoni, mia madre avrà usato il suo abito azzurro per fare altri vestiti almeno una decina di volte. Doveva mantenere una famiglia insieme a un alcolizzato, una famiglia che contava anche qualche parente molto povero e che senza di lei sarebbe morto di fame. Alla fine l’ha perfino trasformato in un abito da lavoro. Per fortuna a me ha risparmiato pantaloni o camicie fatti con quella stoffa lucente, nonostante la sua passione per l’attività sartoriale e la convinzione che la macchina da cucire di casa dovesse essere costantemente in azione. Ancora oggi, in preda ai suoi tipici attacchi di laboriosità, mia madre continua a confezionare biancheria ricamata da corredo di cui certi cantanti di manele andrebbero sicuramente molto fieri.

(Traduzione di Michaela Topala)
Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale romeno Dilema Veche.

giovedì 14 gennaio 2016

Appello per gli abitanti Rom di Via Idro a Milano


(appello rivolto al sindaco Giuliano Pisapia)

Subito dopo le feste natalizie i Rom del campo regolare di via Idro di Milano nel quale vivono da 26 anni saranno sgomberati. In 26 anni di vita si sono inseriti, hanno costruito rapporti con il quartiere nel quale vivono regolarmente, i loro figli vanno a scuola. Sono tutti cittadini italiani, molti di loro discendono dai Rom internati nei campi di concentramento nazifascisti italiani. Dovranno abbandonare le loro case, le loro attività, i loro beni e affetti, i loro figli dovranno abbandonare le scuole che frequentano.

Come soluzione alternativa il Comune di Milano offre loro i container dei Centri di Emergenza Sociale e di Centri di Autonomia Abitativa nei quali sono già ospitate le famiglie rom sgomberate dai campi irregolari (che dovrebbero lasciare il loro posto alle famiglie di via Idro senza nessuna soluzione). In ogni caso l’ospitalità in questi centri è temporanea, in strutture precarie (container di 12-15 metri quadri per le famiglie di minimo 4-5 membri). Potrebbero stare lì al massimo un anno e in quest’anno il Comune di Milano dovrebbe offrire loro i percorsi di integrazione e di autonomia. Abbiamo seri dubbi che questi percorsi possono realizzarsi in un anno visti i precedenti con molte altre famiglie ospitate già in questi centri che non hanno avuto nessun percorso e sono finite per strada. Non si capisce poi perché questi percorsi non vengono effettuati direttamente dal campo nel quale le persone hanno già una loro casa evitando tra l’altro  anche i costi di permanenza nei centri del Comune.
“Superamento dei campi rom” deve essere una decisione condivisa e concordata con le famiglie rom e deve essere una scelta con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle famiglie non di peggiorarle. Non si può ridurre alla chiusura del campo e alla deportazione nei centri temporanei senza nessuna certezza per il futuro loro e dei loro figli.
Il comune di Milano ha speso quasi 6 milioni di euro di soldi pubblici negli ultimi 3 anni e questi soldi non hanno portato nessun miglioramento per le comunità rom di Milano perchè sono stati usati esclusivamente per gli sgomberi, per i Centri di emergenza sociale e per la loro gestione.
Insieme alle famiglie Rom di via Idro chiediamo al Comune di Milano di non sgomberare il campo di via Idro finché non siano definite le soluzioni concrete di inserimento abitativo e lavorativo per gli abitanti. Solo allora la chiusura del campo di via Idro, come di ogni altro campo, può avere un senso: dare una prospettiva di inclusione sociale e di miglioramento delle condizioni di vita delle persone.
Famiglie di via Idro, Consulta Rom e Sinti di Milano

Se siete d’accordo inviate questa e mail al Sindaco di Milano: sindaco.pisapia@comune.milano.it
Illustre Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia
Non sgomberi le persone dal campo di via Idro fino a quando non ci sono le soluzioni concrete e durature per il loro inserimento abitativo e lavorativo.

domenica 10 gennaio 2016

Una casa per la nostra compagna rom

I compagni di scuola di Elyson, una delle bambine del campo rom di via Idro a Milano, scrivono al sindaco Giuliano Pisapia. Chiedono una sola cosa: che non sgomberi le famiglie che ci abitano da oltre 20 anni fino a quando non si trova una casa per Elyson e gli altri bambini rom vicino alla scuola.
“Gentile signor sindaco – si legge nella lettera dei bambini della 3A della scuola elementare Russo Pimentel (e pubblicata sulla pagina Facebook ‘Via Idro, che fare?’) -, vorremmo parlarle del problema di una bambina, Elyson. Elyson e’ una nostra compagna che vive nel campo di via Idro. La’ ha la sua casa, i suoi cagnolini, Nebbia e Fiocco, e un grande pino che suo nonno aveva piantato quando si erano stabiliti li’, piu’ di 25 anni fa. Prima delle vacanze la maestra ci ha chiesto cosa desideravamo per Natale. Ognuno di noi ha detto cosa aveva scritto nella letterina a Babbo Natale, ma poi Elyson si e’ messa a piangere e cosi’ abbiamo saputo che lei stava passando un brutto Natale perche’ doveva abbandonare la sua casetta e andare a vivere in un container”…