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mercoledì 1 dicembre 2021

Banche tossiche inquinano

il greenwashing non incanta Greenpeace e ReCommon, che non fanno sconti a Banca Intesa Sanpaolo  


Una banca insostenibile: Intesa Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità - Greenpeace

27 Aprile 2021


Intesa Sanpaolo è riuscita a fare breccia nell’immaginario collettivo come banca sostenibile e al servizio dei territori: niente di più distante dalla realtà.

Alla vigilia dell’assemblea dei soci del gruppo torinese, Greenpeace e ReCommon pubblicano lo studio – “Una banca insostenibile: Intesa
Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità” – per mostrare i legami finanziari che la banca ha con il settore dei combustibili fossili.

Leggi lo studio completo QUI

https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/13553/una-banca-insostenibile-intesa-sanpaolo-contro-il-clima-lambiente-e-le-comunita/

 

Perché Intesa Sanpaolo è “la banca fossile numero uno in Italia” - Duccio Facchini

27 Aprile 2021

Aziende attive nel carbone, petrolio e gas continuano a ottenere prestiti e investimenti miliardari dal gruppo. Anche nel 2020, nonostante l’Accordo di Parigi. Dal Golfo del Messico ai Balcani, dall’Artico al Mozambico: il report di ReCommon e Greenpeace Italia

 “Intesa Sanpaolo può essere definita la banca fossile numero uno in Italia”. Il giudizio dell’associazione ReCommon e Greenpeace Italia è secco ma documentato e deriva da un’attenta analisi dei prestiti e degli investimenti del primo gruppo bancario italiano. Il report “Intesa Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità”, pubblicato il 27 aprile a ridosso dell’assemblea degli azionisti, ne raccoglie i risultati, frutto della ricerca finanziaria realizzata dalla società specializzata olandese Profundo. È un viaggio “nero” tra carbone, petrolio e gas, che spazia dal Mozambico all’Artico, e che tocca “società che stanno sabotando l’Accordo di Parigi”.

Due numeri aiutano a capire meglio. Nel solo 2020 Intesa Sanpaolo avrebbe concesso 2,7 miliardi di euro di finanziamenti all’industria fossile (tra prestiti e sottoscrizione di azioni e bond). Stessa cifra alla voce investimenti (azioni e bond).

 


Fonte: “Intesa Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità”, ReCommon – Greenpeace Italia, 2021

 

È la cornice del “business as usual” che contraddistingue la grande finanza privata globale. Da quando è entrato in vigore l’Accordo di Parigi sul clima, di fatto nel 2016, il sostegno al carbone non ha perso slancio e le principali banche mondiali hanno stanziato 3.800 miliardi di dollari a favore di gas e petrolio. Intesa Sanpaolo, ricordano i curatori del report, nel periodo 2016-2020 ha posto 13,7 miliardi di dollari sull’industria fossile. Principali beneficiari: Eni, Exxon, Novatek, Equinor, Cheniere Energy, Kinder Morgan.

“Ogni dollaro concesso o investito oggi nell’industria fossile -si legge nel report- rappresenta l’ennesimo ostacolo al contenimento del riscaldamento globale, nonché a una transizione che sia giusta e incentrata sui reali bisogni delle persone: alimentando la crisi climatica in corso, la finanza globale di fatto rischia di favorire con le sue operazioni l’insorgere di pandemie e altre, catastrofiche, crisi”.

ReCommon e Greenpeace Italia partono proprio dal carbone, il combustibile fossile più inquinante da cui occorre sganciarsi (per il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres si tratta non a caso di una “dipendenza mortale”).

In tema di “prestiti al carbone” la banca guidata da Carlo Messina sembrerebbe aver fatto un passo avanti, avendo ridotto l’ammontare del 70% tra 2019 e 2020. “Facili entusiasmi” sostengono però ReCommon con Greenpeace: si tratterebbe “pur sempre di 390 milioni di euro concessi a società carbonifere nel solo 2020”, considerando poi l’assenza di “impegni formali” per i prossimi anni e quindi il rischio di una ripresa.

Alla voce “investimenti” la quota resta invece altissima: 708 milioni di euro nel 2020. Alcuni casi di scuola: la società Fortum/Uniper (finlandese), che tra le altre cose nel maggio 2020 ha reso operativa la centrale a carbone Datteln 4 in Germania. Oppure la società energetica tedesca RWE, la “più inquinante d’Europa” per ReCommon e Greenpeace, con le sue centrali a carbone.

I curatori di “Una banca insostenibile” criticano anche la “policy” di Intesa Sanpaolo sul carbone. Impegni giudicati “deboli”, tardivi, limitati solo ai prestiti e non agli investimenti, caratterizzati da un “doppio standard” tra ricchi Paesi Ocse e quelli “in via di sviluppo”. Da questa separazione deriverebbe ad esempio il finanziamento alla centrale a carbone di Tuzla, in Bosnia ed Erzegovina.

La partita più importante, però, si gioca nel campo “oil&gas”. Il report passa in rassegna società e giacimenti. Come l’indiana ONGC Videsh, coinvolta nel progetto Mozambique LNG (capofila è Total), che si inserisce nella drammatica situazione di Cabo Delgado. Nel 2020 Intesa Sanpaolo l’ha finanziata per 61 milioni di euro.

Poi c’è l’Artico, segnato dalla “corsa” alle risorse naturali del Mare glaciale seguita alla progressiva riduzione della calotta polare. Intesa Sanpaolo nel 2020 ha finanziato o investito in Eni (oltre un miliardo di euro), Equinor (norvegese, 60 milioni), Total (francese, 195 milioni), ConocoPhillips (statunitense, 77 milioni).

 

Fonte: “Intesa Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità”, ReCommon – Greenpeace Italia, 2021

 

Anche nell’Artico russo, sull’altra sponda dello Stretto di Bering, è analizzato il ruolo di Intesa Sanpaolo con riferimento agli impianti di liquefazione di gas fossile Yamal LNG e Arctic LNG-2, in pancia alla joint-venture Total e Novatek (russa).

Il primo era già stato “finanziato proprio da Intesa con un’operazione da 750 milioni di euro garantita da SACE”, ricordano ReCommon e Greenpeace Italia. “Stessa sorte spetterà ad Arctic LNG-2”, annotano i curatori del report, che danno per già “arrivato” il supporto finanziario del colosso italiano. Oltre agli istituti di credito russi VEB.RF, Sberbank e Gazprombank, in campo per cinque miliardi di dollari, vi sarebbe infatti una cordata di banche straniere composta da China Development Bank, Bank of Japan for International Cooperation, Intesa Sanpaolo e Raiffeisen Bank International per altri cinque miliardi di dollari. Dall’ufficio stampa della banca, interpellato da Altreconomia, non è giunta smentita o conferma della notizia diffusa da Kommersant.

Dall’Artico ci si sposta nel Permian Basin, al confine tra Stati Uniti e Messico, area di fracking e trivellazione orizzontale. Una “bomba climatica”, spiegano ReCommon e Greenpeace, che ricordano come tra 2020 e 2050 la combustione di tutte le riserve di petrolio e gas possa determinare “l’emissione di 46 miliardi di tonnellate di CO2“. “In prima fila nella produzione e nel trasporto di petrolio e gas del Permian Basin troviamo colossi quali Chevron (130 milioni di euro circa, ndr), ExxonMobil (140 milioni, ndr) e Kinder Morgan (57 milioni, ndr), società che hanno beneficiato abbondantemente dei soldi di Intesa nel 2020″.

Il gas estratto nel Permian Basin raggiunge poi lo snodo del Golfo del Messico per essere liquefatto e trasportato in Europa dalle navi metaniere. Un settore sensibile per le società fossili Freeport LNG e Cheniere Energy, anch’esse sostenute da Intesa per mezzo di finanziamenti (189 milioni di euro ciascuna).

“Non c’è più tempo per false promesse” o “goffi tentativi di presentarsi come banca attenta al clima”, concludono ReCommon e Greenpeace Italia, che al colosso rivolgono poche richieste chiarissime.

Stop a prestiti e investimenti a beneficio di società che stanno realizzando nuove centrali a carbone e a coloro che non prevedono di uscirne entro il 2030. Portare a zero l’esposizione in tema di carbone entro il 2028. Implementare entro quest’anno una “policy” su petrolio e gas, interrompendo le operazioni a riguardo. L’ultima, strutturale, è quella di costruire un piano di uscita dai combustibili fossili in linea con l’Accordo di Parigi sul clima. Includendo però prestiti, investimenti, gestione di asset per conto di terzi.

https://altreconomia.it/perche-intesa-sanpaolo-e-la-banca-fossile-numero-uno-in-italia/

 

Lettera a Intesa Sanpaolo - Greenpeace

24 Aprile 2020

Lunedì 27 aprile si terrà la Assemblea dei Soci di Intesa Sanpaolo, uno dei più grandi gruppi bancari italianiIntesa ha deciso di far svolgere l’assemblea non solo a porte chiuse, ma senza la possibilità di alcuno streaming, seppure la possibilità era stata dal governo italiano proprio per non ridurre gli spazi di democrazia e partecipazione della società civile in questo momento di emergenza sanitaria.
Intesa Sanpaolo è una delle banche italiane che ancora investono maggiormente in gas, petrolio e carbone, finanziando di fatto l’emergenza climatica. Da tempo chiediamo al gruppo torinese di chiudere con il fossile, e avremmo voluto sentire la voce della società civile anche in questa importante assemblea. Per questo, insieme a Re:Common, abbiamo scritto a Intesa Sanpaolo una lettera aperta.

Leggi la nostra lettera.

https://www.greenpeace.org/italy/storia/7320/lettera-a-intesa-sanpaolo/

 

Intesa Sanpaolo presenta una nuova policy sul clima. Greenpeace e ReCommon: “impegni insufficienti e poco ambiziosi”

28 Luglio 2021 

Nelle scorse ore Intesa Sanpaolo ha aggiornato i propri impegni pubblici in materia di ambiente e clima. Un aggiornamento delle policy da parte del gruppo bancario che però per Greenpeace e ReCommon risulta insufficiente e poco ambizioso.

Nello specifico, Intesa Sanpaolo, leader in Italia nel suo settore e tra i trenta gruppi bancari più grandi al mondo, ha rivisto la propria politica sui prestiti al settore del carbone e ha introdotto anche primi, marginali impegni sui sotto-settori più impattanti del comparto petrolio e gas.

«Gli impegni di Intesa Sanpaolo risultano poco chiari e insufficienti, ancora di più nell’anno della COP26 e del G20 a presidenza italiana», commentano Greenpeace e Recommon. «Servono poi a poco se, poco prima della loro entrata in vigore, si concedono finanziamenti a mega-progetti che mettono a repentaglio il clima, l’ambiente e le comunità locali, senza contare che riguardano solamente i prestiti e non gli investimenti, ambito in cui è evidente il supporto del gruppo torinese all’industria fossile. E il rischio è che questo supporto continui ancora a lungo, in direzione contraria rispetto alla urgenza e ambizione richieste dalla crisi climatica in corso».

Gli unici aspetti positivi di questo aggiornamento riguardano il carbone, visto che è in programma la chiusura definitiva entro il 2025 delle relazioni con le società operanti nel settore dell’estrazione. A questo si aggiunge inoltre lo stop di ogni finanziamento a quelle società che prevedono di espandere il proprio business attraverso nuova capacità installata o con la realizzazione di nuove centrali termiche a carbone.

Tuttavia, questi passi in avanti sono parziali e limitati, poiché nessuna data di phase-out è prevista per i finanziamenti alla produzione di energia derivante dal carbone. La partita con la più impattante fonte fossile resta dunque ancora aperta, nonostante la comunità scientifica abbia espressamente indicato il 2030 come data per chiudere la partita con la polvere nera in Europa e nel 2040 nel resto del mondo.

Inoltre, il testo della policy incoraggia il passaggio dal carbone al gas, combustibile fossile presentato come “naturale”, “pulito” e “necessario” alla transizione verso le energie rinnovabili. La realtà è però ben diversa: il metano è uno dei principali responsabili dell’emergenza climatica, con un potenziale climalterante 84 volte superiore a quello della CO2 in un orizzonte temporale di venti anni dal suo rilascio nell’atmosfera.

Per quanto riguarda i cosiddetti sotto-settori non-convenzionali del comparto petrolio e gas – in questo caso sabbie bituminose, petrolio e gas di scisto, operazioni nella regione artica e in quella amazzonica – Intesa Sanpaolo si conferma fedele alle sue pratiche di greenwashing.

Se da un lato è positiva la volontà di chiudere la propria esposizione finanziaria con questi sotto-settori entro il 2030, i termini vaghi della policy lasciano intendere possibilità di nuovi finanziamenti a quelle società oil&gas attive nell’esplorazione, produzione e trasporto di idrocarburi in questi ambiti così sensibili. Inoltre, come avvenuto nel caso del finanziamento alla centrale a carbone di Tuzla, in Bosnia-Erzegovina, pochi giorni prima dell’entrata in vigore di questi impegni il gruppo torinese ha sancito la sua partecipazione al mega-progetto di gas fossile Arctic LNG-2, nell’Artico russo. A ciò si aggiunge anche il finanziamento al colosso italiano Bonatti – attivo soprattutto nella costruzione di infrastrutture per petrolio e gas prodotti da scisto, come il Coastal Gaslink – insieme ad altre banche italiane, per un ammontare di 137 milioni di euro.

https://www.recommon.org/intesa-sanpaolo-presenta-una-nuova-policy-sul-clima-greenpeace-e-recommon-impegni-insufficienti-e-poco-ambiziosi/

 

Greenpeace e ReCommon: «Eni si conferma la peggiore azienda italiana per gas serra, Intesa Sanpaolo continua a finanziare la crisi climatica»

4 Novembre 2021 

In occasione della giornata dedicata all’energia della COP26 di Glasgow, Urgewald, ReCommon, Greenpeace e altre 18 organizzazioni della società civile rendono pubblico il Global Oil & Gas Exit List (GOGEL), un ampio database sulle attività di 887 società petrolifere e del gas, che rappresentano più del 95% della produzione globale di idrocarburi.

GOGEL ha un duplice obiettivo: facilitare il monitoraggio delle società che, ancora oggi, continuano a investire nei combustibili fossili e dissuadere le istituzioni finanziarie a concedere loro denaro sotto forma di prestiti, sottoscrizioni e investimenti.

In base agli ultimi dati analizzati, ENI si colloca nella top 20 dei produttori globali di petrolio e gas e, attraverso la sua controllata Vår Energi, nella top 10 delle società che sfruttano le risorse della Regione artica, soprattutto con le piattaforme petrolifere nel Mare di Barents. I rischi associati alla produzione di idrocarburi, già elevati a ogni latitudine, nell’Artico aumentano esponenzialmente: le condizioni estreme, infatti, non fanno che accrescere le possibilità di fuoriuscite e incidenti, minacciando ecosistemi già fragili. A ciò si aggiunge il pericolo del rilascio, dal suolo e dai fondali marini, di enormi quantità di gas serra.

 

«ENI si conferma essere la peggior azienda italiana in termini di impatti sul clima del Pianeta», dichiara Luca Iacoboni, responsabile Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Nei prossimi decenni inoltre intende continuare a cercare, estrarre, vendere e bruciare gas fossile e petrolio, addirittura aumentando la produzione negli anni a venire. La ricerca di combustibili fossili in Artico è inoltre doppiamente grave, considerando gli enormi rischi ambientali per l’ecosistema».

Incrociando i dati di GOGEL con quelli in possesso di ReCommon e Greenpeace Italia, si possono già fare alcune considerazioni anche sul versante finanziario, e il quadro che emerge non fa che confermare la pessima posizione di un altro attore italiano: Intesa Sanpaolo è la banca nemica del clima numero uno in Italia. Nel solo 2020 la banca torinese ha investito in sei delle otto società dei combustibili fossili che figurano nelle tre principali classifiche di GOGEL. Ovvero la top 20 dei produttori di idrocarburi, la top 20 delle società che hanno intenzione di espandere il proprio business e la top 20 di quelle che hanno speso più soldi nella ricerca di nuovi idrocarburi.

A questo proposito, la recente partecipazione di Intesa alla Net-Zero Banking Alliance, parte della più ampia coalizione Glasgow Financial Alliance for Net-Zero – presentata proprio ieri alla COP26 dall’inviato speciale dell’ONU per finanza e clima Marcus Carney – rischia di risultare l’ennesima operazione di greenwashing del gruppo bancario, nonché di mostrare in maniera evidente i limiti di queste piattaforme finanziarie, con obiettivi opachi e nessun impegno vincolante per il clima.

«ExxonMobil, Shell, TotalEnergies, BP, Chevron ed Equinor hanno beneficiato di investimenti pari a 604 milioni di euro da parte di Intesa Sanpaolo», commenta Simone Ogno di ReCommon. «Mentre sul fronte strettamente italiano, nel solo 2020 la principale banca italiana ha concesso prestiti a ENI per 866 milioni di euro e investimenti pari a 183 milioni di euro», conclude.

I dati di GOGEL mostrano come l’industria dei combustibili fossili stia crescendo in maniera sconsiderata, nonostante i moniti della comunità scientifica e le recenti dichiarazioni  dell’Agenzia internazionale dell’energia, secondo cui è finito il tempo di realizzare – e quindi di finanziare – nuove esplorazioni e produzione di combustibili fossili.

Se anche il carbone fosse eliminato da un giorno all’altro, le emissioni derivanti dalle riserve di petrolio e gas esaurirebbero presto la quota di CO2 che permetterebbe di rimanere entro 1,5 gradi centigradi di riscaldamento globale. È urgente avviare un percorso di abbandono graduale ma rapido anche di gas e petrolio, eppure più dell’80% dei produttori di queste due fonti fossili analizzati nel database si apprestano a sviluppare nuove riserve di idrocarburi nell’immediato futuro. Le prime cinque società che stanno espandendo il proprio business sono Qatar Energy, Gazprom, Saudi Aramco, ExxonMobil e Petrobras.

Anche sul fronte midstream lo scenario è allarmante: ci sono attualmente 211.849 chilometri di oleodotti e gasdotti in via di sviluppo. Se i tubi fossero posati senza soluzione di continuità e puntati verso il cielo, arriverebbero a metà strada tra la Terra e la Luna.

Nelle giornate della COP26 di Glasgow, per ReCommon e Greenpeace Italia il messaggio che deve passare è chiaro: è arrivato il momento di interrompere la ricerca di nuovi idrocarburi, la loro ulteriore produzione e, di conseguenza, il supporto finanziario all’espansione del business fossile.

https://www.recommon.org/cop26-nuovo-studio-di-greenpeace-e-recommon-eni-si-conferma-la-peggiore-azienda-italiana-per-gas-serra-intesa-sanpaolo-continua-a-finanziare-la-crisi-climatica/

 

SACE e Intesa Sanpaolo finanziano la devastazione dell’Artico russo - Luca Rondi

22 Novembre 2021

A 10 giorni dalla fine della Cop26 il governo italiano contraddice gli impegni climatici. SACE ha infatti confermato la copertura assicurativa del finanziamento di Intesa Sanpaolo e Cdp per “Artic Lng-2”. “Intesa Sanpaolo si conferma campione di greenwashing”, denuncia ReCommon

A soli dieci giorni dalla fine della Cop26 di Glasgow il governo italiano non rispetta gli impegni presi. SACE infatti ha confermato la copertura assicurativa del finanziamento di Intesa Sanpaolo e Cassa depositi e prestiti per “Artic Lng-2”, un progetto di liquefazione di gas fossile che è in fase di costruzione nella penisola di Gydan, tra i territori più a rischio dell’Artico russo. “Se il buongiorno si vede dal mattino, siamo sicuri che entro la fine del 2022 ci sarà una corsa al finanziamento pubblico di mega-progetti estrattivi come ‘Arctic Lng-2’ che consideriamo l’ennesimo attentato al clima del Pianeta”, spiega Simone Ogno di ReCommon.

Secondo quanto ricostruito da Reuters proprio nei giorni del summit scozzese, mentre l’Italia annunciava impegni per interrompere sussidi pubblici diretti per progetti internazionali legati ai combustibili fossili, i dirigenti della Sezione speciale per l’assicurazione del credito all’esportazione -controllata al 100% da Cassa depositi e prestiti– comunicavano a Giorgio Starace, ambasciatore italiano in Russia, la disponibilità a fornire la copertura assicurativa per “Artic Lng-2”. È l’ennesima garanzia fornita dall’Agenzia per progetti legati ai combustibili fossili: un totale di 8,6 miliardi di euro tra il 2016 e il 2020 per progetti di primo piano. Come sottolineato da ReCommon, SACE compare nei progetti estrattivi di gas da parte di Eni in Mozambico e nel sostegno a banche e imprese direttamente coinvolte in progetti a elevato impatto ambientale sia nella regione artica (come il caso di “Yamal Lng” finanziato con 750 milioni di euro da Intesa Sanpaolo) sia in Africa dove potrebbe entrare in gioco nel contestato oleodotto “Eacop” tra Uganda e Tanzania.

La società russa Novatek, titolare della progettazione di “Artic Lng-2”, ha scelto Intesa Sanpaolo come istituto bancario privilegiato anche grazie ai buoni rapporti tra Mosca e il gruppo finanziario torinese. “La relazione ruota intorno alla figura di Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Russia e dell’associazione Conoscere eurasia che da anni organizza il Forum economico eurasiatico di Verona, dove questi accordi prendono forma”, spiegano i ricercatori di ReCommon. La prima banca italiana dovrebbe concedere almeno 500 milioni di euro alle società coinvolte nel progetto. Del prestito si parla almeno da due anni ma si è realizzato solo dopo la certezza di una garanzia pubblica che coprisse le eventuali perdite.

Questo finanziamento spiega e chiarisce il perché di una clausola inserita nella policy di luglio 2021 che prevede l’esclusione del supporto a progetti estrattivi offshore nell’Artico permettendo invece quelli sulla terraferma come nel caso di “Arctic Lng-2”. “Intesa Sanpaolo si conferma campione di greenwashing nel panorama finanziario italiano -aggiunge Daniela Finamore di ReCommon-. In occasione della Cop26, la banca si è fregiata di impegni net-zero al 2050, insieme ad altre istituzioni finanziarie internazionali. Impegni molto vaghi e a lungo termine che di fatto significano finanziamenti incondizionati all’industria dei combustibili fossili”.

Quel che si sa, secondo quanto ricostruito da un report curato da ReCommon in collaborazione con Greenpeace, è che nel periodo 2016-2020 la banca ha posto 13,7 miliardi di dollari sull’industria fossile con principali beneficiari Eni, Exxon, Novatek, Equinor, Cheniere Energy, Kinder Morgan. Si aggiunge ora Novatek con un ruolo di primo piano di Intesa Sanpaolo anche nell’Artico segnato dalla progressiva riduzione della calotta polare e dalla conseguente “lotta” per la conquista delle risorse naturali.

https://altreconomia.it/sace-e-intesa-sanpaolo-finanziano-la-devastazione-dellartico-russo

domenica 29 marzo 2020

La spesa ai tempi del Covid-19 - Simona Savini


Mentre compilo l’autocertificazione prima di uscire a fare la spesa mi fermo un attimo… “Ma andrà bene se scrivo che sto andando al mio GAS? Se le forze dell’ordine mi fermano per un controllo”? Poi mi rispondo “Ma sì! In caso glielo spiego”!
Mai come in questo momento infatti sono contenta di far parte di un Gruppo di Acquisto Solidale (GAS): mi permette di avere accesso a cibi freschi e genuini… e senza fare la fila al supermercato!
In questa assurda, immobile primavera vista dalla finestra è infatti evidente come la natura continui invece il suo ciclo, e questo nei campi significa fruttaverduraortaggi che continuano a crescere… e forse mai come in questo momento anche nelle nostre case il cibo e la cucina stanno acquistando un posto centrale: un po’ per noia, un po’ per il piacere di mangiare bene, avendo ora il tempo di farlo.
È innegabile:  a tratti ci sentiamo in un film post apocalittico, ma abbiamo la fortuna di non doverci nutrire solo di cibo in scatola, potendo invece riscoprire concetti ascoltati magari distrattamente in tempi “normali”, e costruendo le basi per un ritorno alla normalità che sia più in armonia con la natura.
Piccoli produttori che adottano tecniche sostenibili al posto dei colossi dell’agroindustria, filiera corta al posto dei cibi che viaggiano per centinaia di chilometri, vendita diretta al posto della grande distribuzione organizzata, una dieta con tanti prodotti freschi a base vegetale invece di consumi eccessivi di carne e cibi processati e meno plastica e imballaggi.
Perché non gettare le basi proprio adesso di questo cambiamento?
In questa fase la piccola distribuzione organizzata può essere un’alternativa valida: esistono centinaia di reti di distribuzione in Italia che permettono di ordinare online da piccoli produttori locali, e di ritirare presso i punti di raccolta nella propria zona. Punti di raccolta nei quali naturalmente devono essere rispettate le prescrizioni legate al contenimento del Covid19, ma che sicuramente hanno il vantaggio di non rappresentare un sito di aggregazione spesso affollato come la coda davanti ai supermercati. Molte di queste reti si stanno inoltre organizzando per effettuare consegne a domicilio, per andare incontro alle esigenze di chi ha maggiore difficoltà a uscire di casa in questo momento.
Un sistema “buono” (anche nel senso del gusto) per noi consumatori, ma anche vitale per i piccoli produttori, per non rimanere schiacciati tra un calo complessivo dei consumi e provvedimenti governativi che potrebbero rischiare di destinare risorse più al supporto delle grandi aziende che delle piccole realtà.
Ogni città, e spesso ogni quartiere, ha il suo “nucleo” di distribuzione alternativa. Alcune reti come Kalulu, sono molto attive in città come Roma, altre, come i Gruppi di Acquisto Solidale, nascono nel territorio e hanno una diffusione ormai piuttosto capillare: una ricerca online mirata alla propria città permetterà di trovare e contattare la soluzione più vicina a casa. Ci si può aiutare con un progetto work in progress, che cerca proprio di costruire la mappa dell’Italia senza supermercato, oppure cercare mappe ed ecoguide locali, come quella creata da Greenpeace gruppo locale di Pisa (questa la mappa).
Infine, non sottovalutiamo le tante aziende agricole che effettuano vendita diretta e spediscono a casa nostra agrumi dalla Sicilia o verdure e cereali di cui abbiamo tanto bisogno per stare in salute, adesso più che mai! Usiamo questo periodo per curare la nostra salute e anche per imparare a fare una spesa più sana e giusta, amica del clima e del pianeta che continua a vivere fuori dalla nostra porta.

mercoledì 28 marzo 2018

L’Eni nell’Artico, i petrolieri texani e l’Europa a tutto gas - Mario Agostinelli



Non è solo Trump a non voler attuare una politica che rallenti il riscaldamento climatico. Il 2018 sarà un anno di svolta per il consumo di petrolio mentre l’Europa punta a diventare un rigassificatore globale e l’Eni inizierà a perforare l’Artico.
Molti di noi mostravano scetticismo sulle conclusioni della Cop21, di Parigi, il summit internazionale contro i cambiamenti climatici provocati dalle massicce emissioni in atmosfera di anidride carbonica. Non solo l’arrivo di Trump, ma il malcelato appoggio allo scapigliato presidente sparso in giro per il mondo da tutte le multinazionali e dagli interessi che assecondano il modello di sviluppo alimentato dai fossili e dal nucleare, ha già fatto dimenticare il fiato sul collo messo ai governanti dalle convenzioni internazionali sul clima. Tra una Cop e l’altra vengono vanificati o posposti tutti gli impegni più cogenti scritti sulla carta e così un testo senza sanzioni certe mostra tutta la sua debolezza e inefficacia. Così, provo subito ad elencare i punti più qualificanti dell’accordo di Parigi compromessi o beffati senza che si crei un minimo di inquietudine nell’opinione pubblica mondiale.
L’articolo 2 dell’accordo fissa l’obiettivo di restare “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”, con l’impegno a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”. L’articolo 3 prevede che i Paesi “puntino a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile”, e proseguano “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra già nella seconda metà di questo secolo”. In base all’articolo 4, tutti i Paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere” degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari che “rappresentino un progresso” rispetto agli impegni precedenti e “riflettano ambizioni più elevate possibile” di decarbonizzazione. I paragrafi 23 e 24 della decisione intergovernativa sollecitano i Paesi che hanno presentato impegni al 2025 “a comunicare entro il 2020 un nuovo impegno, e a farlo poi regolarmente ogni 5 anni”, e chiedono a quelli che già hanno un impegno al 2030 di “comunicarlo o aggiornarlo entro il 2020”. La prima verifica dell’applicazione degli impegni è fissata al 2023.
DI fatto, come documentato sotto, si cerca di aumentare la produzione e di tagliare i costi di un’attività
L’articolo 9 chiede ai Paesi sviluppati di “fornire risorse finanziarie per assistere” quelli in via di sviluppo. Più in dettaglio, il paragrafo 115 della decisione “sollecita fortemente” questi Paesi a stabilire “una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020”. Ma, in realtà, viene aumentata la produzione e tagliati i costi con sovvenzioni pubbliche per quello che era il fulcro della vecchia economia: la produzione di petrolio e di gas; e neanche un dollaro è stato infilato in una bussola per la carità posta ad un incrocio qualunque!
SI CERCA DI SPOSTARE IN AVANTI IL PICCO DEL PETROLIO
Nel suo recente ed esauriente report sul futuro del petrolio e del gas la International Energy Agency (IEA: Oil 2018, analysis and forecasts to 2023, www.iea.org ) induce a riflessioni tutt’altro che scontate sull’avvenuto raggiungimento del picco delle fonti fossili. Ormai si perfora e si spara acqua compressa nei luoghi più inimmaginabili e pericolosi. Anzi, caparbiamente, le grandi corporation e i gruppi finanziari più esposti esplorano ogni possibilità di rilancio anche dei combustibili più sporchi. Accelerando perfino, come proverò qui sotto, i più assurdi tentativi di estrazione sotto il profilo climatico-ambientale e azzardando le operazioni più rischiose dal punto di vista finanziario e delle probabili bolle in borsa. Tutto, pur di contrastare il cambio di modello energetico e di trasferire solo sul piano contabile di governi e multinazionali gli effetti di una esasperata combustione dei fossili recuperati ovunque, dopo averla dichiarata incompatibile con il riscaldamento del pianeta ad ogni superfluo appuntamento Cop (ormai, con quella dopo Parigi e Bonn, arrivate al numero 23, https://www.lifegate.it/persone/news/cop-23-fiji-bonn-finale ).
Lo stesso direttore esecutivo della IEA, Fatih Birol, sostiene che dalla Cop 21 ad oggi si deve registrare con sorpresa una espansione notevole di immissione “sporca”, dovuta soprattutto all’impressionante ripresa della produzione di petrolio e gas da scisti negli Stati Uniti. L’impatto globale dell’aumento dello shale oil (LTO) e il contemporaneo irrobustimento dell’esportazione di shale gas comporta un cambiamento fondamentale nella natura dei mercati petroliferi globali.
Previsioni di produzione di LTO in USA a seconda della velocità di esaurimento dei pozzi (http://peakoilbarrel.com/the-future-of-us-light-tight-oil-lto/ )
La spina nel fianco della tecnologia di fracking consiste nel più rapido esaurimento dei giacimenti (le varie curve in figura indicano diverse velocità di estrazione – in barili al giorno – e quindi diverse previsioni più o meno pessimistiche di svuotamento dei pozzi). Si deve notare che la modalità di fracking delle rocce, estremamente dannosa sul piano ambientale, andrà comunque ad esaurirsi entro la metà del secolo, ma che tutte le curve (tranne la più bassa) sono in crescita fino al 2023. Di conseguenza, quindi, l’inevitabile picco previsto cinque anni fa ancora non è raggiunto, consentendo agli USA di solidificarsi come il principale produttore di petrolio al mondo mentre la Cina e l’India li sostituiscono come principali importatori di oro nero.
Il Fondo Monetario Internazionale vede una crescita economica globale del 3,9% all’anno fino al 2023 e le economie forti utilizzeranno più petrolio con una crescita della domanda a un tasso medio annuo di 1,2 milioni di barili / giorno. Dove sta allora la decarbonizzazione, parola d’ordine della Cop di Parigi e della SEN di Calenda? Eppure, ci sono segnali di possibile e vantaggiosa sostituzione del petrolio con altre fonti energetiche in vari paesi. Ma non è assolutamente pari agli obiettivi di sostituzione necessari, se si escludono sforzi locali in Asia e parziali in Germania. Un esempio di riferimento sta diventando la Cina, che, partendo da una situazione disastrosa in particolare nelle città, ha introdotto alcune delle più severe normative mondiali in materia di efficienza dei consumi e di emissioni. La produzione e le vendite di veicoli elettrici stanno aumentando e c’è una forte aumento nello spiegamento di veicoli a gas naturale, in particolare nelle flotte di camion e autobus. Un numero crescente di autobus elettrici e autocarri alimentati a GNL in Cina rallenterà in modo significativo la crescita della domanda di gasolio. Le flotte di oltre 16.000 bus elettrici di Shenzhen sono un punto di riferimento mondiale.
Spesso si trascura che i prodotti petrolchimici sono un fattore chiave per la crescita della domanda di petrolio e che la corsa al riarmo concentra ancora di più il ricorso ad esso. Man mano che le spedizioni canadesi di shale oil e shale gas verso gli Stati Uniti crescono, questo libera il greggio statunitense più leggero per l’esportazione, in particolare per soddisfare la domanda asiatica di materie prime petrolchimiche. Ogni anno il mondo ha bisogno di rimpiazzare l’offerta persa dai campi maturi e questo è l’equivalente di sostituire un Mare del Nord ogni anno. Le scoperte di nuove risorse petrolifere tradizionali sono scese ad un altro minimo storico nel 2017. Messico e Venezuela sono campi ambiti di intervento, ma anche fonte di enormi tensioni (Il muro di Trump, l’attacco asfissiante al governo di Caracas), mentre l’instabilità in Iraq, Libia e Nigeria e l’isolamento del Qatar comporta che ormai i Paesi non OPEC diventino i protagonisti sulla scena, con in testa gli Stati Uniti, almeno nei prossimi quattro-cinque anni. Spinta dall’LTO, che non ha ancora raggiunto il suo picco (v. figura), nel 2023 la produzione degli Stati Uniti sarà cresciuta di 3,7 milioni di barili al giorno, cioè, più della metà della crescita totale della capacità produttiva globale, di 6.4 mb / d prevista per allora. Gli Stati Uniti sono pertanto in una posizione favorevole per aumentare il proprio ruolo nei mercati globali. Per di più, sotto la presidenza Trump viene favorita nettamente la capacità e il ruolo della logistica e dei grandi impianti. Questo include importanti progetti canadesi come Trans Mountain e Keystone XL, osteggiati da Obama e il gasdotto EPIC 550 kb / d di TexStar Logistics, che sarà operativo nel 2019 in Texas. Dieci impianti di esportazione di petrolio greggio sono in corso di aggiornamento o di costruzione, facendo di Corpus Christi il principale hub di esportazione nella costa del Golfo. Anche l’attale eccesso di capacità di raffinazione globale è destinato ad esaurirsi a causa del rallentamento della crescita della domanda di prodotti raffinati, in particolare dall’Asia, che richiede sempre più greggio per la propria industria petrolchimica.
La domanda petrolifera europea, nel frattempo, dovrebbe tornare alla sua tendenza al declino a lungo termine. La maggior parte della crescita verrà dal GPL e dall’etano. Buoni guadagni si vedranno anche nel consumo di kerosene, dato che i viaggi aerei diventano più accessibili nei paesi non OCSE. La crescita della domanda di benzina rallenta nel periodo da qui al 2023 con standard più rigidi in materia di risparmio di carburante, mentre la crescita del gasolio rallenta in media dello 0,7% all’anno.
ESTRARRE E IMPIEGARE E PAGARE AD OGNI COSTO SHALE GAS
Segnalo alcuni temi destinati a essere considerati decisivi nei prossimi 12-24 mesi per il settore globale del GNL (gas naturale liquefatto) se si prendono in considerazione prevalentemente i vantaggi di mercato, lasciando ricadere all’esterno sia i danni ambientali, che quelli sociali e i rischi finanziari (le fonti sono elaborate da informazioni della Banca Mondiale http://www.worldbank.org/ ).
L’accumulo nell’approvvigionamento di GNL (Gas naturale liquefatto) a livello globale è significativamente ritardato dalla capacità di liquefazione. Negli ultimi due anni, la crescita dell’approvvigionamento di GNL ha rappresentato meno di due terzi della capacità di crescita di offerta grezza. Ciò è dovuto a numerosi fattori, tra cui ritardi di messa in servizio e interruzioni di fornitura non pianificabili, spesso dipendenti da conflitti locali o dall’onerosità delle infrastrutture di trasporto e trasformazione. Le imprese e la gran parte dei Governi stanno attuando ogni sforzo per invertire questa tendenza nel 2018 e nel 2019, con la crescita dell’offerta mondiale più strettamente in linea con la crescita della capacità di fornitura. Una grande fetta di questa crescita proviene da progetti avviati nel 2017, sia da quelli in fase di pieno utilizzo che da quelli che hanno raggiunto la stabilità. I produttori tutt’ora operano investimenti per un livello relativamente basso di interruzioni rispetto a quanto osservato negli ultimi anni, in gran parte a causa dei maggiori volumi in arrivo da Angola, Egitto e Trinidad e Tobago. Nel 2018 è prevista la maggiore crescita in volume di qualsiasi anno passato, superando sostanzialmente la crescita della domanda globale. Tuttavia, dopo il 2019, la ristrutturazione della pipeline dei progetti di liquefazione si esaurirà e la crescita dell’offerta inizierà nuovamente a decadere. Ciò inciderà sul prezzo al mercato e sui rischi di investimento in atto.
La scala di crescita nel 2017 è stata attribuita in gran parte alla Cina, che ha dominato il mercato, rappresentando quasi la metà della crescita globale della domanda. Ma il ritmo di questa crescita si attenuerà. L’aumento del consumo di gas domestico e l’insufficienza delle forniture locali vedranno continuare a crescere le importazioni di GNL, ma con un rallentamento, dovuto all’estensione delle rinnovabili, nonostante il passaggio dal carbone al gas. Più in generale, i mercati emergenti continueranno a sostenere la crescita globale, compreso un gran numero di nuovi entranti. Tuttavia, molti dei più attraenti di essi sono già stati sfruttati e il ritmo dei nuovi entranti inizierà a rallentare. Ciò non significa riduzione effettiva di investimenti e di perforazioni nel settore, ma un maggior rischio , dichiaratamente coperto dalla svolta di Trump rispetto agli impegni di Parigi.
In questo quadro di maggiore tolleranza per lo shale gas, fino a due anni fà messo al bando dall’UE, L‘Europa punta ad adottare il ruolo del rigassificatore globale. Ciò vale anche per il carbone, il petrolio, o le biomasse, ma fa gola specialmente per l’esportazione di gas americano. La regione è unica nella sua capacità di assorbire l’avanzo globale, grazie ai suoi mercati del gas ampi, integrati e liberalizzati e ai significativi volumi di offerta flessibile. L’Europa deve però – secondo i più grandi produttori di gas e i fornitori interni (ENI, Total e BP) – fare un ulteriore salto e diventare il maggior consumatore di gas a livello globale: a questo puntano esplicitamente gli Stati Uniti (con l’esportazione di shale gas) e la Russia (con la costruzione di gasdotti). Nella competizione russo-statiuniti- canadese l’UE favorisce le iniziative di immissione in rete gassosa del GNL da scisto nordamericano ai nodi degli attracchi europei (dalla Lituania, Estonia e Inghilterra – per limitare il gas russo – alla Toscana – per favorire la metanizzazione della Sardegna messa sul piatto dal governo italiano). Nasceranno così nuovi problemi per il mercato del gas, dato che il fattore determinante dei flussi complessivi in ​​Europa sarà il prezzo, con i carichi di GNL in competizione sugli hub dei porti per eliminare le forniture da gasdotti. In questo modo, i prezzi del mercato europeo del gas emergeranno come un importante fattore trainante dei prezzi globali del GNL nel medio periodo. E non necessariamente al ribasso, ma in condizioni di maggiore volatilità.
Mentre l’Europa contribuirà a riequilibrare il mercato dal lato della domanda, l’offerta è altamente inelastica rispetto ai prezzi. La maggior parte della capacità di liquefazione è impegnata in contratti a lungo termine e, dati i bassi costi di produzione, la maggior parte delle forniture è incentivata a gestire in loco i propri impianti alla massima capacità e a vendere solo l’eccesso sul mercato spot. Gli Stati Uniti, nel breve periodo e in funzione del surplus di shale gas, sono probabilmente l’unica fonte di offerta di GNL a livello globale, nonostante i suoi costi di produzione-liquefazione-trasporto-rigassificazione relativamente elevati e l’impatto disastroso sui cicli naturali e l’ambiente. Su base annua media, lo spread tra il miglior prezzo statunitense e i benchmark europei ed asiatici sembra favorevole alle esportazioni dall’America per tutto il 2018 e 2019. Tuttavia, i prezzi del gas sono altamente stagionali e durante i mesi estivi, la capacità degli Stati Uniti verrà probabilmente sottoutilizzata e compensata per altra via.
L’espansione del gas è quindi fonte di incertezze e di gravi disagi ambientali, oltre che di rischi finanziari notevoli. Ma tant’è: nonostante tutte le Cop organizzate con grande pompa e risonanza, la decarbonizzazione strombazzata ad ogni lato, paradossalmente rilancia il gas, con l’attenuante della sostituzione del carbone con il mantenimento sotto traccia del suo contributo ai gas climalteranti nella percezione dell’opinione pubblica, abbagliata dalla narrazione di quote di rinnovabili nei paesi di industrializzazione matura a integrazione anziché a sostituzione dei consumi fossili.
Negli ultimi due anni, solo due decisioni di investimento finale sono state prese su progetti di liquefazione, a livello globale: Tangguh LNG (Indonesia) e Coral FLNG (Mozambico). Per il 2018 sono invece ben 17 i progetti in lizza, di cui sette con solide prospettive di realizzazione. Perché mai, visto lo scoraggiamento che dovrebbe provenire dagli appuntamenti sul clima? La verità è che le sanzioni finanziarie sui progetti saranno sostenute dall’aumento dei prezzi delle materie primedall’attenuazione dei vincoli di capitale sulle principali compagnie petrolifere e del gas, nonché da una forte deflazione dei costi dei servizi a sostegno dell’economia dei progetti di liquefazione. Ancora una volta, il modello di sviluppo finisce sulle spalle del pubblico e dei consumatori, con la complicità dei governanti.
BIG DATA =PIU” EFFICIENZA, PIU’ PROFITTI, MA MINOR DURATADEI POZZI
I grandi cambiamenti in atto nel settore petrolifero e del gas, ora che esso sta iniziando a adottare le ultime innovazioni anche in fatto di informatica, provocano l’illusione di tornare ad essere competitivi economicamente con le fonti “pulite” a dispetto della riduzione dei costi di quest’ultime e dell’insostenibilità ambientale provocata dalla circolazione di gas e petrolio (Il carbone non è affatto marginale, ma ormai le banche lo sfavoriscono). Alcune tecniche – come l’analisi avanzata dei dati che vengono commissionate a Google, Facebook, Amazon ed altri sia per intralciare i contatti diretti con la clientela, sia per “strizzare” al massimo le fonti sotto le superfici più fragili e contaminabili– ormai sono utilizzate sempre più spesso dal settore energetico. Molti dirigenti di società petrolifere credono che i risultati potrebbero essere altrettanto sbalorditivi e rivoluzionari che per la manifattura. (v. Il sole 24 ore http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-02-14/cosi-big-data-salveranno-gas-e-petrolio-nell-era-rinnovabili–150458.shtml?uuid=AEkoZxzD&refresh_ce=1 )
L’aumento della produzione reso possibile dalle innovazioni digitale dovrebbe esercitare pressioni verso il basso per i prezzi petroliferi, “creando venti contrari per le tecnologie concorrenti, comprese quelle applicate alle automobili elettriche”. Entro i prossimi dieci “Nei giacimenti petroliferi di scisto degli Stati Uniti il nuovo sistema potrebbe incidere sui costi di produzione nella misura del 40 per cento” ha osservato il CEO di Chevron, Occorre tener effettivamente conto che nella classifica Top 500 dei supercomputer più potenti al mondo oggi, i maggiori proprietari del settore fossile risultano essere Total ed Eni – le società petrolifere a compartecipazione governativa rispettivamente di Francia e Italia, e Petroleum Geo Services, un’azienda che effettua rilevamenti di giacimenti di petrolio e relativa produzione di immagini di resa e simulazione. “Le operazioni legate alle trivellazioni sono in buona parte gestite da esseri umani. Crediamo che in futuro saranno sempre più automatizzate e delegate a un computer”(Chevron). Il basso costo dei sensori e la disponibilità di servizi nel cloud rendono senz’altro maggiore la resa, ma petrolio e gas restano produttori di climalteranti alla combustione e il principio dell’entropia ha un carattere di irreversibilità e una dipendenza dalla velocità delle trasformazioni in natura che nessuna elaborazione di dati può sostanzialmente invertire, se i parametri e le intensità termiche inseguite rimangono invariati.
Come nel caso della manifattura 4.0, la sostituzione dell’azione umana con Intelligenza Artificiale, nonchè l’estrema velocità di elaborazione in tempo di dati non sempre correlati giustamente tra loro distraggono dalla qualità e dalla finalità che si produce a fini di profitto e dall’intero ciclo di vita dei prodotti. I quali evidentemente non si esauriscono nel consumo, ma rimangono scarto degradato e, di fatto, nel caso dei fossili e ancor più per il nucleare, scarto ineliminabile in tempi storici. La fase di accelerazione dellìimpiego tecnologie digitali, ormai pervasive e sorrette da notevoli investimenti nelle infrastrutture, sta creando illusorie aspettative tra gli operatori economici e affanni di competizione tra i sistemi nazionali. Anche se in complesso viene riconosciuto che l’attuale crisi sia generale, a carattere epocale e strutturale e pertanto richieda soluzioni in profonda discontinuità con le ricette che l’hanno provocata, perfino riguardo alle fonti fossili ci si limita alla pura efficienza, alla maggior velocità delle connessioni tra siti e spezzoni di ciclo, di elaborazioni e esecuzioni materiali, che prescindono dall’utilità sociale dei prodotti, lasciano inalterata la divisione del lavoro, ne incorporano nel macchinario la residua autonomia, estendono la loro potenza organizzativa all’intero tempo dell’esistenza umana. Continua cioè a prevalere in ambito economico e politico la speranza di superare – ostinatamente in un orizzonte rischiarato da una improbabile crescita – il duro avvitamento di una società in cui degrado di natura, limiti alla democrazia, perdita di diritti sono ormai emergenze irrisolvibili, ma, nello stesso tempo, il frutto di scelte maturate nel modo di produzione e di consumo, che rimane la sostanza da mettere in discussione.
MULTINAZIONALI, ROTTE ARTICHE, PETROLIO E GAS POLARE
Mentre la domanda globale di combustibili fossili aumenta e il ghiaccio del mare artico continua a sciogliersi, le multinazionali e i governi prevedono di espandere le esplorazioni petrolifere e le rotte commerciali nella regione. Un’altra incredibile contraddizione rispetto alle decisioni sbandierate ai summit sul clima.
Il 26 gennaio 2018, Pechino ha annunciato l’apertura di rotte marittime nell’Artico per un tipo di strada della seta polare. La Cina sta mettendo sotto osservazione le possibilità di estrarre petrolio, gas, risorse minerarie, nonché di favorire la pesca e il turismo nella regione. Il gigante asiatico ha una quota importante nel progetto russo di gas naturale liquefatto (GNL) di Yamal, che dovrebbe fornire alla Cina 4 milioni di tonnellate di GNL all’anno.
Nell’aprile dello scorso anno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un ordine esecutivo che inverte le restrizioni dell’ex presidente Barack Obama sulle trivellazioni nell’Artico, offrendo all’ENI la concessione di perforazioni esplorative nell’Artico a partire dal 2018.
Affrontare sversamenti di fossili in questo tipo di ambiente richiede conoscenze, capacità tecniche e capacità di risposta che semplicemente non abbiamo: oltre 25 anni dopo Exxon Valdez, non ci sono ancora tecnologie note per la pulizia di olio in zone ghiacciate.
Nonostante i probabili disastri naturali che potrebbero introdurre, le nazioni e i Governi interessati (compreso quello italiano!) stanno predisponendo piani per trarre profitto dalle risorse dell’Artico e dalle possibili rotte commerciali. Attualmente, due importanti rotte artiche sono sempre più navigabili in estate. The Northwest Passage (Canada), che farebbe risparmiare due settimane di viaggio rispetto al Canale di Panama e la rotta del Mare del Nord (Russia), che è già in uso per navi commerciali. Sebbene le rotte non siano aperte tutto l’anno, le compagnie investono già miliardi di dollari in petroliere in grado di rompere e superare il ghiaccio invernale.
Il Worldwatch Institute di Washington ( http://www.worldwatch.org/node/5664 ) ha riferito che più della metà dell’Oceano Artico era coperto di ghiaccio tutto l’anno a metà degli anni ’80. Oggi, la calotta polare è molto più piccola, come ha dimostrato la NASA con le prove satellitari: la copertura ghiacciata artica, a partire da febbraio, poggia su meno del 30 percento dell’oceano.
I diritti allo sviluppo nell’Oceano Artico sono fortemente contestati tra Stati Uniti, Russia, Canada e Norvegia. Tutti e quattro i paesi stanno discutendo fino a che punto la loro piattaforma continentale si estende nell’oceano e quindi concede loro diritti di perforazione. Ma il rapporto 2016 dell’Istituto per l’ambiente di Stoccolma ( v. https://issuu.com/mcarta/docs/stockholm_re-silient_2015 ) avverte che “l’integrità degli ecosistemi artici è sempre più sfidata, con importanti implicazioni per le comunità artiche e per il mondo nel suo complesso. I cambiamenti climatici minacciano una vita polare varia e abbondante che dipende dallo spessore del ghiaccio, dagli orsi polari e dai trichechi, fono al al minuscolo krill. Lo scioglimento delle calotte glaciali e dei ghiacciai sta causando l’innalzamento dei livelli del mare. Le modifiche ai climi polari rappresentano una doppia minaccia: influiscono direttamente sulla vita polare, ma hanno anche importanti effetti a catena per i sistemi climatici di tutto il mondo. ”
In conclusione, chi guida il mondo continua a ritenere reversibile e riparabile l’impronta che in particolare le attuali generazioni lasciano sulla Terra.
E PER FINIRE….LA BREXIT
Per rappresentare lo stato di involuzione dl sistema mondiale fondato su grandi centrali e migliaia di miglia di reti di distribuzione carenti di accumulo, riprendo da ultima una notizia tanto imbarazzante quanto segno di imprevidenza. Questione senz’altro non messa in conto dagli Inglesi quando son stati consultati nel referendum popolare per la Brexit. Il Regno Unito non ha ancora nemeno abbozzato le regole di sostituzione necessarie Ma il tempo stringe per elaborare nuovi accordi prima di marzo. La francese EDF impegnata alla costruzione dei reattori nucleari di Hinkley Point, nel sud-ovest dell’Inghilterra – tre enormi gruppi da 1600 MW l’uno per un esborso di 19,6 miliardi di sterline (26,2 miliardi di dollari) – ha sollevato il problema dell’uscita dell’Inghilterra dall’Euratom e dei rapporti che in particolare i francesi tengono oltre Manica per la standardizzazione delle centrali da loro progettate e per l’accesso e il ritrattamento del carburante nucleare. L’adesione all’Euratom ha per tutti questi anni aiutato la Gran Bretagna a diventare un produttore leader di combustibile per reattori e un partecipante chiave nei progetti di ricerca nucleare a guida UE. Il governo del primo ministro Theresa May ha sottovalutato la decisione di lasciare con l’UE anche l’Euratom. Ma dal momento che l’organizzazione del nucleare europeo governa tutto, dal trasporto di materiali radioattivi, dal combustibile per reattori agli isotopi medici e alla tecnologia atomica commerciale, in attesa di complicati accordi tutti da riscrivere il Regno Unito non avrebbe accesso al carburante. Se i benefici chiave previsti dal trattato Euratom soprattutto per la sicurezza non venissero mantenuti, non si sarebbe in grado di spostare il combustibile nucleare o le merci dentro e fuori il paese. E EDF dovrebbe sospendere le operazioni, mentre la Gran Bretagna dovrebbe reperire 5.000 posti di lavoro per costruire la stazione ed essere in grado di accedere a dipendenti qualificati provenienti da altri paesi europei. Intanto il combustibile nucleare giacerebbe incustodito e non ritrattato per migliaia di anni o almeno finchè non si ripristinino gli accordi per una loro conservazione il meno pericolosa possibile per tempi storici
A valle delle constatazioni qui prese in considerazione solo per il “rilancio” clandestino dei fossili, considerare Parigi 2015 una tappa storica è davvero un abbaglio in attesa di una sola possibile scossa: quella dei cittadini -uomini e donne – che pongono la rigenerazione, la biosfera, la cura della Terra sopra la ricerca di un profitto illusoriamente a termine


martedì 6 marzo 2018

Comprare a prezzo equo e a filiera corta: dove conviene fare la spesa - Antonella Gallino



Dove comprare a un prezzo equo per chi vende e onesto per chi compra? Quali sono i luoghi dove possiamo accorciare le distanze e risparmiare, riconoscendo il prezzo giusto a chi produce? Ecco dove davvero ‘conviene’ fare la spesa.
A noi acquirenti interessa risparmiare, non ci piove. Eppure, da un po’ di tempo a questa parte, ci stiamo accorgendo che il prezzo è solo una delle variabili di cui tenere conto.
Sarebbe bello anche non intossicarci, non inquinare, valorizzare chi lavora in modo onesto e con cura artigianale, promuovendo la cultura biologica e contadina. Apprezzare e sostenere chi continua una tradizione, crea lavoro, resta in Italia, cura e preserva un territorio e lo mette a frutto, magari proprio il nostro territorio.
Come salvare capra e cavoli?
Il tema del prezzo è spinoso e talvolta viene sollevato anche dagli stessi produttori, che giustamente rivendicano il corretto riconoscimento del proprio valore (leggi Il prezzo giusto di un chilo di lavoro contadino).
Quello che noi compratori possiamo fare, è individuare i luoghi dove sia più logico fare la spesa, perché è garantito sia un prezzo equo ai produttori, sia contemporaneamente un risparmio a chi acquista – o, a parità di prezzo, una qualità maggiore. E tutto questo è possibile in virtù del fatto che vengono tagliati dei passaggi e la relazione tra produttore e acquirente si fa più diretta.
In questi luoghi siamo tranquilli che il prezzo è giusto per il produttore, ma anche onesto per noi. In un certo senso siamo noi a decidere quanto spendere, in base alle nostre necessità organizzative. Questo perché più al prodotto si aggiungono servizi e infrastrutture, più il prezzo logicamente sale.
Un conto è quando noi ci rechiamo nella sede remota di un piccolo produttore, passando di lì o andandolo a trovare, un conto è se lo incontriamo a un mercato o a una fiera dove magari paga il plateatico e impegna una giornata in trasferta, un altro conto ancora e se ci facciamo portare la spesa a casa da un sistema organizzato che raccoglie gli ordini di diversi fornitori, magari stocca le merci garantendone la freschezza ecc.
I luoghi del ‘giusto prezzo’
Per quella che è la mia esperienza ad oggi, indico qui le opportunità che preferibilmente ho individuato per fare una spesa a prezzo onesto e sensato. Non sono poche.
  1. Gli acquisti di gruppo e la spesa cooperativa
  2. Direttamente dai produttori
  3. Piccole distribuzioni organizzate
  4. Cassette di ortofrutta a domicilio
  5. Piccole rivendite (anche online) e botteghe di prossimità
Con questi metodi, negli scorsi anni sono riuscita ad azzerare il più possibile il ricorso ai servizi di grande distribuzione organizzata, anche verticali sul biologico – dove, tra l’altro, il reparto ortofrutta non mi ha mai soddisfatto, né per freschezza, né per prossimità (come del resto è logico per una GDO, la cui organizzazione logistica segue altri criteri).

Gli acquisti di gruppo e la spesa cooperativa
Acquisti di gruppo e Gruppi di acquisto • Questo primo metodo si basa su una serie di assunti: 1) è auspicabile ripristinare una relazione diretta con i produttori; 2) più compriamo e meno paghiamo; 3) se ci sono delle spese di trasporto, le dividiamo tra più persone.
Gli acquisti di gruppo avvengono per lo più attraverso i Gas (Gruppi di acquisto solidale), più o meni strutturati.
Per sapere se c’è un Gas vicino a sé, si può consultare l’archivio storico di retegas.org e combinarlo con la mappa su economiasolidale.net, che però è in progress; oppure, più empiricamente, cercare su Google “Gruppo di acquisto solidale” (per esteso, altrimenti se si scrive Gas escono per lo più i servizi per la fornitura del metano…) + il proprio capoluogo di provincia.
Al di là dei Gas, si possono anche creare cordate estemporanee di acquisto tra amici, vicini o colleghi per i fornitori più lontani. Penso ad alcuni approvvigionamenti specifici di prodotti ben conservabili, per esempio gli agrumi, la frutta secca, il riso, la pasta ecc. o comunque in generale tutti quei prodotti di cui abbia senso privilegiare un fornitore distante che offra buone referenze per noi e buone ragioni per sceglierlo.
Un sistema che vi consiglio di consultare per applicare questo metodo è Ammuina.org, che è una forma di e-commerce disintermediato che indirizza ai singoli produttori. Oppure l’associazione La salute me la mangio, che spedisce referenze pugliesi e altri superfood di aziende da loro selezionate (fatevi mandare il listino delle disponibilità aggiornate).
Gruppi di spesa cooperativa • Accanto a questi metodi, sta emergendo sempre di più la rete dell’Alveare che dice sì, un sistema corporativo di distribuzione con un unico grado di intermediazione (che tra l’altro include la consegna nel proprio quartiere o in un luogo prestabilito), a bassa marginalità. Sta prendendo piede soprattutto nelle città, piccole e grandi, dove risulta molto funzionale.

Direttamente dai produttori
I produttori di solito si sdoppiano, cioè fanno contemporaneamente sia i contadini, sia i venditori di loro stessi. I più fortunati possono dividere i ruoli con altri membri della propria famiglia. Li possiamo trovare nei mercati contadini o, quando possibile, presso le loro aziende.
Relativamente ai mercati agricoli del Nord Italia, ho iniziato una mappatura puntuale, a partire da Milano, Parma, Bologna. Trovi tutto in questa mia rubrica sui mercati contadini. Poi ci sono anche fiere, eventi, sagre, feste patronali, da non sottovalutare come occasioni più estemporanee, dove accorgersi di qualche produttore o fare qualche piccola scorta utile.
Quanto alla vendita diretta in sede, ci sono aziende più o meno organizzate. C’è:
  • chi vende accanto al campo in giorni e orari predeterminati
  • chi ha allestito una sorta di negozio interno, con i propri prodotti o spesso rivendendo anche quelli di altri colleghi (prossimi per territorio o per filosofia). Questa formula può presentarsi in modi molto diversi, dallo spaccio minimale (persino in self-service a bordo strada, viva la fiducia!) a una vera e propria bottega strutturata.
 In certi casi un risparmio ulteriore è riconosciuto se chi compra è anche il coglitore o se si acquista una cassetta di merce che, pur essendo buona, ha qualche difetto estetico o è vicina a guastarsi.
  
Un altro modo per risparmiare: la frutta viene colta dagli stessi acquirenti al Campo dei Frutti, PC. Questo è il mio cestino di ciliegie, e mentre le coglievo ne ho anche assaggiata qualcuna (credo lo mettano in conto).
Inoltre, alcuni produttori, a fronte di alcune condizioni (quantitativi minimi e regolarità di acquisto) sono disponibili a consegnare anche a domicilio o a intercettarci in qualche punto di scambio (una specie di drive in).

Piccole distribuzioni organizzate
Un altro metodo è tenere d’occhio i sistemi di piccola distribuzione organizzata (la cosiddetta PDO), spesso organizzati dai DES, i Distretti di economia solidale, che raggruppano i produttori del territorio.
Il più delle volte si traducono in piccoli spacci, aperti solo in certi giorni e certi orari, o in piccoli e-commerce, o in entrambe le cose. Il magazzino fisico è di solito in una cascina o in un altro spazio comodo per chi abita in città, o comunque ben raggiungibile.

Cassette a domicilio
I servizi di consegna cassette a domicilio, se ben selezionati, sono un ottimo sistema per coniugare qualità e comodità. A patto che alle spalle ci sia una relazione reale e diretta con un bacino di piccoli produttori, identificabili e trasparenti nei propri criteri produttivi.

A proposito di questo tipo di servizi, che mi hanno molto incuriosito – si va dai cargo-bikers alle reti di produttori, fino a servizi più francamente retail – sta per uscire un mio e-book è uscito il mio primo e-book per la zona di Milano.

Piccole rivendite e botteghe di prossimità
Buone per me anche le piccole botteghe locali e i piccoli e-commerce, che garantiscano una selezione accurata e intelligente dei fornitori, e offrano una serie di servizi complementari.
L’intermediazione, sia chiaro, non è una cosa negativa; in tanti casi è necessaria e rappresenta una valida opportunità. Ma deve essere sensata e possibilmente aggiungere valore, tale per cui noi acquirenti siamo ben lieti di riconoscere un onesto margine di rivendita.
Nel caso di un e-commerce, per esempio, la possibilità di farmi accedere a una selezione di produttori tutti molto referenziati, ma radunati sotto un unico comodo processo di acquisto e di consegna (recentemente, per i vini naturali ho scoperto Decanto).