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lunedì 25 aprile 2022

IPCC …Io Posso Cambiare le Cose

 

(a cura di Cinzia Picchioni)


Ovviamente l’acronimo IPCC del titolo ha un altro svolgimento, come forse sappiamo; significa  Intergovernmental Panel on Climate Change ed è il nome del principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici1. E mi sono divertita a cambiare l’uso delle lettere seguendo il pensiero di Jonathan Safran Foer e del suo ultimo libro, Possiamo salvare il mondo prima di cena. Sia Foer sia l’IPCC sostengono tesi simili. Ecco alcune parole tratte dall’ultimo Rapporto, testé uscito, stilato dall’IPCC:

«Quindi, quali soluzioni abbiamo a disposizione per ridurre le emissioni e rimuovere il carbonio in eccesso? “L’unico gas a effetto serra che può essere assorbito in modo efficace è la CO2. Per farlo, vi sono due metodi principali: usare e stimolare la natura ad assorbire di più o migliorare e sviluppare la tecnologia in grado di farlo al posto suo”, spiega Maria Vincenza Chiriacò, ricercatrice del CMCC. “Le soluzioni basate sull’uso e la gestione del suolo sono particolarmente attraenti per il loro potenziale di ridurre le emissioni, favorire la rimozione del carbonio dall’atmosfera e allo stesso tempo produrre anche molteplici benefici climatici e ambientali”.

[…] “se si considera che il 24% delle emissioni climalteranti proviene dal settore agro-forestale – cifra che arriva al 37% se si include l’intera filiera della produzione alimentare – è chiaro che una delle soluzioni chiave per raggiungere lo zero netto deve coinvolgere l’uso del suolo”, afferma Lucia Perugini. […] Le soluzioni basate sulla gestione del suolo includono opzioni di mitigazione come limitare la deforestazione (che da sola contribuisce a circa l’11% delle emissioni totali), aumentare la produttività delle colture, ma anche il cambiamento dei nostri comportamenti, ad esempio riducendo quelli a maggiore impatto, come il consumo di carne rossa. […]”, continua Perugini. [Fonte: https://ipccitalia.cmcc.it/net-zero-emissioni/].

Ecco le affinità IPCC/Foer! Entrambi suggeriscono – con più o meno allarmismi, secondo me sempre troppo poco urgenti – di ridurre il consumo di carni/animali (Foer parla «di origine animale», potendo così riunire in un’unica categoria carne+latticini+pesci). E sia l’IPCC sia Foer motivano i loro suggerimenti con valanghe di dati, rintracciabili nel Rapporto IPCC e nel libro citato, la cui recensione sarebbe stata troppo lunga; ragion per cui state leggendo questo articolo come se fosse l’approfondimento e la prosecuzione della recensione (che comunque si trova qui di seguito).

Possiamo salvare il mondo prima di cena


Come recensione era troppo lunga

I tempi (e gli spazi, ahimè) del web sono più tiranni dei tiranni. Ed ecco che per poter condividere appieno il piacere (e il sapere) derivato dal libro Possiamo salvare il mondo prima di cena (di Jonathan Safran Foer)ho deciso di aggiungere alla recensione questi brani, trascelti nelle sue pagine (che ho indicato, così li trovate subito) mentre lo leggevo – tutto, completamente – per recensirlo a dovere. Buona lettura, o continuazione di lettura, se avete già valutato interessante la recensione in questa stesso «sito».

Presidenti
Al Gore, il ritorno

«Le modalità con cui affrontiamo la crisi del pianeta non funzionano. Al Gore merita il suo premio Nobel, ma il cambiamento che ha ispirato non basta neanche lontanamente – lui stesso l’ha ammesso senza esitazioni in Una scomoda verità 2. Le organizzazioni ambientaliste meritano il nostro sostegno, ma neppure i loro risultati si avvicinano alla sufficienza. Chi sa come stanno le cose ed è disposto ad ammettere la verità più scomoda, concorderà che stiamo facendo di gran lunga troppo poco e troppo lentamente, e che proseguendo di questo passo andremo dritti verso la nostra stessa distruzione. […]

L’obiettivo dell’Accordo di Parigi, ovvero contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi, è considerato un traguardo ambizioso, ma in realtà significherebbe fermarsi sull’orlo del baratro. Quand’anche fossimo miracolosamente in grado di raggiungerlo – in base a recenti modelli statistici abbiamo una probabilità del 5 percento – vivremo in un mondo molto meno ospitale di quello che conosciamo e molti dei cambiamenti in corso saranno nella migliore delle ipotesi irreversibili, mentre nella peggiore si aggraveranno ulteriormente», p. 69.

«C’è una forma di negazione della scienza ben più pericolosa di quella di Trump: la negazione che si traveste da sostegno. Chi tra noi sa che cosa sta succedendo ma fa troppo poco, merita molta più rabbia. Dovremmo essere terrorizzati da noi stessi. Siamo noi quelli contro cui ribellarsi. Riconoscere se stessi non significa sempre avere coscienza di sé, dicono i critici dei test allo specchio. Sono io la persona che sta mettendo in pericolo i miei figli», p. 136.

Figli
Contestatori

«L’espressione “ipotecare il futuro dei nostri figli” è stata usata in moltissimi contesti […]. Qualcuno pagherà per le nostre scelte, lo sappiamo senza crederci. Stiamo anche ipotecando il futuro dei nostri figli con stili  di vita che in futuro creeranno catastrofi ambientali. In effetti, ventuno giovani hanno intentato una “azione legale costituzionale sul clima” contro il governo federale, sostenendo che “attraverso misure legislative che agevolano il mutamento climatico, il governo ha violato i diritti costituzionali delle giovani generazioni alla vita, alla libertà e alla proprietà, oltre a essere venuto meno al dovere di proteggere risorse pubbliche essenziali”. L’amministrazione Trump ha cercato di ottenere l’archiviazione, ma la Corte suprema ha deliberato all’unanimità a favore dei giovani querelanti, permettendo che la causa vada avanti», pp. 138-139.

Noi stessi
Quando ci chiederanno…

«La crisi ambientale, pur essendo un’esperienza universale, non ci dà la sensazione di un evento di cui facciamo parte. Anzi, non ci dà proprio la sensazione di essere un evento. E per quanto traumatici possano essere un uragano, un incendio indomabile, una carestia o l’estinzione di una specie, è improbabile che un evento meteorologico susciti un “Dov’eri quando…?” […]. è solo il clima. Solo l’ambiente. Quasi certamente però le generazioni future guarderanno in retrospettiva e si chiederanno dove eravamo in senso biblico: dov’eravamo come individui? Quali decisioni ci ha suscitato la crisi? Per quale ragione al mondo abbiamo scelto di suicidarci e di sacrificare loro? Forse potremmo sostenere che non eravamo noi a decidere […] non c’era niente che potessimo fare. […] non sapevamo abbastanza. […] non avevamo i mezzi per mettere in atto cambiamenti davvero incisivi. Non gestivamo le compagnie petrolifere […]

La capacità di salvarci e di salvarli non era nelle nostre mani. Ma sarebbe una bugia. […] Rispetto ai cambiamenti climatici abbiamo fatto affidamento su informazioni pericolosamente scorrette. Abbiamo concentrato la nostra attenzione sui combustibili fossili, ma questo ci ha fornito un quadro incompleto della crisi del pianeta […] Sappiamo che dobbiamo fare qualcosa, ma l’espressione dobbiamo fare qualcosa di solito è una dichiarazione di incapacità o quantomeno di incertezza. Se non identifichiamo quello che dobbiamo fare, non possiamo decidere di farlo. […] il quadro si chiarirà sèpiegando il nesso tra allevamento e cambiamenti climatici. Ho sintetizzato quello che avrebbe potuto essere un testo di centinaia di pagine in una manciata di fatti di maggior rilievo», pp. 82-83.

Bisnonni
Pronipoti

«I miei bisnonni vivevano in una casa di legno senza l’acqua corrente e quando faceva freddo dormivano sul pavimento della cucina, accanto alla stufa. Non sarebbero mai riusciti a credere alle cose che possiedo: una macchina che guido per comodità più che per necessità, una dispensa piena di cibi importati da ogni angolo del pianeta, una casa con stanze che non vengono nemmeno usate tutti i giorni. E neppure i miei pronipoti ci crederanno. Anche se la loro incredulità avrà uno spirito diverso: come avete potuto vivere nel lusso per poi lasciarci un contro troppo salato da pagare – e quindi troppo esoso per sopravvivere», p. 140.

Scegliere
Decido ergo sum

«Il termine “decisione” deriva dal latino decid?re, che significa “tagliare via”. Quando decidiamo di spegnere le luci durante una guerra, ci rifiutiamo di spostarci in fondo all’autobus, […] solleviamo una macchina per liberare una persona intrappolata, facciamo strada a un’ambulanza, […] piantiamo un albero, ci mettiamo in coda per votare o consumiamo un pasto che riflette i nostri valori, stiamo anche decidendo di tagliare via i mondi possibili in cui non facciamo queste cose. Ogni decisione esige una perdita, non solo di quello che avremmo potuto fare, ma del mondo a cui la nostra azione alternativa avrebbe contribuito. Spesso quella perdita ci sembra così piccola da essere trascurabile; qualche volta ci sembra così grande da essere insopportabile.

[…] Siamo portati a definirci attraverso quello che abbiamo: proprietà, soldi, opinioni e like. Ma a rivelare chi siamo è quello a cui rinunciamo. I cambiamenti climatici rappresentano la più grande crisi che l’umanità si sia mai trovata davanti e si tratta di una crisi che saremo sempre chiamati a risolvere insieme e contemporaneamente ad affrontare da soli. Non possiamo mantenere il tipo di alimentazione cui siamo abituati e al tempo stesso mantenere il pianeta cui siamo abituati. Dobbiamo rinunciare ad alcune abitudini alimentari oppure rinunciare al pianeta. La scelta è questa, netta e drammatica. Dov’eri quando hai preso la tua decisione?», pp. 84-85.

Torri gemelle
Morte

«Il problema è che il nostro rapporto con il pianeta è un’esperienza ai confini della morte senza darci quell’impressione. Se riuscissimo a credere che il nostro pianeta è in pericolo, potremmo vederlo per quello che è. Forse è vero che se un miliardo di persone provassero l’effetto della veduta d’insieme, il modo in cui i terrestri pensano alla Terra e il modo in cui la trattano cambierebbero radicalmente […]. In totale si sono gettate dal Golden Gate più di sedicimila persone, e nel 98 percento dei casi il tuffo è stato letale. Tra i pochi sopravvissuti, tutti quelli che ne hanno parlato sostengono di essersi pentiti non appena si sono lasciati cadere. Forse la nostra specie farebbe un’esperienza simile. Kevin Hines aveva diciotto anni quando si tuffò. Se perdessimo il nostro pianeta, forse ognuno di noi penserebbe, come Hines, guardando il ponte sempre più lontano mentre cadeva: “Cos’ho fatto?”», pp. 150-151.

Ingiusti
Ingiustizia

«Il 10 percento più ricco della popolazione globale è responsabile di metà delle emissioni di anidride carbonica, mentre la metà più povera è responsabile per il 10 percento. E spesso i meno responsabili del riscaldamento globale sono quelli che ne pagano le conseguenze maggiori. Prendi il Bangladesh, il paese considerato più vulnerabile ai cambiamenti climatici. Si stima che sei milioni di bengalesi siano già stati costretti a lasciare le proprie case a causa di disastri ambientali come mareggiate, cicloni tropicali, siccità e inondazioni, e si prevede che altri milioni dovranno spostarsi nei prossimi anni. L’innalzamento dei mari potrebbe sommergere circa un terzo del paese, sradicando venticinque-trenta milioni di persone», pp. 182-183.

[…] «Il Bangladesh ha una delle impronte di carbonio inferiori al mondo, vale a dire che è uno dei paesi meno responsabili per i disastri di cui è vittima. Il bengalese medio è responsabile di 0,29 tonnellate di emissioni di CO2 all’anno, mentre un finlandese medio di trentotto volte tante: 11,15 tonnellate. Il Bangladesh, dove si consumano in media quattro chili di carne l’anno, è anche uno dei paesi più vegetariani al mondo. Nel 2028, il finlandese medio ha felicemente consumato quella quantità di carne in diciotto giorni – e senza considerare il pesce. Milioni di bengalesi pagano per uno stile di vita opulento di cui loro non hanno mai goduto.

[…] Più di ottocento milioni di persone al mondo sono denutrite e quasi seicentocinquanta milioni sono obese. Più di centocinquanta milioni di bambini sotto i cinque anni sono rachitici per malnutrizione. Ecco un’altra cifra su cui vale la pena di riflettere. Pensa se tutti gli abitanti di Gran Bretagna e Francia avessero meno di cinque anni e non avessero abbastanza da mangiare per crescere bene. Tre milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono di denutrizione ogni anno. Durante l’Olocausto sono morti un milione e mezzo di bambini. La terra che potrebbe nutrire le popolazioni affamate viene invece riservata al bestiame che nutrirà popolazioni ipernutrite. Quando pensiamo allo spreco di cibo, dobbiamo smettere di immaginare pasti mangiati e metà e invece concentrarci sullo spreco creato per mettere il cibo nel piatto. Possono volerci fino a ventisei calorie di mangime perché un animale produca una sola caloria di carne.

Jean Ziegler, ex relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, ha scritto che destinare cento milioni di tonnellate di cereali e mais alla produzione di biocarburanti è un “crimine contro l’umanità”, in un mondo in cui quasi un miliardo di persone soffrono la fame. Potremmo definire quel crimine un “omicidio preterintenzionale”. Ma Ziegler non ha aggiunto che ogni anno l’allevamento destina una quantità sette volte maggiore di cereali e mais – sufficiente a sfamare tutte le persone denutrite del pianeta – all’allevamento di animali che diventeranno cibo per la popolazione ricca. Potremmo definire quel crimine un “genocidio”. Quindi no, l’allevamento intensivo non “nutre il mondo”. L’allevamento intensivo affama il mondo, e intanto lo distrugge», pp. 184-185.

Azioni
Giuste

«Possiamo provarci. Dobbiamo provarci. Quando si tratta di impegnarsi contro la distruzione della nostra stessa casa, la risposta non è mai o/o – è sempre sia/sia. Non possiamo più permetterci il lusso di scegliere le malattie contro cui provare a cercare un rimedio o i rimedi da tentare. Dobbiamo sforzarci di porre fine all’estrazione e alla combustione di carburanti fossili e investire nelle energie rinnovabili e riciclare e utilizzare materiali rinnovabili ed eliminare gli idrofluorocarburi nei refrigeranti e piantare alberi e sostenere l’introduzione di una carbon tax e cambiare i metodi di allevamento e ridurre lo spreco di cibo e ridurre il nostro consumo di origine animale. E tanto altro», p. 143.


Nota

1L’IPCC è stato istituito nel 1988 dalla World Meteorological Organization (WMO)e dallo United Nations Environment Programme (UNEP) allo scopo di fornire al mondo una visione chiara e scientificamente fondata dello stato attuale delle conoscenze sui cambiamenti climatici e sui loro potenziali impatti ambientali e socio-economici. […] L’IPCC esamina e valuta le più recenti informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche prodotte in tutto il mondo, e importanti per la comprensione dei cambiamenti climatici. […] Migliaia di ricercatori provenienti da tutto il mondo contribuiscono al lavoro dell’IPCC su base volontaria. Il processo di revisione è un elemento fondamentale delle procedure IPCC per assicurare una valutazione completa e obiettiva delle informazioni attualmente disponibili. L’IPCC aspira a riflettere una varietà di punti di vista e competenze diverse.

 

da qui

venerdì 15 gennaio 2021

Sostenibilità e scelte radicali - Federico Casotto

 

 

La nostra prossima automobile sarà elettrica. Un circolo virtuoso tecnologico-commerciale si sta per avviare, e creerà presto condizioni favorevoli alla diffusione di questo tipo di autoveicoli: prezzi accessibili, rete capillare di colonne per la ricarica veloce, ragionevole autonomia delle batterie. Con la nostra auto elettrica potremo andare a prendere i figli nelle scuole del centro con la coscienza tranquilla, finalmente, perché nei tre chilometri tra andata e ritorno non avremo emesso gas serra, né polveri sottili e nel complesso avremo utilizzato meno energia di quanta ne richiede il diesel euro 6.2 temp su cui viaggiamo adesso, perché i motori elettrici sono più efficienti di quelli a combustione interna.

“Sì, però…”, ci dice il nostro amico a cena, “l’energia che carica la batteria la devi pure generare da qualche parte e vedrai che lì, all’altro capo della presa di corrente, i gas serra vengono fuori lo stesso”.

“Non è detto…”, rispondiamo pronti, “Non c’è alcuna emissione, se all’altro capo ci mettiamo un campo fotovoltaico o eolico o una cascata di acqua fresca che fa girare una turbina!”

 

Nel 2017 negli stati dell’Unione Europea il 13,9% della domanda di energia è stata coperta da fonti rinnovabili (Eurostat). Il 4,3% di questa energia è stata prodotta da impianti fotovoltaici, eolici e idroelettrici, il tipo di impianti, cioè, a cui generalmente ci riferiamo quando diciamo “energia pulita”. Il resto invece si basa su quello che si può ottenere dalla biomassa, bruciandola direttamente nelle caldaie o bruciando il biocombustibile prodotto tramite il compostaggio o altri processi di fermentazione. La combustione in tutti i casi produce CO2 e polveri sottili e se vogliamo sostenere la sostenibilità del motore elettrico preferiamo escludere dal conto l’energia da biomassa, anche se per molti versi è preferibile a quella da fonti fossili. 

Il 4,3% è un po’ poco, bisogna ammetterlo, per poter affermare che la Tesla del nostro vicino di casa è alimentata dal vento, ma confidiamo che la percentuale possa crescere molto nei prossimi anni, per effetto del progresso tecnologico e delle pressioni che l’opinione pubblica sta cominciando a esercitare sui governi. 

Potremo mai contare in futuro sul 100% di energia pulita emancipandoci una volta per tutte dai combustibili fossili?

 

David MacKay, fisico e matematico all’Università di Cambridge, ha provato a rispondere seriamente a questa domanda con un lavoro di ricerca e di calcolo che definirei titanico, riferito alla Gran Bretagna ma di valore universale per metodo e risultati. Nel suo libro del 2008, consultabile online, Sustainable Energy – Without the Hot Air, che in italiano tradurremmo Energia sostenibile – senza aria fritta, elabora una stima della quantità massima di energia sostenibile che ci si può aspettare di ottenere nel paese, considerando scenari ai limiti della plausibilità. Per esempio, ipotizza di installare parchi eolici off-shore (in mare aperto) su un terzo dell’estensione dei fondali più adatti, cioè con profondità inferiore a 25 metri, disponibili all’interno delle acque territoriali britanniche. Solo un terzo, per assicurare un minimo di agio al traffico navale e alle attività di pesca; comunque un’area vastissima, di poco più grande dell’intera Lombardia. Si tratterebbe di 44.000 turbine da 3 MW, che, messe idealmente in fila a 67 metri una dall’altra, coprirebbero tutti i 3000 km di costa della Gran Bretagna.

 

Visualizzare mentalmente un simile schieramento lungo le bianche scogliere di Dover o meglio ancora lungo la riviera romagnola e poi su fino a Trieste e giù fino a Santa Maria di Leuca e poi di nuovo su fino a Ventimiglia aiuta a capire cosa si intende per “scenari ai limiti della plausibilità”. MacKay stima la quantità di energia che tutte queste turbine sarebbero in grado di produrre per ciascun cittadino e poi somma questa quantità al possibile contributo pro capite di tutte le altre fonti di energia sostenibile, anch’esso calcolato sulla base di casi limite ipotetici: solare fotovoltaica, solare termica, energia da moto ondoso e da maree, idroelettrica, eolica terrestre, geotermica ecc. Parallelamente, l’autore elabora una stima dell’attuale domanda di energia pro capite, includendo il riscaldamento invernale, il raffrescamento estivo, i viaggi in auto e in aereo, la produzione di beni e di cibo, l’illuminazione ecc. Infine, confronta le due stime (quella dell’attuale domanda e quella della possibile offerta) e mette in evidenza come, anche considerando i casi limite, le fonti di energia sostenibile non riuscirebbero a soddisfare completamente il nostro attuale fabbisogno energetico. Il divario diventa scoraggiante quando si introducono i correttivi di plausibilità legati all’impatto paesaggistico di certe soluzioni e ai costi di realizzazione e manutenzione – pensate per un momento al MOSE nella laguna di Venezia e subito dopo immaginate la sfida ingegneristica di un parco eolico con, poniamo, 10.000 turbine sui fondali dell’Adriatico. 

 

La conclusione che se ne trae è che non possiamo illuderci di vivere di energia pulita se assieme allo sviluppo di tecnologie capaci di sfruttare in modo efficiente le fonti alternative, non si avvieranno iniziative serie orientate alla drastica riduzione della nostra domanda. 

 

Abbiamo una fiducia incrollabile nella capacità della tecnologia e del mercato di rendere i nostri stili di vita più sostenibili senza chiederci di modificarli. Colleghiamo la promessa di energia green e di automobili a emissioni 0 – assieme alla promessa di bioplastiche e altri materiali compostabili, di galline ovaiole allevate a terra, di carne sintetica (Memphis Meats), di pomodorini idroponici all-season, di cotone sostenibile – alla prospettiva di continuare indefinitamente a vivere così, accendendo i condizionatori ai primi sentori dell’estate, muovendoci in auto da soli nelle città anche per brevi tratti, usando contenitori monouso, mangiando quasi ogni giorno carne, uova, formaggio e pomodorini freschi imbustati, acquistando compulsivamente abiti nuovi ai saldi di stagione e gettando via quelli dell’anno scorso, logorati dalla moda prima che dall’uso. Questa fiducia incrollabile ci impedisce di vedere con chiarezza che nel nostro stile di vita, invece, qualcosa deve cambiare. E ci fa credere che, se abbiamo acquistato un SUV ibrido, abbiamo già fatto la nostra parte per salvare il pianeta e che non dobbiamo fare molto altro. Con tutto quello che ci è costato! Il SUV ibrido. 

 

“Sì, però...”, ci dice il nostro amico a cena, “per i tuoi spostamenti in città, la bicicletta sarebbe 30 volte più efficiente del tuo SUV ibrido, in termini energetici. E in termini di emissioni, beh, dipende dall’impronta ecologica di quello che hai mangiato, cioè dall’origine dell’energia che muove i tuoi muscoli. Ma dopo aver mangiato le stesse cose, quelle che mi hai preparato questa sera, io che torno a casa in bici emetterò zero polveri sottili e 0g/km di CO2, mentre tu col tuo SUV ibrido emetteresti almeno 100g/km di CO2 e chissà quante PM10. E il bello è che in bici ci si muove più in fretta in città su brevi distanze e fino a 6-7 km i tempi di percorrenza sono simili a quelli del tuo SUV ibrido nel traffico urbano, provare per credere. Tutto questo”, continua il nostro amico, che si è infervorato, “sarebbe ancora più vero se i piani per la mobilità urbana dessero priorità alla bicicletta, con una rete di ciclabili ampie e sicure e con un’appropriata regolamentazione a favore del ciclista. Inoltre, se treni e bus fossero attrezzati per caricare all’occorrenza i ciclisti e le loro bici, una persona che abita fuori città, potrebbe raggiungere il centro in treno e poi muoversi in bici. E nota che un treno pieno è 18 volte più efficiente, per persona trasportata, del tuo fottuto SUV ibrido con te solo a bordo. Bisogna fare pressioni sulle amministrazioni e per fare pressioni bisogna innanzitutto mettersi a pedalare tutti assieme”.

Cosa si può rispondere a uno così? Che ha ragione, che anche noi in effetti dovremmo… ma…

 

Le motivazioni che seguono questo tipo di “ma…” sono il vero nucleo del problema quando si tratta di sostenibilità. Sono tutte motivazioni riconducibili a un’idea di comfort immediato e privato al quale non sappiamo rinunciare e nel caso del confronto tra SUV e bicicletta hanno a che fare con la protezione dagli agenti esterni, con il non arrivare sudati e il poter indossare il tailleur di Armani, con la comodità dei sedili, con l’indulgere alla pigrizia – largamente compensato dall’ora serale in palestra – e col piacere narcisistico di essere alla guida di un’auto così. Razionalmente comprendiamo che sarebbero rinunce ridicole rispetto alla posta in gioco, che è, nel breve termine, la riduzione dei rischi sanitari associati alla concentrazione di polveri sottili nell’aria che respiriamo, e nel lungo termine, la preservazione di un pianeta abitabile per i nostri nipoti. Questa consapevolezza razionale, però, non si traduce in un sentimento di urgenza abbastanza forte da indurci a cambiamenti di questo tipo. Benché il nostro amico a cena si sia portato dietro un sensore di polveri sottili tascabile e due giorni fa abbia rilevato nella nostra zona valori di concentrazione doppi rispetto al limite di sicurezza, le polveri sottili restano invisibili e oggi, in questa mattina di festa, radiosa e freddissima, i camini fumanti sui tetti di Bologna ci parlano solo di famiglie al caldo e di calze piene di dolciumi, in una sorta di idillio urbano postmoderno che ci incanta al di là della finestra. Le PM10 sembrano un problema davvero remoto. La salute dell’umanità e il riscaldamento globale che la minaccia sono ancora più lontani. Riconosciamo che si tratta di problemi seri e reali, perché ci fidiamo dei molti esperti che ce li rappresentano in termini chiari, ma per il momento ci sembra di poter rinviare qualsiasi nostra iniziativa seria al riguardo. Almeno fino a quando non potremo permetterci di sostituire il SUV ibrido con uno completamente elettrico. A quel punto il nostro amico non avrà più nulla da rimproverarci. O no? O ci dirà che non abbiamo capito niente? Dopotutto, non lo inviteremo più a cena.

 

La contraddizione tra la lucida consapevolezza del problema del riscaldamento globale e l’assenza di un impulso etico verso un’azione collettiva all’altezza del problema è un tema centrale nell’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena. Questa contraddizione viene ricondotta alla differenza tra sapere e credere. Possiamo sapere che una minaccia incombe su di noi, ma non crederci. Se non ci crediamo vuol dire che non pensiamo veramente che la gravità della situazione pretenda da noi una scelta radicale. Confidiamo sul fatto che in qualche modo tutto si aggiusterà grazie all’intervento di un deus ex machina e che la stessa entità della minaccia sia stata magari sopravvalutata. Tutti gli ebrei polacchi, dice Foer, proponendo un parallelo un po’ estremo, sapevano che la minaccia nazista si stava avvicinando e concretizzando. Quelli che, oltre a saperlo, ci credevano, hanno avuto la forza per compiere una scelta radicale: hanno abbandonato la loro casa e si sono salvati – la nonna di Foer era una di loro. 

 

La questione per Foer non è credere o non credere che il riscaldamento globale abbia un’origine antropica e che si debba fare urgentemente qualcosa per evitare gli scenari catastrofici che ci si prospettano – né il suo libro, né lo studio di MacKay, né le riflessioni contenute in questo articolo si rivolgono ai negazionisti, bensì a lettori già sensibilizzati. La questione, invece, è credere o non credere che l’unica cosa da fare urgentemente per salvarci dalla catastrofe sia abbandonare la nostra casa. Non in senso letterale, ovviamente – per andare dove, poi? – ma nel senso figurato di abbandonare il modello di benessere nel quale ci siamo accomodati e ci sentiamo al sicuro. Un modello di benessere basato su un’assurda e insostenibile sproporzione tra l’irrilevanza di molti nostri bisogni e l’enorme quantità di risorse che consumiamo per soddisfarli. 

 

La nostra sensibilità ecologista è cresciuta rapidamente negli ultimi anni e sta cominciando a incidere in modo significativo sulle nostre scelte. Lo testimonia lo sforzo straordinario che l’industria e il mercato stanno compiendo per assecondare questa sensibilità. Un marchio di acqua minerale italiano, ad esempio, considerando la nostra crescente avversione per gli imballaggi di plastica, ha cominciato a imbottigliare l’acqua in lattine di alluminio da 33 cc, anziché in bottigliette di PET, nel quadro di un’iniziativa commerciale rivolta soprattutto ai baristi e ai ristoratori. Grazie a questa iniziativa, il barista, mentre ci serve acqua in lattina, può spiegarci che l’alluminio è molto più sostenibile della plastica, perché infinitamente riciclabile senza perdita di qualità e meno dannoso se disperso nell’ambiente. Così sentiamo di avere dato, noi e lui, un altro piccolo contributo alla difesa del pianeta. In più la lattina entra perfettamente negli appositi scomparti del nostro SUV ibrido, che abbiamo parcheggiato qui fuori in seconda fila. 

 

“Sì, però…” ci dice il nostro amico che ormai incontriamo soltanto al bar “rispetto all’acqua del rubinetto, anche considerando la pulizia delle brocche e dei bicchieri, l’acqua in lattina ha un’impronta ecologica nell’ordine delle mille volte superiore. Che sia in lattina o in plastica l’acqua imbottigliata deve essere trasportata e questa in particolare ha fatto almeno 300 km prima di arrivare qui. Perché allora il barista, se vuole darsi arie da ecologista non ti propone acqua del rubinetto e perché tu non gliela chiedi? Perché le amministrazioni pubbliche non obbligano i baristi a includere acqua del rubinetto nel servizio e vendere acqua imbottigliata solo su richiesta, se proprio uno la vuole?”

Al discorso sulla sostenibilità sta accadendo ciò che da più di un secolo accade a quello sulla nutrizione: l’industria trasforma le tesi dominanti, semplificandole, in leve di marketing, affinché la nostra anima sempre più ecologista e salutista possa rispecchiarsi nelle opzioni che ci offre (su questi temi consiglio la lettura di Nutritionism, di Gyorgy Scrinis che delinea una interessantissima storia delle teorie nutrizioniste e dei loro intrecci con l’industria alimentare a partire dalla metà del XIX secolo). Ai claim nutrizionali come senza grassi saturi, senza zuccheri aggiunti, senza olio di palma, ricco di proteine e fibre ecc. ora si affiancano i claim ambientalisti: packaging sostenibile col 20% di plastica in meno, col 50% di plastica riciclata, 100% riciclabile, plastic free, confezione biodegradabile ecc. 

 

Sia chiaro: è una cosa buona. Significa che l’industria finalmente si sta assumendo la responsabilità del suo impatto sull’ambiente e sta prendendo misure opportune per ridurlo. Significa anche, ne siamo convinti, che sulla spinta di questa consapevolezza la tecnologia e il mercato sapranno sviluppare in futuro soluzioni impensate e ancora più efficaci. Perfino al problema che sta più a cuore a Foer, cioè la produzione industriale di carne e latticini basata sull’allevamento intensivo di animali, che secondo lui e molti altri, è il principale fattore climalterante. L’azienda americana Beyond Meat, a questo riguardo, si sta presentando come il deus ex machina nella tragedia globale della carne. I suoi famosi beyond burger 100% vegetali a base di legumi, surgelati e distribuiti negli Stati Uniti e in qualche paese europeo, forniscono la stessa esperienza sensoriale di un hamburger di manzo, ma la loro produzione ha un’impronta ecologica nettamente inferiore. Così potremo mangiarne quanti ne vogliamo senza preoccuparci di nuocere al pianeta. Bello! È pur vero che se mangiassimo direttamente i legumi senza passare attraverso il raffinatissimo ed energivoro processo industriale che li trasforma in burger e poi li surgela per spedirli in giro per il mondo, l’impronta sarebbe ancora più piccola, molto più piccola; ma noi non vogliamo rinunciare al valore aggiunto di un burger vegetale e a goderne tutte le volte che ci pare. L’economia su cui continuiamo a prosperare si regge su questo tipo di valore aggiunto e di emissioni aggiunte. 

 

Il limite dei nostri dei ex machina è che la machina da cui ci si aspetta che escano è sempre la stessa e c’è chi pensa che sia proprio la machina in sé ad essere insostenibile. “Dopo quasi mezzo secolo di ricerche e sperimentazioni sul tema della transizione verso la sostenibilità, oggi sappiamo per certo che essa richiede un cambiamento radicale del sistema sociotecnico e culturale.” Questo non lo dice il nostro amico al bar, ma Ezio Manzini in un libro importante: Politiche del quotidiano, progetti di vita che cambiano il mondo, dove si parla dei modi in cui questo cambiamento può determinarsi. Si afferma in particolare che un cambiamento sistemico radicale su larga scala non sarà possibile finché non si saranno accumulati cambiamenti radicali a livello locale, attraverso progetti di innovazione sociale e sistemica di piccola scala, come, ad esempio, i gruppi di acquisto solidali, le iniziative di carpooling o di co-housing ecc. A Bologna, la mia città, ce ne sono alcuni che vorrei citare: Arvaia e Camilla, che propongono modelli alternativi di produzione del cibo e distribuzione dei beni di consumo, il cohousing Porto 15, o la fattoria e caseificio Lama Grande, dove le mucche mangiano erba e muoiono di vecchiaia. Quando questi e altri progetti pionieristici avranno ispirato altri progetti dello stesso tipo, replicandosi cento o mille volte e affermando cento o mille volte un nuovo modello di benessere, allora si saranno create le condizioni per un cambiamento radicale su scala maggiore. 

 

Anche i comportamenti individuali hanno un ruolo in questo processo di transizione. Ogni cittadino che ha lasciato l’auto per muoversi in bicicletta, dice Manzini, ha creato un mutamento sistemico. Minimo, ma radicale. Quelli che hanno acquistato un’auto ibrida, invece, si sono limitati a un cambiamento incrementale, perché la loro scelta, per quanto green la si voglia considerare, non esce dalle logiche del sistema dominante dei trasporti, fondato sulla mobilità automobilistica individuale che è intrinsecamente insostenibile. 

Per capire meglio in che senso dobbiamo considerare radicale e sistemica la scelta innocentissima di andare in bicicletta e sui mezzi pubblici, basta immaginare cosa accadrebbe se questa scelta fosse fatta dalla collettività. Il cambiamento avrebbe effetti negativi sul mercato delle automobili e quindi sull’intero sistema economico, di cui l’industria automobilistica è uno dei pilastri. Effetti che definiremmo recessivi, nei termini del sistema sociotecnico e culturale corrente: la machina. È per questo che il cambiamento fa paura anche a chi lo auspica e lo promuove. Allo stesso tempo però la collettività sperimenterebbe i vantaggi di una mobilità agile ed efficiente e il piacere di muoversi in città più pulite, sgombre e silenziose. A quel punto, un ipotetico ritorno al traffico congestionato da migliaia di SUV ibridi con una sola persona a bordo, che oggi accettiamo come un portato inevitabile del benessere a cui aspiriamo, sarebbe diventato insopportabile. 

 

Un tempo tolleravamo anche il fumo di sigaretta al ristorante come un fastidio inevitabile e avremmo perfino giudicato come un rompiballe fanatico chiunque si fosse messo a fare delle storie e avesse cercato di negare a un nostro commensale il legittimo piacere di fumarsi una sigaretta a tavola. Ora, dopo che un divieto imposto dall’amministrazione pubblica ha allo stesso tempo formalizzato e contribuito a formare un consenso generalizzato attorno all’idea che fumare al ristorante è sbagliato, il fumo delle sigarette al ristorante è diventato insopportabile, perché abbiamo sperimentato direttamente quanto è migliore un ambiente senza fumo. 

La transizione verso la sostenibilità potrà davvero compiersi, quando l’insostenibile diventerà insopportabile. 

 

Epilogo

 

Elon Musk, fondatore di Tesla e imprenditore visionario, dopo aver letto questo articolo ebbe una crisi di coscienza. Si pentì di avere lanciato il Cybertruck, il nuovo pickup della gamma Tesla di automobili elettriche con guida semiautonoma. “Non c’è niente di disruptive in questa proposta”, pensava tra sé. “È solo un altro macchinone pacchiano in circolazione, con una carrozzeria blindata, tesa e spigolosa, che è una dichiarazione di ostilità verso il mondo esterno, una formidabile munizione dei confini dell’io e del privato possesso, contro l’aggressione del Bene Comune. Mio Dio, cosa stiamo facendo!”

Al Salone di Parigi nell’ottobre del 2020, in occasione della sua ultima apparizione pubblica, Elon spiazzò la folla di adepti che era convenuta lì da ogni parte del mondo per assistere alla presentazione dell’ennesima geniale innovazione. Dopo essersi esibito in una danza folle e sgraziata, in preda a una strana euforia, uscì dal palco per un paio di minuti e poi rientrò in sella a una bicicletta pieghevole, sulle note della Pastorale di Beethoven. “Signore e signori” disse “ecco BCC (Before the Climate Changes), una bicicletta pieghevole, perfetta per il trasporto intermodale, alimentata a fagioli e acqua di rubinetto.

 

Con questo mezzo straordinario sono arrivato fino a qui dal mio albergo in Saint-Germain-des-Prés in 25 minuti, vale a dire 10 minuti in meno del mio collaboratore in Cybertruck. E senza disturbare nessuno!” Alle prime risate fragorose del pubblico, seguì un muto sbigottimento, appena ci si rese conto che Musk diceva sul serio. Mentre illustrava con passione sincera tutti i vantaggi di muoversi in BCC nei centri urbani, cominciarono a levarsi alcuni mormorii di disapprovazione. Poi qualcuno urlò qualcosa, dando voce alla frustrazione di tutti e innescando un’escalation di rabbia che culminò nella violenza. La grande sala delle conferenze fu ridotta a un cumulo di macerie. Musk fu prontamente scortato fuori dall’edificio e rientrò in albergo su un Cybertruck della polizia francese. Gli ci vollero 54 minuti, perché c’era un ingorgo.

da qui

venerdì 19 giugno 2020

allevamenti intensivi e covid-19

COVID-19 E (CO)FATTORI AMBIENTALI, SOCIALI E ALLEVAMENTI INTENSIVI - Gian Luca Garetti

(Riceviamo e rilanciamo da Gian Luca Garetti, Vice Presidente di Medicina Democratica – sezione di Firenze – per gentile concessione di https://www.perunaltracitta.org/2020/04/13/chi-e-cosa-aiuta-il-coronavirus/)

Cofattori del Sars-cov-2
Questa pandemia è come un terribile romanzo giallo, ambientato nel Capitalocene, in cui il colpevole è il coronavirus sars-cov-2, l’arma del delitto sono le mutazioni maligne delle famose proteine spike, che permettono al virus di agganciarsi alle cellule umane, di penetrarvi e poi di replicarsi e diffondersi. Le vittime sono i più anziani, quelli più in basso da un punto di vista socioeconomico, gli operatori sanitari. C’è poi una cupola di personaggi secondari, i cosiddetti cofattori, che in vario modo contribuiscono al delitto, cioè al diffondersi ed all’esacerbarsi della malattia. In questo articolo ci occuperemo in particolare delle interconnessioni, dei collegamenti trasversali che ci sono fra l’inquinamento atmosferico, la fame di proteine animali e questa pandemia.

Il cofattore inquinamento atmosferico
Precedentemente abbiamo commentato alcuni studi scientifici che parlano dell’inquinamento atmosferico come cofattore di Covid-19, sia a livello di diffusione https://www.perunaltracitta.org/2020/03/18/piu-particolato-piu-covid-19/ che di aggravamento della pandemia https://www.perunaltracitta.org/2020/03/16/non-andra-tutto-bene/ Qui ne esamineremo altri due, pubblicati di recente nella letteratura scientifica, che mettono in evidenza come il Pm2,5 renda più vulnerabili e esacerbi gli effetti di Covid-19.
Il primo studio , https://projects.iq.harvard.edu/covid-pm condotto dall’italiana Francesca Dominici, insieme ad altri ricercatori della Harvard TH Chan School of Public Health di Boston, ha collegato l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico, cioè le zone in cui c’è stato negli anni un elevato livello di particolato, con la mortalità per Covid-19. Sono state prese in esame 3000 contee statunitensi, fino al 4 aprile, coprendo il 98% della popolazione.
E’ risultato che all’aumento di solo 1μg / m3 di PM2,5 è associato un aumento del 15% nel tasso di mortalità di Covid-19 (una evidenza statisticamente significativa).
Secondo questo studio l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico rende molto più vulnerabili al verificarsi degli esiti più gravi del Covid-19. Rafforzando quanto era stato affermato in uno studio riferito al coronavirus del 2003 https://ehjournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/1476-069X-2-15 ,cioè che i malati di SARS che abitavano nelle regioni con qualità dell’aria peggiore presentavano un rischio di morte dell’84% più alto.

L’elevato livello di inquinamento cofattore dell’alto livello di mortalità nell’Italia del nord.
‘L’inquinamento atmosferico può essere considerato un co-fattore di mortalità SARS-CoV-2 nel Nord Italia?’ È il titolo del secondo studio https://doi.org/10.1016/j.envpol.2020.114465 condotto da un gruppo di ricercatori italiani dell’Università di Siena e della Aarhus University (Danimarca) che così termina: ‘Concludiamo che l’elevato livello di inquinamento nell’Italia settentrionale dovrebbe essere considerato un ulteriore cofattore dell’alto livello di mortalità registrato in quella zona’. L’inquinamento atmosferico, comprometterebbe la prima linea di difesa dell’organismo costituita dalle cellule epiteliali che rivestono le mucose e dal muco secreto dalle cellule caliciformi (goblet cells), delle vie aeree superiori. Così che all’arrivo delle particelle virali SARS-CoV-2 sulle superfici delle mucose respiratorie, la proteina spike avrebbe facilitato l’attracco, la fusione, l’ingresso e poi la replicazione della particella virale all’interno delle cellula. Alla morte cellulare, seguirebbe la liberazione di milioni di nuove particelle virali e la diffusione del virus nell’organismo.
Altri cofattori favorenti il surplus di letalità nel Nord Italia, sono:
a) la privatizzazione ed il progressivo indebolimento del Sistema sanitario nazionale, minato dall’aziendalizzazione e da decenni di politiche liberiste; b) la mancanza di una strategia seria di protezione degli operatori sanitari (sono già morti più di 100 medici e non è finita) e degli ospedali; c) la mancanza di corretta informazione (mascherine si, mascherino no) e di ricerca attiva dei casi (tamponi si, tamponi no); d) il tardivo lockdown del governo e) il diverso modo di riportare il numero di decessi e infezioni tra i vari paesi; f) la vecchiaia della popolazione italiana.

Un effetto positivo: l’aria è più pulita perchè calano gli ossidi di azoto
Le prime osservazioni dell’Agenzia europea per l’ambiente (AEA) e delle varie ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) concordano sul fatto che l’impatto della assenza di auto, sulla qualità dell’aria, è stato caratterizzato da un calo delle concentrazioni di biossido di azoto (NO2), ascrivibile al traffico veicolare, in particolare ai motori diesel.

Picchi di particolato transfrontaliero e di particolato secondario
L’effetto del particolato (PM) è più difficile da decifrare data la complessità della sua origine. In questo periodo si sono avute in tutta Italia impennate di particolato, riconducibili alla avvezione di polvere del deserto del Caucaso, o del Nord Africa. Mentre in Lombardia, nella Pianura padana in genere, è stata predominante la componente secondaria del particolato, costituita da nitrato e solfato di ammonio, proveniente dallo spandimento sul terreno dei liquami zootecnici degli allevamenti di bovini e di maiali. In Lombardia ce ne sono più di 4 milioni, di maiali. In Cina, che è il più grande produttore di maiali del pianeta, se ne stimano circa 440 milioni.

Suinifici cinesi devastanti cofattori di Covid-19
La provincia cinese dell’Hubei, è una vera e propria fabbrica di epidemie. In questo marzo 2020, vi si è verificato anche il primo focolaio dell’anno di peste suina africana (PSA), denominata in inglese (ASF) african swine fever. E’ una malattia virale, letale, non trasmissibile agli esseri umani, che colpisce suini e cinghiali, che si possono contagiare per contatto o attraverso l’ingestione di carni infette. Non esistendo vaccini né cure, per frenare il contagio non resta che uccidere tutti i casi conclamati e sospetti e sorvegliare le frontiere. La malattia ha gravi conseguenze socio-economiche, che possono essere state decisive nello spianare la strada a Covid-19, vedi poi.
“Big Farms Make Big Flu” (le mega-fattorie producono macro-influenze).
E’ il titolo di un noto libro del biologo Robert G. Wallace, pubblicato nel 2016. Un libro importante perché traccia la connessione tra i modelli della produzione capitalista di bestiame e l’eziologia di quelle epidemie zoonotiche, come SARS e MERS, esplose negli ultimi decenni, che sono state trasmesse dagli animali agli esseri umani, cioè che hanno fatto il ‘salto di specie’, come è successo anche per il Covid-19.

Nel Gabon si proteggono i gorilla dall’uomo
Dopo che nel 1995 l’epidemia di Ebola decimò la popolazione dei gorilla di oltre il 90%, il governo del Gabon ha deciso di proteggere i gorilla dal contagio dell’uomo, vietando l’ingresso dei turisti nei parchi e mettendo in quarantena il personale che vi lavora. Ha inoltre deciso di vietare la vendita e il consumo di pipistrelli e pangolini. Lì vivono molti cinesi. In Gabon al momento ci sono solo 21 casi di Covid-19.
Metà dei maiali allevati nel mondo sono cinesi
La Cina concentra nel suo territorio il maggior numero di “landless systems” (sistemi senza terra), fabbriche di morte, macro sfruttamento di allevamenti in cui si stipano migliaia di animali, che possono diventare laboratori viventi di mutazioni virali poi suscettibili di provocare nuove malattie e epidemie. L’allevamento industriale erodendo sempre più l’habitat delle specie selvatiche, oltre a metterne a rischio la biodiversità, ha favorito le possibilità di contatto tra la fauna selvatica (pipistrelli, cinghiali etc) e il bestiame, maiali in particolare. Ricordiamo per esempio, la Sindrome della Diarrea Acuta Suina (SADS-CoV), del 2016, sempre in Cina, che fu provocata da un nuovo coronavirus, trasmesso dai pipistrelli.

Gli animali allevati nel mondo sono più di tre volte degli esseri umani
L’allevamento degli animali ha proporzioni gigantesche, stimate in 3,5 volatili e 0,5 mammiferi da carne rossa (come vitelli e maiali) allevati ogni anno per individuo. Per il day after: bisogna cambiare, da subito, l’attuale ciclo della produzione alimentare, verso una svolta zoe-egalitaria, che ci impegni a relazioni più etiche ed eque con gli animali (vedi Rosi Braidotti, Il postumano, DeriveApprodi,Roma 2014).
Per proteggere l’ecosistema mondo è indispensabile indirizzare la nostra dieta verso le proteine vegetali, la cui produzione non uccide nessuno, non fa correre rischi pandemici, non contribuisce al disboscamento di aree ecologicamente importanti come la foresta amazzonica, non inquina le falde acquifere e l’atmosfera, non produce antibiotico-resistenza, né malattie cronico-degenerative, non ha un consumo d’acqua spropositato, non aggrava il cambiamento climatico:
‘Le emissioni di CO2, per grammo di proteine sono almeno 20 volte minori per i legumi, rispetto alla carne ed il consumo di acqua nella loro produzione è 5-6 volte minore’ ( vedi P. Vineis et al, Prevenire, Einaudi, Torino 2020)

Il 2019 l’anno del maiale, della PSA e del Covid-19
Nel 2018 partì dalla Cina un’ epidemia di peste suina africana (PSA), per la responsabilità della industria dell’allevamento, che devastò le fattorie cinesi e si propagò nel mondo. Il 5 febbraio 2019 si è celebrato, secondo il calendario cinese, l’inizio dell’anno lunare dedicato al maiale, segno zodiacale tradizionalmente associato a ricchezza, prosperità ed abbondanza. Incurante di ciò la peste suina africana ha sterminato i maiali cinesi, costringendo la Cina all’importazione di carne di maiale (dagli Stati Uniti, dall’Europa e dall’Italia etc.) facendo lievitare i prezzi del mercato interno, nonostante le scorte di Stato.

La Via del maiale
La Cina ha fame di carne di maiale. E’ il primo allevatore ed il primo consumatore di maiali al mondo. Nel settembre del 2019, l’incremento del prezzo della carne suina è arrivato a + 69,3%. Proprio i prezzi alle stelle, potrebbero essere stato uno dei motivi che hanno spinto la prima vittima ufficiale da Covid19, il sessantunenne di Wuhan, morto il 9 gennaio, a frequentare il mercato della città di Wuhan, nella provincia dello Hubei, dove venivano venduti pipistrelli e pangolini. I formichieri squamosi, una specie protetta la cui vendita è illegale, molto probabilmente sono stati l’ospite intermedio, fra il pipistrello e l’uomo, che ha favorito il salto di specie.
Un altro cofattore: il negazionismo cinese
Considerato che in Cina solo il 23 gennaio è stato imposto il lockdown totale, un recente studio condotto da ricercatori dell’Università di Southampton, in Gran Bretagna, ha stimato che se la Cina avesse agito con una settimana di anticipo rispetto alla data del 23 gennaio, avrebbe ridotto il contagio globale del 66%.

Per il day after
Covid-19 non resterà un episodio isolato, se non ci libereremo dal capitalismo che stritola tutte le specie viventi negli ingranaggi dell’economia globale, se non casseremo il modello di allevamento capitalista industriale che scanna e trasforma milioni di animali in macchine fornitrici di materia prima, con impatti ambientali giganteschi sul pianeta, se non chiuderemo per sempre i ‘wet market’, barbari mercati senza regole dove animali vivi di specie selvatiche, ma anche cani e gatti, vengono macellati sul posto e acquistati per fame o per superstizione, promuovendo lo spillover zoonotico, il salto dall’animale all’uomo di nuovi agenti patogeni. In Cina sono maestri del ‘contact tracing’ che ne facciano uso per chiudere almeno questi mercati dell’orrore e delle pandemie.
Covid-19 può essere un’opportunità per progettare nuovi schemi sociali, forme di pensiero alternativi a quelli dominanti ed un modo diverso di pensare a noi stessi.



Il COVID-19 ci avvisa che più grandi sono gli allevamenti più letali sono i virus



Nonostante le circostanze attorno alla comparsa del COVID-19 non siano ancora del tutto chiare, sappiamo di per certo che la causa dell’attuale pandemia è da far risalire alla relazione che l’uomo ha con altre specie animali. Il COVID-19 è una malattia zoonotica ‒ cioè trasmessa dagli animali all’uomo attraverso un salto di specie detto spillover. Altre malattie di questo tipo sono la SARS, Ebola, Zika, Mers, le infezioni da Escherichia coli, Campylobacter e Salmonella, oltre all’influenza aviaria e a quella suina che proliferano negli allevamenti intensivi.
Come abbiamo scritto a marzo, lo scenario più probabile indica che il serbatoio del patogeno sia una specie di pipistrello presente in Cina e che il COVID-19 sia arrivato all’uomo attraverso un ospite intermedio. Quindi, a differenza dell’influenza aviaria o di quella suina, ma similmente alla SARS, il COVID-19 non proviene da un animale in allevamento. Nonostante ciò, è proprio lo sfruttamento di animali in allevamenti intensivi ad avere favorito le condizioni alla base perché il virus si spostasse dal pipistrello all’uomo.
Inoltre la puntata del 13 aprile di Report, a cui hanno contribuito anche i nostri investigatori, ha chiarito come lo smaltimento dei liquami animali ‒ e l’inquinamento atmosferico possano giocare un ruolo chiave nella diffusione del virus. Secondo l’Arpa, in Lombardia, l’85% delle emissioni di ammoniaca è causata dagli allevamenti, nello specifico dai loro liquami, e l’ammoniaca è uno dei principali fattori della formazione di PM10.

Gli allevamenti intensivi hanno cambiato il mercato della carne cinese

Se andiamo a considerare le cause per cui sia avvenuto lo spillover da una specie all’altra, un tassello che ci aiuta a completare, seppure parzialmente, il quadro è la trasformazione del modello di produzione di carne avvenuta in Cina a partire dagli anni ‘90, che ha colpito i piccoli allevamenti familiari e sconvolto le aree rurali.

Come racconta Stefano Liberti nel capitolo dedicato alla produzione di carne suina ne I signori del cibo, nella Cina di un tempo le famiglie mangiavano carne due volte l’anno, mentre oggi il maiale «è marchio di status ‒ mangiare carne rappresenta il segno più tangibile dell’ascesa sociale, dell’uscita dalla miseria e dalla sussistenza». Questo ha portato ad un’esplosione del consumo di carne: nel 1970 un cittadino cinese ne consumava in media 8 chilogrammi all’anno, mentre oggi ne mangia cinque volte tanto. 
Una delle incarnazioni più paradigmatiche di questa trasformazione dell’industria alimentare cinese sono i CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations), vale a dire allevamenti su scala industriale che hanno l’obiettivo di produrre la maggiore quantità di carne nel più breve tempo possibile per sfamare un mercato in enorme crescita. La presenza di enormi allevamenti industriali ha spinto fuori dal mercato i piccoli allevamenti familiari che non hanno potuto reggere la competizione. Inoltre, dal punto di vista geografico, gli allevamenti industriali hanno iniziato ad occupare sempre più terra spingendo i piccoli allevatori verso zone incoltivabili, vicino alle foreste. Motivo che ha portato molti di questi allevatori a ripiegare verso altre attività economiche.

I wet market sono la risposta sbagliata a un’industria sbagliata

In molti hanno quindi iniziato a cacciare animali selvatici da vendere nei “wet market”. In alcuni casi perché considerati prelibati, in altri per motivi terapeutici – gli organi di certi animali sono secondo la medicina cinese efficaci per la cura di alcuni malanni.
Con l’aumentare della presenza dell’uomo in ecosistemi dove pipistrelli e altri animali selvatici potevano in passato vivere indisturbati, è aumentato enormemente anche il rischio del salto della specie del virus da un animale all’essere umano. La diffusione del COVID-19 ne è una prova e ci dà la misura di quanto l’uomo sia parte di un ecosistema che non bada a confini di specie, né a quelli geografici ‒ nonostante i nomi che l’uomo dà ai patogeni, questi non sono davvero “cinesi”, “spagnoli” o di qualsiasi altra nazionalità si cerchi di attribuire loro.

Il bene degli animali è anche il bene per gli essere umani
Che cosa possiamo imparare da questo? Una lezione importante è che per ridurre i rischi della salute umana è sempre più necessario occuparsi anche di quella animale. Come raccontano Jonathan Safran Foer, autore tra gli altri di Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, e Aaron S. Gross sul The Guardian, in questo momento:
«Siamo preoccupati della produzione di mascherine per il viso, ma sembriamo indifferenti alle fattorie che producono pandemie. Il mondo sta bruciando e noi ci armiamo di estintori mentre la benzina bagna la miccia che abbiamo ai piedi».
Che cosa vuol dire concretamente prenderci cura della salute animale? Un primo passo potrebbe essere limitare l’interazione umana con animali selvatici. Ma questo non basta, date le condizioni degli allevamenti in Italia o nel resto d’Europa, nessuno può assicurarci che la prossima epidemia non esploda a pochi chilometri da casa nostra. Qualcuno ricorderà che la BSE (Encefalopatia Spongiforme Bovina), l’epidemia prodotta dalla Salmonella DT104 o quella dall’Escherichia coli 0157 sono patologie nate proprio in allevamenti europei.
Nel libro Big farms make big flu pubblicato nel 2016, Rob Wallace spiega che negli allevamenti in cui vivono ammassati centinaia, migliaia di polli e tacchini selezionati geneticamente, per motivi puramente commerciali, un virus può agire indisturbato senza di fatto incontrare varianti genetiche che ne possano impedire la diffusione, con il rischio che venga poi trasmesso agli esseri umani.
Oltretutto, come spiega ancora Wallace, possiamo considerarci in qualche modo fortunati perché il COVID-19 è di gran lunga meno letale di altri virus, come l’H7N9 il cui tasso di letalità è di oltre il 30%, oppure l’H5N1, ancora più pericoloso. Negli Stati Uniti il grado di letalità del COVID-19 è stato finora di meno del 2% con oltre 48 mila decessi, ma se ci fosse stata una pandemia di H5N1, secondo il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) il tasso di letalità sarebbe arrivato al 60%.
Il fatto che non ci sia stata però non ci può far abbassare la guardia: se l’H5N1 non ha raggiunto le proporzioni di una pandemia non vuol dire che sia sparito. Al contrario, nessuno può garantire che il virus non sia a un passo dalla mutazione genetica che potrebbe permettergli di aumentare ulteriormente il suo tasso di letalità.
E se le conseguenze di una pandemia come il COVID-19 con un tasso dell’1,14% per l’Italia è di fronte agli occhi di tutti, possiamo invece immaginare che cosa potrebbe voler dire se il mondo fosse colpito da una pandemia che uccide il 60% delle persone che contraggono il virus? Non vale la pena riflettere su cosa possiamo sacrificare adesso, per evitare una catastrofe domani?
Considerati questi rischi e tutte le morti attribuibili ogni anno al consumo di carne, viene da chiedersi che cosa spinga ancora i governi di tutto il mondo a offrire ingenti sussidi agli allevamenti. Soltanto nell’Unione Europea, tramite la PAC (Politica Agricola Comune), il settore zootecnico recepisce tra i 28 e i 32 miliardi di euro ogni anno, sia direttamente che indirettamente tramite la produzione di mangimi. Questa somma rappresenta circa il 20% del bilancio totale dell’UE, fondi che potrebbero essere spesi per promuovere un’agricoltura sostenibile, amica degli animali e rispettosa per l’ambiente, oltre che per rimediare ai feroci tagli alla sanità pubblica avvenuti nell’ultimo decennio.



«Il virus è la malattia del pianeta stressato» - Gianni Tamino

(Intervista di Francesco Bilotta)
Intorno alla pandemia causata dal nuovo coronavirus si sta sviluppando un intenso dibattito sugli aspetti sanitari. Anche nel campo delle scienze sociali, per l’impatto che il virus sta avendo sulle nostre abitudini e stili di vita, si stanno producendo riflessioni ed analisi.
Si è sviluppato solo parzialmente, invece, il dibattito sul rapporto che intercorre tra la condizione ambientale e l’insorgenza di una epidemia. Per contribuire a colmare questo vuoto ci siamo messi in contatto con il professor Gianni Tamino (docente di Biologia generale all’Università di Padova, dove attualmente svolge attività di ricerca nel campo dei rischi legati alle applicazioni biomolecolari), impegnato da molti anni a indagare il rapporto tra ambiente e salute.
Quale relazione esiste tra questa pandemia e le profonde trasformazioni che il pianeta sta subendo? Lei ha più volte fatto riferimento alla capacità di carico e al deficit ecologico che sta caratterizzando il pianeta.
Sulla base della capacità di carico si può misurare la capacità rigenerativa del pianeta. Nel caso della popolazione umana si parla di «impronta ecologica». L’Overshoot Day indica il giorno in cui il consumo delle risorse supera la produzione che la Terra mette a disposizione per quell’anno. Per il 2019, il giorno è stato il 29 luglio. Significa che in sette mesi abbiamo esaurito tutte le risorse che il pianeta rigenera in un anno. Bisogna risalire agli anni ’80 per trovare un equilibrio tra risorse consumate e risorse rigenerate dalla Terra. Si è determinato un deficit ecologico che comporta esaurimento delle risorse biologiche e, nello stesso tempo, produzione di rifiuti, effetto serra, alterazione della biodiversità, con squilibri che sono alla base dell’insorgenza di molte malattie. Quanto più si superano i limiti della disponibilità del territorio e si altera l’ambiente, tanto maggiore sarà la frequenza con cui si manifestano carestie, guerre, epidemie. Il rapporto del 1972 su I limiti dello sviluppo anticipava molte delle questioni attuali.
Le risorse naturali vengono consumate a un ritmo sempre più accelerato e cresce la produzione agricola, ma non si riescono a soddisfare le esigenze alimentari della popolazione. Il cibo prodotto sarebbe sufficiente per tutti, ma malattie e malnutrizione sono presenti in diverse aree del pianeta.
La Fao calcola che la produzione attuale di cibo sarebbe in grado di sfamare fino a nove miliardi di persone, ben al di sopra dell’attuale popolazione. Sta di fatto che un miliardo di persone soffre la fame a causa di forme di produzione non sostenibili e una iniqua distribuzione. La riduzione delle terre coltivabili, la perdita di fertilità dei suoli, l’estensione delle monocolture, l’inquinamento ambientale, sono alcuni dei fattori che incidono sulla disponibilità di cibo. Il 70% della superficie agricola è destinata alla produzione di mangimi per animali. La biomassa del miliardo e mezzo di bovini che viene allevato è molto di più della biomassa umana. Inoltre, lo spreco alimentare, pari al 30% di tutta la produzione che si verifica nel corso di tutto il processo produttivo e distributivo, aggrava la situazione.
I cambiamenti climatici e l’alterazione degli habitat creano le condizioni favorevoli all’insorgenza di malattie cronico degenerative e di epidemie. Quale è il legame tra un ambiente degradato e la diffusione di una epidemia?
Le enormi quantità di energia di origine fossile che abbiamo impiegato a partire dalla Rivoluzione Industriale hanno prodotto una situazione che rischia di diventare irreversibile. I cambiamenti climatici e l’inquinamento del pianeta rappresentano una seria minaccia per il mantenimento degli ecosistemi e della biodiversità. L’inquinamento ambientale sta producendo gravi conseguenze sulla salute umana ed è responsabile della morte prematura di almeno 10 milioni di persone ogni anno nel mondo. L’incremento di malattie cronico degenerative sta determinando un indebolimento di ampie fasce della popolazione, che risulta meno idonea a difendersi dalle malattie infettive e dalle nuove epidemie.
Il contatto sempre più ravvicinato con gli animali selvatici e i loro patogeni rendono più facile il salto di specie, ma anche gli allevamenti intensivi rappresentano una condizione potenzialmente pericolosa per la diffusione di epidemie.
Il salto di specie di un virus da un animale all’uomo è sempre un evento preoccupante, sia che si tratti del pipistrello (per il nuovo coronavirus) o dei polli e suini (per l’influenza aviaria e suina), perché la popolazione è priva di difese immunitarie specifiche e il virus non trova ostacoli. Per questo è necessario contenere la diffusione riducendo i contatti tra le persone. In questi mesi stiamo affrontando una pandemia virale, ma il futuro potrebbe riservarci pandemie causati da batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico. Negli allevamenti intensivi, a causa dell’elevata concentrazione di animali e del massiccio impiego di antibiotici, si creano le condizioni favorevoli allo sviluppo di ceppi batterici resistenti. Se una salmonella o un ceppo di Escherichia coli sviluppassero resistenza agli antibiotici, si determinerebbe una situazione drammatica perché non saremmo in grado di controllare il contagio.
Un rapporto dell’OCSE del 2018 afferma che nei prossimi 10 anni avremo più di 600 milioni di persone residenti in aree segnate da conflitti, in condizioni di povertà ed esposte a epidemie.
Si tratta dell’80% della popolazione più povera del mondo che si trova all’interno di stati fragili e che vive una condizione di emergenza a causa dei cambiamenti climatici. Le popolazioni fragili e indebolite di questi paesi sono «terreno fertile» per la diffusione di epidemie. La precaria condizione sanitaria non consente di affrontare le epidemie che dovessero insorgere e che le inevitabili migrazioni trasformerebbero in pandemie.
Recentemente ha affermato che questa pandemia può essere un «utile avvertimento» per evitarne di nuove e più gravi.
Il Covid-19 è una reazione allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta. Questa pandemia non ha una letalità elevata, anche se è alta la contagiosità. Nella Pianura Padana, soprattutto in Lombardia, sta colpendo una popolazione anziana e indebolita da patologie pregresse. E l’inquinamento dell’ambiente svolge un ruolo fondamentale nell’insorgenza di queste patologie. Riusciamo a tenere in vita più a lungo le persone, ma non siamo in grado di garantire una vita sana. A fronte di una età media più elevata, la nostra «aspettativa di vita sana» si è ridotta. Per arginare le future epidemie dobbiamo modificare il nostro rapporto con l’ambiente, ma anche potenziare le strutture sanitarie pubbliche che vengono smantellate in tutti i paesi.



Limitiamo nuove pandemie: basta fondi pubblici agli allevamenti intensivi - Greenpeace


 “Migliorare la salute dell’uomo e degli animali, insieme a quella delle piante e dell’ambiente, è l’unico modo per mantenere e preservare la sostenibilità del Pianeta” ci ha detto la professoressa Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, quando l’abbiamo contattata per la sua vasta esperienza a tema.
Per la professoressa Capua, come per Greenpeace, la salute umana è indissolubilmente legata alla salute degli animali e della natura. Avremo un Pianeta e una vita sani solo se cambiamo drasticamente il modo in cui trattiamo gli altri esseri viventi, animali negli allevamenti intensivi compresi.
Un dato su tutti: oltre il 70% della superficie agricola della Terra è destinato alla produzione di carne e prodotti di origine animale, considerando i pascoli, le coltivazioni per la mangimistica e gli allevamenti. L’allevamento degli animali e l’agricoltura industriale sono il principale motore della distruzione globale delle foreste e i ricercatori stimano che il 31% delle epidemie di malattie emergenti siano legate al cambiamento nell’uso del suolo – tra queste HIV, Ebola e Zika – collegati all’invasione umana nelle foreste pluviali tropicali.
Si stima che il 73% di tutte le malattie infettive emergenti provenga da animali e che gli animali allevati trasmettano agli esseri umani un grande numero di virus, come i coronavirus e i virus dell’influenza. Questo sembra particolarmente vero per gli allevamenti intensivi di pollame e suini, nei quali gli animali sono tenuti a stretto contatto e in numero molto elevato, oltre che movimentati su grandi distanze, possano far aumentare la trasmissione di malattie.
Salviamo i piccoli agricoltori
Se continuiamo a spingere gli animali selvatici a contatto con le persone e a concentrare gli animali in allevamenti sempre più grandi, il Covid–19 non sarà purtroppo l’ultima emergenza che dovremo subire. L’Ue e i governi nazionali devono salvare gli agricoltori su piccola scala colpiti da questa crisi e smettere di sostenere il sistema degli allevamenti intensivi.
Per ridurre il rischio di future pandemie, l’Unione europea e i governi nazionali devono bloccare il sostegno all’allevamento intensivo nei pacchetti di salvataggio o con altri sussidi pubblici, salvando invece l’agricoltura su piccola scala.
A livello nazionale ed europeo i lobbisti del settore agricolo hanno già chiesto sostegno per il settore delle carni e dei latticini, mentre il settore zootecnico europeo, nell’ambito dell’attuale Politica Agricola Comune (PAC) riceve già, direttamente e indirettamente attraverso la produzione di mangimi, tra i 28 e i 32 miliardi di euro all’anno in sussidi pubblici dell’Ue, il 18-20% del bilancio totale dell’Ue. La stragrande maggioranza di questi pagamenti sostiene le aziende intensive più grandi, che forniscono oltre il 72 per cento dei prodotti di origine animale nell’Ue, mentre le aziende più piccole continuano a scomparire. Quasi un terzo degli allevamenti dell’Ue ha chiuso tra il 2005 e il 2013. Solo l’Italia, tra il 2004 e il 2016, ha visto un calo del 38% perdendo oltre 320 mila aziende.
Per avere un Pianeta più sano e mantenere un equilibrio sulla Terra dobbiamo invertire questa rotta.
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Allevamenti intensivi, polveri sottili e Covid-19 - Elisa Murgese
Siamo a quasi due mesi di isolamento obbligatorio e l’Italia resta uno dei Paesi più colpiti dal nuovo Coronavirus, mentre i decreti legge nazionali cercano di contenere ferite che, a tratti, sembrano restare locali. Perché mentre l’Italia intera si chiede cosa sarà concesso nella fase 2 del lockdown, nel nord del Paese è solo una la domanda che circola: cosa ha portato la Pianura Padana a perdere contro il Covid-19? Come è possibile che il 7% dei decessi mondiali si siano verificati in Lombardia? La Pianura Padana è la grande sconfitta: lombardi sono la metà dei decessi del Belpaese, se si aggiunge l’Emilia-Romagna si nota come nelle due regioni del nord Italia è avvenuto il 64% delle morti causate dal Coronavirus in Italia. 
La pandemia non ha i tempi della scienza, corre troppo veloce per permettere di dare risposte certe. Tuttavia, la comunità scientifica ha iniziato ad interrogarsi, e a mettere alcuni indizi nero su bianco. “L’elevato livello di inquinamento in nord Italia dovrebbe essere considerato un co-fattore addizionale dell’alto tasso di mortalità di questa zona”, si legge su uno studio pubblicato su ScienceDirect a fine marzo. Un mese dopo, una ricerca dell’Università di Harvard ribadisce come “un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al PM2,5” potrebbe portare “a un grande aumento del tasso di mortalità da Covid-19”. In poche parole entrambi gli studi, in fase di review dalla comunità scientifica, segnalano come le polveri sottili potrebbero peggiorare l’infiammazione causata dal virus. Come a dire che, avendo respirato per una vita intera aria inquinata, lombardi ed emiliani sono partiti svantaggiati. 
Agli studi internazionali, sono seguiti quelli nostrani. “Si può ipotizzare un ruolo del PM nel rendere più severo lo stato di infiammazione dei pazienti Covid-19”, conferma all’Unità Investigativa di Greenpeace Italia Annamaria Colacci di Arpae Emilia-Romagna. “Nel Bacino Padano l’esposizione prolungata al particolato determina che la salute della popolazione può essere più a rischio che in altre aree”, continua Riccardo De Lauretis di ISPRA. 

Più famose per essere Regioni trainanti dal punto di vista economico che territori delicati dal punto di vista ambientale, Lombardia ed Emilia-Romagna sono aree che possono sopportare uno specifico limite di inquinamento dell’aria oltre il quale la situazione può diventare pericolosa per chi vi abita. Infatti, essendo un territorio chiuso su tre lati da montagne, “la Pianura Padana ha una conformazione che non permette agli inquinanti atmosferici di disperdersi, come invece accade in altre aree d’Italia”, precisa Guido Lanzani di Arpa Lombardia. Risultato: il livello di smog di Lombardia ed Emilia-Romagna è tra i peggiori in Europa e certamente il peggiore in Italia in termini di particolato. E mentre la comunità scientifica si interroga se l’aria inquinata possa essere un co-fattore della gravità dei casi in Covid-19 in nord Italia, la nostra Unità Investigativa denuncia quali sono i settori che in Italia fanno innalzare l’inquinamento da polveri sottili.
Per fermare il livello di smog, non basterà più bloccare il traffico e definire precisi limiti industriali, dopo avere visto i risultati della nostra analisi fatta in collaborazione con Ispra: per la prima volta, mostriamo una media di quali settori, dal 1990 al 2018, abbiano maggiormente contribuito alla formazione del particolato PM2,5. 
Secondo lo studio, nel 2018 riscaldamento e allevamenti sono i settori più inquinanti (responsabili in totale del 54% del PM2,5 in Italia), seguiti da trasporti stradali (14%) e industria (10%). Analizzando
 la serie storica del PM2,5 dal 1990 al 2018, abbiamo inoltre notato  come la percentuale del contributo degli allevamenti non sia mai diminuita, anzi ha continuato a crescere, passando dal 7% al 17%. Nello stesso arco di tempo il settore dei trasporti stradali (veicoli leggeri e trasporto merci), pur continuando a giocare un ruolo significativo nelle emissioni di gas serra (responsabile del 23% dei gas climalteranti) e di NOx (43% del totale), ha ridotto le emissioni di PM2,5 dal 20% al 14%. 
Anche l’industria ha un trend in diminuzione, “avendo dei limiti inquinanti ben identificati e specifiche tecnologie da adottare per abbattere le emissioni – continua De Lauretis di Ispra – Al contrario, è più difficile controllare gli allevamenti: parliamo di decine di migliaia di attività zootecniche e di un ambito in cui ci sono pochissimi controlli in merito allo spargimento dei liquami”. E invece, per ridurre le emissioni di ammoniaca e quindi le concentrazioni di particolato “il settore allevamenti potrebbe fare molto” chiude ISPRA. E sembra che il settore allevamenti possa fare molto anche in Lombardia ed Emilia, le aree più inquinate da particolato in Italia.
Perchè Lombardia ed Emilia non respirano?
Se a livello nazionale l’allevamento è al secondo posto tra le cause di smog, in Lombardia è ancora più rilevante. Infatti, stando a uno studio di Arpa Lombardia, l’ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti, “concorre mediamente a un terzo del PM della Lombardia, ma durante gli episodi acuti tale contributo aumenta superando il 50% del totale”, precisa Guido Lanzani di Arpa Lombardia. Cruciale, quindi, il ruolo degli allevamenti, responsabili di circa l’85% delle emissioni di ammoniaca in Lombardia.  
Anche Arpae Emilia-Romagna, lo scorso anno ha diffuso un innovativo studio dove segnalava come l’allevamento intensivo fosse la seconda causa di emissioni di PM10 equivalente (primario e secondario) della regione.

La catena è chiara: maggiori sono gli spandimenti di reflui zootecnici e maggiore sono le emissioni di ammoniaca; l’aumento di ammoniaca porta a incrementare il livello di particolato e quindi lo smog nell’aria. “I Comuni – precisa ISPRA – dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul loro territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini”. 
Allevamenti, soldi Ue continuano a foraggiare questo sistema
Anche se gli allevamenti intensivi si confermano la seconda causa di polveri sottili, una gran quantità di soldi pubblici continua a foraggiare questo sistema, a cominciare dai sussidi della Politica Agricola Comune (PAC). Stiamo parlando di cifre tra il 18% e il 20% del budget annuale complessivo dell’Ue. Si deve cambiare rotta: un cambiamento che deve avvenire anche nell’ambito della riforma della PAC, per frenare i pesanti impatti che il settore zootecnico ha sulla natura, sul clima e sulla salute pubblica.

Leggi il media briefing completo e consulta la tabella del PM2,5 primario e secondario (Mg %) dal 1990 al 2018.
da qui