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lunedì 18 aprile 2022

Verso un’abbondanza frugale. Gaia e l’umanità: esperimento in corso - Elena Camino

  

Verso un’abbondanza frugale… vi proponiamo una riflessione e una iniziativa: 5 seminari con i contributi dei/delle partecipanti

Limiti alla crescita: la svolta necessaria

La situazione mondiale è critica: la popolazione umana ha raggiunto la cifra di 8 miliardi, e il suo impatto sul pianeta ha alterato i processi e le dinamiche del nostro pianeta a tal punto, da innescare una trasformazione dell’ecosistema globale. Dopo un lungo periodo di stabilità, Gaia sta cambiando, con modalità e con tempi a noi ignoti: cambia il clima, la composizione dell’atmosfera e degli oceani; cambiano i profili delle coste, mutano le relazioni tra i viventi e i rapporti tra i viventi e la componente ‘artificiale’ costruita dagli umani.

Nei millenni è andata crescendo la consapevolezza delle conseguenze negative che le attività umane possono provocare nei sistemi naturali che ci ospitano, e da parecchi decenni sono disponibili anche conoscenze scientifiche che documentano i profondi cambiamenti in atto a livello globale, e forniscono indicazioni per evitare il collasso dell’umanità.

In un report scritto nel 1972 (Limits to growth) alcuni grafici illustravano le previsioni per i decenni futuri, a seconda delle scelte politiche ed economiche mondiali del presente. Se tali scelte fossero continuate immutate, era previsto un collasso globale tra il 2000 e il 2050. 

Quel momento è arrivato. Che cosa può fare la società civile? E la gente comune, che non ha in mano le leve del potere?  

La guerra come acceleratrice di collasso

Quando abbiamo iniziato a pensare a questi Seminari non era ancora ‘scoppiata’ la guerra. Il conflitto violento (improvviso ma forse non inaspettato…) ha messo in luce l’insostenibilità delle scelte politiche, economiche, sociali e ambientali che hanno caratterizzato le relazioni internazionali dalla fine della seconda guerra mondiale. Dopo tante guerre preparate, armate e combattute lontano dall’Europa, la violenza si sta manifestando anche qui – vicino a casa nostra. I media ci offrono giorno dopo giorno uno spettacolo tragico di sofferenza e distruzione, accerchiandoci.  Tra gli attori coinvolti non ci sono solo le persone e le armi: lo ‘sfondo’ lo scenario che pensavamo come uno sfondo immobile e irrilevante, ha preso vita, e partecipa all’agonia. Nelle zone bombardate il suolo è coperto di macerie, l’acqua inquinata, l’aria irrespirabile. Gli alberi sono scorticati, gli animali uccisi o scomparsi. Intorno si irradiano veleni, in cerchi sempre più vasti, saldando i disastri locali con il degrado globale.

Per chi avesse occhi e cuore per capire che cosa sta succedendo, lo spettacolo della guerra in atto avrebbe una grande valenza pedagogica: la produzione, il commercio, l’uso e lo ‘smaltimento’ delle armi sono attività che contribuiscono in modo molto efficace al cambiamento climatico e alla trasformazione del nostro pianeta: richiedono materie prime preziose, che si ottengono sventrando montagne e soffocando le proteste delle comunità locali; i luoghi di produzione – in cui vengono portati con lunghi viaggi dai luoghi di estrazione – richiedono poi grandi quantità di energia per l’assemblaggio. Sempre più potenti e sofisticate, le armi devono poi essere sperimentate in laboratori e poligoni di tiro, prima di essere avviate – con altri lunghi viaggi – ai luoghi di destinazione. Dopo l’uso le armi (dai fucili ai carri armati, dai missili alle pallottole), ormai inutilizzabili, vengono abbandonati. Pochi sono riciclati per nuove azioni di violenza. 

Vogliamo coinvolgervi!

Oltre all’azione politica e alle scelte individuali, per contrastare la violenza dilagante si può avviare (o proseguire) una trasformazione contemporaneamente interiore e collettiva, che ci aiuti a

  •  smascherare le narrazioni e i miti che alimentano la visione dominante e impediscono il cambiamento;
  • suggerire prospettive e visioni nuove e creative, in grado di offrire orientamenti per una convivenza armoniosa dell’umanità in Gaia.

Vi proponiamo di riflettere insieme su alcuni temi, con una serie di conversazioni con persone che ci aiuteranno nel dialogo. Per chi lo desidera, tali conversazioni saranno precedute, e seguite, da due iniziative:

  • la prima sarà una raccolta di suggerimenti e aspettative scritte da voi, che vi invitiamo a inviarci al più presto insieme alla vostra iscrizione al percorso: ci aiuteranno nella preparazione degli incontri. Come potete leggere scorrendo la scheda sotto e raggiungibile anche mediante questo link, al titolo di ogni incontro sono associate alcune parole e frasi: le consideriamo come spunti per stimolare da parte vostra intuizioni, associazioni di idee, suggerimenti da comunicarci per orientare il dialogo;


  • la seconda iniziativa sarà un incontro conclusivo in cui cercheremo di individuare alcuni possibili ambiti di impegno (personale, professionale, collettivo), come orientamento all’azione. Inoltre potrebbero emergere altri temi sui quali eventualmente proseguire in futuro la riflessione tutti insieme.

Aspetti organizzativi

Tutte le conversazioni si svolgeranno dalle 17 alle 20, in presenza e in remoto, e saranno registrati. A chi lo desidera sarà rilasciato un attestato di frequenza.  

INFO per insegnanti: sulla Piattaforma SOFIA questo ciclo di incontri (riconosciuto dal MIUR) è identificato con la sigla ID 71598.

INFO per studenti universitari: a essi/e (previo accordo con i loro docenti) potranno essere riconosciuti dei Crediti Formativi.


L’iscrizione è obbligatoria per tutt*.
Le/i partecipanti sono vivamente invitat* a contribuire al rimborso spese (segreteria, spazi, gestione informatica) con un’offerta libera.


Il programma degli incontri

Giovedì 12 maggio
Parole che costruiscono mondi: l’importanza del linguaggio e dei linguaggi nel definire il mondo e nel descrivere/collocare se stessi nel mondo
Ad accompagnarci su questo tema ci sarà Martin Dodman (Università della Valle d’Aosta)

Lunedì 6 giugno
Materialità, limiti e potenzialità dell’infosfera: artefatti incorporati nelle pratiche sociali e intrisi di significato sociale
Ci guiderà Norberto Patrignani (Politecnico di Torino)

Lunedì 4 luglio
Abitare il selvatico: pratiche di cura e convivenza interspecifica
Ci accompagnerà Alice Benessia (
Fondazione Pianpicollo Selvatico)

Lunedì 12 settembre
Limen – limes: “normalizzare” le migrazioni. Climi ostili tra ordinario ed eccezionale. Spostamenti forzati e disuguaglianze.
Sarà con noi Maria Perino (Università del Piemonte Orientale).

Data da stabilire
Incontro conclusivo
 (con o senza ‘accompagnatori/trici, da decidere insieme ai/alle partecipanti)

Testimonianze e riflessioni 

Dopo l’incontro conclusivo ci piacerebbe lasciare una traccia scritta di questa esperienza collettiva, con la stesura di uno o più articoli che documentino gli aspetti che saranno risultati più significativi, non solo per condividerla con chi ha partecipato all’esperienza e ai lettori interessati, ma anche per comunicarla a una cerchia più ampia: il mondo accademico, le associazioni ambientaliste e nonviolente, i giovani attivisti di XR e FFF, le scuole…

Intendiamo in tal modo promuovere, comunicare e valorizzare varie forme di dialogo: tra ambiti disciplinari diversi; tra ‘esperti’ e ‘dilettanti’; tra ricercatori, studenti, attivisti. 

Il dialogo può favorire le sinergie, e dare forza a forme di pensiero e a strategie di azione in grado di contrastare le forme di violenza attualmente dominanti, per proseguire con crescente armonia l’esperimento dell’umanità su Gaia.

“Vision without action is useless. But action without vision is directionless and feeble. Vision is absolutely necessary to guide and motivate action”

(Donella H. Meadows, Jorgen Randers, Dennis Meadows, Limits to Growth: The 30-Years Update, Chelsea Green Publishing, 2004).

Questo progetto nasce dalla collaborazione tra il Centro Studi Sereno Regis, il Centro Interuniversitario IRIS e la rivista scientifica internazionale Visions for Sustainability

da qui

giovedì 26 agosto 2021

I conflitti ambientali e il bluff dell’economia circolare - Elena Camino

 

3.492 pallini sulla carta, indicatori di altrettanti conflitti ambientali segnalati e descritti dall’Environmental Justice Atlas (EJ Atlas),  uno straordinario archivio, tuttora ‘in progress’, che dagli anni ’70 del Novecento segnala al pubblico storie di comunità che in tutto il mondo sono impegnate nella difesa dei loro territori – terra, acqua, foreste, aree di pesca, fonti di  vita e di sussistenza – contro attività estrattive e contro azioni che provocano gravi impatti ambientali e sociali: miniere, dighe, coltivazioni intensive, inceneritori, estrazioni di combustibili fossili, aeroporti, ecc.  

L’EJ Atlas si propone di rendere visibili le ragioni di queste comunità e di descrivere le lotte intraprese per ottenere giustizia ambientale. Intende anche servire come spazio virtuale per mettere in contatto comunità che sono impegnate in situazioni simili, per fornire a ricercatori e attivisti informazioni utili per la ricerca e l’azione, per aumentare la consapevolezza dei consumatori che – involontariamente o per leggerezza – contribuiscono ad alimentare gli atteggiamenti predatori delle grandi corporation.     

Le mappe collaborative dell’EJ Atlas costituiscono una sfida alla cartografia dominante, che spesso propone l’ambiente come uno spazio punteggiato da risorse strategiche, dando per scontato che la loro gestione e sfruttamento costituisca l’interesse principale delle politiche locali. L’Atlante sposta invece l’attenzione dagli aspetti puramente economici alla dimensione del controllo e della gestione dei ‘beni ambientali’. Dà voce alle vittime della violenza esercitata dagli esecutori di un modello di sviluppo iniquo; ai morti, ai criminalizzati, ai feriti, agli impauriti, agli sfollati che nella narrativa dominante non hanno voce, o che addirittura non sono considerati come soggetti.

Un crescendo di conflitti ambientali

Via via che aumenta la pressione verso l’ambiente da parte delle industrie che estraggono risorse e scaricano rifiuti, e vengono invase aree più periferiche del pianeta, dove ancora sopravvivono economie di sussistenza, si moltiplicano i conflitti. È ormai evidente che non si tratta semplicemente di conflitti per specifiche risorse o per inquinamenti / danneggiamenti locali: essi esprimono – come si usa dire adesso – l’intersezionalità di problematiche agricole, squilibri di genere, relazioni città/campagna, salute pubblica, discriminazione razziale… Sono conflitti causati da una iniqua distribuzione degli spazi e degli usi dei beni ecologici.

L’economia classica e ancor più la moderna economia neoliberista, che tendono a ridurre la complessità dei conflitti a dinamiche di mercato, esternalità, compensazioni monetarie, si trovano sempre più di fronte ad attori sociali che mettono in campo sistemi di valori diversi. Contestano la narrativa dominante che da secoli accompagna l’affermarsi delle strutture istituzionali e delle relazioni di potere del sistema militar-industriale capitalistico.

La dimensione del sacro, i diritti della natura e dei popoli indigeni, i valori estetici ed ecologici, il ruolo della conoscenza esperienziale… i cosiddetti conflitti ‘ambientali’ chiamano ormai in causa tutte le dimensioni del contesto ambientale e delle relazioni socio-culturali. Mettono allo scoperto l’inconciliabilità di visioni del mondo e di senso della vita tra una minoranza predatrice – che sta causando irrimediabili danni alla trama della vita che ci sostiene – e una maggioranza impoverita, che subisce una doppia violenza, sia diretta e locale, sia globale, provocata dai cambiamenti climatici innescati nell’intero pianeta.

I confini estremi della Terra

Dagli anni ’70 del secolo scorso ad oggi l’invasione degli spazi più remoti del mondo si è ormai compiuta. La presenza umana, e la presenza di ‘manufatti’ e di prodotti dell’attività umana, sono rintracciabili in ogni angolo del pianeta. Non c’è più luogo ‘incontaminato’ sul pianeta. E’ stata proprio la ricerca di ‘risorse’ con le quali alimentare i processi di trasformazione che sostengono le moderne società, e la ricerca di ‘pattumiere’ dove smaltire la crescente quantità di scarti e di rifiuti dell’economia lineare ad aver alterato profondamente e irreversibilmente la nostra casa comune: la biosfera, il substrato abiotico sul quale essa si è sviluppata nel corso di miliardi di anni, e persino aree sempre più estese dello spazio intorno alla Terra, il cyber-spazio colonizzato grazie al crescente sviluppo della tecnosfera.

L’invasione prepotente ai luoghi più remoti del mondo ha messo in pericolo, decretandone spesso la morte, tante comunità umane, ambienti naturali, grandi foreste, popolazioni animali, nicchie e habitat, luoghi viventi di biodiversità. Tutti irrimediabilmente distrutti.   Le frontiere fino alle quali si sono spinte le ruspe, le trivellazioni, le dighe e le rotaie, le irrorazioni chimiche e le discariche di rifiuti tossici coincidono ormai con i margini di Gaia, la nostra terra vivente. E in tutto il mondo i conflitti ‘ambientali’ sono diventati questioni di vita o di morte per tutti coloro che – loro malgrado – sono stati coinvolti inesorabilmente dall’avanzata di predatori intenti alla trasformazione del naturale in artificiale: dalle miniere ai prodotti ai rifiuti, utilizzando le riserve energetiche accumulate sottoterra nei tempi geologici, e disperdendo gli scarti nell’atmosfera e negli oceani.

Frontiere abbattute

Il sistema economico tuttora dominante ha a lungo ‘esternalizzato’ i suoi impatti negativi, scaricandone gli effetti sulle periferie ambientali e sociali, sulle popolazioni marginalizzate e sui luoghi lontani dalla vista e dagli interessi delle minoranze privilegiate. Ma arrivare ai confini estremi significa che questi impatti non si possono più nascondere. Le violenze contro le comunità e gli avvelenamenti degli ambienti emergono all’evidenza e finiscono per coinvolgere tutti. L’intera biosfera reagisce alle trasformazioni globali che le sono state imposte. La globalizzazione del sistema economico ha portato con sé la cancellazione di confini naturali che delimitavano ambienti diversi, e consentivano alla biodiversità di fiorire, alle fasce climatiche di differenziarsi, ai diversi habitat di conservare le loro peculiarità, alle comunità umane di costruire culture e linguaggi.

A innescare la drammatica situazione sanitaria provocata dal COVID-19 è stata probabilmente la ‘forzatura’ di uno dei confini che regolavano le relazioni tra umani e altri viventi. La continua erosione degli spazi di vita degli abitanti non umani ha costretto animali selvatici (e con loro varie coorti di parassiti, batteri e virus) ad avvicinarsi all’uomo, causando un crescendo di ‘salti di specie[1]’ con conseguenze imprevedibili e potenzialmente devastanti, di cui l’attuale pandemia è solo un esempio.

Il nostro pianeta sta dunque cambiando. Innescate dall’azione umana, si stanno manifestando trasformazioni globali, con esiti che solo in minima misura possiamo cercare di prevedere. Ma ci manca l’immaginazione per intuire come evolverà l’avventura della Terra.  Le scelte compiute da una piccola parte dell’umanità negli ultimi due secoli hanno messo in moto un processo che coinvolge tutti gli abitanti del pianeta (gli Earthlings, come li chiama lo studioso Bruno Latour con una parola difficilmente traducibile, forse ‘figli della Terra’?). Impossibile tornare indietro. Ma forse è possibile intraprendere a livello globale delle azioni in grado di rallentare il processo? Almeno di ridurre il nostro impatto?  Le strade sicuramente da intraprendere non mancano:

  • L’abolizione immediata degli apparati militari e delle guerre;
  • Una drastica trasformazione degli stili di vita della minoranza ricca e consumatrice; sicuramente un rapido passaggio da un modello di società basato sui consumi a un modello basato sulla frugalità e la sufficienza;
  • Scelte politiche basate su equità e giustizia…

Molti sono i suggerimenti, ma non vengono ascoltati.

La soluzione tecnologica e la circolarità dell’economia

Purtroppo la fiducia umana nelle soluzioni ‘intelligenti’ offerte dalla tecnologia non conosce limiti. Dalle mega-dighe che hanno devastato i bacini fluviali dei maggiori fiumi del mondo agli allevamenti intensivi di animali che stanno favorendo inaspettati salti di specie; dall’utilizzo sempre più spregiudicato dell’energia nucleare (le cui scorie sono ineliminabili) fino all’ invasione elettro-magnetica dello spazio circumterrestre. La visione del mondo del potere dominante non conosce ripensamenti. Le inaspettate disponibilità finanziarie messe in campo per affrontare la crisi globale socio-sanitaria-economica in cui siamo sprofondati hanno stimolato nuove fantasie. Le potenzialità dell’intelligenza artificiale e della robotica si intrecciano con la crescente inconsapevolezza e avidità di chi le ha progettate.

Tra le proposte meno fantasiose, quindi in grado di trovare qualche adesione nell’ingenuità del pubblico, vi è quella di trasformare l’economia da processo lineare a processo circolare. “In effetti abbiamo compiuto qualche errore, sottovalutato qualche aspetto” – sono disposti ad ammettere gli economisti – “ma possiamo rapidamente e facilmente rimediare. Trasformiamo il flusso lineare (che parte dall’estrazione di risorse a produzione di rifiuti) in un ciclo chiuso, in cui la materia si riutilizza continuamente, eliminando quindi contemporaneamente l’estrazione e l’inquinamento”.

L’intersezionalità tra economia, ecologia e giustizia

Torniamo all’argomento iniziale di questo articolo: l’Atlante dei conflitti ambientali. Lo studioso che negli anni ’70 del 900 ha dato avvio alla ricerca e alla documentazione che hanno permesso la costruzione di questo Atlante è un economista: Joan Martinez Alier. Laureato in Economia a Barcellona nel 1961, ha trascorso alcuni anni all’estero per poi rientrare in Spagna nel 1975, presso il Dipartimento di Economia e Storia Economica dell’Università Autònoma de Barcelona. Ha insegnato anche in prestigiose università internazionali (Oxford, Stanford, Yale). Il suo contributo – sia teorico sia applicativo – integra approcci ecologici con quelli orientati allo sviluppo e alla giustizia. Ha ricevuto premi importanti per la qualità dei suoi contributi alla fondazione dell’economia ecologica, per la sua analisi pionieristica delle relazioni tra economie e ambiente, per il suo approccio interdisciplinare e comparativo e il suo ruolo attivo nella promozione della giustizia ambientale.

È stato lui a dare avvio alla raccolta di documentazione per la costruzione dell’Atlante della giustizia ambientale. Ha anche messo in evidenza le responsabilità etiche del modello di sviluppo liberista; un modello caratterizzato da manifestazioni di violenza diretta e indiretta verso le comunità umane e l’ambiente. Anche se da tempo ha lasciato il suo ruolo professionale, Joan Martinez Alier è tuttora impegnato nel divulgare i risultati dei suoi studi e nel difendere i diritti delle popolazioni impegnate in conflitti ambientali. Ne è testimonianza un suo recente articolo di riflessione critica sull’idea di ‘economia circolare’. La sua riflessione tiene insieme ciò che l’economia liberista continua a tenere separati: la competenza scientifica, il rispetto dei diritti e il senso di giustizia.   

Il ‘gap’ della circolarità

Il concetto di economia circolare implica che le risorse per le attività produttive siano sempre più attinte all’interno dei passaggi intermedi di trasformazione; e che grazie al riuso e al riciclo dei materiali si riducano gli impatti ambientali. L’input di energia arriverà dal sole dicono gli economisti – e gli scarti diventeranno risorse da immettere, grazie alle tecnologie più moderne, in un ciclo virtuoso.

Tuttavia è stato da tempo dimostrato che l’economia industriale non è circolare, ma entropica. Vale a dire che non può funzionare se non estraendo nuove risorse e producendo nuovi rifiuti.   Il semplice schema circolare proposto dagli economisti che omettono le frecce che indicano entrate e uscite è sbagliato.  La ‘giostra’ tra produttori e consumatori ha bisogno di energia (input) per girare. Non solo: non tutti materiali possono essere riciclati, quindi esistono sempre anche scarti (output) non eliminabili. I dati sperimentali lo confermano. Una recente pubblicazione segnala che l’economia dei 27 Paesi dell’UE ricicla intorno al 12% dei materiali (dati del 2019). La concentrazione di CO2 (uno dei ‘rifiuti’ rilasciati in atmosfera), che era di 320 ppm nel 1960, ha raggiunto il valore di 415 ppm nel 2020, e sta avviandosi a raggiungere i 450 ppm nel 2050.  

Come mai non si riesce a ‘chiudere il cerchio’? Martinez Alier (riprendendo numerosi studi degli ultimi decenni) osserva che il basso livello di circolarità ha molte cause, di cui due principali:

  • la prima è che il 44% del materiale trasformato (i combustibili fossili) viene usato per fornire energia, che viene dissipata quindi non si può riciclare;
  • quanto alla seconda, gli stock socio-economici (cioè l’ambiente costruito, edificato) continuano a crescere. In un primo tempo richiedono energia e materia e per la costruzione. Successivamente continuano ad aver bisogno di energia e materia per la manutenzione e l’operatività.

Le ‘grandi opere’ sono un chiaro esempio di scelte non cicliche, insostenibili dell’economia.  Ma anche in un’economia industriale che non cresce gli ambienti costruiti richiedono senza sosta energia e materia per funzionare e non deteriorarsi. Il mondo artificiale consuma!!  Questo modello di sviluppo, che privilegia l’artificiale a scapito del naturale, continuerà ad aver bisogno di nuovi rifornimenti di energia e di materiali.

Dai dati a disposizione risulta che nel 2017 la percentuale globale di materia riciclata è stata dell’8,7%. Se meno del 10% della materia (incluse le risorse energetiche) è stato riciclato, da dove arriva il restante 90%?  Questa domanda permette di riconnettere l’economia alla società, all’ambiente, alla giustizia, e di riconoscere l’intersezionalità dei conflitti ambientali. Nel 2017 sono state estratte 92Gt di ‘nuove’ risorse provenienti dalle ‘commodity frontiers’, le frontiere lungo le quali continuano ad essere estratte le materie prime; continua anche a produrre scarti e rifiuti, che sono riversati in singoli luoghi e nelle grandi ‘pattumiere’ globali, l’atmosfera e gli oceani.

Non c’è dubbio quindi – sostiene Martinez Alier – che senza un radicale ripensamento dell’economia e del modello di sviluppo si manifesteranno nuovi conflitti ambientali, aggiungendosi alle migliaia già documentati dall’EJ Atlas. Ed è quanto sta succedendo. Le frontiere dell’estrazione e le frontiere degli scarti vedono intensificarsi i saccheggi, gli atti di espropriazione, le devastazioni dei luoghi di vita, che aumentano di dimensioni e profondità con la complicità di tecnologie sempre più potenti e invasive.

Basta alla teoria della Terra piatta!

Secondo Martinez Alier un’economia perfettamente circolare è impossibile da realizzare in un sistema industriale e dovremmo smettere di fingere che questo sia un risultato raggiungibile. Bisogna smettere cioè di promuovere l’illusione che l’iperconsumo e ipermaterialismo possano continuare per sempre come purché i consumatori gettino i loro rifiuti nel cestino giusto. Infatti, suggerendo che il riciclaggio può essere efficace al 100% e neutrale per il clima, questo discorso sta scoraggiando opzioni più realistiche e concrete. Cioè rifiutare e ridurre.

Secondo Giampietro e Funtowicz l’idea della circolarità dell’economia è una “leggenda popolare” che nega la scomoda verità dell’impossibilità di disaccoppiare il funzionamento dell’attuale sistema industriale dai flussi di energia e materia in entrata e in uscita dal sistema Terra. Questi Autori tracciano un parallelo tra il mito dell’economia circolare e la credenza medioevale della Terra piatta: secondo loro sono entrambe forme di “ignoranza socialmente costruita” per mantenere lo status quo e l’autorità delle élites egemoniche. Sono credenze che rendono difficile prendere atto e accettare la necessità di passare a una società post-crescita e post-capitalista.

Combinando le conoscenze dell’economia ecologica, dell’ecologia industriale e dell’ecologia politica, Martinez Alier (e molti studiosi che si sono occupati di questo tema) conclude  che il “gap di circolarità”, ovvero la necessità per l’economia industriale di ottenere materiali ed energia “freschi” in ogni momento, è la causa principale del grande e crescente numero dei conflitti di distribuzione ecologica: quei conflitti che drammaticamente continuano ad aumentare, e di cui l’EJ Atlas testimonia le tragiche conseguenze umane, sociali  e ambientali, ponendo la società opulenta, le istituzioni, le grandi corporation… e tutti noi di fronte a responsabilità sempre più pesanti.


Nota

[1] Spillover è il termine con cui si indica il salto di specie; è anche il titolo di un libro straordinario, scritto da David Quammen nel 2012 e tradotto in italiano nel 2014 da Adelphi. Il libro anticipa molte delle circostanze e delle problematiche emerse poi dal 2019 ad oggi. 

da qui

lunedì 26 aprile 2021

A quando un nuovo patto tra scienza e società? - Elena Camino

 

Piuttosto che affermare a gran voce di conseguire la verità, peraltro difficilmente conseguibile, la pratica scientifica dovrebbe ammettere incertezza e ignoranza, esercitare un giudizio etico e una riflessione epistemica, e assicurare per quanto è possibile che siano i bisogni della società a guidare i progressi delle scienze, anziché la scienza a presumere di saper condurre la società.

(Jasanoff, 2009)

 

In questo articolo presento una specie di ‘studio di caso’: si tratta di una sequenza di decisioni via via modificate nel processo di individuazione – da parte dell’Unione Europea – di criteri di ‘sostenibilità’ per assegnare finanziamenti utili alla decarbonizzazione dell’economia. Le riflessioni che emergono da questa singola storia possono essere applicate a molte situazioni che si stanno verificando con crescente frequenza a livello nazionale e sovranazionale, e che riguardano in generale le crisi sanitarie, economiche, ambientali in cui siamo ormai da tempo coinvolti.

Fin dagli anni ’80 due studiosi, J.Ravetz e S.Funtowicz, avevano scritto che “non è più possibile per l’élite al potere servirsi degli esperti per convincere il pubblico che le loro politiche sono vantaggiose, corrette, inevitabili e sicure”. Negli anni successivi essi proposero una nuova concettualizzazione della scienza, da utilizzare in situazioni in cui i fatti sono incerti, la posta in gioco elevata, i valori in conflitto e le decisioni urgenti. La chiamarono Scienza Post Normale (Post Normal Science – PNS), sottolineando che questa modalità di indagine non è libera da valori né eticamente neutrale. La riflessione sulla natura e sulle proprietà di questo modo di investigare le relazioni tra le azioni umane e gli ecosistemi si è sviluppata negli ultimi decenni dando luogo a una vasta letteratura. Anni fa ne avevamo parlato anche nelle pagine del CSSR.  

Un anno fa, il 2 aprile 2020, un breve articolo firmato da un team internazionale aveva richiamato l’attenzione dei lettori con questo titolo: “Pandemie post-normali. Perché CoViD-19 richiede un nuovo approccio alla scienza”.  Come per la pandemia, per molte altre situazioni complesse e controverse in cui siamo ormai coinvolti, l’approccio della scienza post-normale potrebbe risultare prezioso. A differenza della scienza disciplinare, specialistica e necessariamente riduzionista, la scienza post-normale richiede la partecipazione di tutti gli ‘stakeholders’, cioè di tutti coloro che sono coinvolti nel problema di cui si cercano soluzioni: occorre il contributo di tante prospettive diverse (studiosi di diverse discipline), e di una varietà di interessi e visioni (categorie sociali,  comunità, associazioni, singoli cittadini), per affrontarlo in modo democratico.

Leggendo lo ‘studio di caso’che vi propongo qui di seguito risulta evidenteche il vecchio schema della scienza che ‘dice la verità al potere’ non funziona più: dal confronto tra esperti di diversa preparazione, e spesso di diversa ideologia, si arriva spesso a una situazione di paralisi che il più delle volte si risolve con la ‘vittoria’ di chi ha più potere politico, più denaro, più controllo dei media… e spesso più capacità di corruzione.

Il caso studio. Come finanziare la transizione ecologica del settore energetico?

Ben prima che il COVID-19 facesse irruzione nelle nostre vite, in Europa era iniziato un acceso e articolato dibattito volto a stabilire alcune regole comuni da condividere per orientare i flussi finanziari verso una decarbonizzazione dell’economia. Già a maggio 2018 la Commissione Europea aveva sottolineato che la transizione energetica non poteva essere realizzata solo con fondi pubblici: occorreva coinvolgere le imprese private, selezionandone le proposte più ‘sostenibili’. Il 28 marzo 2019 il Parlamento Europeo approvò con voto una proposta di classificazione delle attività sostenibili, che escludeva l’energia da gas fossile e quella prodotta da impianti nucleari, allo scopo di ri-orientare gli investimenti da queste tecnologie, considerate inquinanti, verso tecnologie ‘pulite’.   

Ma i sostenitori dei combustibili fossili e del nucleare non si diedero per vinti, e a più riprese reinserirono nuove proposte per far accogliere l’industria basata su queste fonti tra le opzioni ‘verdi’ da finanziare. 

La tassonomia UE

La classificazione delle attività economiche in grado di favorire la transizione ecologica ha preso il nome di ‘tassonomia UE’. Il 9 marzo 2020 è stato pubblicato il report finale che individua le attività economiche sostenibili, redatto dopo oltre un anno di lavoro dal Technical Expert Group on Sustainable Finance (TEG), un gruppo di esperti – 35 membri e oltre 100 consulenti – incaricati dalla Commissione Europea di fornire le loro raccomandazioni sulle nuove normative per una finanza sostenibile.

Il loro compito era di individuare le attività economiche in grado di contribuire a raggiungere l’obiettivo emissioni zero entro il 2050 e i relativi criteri di selezione. Questo “vocabolario” della sostenibilità ambientale doveva essere un riferimento per molti soggetti: per il mondo della finanza responsabile, al fine di indicare quanto sostenibile fosse effettivamente un investimento; per i governi, per stabilire gli incentivi ad aziende green; per le aziende, cui si richiedeva  l’impegno a dichiarare il proprio impatto sull’ambiente.

Il 18 giugno 2020 la Commissione Europea ha approvato il Regolamento sulla tassonomia, e a dicembre 2020 – a integrazione di questo Regolamento – è stata pubblicata  sul sito della Commissione europea una bozza di ‘Atti delegati’, redatta da una piattaforma di esperti creata a settembre dalla Commissione europea, che contiene i criteri tecnici per attribuire il bollino di attività sostenibile. 

La consultazione sulle bozze degli Atti delegati si è conclusa il 18 dicembre 2020. La Commissione europea ha dichiarato che avrebbe valutato entro il 31 dicembre i feedback ricevuti, prima di finalizzare l’adozione degli atti delegati. La bozza dovrebbe poi essere soggetta all’esame del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri che rappresentano i 27 Stati membri dell’UE e – una volta adottata, si applicherà dal 1 ° gennaio 2022.

All’assalto della tassonomia verde

Prima il gas fossile….

Il 22 marzo 2021 il sito francese Contexte rende pubblica una bozza di documento inviato dalla Commissione Europea ai 27 Paesi della UE, in cui propone importanti modifiche nei criteri di accesso alla tassonomia dello sviluppo sostenibile, in particolare nel settore energetico. La nuova proposta elaborata dalla Commissione prevede che il gas fossile possa entrare nella tassonomia come investimento verde, se la nuova centrale a gas rispetta una serie di condizioni. Secondo questa proposta, un’attività è sostenibile se fornisce un contributo sostanzialeallamitigazione del cambiamento climatico oppure all’adattamento al cambiamento climatico, e se non danneggia in modo rilevante gli altri obiettivi ambientali della tassonomia, come la tutela della biodiversità e la riduzione dell’inquinamento.

Il 25 marzo il WWF, insieme a scienziati, istituzioni finanziarie e ONG, lancia l’allarme su questa proposta, che permetterebbe ai combustibili fossili di entrare nella Tassonomia UE sugli Investimenti Sostenibili.  Greenpeace denuncia che «Dopo mesi di intense pressioni a Bruxelles, una serie di industrie – dal gas alla bioenergia, all’aviazione e al nucleare – sono pronte a incassare grazie alla nuova bozza della cosiddetta tassonomia della Commissione europea».uestas

Il 29 Marzo 2021, in una lettera aperta indirizzata alla Commissione europea, questi  scienziati, esperti e ONG ambientaliste hanno messo nero su bianco i loro timori di fronte alla proposta di includere fra le attività di transizione ammesse dalla Tassonomia Ue anche quelle relative allo sfruttamento del gas di origine fossile, e hanno chiesto ai massimi vertici dell’esecutivo di Bruxelles di non dare seguito a una simile ipotesi. I firmatari della lettera ricordano come l’inclusione di impianti a gas fossile vada apertamente contro le raccomandazioni, basate su studi e analisi scientifiche, del Technical Expert Group (il TEG).

… poi il nucleare!

Si pensava che l’opzione dell’energia nucleare, soprattutto a causa degli enormi investimenti richiesti, ai molti anni necessari per la realizzazione, e a causa dei problemi irrisolti sullo smaltimento delle scorie radioattive, sarebbe rimasta definitivamente fuori dalla lista delle iniziative sostenibili. Invece, dopo pressioni politiche molto forti e azioni concordate delle lobbies nucleari, ecco spuntare un’ulteriore proposta di modifica della tassonomia UE:  il 29 marzo l’industria nucleare ha chiesto alla Commissione Europea di accelerare la pratica di inclusione dell’energia nucleare nella Tassonomia UE sulla finanza sostenibile, accompagnando la richiesta con un documento nel quale si legge:

Le analisi non hanno messo in luce alcuna evidenza scientifica che l’energia nucleare arrechi più danni alla salute umana o all’ambiente rispetto ad altre tecnologie di produzione di elettricità già incluse nella tassonomia come attività a sostegno della mitigazione del cambiamento climatico.

Questa è infatti la conclusione di un Report redatto dal Joint Research Centre (JRC), la cui missione ufficiale è quella di sostenere le linee di condotta dell’UE con prove indipendenti durante l’intero processo decisionale.  

Le reazioni sono immediate: a esprimersi sono sia le organizzazioni pro-nucleari (Quarante-six organisations pronucléaires demandent à la Commission d’intégrer l’atome dans la taxonomie verte)  sia quelle che chiedono conferma dell’esclusione (Une large coalition demande l’exclusion des énergies nucléaires et fossiles de la directive ENR).  Purtroppo gli articoli di cui ho riportato i titoli non sono accessibili al pubblico, e non ho potuto ‘comparare’ il peso (scientifico? politico?) dei due schieramenti contrapposti.  Come finirà? Per il 29 aprile è in programma un evento pubblico organizzato dalle Authority di vigilanza europee…

Per saperne di più… su scienza, politica, potere

Nelle grandi questioni in cui si dibatte la società mondiale, la politica continua a rivolgersi alla ‘scienza’ e agli ‘esperti’ per giustificare le proprie scelte di fronte al pubblico. Ma le modalità, gli strumenti, e persino i fini per indagare la realtà sono profondamente mutati, nell’ultimo secolo. Persiste ancora, nell’immaginario collettivo e – purtroppo – nel nostro sistema educativo, l’idea che la scienza sia una grandiosa impresa sociale che descrive e spiega il mondo oggettivo dei fatti, (ben separato dal mondo soggettivo degli affari umani e dei valori), liberandoci dalla visione primitiva e carica di superstizioni dei nostri antenati.

In un articolo pubblicato pochi anni fa – Science on the verge [1] – alcun* studios* hanno provato a richiamare l’attenzione sull’esistenza di alcuni aspetti preoccupanti nell’attuale uso della scienza per la ‘governance’, cioè per l’esercizio delle scelte politiche da parte delle istituzioni pubbliche. Il libro esplora le dimensioni etiche, epistemologiche, metodologiche e persino metafisiche della crisi in cui si trova la scienza, che ha perso il carattere di comunità autonoma di pari, auto-governata e disinteressata, in grado di ‘dire la verità al potere’.  Nella progressiva ‘ibridizzazione’ della scienza con la tecnologia, e nello sviluppo della ‘big science’, sempre più si incontrano problemi che emergono dall’applicazione stessa della tecnoscienza, e che non possono più trovare risposte nella scienza intesa in senso tradizionale.

Nella pratica della scienza non possono più essere ignorati né il mondo soggettivo di emozioni e passioni né il mondo esterno dei valori sociali, politici ed economici.  Nell’interazione della tecnoscienza con il mondo reale dei sistemi sociali ed ecologici emergono rischi, incertezze e complessità che non possono più essere esternalizzate, e rendono impossibile separare fatti e valori.

Due sono le soluzioni che vengono proposte per gestire questo nuovo scenario, che in qualche misura sono antagoniste tra loro: c’è chi ritiene ancora (grazie alla scienza) di poter controllare e misurare le situazioni di incertezza riducendole a ‘rischi’ statisticamente quantificabili; chi invece sente l’esigenza di discutere apertamente i problemi accettando la prospettiva che non esista UNA soluzione, e attivando quindi processi democratici per arrivare a decisioni condivise.

Daniel Sarewitz, co-direttore del Consorzio for Science, Policy & Outcomes, nell’introduzione al libro[2] da cui è tratto l’articolo sopra citato, scrive:

“La comunità scientifica continua a concepirsi come un’impresa auto-correttiva e autonoma, ma la conoscenza che crea non è più contenibile all’interno di laboratori, pubblicazioni tecniche e brevetti. […]

Molte istituzioni e pratiche moderne sono state progettate nell’aspettativa che la scienza fosse una sorta di ‘macchina della verità’ che potesse aiutare a superare le condizioni fondamentali di incertezza e disaccordo. La dolorosa lezione degli ultimi decenni, tuttavia, è che la vera scienza non costruirà mai un’immagine unica, coerente e condivisa delle complesse sfide del nostro mondo e che la ricerca in tal senso promuove invece la corruzione dell’impresa scientifica, e l’incertezza e il sospetto tra i decisori e i cittadini impegnati (esemplificati nei dibattiti sugli OGM o sull’energia nucleare). Nella migliore delle ipotesi, tuttavia, la scienza può fornire una molteplicità di intuizioni che possono aiutare le società democratiche a esplorare le opzioni per affrontare le sfide che devono affrontare”.

La battaglia che da decenni il Movimento NOTAV sostiene contro la linea ad Alta velocità Torino Lione, e la costruzione dal basso di un progetto  di ‘società della cura’ sono due esempi di fruttuosa applicazione di un approccio post-normale alla scienza: gli esperti sono coinvolti in riflessioni e dibattiti ai quali partecipano – con uguale diritto di parola e di ascolto – cittadini e cittadine di competenze, situazioni economiche, esperienze e visioni molto diverse.    

La natura dei problemi richiede un cambiamento dei criteri di qualità e di verità della scienza tradizionale, e il riconoscimento di una molteplicità di interpretazioni tutte ugualmente rispettabili.


Note

[1] Benessia, A., Funtowicz, S., Giampietro, M., Guimarães Perei-ra, Â., Ravetz, J., Saltelli, A., Strand, R., and van der Sluijs, J. P. 2016. The Rightful Place of Science: Science on the Verge. Tempe, AZ: Consortium for Science, Policy & Outcomes.

[2] Benessia, A., Funtowicz, S., Giampietro, M., Guimarães Perei-ra, Â., Ravetz, J., Saltelli, A., Strand, R., and van der Sluijs, J. P. 2016. The Rightful Place of Science: Science on the Verge. Tempe, AZ: Consortium for Science, Policy & Outcomes.

da qui

lunedì 8 febbraio 2021

Impronte umane sul pianeta Terra - Elena Camino

 

Dagli anni ’80 del secolo scorso a oggi sono stati elaborati numerosi strumenti concettuali per mettere in evidenza il crescente impatto esercitato dalle attività o impronte umane sul pianeta Terra. Questi strumenti sono stati associati a misure quantitative di grandezze fisiche (superficie di un territorio, massa di una sostanza, volume di un gas, ecc.), in modo da renderne più comprensibile il significato. 

Alcuni di questi strumenti concettuali hanno avuto larga diffusione, per la loro chiarezza e adattabilità a varie situazioni. Per esempio, il concetto di impronta ecologica, introdotto nel 1996, viene adesso ampiamente utilizzato sia nelle scuole, sia nelle pubbliche amministrazioni.

Il 22 gennaio 2021 è entrato in vigore il Trattato ONU per la Proibizione delle Armi nucleari (Treaty of Prohibiting Nuclear Weapons – TPNW), che decreta l’illegalità delle armi nucleari: questa decisione storica – anche se di non immediata attuazione – può aiutarci a riflettere su altro strumento concettuale che potrebbe essere molto utile proporre: l’impatto della crescente presenza di sostanze radioattive sul nostro pianeta, che sta rendendo il nostro pianeta sempre meno confortevole per tutti i suoi abitanti: quelli presenti, e quelli che vivranno nei prossimi secoli.

L’IMPRONTA ECOLOGICA

L’idea di misurare in modo quantitativo ma intuitivo  le ‘tracce’ che le società umane – dai singoli individui alle Nazioni, fino alla comunità globale – lasciano sul nostro pianeta, i due Autori canadesi Mathis Wackernagel e William Rees hanno introdotto nel 1996 il concetto di ‘Impronta ecologica’ nel loro libro Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth.

L’impronta ecologica misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti. Nel 1961 l’umanità usava il 70% della capacità globale della biosfera, ma nel 1999 era arrivata al 120%. Poi, dall’inizio degli anni 2000, stiamo consumando sempre più velocemente le risorse e i servizi che la natura ci offre: stiamo intaccando il ‘capitale naturale’ contraendo dei debiti che renderanno sempre più difficile la vita alle generazioni future.

Attualmente l’umanità – nel suo insieme – sta consumando l’equivalente di 1,6 Terre: da un lato preleviamo troppe risorse rispetto ai tempi necessari alla natura per riprodurle; dall’altra produciamo troppi rifiuti, che si accumulano sul suolo, negli oceani, nell’atmosfera.


L’artificiale supera il naturale!

Nel 2020 alcuni studiosi hanno fornito una nuova informazione per documentare il dilagante impatto umano sul pianeta, pubblicando sulla rivista Nature i risultati di una lunga e complessa serie di misure da cui risulta che la massa globale di ‘cose’ prodotte dall’umanità ha superato la biomassa di tutti i viventi.  Si tratta di materiale edile, plastiche, metalli… insomma, tutto ciò che viene prelevato dalle componenti geologiche e biologiche della natura, e trasformato in infrastrutture e oggetti ‘inanimati’.   


2

 

Questa quantificazione dell’impresa umana offre una caratterizzazione quantitativa, ma anche simbolica, secondo gli Autori dello studio, dell’epoca in cui viviamo: l’Antropocene.

L’era radioattiva

Antropocene è un termine introdotto ufficialmente dalla comunità scientifica il 29 agosto 2016 quando – dopo numerose riunioni e discussioni – il Working Group on the Anthropocene, istituito dalla Commissione Internazionale sulla Stratigrafia, comunicò che l’impatto umano sul pianeta è diventato così esteso e profondo, che richiede di individuare il periodo geologico in cui viviamo come una nuova era: l’Antropocene [1].  

Gli studiosi hanno preso in esame vari eventi che potessero funzionare come ‘marcatori’ dell’inizio di questa nuova epoca, tra cui l’aumento esponenziale del consumo di risorse (segnalato dall’impronta ecologica), oppure l’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera (conseguente alle attività produttive alimentate dai combustibili fossili). Il nuovo traguardo prima citato (la produzione di cose artificiali che supera la massa complessiva dei viventi) non era ancora stato raggiunto. La scelta finale degli scienziati è caduta sugli elementi radioattivi prodotti dalle esplosioni di ordigni nucleari, a partire dal primo test nucleare, il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel Nuovo Messico. Negli anni successivi, dopo i tragici bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, fino al 1998 furono compiuti test nucleari (con una media di una esplosione ogni 9,6 giorni!) che lasciarono tracce facilmente rilevabili in atmosfera, negli organismi viventi, nelle acque oceaniche.

Barry Commoner (1917-2012), biologo e pacifista statunitense, era già un attivista negli anni della guerra  fredda, nel periodo in cui furono più intense e frequenti le esplosioni di bombe nucleari nell’atmosfera, con una intensa ricaduta, su tutto il pianeta, dei prodotti radioattivi di fissione degli esplosivi nucleari.   Nel 1958 Commoner costituì insieme ad altri un comitato di protesta contro le bombe atomiche e iniziò la pubblicazione di un notiziario, «Nuclear  information», divenuto, nel 1964, «Scientist and Citizen», e trasformato, nel 1969, nella rivista mensile «Environment». 

La biologa Rachel Carson (1907-1964) è nota soprattutto per il suo  libro ‘Primavera silenziosa’, in cui denunciò con forza i rischi legati all’uso indiscriminato di alcune sostanze chimiche usate come insetticidi (come il DDT).  Collaborò anche con Commoner e altri studiosi nel denunciare il pericolo delle emissioni radioattive.  Nel 1964 tenne un discorso a un convegno di 1500 medici in California, in cui spiegò dettagliatamente come i radionuclidi derivanti da depositi di scorie nucleari o da tests svolti in atmosfera si spostavano lungo le catene alimentari e venivano dispersi fino a luoghi remoti come l’Artico, dove danneggiavano i bambini allattati al seno dalle loro mamme Esquimesi.

Radioattività “pacifica” e “sostenibile”?

Come ho ricordato in un articolo di alcuni giorni fa, il 1º luglio 1968 fu sottoscritto da USA, Regno Unito e Unione Sovietica un Trattato di Non Proliferazione degli Armamenti Nucleari (Treaty on the Nonproliferation of Nuclear Weapons (NPT) che entrò in vigore il 5 marzo 1970. Francia e Cina vi aderirono nel 1992.  L’articolo IV del Trattato assicurava tuttavia a ciascuno degli Stati membri il diritto a usi pacifici della tecnologia nucleare: “…tutti gli Stati membri hanno il diritto inalienabile a sviluppare ricerca, produzione e uso dell’energia nucleare per scopi pacifici, senza discriminazioni. […].

Era il periodo in cui si pensava che l’energia atomica avrebbe portato benessere a tutta l’umanità, fornendo una forma di energia economica, ambientalmente pulita, e sicura. Si sottolineò con enfasi l’importanza della cooperazione internazionale per sviluppare nuove applicazioni dell’energia nucleare, specialmente nei aree in cui erano presenti Stati che non possiedono armi nucleari,con la dovuta considerazione per le esigenze delle aree in via di sviluppo del mondo.

Nonostante la complessità della filiera, gli enormi investimenti finanziari, i vincoli di sicurezza richiesti per la costruzione di una centrale nucleare, il moltiplicarsi di incidenti e le segnalazioni dei rischi associati  all’eventuale uso bellico, la produzione di energia da fonte nucleare si è diffusa in molte parti del mondo. Come segnala lo studioso Stephen Herzog in un recente articolo, L’Agenzia Internazionale per l’Energia atomica(International Atomic Energy Agency – IAEA) presenta una lista di 220 reattori attualmente impiegati per la ricerca nucleare in 53 Stati, e 440 reattori per la produzione di energia, presenti in 30 Paesi.

Dalle miniere alle scorie – una tragica eredità per le prossime generazioni

Immaginando di guardare il nostro pianeta da ‘fuori’ e misurare le fonti di radioattività che dalla Terra emettono verso lo spazio, scopriamo che in numerose aree del mondo sono presenti luoghi di emissioni radioattive – alcuni noti, altri segreti o sconosciuti – che contribuiscono a caratterizzare questo periodo geologico come ‘radioattivo’.  Al materiale radioattivo legato alla filiera di produzione militare occorre aggiungere quello che riguarda la costruzione di centrali per la produzione di elettricità: molte di esse sono ormai arrivate a fine vita, e dovrebbero essere dismesse. Questo crea un grave problema del ‘decommissioning’: non basta infatti smantellare gli impianti, ma occorre provvedere alla decontaminazione finale di tutti i materiali radioattivi.   

Se dalla nostra postazione ‘fuori’ dal pianeta volessimo avvicinarci, in molti luoghi scopriremmo altri indizi della presenza di radiazioni: sono i segni delle conseguenze drammatiche che la radioattività ha lasciato sulle popolazioni umane e negli ambienti naturali.

Conseguenze di test nucleari

In un articolo pubblicato pochi mesi fa da due studiosi francesi, Jean Marie Collin e Patrice Bouveret, per conto della Heinrich Böll Foundation e di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons France), ricordano che le conseguenze delle esplosioni atomiche sperimentali sono ancora presenti oggi in molte parti del mondo, e costituiscono ancora un importante rischio per la salute umana e degli ecosistemi.

Tra gli esempi che citano vi è il caso della Francia, che tra il 1960 e il 1996 eseguì 17 test nucleari in Algeria e 193 nella Polinesia francese. In Algeria, in particolare, la Francia decise di ‘seppellire’ tutti i materiali contaminati nel deserto; ancor oggi non è noto dove e quanto materiale radioattivo vi è stato sepolto. La situazione della Francia non è unica: attualmente sono numerosi i luoghi in cui le aree in cui sono stati eseguiti test nucleari da vari stati sono state malamente o per nulla decontaminate, e non si è mai provveduto a registrare i danni umani, né tantomeno a risarcire le vittime.  

Miniere di uranio e danni alla salute

La pericolosità del lavoro nelle miniere di uranio era ben nota fin dai tempi della 2° guerra mondiale: dal 1944 al 1986 quasi 30 milioni di tonnellate di minerali di uranio sono stati estratti in territori della Nazione  Navajo.  Molte comunità di indiani Navajo lavorarono in queste miniere, e spesso le loro famiglie abitavano in stretta vicinanza con le aree di scavo. Attualmente le miniere sono state chiuse, ma è rimasta una eredità contaminata: più di 500 miniere abbandonate sono ancora radioattive, così come molte abitazioni e fonti d’acqua.  

La miniera di Jaduguda, nello stato del Bihar, in India, ha iniziato le operazioni nel 1967. E’ la prima e più importante delle miniere di uranio di questo Paese. Più di 35.000 persone vivono in vicinanza di questo complesso di scavi e operazioni minerarie, e per molti anni hanno denunciato gli effetti devastanti sulla salute delle persone; numerose sono le testimonianze di deformità congenite, infertilità, problemi respiratori, aborti nei villaggi vicini agli scavi.

Tra le aree in cui in Australia sono stati identificati depositi di uranio, e avviati lavori di scavo per l’estrazione del minerale che lo contiene, molte sono situate in zone che le popolazioni locali considerano sacre.  Ciò non ha impedito alle imprese interessate di avviare le estrazioni, approfittando del fatto che la maggior parte delle comunità indigene non ha diritti di proprietà sulle terre abitate da millenni.

Stati Uniti, India, Australia… sono solo alcuni esempi tra i tantissimi che da decenni denunciano la presenza di gravi problemi sanitari e di danni ambientali nelle aree (molte delle quali in territori abitati da popolazioni indigene) in cui ‘nasce’ la filiera dell’uranio.

Uranio impoverito e poligoni di tiro

Lungo la filiera che porta alla costruzione di centrali nucleari e di materiale bellico viene prodotto un materiale di scarto che contiene varie miscele di isotopi dell’uranio: l’uranio ‘impoverito’ (depleted uranium – DU): essendo un materiale di elevata densità, è stato impiegato sia per uso civile (contrappesi stabilizzatori di aerei) sia per uso militare, per la costruzione di proiettili ad altissimo potere penetrante.

La tragedia dell’uranio ‘impoverito’ inizia molti anni fa. Nel 1978 il Pentagono annuncia la produzione di proiettili con uranio impoverito; da allora questi proiettili sono stati utilizzati in moltissimi campi di battaglia (dall’Irak all’Afganisthan, fino ai Balcani) creando crescente allarme per gli i numerosi e devastanti effetti tardivi, a lungo termine, provocati dall’uso di queste particolari munizioni.

Molti soldati che hanno partecipato ad azioni di guerra utilizzando quei tipi di proiettili hanno manifestato nei mesi e anni successivi gravi patologie, riconducibili alle nanoparticelle generate dalle esplosioni a grandissime temperature dei metalli pesanti presenti nelle munizioni con DU. Numerosi luoghi in cui sono stati usati proiettili di questo tipo sono tuttora fonti di prodotti tossici che continuano a danneggiare l’ambiente e la salute dei residenti.  Anche in zone di pace si sono manifestate patologie collegate all’uso di uranio impoverito. Per esempio in Sardegna, nei poligoni di tiro, cioè nelle aree occupate dall’esercito e dagli alleati NATO per sperimentare nuove forme di armi.

Quali discariche per le scorie radioattive?

Più di un quarto di milione di tonnellate di rifiuti altamente radioattivi si trova immagazzinato nei pressi delle centrali nucleari e dei luoghi di produzione di materiale bellico: 90.000 tonnellate solo negli Stati Uniti. Questi rifiuti, che continuano a emettere radiazioni e danneggiano la salute umana e l’ambiente, sono da anni – molti da decenni – in attesa di essere trasferiti in modo permanente in depositi geologici: ma nessuno finora è pronto ad accoglierli. In questa attesa, i serbatoi di contenimento – acciaio, vetro, altri materiali – sono soggetti a naturale corrosione e degrado, che si sta già manifestando.

Come accennato altrove, la ricerca di luoghi adatti a conservare, lontano dagli umani e dagli ecosistemi, i rifiuti prodotti lungo tutte le tappe delle filiere dell’uranio è ancora irrisolta: per anni ogni luogo che sembrava adatto si è rivelato inadeguato, e solo da qualche anno si intravede qualche soluzione.  L’orientamento attuale è quello di scavare dei buchi profondissimi, raggiungendo zone in cui gli scambi con il mondo esterno siano ridotti al minimo, e stivare lì – in enormi depositi – il ‘pattume’ più pericoloso, quello che continuerà a emettere radiazioni per decine di migliaia di anni. Due siti sono in fase avanzata di costruzione, uno in Finlandia e l’altro in USA: raggiungeranno profondità di 500 – 600 metri, e da qui si accederà a enormi ‘stanze’ in cui verranno accumulati questi rifiuti ‘speciali’.  Un grande recinto di terra battuta circoscriverà l’imboccatura superficiale della struttura di smaltimento sotterranea.

Ma come avvisare le future generazioni che forse popoleranno la Terra tra decine di migliaia di anni, facendo capire che non dovranno assolutamente entrare all’interno di quei siti? Queste persone non parleranno le lingue che usiamo adesso, avranno altri simboli, altri modi di comunicare. Per il sito americano (Waste Isolation Pilot Plant – WIPP) una delle proposte è illustrata qui: Spike Field, in cui minacciose punte di pietra posizionate in modo caotico si slanciano verso l’alto. Una penosa testimonianza della stupidità umana del XXI secolo…

Un traguardo collaterale importante – nel diffondere la notizia dell’approvazione del Trattato ONU, che dichiara illegali le armi atomiche – può essere anche quello di ridurre il tragico lascito radioattivo alle generazioni future, sottolineando l’insostenibilità di tutte le filiere nucleari. 

 

NOTA. Non ho affrontato il tema delle applicazioni della radioattività a settori diversi dalla produzione di energia e dalla costruzione di armamenti. Un articolo divulgativo pubblicato da Enrico Mainardi (Ansaldo Energia) passa in rassegna numerose altre applicazioni che implicano l’uso diretto o indiretto dell’energia nucleare e della radioattività. I più significativi campi di applicazione riguardano l’industria, il settore alimentare e ambientale, la geologia e l’archeologia, la medicina, ecc. In campo medico in particolare sono in pieno sviluppo nuove applicazioni, sia ad uso diagnostico che terapeutico.

Sarebbe interessante e utile capire in che misura questo specifico uso della radioattività incide nella produzione globale di emissioni radioattive, e come sia possibile orientare questo campo di ricerca e di applicazione in modo da minimizzarne l’impatto lungo tutta la filiera.


[1] Nuclear Waste in the Anthropocene. Uncertainties and Unforeseeable Timescales in the Disposal of Nuclear Waste | GAIA 26/2 (2017): 96–99 |

 

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