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lunedì 25 agosto 2025

UN BLACKOUT COGNITIVO - Dante Schiavon

 

Un amico di FB, commentando alcune riflessioni sull’abuso istituzionale del consumo di suolo, osservava: “sono cose talmente evidenti da passare inosservate”. È vero. Prendiamo alcuni dati del Rapporto Ispra 2021. Quello della copertura artificiale del suolo in Europa, in Italia, in Veneto.

La media europea della copertura artificiale del suolo è del 4,2%, in Italia è del 7,11%: quasi il doppio.

In Veneto la copertura artificiale del suolo è del 11,87% (18% se si escludono le montagne e i corpi idrici): quasi il triplo della media europea.

In Veneto nel periodo 2019-2020 sono stati consumati 3,72 metri quadrati per ettaro, in Italia 1,72 metri quadrati per ettaro: più del doppio della media nazionale.

Il Veneto è la regione che ha consumato più suolo agricolo per esigenze logistiche nel periodo 2017-2019.

Il Veneto ha il primato come regione che a causa del consumo di suolo dal 2012 al 2020 ha perduto la possibilità di sequestrare e stoccare più di 400.000 tonnellate di carbonio.

Il Veneto ha il primato come regione in cui il suolo artificiale ha mangiato suolo agricolo per 1936 ettari nel periodo 2012-2020.

Se passiamo poi alla materializzazione visiva, percettiva, sensoriale di questi dati statistici, constatiamo il brutale “sterminio dei prati” in campagna, nelle aree periurbane e urbane che continua inarrestabile, incentivato e per niente contenuto da una “legge regionale fuffa” che, in maniera sfrontata e cinica, ha istituzionalizzato il “consumo di suolo in deroga”. Come cittadini veneti è impossibile non vedere, non percepire, non essere scossi, indignati, turbati dalla dilapidazione diffusa di tale risorsa naturale.

Parliamo di una “legge regionale fuffa” contenente un lunghissimo elenco di 17 deroghe “consumo di suolo free”, istituzionalizzate, legittimate.

Parliamo, ad esempio, della deroga del “piano casa”, in base alla quale il suolo occupato dalla “rigenerazione condominiale” in larghezza ed in altezza di singole abitazioni nei centri urbani collassati dalle cause e dagli effetti dei cambiamenti climatici non viene considerato consumo di suolo.

Parliamo, ad esempio, di poli logistici, supermercati, strade, opere pubbliche varie, cave, zone produttive e commerciali, ecc., “opere (s)considerate di pubblica utilità” da regione e comuni che, oltre a devastare habitat, peggiorare le condizioni ambientali, climatiche e sanitarie delle città e delle campagne, non vengono conteggiate come suolo consumato.

Un continuo proliferare di “nuove abitazioni” nonostante un notevole calo demografico e ridondanti “opere (s)considerate di pubblico interesse”: un’alluvione inarrestabile di cemento e asfalto che sconvolge equilibri ecologici e climatici e vanifica il senso e lo scopo dell’ennesimo Rapporto Ispra.  Quando, a fronte di così tanti abusi nello scialacquare una risorsa non rinnovabile rivenienti dai “dati statistici” di un organismo scientifico indipendente e dalla “realtà” dei luoghi che abitiamo, non riusciamo a innescare una “riflessione ontologica” sul valore del suolo, sulla sua “funzionale essenzialità ecosistemica”, significa che abbiamo un problema.

Quando siamo indifferenti a un’emergenza ambientale tutta italiana e alla mancanza di una legge nazionale rigorosa che imponga uno stop immediato a nuovo consumo di suolo significa che abbiamo un problema.

Quando, specie in Veneto, non riusciamo ad uscire da un “letargo intellettuale” sulla urgente necessità di porre uno “stop rigoroso” a nuovo consumo di suolo, tale da costringere amministratori pubblici, categorie produttive, architetti, professionisti a “creare” un nuovo modo di produrre, di (ri)costruire, di infrastrutturare, di consumare, di lavorare, di fare economia, significa che abbiamo un problema.

Quando crediamo che in Veneto  i nuovi  poli logistici, i nuovi supermercati, le nuove lottizzazioni, le nuove infrastrutture, le nuove artificializzazioni del suolo si materializzino per un volere soprannaturale, per una fatalità, per  un influenza astrale  e non riusciamo a stabilire una connessione logica e razionale  “causa-effetto” con una “legge regionale fuffa” sul suolo, che autorizza tali scempi attraverso 17 deroghe, significa che abbiamo un problema.  Vuol dire che è in atto sul consumo di suolo, “clinicamente” parlando, un “blackout cognitivo”, una “rimozione cognitiva collettiva”, un fenomeno antropologico e sociale, forse da ricondurre, oltre all’immorale sfruttamento di una risorsa non rinnovabile da parte del ceto politico-economico-finanziario, al bombardamento emozionale e passivizzante di migliaia di immagini e notizie cui siamo sottoposti nell’epoca dei social-media. Un bombardamento emozionale di immagini e notizie che annulla la “percezione della realtà” e la consuma, bloccando lo sviluppo razionale di un pensiero proattivo.

È un blackout cognitivo, istituzionale, dell’intera società civile che ci impedisce di vedere la “poliedrica trasversalità ecologica” del suolo nel far fronte alla catastrofe climatica e alle emergenze planetarie che incombono sull’intera umanità e l’urgenza di difenderlo da quei “mercanti nel tempio della buona politica” che usano il loro potere contro le future generazioni.

È un blackout cognitivo che ci impedisce di fare valutazioni politiche estremamente critiche, nel segno della discontinuità, su come viene governato e amministrato il territorio veneto e di stabilire delle ovvie relazioni “causa-effetto”. L’esempio del progettato Polo Logistico di Amazon a Casale sul Sile assolve pienamente alla funzione didascalica cui affido queste riflessioni. La “legge-quadro consuma suolo” della Regione Veneto stabilisce che il comune di Casale sul Sile possa consumare (deroghe escluse) 8,7 ettari da qui al 2050. La stessa “legge-quadro consuma suolo” stabilisce che non venga conteggiato il consumo di suolo per le “opere (s)considerate di pubblica utilità”: nel caso del Polo Logistico di Amazon i 50 ettari in “zona a rischio idraulico” situata nel Parco del Sile. Il risultato, in presenza di una legge che dovrebbe contenere il consumo di suolo, è uno scempio ambientale “consumo di suolo-free” con un saldo negativo di 41,3 ettari di suolo consumato. Il discorso può valere per ciascuna delle 17 deroghe previste dalla legge. Ecco perché alla lotta contro i singoli effetti della legge regionale veneta (piano casa e ambiti di urbanizzazione consolidata, rigenerazioni urbane, cave, infrastrutture, ecc.) va affiancata contestualmente la lotta e la mobilitazione contro una legge regionale, a mio avviso, “incostituzionale”.

Una “legge-quadro consuma suolo” impugnabile perché, attraverso lo spreco sconsiderato di una risorsa non rinnovabile, discendente dalla competenza regionale del “governo del territorio, altera lo “stato dell’ambiente”, materia di competenza dello Stato. Gli attacchi all’ambiente veneto e gli innumerevoli casi di nuovo consumo di suolo non avvengono per caso: sono gli effetti della sottocultura dei “skei”. In particolare, e in modo preponderante, sono gli effetti di una “legge fuffa sul consumo di suolo” che costituisce una normativa quadro di riferimento (ritenuta tale, ahimè, anche dalle opposizioni in regione) che sta influenzando negativamente, a cascata, diverse successive normative urbanistiche impattanti sull’ambiente. È lì che dobbiamo puntare la nostra attenzione e rivolgere le nostre energie nel mentre solleviamo, giustamente, la nostra critica ai singoli effetti della legge multi-deroghe: piano casa, nuovi supermercati, nuove strade, opere pubbliche, poli logistici e commerciali, ecc.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” (Da Leonia di Italo Calvino).

da qui

giovedì 31 agosto 2023

Il turismo di massa a Venezia e nel Veneto - Dante Schiavon


Finalmente (agosto 2023) è arrivata la raccomandazione dell’UNESCO affinché Venezia venga  inserita nella lista del “Patrimonio mondiale in pericolo”.

La motivazione: “non sarebbero state adottate misure  sufficienti per contrastare il deterioramento del sito dovuto in particolare al ‘turismo di massa’ e ai cambiamenti climatici”.

Ma quanta ipocrisia, da parte del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, nel  relazionarsi al richiamo dell’Unesco su Venezia e sugli effetti del turismo di massa, quasi lui contasse come il due di coppe quando la briscola è bastoni  in una partita politica in cui  da le carte da quasi vent’anni. 

E quanta  parzialità,  superficialità, quasi accondiscendenza nel racconto mediatico di quello  che il turismo di massa  sta arrecando e potrà arrecare all’ambiente, non solo a Venezia, ma in tutte le località di richiamo del Veneto.

E quanta apatica indifferenza nel fideistico corpus elettorale del Presidente Zaia verso  gli effetti di un nuovo capitolo del libro veneto sulla mercificazione delle risorse ambientali e storiche ereditate (Venezia, le Dolomiti) e sull’uso, consumo e gestione delle risorse naturali (cementificazione del suolo, inquinamento dell’aria delle città venete, inquinamento delle acque sotterranee e di superficie per residui di pesticidi e di Pfas).  

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L’ultimo capitolo del libro veneto  sulla mercificazione delle risorse naturali, ambientali e storiche ereditate si intitola turismo industriale.

La turistificazione industriale è un processo poliedrico (ambientale, politico, economico,  culturale) portato avanti nel tempo, in più fasi e con più atti legislativi, accompagnati immancabilmente  dal linguaggio della propaganda.

Lo scopo finale di tale processo, a mio giudizio, è quello di usare il turismo industriale come una consistente leva economica che venga in soccorso dello  scricchiolante modello economico del Nord-Est  che, tra l’altro,  ha capannonizzato e ingrigito il paesaggio, la terra e la campagna veneta.

In questo percorso di mercificazione delle risorse la valorizzazione turistica si sta rivelando  una  valorizzazione monetaria, commerciale di singoli luoghi, esaltati da cartoline mediatiche prodotte anch’esse a livello industriale da  influencer e media e usate come specchietto per le allodole per nascondere la scomparsa del  paesaggio veneto  nella sua dimensione propriamente paesaggistica,  sempre più degradato e cementificato.

Venezia è un caso emblematico delle conseguenze ambientali e antropologiche del  turismo di massa: un  turismo industriale a cui viene affidato il compito di aumentare il PVL (Prodotto Veneto Lordo) messo in crisi dagli effetti della globalizzazione. 

Una strategia amministrativa e politica di cortissimo respiro, infiocchettata da gigantesche operazioni di marketing territoriale, che fa fuori l’essenza valoriale, ecologica, naturalistica, storica, antropologica  dei beni cosiddetti turistici. 

Non è un caso che in Regione Veneto la sezione “Strategia Regionale della Biodiversità e  dei Parchi”  sia finita sotto la Direzione Turismo: una forzatura istituzionale di senso e di significato, tipica di una politica arrogante e autoreferenziale, non incalzata da una efficace contro narrazione del sistema veneto. 

E non c’è solo Venezia in questo tritatutto industriale dei beni turistici.

Rispetto alla soverchiante urbanizzazione pedonale e marittima di Venezia cosa sta accadendo in altri siti Unesco della Regione?

Cosa  si sta facendo e cosa sta  facendo l’Unesco per non arrivare alla situazione limite di Venezia? 

Ad esempio, perché gli effetti sugli habitat faunistici e vegetazionali, in conseguenza dell’organizzazione di un evento sportivo globale, planetario,  come lo sono le XXV Olimpiadi Invernali,  non sono ancora stati oggetto di alcun richiamo da parte dell’Unesco?

Un evento la cui  traduzione operativa, urbanistica e logistica  sul  territorio alle pendici delle Tofane ha già comportato e sta comportando la creazione di nuove  piste, l’allungamento e rimodellamento con allargamento di quelle esistenti (anche in versanti soggetti a valanghe), la creazione di bacini idrici per l’innevamento artificiale, la creazione di nuovi impianti di risalita, di nuovi parcheggi, di nuove strade di accesso e raccordi fra piste da sci e fra strade di collegamento, la  riduzione di superfici  boscate, il taglio di centinaia di alberi, la riduzione di superfici  a prato o a pascolo:  tutte “azioni”  che hanno già determinato un consumo di suolo di circa 40 ettari, a cui si vorrebbe (le “intenzioni”) aggiungere la costruzione di una anacronistica pista da bob a spese anche  di  un lariceto secolare.

E cosa  potrà accadere in un prossimo futuro  in un altro sito dichiarato Patrimonio dell’Umanità: le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.

Cosa c’è di diverso, rispetto al sovraffollamento antropico fuori controllo di Venezia, in un’area vitivinicola già soggetta a importanti fenomeni di erosione  per  quello che potrà accadere a seguito di mega operazioni  di marketing territoriale che possono portare ad un aumento del flusso turistico  dagli attuali 400.000 visitatori al loro raddoppio in 5 anni?

Non bisogna essere dei geni per comprendere la  compromissione urbanistica e ambientale che comporterebbero nuove infrastrutturazioni (strade, parcheggi, nuove strutture ricettive, ecc.) in un’area collinare e boschiva, relativamente ridotta  e idrogeologicamente fragile. Certo, la consapevolezza sulle caratteristiche dei luoghi che si amministrano nasce dalla conoscenza della loro geografi”.

Una consapevolezza che chi amministra la Regione non può acquisire solo  attraverso  un debordante presenzialismo sui social e alle  sagre,  facendosi immortalare per l’ennesimo brindisi  con le bollicine.  

In un’area, quella del Prosecco, in cui l’espansione  imperialistica della Glera e l’uso intensivo della chimica di sintesi avevano già fatto vacillare la decisione dell’Unesco circa l’esito positivo della candidatura a Patrimonio dell’Umanità.

Un’indecisione che l’Unesco ha risolto stilando 14 prescrizioni su cui  però   non sembra minimamente preoccupata di vigilare. 

Cosa c’è di diverso, nella sostanza e non nella forma, rispetto a Venezia?

Forse i tempi in  cui  potrà materializzarsi una situazione off limits come quella di Venezia?

Cosa c’è di diverso, da non meritare un richiamo dell’Unesco,  nelle leggi regionali del Veneto che riguardano i siti Patrimonio dell’Umanità  presenti in regione?

Leggi regionali che consentono, in un caso, nell’area delle Colline del Prosecco, di urbanizzare l’area agricola  dei vigneti ampliando, a scopo ricettivo, fino a 120 metri cubi  le vecchie casere  e, nell’altro caso, nell’area delle Dolomiti, dì costruire, parificandole ai rifugi alpini, delle strutture ricettive di lusso (le chiamano “stanze panoramiche”) oltre i 1600 metri di altitudine.

Il turismo industriale modello balneare non è sostenibile, tanto meno nelle aree Unesco, perché provoca l’asfissia culturale, ambientale, economica e antropologica dei siti.

Alla valorizzazione  turistica dei luoghi vanno posti dei limiti invalicabili che riguardano la loro  conservazione, manutenzione e la gestione controllata e contingentata dei flussi (si tratti di Venezia, delle Dolomiti, delle Colline del Prosecco).

Va fermata ulteriore urbanizzazione, ulteriore cementificazione.

Va fermata  la folle corsa pubblicitaria del marketing territoriale social tenendo conto della  capacità di assorbimento antropico del luogo pubblicizzato e del suo contesto paesaggistico-ambientale e, soprattutto, della qualità di vita  dei residenti.  

La  valorizzazione turistica dei luoghi   naturali  o storico-artistici  non può essere oggetto di ulteriori pianificazioni infrastrutturali  e di business che potrebbero abbassare il  pregio naturalistico, storico-artistico, estetico e attrattivo dei luoghi e compromettere il tessuto  antropologico delle comunità residenti:  è sempre  una questione di “limiti”, un concetto difficile da assimilare, ma drammaticamente vitale per la sopravvivenza degli ecosistemi, della stessa economia dei luoghi nel lungo periodo,  dei sistemi di vita delle popolazioni locali. 

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Non si riflette abbastanza sugli effetti del turismo di massa sul precario equilibrio antropologico delle comunità che vivono nei siti turistici: il dramma turistico  di Venezia è  lì a ricordarcelo. 

E sono aspetti essenziali da inglobare nella nostra visione di un futuro per questi luoghi che non possono essere assimilati a  delle zone industriali a cielo aperto  in funzione del PVL (Prodotto Veneto Lordo).

La risorsa turismo in certi luoghi va maneggiata con cura, va centellinata e può dare il suo contributo all’economia  dei territori, ma non può degenerare  in un turismo di massa indifferente alla  capacità di assorbimento antropico, alla tutela dei paesaggi e alla salvaguardia dello  spirito identitario delle comunità interessate dai flussi turistici.

Rispetto  ai fatturati del turismo modello balneare, che compromettono nel medio-lungo periodo  la risorsa ambientale, la gestione controllata dei flussi turistici quasi certamente avrà dei ritorni  economici  più contenuti (e sostenibili nel tempo),  ma potrebbe  anche rendere fertile  un terreno su cui attecchiscono nuovi desideri/aspirazioni  di appartenenza alle  comunità e  assecondare così, unitamente a misure di incentivazione economica e sociale,  un processo di ripopolamento residenziale, sia del centro storico di Venezia e sia delle aree interne del Veneto (i borghi e i paesi  di montagna e di collina) che stanno vivendo una fase di lento spopolamento. 

Dante Schiavon, socio GrIG – Veneto

 

da qui

 

venerdì 22 ottobre 2021

IL CONSUMO DI SUOLO È UN ABUSO ISTITUZIONALE IN BARBA ALLA COSTITUZIONE - Dante Schiavon

A cosa servono l’Ispra e i suoi pregevoli rapporti annuali, giunti alla ottava edizione, intitolati saggiamente e scientificamente: “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”? Antonio Cederna nel 1984 pubblicava sull’Espresso un articolo dal titolo “Mattone selvaggio” dove stigmatizzava quella che definiva una “distorsione mentale” secondo la quale nel diritto di proprietà è compreso il “diritto di edificare” (e, nell’epoca della catastrofe climatica in corso, il diritto di “tagliare gli alberi”) e il territorio un “res nullius”, una “cosa di nessuno”, come se il suolo naturale e agricolo fossero delle risorse rinnovabili infinite. Nel 1984 Antonio Cederna denunciava nel sud d’Italia un “abusivismo edilizio virale”, diffuso, un vettore elettoralistico-clientelare che faceva tabula rasa delle ricchezze paesaggistiche del bel paese, seguito a ruota dall’italico e incivile fatidico “condono edilizio”. La denuncia di Antonio Cederna risale a 37 anni fa e gli otto rapporti annuali dell’Ispra sul consumo di suolo purtroppo ci confermano che non è cambiato nulla nella cultura popolare e amministrativa del bel paese. Ma, forse, in peggio, qualcosa è cambiato nella prassi amministrativa del “governo del territorio”, attraverso una specie di metamorfosi antropologica e politica che ha partorito una sorta di “abusivismo edilizio istituzionale”. In cosa consiste questo “abusivismo edilizio 4.0”? Consiste nel “non legiferare” a livello nazionale uno stop a nuovo consumo di suolo, rinunciando così a cogliere le indicazioni tecnico-scientifiche-climatiche degli annuali rapporti dell’Ispra o nel “legiferare con leggi regionali ossimoro” sul consumo di suolo, vanificando i principi e gli obiettivi dell’azzeramento del consumo di suolo attraverso una mole impressionante di deroghe. L’Ispra ricorda agli amministratori pubblici che se la velocità di copertura artificiale rimane quella attuale di 2 mq al secondo si può stimare il nuovo consumo di suolo in 1.552 km2 tra il 2020 e il 2050 con una serie di danni trasversali, ecologici ed economici. Il rapporto Ispra 2021 stima come “dal 2012 al 2021 il suolo consumato non abbia potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155.000 quintali di prodotti agricoli, l’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana (che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde e aggravano la pericolosità idraulica dei nostri territori), lo stoccaggio di quasi 3 milioni di tonnellate di carbonio”. Date le conseguenze ecologiche, climatiche, economiche, paesaggistiche, sanitarie, non è un “abuso istituzionale” di chi governa il territorio “non fermare” o “far finta di fermare il consumo di suolo”? Non è un “abuso istituzionale” aver consentito con leggi regionali e delibere regionali e comunali il consumo di 1037 ettari in aree vincolate per la tutela paesaggistica, 1284 ettari entro i 10 km dal mare, 767 ettari in aree a pericolosità idraulica media, 286 ettari in aree a pericolosità da frana, 1852 ettari in aree a pericolosità sismica (Ispra 2021). Non è una forma di “abusivismo delle istituzioni” perpetuare il processo di artificializzazione dell’ambiente privando i cittadini del “diritto collettivo” ai servizi ecosistemici del suolo naturale, essenziali per la vita biologica sul pianeta? E tale abuso praticato da amministratori, sia di destra, sia di sinistra, non si configura come una violazione della nostra Costituzione, agli articoli 9 (sulla tutela del paesaggio e dell’ambiente) e agli articoli 41 e 42 (sull’utilità sociale dell’iniziativa economica e sulla funzione sociale della proprietà privata)? Questa uniformità di pensiero che vede accomunata tutta la partitocrazia, sia di destra che di sinistra, si fonda su un concetto “consociativamente condiviso”: le attività economiche legate al consumo di suolo creano occupazione, consenso elettorale, visibilità. Non c’è il “coraggio morale e politico” di posare uno “sguardo” ed avere un “linguaggio” diversi sull’emergenza ambientale tutta italiana del consumo di suolo. Si assiste alla rimozione politica pluripartitica dei dati statistici sull’entità di infrastrutture stradali che determinano percentuali significative del consumo di suolo, o dei dati statistici dell’Istat che quantifica in 7 milioni gli immobili inutilizzati o sfitti, in 700.000 i capannoni dismessi, in 500.000 i negozi chiusi. Si rinuncia a priori, pigramente e codardamente, a cercare di creare occupazione, lavoro, benessere, attraverso la manutenzione di grandi e piccole infrastrutture, il restauro architettonico del costruito e in disuso, l’adattamento funzionale del costruito abitativo e infrastrutturale, la difesa idraulico-climatica, la forestazione urbana.

Le conseguenze ecologiche nefaste del consumo di suolo e delle risorse naturali, svincolato dal suo legame con la natura, con la terra, con il pianeta, con il clima, non vengono percepite dagli amministratori e, di conseguenza, dagli stessi cittadini. Assecondare gli interessi legati alla costruzione di grandi opere, strade, residenze, capannoni, centri commerciali, poli logistici, in un clima di conflitto d’interesse latente, sia nella sfera pubblica, sia nella sfera privata, con tutto il loro indotto economico e occupazionale, crea visibilità elettorale, contiguità e collateralità con mezzi di disinformazione servili e diventa un formidabile volano elettorale di consenso. Il consumo di suolo è diventato una “macchina industriale” di consenso elettorale. Il governo nazionale stanzia 1 miliardo per nuove infrastrutture in vista delle Olimpiadi Invernali del 2026 e la Regione Veneto ringrazia per un possibile aiutino alla costruzione della Spv, dopo aver dato la sacrilega disponibilità ad ospitare eventi “panem et circenses” sulle Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità. Un “pensiero unico antropocentrico” e “climalterante” che si fa cultura, costume, non osservanza del limite ecologico, prassi amministrativa e urbanistica senza regole e accomodante, stili di vita consumistici di beni e risorse naturali, ricerca del benessere, delle comodità. Alla maggioranza dei cittadini veneti non interessano gli 800 ettari (per ora) di campagna veneta perduti per la costruzione della Spv perché sono dentro la bolla anestetizzante della narrazione leghista: sono più interessati e bramosi di poter percorrere a 130 km/h la Montecchio-Spresiano. 

da qui