domenica 10 dicembre 2023

Energia pulita, finanza torbida - Vincenzo Comito

Si susseguono segnali sempre più chiari e visibili che siamo alle porte di una crisi climatica senza precedenti, le soluzioni esistono, a cominciare dallo stop ai finanziamenti pubblici alle aziende fossili e alla regolamentazione degli Esg, ma manca la volontà politica di aiutare la decarbonizzazione dell’economia.

Le analisi dell’International Energy Agency (Iea) e quelle di George Monbiot

L’Iea pubblica ogni anno un’analisi delle prospettive dell’energia a livello mondiale. Quella relativa al 2023 (Iea, 2023), fa intravedere, in qualche modo sorprendentemente, qualche speranza per il mondo. Anche se l’agenzia non nasconde il fatto che importanti nuvole nere si stiano presentando all’orizzonte, afferma comunque che si va sviluppando una nuova economia dell’energia pulita. Le previsioni sull’espansione della produzione di energia pulita nei prossimi cinque anni, afferma l’Iea, sono ora molto più forti di quanto lo stesso ente stimasse soltanto un anno fa. 

Si sottolinea come gli investimenti nel settore dell’energia pulita siano cresciuti del 40% nel 2022 rispetto al 2020. Lo studio prevede poi che più di 500 gigawatt di capacità di energia rinnovabile dovrebbero essere aggiunte nel 2023, un record. Entro il 2027, poi, si dovrebbe aggiungere tanta capacità di produzione di energie rinnovabili quanto negli ultimi venti anni. Anche la capacità produttiva di componenti chiave dei sistemi di energia pulita si sta espandendo velocemente nel mondo, si afferma nello studio. 

L’ente sottolinea, d’altro canto, che gli investimenti nel settore petrolifero erano pari a 679 miliardi di dollari nel 2015 e sono scesi a 493 miliardi nel 2022; quelli nel gas naturale sono passati nello stesso periodo da 433 miliardi a 329, andando nello stesso senso. Nel campo dell’energia a bassa emissione gli investimenti sono invece cresciuti da 362 miliardi a ben 660; quelli nell’efficienza energetica sono passati da 343 miliardi a 453; quelli infine nelle reti elettriche e nell’immagazzinamento dell’energia da 326 miliardi a 352 miliardi.

Sono in molti però a registrare ancora l’altro lato, più oscuro, della medaglia. Così, ad esempio, George Monbiot, un noto giornalista inglese, ci ricorda alcuni aspetti drammatici della situazione attuale (Monbiot, 2023). Sottolinea che nell’Antartico lo scioglimento dei ghiacci è accelerato drasticamente nell’estate di questo anno, mentre il suo livello precedente non si è ricostituito durante l’inverno locale. Intanto nuove ricerche sull’Amazonia hanno trovato quelli che gli scienziati chiamano i segnali precursori dell’avvicinarsi di una transformazione critica; una combinazione di deforestazione e di rotture climatiche che potrebbero interrompere presto la circolazione delle piogge nel bacino, scatenando un rapido passaggio dell’area dalla foresta pluviale alla savana. Assistiamo poi ad una rilevante perdita di specie animali. Il 48% delle specie del mondo stanno registrando un declino nella dimensione della loro popolazione, mentre un numero molto più elevato del previsto delle stesse sta andando verso l’estinzione. E si potrebbe continuare.

Un’altra tendenza rilevabile dai dati, non del tutto positiva, fa riferimento al fatto che circa i due terzi degli investimenti in energie rinnovabili siano concentrati nel 2022 nell’area dell’Asia Orientale-Pacifico e per la gran parte in particolare in Cina (Irena, 2023).

Alla fine, cercando si conciliare in qualche modo le analisi della Iea e quelle di Monbiot, si può affermare che le minacce all’ambiente sono ancora tutte lì e che stanno anzi crescendo di intensità, ma che, d’altro canto, si va manifestando una tendenza ad una maggiore attenzione al fenomeno, che si sta traducendo in una forte crescita degli investimenti nel settore delle energie rinnovabili, investimenti peraltro ancora non sufficienti come dimensioni. L’obiettivo che era stato fissato del non superamento dell’aumento di 1,5 gradi nella temperatura media sarà a questo punto difficilmente ottenibile (Carrington, 2023).

Le bombe al carbonio e le banche

E veniamo ai temi più strettamente finanziari. Il fatto che non tutto vada per il meglio è testimoniato dal fatto che sono stati individuati di recente nel mondo ben 425 progetti (Niranjian, 2023; Aubert, 2023) nel settore delle energie fossili, ognuno dei quali potrebbe emettere, se portati avanti, più di un miliardo di tonnellate di biossido di carbonio nell’atmosfera (“Carbon Bombs”). Essi, messi insieme, potrebbero distruggere l’ultima possibilità di impedire che il riscaldamento del pianeta raggiunga livelli molto pericolosi. 

Ora, nel periodo che va dal 2016 e il 2022, le grandi banche, in particolare quelle europee, statunitensi e cinesi, hanno fornito finanziamenti a tali progetti per 1.800 miliardi di dollari e nel solo 2022 per circa 150 miliardi. Tali banche finanziano direttamente i progetti o supportano massicciamente le imprese che li sfruttano. 

Appare evidente che uno dei presupposti per accelerare il passaggio ad un’economia verde appare quello di spingere gli istituti bancari e assimilati a cambiare il loro atteggiamento.

La finanza cosiddetta verde

Di fronte a tali cifre può sembrare in qualche modo inverosimile che, secondo i dati ufficiali, stiamo assistendo comunque ad una forte crescita della cosiddetta “finanza verde”; su questo tema riprendiamo, sostanzialmente, un altro articolo di chi scrive apparso su questo stesso sito (Comito, 2021). Come è noto, con l’espressione “finanza verde” si fa riferimento al finanziamento da parte delle istituzioni preposte di attività che rispettino i criteri cosiddetti ESG (Environmental, Social, Governance), che facciano cioè riferimento agli aspetti ambientali, sociali e di cosiddetta buona governance. Già nel 2019 si parlava di un totale di 35.000 miliardi di dollari, il 36% di tutti i fondi gestiti professionalmente, dedicati al settore: una apparente valanga. Mentre tali titoli “verdi” crescevano esponenzialmente, però, altrettanto crescevano le emissioni inquinanti. Per i dati ottimistici appena citati si è parlato così, con un’efficace espressione, di greenwashing (di falsa pulizia, cioè, dello sporco).

Ci sono molte possibili spiegazioni a tale apparente contraddizione. Ci limiteremo a qualche semplice annotazione. Se si guarda in dettaglio alle cifre, nella UE quasi la metà di tali fondi “puliti” sono utilizzati dalle compagnie petrolifere e minerarie, tra i massimi inquinatori del pianeta. Certo esse dichiarano di utilizzare tali fondi per “progetti verdi”, ma chissà cosa succede veramente. Così la francese Total ha promesso di emettere in futuro soltanto “titoli verdi”, il che significa che tali titoli serviranno ovviamente a finanziare anche le attività di esplorazione petrolifera. 

Un problema di fondo è quello che mancano definizioni comunemente accettate di investimenti ESG e poi strumenti di controllo efficaci. E poi: come mettere nello stesso paniere il verde, il sociale e la governance? Così ad esempio delle imprese pessime sul fronte dell’E (Environmental) possono ottenere una notazione virtuosa perché positive su S (Social) e G (Governance), confondendo così gli investitori bene intenzionati.

Uno studioso francese, Laurence Shalom (Shalom, 2023) mette in dubbio che la finanza virtuosa sia veramente virtuosa. Sulla definizione di tale termine ci sono, egli ci ricorda, due visioni opposte. Per l’investitore preoccupato seriamente della conservazione del pianeta quello che importa è l’impatto delle imprese sull’ambiente; quindi egli cercherà di investire in imprese attente a non degradare l’ecosistema. Ma gli uomini di finanza e la gran parte delle imprese si preoccupano invece principalmente delle conseguenze finanziarie di questo degrado sui loro conti e sul loro valore di Borsa. Queste due concezioni molto diverse sono fonte di confusione, confusione propizia al greenwashing. Ora non esistono norme che chiariscano questo punto essenziale, ricorda Shalom. L’approccio sviluppato così dall’International Sustainability Standard Board, ente apparentemente autorevole nel campo, propende – ahimè -, come gli stessi Stati Uniti, per l’ipotesi più favorevole alla aziende.

Per far emergere una finanza veramente durevole si dovrebbe, secondo Shalom, passare attraverso un’azione pubblica forte. Si tratta, in altri termini, di riarmare i poteri pubblici di fronte alla finanza, in modo da costringerla a partecipare allo sforzo collettivo. Obiettivo molto impegnativo. 

Le grandi imprese dell’energia e i loro investimenti

Secondo una stima recente (Carrington, 2022), negli ultimi cinquanta anni l’industria del petrolio e del gas ha ottenuto nel mondo 2,8 miliardi di dollari di profitti al giorno. Una cifra sbalorditiva. Ancora nel 2022 la Exxon ha dichiarato profitti netti per 56 miliardi di dollari, la Shell per 39,9, la Chevron per 36,5, la Bp per 27,7 e la Total per 21,0. Nel suo piccolo anche l’Eni ha compiuto il miracolo guadagnando nell’anno 13,3 miliardi di euro; mentre la saudita Aramco, dal canto suo, ha registrato da sola 161 miliardi di dollari di utili. 

Con tali enormi somme tali gruppi hanno sempre avuto e continuano ad avere la forza finanziaria per comprare tutti i politici del mondo e bloccare, o almeno ritardare il più possibile, l’azione degli Stati e degli organismi pubblici locali contro la crisi climatica.

Così le società dell’energia continuano ancora oggi a investire la gran parte delle loro enormi risorse nel settore delle energie fossili, lasciando solo una quota ridotta a quelli nelle rinnovabili. Si può rilevare una sostanziale sordità delle imprese statunitensi al tema e una maggior attenzione allo stesso da parte di quelle europee. 

Le giustificazioni ufficiali a tale comportamento fanno riferimento alla scarsa redditività del settore delle rinnovabili e al fatto che il mercato avrà bisogno ancora per molto tempo di petrolio e gas. 

Il caso della BP inglese e quello italiano

A proposito di imprese europee, ricordiamo che la British Petroleum è una società energetica britannica tra le più grandi del mondo. Il suo amministratore delegato, Bernard Looney, aveva messo a punto qualche tempo fa un nuovo slogan per il gruppo – “Al di là del petrolio” – ed aveva costituito una nuova società, la Helios, il cui nome rimandava facilmente alle energie rinnovabili. Egli si era dato coerentemente come obiettivi quelli di ridurre del 40% il livello delle emissioni inquinanti del gruppo entro il 2030 e di arrivare ad una situazione di zero emissioni entro il 2050. Ma all’inizio di questo anno è stato costretto a tornare indietro sui suoi passi, mentre più recentemente è stato anche costretto alle dimissioni (Watts, 2023). 

In Italia, poi, abbiamo, come è noto, due grandi gruppi energetici, l’Eni e l’Enel. Mentre la prima impresa continua a dare priorità al settore fossile, il responsabile dell’Enel aveva avviato un grande programma di investimento nel settore delle energie rinnovabili, azione che aveva portato l’azienda ai massimi vertici mondiali in tale campo. Ma è stato rapidamente licenziato.

Le due storie indicano che è molto pericoloso al momento, nei grandi gruppi energetici, farsi paladini dell’ecologia; vi si oppongono sia gli azionisti privati che i poteri pubblici. Non sembrerebbe esserci scampo.

Il finanziamento delle energie rinnovabili e dintorni

Bisogna ricordare che tra il 2013 e il 2020 sono stati impiegati dai pubblici poteri di tutto il mondo circa 2.900 miliardi di dollari in sussidi alle energie fossili (Irena, 2023). Bisogna partire da lì, ribaltando l’allocazione di tali fondi verso le energie rinnovabili. 

Per quanto riguarda in generale le risorse necessarie alla transizione energetica, si fa l’ipotesi di un fabbisogno netto supplementare di investimenti di 2.500 miliardi di dollari annui a livello mondiale; per quanto riguarda la gestione dell’acqua si pensa a 350 miliardi di dollari, mentre per la gestione della biodiversità si valutano le necessità ulteriori in 800 miliardi di dollari (Artus, 2023).

Si pone ovviamente il problema di come coprire tali fabbisogni.

In questa sede si ricordano soltanto alcune piste possibili. 

Intanto bisognerebbe spingere le grandi imprese dell’energia a investire molto di più in tale settore. Più in generale si dovrebbe puntare ad un mutamento nei comportamenti delle imprese, di fronte al fatto che le pratiche di distribuzione di dividendi e di riacquisto di azioni proprie non cessano di aumentare (Artus, 2023). Le imprese dovranno in futuro ridurre la remunerazione degli azionisti sotto le varie forme utilizzate per disporre di un volume maggiore di risorse per realizzare la transizione energetica nelle loro imprese.

Bisognerebbe poi persuadere, accanto alle banche ordinarie, le grandi istituzioni finanziarie per lo sviluppo internazionale, dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario, dalle banche regionali di sviluppo, a quelle sorte per iniziativa cinese, dalla AIIB alla banca dei Brics a quella dello Sco, ad andare molto di più in questa stessa direzione. Ci sarebbero poi i fondi mobilitabili dagli Stati nazionali (ricordiamo tra l’altro i programmi in proposito di Usa, Cina e UE) e poi in particolare quelli relativi al possibile accordo tra i paesi ricchi e quelli emergenti per la creazione di una istituzione essenziale, quella di un fondo per aiutare i paesi particolarmente vulnerabili che soffrono degli effetti devastanti del riscaldamento globale (“Loss and damage fund”). Ma tale possibile novità va avanti con molta fatica, anche se è stata messa a punto, nei primi giorni di novembre, una bozza di accordo a questo proposito, peraltro non entusiasmante, tra i vari paesi. Il responsabile di una CGO ha commentato la cosa affermando che “… questo è un giorno triste per la giustizia climatica, dal momento che i paesi ricchi voltano le spalle alle comunità vulnerabili…” (Harvey, 2023). 

C’è un ulteriore problema.

Cosa hanno in comune, si chiede Jézabel Couppey-Soubeyran (Couppey-Soubeyran, 2023), la de-desertificazione dei suoli, la de-polluzione delle acque, la raccolta dei rifiuti oceanici, la creazione di riserve di biodiversità, gli aiuti necessari perché tutte le famiglie possano avere accesso attivo alla transizione ecologica.? Tutte queste azioni, e altre qui non citate, sono spese necessarie per una transizione ecologica giusta, ma sono sprovviste di ritorni economici. Spese di questo tipo esigono la copertura da parte del settore pubblico.

E’ stato stimato che nella sola Europa sarebbero necessari per risolvere il problema circa 500 miliardi di euro di investimenti all’anno per sette anni. Come e dove reperire tali ingenti somme, di fronte anche al già elevato livello di indebitamento degli stessi Stati europei? Anche l’aumento delle imposte appare difficilmente sostenibile. Bisogna quindi ricorrere soprattutto ad una nuova forma di creazione di moneta senza indebitamento.

Tecnicamente, afferma l’autrice, niente impedirebbe alla banca centrale di emettere della moneta legale senza acquisto di titoli o forme analoghe, iscrivendola semplicemente sul conto di una società finanziaria pubblica. Quest’ultima distribuirebbe, sotto forma di sovvenzioni, soldi alle imprese e ai progetti che perseguissero l’obiettivo di uno sviluppo durevole che mancassero di redditività finanziaria. Risparmiamo al lettore i dettagli tecnici del progetto. 

Le soluzioni esistono, manca la volontà politica di attuarle.

Conclusioni

Mentre in questi mesi assistiamo a manifestazioni evidenti del rapido avvicinarsi di una rilevante crisi climatica, con tutte le sue conseguenze, si manifesta contemporaneamente qualche segnale di una forte crescita, pur ancora non sufficiente, degli investimenti nelle energie pulite. Cruciale in tale quadro appare il comportamento della comunità finanziaria, che dovrebbe essere spinta a decisioni maggiormente consapevoli della drammaticità dell’ora anche da una forte pressione dei poteri pubblici, pressione che al momento non appare in generale molto convinta.  

Testi citati nell’articolo

-Artus P., Quatre options pour financer la transition, Le Monde, 5-6 novembre 2023

-Aubert R., Ces “bombes carbone” qui menacent le climat, Le Monde, 1-2 novembre 2023

-Carrington D., Climate crisis: carbon emission budget is now tiny, scientists say, www.theguardian.com, 30 ottobre 2023

-Carrington D., Revealed: oil sector’s “staggering” $3bn-a-day profits for last fifty years, www.theguardian.com, 21 luglio 2022  

-Comito V., La «finanza verde»: molta finanza e poco verde, www.sbilanciamoci.info, 15 novembre 2021

-Couppey-Soubeyran J., Pour une création monétaire sans dette, Le Monde, 29-30 ottobre 2023

-International Energy Association, World Energy Outlook 2023, ottobre 2023 

-Irena (International Renewables Energy Agency), Global landscape of renewable energy finance 2023, Abu Dhabi, febbraio 2023  

-Harvey F., « Loss and damage » deal struck to help countries worst hit by climate crisis, www.theguardian.com, 5 novembre 2023

-Monbiot G., The « flickering » of Earth systems is warning us : act now, or see our already degraded paradise lost, www.guardian.com, 31 ottobre 2023

-Niranjan A., Banks pumped more than $150bn into companies running “carbon bomb” projects in 2022, www.theguardian.com, 31 ottobre 2023 

-Shalom L., La finance peut-elle etre durable ?, Le Monde, 29-30 ottobre 2023

-Watts J., BP must not backtrack on climate action…, www.theguardian.com, 14 settembre 2023

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