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martedì 3 marzo 2026

Noi siamo con i medici di Ravenna


Se curare un migrante diventa un reato, allora la disobbedienza è un dovere civile contro la barbarie che avanza

Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo. Non è uno slogan. È la descrizione esatta di quello che sta accadendo a Ravenna, dove sei medici del reparto di Malattie Infettive sono finiti indagati dopo una perquisizione “prima dell’alba” in ospedale. Un’azione condotta con modalità e spiegamento di forze tipici delle operazioni contro organizzazioni criminali, come se un reparto sanitario fosse un covo e non un presidio pubblico.

Il fatto in sé segna un punto di rottura. Ma ciò che lo rende davvero intollerabile è il messaggio politico: lo Stato pretende di trasformare la medicina in un ingranaggio della macchina securitaria. Pretende di sindacare il giudizio clinico. Pretende che un medico smetta di essere medico e diventi un funzionario della frontiera.

E quando questo accade, non è più “solo” un problema di immigrazione. È un problema di libertà, di Costituzione, di civiltà.

L’indagine nasce attorno a certificazioni di inidoneità al trasferimento in un CPR. Vale la pena ricordarlo con chiarezza: quelle valutazioni non sono un capriccio, non sono “arbitrarie”, non sono un favore. Sono atti clinici che si fondano su dati, evidenze, responsabilità professionale. E peraltro sono richieste espressamente dalle procedure previste, come indicato anche dalla direttiva del Ministero dell’Interno del 19/05/2022.

Ma proprio qui sta il nodo. Se un giudizio clinico viene trattato come un sabotaggio, se un certificato medico viene trattato come un atto di disobbedienza da reprimere, allora significa che il bersaglio non è quel singolo caso. Il bersaglio è l’autonomia del medico “in scienza e coscienza”, cioè uno dei pilastri minimi di qualunque società che voglia definirsi civile.

Il medico ha il dovere etico e giuridico di agire per la tutela della vita e della salute. Il Codice di Deontologia Medica non lascia spazio ad ambiguità: non esiste un “ma” quando davanti hai una persona fragile, vulnerabile, esposta. Non esiste un “ma” quando un ambiente è nocivo. Non esiste un “ma” quando la medicina sa già che un trasferimento produrrà danno.

I CPR sono patogeni: non è un’opinione, è un dato

L’appello che sta circolando in queste ore lo ricorda con forza: la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi. Non è un’opinione politica, non è una tesi ideologica: è un fatto sanitario. È una realtà clinica documentata.

Il testo richiama anche un Policy Brief della World Health Organization (WHO) di gennaio 2026, che riafferma la relazione tra detenzione amministrativa e peggioramento della salute fisica e mentale. In un contesto del genere, certificare l’inidoneità non è “ostacolare lo Stato”: è prevenire un danno certo. È applicare il principio di non maleficenza. È fare il medico, punto.

E qui emerge un’altra verità che l’Italia finge di non vedere: i CPR non sono luoghi neutri. Sono luoghi che producono sofferenza, che amplificano malattia, che peggiorano vulnerabilità. Chiunque li abbia osservati davvero — con monitoraggi, testimonianze, visite, ispezioni — lo sa. E infatti proprio per questo oggi si tenta di limitare le visite, di ridurre i controlli, di rendere opaca la detenzione.

Una perquisizione in ospedale è un atto di intimidazione

Le modalità della perquisizione sono un capitolo a parte, perché rivelano l’intento politico dell’operazione. Un reparto perquisito all’alba, con un approccio spettacolare, significa una cosa sola: intimidire. Umiliare. Creare un precedente.

L’appello parla di un clima che “umilia il personale sanitario, distoglie risorse dalla cura dei pazienti e crea intimidazione, minando la serenità necessaria all’esercizio della professione”. È esattamente così. E in più c’è un paradosso che dovrebbe scandalizzare chiunque: un’operazione del genere rischia di configurarsi come interruzione di pubblico servizio, perché altera la continuità assistenziale e mette a rischio la cura di tutti, non solo dei migranti.

Lo Stato che dichiara di difendere l’ordine pubblico entra in ospedale e produce disordine. Lo Stato che dice di garantire sicurezza entra in corsia e genera paura. È la fotografia perfetta del securitarismo: non protegge, disciplina.

L’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, oppure non vale più

C’è un punto che dovrebbe essere ovvio e invece oggi viene trattato come una provocazione: il diritto alla salute non decade con lo status giuridico. Non esiste una salute “per cittadini” e una salute “per irregolari”. Non esiste un diritto costituzionale a tempo determinato.

L’articolo 32 della Costituzione definisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. E “individuo” significa chiunque. Significa anche chi non ha un permesso. Significa anche chi è destinato a un CPR. Significa anche chi è migrante.

Se passa l’idea che la medicina debba piegarsi alle esigenze della frontiera, allora non stiamo colpendo solo i migranti. Stiamo colpendo il sistema sanitario universalistico. Stiamo dicendo che la cura può diventare un braccio della polizia. E quando succede, il passo successivo è inevitabile: chiunque diventa curabile solo se è conforme.

Perché questa vicenda riguarda tutti

Chi pensa che sia un episodio locale, un fatto di cronaca, un incidente, non ha capito la fase storica.

Questo è un esperimento di governo: testare fin dove si può spingere la repressione, fin dove si può trasformare un diritto in un sospetto, fin dove si può imporre un clima inquisitorio. I migranti sono il bersaglio più facile. Ma non saranno gli ultimi.

Oggi si processa un certificato di inidoneità. Domani si processa un soccorso in mare. Dopodomani si processa un presidio in piazza. La traiettoria è quella: punire chi protegge, intimidire chi cura, colpire chi disobbedisce alla disumanità.

La disobbedienza è necessaria: perché la barbarie è già qui

In tempi normali, la disobbedienza è una scelta. In tempi come questi, è una responsabilità. Perché quando lo Stato pretende che un medico tradisca la propria missione, non sta chiedendo collaborazione: sta chiedendo complicità.

La cura non è un favore. Non è una concessione. Non è un atto negoziabile. È un dovere professionale, un pilastro costituzionale, un presidio democratico.

E se oggi si colpiscono sei medici di Ravenna, non è per ciò che hanno fatto di “sbagliato”. È per ciò che hanno fatto di giusto. È per dire a tutti gli altri: guardate cosa vi succede se non vi adeguate.

Ecco perché bisogna rispondere con una sola parola: solidarietà. Ma una solidarietà che non sia solo emotiva: politica, pubblica, organizzata.

L’appello: cosa si chiede e perché è urgente

L’appello si rivolge ai Presidenti degli Ordini dei Medici e alla FNOMCeO, al Garante Nazionale delle persone private della libertà, alle società scientifiche, alle associazioni che si occupano di soccorso e cura delle persone migranti e all’opinione pubblica.

Chiede una presa di posizione netta degli ordini professionali per difendere l’inviolabilità dell’atto medico da ogni ingerenza investigativa che pretenda di “processare” una diagnosi. Chiede l’intervento del Garante per arginare il clima inquisitorio che rischia di compromettere il diritto alla salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa e il segreto professionale a cui gli operatori sanitari sono tenuti. E soprattutto ribadisce la solidarietà piena ai colleghi coinvolti, che hanno onorato la propria missione nonostante le pressioni.

Sono richieste minime. Ma oggi perfino il minimo diventa un atto di resistenza.

O stiamo con chi cura, o stiamo con chi punisce

Non esiste neutralità in una vicenda come questa. Non esiste “aspettiamo le indagini”. Non esiste “non conosciamo i dettagli”. Qui la questione è già chiara: si sta tentando di subordinare la medicina alle logiche di pubblica sicurezza e di gestione migratoria.

E questo è inaccettabile.

Perché se passa l’idea che curare un migrante “irregolare” possa essere trattato come un reato, allora non stiamo entrando in uno Stato più sicuro. Stiamo entrando in uno Stato più autoritario. Più crudele. Più fragile.

Uno Stato che non cura più. Uno Stato che punisce.

E a quel punto, davvero, la disobbedienza non sarà più una scelta morale. Sarà l’ultima forma possibile di democrazia.

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lunedì 14 aprile 2025

Il clima di guerra rovina tutto, oggi coraggio è la generosità - Franco Arminio

Non so se c’è un male che è solo dell’Italia, un male che ci è cresciuto dentro in silenzio e ora è qui come un collutorio che passa di bocca in bocca, un filo di saliva che dice di una rabbia, di un rancore senza rimedio. Non è una rabbia confinata in un ceto sociale, in una regione geografica, è un uccello che zoppica in ogni palude e quando vola sparge le sue piume in ogni cielo.

È incredibile che non sia messa a fuoco questa grande scontentezza che si coglie in ogni luogo. C’è nelle facce qualcosa di rigido, come se nessuno si sentisse libero, nessuno sentisse di portare la sua vita dove vuole, ma solo può tenerla sull’orlo di un precipizio portatile che ci segue ovunque andiamo. E se qualche ragazzo si suicida o qualche personaggio famoso che cade in depressione, non sono eventi che bastano a farci interrogare veramente sullo sconforto in cui siamo caduti.

Non credo sia una questione politica. Non credo sinceramente ci sia uno sgomento per le guerre in corso. Anzi, le guerre è come se fossero lo sfondo, il contorno, il cuore della questione è la crisi di ognuno, una crisi che è insieme di scontentezza e solitudine, due baratri che si mettono uno sull’altro e quindi raddoppiano il vuoto da colmare.
Non si può chiedere al governo di fare qualcosa, sono vicende che gli esseri umani devono regolare attraverso il gioco della vita. Non è tanto una questione di successo economico e forse neppure di trovare un amore. Il male di cui sto parlando ha toccato l’osso che nessuno ha mai visto, è come se fosse fuori da ogni diagnostica possibile. Ognuno lo sente e ognuno dovrebbe solo provare a pronunciare onestamente quel che sente. Nessuno può venirci in soccorso se non mettiamo a fuoco che siamo tutti in una condizione di emergenza, come se ci fosse caduta una trave sulla pancia dopo un terremoto a cui nessuno ha fatto caso. E la terra continua a tremare e la nostra vita non si aggiusta, è sempre alle prese con qualche disturbo, qualche malessere più o meno grave.

Non possiamo andare tutti in ospedale, anzi, dovremmo diventare noi stessi luoghi di cura, infermieri della nostra comunità. La trave non possiamo toglierla da sopra la nostra pancia, ma solo dalla pancia degli altri. L’unica cura possibile è curare gli altri. Non è una scelta di bontà, siamo obbligati a essere generosi. Chi non lo ha capito è un attardato e può solo farci perdere tempo coi suoi sofismi. Questo è il momento dei coraggiosi. Non è il tempo di quelli che descrivono la luce ma non la danna. Si dia inizio a una nuova stagione, la stagione di chi crede che alla fine dei nostri giorni ci rimane solo ciò che abbiamo dato.

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venerdì 18 novembre 2022

Lavoro, decrescita e cura - Guido Viale

 

In una precedente discussione su lavoro e decrescita all’incontro Venezia 2022 – Le trasformazioni del lavoro – ho insistito sull’importanza di mantenere ferma la distinzione tra lavoro, da un lato, e lavoratori e lavoratrici, dall’altro. Nel linguaggio sindacale e politico spesso si usa il termine lavoro per indicare il popolo di coloro che lavorano, assegnando al primo i meriti e la dignità che spettano solo ai lavoratori e alle lavoratrici, termini a cui si ricorre soprattutto, o quasi esclusivamente, in occasione di conflitti sociali o quando comunque emergono contraddizioni tra chi lavora e i “datori” – ma meglio sarebbe chiamarli prenditori, o succhiatori – del lavoro altrui.

Il lavoro, a partire dal suo etimo in molte lingue, è sempre stato associato alla fatica e alla sofferenza, che non sono venute meno con l’avvento del capitalismo, che ne ha fatto però l’oggetto di uno scambio, in modo che sia il lavoratore stesso ad auto-infliggersele. In regime capitalistico il lavoro non è che un “fattore della produzione”, una “risorsa” del processo di accumulazione, come lo sono, per l’economia classica, la terra e il capitale (la finanza), a cui in tempi recenti è stata aggiunta l’informazione. La sua caratteristica principale è la subordinazione a una struttura gerarchica, anche quando è mediata dal mercato nel cosiddetto lavoro autonomo; e anche quando si svolge all’interno di un organigramma cosiddetto “piatto”, dove chi comanda non manca mai, anche se non si fa vedere. Ma i lavoratori e le lavoratrici non sono “risorse”, anche se è diventata consuetudine chiamarle così, ma persone: sono esseri umani inseriti in una rete di relazioni. Non solo: spesso è proprio il lavoro a ridurre e ostacolare molte delle relazioni di cui si compone la personalità dei lavoratori e delle lavoratrici.

Visto sotto questa luce, il contrario del lavoro è la cura: il primo si svolge solo nel quadro di una struttura gerarchica di comando, diretto o indiretto, mentre la cura può svilupparsi solo in un contesto di reciprocità. Il lavoro è finalizzato all’accumulazione del capitale e svolto per una remunerazione, nel contesto di uno scambio di mercato. Anche l’utilità dei beni o dei servizi prodotti è subordinata alle leggi di mercato: in regime capitalistico si produce solo ciò che genera profitto. La cura, invece, è contrassegnata dalla gratuità; anche quando è la componente aggiuntiva o prevalente di un rapporto di lavoro remunerato,
come accade in (quasi) tutti i cosiddetti “lavori di cura”: dal medico al netturbino, dall’insegnante al giardiniere, dal contadino all’assistente sociale o familiare. La cura riguarda sia le persone, a partire da se stessi, sia le cose, l’ambiente, gli altri esseri viventi, al pianeta; per estendersi anche a ciò che resta al del passato e al futuro che possiamo influenzare.

Il lavoro, quando non è in tutto o in larga parte anche cura, genera frustrazione e impoverisce la persona di chi lo fa controvoglia. La cura invece arricchisce sia chi la riceve – esseri umani, esseri viventi o “cose” – sia chi la presta; ed è per lo più fonte di soddisfazione personale. Un “lavoro di cura” si può effettuare malvolentieri, ma non è cura. La cura vera è sempre il risultato di una scelta volontaria.

Assistiamo da tempo, però, a una tendenza ad assimilare la cura al lavoro (e non viceversa). Innanzitutto, con l’espressione “lavoro riproduttivo”, contrapposta al “lavoro produttivo”: quello che produce reddito, merci, valore, denaro, profitto.

Inizialmente quella espressione era riferita solo alla generazione di nuovi esseri umani, alla loro cura e al cosiddetto lavoro domestico, quelle a cui era tradizionalmente relegata, e lo è tuttora, la maggior parte delle donne. Ma di recente il termine è stato esteso a ogni attività finalizzata alla rigenerazione di una comunità, di un territorio, di una tradizione, di una cultura, del pianeta.

L’intento è quello di attribuire alle attività di cura, a partire da quelle più elementari, la stessa “dignità”, gli stessi “meriti” attribuiti tradizionalmente al lavoro “produttivo” del “breadwinner”: di qui la rivendicazione di un “salario al lavoro domestico”, che in realtà non fa che perpetuare una divisione e una gerarchia di ruoli predeterminati. Il reddito di base, la rivendicazione che sovvertirebbe l’ordine esistente, invece, spetta a tutti coloro che non ne hanno un altro; non a chi fa un determinato lavoro e per il fatto che lo fa.

Il lavoro retribuito produce profitto per il capitalista e “crescita” per la società: cioè, in entrambi i casi, accumulazione del capitale. Il cosiddetto lavoro riproduttivo non lo fa, se non indirettamente, come condizione irrinunciabile del lavoro produttivo. Per questo non viene contabilizzato nel Pil e nei bilanci aziendali, anche se è condizione di entrambi. È evidente che un approccio che mira ad assimilare la cura al lavoro produttivo lascia intatta una divisione dei ruoli propria del patriarcato, sancendo la superiorità del lavoro retribuito, di qualsiasi genere esso sia, rispetto alle attività di cura erogate a titolo gratuito.

Questo approccio ha finito per equiparare al lavoro retribuito anche tutte le attività quotidiane oggetto di rilevazione, elaborazione e vendita di dati da parte dei grandi player del capitalismo delle piattaforme.

Si legittima la rivendicazione di un reddito di base incondizionato non come un diritto universale, quando ce ne siano le condizioni, ma considerandolo la “giusta” remunerazione delle informazioni che ciascuno fornisce alla rete, seppure involontariamente. Ora, a parte che a erogare il reddito di base dovrebbero essere lo Stato o un’entità pubblica, mentre ad appropriarsi e a mettere a profitto i dati che generiamo sono delle società private, questo è solo un altro modo per equiparare la vita quotidiana al lavoro salariato, nel quadro di un mercato, per di più immaginario, che continua ad essere il quadro di riferimento, la gabbia, di tutta l’esistenza.

Nel quadro concettuale definito dalla filosofia e dalle pratiche della decrescita andrebbe invece promosso il movimento inverso: cercare di ricondurre a cura tutto ciò che del lavoro può essere salvato, eliminando progressivamente tutte le attività caratterizzate dall’incuria per gli effetti nocivi che hanno su chi le svolge, o sull’ambiente, o su chi compra o utilizza i prodotti dannosi messi in circolazione.

Si tratta di mirare a una redistribuzione oltre che del reddito, di tutte quelle attività che superino il vaglio di un giudizio di utilità condiviso dai membri di una comunità. Comunità che è interamente da ricostruire, ma alla cui formazione concorre proprio la lotta contro le produzioni e i lavori che fanno danno.

Sia il lavoro che la cura non sono attività isolate dal contesto in cui si svolgono.

Il contesto del lavoro, salariato e no, oggi è quello definito dall’individualismo (ciascuno è “imprenditore di se stesso”), dalla globalizzazione, dall’omogeneizzazione dei comportamenti, dalla massificazione dei consumi, dalla de-territorializzazione del potere decisionale, dalle concentrazioni e centralizzazioni proprie di un’economia fondata sui combustibili fossili. Il contesto della cura, e di una società della cura, è un itinerario conflittuale contro le opere e i lavori inutili o dannosi, per fare spazio alle attività che preservano e migliorano la vita e le sue condizioni: tanto degli esseri umani che del resto del “vivente”. Ma non può essere concepito come un assetto sociale compiuto e pacificato, ancorché futuro, ma solo come un “work in progress” continuamente esposto al rischio di fermarsi o di tornare indietro.

È un processo che implica una deglobalizzazione dei processi e delle catene produttive, la rilocalizzazione di molte attività sia agricole che manifatturiere, la riterritorializzazione dei poteri decisionali, la rivalutazione dei rapporti personali e la riconnessione di ogni comunità con le specificità del proprio territorio.

È un processo, inoltre, che non va pensato in termini gradualistici o omogenei: si potrà sviluppare ora qui, ora là; ora avanzando e ora arrestandosi o facendo un passo indietro: l’importante è salvaguardare, diffondere e sviluppare le esperienze replicabili, in modo che anche quelle temporaneamente sospese siano “semi di germogli futuri”, come scrive il collettivo dell’ex-Gkn. Che già oggi, dopo un anno e mezzo di lotta, con il progetto della “fabbrica pubblica socialmente integrata” e con una pratica concreta, ha messo in campo un modello che unisce l’esigenza di un programma di produzione – un piano industriale – compatibile con l’esigenza di una svolta ecologica radicale al coinvolgimento sociale del territorio – e del suo governo – attraverso l’inclusione e lo sviluppo di iniziative mutualistiche concrete al suo servizio e a una rete di solidarietà e di condivisione di obiettivi e pratiche di livello nazionale che coinvolge un numero crescente di territori e di fabbriche in crisi. È un modello di governo di una lotta destinata a durare e un assetto organizzativo che per molti versi prefigura la strada che tutte le comunità in fieri dovranno percorrere. Ma è anche la sostanza di ciò che occorre per avviare un processo di convergenze fattuali fondate sulla priorità assegnata alle attività di cura.

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sabato 29 ottobre 2022

Se la medicina è prevenzione - Guido Viale

 

Sono membro e uno dei soci fondatori dell’Associazione Laudato sì – Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale, fondata nel 2015, subito dopo la pubblicazione dell’omonima enciclica di papa Francesco. Ciò che secondo noi costituisce il nucleo centrale di questa enciclica, che consideriamo il più importante documento politico di questo scorcio di secolo, è l’indissolubile nesso che vi viene tracciato tra giustizia sociale e giustizia ambientale.

La giustizia non è quiete, ma lotta, conflitto o iniziativa. Che cos’è la giustizia sociale? È il rispetto dei diritti irrinunciabili di ogni essere umano, che presuppone una lotta a fondo contro le macroscopiche diseguaglianze che caratterizzano la società odierna ovunque. E che cos’è la giustizia ambientale? È il rispetto dei diritti della natura o, meglio, del creato e di ogni singola creatura, cioè di ciò che noi laici chiamiamo mondo. Questi diritti corrispondono alle condizioni che rendono possibile la perpetuazione e la rigenerazione di ogni specie vivente e del relativo habitat fisico, climatico e biologico, vista l’interconnessione che lega tra loro tutti gli esseri viventi e questi con una vita umana degna di questo nome.

Questa interconnessione è anche la base del principio One Planet, One Health che segnala la continuità tra la salute degli esseri umani e quella del resto del vivente e del pianeta tutto. Ma è un principio che evidenzia anche il fatto che i confini della persona umana non coincidono con la sua epidermide; che il nostro io, il nostro noi, si estendono ben al di là dei nostri corpi, intersecandosi in modo diretto o indiretto con tutto ciò che ci circonda; mentre il sostrato geologico che ci sorregge, l’aria che respiriamo, l’acqua di cui siamo in gran parte composti e l’esistenza di tutti gli esseri viventi, a partire dai batteri presenti nel nostro corpo e passando per il cibo che la terra produce penetrano ben dentro i nostri organismi.

Se la vera e la più salutare delle medicine è la prevenzione, questa passa necessariamente per la salute dell’ambiente in cui siamo immersi. Non si può essere sani in un mondo malato, aveva ricordato Francesco; mentre la salute (ma questo punto mi vien da dire, soprattutto quella mentale) degli esseri umani, che sono i custodi del creato, è condizione imprescindibile di un ambiente sano: sia a livello locale che planetario.

Questa continuità tra l’essere umano e il mondo che lo circonda comporta una grande rivoluzione culturale rispetto alla concezione del mondo che si è andata affermando con la modernità, che è un termine delicato per nominare il capitalismo. Con essa, infatti, secondo quanto teorizzato da Cartesio, esiste una discontinuità radicale tra l’essere umano e il resto del mondo; tra lo spirito, prerogativa dell’uomo dominatore (implicitamente bianco, maschio ed europeo) e la materia inerte, a cui erano stati ricondotti tutti gli altri esseri che popolano la terra, compresi i “selvaggi”, cioè le popolazioni indigene delle nuove colonie e le donne.

Quella dicotomia viene oggi superata dalla sensibilità, prima ancora che dal pensiero, della cultura antispecista, sempre più diffusa tra una parte consistente delle nuove generazioni, quelle di Greta. Ma la sua storicizzazione, cioè la sua collocazione entro i limiti della cultura occidentale e di una fase specifica della storia umana, è una acquisizione dell’antropologia contemporanea, che ha trovato ovviamente supporto e legittimazione nello studio di numerose culture indigene ancora molto legate all’ambiente naturale in cui si sono sviluppate.

Sono culture, soprattutto quelle dell’America latina, che in parte hanno ispirato anche l’enciclica Laudato sì; cosa resa esplicita dal ruolo che papa Francesco ha attribuito al sinodo sull’Amazzonia.

E viene ovviamente superata, quella dicotomia, anche dal principio One Planet One Health; ma certo non dalla maggior parte delle pratiche mediche in vigore. A un estraneo al mondo medico come sono io lo scarto tra il concetto di One Health e la medicina corrente appare ancora abissale.

La permanenza di una cultura che separa l’uomo dall’ambiente, il corpo umano dalla natura, è probabilmente all’origine dell’attenzione che la scienza medica moderna ha concentrato sulla terapia, sulla cura del corpo malato, a scapito della prevenzione, della cura di ciò che mantiene o altera “dall’esterno” le condizioni di un corpo sano: a partire dal cibo, dall’acqua e dall’aria, temi relegati per lo più ad altre discipline.

Con ciò la medicina della modernità ha rinunciato anche a cercare nell’ambiente naturale i molti rimedi di cui si avvalevano i metodi tradizionali di cura, appannaggio per secoli di saperi femminili stroncati con e contestualmente alla caccia alle streghe che ha imperversato per alcuni secoli in occidente. Oggi la spinta a ricercare nei processi naturali i mezzi per affrontare disagi e malattie ricompare in alcune teorie e pratiche di medicina naturale o tradizionale emarginate, mal tollerate o decisamente esecrate e messe al bando dalla medicina ufficiale.

Ma la farmacologia industriale, con i suoi indubbi successi, ha finito per assumere un quasi-monopolio su gran parte della pratica medica, spesso ridotta a nient’altro che alla prescrizione di farmaci studiati, messi a punto, prodotti e venduti da un pugno di imprese tanto potenti da dettar legge sulla maggior parte dei protocolli terapeutici, a cui ci si riferisce ormai con il termine accusatorio di Big Pharma.

L’isolamento del corpo umano dal suo ambiente ha comportato anche che le pratiche mediche più complesse venissero concentrate in ospedali sempre più grandi e tecnologici, anch’essi sostanzialmente isolati dal territorio e sempre più in mano ai produttori della relativa strumentazione, mentre la medicina territoriale, quella in contatto con le comunità, che per questo potrebbe conoscere meglio i rischi di ogni singolo ambiente è stata progressivamente ridimensionata e deprofessionalizzata.

Ma questo è il modello di sanità che ne rende possibile e promuove la privatizzazione, mentre una medicina territoriale e ambientalista avrebbe bisogno, per svilupparsi, di un controllo diretto delle comunità, possibile solo in un contesto pubblico.

La pandemia ha portato allo scoperto le conseguenze di questa deriva: i fallimenti iniziali, indubbiamente riconducibili a una mancata conoscenza del virus, hanno concentrato gli interventi medici negli ospedali, trasformandoli spesso in focolai di contagio a cui hanno pagato un prezzo altissimo anche moltissimi medici e infermieri. Ma per contrastare il virus sono state scartate importanti soluzioni strutturali come l’acquisizione di maggiori spazi, l’aerazione dei locali, il potenziamento dei trasporti, lo scaglionamento dei turni, ecc, e sono stati imposti presidi estemporanei come mascherine e lock-down, senza tener conto delle loro conseguenze sull’equilibrio psicofisico, soprattutto di bambini e adolescenti.

Sostanzialmente si è ridotto tutto prima all’attesa e poi alla somministrazione dei vaccini. Cioè di farmaci prodotti “all’ultima ora”, mai sufficientemente testati, di cui le imprese produttrici hanno disposto quanto e come hanno voluto, sia in termini economici, trattando in segreto prezzi, quantità e destinazioni – e discriminando gli Stati non in grado di pagarli – sia in termini di informazioni, trascurando, fino allo spreco di altri farmaci già acquistati, ricerca, sperimentazione e pratica di soluzioni farmacologiche diverse dal vaccino che pure stavano dando buona prova.

Così ci sono voluti due anni per apprendere che quei farmaci non proteggevano né dal contagio attivo né da quello passivo (come ha confermato, pochi giorni fa al Parlamento europeo, un’alta dirigente del Pfitzer; ciò che avrebbe reso del tutto inutile l’istituzione del green pass), che la loro efficacia era di pochi mesi e che proteggevano solo dalle forme più gravi della malattia, in parte evitabili se affrontata in tempo. E senza mai varare un’indagine epidemiologica per misurarne efficacia e reazioni avverse, di cui peraltro la maggioranza dei medici è spinta in vario modo a non prendere atto.  

Anche l’ostracismo verso i non vaccinati, soprattutto se medici, ha poi finito per consolidare il monopolio del vaccino a spese di altre terapie nel frattempo validate.

C’è comunque un temine che unisce le attenzioni verso le condizioni che caratterizzano il benessere dell’essere umano, che è il concetto stesso di salute, e quelle che contraddistinguono un ambiente sano, cioè la sua capacità di riprodursi e rigenerarsi. Quel termine è cura. È un termine che non fa solo riferimento alle attività a cui sono professionalmente preposti i medici, perché include soprattutto quelle a cui dalla notte dei tempi sono relegate le donne; tanto che molto spesso la cura viene equiparata al cosiddetto “lavoro riproduttivo”, in quanto contrapposto al lavoro produttivo: quello che produce merci, valore, profitto.

Ma quel concetto include non solo le attività, in gran parte misconosciute, legate alla riproduzione della vita e della famiglia, ma anche quelle ancora più misconosciute, che consistono nel tenere insieme una comunità attraverso una serie di legami informali di cui ci si accorge solo quando vengono meno.

Come succede, per esempio, in quei territori dove una massiccia emigrazione di donne poi addette alla cura di famiglie lontane in qualità di colf o di badanti priva la comunità di quel tessuto che la teneva in piedi: gli uomini rimasti, per lo più in condizioni di dipendenza e di emarginazione non sanno mantenerlo; non sanno prendersene cura.

Ora, di fronte alla crisi climatica e ambientale che incombe su tutta l’umanità, qual è la cura del pianeta a cui si deve dedicare chi intende battersi per cercare di fermare questa deriva? Quella cura è la conversione ecologica: un concetto introdotto nel lessico politico da Alex Langer quasi trent’anni fa e ripreso con forza da papa Francesco nell’enciclica Laudato sì. Badate che i termini transizione e conversione non sono equivalenti, anche quando entrambi si fregiano dello stesso aggettivo – ecologico – e spesso vengono usati in modo interscambiabile.

Transizione ecologica (così come è stata intesa da Roberto Cingolani) è un passaggio destinato a “salvare”, cioè conservare quanto più possibile, non solo l’attuale apparato produttivo – e, conseguentemente, anche le sue produzioni, compresa quella sempre più importante di armi – riducendone l’impatto sull’ambiente. Certo, con le fonti rinnovabili; ma soprattutto con la cattura del carbonio, continuando a usare i fossili, e con il nucleare, che mettono ad alto rischio la salute di tutti. In attesa dell’araba fenice della fusione, che “un giorno”, certo ancora lontano, ci procurerà senza scorie e senza danni tutta l’energia di cui avremo bisogno. “Come fa il sole”, permettendo alla civiltà di continuare la sua corsa lungo il percorso già tracciato della crescita, dello sviluppo e del progresso.

La conversione ecologica è un’altra cosa: più difficile da concepire e ancor più da realizzare, ma più realistica, perché fa i conti con i limiti del nostro pianeta e non chiama in causa solo la necessità di abbandonare una serie di produzioni che fanno male a chi ci lavora, a chi ne subisce gli impatti e a chi ne fa uso. Ma impone anche un diverso stile di vita, improntato alla sobrietà nei consumi, alla condivisione dei beni comuni e al primato affidato alla qualità delle relazioni, non solo con il nostro prossimo umano, ma anche con il territorio e con tutti gli esseri viventi animali e vegetali che lo abitano: cioè al perseguimento della salute, nella accezione larga di un benessere complessivo.

Certamente, come insegnava Alex Langer, perché la conversione ecologica possa affermarsi bisogna che diventi socialmente desiderabile. E certo la cultura dominante, non facilita questo cambio di prospettiva. Ma sarà sempre meno desiderabile anche l’alternativa che ci prospettano i sostenitori della transizione ecologica e, meno ancora, quella dei sostenitori dello status quo, negazionisti della crisi climatica e ambientale nella pratica quando non anche in linea teorica.

Perché ormai è chiaro, e lo sarà sempre di più, che l’alternativa alla conversione ecologica non è un “benessere” fondato su un consumo crescente e diffuso e su un PIL in continuo aumento, ma è un regime sempre più discriminatorio di “austerità”, una disoccupazione e una precarietà crescenti. E poi, la guerra.

Sì, perché invece della conversione ecologica; anzi, per accelerare i tempi della crisi climatica, di cui gli esperti hanno collocato il tipping point, cioè la soglia dell’irreversibilità, al 2030, cioè tra otto anni – e magari per anticiparlo con una ecatombe nucleare – agli impegni assunti al vertice di Parigi e malamente confermati a quello di Glasgow, i “Grandi della terra”, cioè i nostri governanti, hanno deciso di anteporre il ricorso al più antico, e oggi il più distruttivo, sistema per attentare alla nostra salute, al nostro benessere, alle nostre vite: la guerra.


Contributo al convegno di Medicina Democratica

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domenica 7 febbraio 2021

La diseguaglianza più clamorosa - Roberto Ciccarelli

Quando guarderemo indietro al 2020 ricorderemo il mondo organizzato come una piramide. Alla base c’erano 3,8 miliardi di persone poverissime, il cui reddito non superava l’1% della ricchezza planetaria.

Il vertice era stato occupato da un commando di 2.153 super-miliardari che detenevano la stessa ricchezza detenuta da 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale. Era il tempo in cui il 46% di persone viveva con meno di 5,50 dollari al giorno, mentre chi continuava a lavorare nei paesi del capitalismo occidentale diventava sempre più povero.

C’è un’immagine della miniera inferno scattata da Sebastião Salgado a Serra Pelada in Amazzonia che può dare un’idea più precisa.

Migliaia di minatori lottano contro il fango per risalire il cratere della miseria in cui sono sprofondati. Una moltitudine di miserabili che cercano di risalire dal fango arrampicando scale di fortuna, mentre la vetta si allontana sempre di più. Ricordiamo questa immagine: è il capitalismo del XXI secolo.

È questo il mondo rappresentato in «Time to care – Aver cura di noi», il nuovo rapporto sulle diseguaglianze sociali ed economiche pubblicato ieri da Oxfam alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos. È il mondo che sfrutta i molti e mette ricchezze eccessive nelle tasche di pochi ricchi.

È il mondo dove il potere economico è detenuto dagli uomini, la cui ricchezza cresce indipendentemente dal fatto che il valore che aggiungono alla società corrisponde alla ricchezza che accumulano.

Questo capitalismo è «sessista e sfruttatore» si legge nel rapporto. Il dominio di classe e quello patriarcale sono fondati sullo sfruttamento del lavoro di cura non retribuito delle donne alle quali il rapporto Oxfam dedica un significativo approfondimento.

Questo lavoro consiste nel prendersi cura dei bambini, dei malati e degli anziani, svolgere la maggior parte del lavoro domestico, lavorare precariamente ed essere tra l’altro soggette alla violenza sociale e a quella in famiglia. Le donne lavorano ogni giorno 12,5 miliardi e mezzo di ore senza retribuzione o riconoscimento, e dedicano innumerevoli ore in più a un lavoro di assistenza professionale sottopagato.

Oxfam ha provato anche a ipotizzare un valore possibile di queste ore: almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte le dimensioni dell’industria tecnologica mondiale. Sono approssimazioni, utili per dare l’idea dell’eccesso e della sproporzione del potere attuale.

La situazione può essere descritta in termini marxiani, oggi diffusi anche nelle analisi del lavoro di cura: il lavoro di cura è essenziale alla creazione del valore, ma la forza lavoro che lo produce è invisibile. Inoltre le vite e gli stili di vita dei super-ricchi dipendono dalla sua attività. «Questo lavoro non permette di liberare tempo, energie e risorse per poter accedere ad un lavoro retribuito, incide sul tasso di frequenza scolastica delle donne e delle giovani ragazze», sostiene Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam.

Il rapporto si concentra sul continente africano, soprattutto l’Africa subsahariana, ma è chiaro che si sta parlando di un rapporto di potere costitutivo del capitalismo oggi.

Il rapporto formula una critica del «predominio dell’economia neoliberale» fondata sulla deregolamentazione e sulla riduzione della spesa pubblica, mentre assiste complice e impotente alla creazione di monopoli sempre più grandi nei settori del cibo, della farmaceutica, dei media, finanza e tecnologia. La scelta di campo è netta: «Questi monopoli, e i ricchi azionisti che li sostengono, sono responsabili dell’accelerazione della disuguaglianza economica – si legge – Permettono a queste società, e agli azionisti, di estrarre profitti dal mercato e di condividerli tra loro.

Questo alimenta direttamente l’accumulo di ricchezza per pochi, a spese dei cittadini comuni, rendendo ancora più difficile la riduzione della povertà». Circa un terzo della ricchezza miliardaria proviene dall’eredità. Alcuni individui come il presidente Usa Trump ereditano miliardi di dollari.

La ricchezza ereditaria ha creato una nuova aristocrazia che rafforza un potere tramandato da generazioni. I super-ricchi usano il patrimonio anche per pagare meno tasse, impiegando eserciti di consulenti specializzati nell’elusione e nell’evasione fiscale.

«Un miliardario è un fallimento politico». Costruire una società più giusta, libera dalla povertà estrema, richiede la fine della ricchezza estrema, precisa Oxfam. Dal punto di vista di una critica dell’economia politica, il fallimento per una società coincide con il successo del Capitale. Restiamo nell’esigente attesa del tempo in cui «la parte di redentrice delle generazioni future», di cui parlava Walter Benjamin nelle sue tesi sulla filosofia della storia, sarà di nuovo interpretata dagli sfruttati e dagli oppressi. E sarà più facile immaginare la fine del capitalismo, e non quella del pianeta.

Fonte: il manifesto

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sabato 9 gennaio 2021

Le cure fra quelli che stanno in basso - Raúl Zibechi

 

Nei momenti critici affiorano potenzialità che erano nascoste nelle pieghe della vita quotidiana e che risultavano invisibili agli osservatori. Come le grandi mareggiate portano alla vista ciò che restava sotto la superficie, durante le tormente sociali, economiche e politiche, ricompare la potenza dell’azione collettiva e comunitaria.

La pandemia sta mostrandosi non solo come opportunità per coloro che stanno in alto, che vedono aumentare i loro guadagni in forma esponenziale e che fanno avanzare i loro progetti estrattivi neoliberisti, ma anche per coloro che stanno in basso, che rinforzano i legami di solidarietà e portano avanti nuove forme di organizzazione.

I tessuti comunitari che nelle grandi città sembravano essere evaporati, prendono forma in migliaia di iniziative di cure collettive nelle quali il mutuo aiuto e la solidarietà consentono di sopportare i dolori della pandemia di fronte all’assenza degli Stati, sequestrati dalle classi dominanti.

La solidarietà nasce dai vincoli comunitari e dalla vicinanza che la gente ha mantenuto. Secondo un’analisi del Centro Studi Casa dei Popoli: La faccia nascosta dell’ombelico della luna, Città del Messico annovera 765 mercati e 3.150 tianguis (mercati periodici). Spazi di scambio, ma anche di convivenza e socialità, così li definisce un lavoro del Centro Educativo e Culturale Camas de nubes e di Fernando Gonzalez.[1]

Desideravo conoscere come è stata la vita dei tianguis nel corso di questo anno tremendo, come si sono estesi i tessuti comunitari nei barrios e nelle colonias, nei territori dove i settori popolari continuano a condurre le proprie vite in comune contro venti e maree.
In Uruguay nei primi mesi della pandemia si sono costituite più di 700 cucine popolari e mense comunitarie, quando infuriava la disoccupazione e la popolazione che sopravvive nell’informalità era impossibilitata a lavorare. Oltre a ciò sono sorti coordinamenti di mense con la volontà di continuare a lavorare quando l’emergenza avrà termine.

Il lavoro realizzato da un gruppo di docenti e studenti dell’Università della Repubblica e del sindacato dei bancari, strutture comunitarie in tempo di crisi, è riuscito a rintracciare questi spazi e a dialogare con la maggior parte di essi. Il primo dato è la distribuzione geografica, poiché le mense popolari sono nate e continuano ad essere attive nei luoghi storici delle organizzazioni dei lavoratori.
I dati raccolti dicono: ogni mensa funziona, in media, tre giorni e mezzo a settimana, serve circa 180 piatti al giorno e in ciascuna lavorano circa otto persone, in maniera solidale e senza retribuzione. Nel 43% dei casi sono organizzate da abitanti del circondario che si riuniscono appositamente per questo impegno, sebbene la maggioranza avesse precedenti impegni di militanza sociale e di quartiere.

Il tredici per cento delle mense popolari è stato creato da sindacati, collettivi militanti (non dai partiti), centri culturali e cooperative abitazionali o di lavoro. Un certo numero di esse funziona all’interno di club sportivi e sociali nei quartieri popolari e appena una minoranza è legata a partiti, chiese e ONG (meno del 5%).

Più di un terzo di queste iniziative dichiarano l’intenzione di continuare con qualche tipo di attività territoriale, che sia collegata all’alimentazione o ad altre iniziative, sottolineando il desiderio di costruire centri comunitari. Nelle mense dell’Uruguay lavorano in totale 6.100 persone, che possiamo classificare come militanti sociali dei loro territori, una cifra importante in un paese di poco più di 3 milioni di abitanti.

La presenza femminile è di gran lunga maggioritaria (75%), predominano le e i giovani (59%), e una parte considerevole non ha un lavoro stabile, cosa che corrisponde al profilo dell’attivismo sociale nel mondo.
Come dispongono di alimenti? L’80% proviene da donazioni di persone che abitano nel quartiere; il 61% deriva da piccoli commerci (negozietti o chioschi familiari). Le istituzioni e lo Stato partecipano in misura molto minore. La maggioranza delle mense fanno parte di qualche tipo di coordinamento che in generale non va al di là della propria città e di solito è instabile.

Il lavoro sottolinea l’importanza della memoria dei momenti di crisi e dei legami comunitari preesistenti, rinnovati dalle nuove esperienze. In anni recenti abbiamo constatato l’importanza di queste iniziative di base in tutte regioni del continente.

Sulla base di queste constatazioni, mi sembra necessario interrogarsi. Come si fa politica a partire dalle reti comunitarie urbane? Come possiamo collaborare alla loro continuità e potenziare la loro embrionale tensione emancipatrice e anticapitalista? Sento che possono essere una base per costruire qualcosa di più grande, a partire dalla ricostruzione collettiva della vita. Se non lo facciamo, arriveranno i funzionari dello Stato e dei partiti per trasformarli in anelli del capitale.

 

Fonte: «Los cuidados entre los de abajo», in La Jornada, 18/12/2020.

Traduzione a cura di Camminardomandando.


[1] Territorialidades indígenas en la Ciudad deMéxico [Territorialità indigene di Città del Messico], ancora inedito.

 

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martedì 5 gennaio 2021

Prendersi cura è fare politica - Paolo Piacentini

In questi lunghi mesi segnati dalla crisi pandemica ho approfondito alcune riflessioni sul concetto di cura e salute all’interno di una visione sistemica.

Molto inchiostro ho continuato a versare sul tema della prevenzione di cui la conoscenza e la cura sono fondamentali elementi propedeutici. Non può esistere una seria opera di prevenzione se non si torna a riprendere un cammino di conoscenza che va dalla sfera individuale a quella collettiva e di territorio.

 

Prendersi cura delle città

Mentre mi accingo a scrivere questa riflessione le piogge torrenziali e di lunga durata stanno mettendo a dura prova il mio terreno. Ogni mattina la prima azione è lo sguardo attento per capire se l’acqua sta drenando bene, se i piccoli canali di scolo, che la raccolgono e la spostano lontano dalla casa sottostante, assicurano uno scorrimento ottimale.
Nel frattempo nel centro storico di Amelia, situato a pochi chilometri da casa, è franato un pezzo di muro vicinissimo al Duomo ed il piccolo torrente sta per esondare.

Un signore del luogo commenta con tristezza sui social che c’è una causa importante e sono le sempre più frequenti bombe d’acqua, poi ci sono le colpe dei tanti che non curano più il loro piccolo orticello, del comune che non fa pulire i tombini ai propri addetti e via elencando.

Torrenti e fiumi non hanno più la vegetazione ripariale che fungeva da filtro e controllo della velocità dell’acqua.

Il mio amico scrittore appenninico Federico Pagliai, nel suo ultimo libro, racconta di un viaggio immaginario lungo uno dei torrenti delle sue montagne. Seguendo lo scorrere della sua “torrenta” narra di come la conoscenza profonda del territorio e la cura di un tempo portavano ad utilizzare il fiume per i mille usi quotidiani senza sfruttarlo in modo eccessivo.

È di grande emozione la descrizione di come la vegetazione ripariale svolgeva un ruolo fondamentale nel filtrare le acque e di come ne governava un flusso regolare.


Addirittura l’uso produttivo della piccola centrale idroelettrica a valle non stressava più di tanto il fiume e nessuno si è mai posto il problema di non intaccare il minimo deflusso vitale perché non si arrivava ad uno sfruttamento così alto.

I torrenti e i fiumi erano vissuti come elemento vitale che offriva servizi fondamentali alle comunità attraversate.
Di nuovo al centro la cura, che nasceva da una sapienza antica stratificata culturalmente attraverso l’azione quotidiana che considerava una risorsa vitale come l’acqua un bene inestimabile ed inalienabile.

Per carità poi l’acqua i padroni hanno sempre cercato di controllarla e gestirla a proprio favore ma lo sfruttamento di oggi è drammatico e va assolutamente ricondotto ad una corretta e parsimoniosa gestione pubblica.

L’esempio dell’acqua, della sua gestione per prevenire frane e smottamenti e del suo utilizzo sobrio e a beneficio della collettività, è l’esempio più chiaro di cosa può voler dire prendersi cura del mondo che ci circonda.


La cura però non riguarda solo l’acqua, il paesaggio rurale o le aree interne ma va declinata assolutamente nel contesto urbano, dalle piccole città fino alle grandi metropoli. Prendersi cura della città vuol dire partire dalle vie e piazze del nostro quartiere.

 

Come si può avviare il processo di cura verso la città, come possiamo riabitarla in salute coinvolgendo i cittadini?
Elemento fondamentale è il tornare a creare un rapporto autentico e lo si fa riconoscendosi nei luoghi, nello spazio di cui siamo ospiti. Uno degli strumenti di conoscenza è il camminare, è lo sguardo lento e attento per scoprire gli angoli degradati bisognosi di cura come, per altri versi, è l’esplorazione meticolosa delle realtà virtuose che provano a ridare un’anima alla città.


Ha un senso profondo avviare questo nuovo cammino di conoscenza e cura proprio ora che tutti attendono con speranza l’uscita dal tunnel della pandemia attraverso il vaccino o cure miracolose.


La cura di cui abbiamo bisogno non è solo quella farmacologica, perché altrimenti ci culleremmo su falsi allori. Allora non perdiamo questa occasione che ci consegna la storia e costruiamo un nuovo futuro basato su una grande rigenerazione dei suoli, come diceva bene Carlo Petrini, delle persone, delle comunità e quindi dei territori.

 

Cura come progetto politico

È possibile trasformare in progetto politico il concetto di cura nell’abitare un territorio? Credo sia fondamentale.
Cura di sé stessi, degli altri, della comunità, dell’ambiente. Cura come costruzione di salute globale. Non può esistere un sistema in salute se alla base non si pone il principio fondamentale della cura.

Del profondo valore culturale e politico di questo sostantivo femminile forse troppo abusato, ma pochissimo praticato, dovremmo avere maggiore consapevolezza.

Dare centralità alla cura quotidiana delle cose come presupposto che dà senso al nostro essere al mondo è la più grande rivoluzione possibile, quel ribaltamento del tavolo di cui avevo provato a parlare all’inizio della pandemia da Coronavirus.

Se la mattina non vado nell’orto a curare la crescita delle piante non avrò i frutti desiderati, allo stesso modo non posso assaporare il buon vivere in un mondo migliore se non inizio a coltivare, davvero, un rapporto nuovo con me stesso e con l’ambiente che mi circonda, diventando protagonista di quel cambiamento desiderato.

Se pensiamo che il concetto di cura possa appartenere solo alla dimensione personale senza trasferirlo al senso di appartenenza ad una comunità e al territorio che la ospita, vuol dire rinunciare a quella trasformazione profonda di cui avremmo bisogno per vivere in salute.

 

I presupposti per la costruzione di una società più giusta

Partiamo dalla nostra casa, proviamo a sentirla solo come un angolo piccolissimo ed intimo della nostra esistenza quotidiana. Uno spazio vitale in cui raccoglierci nel corpo e nello spirito, in cui coltivare la dimensione più riservata e meditativa una sorta di eremo in cui rifugiarsi senza pensarlo però, parafrasando Adriana Zarri, come un guscio di lumaca.

La casa vista solo come una piccola parte del nostro essere abitanti del mondo. Abitiamo un luogo se entriamo in relazione con esso, se interagiamo da cittadini attivi, se ne riconosciamo i segni. Non basta vivere fisicamente in un determinato territorio, urbano o di campagna che sia, per essere un vero abitante.

Si abita interagendo, riscoprendo un senso di appartenenza, altrimenti rimaniamo forestieri in casa. Abitiamo se vicoli, strade, piazze, giardini, parchi, campagne, fiumi, valli, pendii, boschi, crinali ed ogni parte del paesaggio in cui siamo ospiti, suscitano in noi desiderio di conoscenza e di cura.

Non ha senso racchiuderci dentro le mura di casa per sentirsi protetti da una realtà esterna che invece dovremmo abbracciare come fosse il prolungamento della nostra esistenza.
Se abbandono una casa, un campo, un bosco, se non me ne prendo cura per anni, se la casa cade a pezzi, se i campi un tempo coltivati si riempiono di rovi, è giusto conservare il diritto di proprietà?

La proprietà di un bene dovrebbe presupporre il principio della cura. Non si tratta di praticare l’esproprio proletario ma di riportare nella res – pubblica il principio universale di un corretto uso del territorio.

 

Le nostre città, le nostre campagne ed aree interne sono disseminate di edifici in abbandono, di terreni incolti, di boschi non curati. Se la cura diventa il faro di un progetto politico locale e globale l’abbandono di un bene, privato o pubblico che sia, non è accettabile, soprattutto se l’incuria va a danno della collettività. Cura della persona, delle comunità, dell’ambiente e del territorio sono il presupposto fondamentale per la costruzione di una società più giusta e meno malata.

 

Cura e salute: binomio inscindibile

Se permangono diseguaglianze diffuse nell’accesso ai servizi, se non creiamo le condizioni per una vita più “salubre” capace di determinare un diffuso benessere individuale e collettivo che mette al centro il giusto equilibrio tra bisogni materiali e spirituali non riusciremo ad uscire da quella “normalità” malata denunciata da Papa Francesco in quell’indimenticabile Piazza San Pietro vuota ma carica di energia.

La fase post-COVID è il momento giusto per proporre questa grande rivoluzione copernicana: cura e salute come binomio inscindibile.

La crisi sanitaria ha mostrato la necessità di essere uniti nell’affrontare le grandi emergenze ma anche che la disarticolazione dello Stato a beneficio della frammentazione delle politiche locali e delle privatizzazioni non può garantire la costruzione di una società in salute.

Secondo l’OMS, la salute non è semplice assenza di malattia ma una situazione di benessere che va dalla persona, alla comunità fino ad interessare la cura del territorio.

Siamo lontani, credo, da questi principi quando pretendiamo un approccio solo farmacologico ed ospedalizzante. La medicina preventiva nella sua applicazione pratica mette al centro la cura, un approccio che si misura con la storia di ogni singola persona, ne fa un’anamnesi attenta e la inquadra anche nel contesto sociale ed ambientale.

 

La nuova centralità della medicina 

Franco La Cecla, in un interessante articolo uscito su Avvenire il 9 novembre 2020, riflette con una sana provocazione sul fatto se possiamo considerare la medicina una scienza esatta.

Analizzando il ruolo della medicina nel passato e le considerazioni di alcuni importanti studiosi arriva a collocare la medicina nel novero delle scienze sociali come, ad esempio, l’antropologia.

La sua riflessione-provocazione nasce dall’attuale fase pandemica, in cui anche il confronto tra virologi ed epidemiologi mette in luce quanto la medicina non possieda una verità assoluta.

La medicina può trovare una sua nuova centralità se riparte dalla cura e allora mi piace concludere proprio con un pezzo della riflessione di La Cecla perché è parte del cammino verso un nuovo umanesimo in cui il concetto di cura fa la quadra con quello di salute: «Oggi in piena pandemia sembra che la verità stia solo dal lato degli epidemiologi e che i malati siano numeri da fare balzare sulle cronache o su cui elaborare statistiche e indici.

Ed è il motivo per cui scompaiono caratteristiche culturali, geografiche, ambientali, modi di vivere. Come se la pandemia fosse soprattutto azzeramento della diversità umana. E invece gli infiniti dubbi che questa pandemia ci ha messo addosso partono proprio dalle specificità ambientali, climatiche culturali, sociali.

La carica immunitaria essendo una variabile di infinite caratteristiche di questo tipo. Viene da pensare che la medicina è una scienza sì, ma al pari delle scienze umane e che dovrebbe misurarsi con esse».

*Presidente di Federtrek e studioso di Aree interne

Articolo pubblicato anche sul blog di Labsus.org

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