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sabato 10 ottobre 2026

APPELLO PER LA SALVAGUARDIA E LA RIGENERAZIONE DEI PAESI

 

Il 9 aprile scorso la Cabina di regia, istituita presso il Dipartimento per le politiche di coesione e per il Sud della Presidenza del Consiglio, ha approvato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne. Lo ha fatto senza una reale partecipazione né consultazione dei territori. 

Il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne dovrebbe guidare le misure atte ad affrontare i fenomeni dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione, la rarefazione sociale e produttiva e le disuguaglianze nell’accesso ai servizi, cioè ai diritti fondamentali alla salute, all’istruzione, alla mobilità e così via. Ma nonostante gli obiettivi annunciati, il Governo si è limitato a recepire acriticamente e passivamente il contributo del CNEL che ha suddiviso le aree sulla base di “obiettivi demografici” e del CENSIS, che ha classificato le aree sulla base della struttura demografica, delle dinamiche economiche, delle infrastrutture e dei servizi essenziali presenti.

In questi studi, Comuni delle aree interne vengono suddivisi in quattro categorie, che nel Piano governativo si traducono in quattro tipologie di obiettivi: 

– quelli dove si può auspicare un’inversione di tendenza relativamente alla popolazione; 

– quelli in cui è ipotizzabile una ripresa delle nascite; 

– quelli dove si può solo sperare in un contenimento della riduzione delle nascite, senza rassegnarsi allo scenario peggiore; 

– e, infine, i comuni in cui si può puntare soltanto ad un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. 

A parte l’uso violento del termine “irreversibile”, ci si chiede come sia possibile misurare la condizione delle aree interne utilizzando gli stessi indicatori del modello che le ha marginalizzate, se si usano i parametri della crescita, della competitività, dell’attrattività ecc. Si salvano solo i territori che contribuiscono alla Grande Macchina del profitto?

Queste aree – dice il Piano – non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse: “Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”. In pratica un accompagnamento alla buona morte, un’eutanasia dei paesi. E ricordiamo che le ultime due categorie – quelle della proclamata condanna all’irreversibilità – comprendono comuni collocati quasi totalmente nel Sud della Penisola, dai monti Sibillini in giù, per tutta la fascia appenninica, fino alla Sicilia e alla Sardegna. In pratica, una cristallizzazione e un aggravamento delle disparità territoriali e, di conseguenza, delle disuguaglianze sociali.

Di fronte a questa analisi, assunta a strumento politico di governo, i Comuni delle aree interne, le loro comunità e le loro espressioni democratiche e civili non possono restare in silenzio. Noi intellettuali, studiose e studiosi delle aree interne, consci della funzione culturale e civile che ci è assegnata, lanciamo un appello alle istituzioni nazionali e regionali per una revisione del piano strategico per le aree interne e ci mettiamo a disposizione dei territori per una mobilitazione contro l’ipotesi governativa, per il riconoscimento del patrimonio territoriale presente nei piccoli comuni italiani, presidi di territori fragili, depositi di risorse, umanità e virtù civiche preziose anche per affrontare la crisi generale della società contemporanea. Proponiamo ai Comuni italiani di discutere e approvare nei rispettivi consigli comunali ordini del giorno che stigmatizzino le analisi e le previsioni del Piano nazionale e ribadiscano la necessità di una vera strategia di sostegno e di rilancio per le aree interne del Paese.

Per adesioni scrivere all’indirizzo <officinasaperi2016@gmail.com>, indicando nome, cognome, ente di afferenza, qualifica o professione.

1) Rossano Pazzagli, Università del Molise, direttore Scuola dei Piccoli Comuni

2) Ilaria Agostini, Università di Bologna, urbanista

3) Piero Bevilacqua, Università La Sapienza Roma, storico

4) Enzo Scandurra, Università La Sapienza Roma, urbanista

5) Vito Teti, Università della Calabria, antropologo e scrittore

6) Tomaso Montanari, Rettore Università per stranieri di Siena

7) Giuseppe Dematteis, Politecnico di Torino, presidente associazione Dislivelli

8) Antonella Tarpino, vicepresidente Fondazione Nuto Revelli

9) Marco Revelli, politologo

10) Angela Barbanente, Politecnico di Bari, urbanista

11) Ottavio Marzocca, Università di Bari, presidente Società dei Territorialisti/e

12) Franco Arminio, poeta

13) Tonino Perna, Università di Messina, economista

14) Giacomo Cazzato, sindaco di Triggiano Presidente aree interne Sud Salento (LE)

15) Domenico Cersosimo, Università della Calabria, economista

16) Pietro Clemente Università di Firenze, antropologo…

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lunedì 14 aprile 2025

Il clima di guerra rovina tutto, oggi coraggio è la generosità - Franco Arminio

Non so se c’è un male che è solo dell’Italia, un male che ci è cresciuto dentro in silenzio e ora è qui come un collutorio che passa di bocca in bocca, un filo di saliva che dice di una rabbia, di un rancore senza rimedio. Non è una rabbia confinata in un ceto sociale, in una regione geografica, è un uccello che zoppica in ogni palude e quando vola sparge le sue piume in ogni cielo.

È incredibile che non sia messa a fuoco questa grande scontentezza che si coglie in ogni luogo. C’è nelle facce qualcosa di rigido, come se nessuno si sentisse libero, nessuno sentisse di portare la sua vita dove vuole, ma solo può tenerla sull’orlo di un precipizio portatile che ci segue ovunque andiamo. E se qualche ragazzo si suicida o qualche personaggio famoso che cade in depressione, non sono eventi che bastano a farci interrogare veramente sullo sconforto in cui siamo caduti.

Non credo sia una questione politica. Non credo sinceramente ci sia uno sgomento per le guerre in corso. Anzi, le guerre è come se fossero lo sfondo, il contorno, il cuore della questione è la crisi di ognuno, una crisi che è insieme di scontentezza e solitudine, due baratri che si mettono uno sull’altro e quindi raddoppiano il vuoto da colmare.
Non si può chiedere al governo di fare qualcosa, sono vicende che gli esseri umani devono regolare attraverso il gioco della vita. Non è tanto una questione di successo economico e forse neppure di trovare un amore. Il male di cui sto parlando ha toccato l’osso che nessuno ha mai visto, è come se fosse fuori da ogni diagnostica possibile. Ognuno lo sente e ognuno dovrebbe solo provare a pronunciare onestamente quel che sente. Nessuno può venirci in soccorso se non mettiamo a fuoco che siamo tutti in una condizione di emergenza, come se ci fosse caduta una trave sulla pancia dopo un terremoto a cui nessuno ha fatto caso. E la terra continua a tremare e la nostra vita non si aggiusta, è sempre alle prese con qualche disturbo, qualche malessere più o meno grave.

Non possiamo andare tutti in ospedale, anzi, dovremmo diventare noi stessi luoghi di cura, infermieri della nostra comunità. La trave non possiamo toglierla da sopra la nostra pancia, ma solo dalla pancia degli altri. L’unica cura possibile è curare gli altri. Non è una scelta di bontà, siamo obbligati a essere generosi. Chi non lo ha capito è un attardato e può solo farci perdere tempo coi suoi sofismi. Questo è il momento dei coraggiosi. Non è il tempo di quelli che descrivono la luce ma non la danna. Si dia inizio a una nuova stagione, la stagione di chi crede che alla fine dei nostri giorni ci rimane solo ciò che abbiamo dato.

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martedì 12 marzo 2024

L'Italia dei paesi - Franco Arminio

 

L’Italia tutta è in crisi demografica, come tante parti del mondo. L’Italia ha delle zone sempre più intensamente spopolate. 

È in atto da più di un decennio una strategia di ripopolamento che le chiama aree interne. Qui si preferisce chiamarle aree intense per indicare che non sono luoghi banali a cui dedicare attenzioni residue, ma devono essere i luoghi da cui partire per le sfide dell’Italia e della politica. Non si tratta di aiutare dei poveretti. Le aree intense sono una grande occasione di pensare alle persone e ai luoghi quando si fanno delle politiche. Pensare alla vita di una partoriente, di un bambino, di un giovane, di un anziano. Pensare alla vita e non al solito baratto: finanziamenti in cambio di consenso elettorale. Questo metodo sta letteralmente uccidendo le aree intense e quindi un patrimonio enorme per l’intero paese: pensiamo solo a quante case, spesso di pregio, ci sono in quelle aree e allo stato di abbandono in cui versano. Basta fare un giro in Svizzera per capire come siamo messi: in Svizzera non esistono i musei delle porte chiuse a cui si stanno riducendo tanti paesi dell’Italia intensa. A conti fatti nei paesi italiani abitano ancora 13 milioni di persone e almeno la metà stanno in zone fortemente disagiate. Quindi stiamo parlando di un’emergenza che non riguarda un’esigua minoranza di territorio e di popolazione.

 

Noi soffriamo di una sorta di miopia geografica: pur essendo una nazione fatta in gran parte di paesi e di montagne facciamo politiche come se fossimo fatti solo di pianure: l’Italia non è solo Roma e Milano e l’allarme inquinamento della pianura padana ci ricorda che è un errore mortale concentrare tutta la produzione nelle pianure. Sappiamo tutti che la crisi climatica non è un’ipotesi, ma un dramma in pieno svolgimento. E non dobbiamo guardare solo a quello che vuol dire per noi umani: pensiamo alla spaventosa riduzione della biodiversità. Da questo punto di vista è evidente che nelle aree intense, facendo politiche adeguate, il cambiamento climatico può diventare un’occasione per attrezzare zone del paese utili ad accogliere chi vuole fuggire dalle estati torride, chi vuole passare un poco o molto tempo tra gli alberi e non in mezzo al cemento e all’asfalto perenne con cui abbiamo arredato le zone urbane. Non pensiamo al turismo domenicale o di Pasquetta e Ferragosto, ma ad azioni organiche che sappiano investire in primo luogo sulla cultura: troppi beni culturali vengono restaurati e poi restano chiusi.

Chiediamo alla politica di mettersi alla prova veramente sulle aree intense. Cominciare da qui, dal grande cantiere della sfiducia. Se in Italia il cinquantacinque per cento delle persone sente che la propria voce è inascoltata (la media europea è del trentasei per cento), si può dire che nei piccoli paesi montani questa percentuale sale al novanta per cento. Praticamente le politiche attuali è come se mettessero acqua in un secchio rotto. Senza infierire sul fatto che molte azioni sono anche profondamente sbagliate: che senso ha dare venti milioni di euro a un paese che poi non sa come spenderli?

La strategia nazionale delle aree interne aveva uno spirito diverso quando è stata concepita, era il “centro” a recarsi nei paesi ed erano loro a disegnare il proprio futuro. Il metodo che ha provato a introdurre era importante proprio perché le politiche hanno bisogno di seguire un metodo, non possono essere improntate all’umore del politico di turno.

 

Oggi grazie a quella strategia abbiano una visione di come stiamo messi, abbiamo una sceneggiatura, ma è necessario cominciare a girare il film. E bisogna prendere atto che il lavoro di sceneggiatura è stato troppo lungo. E mentre giravano le carte, i ragazzi, cioè gli attori possibili del film, andavano via. Tra l’altro bisogna impedire che la strategia venga eccessivamente regionalizzata diventando un “progetto senza strategia” e abbia come unico obiettivo la spesa delle risorse comunitarie e del PNRR più che il ripopolamento e la rigenerazione dei luoghi. Non serve solo tenere la gente, serve un ripopolamento cognitivo: arieggiare i paesi con un nuovo slancio, servono abitanti di una comunità ruscello più che di comunità pozzanghera. 

È necessario a questo punto un perentorio atto di richiamo verso le aree intense rivolto a chi ha lasciate, a chi è rimasto e a chi non c’è mai stato: bisogna mettere all’attenzione di tutti la sfida di rigenerare questo pezzo d’Italia che non è confinato in una provincia o in una regione, ma è diffuso ovunque, da Nord a Sud.

La sfida deve partire dalla giusta impostazione della strategia messa in atto a suo tempo da Fabrizio Barca: no al localismo, no al dirigismo. Le questioni delle aree intense si affrontano con un intreccio di intimità e distanza, serve la visione centrale e serve il confronto acceso e sperimentale coi territori, ciò che vale per una zona non vale per un’altra. La differenza deve stare nelle risposte non nella domanda: da questo punto di vista le istanze che arrivano al centro dalla Val Maira o dall’Irpinia sono le stesse, mentre sono ben diverse le istanze di Napoli o di Milano. Da questo punto di vista la tenuta dell’unità della nazione parte proprio dalle aree intense, ma servono politiche alte e non rimasugli finanziari, serve investire sulle persone e non su opere, tipo rifacimento di piazze che spesso danno l’idea di mettere un anello al dito di uno scheletro. 

Non servono solo convegni tra addetti ai lavori, serve che ogni area abbia un gruppo di giovani allenatori, mischiando chi è del territorio con chi viene da fuori. Questi ragazzi devono stare almeno tre anni con la funzione di allenare letteralmente chi è fuori forma: non si può affrontare la partita con chi non sta in piedi. Ci vuole un grande intervento pubblico per mettere a lavoro nelle aree intense ragazzi e ragazze italiane che spesso sono andati via, che spesso stanno all’estero. Possono essere agronomi, biologi, architetti, urbanisti, medici, informatici, artisti. A loro spetta il compito di mettere testa e gambe per chiamare queste aree alla sagra del futuro: la tenuta identitaria non basta, è su un progetto di futuro che si possono davvero ravvivare i paesi. 

Lo sviluppo locale si fa in primo luogo coi ragazzi e con chi vuole costruire un futuro, e poi con tutte le altre fasce della popolazione. Bisogna mobilitare i cittadini e non gli esperti a procacciarsi finanziamenti che poi non hanno ricadute reali sulla vita dei luoghi. È chiaro che ogni politica corre dei rischi, nessuna politica ha risultati garantiti, ma la via di mettere le aree intense in mano alla migliore gioventù italiana può darci anche una scossa emotiva, un sussulto visionario di cui abbiamo bisogno. Non si possono ripopolare dei territori tenendo questa questione al margine dell’agenda politica e mediatica: non si è mai visto in televisione un dibattito in prima serata sulla questione. Per intenderci: fino a quando il ragionamento sui paesi è riservato a trasmissioni fatte in orari marginali vorrà dire che non abbiamo capito l’importanza della questione. Parlare dei servizi: scuole, trasporti, sanità, partendo dalle persone che devono fare le cose più che dai piani che girano da un ufficio all’altro. Parlare della filiera dello sviluppo locale puntando in primo luogo su una nuova filiera dell’energia (dall’idrogeno alle altre energie rinnovabili, badando alle ricadute sul territorio più che agli interessi delle multinazionali) e su una innovativa filiera agricola (le proteste di questi giorni sono la spia di un disagio che non è solo economico, gli agricoltori si sentono trascurati). 

Le aree intense sono anche la resistenza dell’intelligenza artigianale all’intelligenza artificiale, il luogo dell’intreccio tra il computer e il pero selvatico, il laboratorio di azioni urgenti e concrete per costruire una nuova poetica dell’abitare, un nuovo umanesimo di cui l’Italia può e deve essere punto di riferimento nel mondo. Noi non possiamo contare tanto su quello che produciamo, ma su un’idea di un futuro che sappia di antico e di nuovo, su un modo di fare comunità radicate e aperte all’impensato in un mondo sempre più irreale, abitato da un’umanità ridotta a una sommatoria di spaventi e solitudini, incapace di darsi un destino comune e non violento.

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venerdì 14 gennaio 2022

Per farla finita con la paura - Franco Arminio

  

Ne abbiamo dette tante, ne abbiamo sentite tante. Ora è arrivato il momento di prendere una decisione planetaria: passare dallo spavento all’apprendimento, apprendere a convivere con una malattia che è molto grave, ma non è l’unica malattia. Dobbiamo anche ricordarci che non esiste solo la malattia, nella vita degli esseri umani ci sono tante altre cose assai belle, esiste l’amore, esiste la poesia e sono cose che meritano premure come la salute.

I vaccini sono un grande affare per chi li ha messi in commercio. Il presidente della nazione più ricca e potente del mondo ha provato a ragionare sulla proprietà dei brevetti, ma non se ne è fatto nulla: risultato il mondo sta vaccinando solo i ricchi.

Una persona ha diritto a introdurre nel proprio corpo le sostanze che ritiene più utili e a rifiutare quelle che ritiene dannose. Bene. La società ha il diritto di stabilire alcune regole se ritiene che non vaccinarsi sia un comportamento socialmente rischioso. Bene. La società è ingiusta, è in mano a pochi ricconi. Discutiamone, combattiamo, ma non confondiamo i piani. Io personalmente sono contrario alla medicalizzazione completa della vita umana, ritengo che questo approccio rischi di diventare una malattia assai grave. D’altra parte non mi convince chi continua a credere che il covid sia una semplice influenza: sono morte tante persone, da sole e con sofferenze orrende. Praticamente le terapie intensive è come se fossero un mare con soccorritori che a volte diventano impotenti: si muore come affogati in un oceano e invece si sta dentro un letto.

Vero: esiste anche il cancro, sarebbe il caso di discutere anche le terapie che si fanno sul cancro, sarebbe il caso di discutere tante cose, è vero che uno Stato tanto solerte a diffondere la vaccinazione non è altrettanto attento su altri fronti, tipo la qualità dell’aria. Vero che nessuno si sta preoccupando veramente di affrontare i temi di fondo che ci porta il virus: decongestionare le zone più affollate. Il punto che stiamo assistendo da due anni a una continua confusione dei piani. Io che mi vaccino non posso essere considerato un complice delle multinazionali. Sto semplicemente facendo una scelta che mi sembra la meno peggio nelle condizioni date e la sto facendo partendo dalla consapevolezza che sono ipocondriaco e che faccio un lavoro che mi porta a vedere molta gente. D’altra parte non posso accettare di essere considerato un no vax se dico che i virologi che vediamo in televisione sono quasi sempre delle persone a cui abbiamo fatto troppe domande e a cui hanno risposto troppo spesso badando più alla vanità che alla scienza. Detto altrimenti: hanno lavorato di fatto a creare una dittatura della paura e questo in parte vanifica il lavoro già fragile che fanno i vaccini.

Conclusione: è stupido usare il covid per litigare. In ogni sventura collettiva c’è chi ne approfitta per fare soldi. Da qui a pensare che qualcuno abbia programmato di controllare la nostra vita iniettandoci un vaccino mi pare che il passo sia lungo. So anche che potrebbe essere breve se non vigiliamo, se non abbiamo la forza di contestare la deriva delle disuguaglianze: allora noi tutti avremmo dovuto dire: mi vaccino se date una dose a me e una a un abitante dei paesi poveri, questo sarebbe stato un comportamento veramente etico. E dire questo non significa dire che stiamo prendendo una pozione magica che ci libera dalla pandemia. Stiamo semplicemente usando lo strumento che per ora siamo riusciti ad approntare, stiamo usando uno strumento che non ci dà il diritto di fare la vita che facevamo prima. Noi abbiamo il diritto di giocare alla roulette russa, non abbiamo il diritto di imporre questo gioco anche agli altri. Lo so che non vaccinarsi non è che automaticamente impone qualcosa agli altri, ma non si può negare che non stiamo parlando di una malattia che ognuno prende per conto suo, tipo il diabete, stiamo parlando di una malattia che si prende per le cose che facciamo tra di noi.

I vaccinatori a oltranza è certo che hanno più interesse a darci il loro prodotto che a cambiare il nostro modo di stare al mondo. Questo è un lavoro che dobbiamo fare insieme, noi semplici cittadini, vax o non vax che ci vogliano orrendamente definire. Buon anno a tutti.


Franco Arminio, paesologo. Il suo ultimo libro è Lettera a chi non c’era. Parola dalle terre mosse (Bompiani).

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martedì 4 gennaio 2022

Per farla finita con la paura - Franco Arminio

 Ne abbiamo dette tante, ne abbiamo sentite tante. Ora è arrivato il momento di prendere una decisione planetaria: passare dallo spavento all’apprendimento, apprendere a convivere con una malattia che è molto grave, ma non è l’unica malattia. Dobbiamo anche ricordarci che non esiste solo la malattia, nella vita degli esseri umani ci sono tante altre cose assai belle, esiste l’amore, esiste la poesia e sono cose che meritano premure come la salute.

I vaccini sono un grande affare per chi li ha messi in commercio. Il presidente della nazione più ricca e potente del mondo ha provato a ragionare sulla proprietà dei brevetti, ma non se ne è fatto nulla: risultato il mondo sta vaccinando solo i ricchi.

Una persona ha diritto a introdurre nel proprio corpo le sostanze che ritiene più utili e a rifiutare quelle che ritiene dannose. Bene. La società ha il diritto di stabilire alcune regole se ritiene che non vaccinarsi sia un comportamento socialmente rischioso. Bene. La società è ingiusta, è in mano a pochi ricconi. Discutiamone, combattiamo, ma non confondiamo i piani. Io personalmente sono contrario alla medicalizzazione completa della vita umana, ritengo che questo approccio rischi di diventare una malattia assai grave. D’altra parte non mi convince chi continua a credere che il covid sia una semplice influenza: sono morte tante persone, da sole e con sofferenze orrende. Praticamente le terapie intensive è come se fossero un mare con soccorritori che a volte diventano impotenti: si muore come affogati in un oceano e invece si sta dentro un letto.

Vero: esiste anche il cancro, sarebbe il caso di discutere anche le terapie che si fanno sul cancro, sarebbe il caso di discutere tante cose, è vero che uno Stato tanto solerte a diffondere la vaccinazione non è altrettanto attento su altri fronti, tipo la qualità dell’aria. Vero che nessuno si sta preoccupando veramente di affrontare i temi di fondo che ci porta il virus: decongestionare le zone più affollate. Il punto che stiamo assistendo da due anni a una continua confusione dei piani. Io che mi vaccino non posso essere considerato un complice delle multinazionali. Sto semplicemente facendo una scelta che mi sembra la meno peggio nelle condizioni date e la sto facendo partendo dalla consapevolezza che sono ipocondriaco e che faccio un lavoro che mi porta a vedere molta gente. D’altra parte non posso accettare di essere considerato un no vax se dico che i virologi che vediamo in televisione sono quasi sempre delle persone a cui abbiamo fatto troppe domande e a cui hanno risposto troppo spesso badando più alla vanità che alla scienza. Detto altrimenti: hanno lavorato di fatto a creare una dittatura della paura e questo in parte vanifica il lavoro già fragile che fanno i vaccini.

Conclusione: è stupido usare il covid per litigare. In ogni sventura collettiva c’è chi ne approfitta per fare soldi. Da qui a pensare che qualcuno abbia programmato di controllare la nostra vita iniettandoci un vaccino mi pare che il passo sia lungo. So anche che potrebbe essere breve se non vigiliamo, se non abbiamo la forza di contestare la deriva delle disuguaglianze: allora noi tutti avremmo dovuto dire: mi vaccino se date una dose a me e una a un abitante dei paesi poveri, questo sarebbe stato un comportamento veramente etico. E dire questo non significa dire che stiamo prendendo una pozione magica che ci libera dalla pandemia. Stiamo semplicemente usando lo strumento che per ora siamo riusciti ad approntare, stiamo usando uno strumento che non ci dà il diritto di fare la vita che facevamo prima. Noi abbiamo il diritto di giocare alla roulette russa, non abbiamo il diritto di imporre questo gioco anche agli altri. Lo so che non vaccinarsi non è che automaticamente impone qualcosa agli altri, ma non si può negare che non stiamo parlando di una malattia che ognuno prende per conto suo, tipo il diabete, stiamo parlando di una malattia che si prende per le cose che facciamo tra di noi.

I vaccinatori a oltranza è certo che hanno più interesse a darci il loro prodotto che a cambiare il nostro modo di stare al mondo. Questo è un lavoro che dobbiamo fare insieme, noi semplici cittadini, vax o non vax che ci vogliano orrendamente definire. Buon anno a tutti.


Franco Arminio, paesologo. Il suo ultimo libro è Lettera a chi non c’era. Parola dalle terre mosse (Bompiani).

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sabato 4 dicembre 2021

Salvare i paesi - Franco Arminio


In Italia negli ultimi decenni l’unico progetto di ripopolamento che ha funzionato è stato quello dei cinghiali. Partiamo dai numeri per capire la gravità dell’anoressia demografica. Nel 1871 Roio del Sangro, in Abruzzo, aveva 1.200 abitanti, adesso ne ha novanta. Nel 1911 Marcetelli, nel reatino, aveva 800 abitanti, adesso ne ha una sessantina, ma i residenti effettivi sono assai di meno. Nel 1911 Secinaro, in Abruzzo, aveva 2.000 abitanti, adesso ne ha trecento. Nel 1921 Drenchia, in Friuli, aveva 1.562, adesso ne ha cento. Staiti, in Calabria, aveva quasi 1.700 abitanti nel 1911, adesso ne ha duecento. Nel 1871 Castelmagno, in Piemonte, aveva quasi 1.500 abitanti, adesso ne ha meno di sessanta. Nel 1911 Lacedonia, in Irpinia, aveva più di settemila abitanti, adesso sono poco più di duemila.

Chi non si fida delle statistiche può valutare la situazione facendosi un giro. Quando arrivi in un paese non vedi la miseria, vedi qualcosa che si potrebbe riassumere in questo modo: c’era una volta la desolazione della miseria, adesso c’è la miseria della desolazione.

C’è sempre qualche persona dall’aria malandata davanti al bar. Appena ci parli senti un cuore semplice, senti che hanno il desiderio di passare un poco di tempo con te, come se il tuo arrivo li distraesse, li togliesse fuori dalla ruota della noia in cui gira la giornata. Devi sempre fare attenzione al fatto che si tratta di apparenze. Tu stai guardando delle apparenze, ogni luogo ha un nodo, un cruccio annegato in un fondo che non vedi. C’è la sensazione che i paesi siano ormai delle ragnatele e le persone che sono rimaste hanno i movimenti degli insetti caduti nella trappola. Alcuni sono fermi, rassegnati alla trappola, altri provano a muoversi. Il tuo ruolo è diverso, tu sai che sei di passaggio, puoi restare dieci minuti o un’ora. Se c’è un veleno non puoi assorbirlo, puoi solo guardare il luogo come se fosse un’installazione di arte contemporanea o un’opera teatrale.

Il paese, dunque, non appartiene più al mondo contadino, ma al mondo dell’arte. È una mutazione clamorosa e incredibilmente inavvertita. Il paese ci mostra la sua nuova natura ma sembra che non ci siano occhi per vederla. E anche chi ci sta dentro sembra voglia far parte di una storia che non c’è più, manca la consapevolezza che si è dentro una vicenda nuova. Anche per questo sono completamente fuori fuoco le varie politiche avviate negli ultimi anni dai nostri governi. Ragionano con la lente economica, parlano di servizi e lavoro, ma le azioni introdotte azionano solo se stesse, sembrano rivoli in un deserto, sembrano descrivere la luce senza darla.

Non ha dato risultati significativi nemmeno la Strategia concepita minuziosamente una decina di anni fa. Si trattava di un progetto sperimentale, ma per dare i suoi frutti necessitava di un sostegno convinto da parte delle istituzioni. Fabrizio Barca l’ha concepita quando era brillante ministro di un governo forte, con altri ministri che condividevano le sue visioni. Quel governo è caduto assai presto, sono cambiati i ministri, non è cambiata la Strategia. Forse aveva il difetto di essere troppo ambiziosa. Per avere effetti percepibili dovevano convergere tante cose: la macchina burocratica centrale e regionale doveva avere altri tempi, i sindaci dovevano avere uno spirito più innovatore, ma nei paesi ci sono più conservatori che innovatori e i sindaci che innovano non sempre vengono rieletti. Dopo Barca la Struttura che lui aveva messo in piedi ha lavorato molto e ha avuto molti ostacoli nella macchina dello Stato: i risultati non sono all’altezza delle aspettative, anche per il semplice motivo che i ministri successivi e il parlamento non si sono certo invaghiti dei luoghi marginali. Ci ha provato Giuseppe Provenzano a velocizzare la Strategia e a mettere più risorse per le aree svantaggiate, ma poi anche la sua stagione da ministro è stata breve e si è scontrata con il disastro della pandemia.

Se torniamo ai numeri è evidente che lo spopolamento non si è fermato in nessun luogo, in qualche caso è solo rallentato ma di pochissimo. In alcune aree, tipo Appennino reggiano o Lombardia, sono stati spesi gran parte dei soldi stanziati. Alcune innovazioni, come gli infermieri di comunità, funzionano bene. In altre regioni il trambusto delle carte non ha prodotto praticamente niente.

Il governo attuale non si può dire che ha nel cuore la vita dei paesi. La Strategia avrebbe bisogno di essere ravvivata. Ci sono i fornelli, manca il fuoco. Bisogna riconoscere che ci sono stati degli errori, delle lungaggini assurde: settantadue aree sperimentali vuol dire che non si può sperimentare niente, bastavano una decina; la complicazione un poco ideologica di far scrivere delle tesi di laurea ai territori più che incentivarli ad agire; i sindaci che manco se li ricordano i documenti che hanno scritto; il paradosso che una struttura fa i progetti e poi un’altra struttura li deve attuare; la questione della debolezza degli apparati tecnici dei comuni; gli indugi dei burocrati che si limitano a badare pedissequamente alla norma, più che ad avviare veramente le cose.

Quello che c’è di buono è aver capito che dare soldi per incentivare le attività economiche non serve se non si lavora allo stesso tempo a potenziare i servizi. Sanità, trasporti e scuola sono le basi a cui aggiungere le strategie di sviluppo peculiari per ogni territorio. Il governo in carica formalmente non ha dismesso niente, sembra procedere nel solco avviato, ma nella sostanza la Strategia delle aree interne è sempre più un surrogato di se stessa. E vanno avanti gli interventi usuali, la spesa più facile, quella che si è fatta anche in passato e non ha prodotto risultati.

La situazione è abbastanza chiara, servono azioni eccezionali, visto che la situazione è di assoluta emergenza. Avevamo sperato che la pandemia potesse accendere l’attenzione e invece siamo sempre alle solite logiche. Nell’ultima finanziaria per i paesi non c’è niente, come se una parte d’Italia fosse segnata solo sulla cartina geografica ma non in quella della politica. Allora più che di aree interne, bisognerebbe parlare di aree ignote.

 

La diserzione della politica è accompagnata da quella intellettuale. Continuano ad essere molto pochi gli esercizi artistici di qualche valore che gettano uno sguardo sui luoghi più sperduti. Tutti guardano verso un centro che è sempre più un deserto trascurando di coltivare il margine che forse ancora contiene delle promesse di fertilità. Un articolo di giornale non è lo spazio adatto per presentare un nuovo progetto, ma un paio di idee provo a lanciarle. La prima è sul metodo. Serve per lo sviluppo locale non persone che vengono a parlare a un seminario di tre ore e poi vanno via. Servono gli allenatori dei paesi. Una persona mandata in un territorio circoscritto, (tre, quattro paesi al massimo), e ci resta per tre anni, mettendo su casa e dialogando ogni giorno con le persone che lavorano o con quelle che potrebbero lavorare nel territorio, un agente di sviluppo locale che alla fine ha anche la responsabilità di aiutare il centro a destinare i fondi. Azioni agili con finanziamenti dati velocemente a persone precise. Correndo anche il rischio di sbagliare. Magari su dieci azioni quattro vanno male, ma le altre daranno l’idea che qualcosa sta accadendo e accenderanno un circolo virtuoso, porteranno la fiducia, cioè qualcosa che vale ancora di più degli investimenti.

La seconda questione è di sostanza e riguarda le cose più che il come. Il fuoco centrale non può che essere l’agricoltura. L’economia paesana è caduta rovinosamente. Parlare di paesi è parlare essenzialmente di terra. E capire che molti terreni sono incolti e tornano bosco. Molti altri sono impoveriti da un’agricoltura poco sensibile alle esigenze della terra. Se si vuole dare veramente un futuro alla collina e alla montagna non si può prescindere da nuove pratiche agricole, lontane dalla logica violenta dei concimi e della monocultura. Si tratta di coniugare innovazione e pratiche antiche. Serve un’agricoltura organica rigenerativa e politiche di sostegno a questa pratica. Sappiamo come si fa e sappiamo che si può fare, ma occorre posare lo sguardo sulla terra e invece siamo nel cuore di una clamorosa rimozione proprio nei luoghi che da sempre sono vissuti con il lavoro della terra.

Fondamentale è anche la questione del patrimonio abitativo. I paesi sono musei delle porte chiuse. Mediamente su dieci case otto sono vuote. Il problema è che non tutte sono prontamente abitabili. Allora lo Stato dovrebbe acquisire al Patrimonio pubblico le case di cui i cittadini si vogliono disfare, pagandole a prezzo di mercato. L’idea è di ristrutturarle in maniera molto accurata per farne dimore in cui si possa vivere bene, case antiche ma ben riscaldate, case dotate di tutte le tecnologie più avanzate, case da fittare a prezzi simbolici a chi vuole andare a riposarsi o a lavorare dai paesi. Queste case possono essere utili per il coworking: le persone possono lavorare da remoto perché avranno tutto quello che serve in termini di connessioni, di servizi, di socialità lavorativa.

Se arriva un poco di bella gioventù è un fatto enorme. I luoghi spopolati spesso sono tristi, è inutile nascondercelo. Fa eccezione il mese di agosto, quando in giro ci sono quelli che tornano e anche i residenti e questo crea una bella atmosfera festosa che però dura assai poco.

Ecco i tre punti su cui agire: servizi, sviluppo locale, desiderio. Per ripopolare i paesi devono funzionare queste tre cose. Vivere in un posto dove non ci sono aspettative sentimentali è una cosa che ti impoverisce e ti fa affiliare alla schiera degli scoraggiatori militanti, degli accidiosi. Le persone che sono rimaste sembrano ormai tutti carpentieri della sfiducia. Appena ci parli è come se avessero fretta di mostrarti la lista dei guai. Lo spopolamento produce anche un impoverimento sensuale. Ci sono meno occhi e meno orecchie, ci sono meno opportunità di trovare qualcuno da baciare. In effetti nelle settimane di agosto i paesi funzionano, basta un poco di gente e l’atmosfera cambia completamente. Bisogna partire da qui, dalla difficoltà di passare la giornata, dall’assenza di distrazioni. Anche chi compra la casa in paese poi in realtà lo frequenta poco. Si ha paura del buio, delle case chiuse. Nel paese non puoi distrarti, sei sempre a contatto con te stesso. Nelle città puoi scivolare nelle crepe delle vetrine. Dunque, la narrazione dei borghi come luoghi del buon vivere è completamente falsa. Si potrebbe vivere bene, ma si vive male. Chi è rimasto non si fa vedere in giro. Le azioni collettive sono sempre più rare, il paese, è ora di dirlo, non è più una comunità ma una sommatoria di singoli destini.

I paesi vanno vissuti da dentro, va capita la loro natura allo stesso tempo benefica e venefica. Non bisogna illudersi, non sono abitati da santi e le città non sono abitate da stronzi. Abitiamo luoghi diversi dello stesso smarrimento. Servono politiche contro lo smarrimento, servono azioni immediate sulla strada con le buche, sull’ospedale che non funziona, sulla scuola che chiude. Per rivitalizzare l’economia dei luoghi servono persone che sanno dove stanno e che hanno voglia di stare dove stanno. Alla fine è una questione d’amore.

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mercoledì 27 gennaio 2021

la paesitudine applicata al tempi del Covid-19

 

Il paese inesistente - Franco Arminio

 

Quando ci fu il terremoto ogni sera stavamo in televisione, e questo ci sembrava strano. C’era quasi un senso di contentezza: finalmente si occupano di noi. In Italia i paesi esistono come luogo della sciagura, il paese è semplicemente lo sfondo. La loro vita quotidiana non interessa a nessuno, a cominciare da chi li abita. Questo volevo dire quando ho scritto: qui se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto.

In questi giorni ho ascoltato in Parlamento i discorsi fatti dai parlamentari che dovevano decidere se dare o meno la fiducia al Governo Conte. Sono state due giornate dedicate all’aritmetica, non potevo aspettarmi attenzione per l’orografia. E infatti nessuno ha parlato di montagne. A un certo punto qualcuno ha citato Taranto. Non mi pare di aver sentito altri nomi di luoghi, sicuramente non ho sentito nomi di paesi o di zone geografiche: mi sarebbe piaciuto che qualcuno citasse la Barbagia o l’Aspromonte, le valli bresciane o le colline marchigiane. Niente, le persone che parlano in Parlamento sembrano venire tutte dallo stesso luogo, una città senza nome e senza lingua: la città della politica. Il futuro della politica è coniugare la cura del mondo e la cura dei luoghi. Il pianeta e il piccolo paese. Vorrei capire dove sono nate e dove vivono le persone che ho ascoltato in Parlamento nel gennaio 2021, nei giorni in cui le persone non si possono baciare, non si possono stringere la mano. Se qualcuno di loro è nato o vive in un paese se lo è sicuramente scordato. Se la politica deve rappresentare le persone e i loro problemi perché nessuno rappresenta le persone i problemi dei paesi? Andare in Parlamento significa occultare la propria paesanità? Ma se è così è un atteggiamento provinciale. Se uno pensa che citare l’America sia più importante che citare le valli di Comacchio non ha capito niente del futuro che ci aspetta. La modernità non sarà mai più la fuga dall’arcaico, ma un sapiente intreccio di quello che siamo stati e di quello che vorremo diventare. E questo intreccio in ogni luogo assume un colore diverso. Ai politici di governo e di opposizione bisogna ricordare che i soldi da spendere per fronteggiare la crisi pandemica non si spenderanno in astratto, nella città astratta della politica, ma in posti che hanno storie diverse e che sono abitati da persone e da piante e da animali. Sono terre dove non sappiamo se può piovere a oltranza per tre giorni o per trenta giorni, sono luoghi dove bisogna valutare lo stato delle acque e della terra. La terra è un’altra cosa di cui si parla poco in Parlamento, come se fossimo tutti avvocati e architetti. Il formaggio, la farina, l’insalata, le uova: nessuno le ha sentite queste parole nei giorni della fiducia al governo. Forse l’oggetto della fiducia dovrebbe essere la realtà, ci vorrebbe un patto per la realtà, un bene in cui siamo immersi e che sta velocemente evaporando, come se tutti stessimo traslocando nell’irreale. Perfino la pandemia, con le dolorose conseguenze che produce, rischia di diventare uno sfondo a cui ormai ci siamo abituati e qualcuno potrebbe avere la tentazione di non rimuoverlo più questo sfondo, magari ne viene qualche guadagno alla propria carriera. L’irrealtà è il grande cancro dello spirito con cui ci troviamo tutti a combattere. Nominare i luoghi è un esercizio fondamentale non solo per i politici. Come è bello dire Luca, Carmela, Antonio, Patrizia, così è importante dire Roghudi, Senerchia, Perugia, Biella. Solo qui sappiamo nominare le cose, non su Marte, non sul pianeta parlamentare.

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IL CANTIERE DELLA FIDUCIA - Franco Arminio

 

Scrivo da anni sulla questione dei paesi. Ogni volta che lo faccio, cerco sempre di partire dalla visione di un luogo. Per questo motivo, sono andato a Santomenna. Non arriva a 400 abitanti, sta in un punto della provincia di Salerno che sembra allontanarsi da tutti gli altri e va a posarsi al confine con l’Irpinia e la Basilicata. Ai tempi del terremoto del 1980, Santomenna faceva parte di una trilogia di paesi totalmente distrutti perché assai vicini all’epicentro. Gli altri due sono Castelnuovo di Conza e Laviano. Santomenna ora potrebbe essere l’emblema dello spopolamento dell’Italia interna. Non solo perché ha perso tanti abitanti. È uno spopolamento radicale: non ci sono vacche e non ci sono pecore, non si fa il formaggio come ancora avviene a Laviano. C’è solo un tabacchi, un piccolo negozio di alimentari e un bar. Il paese è stato tutto ricostruito, le case sono esposte al sole, l’aria è pulita, potrebbe essere un bel luogo per riposarsi. Invece, qui non ci sono “azioni in corso”. Le persone che vogliono parlare con qualcuno scendono in basso dove passa la strada e dove ci sono la chiesa, il Comune e qualche panchina. Piccoli gruppi di persone. Una volta ne trovi tre, un’altra cinque. Gli altri sono in casa, sono quasi tutti anziani. Santomenna ha tutte le carte in regola per essere definito un paese della bandiera bianca, cioè un posto che sembra arreso. Ovviamente, il sindaco non gradirà questa descrizione, ma per me il paese è interessante proprio per il fatto di essere così spoglio, essenziale. L’errore da non fare è considerare Santomenna un posto arretrato. Si può parlare piuttosto di un ritmo, di un’atmosfera che varia da luogo a luogo, ma senza pensare che un luogo sia più avanti di un altro. Il primo lavoro da fare per dare valore ai paesi è guardarli bene, guardarli uno per uno, sentirli, ascoltarli. Per fare buone strategie di sviluppo, bisogna partire dall’idea che la prima infrastruttura su cui lavorare è la fiducia. In questi anni, ai paesi la fiducia nessuno è riuscita a darla. Per questo sono cresciuti gli scoraggiatori militanti. La loro egemonia culturale è diventata così grande che spesso arrivano a eleggere anche i sindaci, votati per i sogni che non fanno. Lo scoraggiatore è diventato, in molti paesi, l’unica figura di successo, l’unica che vede confermate le sue visioni. La sua frase bandiera “qui non c’è niente” viene confermata ogni volta che un negozio chiude, che un ragazzo parte. Le politiche fatte per contrastare lo spopolamento dell’Italia interna sono state piuttosto fallimentari. Lo strumento attualmente in esercizio, la Strategia Nazionale delle Aree Interne, somiglia molto a una sceneggiatura a cui si lavora alacremente, ma il film fatica a cominciare. Eppure è sicuramente un’azione ben concepita e abbiamo anche la fortuna di avere un ministro di riferimento per quelle aree, che è competente e volenteroso. Allora perché non accade niente che ci dia entusiasmo? Perché anche nel tempo del Covid-19 non si riesce a dare quella spinta ai paesi che servirebbe molto all’Italia intera? Il motivo principale è una sorta di miopia geografica. L’Italia, nazione di paesi e di montagne, ha dato le spalle ai paesi e alle montagne. Si fanno politiche focalizzate sui centri urbani e sulle pianure. C’è di mezzo ovviamente l’opportunismo degli esponenti politici che tendono a occuparsi di luoghi che hanno più peso elettorale. C’è, ancora di più, un retaggio culturale che non va via: paesi significa mondo rurale, mondo rurale significa miseria, dunque il paese è il luogo della sfiducia più che il luogo dell’opportunità. Lo stiamo vedendo benissimo in questi mesi in cui il distanziamento fisico, che nei paesi è facile da mantenere, non si è tramutato nell’avvio di politiche per ridistribuire gli italiani sul territorio. Usando un linguaggio medico, in un momento in cui il mondo è diventato un gigantesco ospedale, si può dire che abbiamo una malattia circolatoria: nel caso dei paesi una malattia anginosa, si soffre perché arriva poco sangue; nel caso delle aree urbane si è prodotta una malattia emorragica, come se si fosse rotto un aneurisma. Davanti a problemi di questo tipo, è evidente che bisogna intervenire subito e bisogna chiedere conto alla politica della sua miopia: come si fa a non vedere problemi come questi? La risposta sta nel fatto che non se ne curano più di tanto anche le persone che abitano nei luoghi malati. Nessuno ha mai chiesto un blocco totale di certe aree quando si toccano determinati livelli di inquinamento. Nei paesi accade una cosa che si può riassumere così: qui se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto. Paesani e cittadini sono accomunati dalla scarsa attenzione ai luoghi in cui abitano. In questi decenni, i legami sociali si sono allentati, è venuta fuori una malattia che io chiamo autismo corale. Nella prima stagione del Covid, l’autismo corale si era un poco allentato: eravamo distanziati ma in un certo senso più vicini. Ora il distanziamento fisico e quello spirituale procedono appaiati. La gravità dell’epidemia, ovviamente, oscura la vicenda dei paesi, la fa apparire come trascurabile. Tra l’altro, nessuno si ribella. La leva fondamentale del cambiamento dovrebbero essere i ragazzi, ma l’età più fertile è stata bonificata dalle passioni collettive. Anche le politiche per le aree interne non sembrano molto attente alle esigenze giovanili. La strategia delle aree interne dovrebbe diventare la strategia per i ragazzi e le ragazze dei paesi, la strategia della fiducia. Un paese dove qualcosa si muove deve essere connesso con quello dove non si muove niente: bisogna far migrare la fiducia, finanziare gli spostamenti di chi innova, la voglia di far conoscere il buono che c’è, di portarlo dove l’insuccesso è diventato una vocazione. Si tratta di aprire da subito un grande cantiere per passare dalla comunità-pozzanghera alla comunità-ruscello. I paesi come luogo di incubazione di un nuovo umanesimo, l’umanesimo delle montagne.

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martedì 1 dicembre 2020

In difesa dei passeggiatori - Franco Arminio

 LETTERA AL MINISTRO DELL’INTERNO  IN DIFESA DEI PASSEGGIATORI SOLITARI

Ci vuole rispetto. Se arriva una malattia bisogna combattere la malattia e non usarla per le proprie mire di potere. Il mondo non è solo di chi consuma e produce, il mondo è anche mio che di notte voglio camminare nel mio paese, io cammino da solo e non posso sentire qualcuno che per fare il suo dovere mi deve dire che devo tornare a casa. Casa mia è la mia strada, è la mia piazza. Sono quasi tutte le case vuote del mio paese, nessuno mi può impedire di andarle a salutare ogni sera, nessuno mi può impedire di respirare la mia solitudine. E non accetto l’obiezione che se posso farlo io allora lo fanno anche gli altri. Non l’accetto perché se pure uscissero in molti non ci sarebbe mai assembramento. Non accetto che un paese che ha subito la sventura dello spopolamento debba essere considerato come il lungomare di Napoli.

Le industrie devono produrre, va bene, l’economia non deve morire, va bene, ma attenzione a non trasformare il mondo in una caserma. Per favore non ci trattate da bambini. Se al mio paese è tutto chiuso, se sono andati via quasi tutti, specialmente chi è rimasto, che senso ha mandare i carabinieri a controllare il circo degli assenti?

Dateci subito una regola chiara sul fatto che in un piccolo paese si può camminare da soli e a qualsiasi ora. Comprate attrezzature mediche per fare vere cure domiciliari. E portate rispetto per chi prova a stare in buona salute facendo un po’ di movimento. È il principio della medicina e deve essere conservato a maggior ragione in questo momento dove se hai un infarto non puoi godere della migliore assistenza.

Piegatevi, piegatevi a vedere i luoghi, provate a dare luce al buon senso e non al senso comune, non approfittate dello spirito infantile che c’è in giro. In un paese di cinquecento abitanti il coprifuoco è un oltraggio, non è una scelta che difende la salute. Qualcuno mi dovrebbe spiegare che reato commetto se oggi me ne vado a fare qualche fotografia a Lacedonia, dotato di mascherina e senza avvicinarmi a nessuno. Ho diritto alla mia solitudine, ho diritto a raccontare la solitudine dei paesi. Pretendo una risposta, netta e chiara.

Franco Arminio, poeta e paesologo

 

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martedì 17 marzo 2020

L’Italia che verrà - Franco Arminio



Il virus del pianeta è l’uomo delle prime file,
i banchieri, i potenti mercanti
i più lesti tra i politicanti.
Nelle retrovie dell’umanità
ancora batte il cuore,
la figlia va a trovare la madre
e la madre teme che la figlia si ammali,
il barbiere di pomeriggio
non sa bene che fare,
ora per lui è sempre lunedì,
l’uomo che passeggia con il cane
ha perso da poco il fratello per un tumore,
il barista cerca fotografie della sua giovinezza,
i fidanzati lontani si chiamano spesso,
una signora di Bergamo è andata al cimitero
a trovare suo marito,
in un paese della Sardegna c’è uno 
che non sa niente di quello che sta accadendo.
Io da qualche giorno ho smesso di guardare la televisione.
Ieri sera ho scritto in rete
che forse a qualcuno poteva fare piacere
parlare con me, visto che io ho una lunga pratica
col panico, coi nervi accesi.
Sono giornate lunghe, s’affacciano doni imprevisti, 
restano vecchie muffe, ma per favore niente discorsi
grandi sul mondo che verrà e sul mondo che c’era.
Raccogliamo il bene possibile in ogni dettaglio:
un buon litigio, la fioraia che ha offerto i fiori
che non può vendere, le fisarmoniche alle finestre,
il barista in pensione del mio paese che si è fatto
una mascherina con un pezzo di scottex casa e una molla,
il governatore che odia chi cammina per strada,
il sindaco di Bari che piange camminando per la sua città,
il Consiglio dei Ministri che si interroga se il negozio
di ferramenta vende o meno beni di prima necessità.
Ci sentiremo bene, ma ci sentiremo anche più poveri
di batticuore nell’Italia che verrà.

mercoledì 26 febbraio 2020

Decalogo contro la paura - Franco Arminio


1. Le passioni, quelle intime e quelle civili, aumentano le difese immunitarie. Essere entusiasti per qualcuno o per qualcosa ci difende da molte malattie.
2. Leggere un libro piuttosto che andare al centro commerciale.
3. Fare l’amore piuttosto che andare in pizzeria.
4. Camminare in campagna o in paesi quasi vuoti.
5. Capire che noi siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi. Stare un poco di tempo lontani dai luoghi affollati può essere un’occasione per ritrovare un rapporto con la natura, a partire da quella che è in noi.
6. Viaggiare nei dintorni. Il turismo è una peste molto più grande del coronavirus. È assurdo inquinare il pianeta coi voli aerei solo per il fatto che non sappiamo più stare fermi.
7. Sapere che la vita commerciale non è l’unica vita possibile, esiste anche la vita lirica. La crisi economica è grave, ma assai meno della crisi teologica: perdere un’azienda è meno grave che perdere il senso del sacro.
8. La vita è pericolosa, sarà sempre pericolosa, ognuno di noi può morire per un motivo qualsiasi nei prossimi dieci minuti, non esiste nessuna possibilità di non morire.
9. Lavarsi le mani molto spesso, informarsi ma senza esagerare. Sapere che abbiamo anche una brama di paura e subito si trova qualcuno che ce la vende. La nostra vocazione al consumo ora ci rende consumatori di paura. C’è il rischio che il panico diventi una forma di intrattenimento.
10. Stare zitti ogni tanto, guardare più che parlare. Sapere che la cura prima che dalla medicina viene dalla forma che diamo alla nostra vita. Per sfuggire alla dittatura dell’epoca e ai suoi mali bisogna essere attenti, rapidi e leggeri, esatti e plurali.

sabato 4 gennaio 2020

L’Italia disabitata nello sguardo del poeta Franco Arminio - Valentina Pigmei


Fatemi un favore, dice Franco Arminio, alla fine di ogni suo incontro con il pubblico, andate a visitare un paese più piccolo del vostro, se il vostro paese conta seimila abitanti visitatene uno che ne ha quattromila, se ne ha quattromila andate in uno più piccolo, e così via, senza motivo, senza che ci sia una sagra, una festa, un evento, andateci e basta. Poi cercate una persona anziana, sedetevi vicino a lui o a lei, e ascoltate quello che ha da dire. “I paesi per prima cosa bisogna guardarli, andare a trovarli con un moto di passione. Attraversarli e guardarli”. Salvarli con gli occhi, come scrive in una delle sue poesie più belle. Chissà se in Italia i paesi in via di spopolamento si salvano in questo modo, chissà se davvero vanno salvati o se interessa a qualcuno farlo. Sono più di vent’anni che il poeta e paesologo Arminio scrive e si occupa di questi temi: il suo oggi può suonare come appello ingenuo, poco realistico, tuttavia non lo è affatto.
Nel 2019 appare più chiaro che la via dell’attenzione sia l’unica possibile. Mescolare geografia e commozione, poesia e etnologia, politica e canti. “Non ho mai creduto alla morte dei paesi. I paesi si trasformano. Soprattutto, non bisogna pensare al paese come città mancata”. L’hanno capito l’economista e politico Fabrizio Barca, il ministro per il sud Peppe Provenzano che prestano ascoltano questo signore dell’Alta Irpinia che predica la poesia come forma di conoscenza. Lo aveva capito per primo Gianni Celati che nel lontano 1992 pubblicò per primo Arminio nella raccolta Narratori delle riserve (Feltrinelli), e scrisse che il suo “era un modo del tutto inedito di guardare le cose al sud”.
La paesologia non è altro che una forma di attenzione. E forse non sono le città che salveranno i paesi, ma viceversa. Quelle città che in tutta l’Europa vanno a una velocità diversa dal resto delle province che le circondano. Dovremmo cominciare a pensare che i paesi “felicemente inoperosi” dell’Italia interna, quelli abbandonati dalla politica, quelli di cui si occupa il forum Diseguaglianze diversità presieduto da Barca, sono la ricchezza di una nazione fatta da una miriadi di piccoli comuni e attraversata in verticale da una lunga catena montuosa oggi sempre più disabitata e divisiva.

Un processo
Dal vivo Franco Arminio non ha i toni del predicatore laico, quelli che ti aspetteresti dopo aver letto le sue poesie, poesie che a volte sono scritte in forma di preghiera e fanno pensare talvolta a un nuovo francescanesimo. È un uomo simpatico, insonne, coltissimo, una “creatura dell’urgenza”, come lui stesso si definisce, un’anima svelta, secondo un mio personale distinguo che applico alle persone che incontro. La lentezza non è prevista nei movimenti di quest’uomo vicino ai sessanta, la sua vitalità è quella del ragazzo. Racconta che da bambino non riusciva a stare fermo, né a scuola né in chiesa né in pizzeria: non è cambiato di molto.
A Gubbio arriva in una giornata di diluvio per il festival “Umbria in voce”, quinta edizione di una piccola ma preziosa festa della voce diretta e ideata da Claudia Fofi. In Geografia commossa dell’Italia interna scrisse che l’Umbria è “una terra inchiodata, incastrata al centro d’Italia, terra che non luccica, non freme”.
“Non conosco bene queste terre, ma non sento un grosso fremito, no. L’esito delle elezioni regionali non mi ha stupito per nulla. Per ricostruire le zone terremotate, bisogna che ci siano delle energie telluriche, mentre qui in Umbria non ci sono. Certo, ci vogliono i finanziamenti, le burocrazie, ma se un paese sta morendo è difficile che riesca a ricostruirsi. La ricostruzione è il completamento di un processo che era già cominciato prima del terremoto. Adesso c’è un grande lavoro da fare, non bisogna ricostruire i paesi, ma le cose”.
Arminio ha cominciato a scrivere proprio raccontando la ferita più grande, quella del terremoto dell’Irpinia. “Andare nei paesi è stata una scoperta, un processo che adesso è diventato consapevole. Un tempo andavo nei posti per vedere, non per essere visto. Adesso sono un famoso sconosciuto, ma rimango abituato al vento contrario che di solito mi accoglie nei paesi. Scrivo per riparare il vaso rotto, trasformare le ferite in opportunità”. I viaggi per lui sono uno scarto tra un posto e l’altro. Un modo di sentirsi al confine tra un luogo e l’altro. “Il paese da cui vengo e dove vivo, Bisaccia, è tra Campania e Puglia, e la mia scrittura è tra prosa e poesia”.
Grazie a questa scrittura, Arminio ha conquistato un seguito notevole. Basta andare a sentire uno dei suoi incontri, quasi mai nelle città, raramente nelle librerie – “Le librerie no, non mi piacciono, non c’è mai l’atmosfera giusta” – per rendersene conto. Arminio spiega che lui vende direttamente i suoi libri, che a sua volta compra dalla casa editrice, o alle presentazioni o tramite il baratto: “Mi mandano olio, salumi, regali di ogni tipo, e io spedisco il libro”.
L’impatto che ha sulla gente, anche sui non lettori, è di certo anche frutto di un lavorio continuo e molto pionieristico sulla rete, quella rete che come dice lui “ha unito le città e i paesi”. Autore di una ventina di libri, le sue raccolte di poesie hanno avuto un’accoglienza non comune: Cedi la strada agli alberi ha superato le ventimila copie; L’infinito senza farci caso, uscito da poco per Bompiani, ha già venduto novemila copie. Se si escludono i libri di Guido Catalano o altri “poeti” nati per così dire su internet, nessuno in Italia ha raggiunto un pubblico di lettori così ampio scrivendo in versi.

Canto, poesia, stile
Al festival di Gubbio è arrivato per un reading-concerto assieme ai figli Livio e Manfredi. Lui insiste sempre sull’importanza del canto. Il canto e la poesia sono forme di conoscenza, ripete, la letteratura è una forma di conoscenza. Di più, sono forme di politica: spazi che possono riconnettere le persone per un tempo più o meno breve e attraverso una comunanza di intenti. Momenti in cui si costruiscono quelle che lui chiama “intimità provvisorie”.
Arminio lavora moltissimo sulla lingua e non lascia mai la presa della frase: “Sono molto legato alla lingua, alle sue sfumature. La lingua è la mia stella polare. La letteratura è come si dicono le cose. Il mio ultimo libro è una raccolta di poesie d’amore scritte in un linguaggio semplice, ma a me non interessa l’amore in sé, m’importa della lingua. Anche in prosa, non faccio reportage, ma introduco sempre un elemento incongruo, immaturo, arbitrario”.
A differenza di uno scrittore come Roberto Saviano – che lo ha definito “uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato” –, Arminio interpreta l’impegno in un modo diverso, non gli interessa denunciare . “Non penso che i paesi moriranno o comunque non mi interessa. Il punto non è un paese morto in più o in meno. Il punto è che la nostra cultura politica, i nostri intellettuali non s’interessano dell’Italia interna o lo fanno in maniera terroristica. Non serve denunciare, ma fare le politiche giuste. Invece le politiche liberiste sono miopi perché hanno puntato sul risparmio, sui tagli. Mentre bisogna valorizzare il capitale umano virtuoso, bisogna premiare chi fa cose belle. Ci vuole più politica, non meno politica, perché per premiare devi essere forte. Per questo mi sono candidato”.

Una strategia
Franco Arminio si è candidato ben tre volte senza mai essere eletto: una con il Partito democratico al tempo di Walter Veltroni, cinque anni fa con la lista Tsipras e una nel maggio scorso come sindaco di Bisaccia, il paese dove vive, in Irpinia, con una lista civica.
“Alla sinistra manca completamente una narrazione sui paesi e sulle zone montuose. Non sa letteralmente che dire, il Pd pensa che il distacco sia una qualità, non lo è. La Lega invece ha una radice popolare, poco salottesca. Lo dico sempre a Peppe Provenzano: potete fare tutti i dispositivi legislativi che volete, ma se il vostro partito non ha una narrazione sui luoghi e non considera giovani e vecchi, non serve a nulla”.
Che cosa bisogna fare dunque? “L’importante è coinvolgere tante persone nella strategia contro lo spopolamento: penso ad artisti e intellettuali cha vadano nei piccoli luoghi e motivino le persone a restarci. Non credo sia solo una questione di opportunità economiche. Bisogna che ci siano giovani agenti di sviluppo locale che vadano fuori a fare esperienze e poi siano chiamati a risiedere per lunghi periodi nei paesi. In un piccolo centro spesso il capitale umano va alla malora. Provenzano deve avere il coraggio di individuare dei meccanismi per premiare i virtuosi. E gli intellettuali non possono stare alla finestra, devono assumere la questione delle aree disagiate dell’Italia come una questione cruciale. Poesia e impegno civile a servizio dei piccoli paesi. I paesi li salvano persone che vanno e vengono, che portano intimità e distanza”.
Per i paesi ci vogliono pensieri impensati, dice Arminio. Di fronte alle notizie delle sardine che hanno invaso le piazze, viene da dire che a volte i pensieri impensati sono quelli giusti. Tuttavia, il nuovo movimento si esprime di più nelle piazze della città, mentre la Lega – per fare l’esempio di una regione dove si andrà al voto a gennaio 2020 – in Emilia-Romagna prevale nei piccoli paesi, in vaste aree dell’Appennino, in varie zone della Bassa e nel delta del Po. Il fatto è che in Italia le aree interne rappresentano il 52 per cento dei comuni; il 22 per cento della popolazione e circa il 60 per cento della superficie. Il territorio montano rappresenta il 35,2 per cento della superficie nazionale, ma ci abita solo il 12,2 per cento della popolazione.
Il problema della mobilità è enorme. Nell’entroterra le strade e le linee ferroviarie non funzionano o scarseggiano; mentre in senso verticale, quelle che collegano il sud con Torino o Milano, funzionano. “È l’Italia voluta da Agnelli. L’Italia interna era più collegata ai tempi dei romani”. In questa Italia, lo spopolamento è molto forte anche nel nord. “Nel settentrione l’effetto dei paesi vuoti è ancora più grande perché le persone stanno meno in giro, anche per via del freddo. Eppure, le città di quelle regioni sono più attrattive rispetto a quelle del sud. A Bisaccia restano quasi quattromila persone, perché intorno a noi le città vicine sono Foggia, Avellino, Benevento, Potenza: città dove non trova lavoro neppure chi ci abita”.
Alcuni paesi stanno scomparendo. Altri sono stati snaturati da una modernità che porta solo desolazione, ma qualcosa c’è ancora. Un tessuto da cucire c’è. Proviamo per questi anni futuri ad ascoltare l’insegnamento di Franco Arminio, non resta che pensare un po’ meno alla storia e un po’ più alla geografia: “Amare è un impegno da geografi, /esploratori che mentre vengono accolti / si fanno terra da esplorare”.