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venerdì 23 febbraio 2024

India: esperti denunciano il rischio di genocidio per gli Shompen incontattati

 

Trentanove studiosi internazionali di genocidio hanno scritto al governo indiano per denunciare che il progetto di convertire l’isola di un popolo incontattato in un mega-porto e in una città sterminerà la tribù.

L’isola di Gran Nicobar, nell’Oceano Indiano, è la casa di circa 300 cacciatori raccoglitori Shompen, di cui due terzi sono incontattati. È una delle tribù più isolate della Terra e vive nelle dense foreste pluviali che occupano l’interno dell’isola.  

Il progetto da 9 miliardi di dollari che il governo indiano ha varato per l’isola comprende un porto gigantesco, una nuova città, un aeroporto internazionale, una centrale elettrica, una base di difesa, una zona industriale e l’arrivo di 650.000 coloni – con un aumento della popolazione di circa l’8000%. 

“Se il progetto andasse avanti, anche in forma più ridotta, crediamo sarebbe una condanna a morte per gli Shompen, equivalente al crimine internazionale di genocidio” hanno affermato gli esperti, provenienti da istituzioni accademiche di tredici paesi. Tra loro storici, sociologi e l’ex Presidente dell’International Association of Genocide Scholars. 

Secondo gli esperti, "il semplice contatto tra gli Shompen – che hanno poche, o nessuna, difese immunitarie verso le malattie infettive importate – e coloro che provengono dall’esterno porterà con certezza a un forte crollo della popolazione. Ne seguirà la morte di massa dell’interno popolo degli Shompen. Il solo modo per evitare la distruzione degli Shompen è abbandonare il progetto.”

Survival International chiede che il progetto sia abbandonato e che i diritti di proprietà territoriale degli Shompen sulle loro terre ancestrali siano riconosciuti. Oltre 7.000 persone hanno scritto al governo indiano per sostenere questo appello.

“Questo è un chiaro avvertimento a cui il governo indiano deve prestare ascolto: procedere con il progetto per Gran Nicobar distruggerà l’isola in cui vivono gli Shompen, causandone il genocidio” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. 

https://www.survival.it/notizie/13881

mercoledì 25 ottobre 2023

L’ultimo viaggio - Carlotta Indiano, Fabio Papetti

 

Le navi a fine vita vengono smantellate principalmente in Asia meridionale e in Turchia. Ma raramente in questi cantieri ci sono standard di sicurezza adeguati. I lavoratori spesso si ammalano a causa delle sostanze tossiche contenute nelle carcasse delle navi. Una su tutte, l’amianto

I fumi dell’acciaio fuso si alzano in cielo nella città costiera di Alang, nello stato del Gujarat in India occidentale. Sulla costa, decine di navi giacciono immobili spiaggiate sulla riva sabbiosa, dal colore rugginoso, pronte per essere smantellate. Armati di fiamme ossidriche, con occhiali da sole e stracci per coprirsi naso e bocca come unica protezione, i lavoratori dei cantieri di demolizione iniziano a sciamare attorno e sopra le navi per tagliare via le lamiere che le compongono. Gli incidenti sono all’ordine del giorno: ogni anno i cantieri reclamano la vita di decine di operai. All’alba, quando le gru sono solo braccia immobili alzate contro il cielo appena schiarito dalla luce, nelle capanne dei lavoratori attorno al cantiere aleggiano i fumi dell’incenso usato nelle loro preghiere alla dea Kali, divinità protettrice del porto di Alang: «Guidami attraverso questo oceano di sofferenze, oh Kali, distruggi la mia tristezza». 

L'inchiesta in breve

·         Lo smantellamento delle navi a fine vita è una pratica pericolosa per i lavoratori e l’ecosistema.

·         Nel Nord globale, normative stringenti rendono poco conveniente la demolizione in cantieri regolamentati e ben attrezzati. Per questo motivo circa l’80% delle navi nel mondo finisce in cantieri di smantellamento nell’Asia meridionale e in Turchia

·         Alang, Chittagong e Gadani sono le mete preferite dai proprietari delle navi. In questi cantieri i lavoratori rischiano la vita ogni giorno, estraendo pezzi di nave a mani nude ed entrando in contatto con diverse sostanze pericolose per la salute umana. Una su tutte l’amianto

·         Complice una regolamentazione internazionale opaca, i proprietari delle navi si rivolgono a intermediari detti cash buyer che offrono “pacchetti ultimi viaggi” per navi che devono essere smaltite, aggirando le normative e procurando ulteriori danni con il solo obiettivo del profitto

La città del Gujarat rappresenta, insieme a Chittagong (Bangladesh) e Gadani (Pakistan), la destinazione finale per l’80% delle navi nel mondo. Si stima che circa il 90% delle navi di proprietà europea finisca in uno di questi cantieri nonostante, secondo la legge, non ce ne dovrebbe finire nessuna. In questi luoghi le condizioni precarie di lavoro portano alla morte non solo per incidenti ma anche per avvelenamento, attraverso il contatto diretto con le varie componenti tossiche all’interno delle navi, una su tutte l’amianto.

Questo materiale, particolarmente pericoloso per la salute specialmente quando movimentato, viene gestito con pochissima cura per la sicurezza. In alcuni casi i lavoratori rimuovono le fibre che contornano le tubature o le lastre metalliche delle imbarcazioni addirittura a mani nude.

I rottami degli oceani

Il 2 aprile 2022 sbarca a Chittagong la Race, una nave cargo battente bandiera liberiana. Ha vent’anni ed è pronta per essere smantellata: nel tempo ha cambiato nome e proprietario molte volte, si è chiamata Mineral Sines, e dal 2013 Abml Grace, quando ha indossato la bandiera maltese sotto la proprietà dalla società marittima italiana Cafiero Mattioli. Subito prima di essere spedita in Asia meridionale però, la nave ha cambiato ancora una volta bandiera e proprietà: nel 2020 è stata venduta alla Continental Vessel Brokering, che le ha assegnato la bandiera liberiana. Sulle implicazioni di questa compravendita torneremo più tardi.

Come centinaia di sue compagne, la Race viene spiaggiata nell’area intertidale, quel punto del litorale soggetto alle maree. Qui, per condizioni morfologiche e geografiche, si alza giornalmente una marea che copre centinaia di metri di spiaggia, permettendo alle navi di avvicinarsi. Quando le acque si ritirano, l’imbarcazione si trova sul basso fondale, pronta per essere smantellata. Il beaching, lo spiaggiamento, è il metodo utilizzato nei cantieri di smantellamento lungo le coste del Bangladesh, dell’India e del Pakistan. Il terreno su queste spiagge è fangoso, molto instabile e impedisce l’uso di macchinari come le gru, che servirebbero per sollevare i pezzi più grossi della nave.

Tecniche di smantellamento di una nave

Una volta spiaggiata la nave, gli operai iniziano a setacciare i ponti, rimuovendo tutto ciò che può essere rivenduto, dai mobili alle radio, ai giubbotti di salvataggio. Poi inizia il processo di demolizione fisica della nave. Si tratta di una pratica pericolosa sia per la sicurezza dei lavoratori sia per l’ecosistema. Le squadre di demolitori cominciano a dissaldare la nave in grandi pezzi, che vengono trasportati a riva per il taglio secondario. I blocchi piombano sulla sabbia o nell’acqua sottostante utilizzando quello che in gergo tecnico, con forse un filo di ironia, chiamano il “metodo della gravità”: cioè semplicemente lasciandole cadere in mare. In questa fase schegge di vernice contenenti metalli pesanti e altri rifiuti si depositano sul fondo e risulta impossibile pulirli prima che la marea ritorni, portandoli via con sé.

Le acque di sentina, situate nella parte più bassa dello scafo della nave e che contengono gli scarti del motore, possono rilasciare in mare olio, sali inorganici, arsenico, rame, cromo, piombo e mercurio. Inoltre, se inalati, i fumi di scarico del motore rimasti intrappolati causano gravi danni alla salute. Raggiunte ormai le viscere della nave, gli operai si imbattono nell’amianto, un materiale considerato nell’800 un “minerale magico” per le sue capacità di utilizzo quasi illimitate…

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venerdì 29 settembre 2023

Educazione dell’India tra ecocentrismo, decrescita e nonviolenza.

 

Intervista a Gloria Germani, di Lorenzo Poli

Oltre ad essere punto di riferimento per la spiritualità orientale, l’India è conosciuta per le sue medicine tradizionali e il suo sistema d’educazione, chiamato gurukulam. La colonizzazione inglese fece “tabula rasa” delle antiche pedagogie indiane e impose il modello educativo occidentale. Dal XVIII secolo e nei successivi 200 anni di dominazione britannica dell’India, avvenne la soppressione dello studio e della pratica dei suoi sistemi educativi, ritenuti antiquati, superati e ridicoli. Solo nel XX secolo grazie all’avvento del movimento rivoluzionario nonviolento per l’indipendenza guidato dal Mahatma Gandhi, l’educazione indiana venne nuovamente portata alla ribalta e il suo sapere riconosciuto fondamentale all’interno del Paese. Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa, attivista nonviolenta nei movimenti deep ecology, grande studiosa di Gandhi e tra gli eredi intellettuali del pensiero di Tiziano Terzani. Praticante della scuola induista dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), per sette anni è stata attivista nelle scuole steineriane e dal 2017 al 2021 è stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice Universal Education School per un’educazione non-dualistica, ecocentrica ed olistica su cui ha scritto il libro “A scuola di felicità e decrescita: Alice project”[1] edito da Terra Nuova con prefazione di Sua Santità XIV Dalai Lama.

 

Come nascono e si diffondono i sistemi di educazione dell’India?

Innanzitutto grazie per  questa intervista su un tema che ritengo veramente fondamentale perché oggi  si dà  per scontata una sola ed unica educazione, mentre non è affatto così.  Credo infatti che  per guardare al nostro futuro sulla Terra sia assolutamente necessaria una pedagogia ecologica, come abbiamo forse avuto in passato e in altre civiltà. Sebbene gli inglesi l’avevano definita hinduism, come è noto la cultura dell’India definisce se stessa come Sanathana Dharma, la “legge, la via eterna”. In questo ambito, anche interrogarsi riguardo alla sua origine, significa – come diceva Raimond Pannikar- rimanere prigionieri di una visione lineare del tempo  che oggi anche la fisica quantistica sconfessa, come anche i famosi libri di Carlo Rovelli.

La “Legge eterna” si fonda su ciò che i Rishi, gli antichi saggi, i veggenti, avevano visto ed udito riflettendo  sull’essenza della realtà. Queste verità si ritrovano condensate e trasmesse nei  quattro  Veda e  nelle Upanishad, testi trasmessi oralmente  che costituiscono  continue interpretazioni e reinterpretazioni. Il nome stesso Upanishad  significa  “sedersi vicino o ai piedi” del maestro, il cosiddetto guru: “Colui che dissolve le tenebre”. Gli ossessionati dalla storia collocano le più antiche delle oltre 108  Upanishad intorno al IX secolo a.C ( i.e. prima di Cristo, ma perché  questi riferimenti cosi autoreferenziali?)  ma probabilmente la loro storia è molto più antica se si pensa  che nella civiltà di Mohenjo- Daro ( metà del IV millennio a.C.) c’era già raffigurato  un  uomo in posizione yogica che medita. I giovani andavo a vivere nella casa del guru per un periodo di tempo considerevolmente lungo ( dai 10 ai 25 anni di età circa) . Imparavano da lui le verità delle Upanishad,  recitate  a memoria, il sanscrito, la grammatica, oltre a praticare tutta una serie di mansioni pratiche tipiche della vita in comunità.

Il fine non era quello di dare informazioni o nozioni, ma piuttosto far si che il discepolo (shisha) sperimentasse accanto al maestro un processo di trasformazione interiore. Conoscere il proprio vero Sé, attraverso i  testi e  attraverso la meditazione era infatti la condizione necessaria per capire anche  l’essenza  non-duale del  Mondo. Essa è chiamata Brahman, Tat, Ishvara, il sacro potere che tiene in vita l’universo che è ritenuto identico al Sé (atman) che sta all’interno di ogni uomo o donna o bambino. “Tu sei Brahman”, “Tu sei quello”, dicono le grandi verità dell’India.  Il sistema educativo indiano (gurukulam) implicava un rapporto gratuito di devozione e di affetto nei confronti del maestro e di fatto  la relazione tra maestro-discepolo era considerata sacra e  fondamentale  per la trasmissione  della cultura indiana.   Si pensi che ancor oggi esistono lignaggi millenari, cioè catene ininterrotte di maestro- discepolo che tengono vive specifiche  tradizioni spirituali. Gli Shankaracharya, a partire dal massimo filosofo indù, arrivano alla 94ma /97ma  successione ininterrotta, chiamata  jagadguru, cioè “maestro del mondo”  e tengono viva la tradizione del Non dualismo ( advaita) .

 

Cosa avviene con la colonizzazione inglese? Quale è stato l’impatto sulla popolazione e sulla cultura indiana? 

La colonizzazione inglese impose  alla grande cultura dell’India il  sistema moderno educativo che si basa sulla trasmissione  razionale  delle varie  nozioni relative alle varie materie –  ragioneria, matematica, geografia, storia, chimica, inglese – con il fine di formare dei bravi  funzionari e burocrati  prima  della Compagnia  delle Indie e poi  dal  1858 del Governo britannico.

Dovrebbe essere conosciuto meglio  il celebre discorso che l’Onorevole Macauly  che tenne nel 1835 riuscendo ad imporre  i finanziamenti per  l’educazione  occidentale in India.  Diceva: “Non conosco né il sanscrito né l’arabo, Ma non n è possibile negare che   un solo scaffale di una buona biblioteca europea valga  l’intera letteratura indigena dell’India e dell’Arabia. La superiorità intrinseca della letteratura occidentale è del resto pienamente ammessa”.

Quanto arroganza razzista e coloniale! Oggi al contrario, assistiamo al grande  diffondersi delle  dottrine orientali  proprio in occidente dove buddhismo,  induismo, yoga  hanno sempre più entusiastici seguaci. Durante il colonialismo, la potenza militare ed economica degli occidentali  impressionò  moltissimo  gli animi candidi  e formati  alla nonviolenza degli  indiani e creò una folta  classe subalterna. L’educazione occidentale fini per sgretolare le profonde conoscenze della “Legge Eterna”.  Magnifici esempi di questo processo di disgregazione sono forniti dal massimo scrittore indiano attuale Amitav Gosh, nei sui romanzi storici in cui sottolinea i retaggi del colonialismo in India.

 

In cosa divergevano le epistemologie della pedagogia indiana da quelli occidentali? 

Questo è davvero il punto focale della questione. Dopo anni di studi e ricerche, sono pervenuta alla conclusione che le due epistemologie o teorie della conoscenza sono completamente diverse, e questo incide profondamente anche nella nostra realtà quotidiana.  La tradizione occidentale – fin dalla cultura giudaica e dalla Bibbia – si è sempre basata sul dualismo io- mondo, Dio-creazione. E’ una cultura molto antropocentrica con una innata fiducia nella capacità umana della parola e nel linguaggio logico-razionale. Da Aristotele -che fonda il principio di non contraddizione – fino a Hegel, tutto quello che è reale è razionale e questi principi pervadono anche la religione cristiana  che ha combattuto  guerre feroci  per stabile i suoi dogmi,  cioè le verità canoniche espresse in  parole. Tutto diverso in Oriente, dove non ci sono mai stati scismi oppure roghi dell’Inquisizione per stabilire  le verità. In generale in Oriente la parola ha un valore limitato. L’apparato logico linguistico non è preso per fondamentale, serve tra gli uomini come strumento, simbolo, allusione (vedi gli studi di H.Zimmer ) In generale tutto “l’ambito  dei  nomi e delle forme” ( nama-rupa e) è considerato come  realtà molto parziale, per non dire illusione. Si perviene alla realtà ultima, andando oltre la mente, oltre l’io psicologico, oltre le parole. Acquietare la mente è il fine di tutte le tradizioni sia indù, che buddhiste o zen. Pensiamo al principio dello Yoga che dice “Lo Yoga è il volontario acquietamento delle agitazioni mentali”. Andare oltre la mente è l’obiettivo dell’Oriente, senza il quale non si capiscono  davvero civiltà fondate e finalizzate alla meditazione e allo yoga.  Il fine ultimo è l’illuminazione ( uno stato di perfetta libertà e gioia) a cui perviene il samnyasin, il sadhu, che la cultura indiana pone al vertice della società, sopra ai re e agli governanti – come ha sottolineato il sociologo L. Dumont. Anche i grandi  autori della  fisica quantistica quando scoprirono la realtà come impermanenza e interconnessione, trovarono  che le parole non riuscivano più ad esprimere  tale visione sistemica e complessa.  Al contrario l’epopea della modernità è dominata dalla razionalità logico-linguistica che ha creato il collasso climatico e  l’attuale ubriacatura per il digitale non è che la sua massima e pericolosissima espressione.

 

Con il movimento rivoluzionario nonviolento, Gandhi ridà importanza ai suoi ancestrali sistemi di educazione. Cosa avvenne?

Certamente Gandhi è il più grande sostenitore delle verità della tradizione indiana. Il suo movimento “La forza della verità” allude proprio a questo recupero del Sanathana Dharma, che è d’altra parte molto inclusivo e riconosce le medesime realizzazioni da parte di tante e diverse tradizioni culturali ma non dalla civiltà moderna, che Gandhi  riteneva una falsa  forma di civiltà che ha fatto del materialismo l’unico Dio. In antitesi con l’educazione astratta tipica del sistema scolastico inglese, il Mahatma auspicava l’armonia tra lavoro  e conoscenza e promosse il Nai Talim, l’educazione alle attività manuali come la filatura e la tessitura o la falegnameria che formano un carattere sano e rendevano possibile l’autosufficienza delle piccole comunità.  Egli era contro la scuola moderna, e credeva che i bambini imparassero di più dai genitori e dalla società.

 

“La maestosa bellezza di un albero, la scuola la riduce ad un palo” – è una citazione a memoria del filosofo Silvano Agosti. L’educazione dell’India è fondata sull’ecocentrismo, parte dal presupposto della Terra, della lentezza, del senso ecologico e del vivere la vita come un’esperienza poetica, diremmo noi. In cosa stride questa impostazione, per esempio, con la nostra scuola in cui fatica ad entrare l’educazione ambientale? La Terra e il sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani alla cultura e al senso della vita?

Certamente si. Il sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani alla cultura e al senso della vita. Al contrario  la scuola  occidentale moderna è fondata sul paradigma della scienza cartesiano-newtoniana che è basato sul dualismo  io- mondo e sulla frammentazione della realtà in discipline  sempre più frammentarie e separate. La scienza inoltre è tale  perché  è “oggettiva” ovvero non ha al suo interno considerazioni etiche o di significato. E’ proprio  questo tratto  costitutivo che  la rende di per se antiecologica.

 

Come viene vista l’educazione occidentale oggi in India?

Purtroppo ho visto con i miei occhi in India il  grande proliferare di scuole con il titolo Science and Technology e ovunque è presente la rincorsa alle nuove professioni industriali. Dobbiamo capire la visione d’insieme (Big Picture, come la chiama Norberg Hodge). L’apparente trionfo della Modernità Occidentale  che si traduce nella Globalizzazione è indisgiungibile dal binomio Scienza e Tecnologia che Gandhi criticava radicalmente ( vedi il suo Vi spiego i limiti della civiltà moderna)e con lui anche Schumacher o Terzani.

 

Dal 2017 al 2021 sei stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice Universal Education School[2] per un’educazione non-dualistica, ecocentrica ed olistica. Su cosa si basa e da cosa sei rimasta affascinata?

Il Progetto Alice è una pedagogia rivoluzionaria ideata da Valentino Giacomin ( maestro elementare  e giornalista di Treviso) che in sintesi ha messo al centro i risultati della fisica quantistica, cioè che non esiste una realtà oggettiva indipendente dalla mente. Questo era anche l’approdo del non-dualismo, una visione che sta alla base dell’induismo, del buddhismo, del taoismo, del giainismo e della maggior parte delle molte  tradizioni indigene, che sono sempre profondamente ecologiche, intesa come “deep ecology” citando l’ecofilosofo Arn Naess.  Giacomin ha spostato l’esperienza pedagogica in India dove attualmente ha tre scuole che ogni anno accolgono almeno 2.000 studenti dall’asilo al liceo. Combinano lo studio della materie curriculari, al Programma speciale si focalizza su meditazione, attenzione della mente, riproposta di  racconti tradizionali che sottolineano la  maya, o il potere negativo della mente che crea una realtà illusoria. L’armonia e la felicità sono all’interno, nella chiara mente.

 

Per sette anni sei stata attivista nelle scuole steineriane e, da esperta in pedagogia Waldorf[3] messa a punto da Rudolf Steiner, quali sono le differenze e le similitudini tra educazione indiana, educazione steineriana e l’educazione non-dualistica di Alice Project School?

Rudolf Steiner  parte dalle teorie teosofiche inaugurate  alla fine dell’Ottocento da Madame Blavatsky che   riconoscevano  una forma  unificata di spiritualità che comprendeva tutte le religioni. La Società Teosofica aveva sede a Madras e ovviamente traeva molti insegnamenti dall’India.   Steiner si stacca dalla Teosofia e fonda l’Antroposofia, che riprende gli stessi temi ma li centra di più sulla superiorità del Cristo, sulla libertà, sull’evoluzione storica, con tratti  molto più antropocentrici. La pedagogia steineriana è bellissima, nessun nozionismo  ma ricerca dello sviluppo dei talenti innati nel bambino. Parte dalla concezione dei 3 settenni della crescita che vanno seguiti e stimolati  a scuola:nel 1° settennio (1-7 anni): il concetto centrale è IL BUONO ( la mamma è buona, tutto il mondo è buono). A ragione secondo me, i bambini non vanno all’asilo fino al compimento di almeno tre anni.  2° settennio (7-14 anni):  il concetto  centrale è IL BELLO. La scuola  deve accompagnare il bambino nella scoperta del bello nel mondo, nella natura, nella musica, nei gesti eroici,  nella varie materie ( ma la storia non è insegnata fino  alla Sesta classe. 3° settennio (14-21 anni): Il concetto centrale è IL VERO.  Inizia qui l’avventura della conoscenza con entusiasmo e coinvolgimento. Inoltre nelle scuole Waldorf sempre contemplata l’attività pratica : dal giardinaggio e orticoltura, alla falegnameria,  ai ferri ed uncinetto. Inoltre importantissima è per tutti praticare uno strumento musicale e  le attività  teatrali che sono l’apice dell’attività scolastica.  Quindi i concetti di base sono molto  mutuati dall’educazione indiana, dove  ciascun bambino è considerato un manifestazione del principio divino ( un avatar in potenza)  e quindi amato e curato con estrema attenzione. Anche la parte pratica e manuale  è molto presente in India e fu ripresa da Gandhi. Il Progetto Alice  forse è più carente  rispetto alla parte poetica della pedagogia steineriana, ma  a mio avviso è  molto più  rigorosa rispetto alle vere  radici della conoscenza e più in sintonia con i presupposti del pensiero orientale. Giacomin ha infatti  ottenuto moltissimi ed importanti  riconoscimenti sia in ambito induista che buddhista, oltre che alla benedizione stessa del Dalai Lama.

 

[1]  Il libro è il risultato di numerose visite che l’autrice ha compiuto a Sarnath nel corso degli anni, colpita dalla serenità degli studenti e dall’educazione all’ecologia e alla pace. Nel libro le parole e l’esempio di Giacomin si intrecciano con le voci dei molti pensatori (Terzani, Illich, Latouche) che in questi anni stanno smascherando i limiti e le contraddizioni dei modelli di conoscenza e di sviluppo dell’Occidente industrializzato. Nel volume, capitolo dopo capitolo, si delinea la forza di un progetto che pone l’educazione alla consapevolezza, la nonviolenza, la ricerca di una felicità slegata dai beni materiali e dal consumo, al centro, per cercare di costruire tutti insieme un mondo migliore.

[2] Alice Project è una scuola interculturale e interreligiosa che pone al centro del proprio programma la conoscenza di se stessi e l’amore nei confronti del mondo e di ogni creatura vivente. È stata fondata nel 1994 a Sarnath, in India, da Valentino Giacomin che, dopo aver lavorato come maestro in Italia ha deciso, insieme con Luigina De Biasi, di continuare la propria ricerca educativa e spirituale nel subcontinente indiano. Da allora, molte scuole sono nate dalle iniziative di studenti e “seguaci”, in Italia, Germania, Francia e Taiwan, e il progetto ha ricevuto in più occasioni l’apprezzamento del Dalai Lama, che gli ha conferito il suo patrocinio dal 2006.

[3] La pedagogia Waldorf basa il suo approccio educativo sull’antroposofia (chiamata anche dai suoi seguaci “scienza dello spirito”), una disciplina esoterica sviluppata da Rudolf Steiner, per indagare e riconciliare quelli che ritiene i nessi sussistenti fra mondo fisico e mondo spirituale, concependoli come «un’unica manifestazione divina in continua evoluzione». La prima scuola steineriana fu fondata a Stoccarda il 7 settembre 1919 a seguito della richiesta di Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf Astoria, di creare un’istituzione scolastica per i figli degli operai della fabbrica. Il movimento pedagogico deve il proprio nome alla fabbrica di sigarette. Rudolf Steiner assunse l’incarico relativo alla formazione del collegio degli insegnanti nonché di consulta dello stesso e fu sino alla morte, nel 1925, spiritus rector della scuola.

da qui

martedì 10 gennaio 2023

Ecologia induista, Amitav Ghosh: “Il colonialismo iniziò a violentare la Terra” - Lorenzo Poli

 

L’induismo non ha un sistema unificato di credenze ed idee, è un fenomeno socio-culturale e presenta un ampio spettro di convinzioni e pratiche che da un lato possono essere considerate affini al panteismo, e dall’altro sono approfondite speculazioni metafisiche. Intrinsecamente e naturalmente, l’induismo ha un’anima ecologica e, come nel caso del buddhismo e del giainismo (riforme dell’induismo), ha senso parlare di ecologia induista. Per l’induismo tutti gli esseri viventi sono sacri perché sono parte di Brahman (Dio supremo), e dovrebbero essere trattati con rispetto e compassione. Questo perché l’anima può essere reincarnata in qualsiasi forma di vita. L’Induismo è pieno di storie che trattano di animali come divinità, come la scimmia Hanuman era un servitore fedele del Rama. Gli indù associano animali a divinità diverse e li considerano sacri, tra cui la scimmia (Hanuman), l’elefante (Ganesh), la tigre (Durga) e persino il topo (l’animale che cavalca Ganesh). Per molti indù, che costituiscono quasi l’80% della popolazione indiana di 1,3 miliardi di persone, la mucca è un animale sacro e, nella mitologia indù, viene raffigurata come l’accompagnamento di diversi dei, come Shiva, che cavalca il toro Nandi, o Krishna, il dio pastore che raggruppava le vacche. Negli antichi testi la mucca appare come ‘Kamdhenu’ o mucca divina, che soddisfa tutti i desideri. Le sue corna simboleggiano gli dei, le sue quattro zampe, le antiche scritture indù o i Veda, e le sue mammelle i quattro obiettivi della vita, tra cui la ricchezza materiale, il desiderio, la giustizia e la salvezza. Gli indù vedono nella mucca un simbolo sacro della vita che va protetto e riverito. La mucca secondo gli indù produce 5 elementi essenziali: latte, formaggio, burro (o ghee), urina e sterco. I primi tre sono alimenti e usati nel culto degli dei indù, mentre le deiezioni possono essere utilizzate nelle cerimonie religiose o bruciate per ottenere carburante1. Nonostante l’importanza delle vacche e il ruolo simbolico che rivestono, purtroppo sono spesso vittima di violenza e fin dal 1870 movimenti ambientalisti indù e sikh hanno organizzato i primi movimenti di protezione delle mucche.

La maggior parte degli indù è vegetariana per questa credenza nella santità della vita. Si crede anche che gli alberi, i fiumi e le montagne abbiano l’anima, e bisognerebbe prendersene cura e onorarli. Nella visione indù vi è anche la concezione che “vivere semplicemente” sia una virtù: i maestri (bramini) sono consigliati di vivere grazie alla carità degli altri e di non accumulare troppa ricchezza. La persona estremamente rispettata nella società indù è il sadhu, o saggio, che vive fuori dalla società normale, in foreste o caverne o viaggia a piedi da una città a un’altra. Il sadhu è orgoglioso di vivere semplicemente e consumare il meno possibile. Ecco quindi che l’ecologia induista dà, epistemologicamente, una sferzata al consumismo e alla società industriale di massa. Secondo l’ecologia induista la felicità è necessariamente anticonsumista in quanto non proviene da beni esteriori: questo vuole dire che, per dominare la vita, la ricerca dei beni materiali, con il conseguente consumo di beni e di energia, non dovrebbe essere consentita. Tutti gli sforzi per sfruttare le cose di questo mondo sono considerati, dai maestri indù, una distrazione da questo scopo centrale della vita. Lo scopo principale della vita è scoprire la natura spirituale, la pace e la realizzazione interiore che ciò porta.

Uno dei più importanti esponenti dell’ecologia induista è sicuramente l’eco-giornalista Amitav Ghosh, definito “il più grande scrittore indiano di lingua inglese” che lavora come antropologo. Nei suoi libri ha scritto spesso della devastazione della Terra. Nei suoi romanzi, pubblicati in Italia da Neri Pozza, tra cui la “Trilogia dell’oppio”, ha raccontato l’origine del sacco dell’Occidente nei confronti delle ex colonie fra Asia e Africa; mentre il suo nuovo libro, La maledizione della noce moscata, parla del colonialismo come furia devastatrice alla base delle conseguenze irreversibili che vediamo oggi sul pianeta rispetto agli equilibri ecosistemici. È stato proprio Ghosh a sottolinea come la sindemia da Covid-19 «Ci ha mostrato che gli impatti sul cambiamento climatico, i loro effetti sulla società, saranno assai diversi da ciò che ci è stato detto. La narrazione consolidata, in Occidente, è che la crisi sarà terribile per i più poveri, “non-bianchi”. Invece sarà sì molto negativo per la povera gente, ma colpirà anche i Paesi ricchi, in modi diversi, con effetti altrettanto devastanti. E penso che se c’è una lezione che dobbiamo imparare da questa esperienza è che le mega crisi richiedono una risposta collettiva. Che non si è manifestata ovunque. L’Italia resta una nazione con una cultura comune, una lingua comune: quando è stato chiesto di fare sacrifici, la gente ha risposto. Non così negli Stati Uniti, che hanno avuto pessimi risultati. E tuttora vivono fra disagio sociale, sfiducia e polarizzazione politica. Idem il Regno Unito. In America la società ha una fede enorme nella tecnologia come fonte di salvezza. Pensavano che il vaccino li avrebbe salvati. Ma dopo che il vaccino è diventato disponibile, la diffidenza sociale ha preso il sopravvento, e ancora oggi la sfiducia è il vettore principale» – ha dichiarato il saggista indiano in una recente intervista al Corriere2. Il nesso causale tra crisi climatica ed ecologica e la sindemia da Covid-19 è la conseguenza centrale del comportamento degli esseri umani, esattamente come i conquistadores diffusero malattie mai apparse prima e sterminarono le civiltà native americane: «Credo sia chiaro come il global warming segua questi modelli. Una delle caratteristiche più marcate del colonialismo è ciò che si potrebbe chiamare “violenza per omissione”. Permettere alle malattie di fare strage. O agli interventi sull’ambiente di provocare disastri contro i popoli nativi».

Amitav Ghosh crede che la violenza distruttiva contro la Terra, derivanti dalla mentalità estrattiva e separatista, sia non solo derivante dal capitalismo e dalla sua globalizzazione, ma bensì dal colonialismo, nato in epoche pre-capitalistiche, con l’idea che l’imperialismo venga prima del capitalismo come causa della devastazione del pianeta. Come ha dichiarato Ghosh al Corriere, il momento scatenante è stato quando l’Europa ha conquistato le Americhe: «Un evento che ha comportato una violenza su una scala mai vista prima, con la soppressione di 80-90 milioni di persone. Quella violenza ha creato una nuova società. Con l’eliminazione di decine di milioni di persone, ma anche con l’idea di sostituirli con africani schiavi. Un intervento demografico su quella scala non era mai avvenuto, mai. (…) Negli ultimi anni, l’intero discorso sul cambiamento climatico è stato focalizzato sul capitalismo come il principale motore del disastro che stiamo attraversando. Certo, c’è molta verità in questo. Ma allo stesso tempo il nostro capitalismo non è nato da sé, è venuto fuori dal colonialismo che lo ha reso possibile. Le disuguaglianze, specie quelle geopolitiche, sono simili a ciò che esisteva nel XVII secolo. Il dominio globale dell’Europa d’allora corrisponde a quello odierno dell’Occidente».

Secondo Ghosh il suprematismo bianco occidentale non è solo un retaggio nazista e fascista e di qualche nostalgico, ma bensì un fenomeno che attraversa tutti gli occidentali contemporanei, anche i più progrediti. Il suprematismo bianco è stato la base giustificatrice del genocidio dei nativi americani e degli schiavi in quanto non considerati “completamente umani”, esattamente come è alla base dell’utilitarismo (l’uomo bianco poteva fare di loro ciò che voleva), dell’antropocentrismo (che è una costruzione occidentale) e della violenza nei confronti della Natura. L’uomo bianco si è sempre sentito superiore e padrone sostituendo l’etica ancestrale fondata sul senso del limite con l’etica centrata sull’azione ipertrofica dell’individuo. Come ha sostenuto Ghosh: «Se oggi queste idee vivono è grazie all’esperienza coloniale delle Americhe. Poche centinaia di bianchi violentissimi dell’Estremadura3 scoprirono di poter sterminare centinaia di migliaia di nativi. Così è entrata in testa l’idea di esser simili a Dio, padroni del mondo. Che tutto esista per servirli».

L’idea stessa delle fonti d’energia fossile ha origini coloniali e nascono da un problema di potere e di controllo. Come spiega Ghosh: «L’energia diventa il perno della geopolitica globale alla fine del XVIII secolo, quando i combustibili fossili che gli inglesi cominciano a usare diventano centrali nelle loro strategie imperiali. E i combustibili fossili sono divenuti importanti perché – a differenza dell’energia dei mulini – potevano essere portati ovunque, quindi controllati».

Dove poggia sul piano culturale e filosofico? Secondo il saggista indiano «L’Illuminismo è di sicuro legato a questa esperienza. L’idea che gli esseri umani siano al di sopra di tutto. Penso, quindi sono4. È da qui che discende quell’incredibile violenza. E infatti diversi pensatori chiave del tempo erano connessi strettamente al colonialismo. Cartesio ha trascorso gran parte della sua vita in Olanda quando questa era il perno del dominio globale. Il filosofo inglese Locke investiva nelle piantagioni e comprava schiavi. Anche Hegel ripeteva che gli africani erano inferiori, senza storia. Mentre parlava di libertà dello spirito». La violenza coloniale nei confronti della Natura si è concretizzata nell’idea scientifica e riduzionista di classificare, di dare nome alle cose: gli scienziati settecenteschi usavano la classificazione come modo per separare, dividere e infine dominare. «Il sistema con cui Linneo battezzò animali, piante e minerali deriva interamente dal colonialismo. L’idea era avere un sistema che potesse oggettivare le risorse che il mondo offriva. E il sistema linneano ha trionfato non perché fosse il migliore ma perché l’impero spagnolo l’adottò».

Amitav Ghosh punta il dito contro il net-zero washing, che tanto piace all’Occidente per lavarsi la coscienza di politiche tossiche, anti-ecologiche e estrattiviste; e contro il soluzionismo tecnocratico alla crisi climatica. Nei Paesi ricchi si pensa che la crisi climatica sia una preoccupazione tecnica con effetti economici, mentre in quelli poveri è un problema di disuguaglianza e giustizia: «Se chiede a chiunque in Occidente qual è la posta in gioco con il clima tutti risponderanno che si tratta di ridurre l’impronta di carbonio. Di soluzioni tecniche. Nel Sud globale, se dite a qualcuno cosa pensa di fare al riguardo? La risposta sarà sempre: “Perché dovrei far qualcosa? La nostra impronta pro-capite è ancora piccola rispetto a quella dell’Occidente! Tocca a loro agire. Sono diventati ricchi quando eravamo poveri, a nostre spese. La percezione è di profonda ingiustizia». Per arrivare alla decarbonizzazione necessaria al pianeta c’è solo un modo: «che l’Occidente riduca le emissioni cambiando stile di vita. Fino a quando ciò non accadrà qui, non accadrà da nessun’altra parte. È la cruda realtà». Questo in parte è già realtà in Cina, per esempio, con l’enorme calo della domanda dei consumatori, esattamente come in India perché la gente ancora ricorda come si può vivere in modo frugale. Come ci ricorda Ghosh: «Toccherà agli occidentali imparare a farlo».

 

1 https://www.focus.it/ambiente/animali/8-cose-che-forse-non-sai-sulle-vacche-sacre-in-india#:~:text=Negli%20antichi%20testi%20la%20mucca,la%20giustizia%20e%20la%20salvezza.

2 https://www.corriere.it/pianeta2030/22_novembre_30/amitav-ghosh-tutto-cominciato-il-colonialismo-quando-iniziammo-far-violenza-terra-12422acc-6efc-11ed-9e97-468f31203204.shtml

3 Regione spagnola di frontiera della cristianità durante la Reconquista, all’estremità segnata dal fiume Duero (“Extrema Duris”) da cui partirono le grandi spedizioni coloniali spagnole e portoghesi.

4 Cogito ergo sum alla base del riduzionismo cartesiano

da qui

sabato 2 luglio 2022

deportazioni di indigeni per lasciare spazio ai parchi naturali per i ricchi

 

Kenya, la denuncia dei Sengwer: i finanziamenti occidentali alla conservazione porteranno a un 'genocidio'

 

In una lettera diffusa oggi da Survival International, i Sengwer del Kenya fanno appello all’opinione pubblica occidentale affinché smetta “di finanziare progetti di conservazione che ci derubano delle nostre terre e distruggono le nostre vite… Se volete fare conservazione, la prima cosa è garantire i diritti territoriali di noi Sengwer e di altri popoli indigeni. Se i nostri diritti non saranno rispettati, della foresta non rimarrà nulla.”

“Il modello di protezione della natura che finanziate risale al periodo coloniale e porterà a un genocidio… Vi esortiamo a smettere di finanziare violazioni degli stili di vita indigeni, che sono sostenibili e rispettosi dell’ambiente. Invece, lavorate con noi per proteggere la nostra foresta, proteggendo i nostri diritti. E non solo per noi Sengwer, ma anche per tutte le comunità in Kenya e nel resto del mondo.”

La lettera arriva a pochi giorni dalle violenze avvenute a Loliondo, nel nord della Tanzania, dove le autorità cercano di sfrattare migliaia di Masai per far spazio alla caccia da trofeo e al turismo di lusso.

Questo appello echeggia le denunce che in tutta l’Africa orientale gli indigeni levano contro progetti di conservazione razzisti e coloniali.

La Frankfurt Zoological Society, The Nature Conservancy e altre grandi organizzazioni per la conservazione, ma anche l’Unione Europea e i governi di Germania, Francia e USA, sono tra i principali finanziatori di programmi di conservazione che implicano la creazione e il sostegno ad Aree Protette nelle terre ancestrali dei popoli indigeni, che vengono quindi sfrattati e abusati.

Tra i popoli indigeni che denunciano l’impatto di progetti di conservazione sulle loro vite ci sono:

• I Borana (Kenya). “Chiedo al mondo, il mondo intero, che dona denaro alla Northern Rangelands Trust (NRT)… gentilmente, in quanto esseri umani, non considerate il mio colore, la mia religione ma [consideratemi] un essere umano. Veniamo torturati, veniamo colonizzati una seconda volta, stiamo morendo… vi chiediamo di fermare queste donazioni alla NRT. Se siete umani, se siete davvero umani, fermate tutto questo” ha detto a Survival un uomo Borana.

• I Masai (Tanzania): “Il vostro denaro per noi è veleno” ha detto un anziano masai. “La conservazione è sempre negativa. Nella cultura masai, abbiamo bisogno di un’ampia area aperta per il bestiame. Ma da quando è iniziata la conservazione, ci spingono in spazi più piccoli e questo ha fatto morire una parte del bestiame.” “Tra tutti i nemici nel mondo, la Frankfurt Zoological Society è il nemico numero uno dei Masai perché è responsabile di tutti gli sfratti dei Masai da quando abbiamo lasciato il Serengeti. Sono venuti con le loro idee e il loro denaro. Anche a Ngorongoro, e ora anche in questi 1.500 kmq di terra (a Loliondo). Da quando ho lasciato il Serengeti, ho perso molte cose importanti. Ho perso il Serengeti. Quella pianura, una terra ottima per il pascolo. L’amavo.”

• Gli Enderois (Kenya). Un uomo sfrattato nel 1973 per la conservazione ci ha detto: “La vita prima era bella. Avevamo molti animali e la nostra vita non era limitata. Poi è arrivato il governo e ci ha detto che questa doveva essere ’un’area di conservazione’, e allora abbiamo subito crudeltà. Siamo stati costretti dalla polizia ad andare via, e non sapevamo dove andare. Ci è stato detto che il ruolo del governo era prendersi cura della fauna selvatica e non degli esseri umani. Ma noi non uccidevamo gli animali, li preservavamo.”

• Gli Ogiek (Kenya). “ll governo ha detto che sfrattare le comunità è un modo per ripristinare la foresta. Ma se la foresta fosse lasciata agli Ogiek, non verrebbe distrutta. Noi apparteniamo alla foresta, è lì che ci sono molte delle cose da cui dipendiamo.”

A seguito delle recenti violenze avvenute a Loliondo, dove circa 31 Masai sono stati feriti e a migliaia sono fuggiti, Survival International e l’Oakland Institute hanno scritto all’UNESCO e alla IUCN per sollecitarli a cancellare Ngorongoro dall’elenco dei Siti Patrimonio dell’Umanità e tagliare ogni loro legame con il governo tanzaniano.

“È chiaro ora più che mai che gli abusi e il furto di terra nel nome della conservazione non vengono commessi solo da ‘qualche mela marcia’; al contrario, fanno parte di un sistema” ha spiegato Fiore Longo di Survival International. “Se vogliamo salvare la biodiversità, dobbiamo rispettare i diritti indigeni e lottare contro questo modello di conservazione coloniale e razzista. I leader mondiali stanno spingendo per trasformare il 30% del pianeta in Aree Protette al prossimo vertice della CBD a dicembre: è questo il momento giusto per fargli sapere che questa proposta è una catastrofe per i popoli, per la natura e per tutta l’umanità.”

https://www.survival.it/notizie/13151

 

 

 

Tanzania: decine di Masai feriti e arrestati, a migliaia in fuga. Li vogliono sfrattare per far spazio a safari, caccia sportiva e ‘conservazione’

 

Migliaia di Masai sono scappati dalle loro case per rifugiarsi nel bush e sfuggire a una brutale repressione da parte della polizia: i Masai protestavano contro i tentativi del governo di sfrattarli per far spazio alla caccia da trofeo e alla conservazione.

L’8 giugno, decine di veicoli della polizia e circa 700 funzionari sono arrivati a Loliondo – nella Tanzania settentrionale, vicino al famoso Parco Nazionale del Serengeti – per demarcare un’area di 1.500 kmq di terra masai e trasformarla in un’Area Protetta. Il 10 giugno hanno sparato ai Masai che protestavano contro i tentativi di sfratto: almeno 18 uomini e 13 donne sono stati colpiti con armi da fuoco, mentre 13 persone sono state ferite con i machete. È stata confermata la morte di una persona.

Video e foto diffusi ampiamente sui social media mostrano un attacco indiscriminato e letale su coloro che protestavano.

Adesso la polizia sta andando casa per casa nei villaggi masai, picchiando e arrestando chi ritiene abbia diffuso le immagini delle violenze o abbia preso parte alle proteste. Un uomo di 90 anni è stato picchiato dalla polizia perché il figlio era accusato di aver filmato la sparatoria. In uno solo dei villaggi, almeno 300 persone, compresi bambini, sarebbero scappati nel bush. Una decina di persone sono state arrestate.

Le violenze degli ultimi giorni sono solo l’ultimo di una lunga serie di tentativi fatti precedentemente dalle autorità della Tanzania per sfrattare i Masai dalla loro terra, a Loliondo, e far spazio al turismo dei safari e alla caccia da trofeo. A ottenere il controllo e la gestione della caccia commerciale nell’area sarebbe la Otterlo Business Company (OBC, basata negli Emirati Arabi) – che organizza spedizioni di caccia per la famiglia reale degli Emirati e i suoi ospiti.

“Il nostro governo ha deciso di sguinzagliare tutta la potenza dei militari per cacciarci dalla nostra terra, lasciando molti feriti per i colpi di arma da fuoco e i bambini a vagare nel bush. Noi ci siamo spostati a dormire nel bush” ha spiegato un leader masai, che resta anonimo per motivi di sicurezza. “Il governo rifiuta di curare i feriti. Molte persone sono senza cibo. E questa è la nostra terra ancestrale. Prendere la nostra terra per far spazio alla caccia da trofeo di lusso dei leader degli Emirati Arabi, è una cosa barbara.”

“Amo questo luogo perché è la mia casa…” ha detto un altro uomo masai. “Vogliono la nostra terra perché abbiamo fonti d’acqua, e le abbiamo perché le proteggiamo. Conviviamo con la fauna da generazioni.”

“Non vogliono i Masai perché le persone che vengono qui non vogliono vedere i Masai. Prima non pensavamo molto al turismo (o comunque non in senso negativo), ma ora abbiamo capito che turismo significa che arrivano persone con i soldi, il che induce il governo a concludere che ‘Se spostiamo i Masai, di persone con i soldi ne verranno di più’.”

La Germania è un’importante finanziatrice di progetti di conservazione in Tanzania ed è ampiamente coinvolta nella definizione delle politiche di conservazione nel paese, che hanno già causato lo sfratto di migliaia di indigeni. La Frankfurt Zoological Society finanzia guardaparco e funzionari, alcuni dei quali – secondo i Masai – hanno preso parte agli ultimi sfratti.

“Ciò che è in corso a Loliondo si sta rapidamente trasformando in una catastrofe umanitaria, che rivela il vero volto della conservazione" ha detto oggi Fiore Longo di Survival International. “Sparano contro i Masai solo perché loro vogliono vivere in pace nelle loro terre ancestrali, li attaccano per far spazio alla caccia da trofeo e alla ‘conservazione’. Molti dei Masai che oggi subiscono violenze erano già stati sfrattati nel 1959 dal Serengeti, dai funzionari coloniali britannici: di fatto, quella di oggi non è altro che una continuazione del passato coloniale.”

“La violenza che vediamo in Tanzania è la realtà della conservazione in Africa e Asia: violazioni quotidiane dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali per permettere ai ‘ricchi’ di cacciare e fare safari” ha continuato Fiore Longo. “Questi abusi sono sistematici e sono il risultato di un modello di conservazione dominante, che ha le sue radici nel razzismo e nel colonialismo. L’idea che vi sta dietro è che all’interno delle Aree Protette gli umani – e in soprattutto i non bianchi – siano una minaccia per l’ambiente. Ma i popoli indigeni vivono in queste aree da generazioni: quei territori oggi sono aree importanti per la conservazione proprio perché i suoi abitanti originari si sono presi cura così bene di fauna e flora. Non possiamo più chiudere un occhio di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse nel nome della ‘conservazione’. Questo modello di conservazione è profondamente disumano e inefficace, e deve cambiare immediatamente.”

Note ai redattori:
- Il governo della Tanzania sta cercando di creare un’Area Protetta di 1.500 kmq nelle terre masai. Sarà destinata a caccia sportiva (sotto il controllo della Otterlo Business Corporation), conservazione e turismo dei safari.
- La nostra ricercatrice Fiore Longo è appena rientrata da una missione su campo ed è disponibile per approfondimenti o interviste in italiano.

https://www.survival.it/notizie/13081

 

 

Indagine in India: I “trasferimenti volontari” dalle Riserve delle Tigri sono stati sfratti forzati

 

Tribù di raccoglitori di miele protesta per il diritto a tornare nella Riserva delle Tigri di Nagarhole

I popoli indigeni che vivono nella nota Riserva delle Tigri di Nagarhole, e che secondo quanto affermano le autorità si sarebbero trasferiti volontariamente fuori dalla riserva, sono in realtà stati sfrattati con la forza. A rivelarlo è un rapporto diffuso in questi giorni da Fridays for the Future Karnataka e altri.

Gli sfratti sono stati eseguiti dal Dipartimento indiano alle Foreste, con il supporto della Wildlife Conservation Society (WCS, organizzazione legata allo Zoo del Bronx di New York). La WCS insiste nell’affermare che si tratta di ‘trasferimenti volontari’ vantaggiosi anche per le tribù che, sempre secondo la WCS, nella foresta vivevano nella paura costante della fauna selvatica.

Il team di ricerca ha intervistato molti Jenu Kuruba che hanno invece detto che non era loro intenzione andarsene ma che sono stati minacciati e perseguitati per farlo; anche tramite la distruzione delle loro coltivazioni da parte del Dipartimento alle foreste.

Quello che oggi è il Nagarhole National Park & Tiger Reserve, a Karnataka, fu creato nel 1983 nelle terre ancestrali dei Jenu Kuruba e di altre tribù. È una delle mete più popolari dell’India per i safari della tigre.

L’indagine ha rivelato che:

- Molti Jenu Kuruba chiedono di tornare ai loro villaggi originari, che ora si trovano all’interno della riserva.
- Gli sfratti li hanno privati del diritto di pregare le loro divinità nella foresta. Il Dipartimento alle Foreste gli impedisce di tornare nella foresta per praticare la loro religione.
- Le promesse fatte dal Governo durante il trasferimento non sono state mantenute. Molti Jenu Kuruba stentano a sopravvivere nei centri di reinsediamento e la maggior parte di loro non ha nemmeno avuto i 3 acri (1,2 ettari) che gli erano stati promessi.

“La nostra richiesta è una sola: lasciateci tornare” ha detto Ganguamma, sfrattato nel 2018. “Non abbiamo bisogno di niente da voi. Possiamo vivere per conto nostro all’interno della foresta, come abbiamo fatto per generazioni. Le tigri e gli elefanti non ci attaccano perché sono la nostra famiglia. A Nagarhole eravamo più felici e in salute, stavamo bene.”

“Siamo cresciuti nella foresta e abbiamo condiviso la foresta con gli animali selvatici, per questo noi non abbiamo paura di loro e loro non distruggono le nostre coltivazioni” ha detto JD Jeyappa, un altro uomo Jenu Kuruba. “Sono le persone del Dipartimento alle Foreste che ne hanno paura, e sono loro che distruggono le nostre coltivazioni.”

Basava Raju, un anziano Jenu Kuruba che nel 2014 è stato “trasferito” a 100km dalla riserva, ha detto: “Questi non sono campi di reinsediamento, sono luoghi per ucciderci, uccidere le nostre radici nella foresta, uccidere la nostra cultura e le nostre divinità sacre.”

Queste le richieste degli autori del rapporto:

- Fermare completamente i continui tentativi di sfrattare altri Jenu Kuruba.
- Permettere ai Jenu Kuruba che lo vogliono, di fare ritorno ai loro villaggi originari.
- Riconoscere i diritti forestali dei Jenu Kuruba.

“Questo rapporto mostra la realtà della conservazione-fortezza che sta distruggendo le vite dei popoli indigeni in Africa e Asia. I Jenu Kuruba sono stati sfrattati illegalmente e costretti a vivere vite miserabili nei campi di reinsediamento” ha detto oggi Sophie Grig, ricercatrice di Survival International. “È stato violato persino il loro diritto costituzionale di praticare la loro religione. Molti non ne possono più e rivendicano il diritto a tornare nei loro villaggi nella foresta. Questo modello di conservazione coloniale è disastroso per le persone e per il pianeta, e deve essere fermato.”

https://www.survival.it/notizie/13001

 

 

martedì 23 novembre 2021

India, stop alle riforme agricole dopo un anno di proteste: “È una vittoria per tutti”

 

Jorawar Singh, portavoce della comunità Sikh in Italia: “Siamo molto felici, ma non dimentichiamoci delle 700 persone morte per il bene delle future generazioni”.

A cura di Beppe Facchini

 

Dopo quasi un anno di proteste, il governo indiano ha deciso di fare un passo indietro: le tre leggi di riforma del settore agricolo, lo stesso che impiega oltre il 70% della popolazione nel Paese asiatico, verranno abrogate. Ad annunciarlo in diretta tv è stato direttamente il primo ministro Narendra Modi. "Inizieremo il processo costituzionale per abrogare tutte e tre le leggi nella sessione parlamentare che inizia alla fine di questo mese", ha affermato in un discorso alla nazione, aggiungendo: "Lancio un appello a tutti gli agricoltori che stanno partecipando alle manifestazioni perché tornino a casa, riunendosi con i loro cari, le fattorie e le famiglie".

 

La protesta degli agricoltori indiani era cominciata nei mesi finali del 2020 e aveva coinvolto anche le più grandi comunità Sikh oltre i propri confini nazionali, compresa quella italiana che a Fanpage.it, tramite il portavoce Jorawar Singh, aveva spiegato: “Questa riforma è arrivata senza il coinvolgimento di sindacati e rappresentanti dei lavoratori agricoli e permetterà alle grandi multinazionali di comprare i terreni dagli agricoltori, i quali, se dovessero trovarsi in situazioni di debito, non lo saranno più nei confronti dello Stato, ma verso delle multinazionali che ovviamente funzionano in modo diverso”. Non solo. Con la riforma, aveva sottolineato ancora Singh, “non è neanche più garantito il prezzo minimo statale che consente la sopravvivenza degli agricoltori anche nei momenti bui”.

 

Lo stesso rappresentante in Italia della comunità, residente a Piacenza, oggi commenta: “Le parole del primo ministro, che si spera diventino fatti, rappresentano una grande vittoria per tutti i contadini che si sono messi in prima linea da 11 mesi a questa parte per lottare e fare una protesta pacifica, in cui però hanno anche perso la vita oltre 700 persone, oggi rinominati come martiri perché hanno combattuto per qualcosa di più grande di loro. Qualcosa che andava oltre il proprio interesse personale, anche perché la maggior parte di loro era gente avanti con l'età e ormai non faceva più il contadino, ma ciononostante si è preoccupato del futuro delle prossime generazioni”.

Le leggi in questione erano state approvate a settembre del 2020 e il governo le aveva difese definendole necessarie per modernizzare il settore e spingere la produzione tramite investimenti privati. Ma gli agricoltori hanno fin da subito protestato duramente, sostenendo che invece le riforme avrebbero devastato i loro guadagni, protestando a oltranza, nonostante la pandemia e i diversi episodi che hanno rischiato di far degenerare la loro battaglia in gravi violenze, riuscendo anche a intavolare delle trattative col governo. Peccato che gli oltre quindici incontri con le delegazioni di agricoltori non abbiano mai portato a nulla, almeno fino ai giorni scorsi. Le richieste non negoziabili dei contadini, con milioni di persone per le strade delle principali città del Paese, avevano portato ad inizio estate ad un intervento persino della Corte Suprema indiana, intervenuta nella vicenda con uno stop momentaneo all'applicazione delle riforme, cui ha fatto quindi seguito l'annuncio di Modi in diretta tv. Un annuncio accolto con grande festa anche dagli esponenti politici più vicini ai manifestanti, come Arvind Kejriwal, il governatore di Delhi, che ha ad esempio accolto la novità come "una vittoria della democrazia, non solo dei contadini". Dal canto suo, il primo ministro, spiegando che la scelta della revoca delle leggi è arrivata perché il suo governo “non è stato in grado di convincere i contadini”, ha inoltre annunciato la creazione di un comitato che includerà rappresentanti del governo centrale, di quelli di vari Stati, delle organizzazioni dei contadini, di agronomi ed esperti economici per concordare le prossime decisioni e per rendere il prezzo minimo garantito per i prodotti agricoli "una misura più efficace e trasparente".

 “Siamo tutti molto felici – dice ancora Jorawar Singh-. È una grande vittoria anche per le comunità indiane e Sikh all'estero, che non hanno mai smesso di seguire la vicenda, nonostante le condizioni di un periodo storico così difficile, che impediva a chiunque di andare lì e unirsi ai manifestanti. Da parte mia, ciò che vorrei sottolineare è proprio il fatto che questa protesta non è mai stata trascurata anche da chi non è contadino, cercando per un anno di tenerne alta l'attenzione, anche grazie ai social. È la dimostrazione che l'unione fa la forza”. Alcuni in patria, però, nutrono ancora delle perplessità sulla questione, sostenendo che la decisione di revocare le riforme sia legata alle imminenti elezioni negli stati dell’Uttar Pradesh e del Punjab, dove gli agricoltori sono buona parte del bacino di elettori e dove le organizzazioni agricole hanno grande potere e influenza. Alcuni leader delle proteste, infatti, hanno fatto sapere che non smetteranno di manifestare. E uno di loro, Rikesh Tikait, come riporta il The Guardian, ha annunciato che comunque gli agricoltori non si sposteranno dai loro accampamenti fino a quando le leggi non saranno state ritirate definitivamente, dopo le discussioni in Parlamento.

da qui

lunedì 6 settembre 2021

L’occidente è il grande malato, l’Africa sceglie di guarire - Alberto Capece

 


Esistono numerosi trattamenti efficaci per le malattie respiratorie che funzionano in parte rafforzando il sistema immunitario mettendo a disposizione i componenti necessari e in parte combattendo i virus stessi. Il primo gruppo comprende vitamine o aminoacidi, mentre altri comprendono farmaci antivirali come ivermectina, budesonide, bromexina e altri. L’ivermectina in particolare ha dimostrato la sua efficacia in India., ma anche se non di più in Africa: da una parte abbiamo gli studi striminziti con 200 partecipanti che sono apprezzati dall’industria farmaceutica e dai loro amici per la facilità di ottenere il risultato che si vuole, dall’altro lato ci sono India e Africa, che stanno dimostrando l’efficacia delle cure attraverso 2,7 miliardi di persone.

Ad esempio, stati indiani come l’Uttar Prahdesh, con una popolazione di 236 milioni di abitanti, hanno usato per un po’ di tempo l’ivermectina per la profilassi e il trattamento precoce e non hanno avuto problemi, poi è stata sospesa e i  i casi sono aumentati, poi è stata reintegrata e i casi sono immediatamente calati. Il piccolo stato del Tamil Nadu con una popolazione di 10 milioni di persone si è invece, affidato al remdesivir e ha avuto risultati molto peggiori. I dettagli possono essere trovati qui. Nel complesso, l’India ha effettuato studi sugli anticorpi all’inizio di luglio, da cui è emerso che circa 952 milioni di persone che hanno acquisito l’immunità naturale dall’infezione con un tasso di mortalità dello 0,045%, ben al di sotto di quello dell’influenza. Insomma  l’ivermectina ha avuto un grande successo.

La stessa cosa è successa in Africa e in maniera ancora più clamorosa perché una certa serie di stati si è affidata all’ivermectina mentre altri si sono fidati dei vaccini occidentali  con risultati clamorosamente differenti come si può osservare dall’immagine all’inizio  dove in beige ci sono i Paesi che non hanno usato questo farmaco e in blu ci sono quelli che invece lo hanno fatto: i diagrammi dei rispettivi colori dimostrano la clamorosa differenza in fatti di morti.  E qui sotto un’altrettanto clamorosa differenza nel numero dei casi.

 



Il gruppo di paesi con uso di ivermectina comprende 31 stati con un totale di 972,5 milioni di abitanti. I seguenti stati:

Angola, Benin, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo (Brazzaville), Congo (Kinshasa), Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Etiopia, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Kenya, Liberia, Malawi , Mali , Mozambico, Niger, Nigeria, Ruanda, Senegal, Sierra Leone, Sud Sudan, Sudan, Tanzania, Togo, Uganda.

Il gruppo di paesi che non utilizzano l’ivermectina comprende 22 paesi con 357,3 milioni di abitanti: Algeria, Botswana, Capo Verde, Comore, Egitto, Eritrea, Swaziland, Gambia, Lesotho, Libia, Madagascar, Mauritania, Mauritius, Marocco, Namibia, São Tomé e Príncipe, Seychelles, Somalia, Sudafrica, Tunisia, Zambia, Zimbabwe.

L’utilizzo di questo farmaco è molto ampio in alcuni Paesi del continente per combattere l’oncocercosi, un’infezione da nematodi, ma si è rivelata preziosa contro il covid come attesta uno studio giapponese condotto dal professor Hisya Tanioka. E’ sconvolgente vedere il continente considerato più arretrato strabattere un occidente impazzito e istupidito che ha rifiutato qualsiasi idea di cura perché si dovevano vendere i vaccini. Ricordate quando all’inizio della Pandemia ci si chiedeva come avrebbero fatto i Paesi poveri a uscire dalla tempesta? Adesso capiamo che dovevamo invece interrogarci sugli stati ricchi e sulla degenerazione delle istituzioni.

da qui