Visualizzazione post con etichetta sbilanciamoci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sbilanciamoci. Mostra tutti i post

venerdì 31 gennaio 2025

Caporali e morti di freddo dalle Langhe alla Puglia - Jean-René Bilongo

  

Anche nelle zone agricole più prospere del Nord le condizioni di lavoro e di vita della forza lavoro immigrata, anche regolare, è vicina alla condizione di schiavitù. Lo denuncia il Rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto e lo conferma la magistratura. Leggi sull’immigrazione e prefetture non aiutano.

 

Il 10 dicembre scorso, mentre il Paese era sconvolto dalla tragedia di Calenzano, la spaventosa esplosione del deposito di carburanti con il corollario di morti che ne era conseguito, da Alba in provincia di Cuneo, rimbalzava la notizia del ritrovamento dei corpi di due giovani migranti in un casolare abbandonato in località Gamba di Bosco. L’effetto era quello di un fulmine a cielo sereno, anche perché i defunti erano conosciuti dalla locale rete solidale. Oltretutto la vicenda non poteva essere liquidata con la solita impudenza figlia della bolgia tossica sui migranti: in quel caso, non erano “clandestini”, ma titolari di regolare permesso di soggiorno. 

Ci si dovrebbe chiedere perché mai i due giovani subsahariani, 25 anni l’uno e 28 l’altro, dovessero ripararsi in un rudere abbandonato, in un contesto sociale ricco come il cuneese, per poi morire asfissiati dal monossido di carbonio sprigionato dal braciere con il quale cercavano di riscaldarsi.

Senza nessuna intenzione inquisitoria, ma solo per provare a esplorare le possibili cause di una simile tragedia, occorrerebbe tenere presenti tre coordinate: al livello locale, la dimensione nazionale, il solco europeo. 

Cinque mesi prima della tragedia, in piazza ad Alba c’era stata un’importante manifestazione, catalizzata dalla FLAI provinciale e regionale, per dire no al caporalato e allo sfruttamento sempre più radicati nei campi e nei vigneti delle Langhe. La cronaca rilancia un quadro locale alquanto deprimente: condizioni di schiavitù, lavoratori annichiliti, sfruttati, talvolta pestati. Alla conferenza-stampa di una recente operazione di polizia giudiziaria contro la piaga del caporalato, il procuratore di Asti sosteneva che il quadro appurato dagli inquirenti fosse solo “la punta dell’iceberg”. L’eufemismo parla da sé: il marciume è molto più esteso di quanto sembri. Del bacino stanziale di sofferenza occupazionale di 8/10 mila nell’economia primaria del Piemonte, svettano Cuneo e Asti quali province più permeate dagli abusi a danno dei lavoratori, come evidenziato dal VII Rapporto agromafie e caporalato.

Ecco, un’agricoltura prospera in cui interi segmenti finiscono per usare a proprio vantaggio le condizioni inique imposte alla manodopera. E’ risaputo che quelle terre piemontesi attraggono ogni anno migliaia di “transumanti dell’agricoltura” in cerca di occasioni di lavoro che sanno di trovare in loco, in base al ciclo biologico delle colture. Proprio come i due asfissiati di Alba.

La seconda coordinata da esplorare è quella dell’accoglienza dei migranti, la sua impalcatura, le sue regole. Verrebbe spontaneo chiedersi come mai i due non fossero inseriti in qualche schema di accoglienza. Succede semplicemente che il sistema di accoglienza sbarra l’ingresso o espunge dai propri dispositivi chi ha un reddito superiore anche di un solo centesimo all’importo di € 6mila. Un indirizzo assurdo che il ministero dell’Interno impartisce alle prefetture, con l’ingiunzione di agire di conseguenza. La cifra che ne emerge è che i migranti beneficiari di misura sociale di vitto-alloggio devono necessariamente lavorare in nero, pena l’espulsione dall’accoglienza qualora si raggiunge la sanzione stabilita.

Un’assurdità che assume i contorni di una disposizione di legge ma che, in verità, è figlia di un’interpretazione tendenziosa dell’impianto normativo sull’accoglienza, sulla scorta della Direttiva UE di riferimento, recepita nell’ordinamento domestico con il Decreto Legislativo 142 del 18-08-2015. Nelle sue pieghe, la norma contempla all’articolo 23, tra i motivi di revoca dell’accoglienza, “l’accertamento della disponibilità da parte del richiedente di mezzi economici sufficienti”. Un assunto dal quale è scaturita un’interpretazione letterale della disposizione medesima. In pratica, se il fruitore di accoglienza matura un reddito superiore anche di un solo euro all’importo dell’assegno sociale (più o meno 6.000 euro), viene allontanato ipso facto dalla struttura. La conseguenza è intuibile: per evitare la scure, si deve semplicemente lavorare in nero. 

Una pratica assurda che seguono pedissequamente le prefetture in tutta Italia, scegliendo di ignorare un passaggio successivo dello stesso articolo 23 che specifica come “nell’adozione del provvedimento di revoca si tiene conto della situazione”  dell’interessata/o, precludendo da ogni ipotesi di allontanamento ad esempio “le persone per le quali è stato accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica, (…)”. 

Nell’esperienza di tutela concreta contro simile applicazione fredda della norma, ci si è scagliati contro un provvedimento di allontanamento adottato dalla prefettura di Brindisi nei confronti di una pluralità di migranti colpevoli di aver lavorato in agricoltura, con regolare contratto, con tanto di reddito accertato. Posto di fronte all’argomentazione della FLAI, alla luce di quanto contemplato in combinato disposto dall’articolato Decreto Legislativo di recepimento della Direttiva Accoglienza, il prefetto fu costretto ad annullare, in autotutela, la misura adottata dai suoi uffici. 

Al netto delle disposizioni di legge, è necessario strutturare schemi di accoglienza per i lavoratori che si spostano da un distretto agricolo all’altro, seguendo appunto il ciclo delle colture. Lo suggeriscono troppi drammi di persone carbonizzate, asfissiate o assiderate in ripari di fortuna, in ogni parte del Paese.

Jean-René Bilongo è il presidente dell’Osservatorio Placido Rizzotto

da qui

mercoledì 3 gennaio 2024

L’auto corre veloce: il 2023, anno chiave - Vincenzo Comito

  

L’anno che si sta chiudendo ha segnato il giro di boa verso l’auto elettrica, un passaggio non più reversibile, nonostante il negazionismo inane del governo italiano e dei media. La Cina conferma la sua leadership nel settore e chi si distaccherà sembra destinato ad un veloce declino.

L’auto cambia velocemente

 

Tra gli accadimenti economici e tecnologici più importanti dell’anno che sta per finire c’è indubbiamente la continuazione e anzi l’accelerazione dei processi di trasformazione dell’intera filiera dell’auto a livello mondiale. 

Dopo i fasti di diversi decenni fa, l’automotive sembrava stesse perdendo una parte del suo glamour, considerata ormai un’attività matura, davanti all’incalzare delle nuove tecnologie che tendevano a prendersi la scena da assolute protagoniste. Ma negli ultimi tempi è tornata con un ruolo primario sul palcoscenico, da una parte con lo spostamento del suo centro di gravità sempre più da Occidente ad Oriente, come del resto sta accadendo a diverse altre attività, dall’altra, soprattutto, con il dispiegarsi di grandi processi di trasformazione tecnologica. Qualcuno ha parlato a suo tempo di una new infant industry. Il 2023 ha segnato una tappa importante, per alcuni aspetti decisiva, in questo processo di grande trasformazione. 

La produzione si concentra in Cina ed in Asia 

Sul primo punto, basta ricordare come oggi la Cina da sola oggi produca grosso modo all’incirca un terzo delle vetture che escono ogni anno dalle linee produttive nel mondo, in numero sostanzialmente pari a quelle di Stati Uniti e Ue messi insieme, mentre più in generale l’Asia si afferma sempre più come il continente dominante, con ormai più del 50% delle vetture prodotte annualmente a livello globale e guidando sostanzialmente la trasformazione. Ai centri maggiori di produzione tradizionali, Corea del Sud e Giappone e dopo ovviamente l’avvento della Cina, si vanno ora aggiungendo l’India e il Vietnam, nonché sempre più una serie di paesi “minori”. 

Purtuttavia anche i dati relativi al 2023 confermano che il settore rimane al centro delle attività industriali del nostro continente; si può in particolare citare il caso della Germania, dove esso continua ad impiegare ancora oggi circa 15 milioni di addetti, tra occupati diretti ed indiretti. E anche in un paese come l’Italia, dopo decenni di progressiva decadenza, tale attività conserva ancora un peso fondamentale nell’economia del paese (Comito, 2023). 

Arriva l’elettrico

Il dato più significativo degli ultimi anni è quello relativo alle trasformazioni tecnologiche del settore, trasformazioni che ruotano su almeno tre punti, l’elettrico, la guida autonoma, il software.

Il 2023 segna in particolare l’ovvio e definitivo trionfo della propulsione elettrica, con la sconfitta da una parte di quelli che continuavano a difendere il fossile, incluso gli italiani, dall’altra di quelli che, come i giapponesi, puntavano molte delle loro carte sull’idrogeno. Il motto del settore è ormai adattarsi o perire. A livello di paesi, il vincitore della partita, almeno sino ad oggi e presumibilmente ancora per molti anni a venire, si è confermato incontestabilmente la Cina, che ha pianificato i suoi sforzi di sviluppo nell’arco di quasi un ventennio. Il paese asiatico domina largamente tutta la filiera, dall’estrazione e lavorazione delle materie prime alla produzione delle batterie, a quella delle vetture, sino al riciclo dei materiali alla fine della vita delle auto, comunque con un importante spazio per la statunitense Tesla. 

Mentre il mercato dell’auto a livello mondiale appare in leggera ripresa, con un aumento stimato delle vendite intorno al 3% per il 2023 e anche per il 2024 la quota di auto elettriche sul totale, che era dell’8% nel 2021, è salita al 14% nel 2022 e si è avvicinata al 20% nel 2023, con tendenza ad un’ulteriore rapida espansione nei prossimi anni. Si prevede che tale percentuale crescerà sino al 40-45% del mercato nel 2030. Intanto, praticamente tutte le principali case del mondo stanno investendo al massimo nel settore, impegnandovi gran parte dei loro sforzi tecnologici e finanziari. 

Nel 2023 la Cina ha prodotto quasi i due terzi delle vetture elettriche del mondo, mentre la quota di mercato si avvicina nel paese ormai al 40% del totale e mentre la cinese Byd, altro evento importante dell’anno, tende ad affermarsi come la più importante azienda del settore, scavalcando l’americana Tesla. Nel 2023 il paese asiatico, grazie anche al comparto elettrico, è diventato il principale esportatore mondiale di vetture (con circa 4,5 milioni di auto esitate sul mercato internazionale), superando Giappone e Germania. In particolare esso dovrebbe vendere circa 900.000 auto nel nostro continente nell’anno che sta per finire, mentre si può prevedere che nel 2024 tali cifre siano destinate a lievitare ancora fortemente, con l’arrivo di diversi nuovi marchi e modelli. 

I produttori europei

Per quanto riguarda i produttori europei, bisogna distinguere tra quelli francesi e quelli tedeschi. Per quanto riguarda i primi, di fronte alla scadenza del 2035 -data oltre la quale non si potranno più produrre e vendere auto a propulsione tradizionale nell’Ue – nonché di fronte all’emergere della forza cinese, i “cugini” d’Oltralpe sono stati prima tentati da pulsioni protezionistiche e di lotta per far ritardare la scadenza fatidica, poi si sono ormai arresi alla forza delle cose, come testimoniato dall’anno in corso; così la Renault sta varando con i cinesi una importante joint venture per il settore dei motori tradizionali e ibridi, che dovrebbe occupare circa 20.000 persone, mentre Stellantis ha acquisito, sempre quest’anno, il 20% del capitale di una società cinese produttrice di auto, peraltro non  tra le più importanti, mentre ha firmato un altro accordo con la cinese CATL per la fornitura di batterie. 

Per quanto riguarda i produttori tedeschi, da una parte essi sono presenti da tempo in forma massiccia nel paese asiatico, che tende a diventare anche la loro base più importante, in particolare  con molti stabilimenti di produzione e centri di ricerca, con una quota molto importante delle loro vendite globali, mentre dall’altra fanno fatica ad inserirsi adeguatamente nell’elettrico, dal momento che sono partiti molto tardi con gli investimenti e che almeno all’inizio sono andati avanti con difficoltà. Anch’essi stanno avviando diverse società con i cinesi su vari fronti, ma nel frattempo si trovano di fronte al fatto, per loro drammatico, che ormai il 40% del costo di una vettura è da attribuire alle batterie e un altro 40% al software e che quindi le loro grandi prodezze tecnico-meccaniche nelle macchine tradizionali, per cui erano universalmente reputati al top e che fornivano loro margini economici molto importanti, tendono a diventare un fattore soltanto residuale. 

Il riflesso protezionistico

Tra il Cinquecento e il Seicento l’Olanda si era fissata l’obiettivo di diventare una grande potenza navale. Il grande intellettuale Ugo Grozio, nativo del paese, scriveva agli inizi del Seicento un testo, Mare liberum, in cui perorava con efficacia la causa della libertà di navigazione. Il paese diventerà presto, in effetti, la potenza marittima più importante d’Europa; ma a questo punto terminò la libertà dei mari. Così, ad esempio, quando alcuni vascelli genovesi salpavano insieme dalla loro città per andare a commerciare in Asia, appena fuori dal porto venivano affrontati da una squadra olandese e distrutti. 

Questa storia ci porta all’oggi. Nel dopoguerra le potenze occidentali hanno praticato con apparente convinzione e molto a lungo la dottrina del libero mercato, dell’apertura ai commerci internazionali, della non ingerenza dello Stato in economia, imponendo la loro ideologia sostanzialmente a tutti. Ora che i paesi in via di sviluppo, imparata la lezione, hanno cominciato a praticare con successo la concorrenza, surclassando quelli occidentali, le vecchie regole pare che non valgano più; Stati Uniti ed Europa si chiudono progressivamente alle merci cinesi e di altri paesi con i pretesti più vari, mentre l’intervento di sostegno dello Stato diventa fondamentale anche in Occidente.

Così gli Stati Uniti, con diversi atti recenti e sempre più restrittivi, cerca di porre freni in tutti modi ai prodotti cinesi, in particolare al settore dell’auto elettrica (Chu, 2023) e lo stesso cercano di fare a Bruxelles. La Commissione europea ha aperto un’indagine per appurare se le auto cinesi godano in patria di sussidi e favori particolari, minacciando di porre dazi rilevanti in caso affermativo. Si tratta di una minaccia, votata però presumibilmente allo smacco. Tutti i produttori europei, come già accennato, hanno ormai degli intrecci rilevanti di affari con quelli cinesi e questi ultimi possono eventualmente mettere in campo contromisure potenzialmente molto efficaci. Per altro verso, fare a meno dei prodotti della filiera cinese dell’auto significherebbe ritardare significativamente l’avanzamento del settore automotive nei loro paesi. 

Le batterie

Anche nel settore delle batterie si è consolidato nel 2023 un predominio asiatico, con – di nuovo – la Cina, in particolare con CATL e BYD, che esercita un rilevante controllo sul campo, seguita a distanza da Corea del Sud e Giappone. Il resto è poca cosa.

Il ruolo della Cina tende ad essere molto importante grazie alle economie di scala raggiunte con il tempo; così il costo delle batterie agli ioni di litio in dollari per kilowatt è passato dai 1.400 dollari del 2010 ai 140 del 2023. 

L’Europa e gli Stati Uniti hanno ora una politica attiva per incoraggiare gli insediamenti produttivi nei loro territori. Per allentare la loro dipendenza dalla Cina, l’Ue e gli Stati Uniti stanno spendendo centinaia di miliardi di dollari, in particolare nella costruzione di nuovi impianti elettrici, per auto e per batterie (gigafactories); solo nel 2022 si è trattato di 131 miliardi di dollari. Nel 2030 ci saranno prevedibilmente 38 fabbriche del genere negli Stati Uniti, contro le attuali 17, mentre l’Ue gli impianti passerebbe da 15 a 36. In Cina però ce ne sono già 141 e nel 2030 diventeranno, secondo le stime attuali, 291 (Fay, 2023). I cinesi stanno poi avviando diverse fabbriche di batterie e di auto elettriche in Europa, oltre ad aver stretto accordi con tutte le imprese dell’auto del Vecchio continente, stanno anche investendo in Messico come porta d’accesso agli Stati Uniti. Per altro verso bisogna ricordare che i materiali necessari per la produzione delle batterie sono controllati al 90% sempre dai cinesi. Intanto i produttori dell’Ue e della Gran Bretagna si sono assicurati ad oggi soltanto il 16% di litio, cobalto e nickel, materiali fondamentali per la produzione di batterie, per raggiungere i loro obiettivi di produzione all’orizzonte 2030 (Jolly, 2023).

L’Italia e l’UE

Secondo i dati Acea nel 2023 le immatricolazioni di vetture nell’Ue aumenteranno del 12%, con la messa in circolazione di circa 10,4 milioni di unità; il dato è ancora inferiore di quasi il 20% rispetto al 2019, mentre per il 2024 si prevede una crescita del solo 2,5%, con la vendita di 10,7 milioni di unità. 

Per quanto riguarda in particolare il nostro paese, si stima un incremento di vetture vendute nel 2023 del 18% circa in più rispetto al 2022, ma ancora con un 18% in meno rispetto al 2019, mentre le previsioni per il 2024 sono per una sostanziale stagnazione (Promotor). Va soprattutto rimarcato il bassissimo tasso di penetrazione delle auto elettriche (anche se non siamo i soli; peraltro in Norvegia la quota delle elettriche è ormai intorno al 90%), con un 2023 che vede ferma tale quota intorno a poco più del 4%, mentre si conferma anche che il nostro parco mezzi ha il più basso tasso di ricambio di tutti i paesi dell’Ue. Le non brillanti prestazione del nostro mercato sono da attribuire alla situazione economica delle famiglie, al rilevante aumento dei prezzi di listino delle vetture, alle incertezze legate alla situazione economica generale (Greco, 2023).

La diffusione delle vetture elettriche è frenata più in generale dagli alti costi di vendita, dai lunghi tempi di ricarica e dalla loro limitata autonomia, dalla scarsità dei punti di ricarica. Su tutti questi problemi i progressi sono continui, in particolare in Cina e il 2023 ha visto avanzamenti rilevanti nei tre campi citati.

Dopo che la FCA, che inglobava al suo interno la Fiat, è stata venduta in silenzio ai francesi mentre il governo, la grande stampa si voltavano dall’altra parte, nel 2023 è proseguita la lenta, progressiva e sistematica liquidazione degli insediamenti ex-Fiat in Italia, avviata già da molto tempo, con una continua riduzione del numero degli occupati (oggi siamo a 45.000 unità, con 11.000 occupati in meno solo negli ultimi tre anni) e ora con l’ulteriore allettante offerta a 15.000 addetti perché lascino il loro posto di lavoro, mentre Mirafiori diventa nella sostanza un’officina di sfasciacarrozze e mentre continuano gli impossibili colloqui di Stellantis con il governo per portare il numero delle vetture prodotte nel nostro paese a un milione di esemplari all’anno. Ma a chi si venderanno le vetture prodotte in più? E in quale paese si ridurrà una equivalente capacità produttiva?

Guida autonoma e software

Il cambiamento di tecnologie nel settore favorisce l’ingresso di iniziative provenienti da altri campi o del tutto nuove. I due protagonisti assoluti del campo, Byd e Tesla, vengono l’una dalle batterie, mentre l’altra è un nuova entrata; molto significativamente, poi, le cinesi Baidu e Huawei stanno entrando nel settore delle elettriche e di quelle a guida autonoma partendo dalle loro esperienze nel campo del software e dell’elettronica. Nel 2022 tra le 10 vetture elettriche vendute in Cina, solo una vettura occidentale, la Tesla, è compresa nell’elenco. Tra i fattori che hanno più influito sulla classifica c’è indubbiamente di nuovo la qualità del software, tema sul quale le imprese europee si trovavano molto indietro. 

Ormai con il software si controlla da lontano l’andamento tecnico e le prestazioni delle vetture, con le singole auto che dialogano tra di loro, con le case dell’auto e i centri di assistenza, perfino con i semafori, le strisce pedonali, le stazioni pedonali e così via; d’altro canto sempre con il software si ottengono prestazioni simili a quelle contenute in un telefonino avanzato, diventando per molti versi, le vetture, un telefonino a quattro ruote (Comito, 2023).

Alcune tra le principali località cinesi sono ormai aperte alle vetture a guida autonoma e servizi di robotaxi sono in essere, avendo compiuto ormai molte decine di milioni di chilometri. All’avanguardia nel paese sembra essere Baidu.

Intanto negli Stati Uniti, mentre chiude l’iniziativa di General Motors con ingenti perdite, va avanti quella di Google attraverso la sua controllata Waymo, che offre decine di migliaia di corse a pagamento a tempo pieno a San Francisco e a Phoenix (Arizona); nel 2023 sono stati effettuati circa 700 mila viaggi in modalità autonoma.

Indubbiamente la disponibilità di auto a guida autonoma per il mercato generale sta slittando nel tempo: qualche anno fa si parlava del 2023 o 2024, ora le previsioni sono molto più prudenti. Il fatto è che i ritardi rispetto alle previsioni dipendono dalla complessità tecnologica del prodotto; sono coinvolte, in effetti, le tecnologie del G5 (siamo peraltro già al 5,5 e andiamo velocemente al 6), quelle satellitari, dell’IA, della robotica, del Big data e così via (Comito, 2023). Tale introduzione avviene quindi in maniera graduale; si distinguono 5 livelli differenti di guida autonoma. Il quarto livello è ormai applicato in maniera relativamente diffusa in particolare in Cina. 

Per una nuova politica dei trasporti; il ciclo completo dell’auto

Lo sviluppo rapido del mercato dell’auto elettrica è in sé uno dei pochi fatti positivi riscontrabili in tema di lotta al cambiamento climatico. In Norvegia, paese in cui gli acquisti di auto elettriche rappresentano ormai la quasi totalità del mercato, si assiste già, nelle città più importanti, all’abbattimento dei livelli di inquinamento. Per valutare il reale impatto sulle emissioni delle nuove vetture bisognerà in ogni caso considerare l’intero ciclo di produzione delle stesse, dall’estrazione dei minerali sino al riciclo finale dei materiali. Ora progressi significativi si vanno ottenendo in particolare su quest’ultimo punto. Gli annunci relativi agli investimenti in impianti di riciclaggio delle materie prime si vanno moltiplicando nel mondo, a partire dalla Cina. Passi avanti si vanno facendo, anche se più lentamente, nel risparmio energetico e nell’uso di energie pulite negli impianti di produzione, mentre sembra essere più indietro la lotta all’utilizzo di energia pulita nell’estrazione delle materie prime.

Si pone infine un altro problema generale. Mantenere la centralità dell’auto di proprietà individuale nella politica dei trasporti, senza cogliere l’occasione delle novità per ripensare ad un nuovo ruolo di quello collettivo, non sembra una buona soluzione a lungo termine. Si pensi ancora alla Cina, dove una risposta, certo ancora parziale, si sta fornendo con enormi investimenti nel trasporto ferroviario a breve e a lunga distanza.

Conclusioni

Nel settore dell’auto si conferma nel 2023 la tendenza all’aumento dei ruolo della Cina e dei paesi asiatici in generale nella produzione e nelle esportazioni, nonché nello sviluppo delle tecnologie relative. Nel campo dell’elettrico l’anno che sta per terminare ha registrato un passo significativo in avanti, mentre progressi ancora non sufficienti si registrano nella copertura dell’intero ciclo di vita della filiera. Intanto gli Stati Uniti e, dietro di loro l’Ue, tentano di frenare l’ascesa cinese, ma pensiamo che alla fine i risultati saranno abbastanza modesti, sia perché sembra difficile fare a meno dell’apporto cinese, sia anche perché il paese asiatico sarebbe in grado di avviare dure contromisure, sia infine per gli intrecci sempre più stretti in particolare delle case europee con i produttori cinesi.

In tale quadro di forte movimento il nostro paese continua a perdere posizioni; si continuano a ridurre posti di lavoro mentre gli stabilimenti nazionali lavorano ormai da molti anni a velocità ridotta e sono solo sostenuti da cassa integrazione e da contratti di solidarietà (sembra un processo verso una lenta estinzione) e mentre il nostro governo si mostra tra i più scettici al mondo nella lotta al cambiamento climatico in generale, e nel passaggio verso alla vettura elettrica in particolare. 

Testi citati nell’articolo

-Chu A., US moves to choke China’s role in electric vehicle supply chain, www.ft.com, 1 dicembre 2023

-Comito V., Come cambia l’industria, Futura ed., Roma, 2023 

-Fay S., Gigafactories: une frénésie mondiale, Le Monde, 30 novembre 2023

-Greco F., Auto, le vendite salgono del 16,2% ma la forbice sul 2019 resta ampia, Il Sole 24 Ore, 2 dicembre 2013   

-Jolly J., Europe is « miles behind » in race for raw materials…, www.theguardian.com, 4 dicembre 2023

da qui

 

domenica 10 dicembre 2023

Energia pulita, finanza torbida - Vincenzo Comito

Si susseguono segnali sempre più chiari e visibili che siamo alle porte di una crisi climatica senza precedenti, le soluzioni esistono, a cominciare dallo stop ai finanziamenti pubblici alle aziende fossili e alla regolamentazione degli Esg, ma manca la volontà politica di aiutare la decarbonizzazione dell’economia.

Le analisi dell’International Energy Agency (Iea) e quelle di George Monbiot

L’Iea pubblica ogni anno un’analisi delle prospettive dell’energia a livello mondiale. Quella relativa al 2023 (Iea, 2023), fa intravedere, in qualche modo sorprendentemente, qualche speranza per il mondo. Anche se l’agenzia non nasconde il fatto che importanti nuvole nere si stiano presentando all’orizzonte, afferma comunque che si va sviluppando una nuova economia dell’energia pulita. Le previsioni sull’espansione della produzione di energia pulita nei prossimi cinque anni, afferma l’Iea, sono ora molto più forti di quanto lo stesso ente stimasse soltanto un anno fa. 

Si sottolinea come gli investimenti nel settore dell’energia pulita siano cresciuti del 40% nel 2022 rispetto al 2020. Lo studio prevede poi che più di 500 gigawatt di capacità di energia rinnovabile dovrebbero essere aggiunte nel 2023, un record. Entro il 2027, poi, si dovrebbe aggiungere tanta capacità di produzione di energie rinnovabili quanto negli ultimi venti anni. Anche la capacità produttiva di componenti chiave dei sistemi di energia pulita si sta espandendo velocemente nel mondo, si afferma nello studio. 

L’ente sottolinea, d’altro canto, che gli investimenti nel settore petrolifero erano pari a 679 miliardi di dollari nel 2015 e sono scesi a 493 miliardi nel 2022; quelli nel gas naturale sono passati nello stesso periodo da 433 miliardi a 329, andando nello stesso senso. Nel campo dell’energia a bassa emissione gli investimenti sono invece cresciuti da 362 miliardi a ben 660; quelli nell’efficienza energetica sono passati da 343 miliardi a 453; quelli infine nelle reti elettriche e nell’immagazzinamento dell’energia da 326 miliardi a 352 miliardi.

Sono in molti però a registrare ancora l’altro lato, più oscuro, della medaglia. Così, ad esempio, George Monbiot, un noto giornalista inglese, ci ricorda alcuni aspetti drammatici della situazione attuale (Monbiot, 2023). Sottolinea che nell’Antartico lo scioglimento dei ghiacci è accelerato drasticamente nell’estate di questo anno, mentre il suo livello precedente non si è ricostituito durante l’inverno locale. Intanto nuove ricerche sull’Amazonia hanno trovato quelli che gli scienziati chiamano i segnali precursori dell’avvicinarsi di una transformazione critica; una combinazione di deforestazione e di rotture climatiche che potrebbero interrompere presto la circolazione delle piogge nel bacino, scatenando un rapido passaggio dell’area dalla foresta pluviale alla savana. Assistiamo poi ad una rilevante perdita di specie animali. Il 48% delle specie del mondo stanno registrando un declino nella dimensione della loro popolazione, mentre un numero molto più elevato del previsto delle stesse sta andando verso l’estinzione. E si potrebbe continuare.

Un’altra tendenza rilevabile dai dati, non del tutto positiva, fa riferimento al fatto che circa i due terzi degli investimenti in energie rinnovabili siano concentrati nel 2022 nell’area dell’Asia Orientale-Pacifico e per la gran parte in particolare in Cina (Irena, 2023).

Alla fine, cercando si conciliare in qualche modo le analisi della Iea e quelle di Monbiot, si può affermare che le minacce all’ambiente sono ancora tutte lì e che stanno anzi crescendo di intensità, ma che, d’altro canto, si va manifestando una tendenza ad una maggiore attenzione al fenomeno, che si sta traducendo in una forte crescita degli investimenti nel settore delle energie rinnovabili, investimenti peraltro ancora non sufficienti come dimensioni. L’obiettivo che era stato fissato del non superamento dell’aumento di 1,5 gradi nella temperatura media sarà a questo punto difficilmente ottenibile (Carrington, 2023).

Le bombe al carbonio e le banche

E veniamo ai temi più strettamente finanziari. Il fatto che non tutto vada per il meglio è testimoniato dal fatto che sono stati individuati di recente nel mondo ben 425 progetti (Niranjian, 2023; Aubert, 2023) nel settore delle energie fossili, ognuno dei quali potrebbe emettere, se portati avanti, più di un miliardo di tonnellate di biossido di carbonio nell’atmosfera (“Carbon Bombs”). Essi, messi insieme, potrebbero distruggere l’ultima possibilità di impedire che il riscaldamento del pianeta raggiunga livelli molto pericolosi. 

Ora, nel periodo che va dal 2016 e il 2022, le grandi banche, in particolare quelle europee, statunitensi e cinesi, hanno fornito finanziamenti a tali progetti per 1.800 miliardi di dollari e nel solo 2022 per circa 150 miliardi. Tali banche finanziano direttamente i progetti o supportano massicciamente le imprese che li sfruttano. 

Appare evidente che uno dei presupposti per accelerare il passaggio ad un’economia verde appare quello di spingere gli istituti bancari e assimilati a cambiare il loro atteggiamento.

La finanza cosiddetta verde

Di fronte a tali cifre può sembrare in qualche modo inverosimile che, secondo i dati ufficiali, stiamo assistendo comunque ad una forte crescita della cosiddetta “finanza verde”; su questo tema riprendiamo, sostanzialmente, un altro articolo di chi scrive apparso su questo stesso sito (Comito, 2021). Come è noto, con l’espressione “finanza verde” si fa riferimento al finanziamento da parte delle istituzioni preposte di attività che rispettino i criteri cosiddetti ESG (Environmental, Social, Governance), che facciano cioè riferimento agli aspetti ambientali, sociali e di cosiddetta buona governance. Già nel 2019 si parlava di un totale di 35.000 miliardi di dollari, il 36% di tutti i fondi gestiti professionalmente, dedicati al settore: una apparente valanga. Mentre tali titoli “verdi” crescevano esponenzialmente, però, altrettanto crescevano le emissioni inquinanti. Per i dati ottimistici appena citati si è parlato così, con un’efficace espressione, di greenwashing (di falsa pulizia, cioè, dello sporco).

Ci sono molte possibili spiegazioni a tale apparente contraddizione. Ci limiteremo a qualche semplice annotazione. Se si guarda in dettaglio alle cifre, nella UE quasi la metà di tali fondi “puliti” sono utilizzati dalle compagnie petrolifere e minerarie, tra i massimi inquinatori del pianeta. Certo esse dichiarano di utilizzare tali fondi per “progetti verdi”, ma chissà cosa succede veramente. Così la francese Total ha promesso di emettere in futuro soltanto “titoli verdi”, il che significa che tali titoli serviranno ovviamente a finanziare anche le attività di esplorazione petrolifera. 

Un problema di fondo è quello che mancano definizioni comunemente accettate di investimenti ESG e poi strumenti di controllo efficaci. E poi: come mettere nello stesso paniere il verde, il sociale e la governance? Così ad esempio delle imprese pessime sul fronte dell’E (Environmental) possono ottenere una notazione virtuosa perché positive su S (Social) e G (Governance), confondendo così gli investitori bene intenzionati.

Uno studioso francese, Laurence Shalom (Shalom, 2023) mette in dubbio che la finanza virtuosa sia veramente virtuosa. Sulla definizione di tale termine ci sono, egli ci ricorda, due visioni opposte. Per l’investitore preoccupato seriamente della conservazione del pianeta quello che importa è l’impatto delle imprese sull’ambiente; quindi egli cercherà di investire in imprese attente a non degradare l’ecosistema. Ma gli uomini di finanza e la gran parte delle imprese si preoccupano invece principalmente delle conseguenze finanziarie di questo degrado sui loro conti e sul loro valore di Borsa. Queste due concezioni molto diverse sono fonte di confusione, confusione propizia al greenwashing. Ora non esistono norme che chiariscano questo punto essenziale, ricorda Shalom. L’approccio sviluppato così dall’International Sustainability Standard Board, ente apparentemente autorevole nel campo, propende – ahimè -, come gli stessi Stati Uniti, per l’ipotesi più favorevole alla aziende.

Per far emergere una finanza veramente durevole si dovrebbe, secondo Shalom, passare attraverso un’azione pubblica forte. Si tratta, in altri termini, di riarmare i poteri pubblici di fronte alla finanza, in modo da costringerla a partecipare allo sforzo collettivo. Obiettivo molto impegnativo. 

Le grandi imprese dell’energia e i loro investimenti

Secondo una stima recente (Carrington, 2022), negli ultimi cinquanta anni l’industria del petrolio e del gas ha ottenuto nel mondo 2,8 miliardi di dollari di profitti al giorno. Una cifra sbalorditiva. Ancora nel 2022 la Exxon ha dichiarato profitti netti per 56 miliardi di dollari, la Shell per 39,9, la Chevron per 36,5, la Bp per 27,7 e la Total per 21,0. Nel suo piccolo anche l’Eni ha compiuto il miracolo guadagnando nell’anno 13,3 miliardi di euro; mentre la saudita Aramco, dal canto suo, ha registrato da sola 161 miliardi di dollari di utili. 

Con tali enormi somme tali gruppi hanno sempre avuto e continuano ad avere la forza finanziaria per comprare tutti i politici del mondo e bloccare, o almeno ritardare il più possibile, l’azione degli Stati e degli organismi pubblici locali contro la crisi climatica.

Così le società dell’energia continuano ancora oggi a investire la gran parte delle loro enormi risorse nel settore delle energie fossili, lasciando solo una quota ridotta a quelli nelle rinnovabili. Si può rilevare una sostanziale sordità delle imprese statunitensi al tema e una maggior attenzione allo stesso da parte di quelle europee. 

Le giustificazioni ufficiali a tale comportamento fanno riferimento alla scarsa redditività del settore delle rinnovabili e al fatto che il mercato avrà bisogno ancora per molto tempo di petrolio e gas. 

Il caso della BP inglese e quello italiano

A proposito di imprese europee, ricordiamo che la British Petroleum è una società energetica britannica tra le più grandi del mondo. Il suo amministratore delegato, Bernard Looney, aveva messo a punto qualche tempo fa un nuovo slogan per il gruppo – “Al di là del petrolio” – ed aveva costituito una nuova società, la Helios, il cui nome rimandava facilmente alle energie rinnovabili. Egli si era dato coerentemente come obiettivi quelli di ridurre del 40% il livello delle emissioni inquinanti del gruppo entro il 2030 e di arrivare ad una situazione di zero emissioni entro il 2050. Ma all’inizio di questo anno è stato costretto a tornare indietro sui suoi passi, mentre più recentemente è stato anche costretto alle dimissioni (Watts, 2023). 

In Italia, poi, abbiamo, come è noto, due grandi gruppi energetici, l’Eni e l’Enel. Mentre la prima impresa continua a dare priorità al settore fossile, il responsabile dell’Enel aveva avviato un grande programma di investimento nel settore delle energie rinnovabili, azione che aveva portato l’azienda ai massimi vertici mondiali in tale campo. Ma è stato rapidamente licenziato.

Le due storie indicano che è molto pericoloso al momento, nei grandi gruppi energetici, farsi paladini dell’ecologia; vi si oppongono sia gli azionisti privati che i poteri pubblici. Non sembrerebbe esserci scampo.

Il finanziamento delle energie rinnovabili e dintorni

Bisogna ricordare che tra il 2013 e il 2020 sono stati impiegati dai pubblici poteri di tutto il mondo circa 2.900 miliardi di dollari in sussidi alle energie fossili (Irena, 2023). Bisogna partire da lì, ribaltando l’allocazione di tali fondi verso le energie rinnovabili. 

Per quanto riguarda in generale le risorse necessarie alla transizione energetica, si fa l’ipotesi di un fabbisogno netto supplementare di investimenti di 2.500 miliardi di dollari annui a livello mondiale; per quanto riguarda la gestione dell’acqua si pensa a 350 miliardi di dollari, mentre per la gestione della biodiversità si valutano le necessità ulteriori in 800 miliardi di dollari (Artus, 2023).

Si pone ovviamente il problema di come coprire tali fabbisogni.

In questa sede si ricordano soltanto alcune piste possibili. 

Intanto bisognerebbe spingere le grandi imprese dell’energia a investire molto di più in tale settore. Più in generale si dovrebbe puntare ad un mutamento nei comportamenti delle imprese, di fronte al fatto che le pratiche di distribuzione di dividendi e di riacquisto di azioni proprie non cessano di aumentare (Artus, 2023). Le imprese dovranno in futuro ridurre la remunerazione degli azionisti sotto le varie forme utilizzate per disporre di un volume maggiore di risorse per realizzare la transizione energetica nelle loro imprese.

Bisognerebbe poi persuadere, accanto alle banche ordinarie, le grandi istituzioni finanziarie per lo sviluppo internazionale, dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario, dalle banche regionali di sviluppo, a quelle sorte per iniziativa cinese, dalla AIIB alla banca dei Brics a quella dello Sco, ad andare molto di più in questa stessa direzione. Ci sarebbero poi i fondi mobilitabili dagli Stati nazionali (ricordiamo tra l’altro i programmi in proposito di Usa, Cina e UE) e poi in particolare quelli relativi al possibile accordo tra i paesi ricchi e quelli emergenti per la creazione di una istituzione essenziale, quella di un fondo per aiutare i paesi particolarmente vulnerabili che soffrono degli effetti devastanti del riscaldamento globale (“Loss and damage fund”). Ma tale possibile novità va avanti con molta fatica, anche se è stata messa a punto, nei primi giorni di novembre, una bozza di accordo a questo proposito, peraltro non entusiasmante, tra i vari paesi. Il responsabile di una CGO ha commentato la cosa affermando che “… questo è un giorno triste per la giustizia climatica, dal momento che i paesi ricchi voltano le spalle alle comunità vulnerabili…” (Harvey, 2023). 

C’è un ulteriore problema.

Cosa hanno in comune, si chiede Jézabel Couppey-Soubeyran (Couppey-Soubeyran, 2023), la de-desertificazione dei suoli, la de-polluzione delle acque, la raccolta dei rifiuti oceanici, la creazione di riserve di biodiversità, gli aiuti necessari perché tutte le famiglie possano avere accesso attivo alla transizione ecologica.? Tutte queste azioni, e altre qui non citate, sono spese necessarie per una transizione ecologica giusta, ma sono sprovviste di ritorni economici. Spese di questo tipo esigono la copertura da parte del settore pubblico.

E’ stato stimato che nella sola Europa sarebbero necessari per risolvere il problema circa 500 miliardi di euro di investimenti all’anno per sette anni. Come e dove reperire tali ingenti somme, di fronte anche al già elevato livello di indebitamento degli stessi Stati europei? Anche l’aumento delle imposte appare difficilmente sostenibile. Bisogna quindi ricorrere soprattutto ad una nuova forma di creazione di moneta senza indebitamento.

Tecnicamente, afferma l’autrice, niente impedirebbe alla banca centrale di emettere della moneta legale senza acquisto di titoli o forme analoghe, iscrivendola semplicemente sul conto di una società finanziaria pubblica. Quest’ultima distribuirebbe, sotto forma di sovvenzioni, soldi alle imprese e ai progetti che perseguissero l’obiettivo di uno sviluppo durevole che mancassero di redditività finanziaria. Risparmiamo al lettore i dettagli tecnici del progetto. 

Le soluzioni esistono, manca la volontà politica di attuarle.

Conclusioni

Mentre in questi mesi assistiamo a manifestazioni evidenti del rapido avvicinarsi di una rilevante crisi climatica, con tutte le sue conseguenze, si manifesta contemporaneamente qualche segnale di una forte crescita, pur ancora non sufficiente, degli investimenti nelle energie pulite. Cruciale in tale quadro appare il comportamento della comunità finanziaria, che dovrebbe essere spinta a decisioni maggiormente consapevoli della drammaticità dell’ora anche da una forte pressione dei poteri pubblici, pressione che al momento non appare in generale molto convinta.  

Testi citati nell’articolo

-Artus P., Quatre options pour financer la transition, Le Monde, 5-6 novembre 2023

-Aubert R., Ces “bombes carbone” qui menacent le climat, Le Monde, 1-2 novembre 2023

-Carrington D., Climate crisis: carbon emission budget is now tiny, scientists say, www.theguardian.com, 30 ottobre 2023

-Carrington D., Revealed: oil sector’s “staggering” $3bn-a-day profits for last fifty years, www.theguardian.com, 21 luglio 2022  

-Comito V., La «finanza verde»: molta finanza e poco verde, www.sbilanciamoci.info, 15 novembre 2021

-Couppey-Soubeyran J., Pour une création monétaire sans dette, Le Monde, 29-30 ottobre 2023

-International Energy Association, World Energy Outlook 2023, ottobre 2023 

-Irena (International Renewables Energy Agency), Global landscape of renewable energy finance 2023, Abu Dhabi, febbraio 2023  

-Harvey F., « Loss and damage » deal struck to help countries worst hit by climate crisis, www.theguardian.com, 5 novembre 2023

-Monbiot G., The « flickering » of Earth systems is warning us : act now, or see our already degraded paradise lost, www.guardian.com, 31 ottobre 2023

-Niranjan A., Banks pumped more than $150bn into companies running “carbon bomb” projects in 2022, www.theguardian.com, 31 ottobre 2023 

-Shalom L., La finance peut-elle etre durable ?, Le Monde, 29-30 ottobre 2023

-Watts J., BP must not backtrack on climate action…, www.theguardian.com, 14 settembre 2023

da qui

domenica 5 novembre 2023

Per un’imposta Ue sui grandi patrimoni, firma anche tu


Parte la petizione di Oxfam, collegata alla campagna Tax The Rich! che porta avanti insieme a Sbilanciamoci. L’obiettivo è raggiungere 1 milione di firme in 7 mesi, 53.580 in Italia, per tassare lo 0,1% più ricco della popolazione europea con un patrimonio netto individuale di 5,4 milioni di euro.

La raccolta firme #LaGrandeRicchezza è stata lanciata da Oxfam a supporto dell’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice), per chiedere alla Commissione UE l’istituzione di un’imposta europea sui grandi patrimoni. In Italia potrebbe essere rivolta al solo 0,1% più ricco della popolazione con un patrimonio netto individuale sopra i 5,4 milioni di euro. Il gettito verrebbe indirizzato al Welfare, a una transizione ecologica giusta, alla cooperazione internazionale allo sviluppo. La raccolta firme è collegata alla campagna «Tax The Rich» promossa da Oxfam con Sbilanciamoci, Nens, Rosa Rossa e Tax Justice Italia. L’obiettivo è raggiungere in un anno 1 milione di firme in almeno sette paesi Ue, 53.580 in l’Italia. «Contribuirebbe a superare la paradossale situazione per cui i percettori di redditi più elevati versano imposte e contributi inferiori, in proporzione al reddito, rispetto a chi ha redditi più bassi. Una palese ingiustizia, che possiamo e dobbiamo correggere» sostiene Mikhail Maslennikov (Oxfam). Si può firmare qui: 

www.oxfamitalia.org/lagrandericchezza/

 

da qui

sabato 24 luglio 2021

Con il Covid cresce il popolo degli affamati in fuga - Guglielmo Ragozzino (*)

 

Le Nazioni Unite hanno pubblicato dati sulla fame nel mondo nel tempo della pandemia. Hanno lavorato all’unisono cinque istituzioni: Fao, Ifad, Unicef, Wfp, Oms. Un decimo della popolazione mondiale vive con la fame o muore di fame. A spanne, nell’ultimo anno preso in considerazione vi è stato un aumento presunto di un altro affamato ogni dieci persone, e si tratta come è facile capire, in misura rilevante, delle conseguenze – dirette e indirette – della pandemia del Covid 19 che ha tolto lavoro e spazi a tutti, ma a qualcuno di più. A soffrire la fame, all’inizio dell’anno in corso, sono poco meno di 800 milioni di persone di cui 418 milioni in Asia, 282 milioni in Africa, 60 milioni nell’area che comprende l’ America centrale e i Caraibi.

Mentre dall’inizio del secolo la lotta contro la fame aveva avuto effetto, e i risultati lasciavano aperta la speranza di “sradicare” la fame per il fatidico 2030, la curva ha cambiato indirizzo nel 2014. L’aumento della pandemia-fame decorre dagli ultimi cinque anni, ma è stato nell’anno della malattia globale, il Covid 19, con tutte le conseguenze, che la situazione è peggiorata in modo che sembra inarrestabile: il dato ufficiale del 2019 era di 650 milioni , cresciuti a una cifra ancora incerta tra un minimo di 720 milioni a un massimo di 812, vale a dire dall’8,4% del 2019 al 9,9% del 2020 scegliendo, con i metodi degli statistici dell’Onu, con i grafici e le previsioni scientifiche, un tasso intermedio, collocato tra il minimo del 9,2% e il massimo del 10,4%.

Una delle agenzie dell’Onu sopra citate, WFP, ha organizzato con la casa madre e l’Unione europea uno speciale sistema di attenzione alla fame e al cibo, “Global Network against Food Crises” che fornisce uno speciale rapporto: il “Global Report”, con quel che segue. Il presidente dell’Onu, il portoghese Antonio Guterres, si è dato coraggio con un buon grado di ottimismo: “Non c’è posto per carestia e inedia nel ventunesimo secolo. Insieme possiamo farla finita con la fame”.

Il rapporto è interessante per la ricognizione di tutti i paesi e i territori a fame prevalente e per la proposta di classificare la fame in cinque livelli. Minimal: famiglia in grado di procurarsi il cibo essenziale; stress: famiglia che ha il minimo di cibo per sopravvivere ma non può affrontare alcun’altra spesa; crisis: famiglia con buchi nei consumi di cibi essenziali; emergency: grandi buchi frequenti, cattivo nutrimento, ricerca di espedienti; catastrophe: estrema mancanza di cibo, la famiglia rischia l’inedia e la morte. Per la fase 3 vengono indicate 155 milioni di persone distribuite in 55 paesi, sempre gli stessi; quello che cambia è l’aumento di 20 milioni dal 2019; mentre sono 133.000 quelle che tra Burkina Faso, Sud Sudan e Yemen che erano nella fase 5, alla catastrofe, alla morte per fame.

Prima di andare avanti vorremmo essere sicuri di avere scritto bene. Solo nel caso dell’ultima cifra citata si tratta di migliaia persone. Gente a perdere, in Yemen, Sud Sudan, Burkina Faso: catastrofi, d’accordo, ma il mondo va avanti lo stesso. Negli altri casi a rischio sono milioni di persone, bambini, madri, vecchi; lavoratori che guadagnano troppo poco o perdono il lavoro: tutti soffrono per fame, vivono male, muoiono per fame. Quelli che lavorano, spesso guadagnano anche un dollaro al giorno e il costo minimo in cibo per sopravvivere a persona al giorno è stato calcolato, sempre dalle organizzazioni dell’Onu e da altri specialisti internazionali in dollari 1,90. Qualche economista smaliziato farà notare che un potere d’acquisto di un dollaro cambia, e molto, dagli Usa al Bangladesh per via del diverso costo della vita. Un dollaro di medicine vale però circa lo stesso qui e là. Non ci sono ancora vaccini che si pagano con dollari scontati per via del diverso e ridottissimo costo della vita. Per questo l’effetto dell’ultima apdemia del Covid 19 si somma a tutto il resto. Si muore per inedia e per carenza di farmaci indispensabili e troppo cari.

BUONE letture. La situazione della fame è stata descritta in modo scientifico e appassionato, storico-cronistico dallo scrittore argentino Martin Caparros con un libro “La Fame” pubblicato da Einaudi, premiato più volte, ma preso poco sul serio. Il libro è uscito in Italia nel 2015 e c’era modo di imparare qualcosa: racconta della stessa fame in parti diverse del mondo; fa la storia di padri e soprattutto madri che non hanno niente da offrire ai bambini. Tutto questo mentre erano in corso gigantesche speculazioni internazionali sui cibi e sulla terra, per garantire il guadagno ai pochi, ai padroni del mondo, dovunque fossero annidati, e togliere la terra e il cibo, il minimo cibo indispensabile e costringere i molti ad andarsene; o crepare. Invece di mettere sull’avviso, il libro è sembrato esagerato o sensazionalistico. Abbiamo però una recensione, gratuita, disponibile che si trova “chiamando” fame, caparros. Chiunque può almeno leggere quella, che è ancora in rete (Francesca Lazzarato, “Una violenta metafora della disuguaglianza che noi tutti accettiamo”, il manifesto 31-5-2015). Si descriveva la nostra avidità di ricchi sazi di tutto e la disperazione del mondo giovane, fuori di noi, senza niente. Cose del passato. Oggi per esempio, come si sa, gli immigrati, i famosi, invadentissimi clandestini, quelli radunati dagli odiosi trafficanti di schiavi, vengono qui per curiosità, per fare la bella vita, al limite per rubare; non per fame.

L’opposto della fame è lo spreco. La stupidità della gente ricca e ben pasciuta (non noi, è chiaro!) si trova anche anche nella descrizione degli sprechi di cibo. Un testo di Saverio Pipitone “Cibo: più pregi, meno sprechi” (Saverio Pipitone blogspot.com) – rilanciato dalla “Bottega del Barbieri, il ben noto blog – esamina il piccolo “Atlante di disuguaglianze” e i dati Fao e Unep. Lo spreco alimentare, il buon cibo buttato, vale 2.500 miliardi di dollari; per l’Italia si parla di 300 euro per famiglia. Un miliardo di tonnellate finisce ogni anno nella spazzatura e si tratta di cibo commestibile per l’80%. La metà dello spreco è spreco casalingo di cibo acquistato e non consumato; l’altra metà si perde e va in discarica passando nel variopinto sistema di distribuzione, senza arrivare alla bocca di qualcuno. Allo spreco è anche imputabile un mare di 250 chilometri cubi di acqua potabile, nonché una nuvola di 3,3 miliardi di tonnellate di CO2. E possiamo continuare nella rassegna di Pipitone: 1,4 miliardi di ettari occupati per produrre cibi da buttare; 4 chili/persona di fertilizzanti spruzzati; 25% della deforestazione complessiva, 20% di tutti i danni alla biodiversità e per finire un apporto del 21% di tutti i rifiuti in discarica. C’è infine una sommessa lode di gruppi come il Gas (Gruppo acquisti solidali), ben noto in Italia, o il Csa (Comunità di sostegno all’agricoltura) che intendono connettere produttori e consumatori: due minuscole forme di contrasto allo spreco. Tali forme sono anche un invito alla riflessione pubblica sulla questione materiale del cibo: quelli che ne hanno poco o niente del tutto e quelli che ne hanno troppo e sanno solo sprecarlo. Sono aspetti slegati, nella storia del mondo, nella geografia di questi anni, oppure sono connessi tra loro, con un elemento di dipendenza reciproca? Difficile rispondere in modo non ideologico, difficile suggerire soluzioni che non siano forme di assistenza, in grande, ai poveri della terra; oppure una severa educazione alimentare all’Occidente, obeso e malato di troppo cibo?

Per spiegare meglio quello che avviene e avviene e avviene, l’Onu propone una distinzione tra coloro che rischiano ogni giorno di morire di fame e coloro che sono sempre affamati, non mangiano mai abbastanza e sopravvivono così, tentando a volte di fuggire e conquistare qualche dollaro in più altrove, con l’intento sia di ridurre il peso in cibo per la famiglia, sia di inviare qualche cibo a casa sotto forma di moneta spendibile dalla famiglia stessa. Gli affamati, disperati o quasi disperati, gli uni e gli altri, contati assieme, rappresentano un terzo degli umani, una persona su tre. Con i dati delle cinque agenzie dell’Onu abbiamo semplificato una tabella sulle percentuali relative agli affamati gravi e agli altri, quelli con fame continua ma non mortale e con disturbi di alimentazione, dovuti soprattutto alla indisponibilità di cibo sano, distinguendo le diverse fami, in tre anni diversi che mostrino l’andamento e tre diverse zone del mondo particolarmente soggette alla fame. Ci sarà una fame totale (tot), una fame, si fa per dire, modesta (mod) una fame grave (gra); tre anni 2014, 2019, 2020; quattro diversi mondi: il mondo intero, l’Asia del Sud, l’Africa, l’America centrale completata dalle isole dei Caraibi.

 



Con i dati che precedono come base di discussione è prevista per settembre a New York una due giorni dedicata a una grande iniziativa mondiale sul cibo (e la fame) e le prospettive al 2030 alla presenza di capi di stato e di governo. Occasioni del genere portano difficilmente a risultati eccezionali, escludendo il caso di un’eventuale dichiarazione impegnativa che un grande governante si è lasciata scappare; tutto il resto è propaganda o affari sotterranei. Forse avrà esiti più significativi, almeno dal punto di vista dell’infomazione e delle conoscenze, il pre-convegno del 26-28 luglio che si terrà a Roma, in sede Fao, alla presenza di operatori e studiosi indipendenti o legati alle Ong, cioè non necessariamente ispirati o diretti dai governi. Ci saranno rappresentanti degli agricoltori, dei popoli indigeni: una possibile discussione aperta e concreta, per indicare il da farsi ai grandi della terra. Meglio, una possibile via di uscita, un programma, un obiettivo, un rinvio. Intanto a Cuba, isola dei Caraibi, o in Sudafrica, terra africana meno misera di altre terre a sud del Sahara, gli affamati cominciano a protestare.

LEGENDA

WFP = World Food Programme, Programma Alimentare Mondiale

IFAD = International Fund for Agricultural Development, Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo

UNICEF = Fondo Nazioni Unite per l’infanzia

OMS = Organizzazione Mondiale per la Sanità

FAO = Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura

UNEP = Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente

 

(*) ripreso da sbilanciamoci.info


da qui

domenica 4 aprile 2021

L’ottagono di Big Pharma - Guglielmo Ragozzino

 

AstraZeneca ha radici anche in Italia, dove ha tratto linfa dalla svendita dell’industria farmaceutica alla ricerca di rapidi guadagni. Ricostruendo quella storia si capiscono i lati dell’ottagono che costituisce Big Pharma oggi.

 

Il potere di chi ha sotto mano la tastiera è assurdo. In un mondo in cui tutti sanno tutto del Covid 19, con annessi e connessi, uno s’immagina di poter contribuire alle cognizioni generali, aggiungendo qualcosa a proposito di Big Pharma, come fosse oggetto di molta attenzione. Big Pharma è un’espressione colorita, diventata abituale nei tribunali americani, soprattutto nelle cause di class action dei cittadini contro i farmaci o i trattamenti colpevoli di morti o di gravi alterazioni per i pazienti. Nella memoria collettiva c’è ancora il caso verificatosi nella seconda metà del secolo scorso di bambini nati con gravi malformazioni agli arti per un sedativo “sicuro” assunto dalle madri nei primi mesi di gravidanza. Si può dire che il pubblico non riesce a liberarsi dalla paura di conseguenze inattese dei farmaci. Ne discutono, ne fanno propaganda soprattutto alcune persone convinte del potere delle imprese farmaceutiche, della loro segreta connivenza, dell’imbroglio finale che esse condividono, speculando, approfittando della vacuità, della pochezza, della corruzione dei governi. Questa precauzione va utilizzata con buon senso. Imputare colpe infami a un complotto segreto – una delle dicerie intorno a Big Pharma – attribuendolo magari alle mene sconosciute di qualche sconosciuto monarca, qualche Grande Fratello, deciso a utilizzare un’arma proibita di distruzione di massa per conquistare altro potere nell’ingenuo mondo della gente perbene – è un’interpretazione dei fatti che esiste ma serve poco.  In buona misura è una scorciatoia che non aiuta a capire, ma allontana dall’obiettivo del buon giudizio, ammesso che la scelta migliore sia comprendere i fatti per quel che sono e agire in conseguenza. Colpiti dunque dalla ambiziosa presunzione di saperne più degli altri, abbiamo così provato a dire la nostra su Big Pharma, esercitandoci con alcune domande e alcuni tentativi di risposte.

1.      Perché non c’è un vaccino italiano?

2.      Esiste, o esisteva, un sistema farmaceutico nazionale italiano? 

3.      Si trova qualche dritta in un libro: “Il bagnino e i samurai”? 

4.      Che ci fanno i cinesi a Nerviano?

5.      Che cos’è davvero Big Pharma?

6.      Quali sono le imprese farmaceutiche che fanno parte di Big Pharma, ammesso che esista?

7.      Cosa c’entra Zeynep Tufekci?

 

1. Perché non c’è un vaccino italiano?

La domanda sembra provocatoria, soprattutto adesso, nel momento in cui si diffonde la leggenda di un’imminente soluzione italica. Ammesso che esista, sarebbe un laboratorio dislocato qui o là nello Stivale per non sprecare gli ultimi spiccioli della domanda di vaccini. Al contrario, tutti sanno perché non c’è un vaccino italiano. Perché non siamo stati capaci di farlo. O perché, a farlo, non si guadagnava abbastanza. Chissà poi che non sia stato effettivamente fatto, ma poi se ne sia dimenticato il principio ispiratore in un ripostiglio, o perso in qualche trasloco. Inoltre si riflette, forse malignamente, che è meglio così. Come fidarsi di un farmaco tanto importante, vitale e probabilmente complicato, senza avere alle spalle una ricerca scientifica, una coerente fase di sperimentazione, una sensata convinzione nelle proprie capacità? Tutto vero, ma questo non ci esime dal cercare di capire i motivi. Questa incapacità è un fatto recente o è sempre stato così? Un’industria farmaceutica italiana è mai esistita?

 

2. Esiste, o esisteva, un sistema farmaceutico nazionale italiano? 

Il sistema farmaceutico italiano esiste, esiste da un paio di secoli, analogamente a quello quasi coevo in Germania e in Francia. Anche in Italia sono decine i farmacisti che hanno studiato e cominciato a fornire medicine “scientifiche”ai loro pazienti a partire dai primi decenni dell’Ottocento. Erano perlopiù capaci di manipolare le sostanze, provando e riprovando, tanto coraggiosi da tentare; inoltre sapevano leggere e imparare quello che avveniva altrove. Rare le esclusive, ma diffuse le capacità di cercare, studiare e provare farmaci e rimedi. Il nome più importante è Carlo Erba. Nato nel 1811 a Vigevano, laureato a Pavia. Farmacista del milanese, grandi vedute, spirito imprenditoriale schumpeteriano, finanziatore del Politecnico. Uno dei suoi 6 fratelli, Luigi, pianista di vaglia, ne continua il lavoro, si lega all’aristocrazia milanese – Castelbarco, Visconti. Sarà un nipote Visconti arrivato alla testa della società Carlo Erba a venderla alla potente Montedison, appena nata da una fusione, dando la colpa al sindacato che pretende troppo con un suo contratto di lavoro nazionale. Un altro Visconti, parente del precedente, quindi pronipote di Carlo Erba il fondatore, ha da sempre opinioni politiche diverse dalla famiglia e dopo aver diretto La Terra trema e Ossessione, dirige anche Rocco e i suoi fratelli; si chiama Luchino, Luchino Visconti.
Di mano in mano, Carlo Erba finisce prima a Montedison, poi a Kabi Pharmacia poi ad Astra Zeneca e poi a Johnson & Johnson. Non è la sola; c’è un altro ramo della maggiore industria farmaceutica nazionale da non dimenticare.
La potente nuovissima Montedison nasce nel 1965 ed è la fusione della chimica nazionale, Montecatini e della maggiore compagnia elettrica italiana, Edison, piena di denaro contante per aver venduto centrali e linee elettriche e contatori allo Stato e cioè a Enel per la legge sulla nazionalizzazione elettrica del 1962. Piena di contante e senza idee. Montecatini possiede da decenni metà Farmitalia, seconda grande impresa farmaceutica nazionale che dalla famiglia Schiapparelli era passata nel lontano 1936 in proprietà a una società paritetica tra la stessa Montecatini e i francesi di Rhône Poulenç. Il destino è scritto. Acquisita l’intera società, data la disponibilità di capitale fresco ex elettrico, avendo liquidato il socio francese, Montedison si trova in mano due società farmaceutiche, le maggiori in un paese in cui gli altri pezzi forti si appoggiano a imprese straniere. Solo nel 1978 si realizza la fusione Farmitalia – Carlo Erba. Se c’è voluto tanto, la causa apparente è qualche pasticcio di Borsa. Sotto è probabilmente l’insofferenza di direttori e ricercatori a riallinearsi nel nuovo gruppo, rinunciando a ricerche e sviluppi in corso. Dopo tutto è la storia di tutte le fusioni dell’epopea capitalistica, ma è particolarmente difficile in un ambiente impegnativo come quello dei farmaci per la vita delle persone. Nel 1987 delisting, cioè uscita dalla Borsa, tanto per evitare che qualcuno possa chiedere conti o ricchi dividendi e acquisto del 41% di Antibioticos, impresa spagnola; i responsabili montedisini hanno compreso che è necessario allargarsi e crescere di peso per fronteggiare le malattie e le cure, nel mondo globalizzato o almeno nell’occidente ricco, per non rimanere in seconda fila; se c’è un momento per un Big Pharma nazionale, è proprio questo. Solo che, dopo un tira-e-molla (compro io o compri tu?) con gli svedesi di Kabi Pharmacia, sono questi ultimi a comperare tutto. In Montedison è però cambiato molto, per la terza o la quarta volta in dieci anni. Ora si chiama Enimont. A vendere, adesso, è il nuovo leader di Montedison, che come si vedrà al prossimo capitolo faceva da giovane il bagnino. Da bagnino a capo di Montedison ed Enimont? Una carriera favolosa.

 

3. Si trova forse qualche risposta in un libro: “Il bagnino e i samurai”? 

Un bagnino di bell’aspetto, a Cesenatico, fa innamorare una signora di buona famiglia, anzi buonissima: è una Ferruzzi. Il bagnino se la sposa e abbandona le spiagge cambiando mestiere. Diventa allievo e collaboratore di Raul Gardini oltre che suo cognato. Si chiama Carlo Sama. La famiglia dopo un po’ liquida Gardini, per le sue mani bucate e l’ego esagerato che lo ha portato a uno scontro frontale con i poteri costituiti del capitalismo italiano – banca e industria – e affida quel che rimane dell’impero Ferruzzi dilapidato proprio a Sama. Il compito di Sama è complicato. Gardini, subito prima di essere estromesso dalla famiglia, in un’insolita partita a pari e dispari ha appena vinto Enimont, cioè l’acquisto dell’intero impero Montedison + Eni: la chimica, la finanza e il resto. La mano ora tocca a Sama. Questi chiama Garofano, un manager qualsiasi, come responsabile operativo e trattiene per sé le scelte finanziarie. Trascurando il resto, che sarebbe poi Tangentopoli dove, uno dopo l’altro, incappano tutti i personaggi rilevanti della storia, anche tragicamente – spesso la farsa si trasforma in tragedia, come tutti già sapevano, ben prima di Carlo Marx – qui occorre ricordare solo la vendita agli svedesi di Farmitalia, Carlo Erba compresa, per duemila duecento miliardi di lire. L’indebitamento bancario di Enimont, alla cui copertura era destinato, superava quell’entità da dieci a quindici volte. Così dopo aver svenduto il gruppo farmaceutico, la famiglia Ferruzzi è costretta a cedere tutto il resto consegnando le chiavi, cominciando da quelle della grande chimica appena conquistata. Trascurando altri dettagli, per divertenti (o tragici) che siano ed evitando di perdere tempo sui disastri industriali, sociali, sindacali, scientifici, umani, processuali legati molto spesso alla caduta di Enimont, torniamo a bomba.
Pharmacia Kabi, il compratore svedese che fa parte del gruppo Precordia, ha presunto troppo del suo appetito: non è in grado di smaltire da solo Farmitalia e Carlo Erba. Quindi, gli svedesi che ormai, cambiato nome e modello, si chiamano Astra, si associano, seguendo la moda del tempo, agli inglesi di Zeneca che a loro volta sono un risultato dello spacchettamento in tre parti dell’inglese, di antichi natali, Imperial Chemical Industries, ICI. Il gruppo farmaceutico italiano, ormai filiale anglo-svedese è ben presto smantellato nei fatti nonostante tutte le promesse; vengono così dispersi i samurai, cioè i ricercatori, ricordati nel titolo, “Il bagnino e i samurai” dello studio di Daniela Minerva e Silvio Monfardini, edito da Codice, dedicato alla  precocissima fine della ricerca biomedica in Italia. Insieme ai samurai è disperso il loro lavoro generoso, la ricerca, che si sforzava di conoscere, imparare, insegnare. Tutto per aria, tutto sprecato, perché la ricerca non offriva un guadagno immediato che è quello di cui gli azionisti hanno spesso un bisogno disperato. Nei consueti stravolgimenti dell’industria farmaceutica talvolta qualche pezzo viene dimenticato; è il caso di Nerviano e dei cinesi. Che fanno i cinesi nella farmacopea lombarda? E perché proprio Nerviano?  

 

4. Che ci fanno i cinesi a Nerviano?

Al disastro generale sfugge solo Nerviano, forse troppo piccolo o scomodo, o troppo marginale per far gola a Big Pharma che intanto si sta costituendo anche in Europa. La storia è troppo nota per raccontarla di nuovo, anche se può servire di ammonimento. A difendere l’impianto di ricerca di Nerviano, (un paese sperduto nel milanese) non certo uno dei maggiori punti di ricerca del complesso intero ceduto da Enimont agli anglo-svedesi, si muovono generosi esponenti dei Corpi Intermedi. Costoro (sindacati, associazioni volontarie, università, partiti,  organizzazioni di culto) si preoccupano – pensate un po’ – per gli 800 dipendenti, molti dei quali ricercatori. Nerviano (chiamiamolo così; in realtà il nome professionale è NMS group, Nerviano Medical Sciences): Nerviano è rilevato dalla Congregazione dei figli dell’Immacolata Concezione, un ente vaticano che copre gli interessi di Medical Sciences, Fondazione Regionale di Ricerca Biomedicale (in sigla FRRB) che compete alla Regione lombarda – siamo ai tempi del Celeste, notissimo presidente di quest’ultima. Vi sono dunque interessi dagli incerti confini ma orientati al mondo cattolico. Interessi di altro tipo riguardano i creditori: in particolare – sembra – Unicredit che è fuori per centottanta milioni di euro, Banca Popolare di Sondrio che soffre per venti e Finanziaria Finlombarda esposta per trentacinque. Il tira-e-molla si perpetua per una ventina d’anni, finché la mossa risolutiva è compiuta dal Chengdu Bonded Logistic Investment, una apprezzata filiale del Chengdu High Tech Investment che fa capo allo Shangai Advanced Research Institute, un caposaldo dell’accademia delle scienze cinese, emanazione dello stato cinese. Costoro, a partire dalla locale free zone non lontano da Shangai, avrebbero configurato il collegamento tra un forte nucleo di imprese farmaceutiche cinesi, posto a un capo della via della farmaseta, gettando l’altro capo presso Milano, prendendo il controllo del centro di ricerca di Nerviano, in modo di essere presenti agli sviluppi del farmaco in Europa con un punto di attenzione di qualità. Così avrebbero acquistato il novanta per cento delle azioni di Nerviano, con una spesa di trecento milioni, lasciando il resto a FRRB e quindi alla regione lombarda. Che alla fin fine sia lo stato cinese che sceglie di entrare da una porticina posteriore nel Big Pharma d’Europa?
Storie di tutti i giorni.

 

5. Chi è, cos’è quel Big Pharma di cui tanto si discute?

Eccoci al punto. Non dobbiamo pensare a Big Pharma come un circolo degli scacchi al quale gli interessati, con titoli appropriati, possano iscriversi. È piuttosto una comodità che ci prendiamo noi estranei per parlare in modo comprensibile delle principali imprese del settore, con interessi multinazionali e forza d’intervento. Le imprese multinazionali che fanno parte di Big Pharma sono attualmente (a occhio) non meno di dieci e non più di venti. Chiedono l’iscrizione altre grandi imprese indipendenti che attendono solo l’occasione per debuttare in società. Grandi agglomerati cinesi, russi, indiani, talvolta giganteschi, non sono ancora ammessi, anche perché di essi – dei loro numeri – si sa troppo poco. Difficile essere più precisi perché il quadro mondiale della Grande Farmacia è fluttuante. Le imprese del club si sfiorano, si alleano, si litigano, si pigliano. Soprattutto si copiano, cercando il farmaco che può consentire agli azionisti di guadagnare parecchio. Nell’ultimo numero di Fortune 500 global 2020 le società prese in considerazione sono tredici. Un’indicazione tra le altre, considerata per molto tempo la più affidabile.
Importante è conoscere l’apertura spaziale del Big Pharma. Di solito si guarda alle maggiori  imprese del settore, con l’accortezza di scorporare le parti, sempre o quasi presenti, che riguardano attività diverse dalla farmacopea propriamente intesa. Per esempio Johnson & Johnson che passa per la maggiore deve essere depurata dei profitti dipendenti da prodotti come gli oli solari o la cera per pavimenti. I conti più accurati sono di riviste specializzate che a loro volta rientrano apertamente in blocchi d’interessi finanziari a tutto campo. Il conto di Forbes, che bada al contante, riguarda trentacinque società del settore farmaceutico con un livello di vendite superiore ai dieci miliardi di dollari. La distribuzione per nazionalità – ammesso che nel caso di multinazionali la distinzione significhi qualcosa – è che ventidue imprese sono americane, quattro sono tedesche, due britanniche, due svizzere, due giapponesi, una francese, una norvegese, una cinese. La presenza di una sola impresa cinese lascia qualche sospetto: conviene ritenere che siano censite solo le vendite di Big Pharma in Occidente, senza tener conto del resto. Come si è detto, il nome Big Pharma implica disprezzo oltre che ammirazione. Nasce dalla pubblicistica degli Usa che se ne serve per polemizzare con le grandi imprese farmaceutiche del paese, spesso sotto accusa nei tribunali.
Può essere istruttivo mettere a confronto due diverse classifiche: le venti imprese maggiori del settore, nel 2020, tenendo conto delle osservazioni che precedono e la classifica, e le dieci imprese, dieci soltanto, le maggiori del ramo, del 2017. Dal confronto si può cogliere l’andamento generale e la tendenza a crescere e superarsi. 

  


Le imprese prima elencate sono di fatto multinazionali: per multinazionale s’intende la società che agisce in molte parti del pianeta, per vendere i suoi prodotti e per comprare semilavorati da assemblare. Le cronache di marzo hanno attribuito alla chiacchieratissima AstraZeneca una decina di impianti in diverse sedi, capaci di sfornare il famoso vaccino. Ogni multinazionale a conti fatti accetta di scegliersi una bandiera, o più bandiere per garantirsi una maggiore capacità di movimento, coperture internazionali, libertà nel pagare le tasse; o non pagarne. Questo aspetto del capitalismo attuale è in pratica acquisito universalmente, anche se ogni tanto uno Stato s’inalbera e multa la multinazionale in questione per aver evaso le tasse. Nel particolare settore delle medicine e della sanità è forse più difficile accettare le regole valide per altri settori: gli elettrodomestici, la produzione alimentare, l’abbigliamento, e così via. Nelle ultime settimane si è assistito, per esempio, a un rovesciamento dell’abituale favore di questo o quello Stato per l’impresa “nazionale” che vende all’estero i suoi prodotti; in presenza di un embargo per alcuni prodotti farmaceutici, in particolare i vaccini contro il Covid 19, nella preoccupazione di privarne i propri concittadini, si crea una condivisa avversione (da parte di tutte le parti politiche, liberali compresi) nei confronti dell’impresa così birichina. 

 

6. Big Pharma, quali problemi? Quali soluzioni?

Tutte le multinazionali hanno problemi per produrre, vendere, fare i propri comodi. Possiamo immaginare che un’impresa del club Big Pharma ne abbia più di un’altra che agisce fuori, che vende oggetti meno vitali, per esempio automobili. Un’impresa Big Pharma si potrebbe rappresentare, in modo schematico, come un ottagono. Nella realtà, le frecce/direzioni di un Big Pharma sono a volte molte di più e sono certamente diverse, se si mettono a confronto. Con una figura geometrica e un profluvio di parole sarà possibile farsi capire, almeno un po’. Possiamo intendere che ogni lato dell’ottagono rappresenti una direzione dell’impresa; le frecce sono di diversa entità, per descrivere in modo approssimativo gli aspetti più importanti, i flussi di potere di un Big Pharma. 

Al primo punto sono gli azionisti. Chi siano gli azionisti non è facile da dire. Ve ne sono di importanti, con rilevanti pacchetti azionari, che decidono sulle nomine e le revoche dei capi al comando: Ceo e  President della società Big Pharma. Questi tali azionisti sono di solito fondi azionari con migliaia di partecipanti al Fondo. Per fare un solo nome, ben conosciuto, BlackRock, un Fondo che è presente con importanti partecipazioni in ogni impresa industriale, in ogni banca che conti, nel pianeta occidentale. I Fondi e in genere gli azionisti non vogliono sapere niente se non l’entità del dividendo (e il valore della loro quota all’entrata e all’uscita). L’attività aziendale non li riguarda, si tratti di medicine o di armi. 

Al secondo lato del poligono c’è lo Stato o più genericamente il sistema politico che ha una funzione di semaforo. Il semaforo può segnare il rosso, il verde e il giallo, autorizzando o bloccando o rallentando (o accelerando) l’attività del Big Pharma. La direzione/freccia che si occupa di questo sistema di permessi e divieti, che tiene i contatti con lo Stato, ha, come è facile capire, il suo daffare. 

Poi, al terzo, ecco i finanziatori, banche o altri creatori di denaro cui si deve garantire un compenso che riduce quello che rimane per gli azionisti. 

Quarti e quinti, altri due lati dell’ottagono, operai e ricercatori, pur necessari all’attività, incidono sui profitti e il Ceo, con il President e gli altri collaboratori devono riuscire a risparmiare salari e compensi senza perdere o scontentare gli addetti alla ricerca o trascinare alla vertenza o allo sciopero gli operai (che rappresentano nel nostro ottagono tutti i dipendenti – spesso migliaia di persone – che lavorano nel fare, impacchettare, vendere, traportare, i farmaci dappertutto). Tornando alla ricerca, in parte la si può copiare, ma non è possibile del tutto. Occorrono cacciatori di talenti che dovranno fare il giro delle università (e delle cantine-laboratorio) brulicanti di geniali sconosciuti, per scoprire le novità e assicurarsele prima che arrivi un altro cacciatore di tartufi, con più fortuna. In genere occorrono laboratori e sottoscala sparsi per il mondo, alla ricerca del migliore rapporto spese/profitti ritrovabile nel pianeta. Qui entra in gioco il semaforo, forse più semafori, con permessi, indugi, divieti. 

Al sesto posto i concorrenti. Big Pharma detesta e vorrebbe scagliare maledizioni sui concorrenti, ma non può. Allora elabora patti spartitori con loro, si associa, fa compravendite di farmaci e di territori e tra sgambetti e abbracci con amici e nemici, fingendo e occultando, tira avanti. Per vedere come funziona davvero un Big Pharma nel mondo conviene osservare la voce Pfizer in wikipedia. Oppure seguire in un altro wikipedia la storica storia di Zeneca, dalla nascita nell’Ici, Imperial Chemical Industrie, fino all’inglorioso assorbimento da parte degli svedesi di Akzo, passando per i casi dei pesticidi mortali come il Paraquat, decisivo per alcuni lustri, portatore di enormi profitti. 

Settimo arriva l’OMS con il seguito di tutte le altre agenzie del farmaco, come l’Ema. Sono burocrazie insopportabili per Big Pharma; gente che non sa niente, non ha mai visto da vicino neppure un alambicco e si vanta e crede di poter decidere della vita e del successo di tutti gli altri, persone e valide imprese. In realtà OMS e consorti non fanno che rallentare il traffico dei brevetti o dei non brevetti sui farmaci e di conseguenza l’andamento delle cure e i profitti. Aveva tutte le ragioni il mai abbastanza lodato Donald Trump quando ha cercato di abolire l’OMS e il resto, senza però arrivare al risultato finale. 

Ottavo, ultimo lato dell’ottagono è quello dei malati. Costoro sono – siamo – veramente fastidiosi per Big Pharma: se potesse abolirci del tutto, una volta per tutte, lo farebbe volentieri. Ma non si può. Le religioni, l’etica dei non religiosi – tutti quei comunisti! – lo impedisce. Ma chi paga se non ci sono più i malati? Chi comprerà i farmaci? Basterà lo Stato, basterebbero gli Stati per tutti i cittadini? Chi s’inventerà qualche male? 

Per finire con un controcanto: 

7. Che dire degli errori che hanno aiutato il virus?

In un lungo articolo con questo titolo, pubblicato da The Atlantic e ripreso da Internazionale 13-18 marzo, Zeynep Tufekci ci mostra alcuni di quegli errori. I suggerimenti sono semplici; semplici e assai poco ascoltati. Il più importante di tutti è quello di stare all’aperto il più possibile, ma è poco seguito e molto temuto, come si vede con la drastica chiusura degli spazi aperti in molte città. Dal testo della sociologa abbiamo ricavato qualche altro principio che serva come antidoto per tutte le cattiverie su Big Pharma che precedono. Un primo consiglio è quello di “rafforzare le nostre difese” contro tutto quello che può indebolirle, “sia contro future pandemie sia contro le numerose sfide politiche, ambientali, sociali e tecnologiche che abbiamo davanti, nessuno di questi problemi è irrisolvibile, ma prima dobbiamo conoscerli”. Poi ci viene suggerito un principio essenziale: la riduzione del danno. “Se c’è un bisogno umano insoddisfatto, non possiamo semplicemente augurarci che sparisca, dobbiamo semplicemente consigliare alle persone come fare quello che vogliono in modo più sicuro”. Infine c’è un’esortazione: mettercela tutta per sperare in un futuro diverso. “Dopo un anno così faticoso è difficile per tutti – compresi gli scienziati, i giornalisti e le autorità sanitarie – immaginare questa fine, sperare…. Miliardi di persone ….. hanno sopportato le scuole chiuse, l’impossibilità di vedere i propri cari, la perdita del posto di lavoro, l’assenza di attività comuni, la minaccia e la realtà della malattia e della morte”. Sperare è possibile?


da qui