Visualizzazione post con etichetta Frantz Fanon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Frantz Fanon. Mostra tutti i post

martedì 4 agosto 2026

Sardegna: Mamuthones e tradizione

 

I Mamuthones a Cala Finanza e l’Identità - Francesco Casula 

La presenza dei Mamuthones a Cala Finanza ha riproposto con forza la questione dell’Identità sarda, suscitando un dibattito interessante: anche al di là di posizioni diverse e articolate.

Da parte mia, la pesso goi.

Dobbiamo liberarci definitivamente e al più presto di un’impostazione che riproponga un cliché che la riduce a semplice recupero acritico del passato e delle sue tradizioni o del suo folclore; o a un attributo eterno e immutabile. Provocatoriamente sosterrei anzi che la visione puramente etnografica dell’identità, certifica la morte dell’identità stessa.

Di più: quando ci si interroga sull’identità  – scrive magistralmente il compianto Bachisio Bandinu in La Maschera, la donna e lo specchio, (Spirali editore, Milano 2004) – vuol dire che si sta sperimentando una condizione di disidentità. Si cerca qualcosa che si è già perduta…Si piange il corpo morto e si tesse il manto luttuoso del ricordo e del rimpianto. Opera il fantasma della madre tradizione. Si arreda lo spazio di monumenti, documentazioni, mappature, rituali, tutti timbrati inesorabilmente al passato, secondo una concezione mussale. Si ricostruiscono i luoghi sacri della malinconia. Ricorrenze, ripetizioni e fantasie di rinascita. E’ un lutto senza elaborazione. Così codici e scritture, riti e narrazioni, usi e costumi non prendono la forma del tempo attuale, La fissazione all’oggetto perduto produce le folclorizzazioni che sono delle rappresentazioni mortuarie. 

C’è un enunciato, imperativo e malinconico, davvero sintomatico che ricorre nel discorso sardo: torrare a su connotu, ritornare al conosciuto. Su connotu è visto come uno spazio reale e simbolico di garanzia, ricco di valori è costituito dal patrimonio storico, archeologico, artistico, linguistico e culturale, ma inteso come tesoro da custodire, senza investimento.

Con un aforisma affilato e fulminante, esprime lo stesso pensiero il compositore austriaco Gustav Mahler, scrivendo che “La tradizione deve essere considerata come rigenerazione del fuoco e non come venerazione delle ceneri”. 

   L’identità non è un dato dunque che si contempla: quando ciò avviene vuol dire che il fenomeno è ormai svanito. E neppure semplicemente si studia o si indaga: questo avviene infatti quando essa viene a mancare o si è trasformata in oggetto estraniante. Pensiamo alle lingue morte che sono sempre oggetto di attenzione alla luce fioca dei tavoli accademici, quando “il morto” è sezionato e classificato. O pensiamo alle lingue, le arti, le tradizioni sempre più materia per i nuovi entomologi.

L’Identità dei sardi è così difficile da definire proprio perché dinamica e variabile, fatta di somme e di accumuli e non di sottrazioni successive. Se procediamo per ortodossia totalizzante, e ci mettiamo a sottrarre e a sottrarre, escludendo e tagliando, per riscoprire l’autentico, possiamo arrivare fino a ricondurre la cultura sarda dentro la sua lingua originaria precedente alla romanizzazione.

   L’identità che occorre difendere e rivendicare e far crescere dunque non è quella immobile o primigenia o “autentica”: anche perché l’autoctono puro non esiste. Come non esiste – un terroir identitario sicuro e definitivo, come per il vino. Gli uomini – come le piante – hanno certo “radici”, ma insieme viaggiano, cambiano, sono ibridi, multipli, figli di molte generazioni e di molte culture e di infiniti incontri: influenzati dal sangue e dalla storia tanto quanto dal loro libero mutare, abitare, imparare. Non esistono quindi identità blindate o troppo ingombranti.

 L’Identità che esiste è invece lo specchio fedele di stratificazioni culturali secolari su un potente sostrato indigeno che fa da coagulo (Antonello Satta). 

   Ma non si esprime in un isolato e fermo recupero e cernita di semplici memorie e tradizioni. In genere – ha sostenuto il filosofo americano John Rogers Searle  noi pensiamo alla memoria e dunque all’identità che su questa basiamo, come a un magazzino di frasi e immagini. 

Dobbiamo invece pensare alla memoria e dunque all’identità come a un meccanismo che genera atti contemporanei, inclusi pensieri e azioni, certo basati anche sulle esperienze del passato, ma nei termini accrescitivi di un confronto nel tempo perché è in quel confronto, in quello scambio intersoggettivo che trova la ragione la capacità di conservare ma anche di progettare e di accogliere e di proporre, di ricevere e di dare. Ciascuno è figlio della propria terra ma anche figlio del mondo intero. Occorre partire dal luogo della differenza per riconoscerci e appartenerci e insieme da quel luogo, dal valore della diversità segnata da una storia dissonante e da arresti anche drammatici ma carica di significati millenari: ripartire, muovere per disegnare nel presente la nostra storia futura, il progetto della nostra terra.

   L’identità non è immutabile come un blocco di cemento ma un elemento dinamico. Ogni identità è dinamica, cioè variabile, ci ricorda anche il vecchio Emanuele Kant. E, soprattutto non è definitiva ma è da rielaborare continuamente. Da ricostruire in progress, secondo la logica del bricolage, nella dimensione di un grande blob – scrive Alberto Contu   che crea inedite adiacenze tra segni e simboli delle vecchie certezze e nuovi elementi mobili dai confini elastici. La purezza infatti è l’unico ingrediente che non dovrebbe mai entrare nella composizione del concetto di identità. 

Hitler che era nostalgico di quella famosa purezza della razza, perpetrò il più grande genocidio della storia. Essere identici significa essere unici: l’individuo è unico ma nello stesso tempo somiglia agli altri individui. La nostra diversità sta in questa unicità. Sappiamo da tempo che una identità chiusa e inaridita, perde il suo profumo e la sua anima. Un’identità è qualcosa che dà e riceve. In essa nulla è cristallizzato, definitivo. L’identità insomma è una casa aperta, che si ingrandisce e si arricchisce ogni giorno.

   In quest’ottica – utilizzo ancora l’affilata e pregnante prosa di Bandinu  la tradizione non è un luogo, è il traditur come procedere del tempo. L’elaborazione del passato trova il suo punto di progettazione come investimento nell’impresa del dire e del fare…Il passato non è svelamento magico di un tesoro e neppure contenuto sostanziale di cui appropriarsi. E’ il percorso narrativo del farsi del linguaggio…Non si tratta di fare un cammino a ritroso per abitare la vecchia casa, è piuttosto un percorso prospettico che avvia un modo nuovo del dire e del fare. Il passato come rielaborazione per cogliere la specificità del tempo attuale.

   L’identità dunque non è un dato rassicurante e permanente  ma è quella che diventa fatto nuovo, che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza. 

L’identità dunque si vive, nel segno della contaminazione, del contatto e della creolizzazione e, insieme,dell’appartenenza. L’identità è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro. 

   I veri e importanti elementi di identità che la tradizione ci consegna si perdono se non vengono investiti nell’oggi e nel diverso da noi: in qualcosa che con un termine ambiguo si chiama «il moderno». Anche se è vero che il moderno non ha portato il paradiso in Sardegna, tra industrializzazioni fallite, riforme agrarie nemmeno partite o comunque abortite, globalizzazioni solo patite, spaventose culture dei consumi, devastazioni mediatiche, scolarità degradate… Però hic Rhodus, hic salta: questi sono i problemi che è necessario affrontare, non solo in Sardegna, anche se sulla Sardegna hanno un impatto specifico.

   Ma per affrontarli sono inadeguate le logiche de su connottu. L’identità va resa vera e reinventata giorno per giorno, come la vita: sa vida est naschimentu. E il popolo sardo è tutt’altro che compatto (come in genere il popolo italiano): si tratta di rimetterlo faticosamente insieme, con una ricerca collettiva di senso, che batta ogni paese e ogni campagna ma vada ben al di là dei confini dell’isola.

Se prevale questa convinzione, se vince il fantasma – l’ingombrante sovrastruttura – la Sardegna è tagliata fuori dal mondo, dalla realtà; e anche da se stessa: perché conoscersi e vivere significa confrontarsi con gli altri. 

A mo’ di conclusione

E invece cosa succede in Sardegna? Cosa succede ai sardi e alla loro smemoratezza culturale? Forse che anche per noi sardi non vale la frase del poeta e scrittore preromantico tedesco Edward Young “Nati originali come accade che moriamo copie”?

“Ohi ohi ohi cosa siamo diventati – fa dire Salvatore Niffoi a Bachis, il  protagonista del romanzo La sesta ora – né antichi né moderni, né altri né noi stessi!

Quel fuggire rimanendo incatenati, quel restare col prurito di Ulisse nel culo, era tutto uno stillicidio di sangue che si versava nel limbo del non tempo, altrove e lui non se ne chiamava fuori, anzi: si torturava e s’interrogava, su quel rapporto magico e maledetto che aveva con la sua gente, la sua terra. Un cane randagio era. Un cane randagio che non stava bene da nessuna parte, che non si sentiva a casa né in acqua, né in cielo, né in terra. Che cosa aveva fatto per cambiare le cose ad Ularzai? Niente! E se avesse passato i suoi giorni a tribolare per il suo paese, sarebbe cambiato qualcosa? Di sicuro niente! Forse, quella terra malinconica, i suoi figli li voleva proprio così: che non facessero niente, che capissero fin da piccoli l’inutilità del fare, che tanto è tutto inutile…”. 

O no?

E i Mamuthones a Cala Finanza? Erano al loro posto. Nel posto più adatto. Perché – ripeto –: “L’identità e la tradizione è quella che si trasforma in questione operativa: che diventa progetto e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro”. 

E il sindaco di Mamoiada? Ha torto. Perché, evidentemente, è fuori da questa traiettoria.

da qui

 

Pelle bianca, Maschera nera e le due Sardegne, di lotta e di governo - Ivan Monni

Esistono due Sardegne che non comunicano tra loro: una unionista (autonomista inclusa), l’altra indipendentista e anti-colonialista.

Una parte, per ora elettoralmente maggioritaria (chi si astiene è irrilevante), non è stata scalfita dalle sue convinzioni e continua a sostenere FdI, i 5S, il PD, Vannacci: tutte facce della stessa medaglia coloniale. 

L’altra Sardegna, invece, ha preso coscienza del proprio status coloniale.
Quattro anni di lotta continua, in ogni angolo della Sardegna sono un precedente unico nella storia degli ultimi cento anni, che non può non aver lasciato il segno nella società sarda.

L’intensità crescente della lotta è dovuta alla consapevolezza storica di aver colmato il limite di sopportazione coloniale sotto questa infornata costante di nuove servitù (energetiche, militari, mafioso-carcerarie, minerarie, turistiche, ecc) e il più grande furto di terra sarda.

Torno sulla questione maschere, non con gli occhi del sociologo-antropologo (che non sono) ma dal punto di vista dei simboli nella comunicazione politica.

I simboli sono potentissimi strumenti nella comunicazione: vale per le statue, la toponomastica, gli inni, le bandiere.

Più di una persona ha notato che una parte della squadra spagnola ha avvertito l’esigenza di mostrare la propria bandiera nazionale (dai giornali coloniali italiani definita “regionale”), oltre a quella statale. 

Il sindaco di Mamoiada, Barone, sentenzia contro il gruppo di Mamuthones a Lu Fenosu: “non condividiamo l’iniziativa di singoli che a titolo personale sostengono cause di natura ideologica”. Meditava in silenzio quando le maschere o gli abiti tradizionali venivano utilizzati per il marketing turistico o per compiacere il politico che viene dal continente? Il risveglio improvviso, l’arrocco in difesa, avviene quando tocca il potere italico, inequivocabilmente in decadente putrefazione.

Nell’ultimo congresso di Forza Italia in Sardegna, addirittura gli abiti tradizionali sono stati indossati da cameriere (donne) per servire dolci sardi a quella sagoma di Tajani.

 

La tradizione usata per servire il dominatore. C’è di che vergognarsi profondamente di essere concittadini delle pseudo-persone che hanno ideato quel palcoscenico.

E le maschere, e in generale l’identità usate per la protesta?
Qui il discorso si complica. Vengono usate per lo scontro, non per essere assoggettate e intrappolarle in schemi coloniali.
La tradizione ha la forza di coinvolgere la popolazione in quanto lascito mitizzato delle generazioni passate.
Non agisce sul piano razionale, fa leva sull’istinto. La maschera è parte della tradizione e in essa possiamo riconoscerci come parte distinta e distante dal colonizzatore. 

Scrive Frantz Fanon ne I dannati della Terra (Einaudi), pag. 196:

“Tutto concorre a risvegliare la sensibilità del colonizzato, a rendere inattuabili, inaccettabili gli atteggiamenti contemplativi o fallimentari. Come rinnova le intenzioni e la dinamica dell’artigianato, della danza e della musica, della letteratura e dell’epopea orale, il colonizzato ristruttura la sua percezione. Il mondo perde il suo carattere maledetto. Le condizioni sono riunite per l’inevitabile confronto.

Abbiamo assistito alla comparsa del moto nelle manifestazioni culturali. Abbiamo visto che quel movimento, quelle nuove forme erano legate al maturare della coscienza nazionale. Ora, questo movimento tende sempre più a oggettivarsi, a istituzionalizzarsi.
Da ciò la necessità d’una esistenza nazionale a ogni costo. […]

Nella situazione coloniale, la cultura priva del doppio supporto della nazione e dello Stato deperisce e agonizza. La condizione di esistenza della cultura è dunque la liberazione nazionale, la rinascita dello Stato.”

Concetto che somiglia molto al “genocidio” (tra virgolette) di cui parlava Simon Mossa già negli anni ’60, ribattezzato dall’indipendentismo storico come “genocidio bianco” (che non c’entra nulla con il colore della pelle), e rilanciato nel dibattito presso S’Indipendente da Cristiano Sabino.

Il politologo Carlo Pala definisce l’identità un tesoretto per la causa degli indipendentisti. Certo non deve essere “usata” contro altri popoli per chiudersi, semmai contro lo stato e il potere.

Per Fanon affrontare la questione dell’identità è fondamentale per decolonizzarsi, ma non basta difendere un’identità fissa o del passato. L’identità deve trasformarsi in un progetto politico vivo e aperto e si ricostruisce nella lotta per la libertà, in una nuova elaborazione che si concretizza e sfocia nell’uomo nuovo.

Non si tratta di riconoscere un fantomatico essenzialismo, la cui teoria ormai è rigettata dalla maggior parte degli studiosi. Chi pensa a una Sardegna isolata dalle idee che circolano in tutto il mondo, e che i sardi perpetuino sempre le stesse tradizioni da millenni ha capito poco e pratica un nazionalismo auto-razzista, che teorizza i sardi fuori dal mondo, isolati e arretrati, più o meno come ci narravano con sguardo orientalista i nostri peggiori detrattori.
Ad esempio, gli ideali della rivoluzione francese attecchirono immediatamente in Sardegna, e Angioy e la Sarda Rivoluzione furono il frutto di quella fase che sconvolse il mondo di fine ‘700.

Piuttosto occorre capire le funzioni dei simboli antichi che si rinnovano in nuovi significati, dentro a un’identità non statica.
Non sto sposando la teoria etno-simbolista di Antony Smith, dico solo che alcuni pezzi del suo impianto teorico spiegano la realtà meglio di altre.
nuraghi hanno assolto a varie funzioni nella storia, nel loro riutilizzo come templi o fortezze, dimora del capo, vedette, granai, tombe, mete turistiche. Oggi hanno trovato una nuova funzione nel preservare il territorio dall’assalto degli speculatori dell’energia.

D’altronde, anche il Carnevale non ha più lo stesso valore simbolico di un tempo, in una società sempre meno contadina e superstiziosa, rispetto a quella che invocava la pioggia chiamando Maimone.

Il punto è che i simboli hanno la capacità immediata di fare presa, più di mille ragionamenti e spiegazioni. Questo non significa negare le questioni economiche e sociali, che vanno affrontate con studio e organizzazione.

Significa caricare con la forza culturale le questioni materiali concrete, fornendo un frame cognitivo implicitamente e istintivamente sardo che si ponga contro la classe politica coloniale italica tutta, rispetto al gioco delle parti tra destra e sinistra italiana. È un indipendentismo istintivo, razionalmente irrazionale.

La questione culturale si incrocia con la questione ideologica: la lotta indipendentista deve essere di classe o nazionale? Già Simon Mossa risolse la questione, sovrapponendo e identificando la questione di classe con quella popolare sarda. I sardi sono sfruttati e sottomessi da secoli. Siamo i subalterni della storia, per lo storico americano John Day siamo una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo.
Da un lato i sardi oppressi, dall’altra il colonizzatore italiano. In mezzo sa borghesia compradora, i vari “Barone”, o il sindaco di Ploaghe Giammario Busellu che approva il repowering della ERG a Saccargia perché “totalmente convinto”.

Da questo punto di vista, l’alleanza tra comitati e l’Unione Sarda per salvaguardare il territorio dell’isola, culminata con la Pratobello24, altro non è stata che un’alleanza di scopo tra il popolo e una parte della borghesia sarda (Zuncheddu e il Gruppo Unione) contro un altro pezzo di borghesia (che fa capo a De Pascale, Nuova Sardegna, Fondazione di Sardegna, F2i) che sostiene l’estrazione coloniale pilotata dall’Italia. La prima controparte cui scontrarsi non è l’Italia, ma quella parte di Sardegna che sostiene l’Italia.

Se la borghesia sarda assumesse come propria la responsabilità di una lotta anticoloniale che culminasse con il “taglio della testa al re”, probabilmente si innescherebbero altre dinamiche politiche, nel post-indipendenza.
Temo che la borghesia sia più interessata al sottopotere che garantisce appalti e favori e al mantenimento dello status quo.

Certo che non si può stare solo sulla difensiva, e occorre una proposta politica alternativa che sfoci in un nuovo assetto istituzionale sardo e in un cambio di paradigma sugli aspetti economico-sociali, iniziando dalla redistribuzione della produzione dell’energia, sottraendola alle multinazionali per restituirla alle comunità.
Il rilancio di Omar Onnis della confederazione di un “blocco storico” di partiti, comitati e associazioni, riprendendo la proposta di un’agenda comune di Riccardo Pisu Maxia, va in quella direzione.

da qui