giovedì 7 dicembre 2023

«Le piante sono intelligenti e comunicano»

intervista a Franco Correggia (di Fabio Balocco)

 

La persona che conosco con maggiori competenze in campo ambientale e naturalistico non è né uno zoologo né un botanico in senso stretto: è un biologo molecolare e un consulente scientifico. Eppure Franco Correggia ha una conoscenza strabiliante, specie per le piante, e quando ne trovo una che non conosco ecco che la fotografo e gliela invio chiedendogli lumi. Ma Franco non è solo un conoscitore, è anche persona di grande sensibilità, e per questo ci ritroviamo spesso sullo stesso fronte.

Franco, quando e come è nata la tua passione per la natura e le piante in particolare?

È un tratto saliente della mia vita, che si è manifestato sin dalla primissima infanzia. La sua matrice fondamentale è da ricercarsi nella frequentazione stretta e continuativa, fin dalla mia nascita, di un angolo della campagna collinare astigiana (le alture e le valli di Mondonio, un microscopico borgo arroccato nascosto tra i boschi). Tale rapporto è stato uno degli assi portanti del mio percorso personale, un’invariante assiomatica non modificabile. Ho trascorso le prime decadi della mia vita in un mondo contadino fortemente interfacciato con la natura vivente, che era molto più vicino ai paesaggi fisici e simbolici del villaggio medievale piuttosto che agli umori, ai ritmi e agli stilemi della società tecnoindustriale di oggi. Il legame empatico e sintonico con quei luoghi, e con il loro affresco di sapori, colori, profumi, geometrie, luci, ombre, echi, silenzi, boschi, anfratti segreti e manifestazioni viventi, è stato il terreno di coltura e il microcosmo creativo che hanno modellato in profondità la mia esistenza. Poi si è aggiunta la formazione e l’attività di ricerca in campo biologico, ma la mia inclinazione a conoscere e decodificare l’infinita varietà e la multiforme complessità dell’universo vivente trova la sua genesi e ha come stella polare l’esperienza intensa e aurorale dei miei primi anni di vita in quel mondo rurale scomparso.

Tu non ti limiti alla conoscenza, ma operi anche nel campo della divulgazione, specie quella del territorio dove abiti, l’Alto Astigiano. Tra le tante tue iniziative ne ricordo una: la tutela dell’Alneto di Santonco.

Sì, questo impegno a scala locale per la conservazione di ecosistemi ricchi di biodiversità è stata una costante della mia vita. Con l’aiuto di una piccola e artigianale associazione locale dal nome lungo e prolisso ma eloquente (Terra, Boschi, Gente e Memorie), a cui si è aggiunto in tempi recenti il cruciale sostegno di Pro Natura, di Legambiente, dei Custodi dei Boschi e di alcune amministrazioni comunali locali, siamo riusciti a mettere al sicuro, nel Nordovest Astigiano, una rete modulare diffusa e interconnessa di elementi ecosistemici di alto pregio ambientale e paesaggistico, che beneficia di rigorose misure di conservazione integrale. Senza impiegare un euro di denaro pubblico, ma ricorrendo solo alle risorse private e personali provenienti dalle donazioni volontarie di chi si riconosceva nel nostro orizzonte di valori biofilici, abbiamo realizzato, in un ampio arco di anni, un sistema integrato di microaree protette, che consiste di un mosaico di microambienti e biotopi ad oggi formato da 15 siti di alto valore naturalistico e soggetti a protezione assoluta. A tutt’oggi, si tratta dell’unica quota di territorio nord-astigiano soggetta a protezione totale per motivi naturalistici. Il nostro obiettivo è quello di arrivare per la fine del 2024 ai 100 ettari di superficie boschiva protetta. Il fiore all’occhiello di questo sistema di ambienti tutelati è senz’altro l’alneto impaludato di Lago Freddo (ubicato nella regione Santonco del Comune di Piovà Massaia), un fitto bosco igrofilo naturale insediato su terreni con falda freatica affiorante e costituito quasi esclusivamente da ontani neri. Si tratta di un luogo che addensa elevati contenuti di biodiversità vegetale e animale, che esprime una straordinaria bellezza vivente, che identifica in base alle direttive europee un habitat di interesse prioritario, che costituisce un prezioso frammento relitto di ambiente primario (dunque non trasformato dalle attività umane) e che oggi per il Piemonte rappresenta un biotopo forestale di notevole rarità (nella nostra regione gli alneti di ontano nero costituiscono lo 0,4% dell’intera superficie boscata e sono soggetti a una continua contrazione).

Concordi sul fatto che siamo dentro l’Antropocene?

Non c’è dubbio. Siamo senz’altro gli architetti, i demiurghi e i dominatori dell’epoca geologica in cui viviamo. Il punto critico però è rappresentato dal trascurabile particolare che ci siamo fregiati di questo privilegio attraverso la nostra transizione da Homo sapiens Homo technoeconomicus (trasformazione innescata dalla rivoluzione industriale e completata dalla rivoluzione digitale), riconfigurando in un lampo le intelaiature portanti e strutturali della biosfera. Cioè lo abbiamo fatto sfiancando e corrodendo il firmamento di relazioni intrecciate della natura vivente, modificando il clima, cambiando la composizione gassosa dell’atmosfera, perturbando i cicli biogeochimici fondamentali, alterando il ciclo dell’acqua e causando l’ecatombe della biodiversità. Lo abbiamo fatto avvelenando la terra, acidificando gli oceani, dilatando i deserti, cancellando le foreste, inquinando e impoverendo i suoli, deviando i fiumi, svuotando i mari e stravolgendo l’aspetto dei continenti. Lo abbiamo fatto espandendo a dismisura la nostra impronta ecologica e scatenando la nostra tendenza ossessivo-compulsiva ad aumentare di continuo l’input di energia, materie prime, risorse minerarie, acqua, territori, foreste, mari, specie viventi e sistemi naturali nei processi economico-produttivi. Lo abbiamo fatto violando e oltrepassando senza ritegno i planetary boundaries che definiscono i margini intrinseci di sicurezza relativi alla nostra collocazione nella biosfera. Lo abbiamo fatto operando una sorta di tabula rasa della varietà bioecologica e compiendo un impressionante ground zero sulla grande costruzione reticolare della vita. Lo abbiamo fatto diventando l’agente della transizione biotica nota come sesta estinzione di massa.

A ottobre è iniziata la caccia. E a livello parlamentare ancora una volta si cerca di fare dei regali ai cacciatori. Nonostante si parli tanto di transizione ecologica.

Questo è davvero un inquietante paradosso. Ed è un modo insopportabile di prendersi gioco, in modo corrivo e insincero, dei concetti di sostenibilità e transizione ecologica. Basta aggiungere il prefisso eco- o bio- oppure applicare l’aggettivo green a qualunque nefandezza per farla diventare un’operazione meritoria, razionale e politicamente corretta. Il caso della ulteriore liberalizzazione e deregolamentazione della caccia è emblematico. Ora, il punto di partenza su cui articolare il ragionamento è il seguente. Ci svegliamo ogni mattina sulla superficie di un pianeta vicino al collasso e ormai alle corde. In questo scenario allarmante e per molti versi apocalittico, ogni persona e tutte le articolazioni della società dovrebbero lavorare ventre a terra per invertire in modo netto e radicale la rotta, per uscire dalla logica del business as usual e per interrompere la deriva necrofila, biocida e antibiologica che ci porta ogni giorno a fare scempio della sfera verdazzurra che costituisce la nostra casa comune condivisa. E invece, niente di tutto ciò. Anzi, avviene esattamente il contrario simmetrico. A livello nazionale e regionale si procede allegramente e irresponsabilmente in direzione opposta: facilitazioni all’attività venatoria (caccia sempre, giorno e notte, ovunque, con ogni tipo di arma, con proiettili di piombo, con un ventaglio sempre più ampio di prede ammissibili e con una progressiva riduzione del controllo scientifico sugli effetti ambientali). Ma non solo: attacco al patrimonio forestale, con incentivazione dell’uso meramente economico-produttivo dei boschi; progressivo smantellamento e depotenziamento dei parchi e delle riserve naturali; allargamento delle maglie che regolano l’utilizzo della chimica di sintesi in agricoltura, con autorizzazione disinvolta all’impiego diffuso di anticrittogamici, insetticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici; gestione scriteriata della risorsa acqua, con eccessi di captazione, sprechi e inquinamento. E potremmo continuare a lungo. Insomma, da farsi cadere le braccia… Del resto, a livello internazionale non va meglio. Coloro che stringono tra le mani il destino del mondo, le élites e le caste politico-economiche che reggono le sorti delle nostre vite, dovrebbero essere impegnati h24 a curare e risanare questo nostro pianeta malato e sofferente. E invece cosa fanno le espressioni dell’alta politica, quelli che hanno accesso alla stanza dei bottoni, le oligarchie che custodiscono gli arcana imperii, i potenti della Terra? Qualcosa di davvero geniale: hanno incendiato il pianeta con una sequenza devastante di guerre diffuse, sanguinarie e pericolosissime, che configurano perfino l’ipotesi di un possibile olocausto termonucleare come potenziale esito finale. A fronte di questo spettacolo desolante, non mi pare illegittimo o illogico pensare che la nostra specie egemone, nella sua attuale versione tecnomorfa e biocida, sia finita nel labirinto oscuro di un’incontrollabile deriva psicotica.

Tu credi che la sensibilità ambientale nella gente stia aumentando?

Si tratta di una domanda complessa e difficile, che implica risposte diverse a seconda dell’angolo visuale che si adotta. Non vi è alcun dubbio che la sensibilità e l’empatia verso la natura vivente, nonché la consapevolezza dell’importanza strategica dei suoi equilibri, della sua interconnessione, dei suoi flussi e della sua integrità, siano aumentate esponenzialmente negli ultimi decenni. Ma a questa positiva crescita del sentire comune non corrispondono gesti concreti, azioni politiche e progettualità sociali finalizzate ad arginare in maniera efficace il disastro ambientale e la crisi ecologica globale. Credo che ciò dipenda dal fatto che le persone sensibili a questo tipo di istanze (a mio avviso numericamente prevalenti nella società generale) sono motivate “solo” da ragioni di carattere ideale, razionale ed etico. Pertanto, la loro capacità di incidere in modo significativo e profondo nelle scelte cruciali e strategiche che disegnano il futuro del mondo è limitata e intermittente. Al contrario, la forza motrice che guida l’economia, la politica e i burattinai che muovono i fili della commedia umana non è il bene collettivo, ma esclusivamente la logica cinica del profitto, del tornaconto personale, della convenienza immediata e del più vieto utilitarismo individuale. È evidente che ciò conferisce agli attori che oggi governano il pianeta il soverchiante, seppur effimero, potere di determinarne d’imperio il destino a breve termine.

Un’ultima domanda, forse la più importante: le piante hanno intelligenza? e si parlano?

Sulla base di una messe di studi e ricerche scientifiche recenti, la risposta a questa domanda non può che essere decisamente affermativa. Le radici delle piante esprimono un numero esorbitante di apici meristematici radicali (un ciuffo d’erba ne possiede molte migliaia, un grande albero centinaia di milioni o anche un miliardo), che guidano la crescita dell’organismo vegetale sottoterra, esplorano il suolo alla ricerca di acqua, ossigeno e sostanze nutritive, aggirano gli ostacoli fisici, eludono competitori ostili e parassiti. Ognuno di essi è un sensore fine e complesso in grado di captare e registrare un grande numero di parametri (luce, temperatura, pressione, gravità, umidità, gradienti chimici, sostanze minerali, nutrienti, campi elettromagnetici, ossigeno, anidride carbonica, vibrazioni sonore ecc.). L’apice misura tali parametri, li confronta, li bilancia, li soppesa, li integra, ne fa una media ponderata e orienta la radice in modo da ottimizzare il benessere della pianta nel suo complesso. Ognuno di questi centri di elaborazione dati può collegarsi potenzialmente con i milioni di altri apici radicali presenti nell’apparato radicale della pianta madre o con quelli degli altri organismi vegetali presenti nel suo spazio vitale. Inoltre, questa trama ipogea di sistemi radicali è in grado di stabilire un’interconnessione chimico-fisica multipolare e simbiotica con i miceli fungini e con le cenosi microbiche del suolo, generando nella rizosfera una rete cognitiva collettiva (l’ormai ben noto Wood Wide Web), coordinata e interdipendente, che esibisce, come proprietà emergente, una forma di intelligenza multidistribuita e delocalizzata globale. Si tratta di un’intelligenza profondamente diversa dalla nostra, un’intelligenza di sciame diffusa (swarm intelligence), multicentrica e adattativa, messa progressivamente a punto in centinaia di milioni di anni, che rappresenta un elemento prioritario del loro successo evolutivo e che ha modellato in profondità l’intero mondo vivente. È un’intelligenza coloniale, per noi spesso imperscrutabile e indecifrabile, non dissimile da quella che caratterizza le società di insetti eusociali, le colonie simbiotiche dei celenterati costruttori formanti le barriere coralline, i banchi sincronizzati di pesci, gli stormi organizzati di uccelli, i branchi di lupi. O da quella che emerge dalla semiosfera telematica integrata originata dalla rete digitale planetaria che chiamiamo Internet. Attraverso questa peculiare forma di intelligenza diffusa, le piante comunicano e si scambiano un’elevata quantità di informazioni, inerenti le caratteristiche dell’ambiente esterno, l’attività degli insetti impollinatori, la collocazione topografica delle chiome, la prossimità genetica tra individui vicini, la presenza di parassiti, aggressori, sostanze tossiche e condizioni avverse. Insomma, le piante sono intelligenti e comunicano. Anche se noi spesso siamo incapaci di coglierlo e, tristemente, non ce ne rendiamo conto.

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