lunedì 14 luglio 2025
venerdì 23 febbraio 2024
India: esperti denunciano il rischio di genocidio per gli Shompen incontattati
Trentanove studiosi internazionali di genocidio hanno scritto al governo indiano per denunciare che il progetto di convertire l’isola di un popolo incontattato in un mega-porto e in una città sterminerà la tribù.
L’isola di
Gran Nicobar, nell’Oceano Indiano, è la casa di circa 300 cacciatori
raccoglitori Shompen,
di cui due terzi sono incontattati. È una delle tribù più isolate della Terra e
vive nelle dense foreste pluviali che occupano l’interno dell’isola.
Il progetto
da 9 miliardi di dollari che il governo indiano ha varato per l’isola comprende
un porto gigantesco, una nuova città, un aeroporto internazionale, una centrale
elettrica, una base di difesa, una zona industriale e l’arrivo di 650.000
coloni – con un aumento della popolazione di circa l’8000%.
“Se il
progetto andasse avanti, anche in forma più ridotta, crediamo sarebbe una
condanna a morte per gli Shompen, equivalente al crimine internazionale di
genocidio” hanno affermato gli esperti, provenienti da istituzioni accademiche
di tredici paesi. Tra loro storici, sociologi e l’ex Presidente
dell’International Association of Genocide Scholars.
Secondo gli
esperti, "il semplice contatto tra gli Shompen – che hanno poche, o
nessuna, difese immunitarie verso le malattie infettive importate – e coloro
che provengono dall’esterno porterà con certezza a un forte crollo della
popolazione. Ne seguirà la morte di massa dell’interno popolo degli Shompen. Il
solo modo per evitare la distruzione degli Shompen è abbandonare il progetto.”
Survival
International chiede che il progetto sia abbandonato e che i diritti di
proprietà territoriale degli Shompen sulle loro terre ancestrali siano
riconosciuti. Oltre 7.000 persone hanno scritto
al governo indiano per sostenere questo appello.
“Questo è un
chiaro avvertimento a cui il governo indiano deve prestare ascolto: procedere
con il progetto per Gran Nicobar distruggerà l’isola in cui vivono gli Shompen,
causandone il genocidio” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival
International, Caroline Pearce.
mercoledì 25 ottobre 2023
L’ultimo viaggio - Carlotta Indiano, Fabio Papetti
Le navi a fine vita vengono smantellate principalmente in Asia meridionale e in Turchia. Ma raramente in questi cantieri ci sono standard di sicurezza adeguati. I lavoratori spesso si ammalano a causa delle sostanze tossiche contenute nelle carcasse delle navi. Una su tutte, l’amianto
I fumi dell’acciaio fuso si alzano in cielo nella città costiera di Alang, nello stato del Gujarat in India occidentale. Sulla costa, decine di navi giacciono immobili spiaggiate sulla riva sabbiosa, dal colore rugginoso, pronte per essere smantellate. Armati di fiamme ossidriche, con occhiali da sole e stracci per coprirsi naso e bocca come unica protezione, i lavoratori dei cantieri di demolizione iniziano a sciamare attorno e sopra le navi per tagliare via le lamiere che le compongono. Gli incidenti sono all’ordine del giorno: ogni anno i cantieri reclamano la vita di decine di operai. All’alba, quando le gru sono solo braccia immobili alzate contro il cielo appena schiarito dalla luce, nelle capanne dei lavoratori attorno al cantiere aleggiano i fumi dell’incenso usato nelle loro preghiere alla dea Kali, divinità protettrice del porto di Alang: «Guidami attraverso questo oceano di sofferenze, oh Kali, distruggi la mia tristezza».
L'inchiesta in breve
·
Lo smantellamento delle navi a fine vita è una pratica pericolosa per i
lavoratori e l’ecosistema.
·
Nel Nord globale, normative stringenti rendono poco conveniente la
demolizione in cantieri regolamentati e ben attrezzati. Per questo motivo circa
l’80% delle navi nel mondo finisce in cantieri di smantellamento nell’Asia
meridionale e in Turchia
·
Alang, Chittagong e Gadani sono le mete preferite dai proprietari delle
navi. In questi cantieri i lavoratori rischiano la vita ogni giorno, estraendo
pezzi di nave a mani nude ed entrando in contatto con diverse sostanze
pericolose per la salute umana. Una su tutte l’amianto
·
Complice una regolamentazione internazionale opaca, i proprietari delle
navi si rivolgono a intermediari detti cash buyer che
offrono “pacchetti ultimi viaggi” per navi che devono essere smaltite,
aggirando le normative e procurando ulteriori danni con il solo obiettivo del
profitto
La città del Gujarat rappresenta, insieme a Chittagong (Bangladesh) e
Gadani (Pakistan), la destinazione finale per l’80% delle navi nel mondo. Si
stima che circa il 90% delle navi di proprietà europea finisca in uno di questi
cantieri nonostante, secondo la legge, non ce ne dovrebbe finire nessuna. In
questi luoghi le condizioni precarie di lavoro portano alla morte non solo per
incidenti ma anche per avvelenamento, attraverso il contatto diretto con le
varie componenti tossiche all’interno delle navi, una su tutte l’amianto.
Questo materiale, particolarmente pericoloso per la salute specialmente quando
movimentato, viene gestito con pochissima cura per la sicurezza. In alcuni casi
i lavoratori rimuovono le fibre che contornano le tubature o le lastre
metalliche delle imbarcazioni addirittura a mani nude.
I rottami degli oceani
Il 2 aprile 2022 sbarca a Chittagong la Race, una nave cargo battente
bandiera liberiana. Ha vent’anni ed è pronta per essere smantellata: nel tempo
ha cambiato nome e proprietario molte volte, si è chiamata Mineral Sines, e dal
2013 Abml Grace, quando ha indossato la bandiera maltese
sotto la proprietà dalla società marittima italiana Cafiero Mattioli. Subito
prima di essere spedita in Asia meridionale però, la nave ha cambiato ancora
una volta bandiera e proprietà: nel 2020 è stata venduta alla Continental
Vessel Brokering, che le ha assegnato la bandiera liberiana. Sulle implicazioni
di questa compravendita torneremo più tardi.
Come centinaia di sue compagne, la Race viene spiaggiata nell’area
intertidale, quel punto del litorale soggetto alle maree. Qui, per condizioni
morfologiche e geografiche, si alza giornalmente una marea che copre centinaia
di metri di spiaggia, permettendo alle navi di avvicinarsi. Quando le acque si
ritirano, l’imbarcazione si trova sul basso fondale, pronta per essere
smantellata. Il beaching, lo spiaggiamento, è il
metodo utilizzato nei cantieri di smantellamento lungo le coste del Bangladesh,
dell’India e del Pakistan. Il terreno su queste spiagge è fangoso, molto
instabile e impedisce l’uso di macchinari come le gru, che servirebbero per
sollevare i pezzi più grossi della nave.
Tecniche di smantellamento di una nave
Una volta spiaggiata la nave, gli operai iniziano a setacciare i ponti,
rimuovendo tutto ciò che può essere rivenduto, dai mobili alle radio, ai
giubbotti di salvataggio. Poi inizia il processo di demolizione fisica della
nave. Si tratta di una pratica pericolosa sia per la sicurezza dei lavoratori
sia per l’ecosistema. Le squadre di demolitori cominciano a dissaldare la nave
in grandi pezzi, che vengono trasportati a riva per il taglio secondario. I
blocchi piombano sulla sabbia o nell’acqua sottostante utilizzando quello che
in gergo tecnico, con forse un filo di ironia, chiamano il “metodo della
gravità”: cioè semplicemente lasciandole cadere in mare. In questa fase schegge
di vernice contenenti metalli pesanti e altri rifiuti si depositano sul fondo e
risulta impossibile pulirli prima che la marea ritorni, portandoli via con sé.
Le acque di sentina, situate nella parte più bassa dello scafo della nave e
che contengono gli scarti del motore, possono rilasciare in mare olio, sali
inorganici, arsenico, rame, cromo, piombo e mercurio. Inoltre, se inalati, i
fumi di scarico del motore rimasti intrappolati causano gravi danni alla
salute. Raggiunte ormai le viscere della nave, gli operai si imbattono
nell’amianto, un materiale considerato nell’800 un “minerale magico” per le sue
capacità di utilizzo quasi illimitate…
venerdì 29 settembre 2023
Educazione dell’India tra ecocentrismo, decrescita e nonviolenza.
Intervista a Gloria Germani, di Lorenzo Poli
Oltre ad essere punto di riferimento per la spiritualità orientale, l’India
è conosciuta per le sue medicine tradizionali e il suo sistema d’educazione,
chiamato gurukulam. La colonizzazione inglese fece “tabula rasa” delle antiche
pedagogie indiane e impose il modello educativo occidentale. Dal XVIII secolo e
nei successivi 200 anni di dominazione britannica dell’India, avvenne la
soppressione dello studio e della pratica dei suoi sistemi educativi, ritenuti
antiquati, superati e ridicoli. Solo nel XX secolo grazie all’avvento del
movimento rivoluzionario nonviolento per l’indipendenza guidato dal Mahatma
Gandhi, l’educazione indiana venne nuovamente portata alla ribalta e il suo
sapere riconosciuto fondamentale all’interno del Paese. Di questo ne parliamo
con Gloria Germani, ecofilosofa, attivista nonviolenta nei movimenti deep
ecology, grande studiosa di Gandhi e tra gli eredi intellettuali del pensiero
di Tiziano Terzani. Praticante della scuola induista dell’Avdaita Vedanta (Via
della Non-dualità), per sette anni è stata attivista nelle scuole steineriane e
dal 2017 al 2021 è stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice Universal
Education School per un’educazione non-dualistica, ecocentrica ed olistica su
cui ha scritto il libro “A scuola di felicità e decrescita: Alice project”[1] edito da Terra Nuova con prefazione
di Sua Santità XIV Dalai Lama.
Come nascono e si diffondono i sistemi di educazione dell’India?
Innanzitutto grazie per questa intervista su un tema che ritengo
veramente fondamentale perché oggi si dà per scontata una sola ed
unica educazione, mentre non è affatto così. Credo infatti che per
guardare al nostro futuro sulla Terra sia assolutamente necessaria una
pedagogia ecologica, come abbiamo forse avuto in passato e in altre civiltà.
Sebbene gli inglesi l’avevano definita hinduism, come è noto la
cultura dell’India definisce se stessa come Sanathana Dharma, la
“legge, la via eterna”. In questo ambito, anche interrogarsi
riguardo alla sua origine, significa – come diceva Raimond Pannikar- rimanere
prigionieri di una visione lineare del tempo che oggi anche la fisica
quantistica sconfessa, come anche i famosi libri di Carlo Rovelli.
La “Legge eterna” si fonda su ciò che i Rishi, gli antichi
saggi, i veggenti, avevano visto ed udito riflettendo sull’essenza della realtà.
Queste verità si ritrovano condensate e trasmesse nei quattro Veda e
nelle Upanishad, testi trasmessi oralmente che
costituiscono continue interpretazioni e reinterpretazioni. Il nome
stesso Upanishad significa “sedersi vicino o ai
piedi” del maestro, il cosiddetto guru: “Colui che dissolve le
tenebre”. Gli ossessionati dalla storia collocano le più antiche delle oltre
108 Upanishad intorno al IX secolo a.C ( i.e. prima di
Cristo, ma perché questi riferimenti cosi autoreferenziali?) ma probabilmente
la loro storia è molto più antica se si pensa che nella civiltà di
Mohenjo- Daro ( metà del IV millennio a.C.) c’era già raffigurato
un uomo in posizione yogica che medita. I giovani andavo a vivere nella
casa del guru per un periodo di tempo considerevolmente lungo
( dai 10 ai 25 anni di età circa) . Imparavano da lui le verità delle Upanishad,
recitate a memoria, il sanscrito, la grammatica, oltre a praticare tutta
una serie di mansioni pratiche tipiche della vita in comunità.
Il fine non era quello di dare informazioni o nozioni, ma piuttosto far si
che il discepolo (shisha) sperimentasse accanto al maestro un processo
di trasformazione interiore. Conoscere il proprio vero Sé, attraverso i
testi e attraverso la meditazione era infatti la condizione necessaria
per capire anche l’essenza non-duale del Mondo. Essa è
chiamata Brahman, Tat, Ishvara, il sacro potere che tiene in vita l’universo
che è ritenuto identico al Sé (atman) che sta all’interno di ogni uomo o
donna o bambino. “Tu sei Brahman”, “Tu sei quello”, dicono le grandi verità
dell’India. Il sistema educativo indiano (gurukulam) implicava un
rapporto gratuito di devozione e di affetto nei confronti del maestro e di
fatto la relazione tra maestro-discepolo era considerata sacra e
fondamentale per la trasmissione della cultura indiana.
Si pensi che ancor oggi esistono lignaggi millenari, cioè catene
ininterrotte di maestro- discepolo che tengono vive specifiche tradizioni
spirituali. Gli Shankaracharya, a partire dal massimo filosofo indù, arrivano
alla 94ma /97ma successione ininterrotta, chiamata jagadguru,
cioè “maestro del mondo” e tengono viva la tradizione del Non dualismo (
advaita) .
Cosa avviene con la colonizzazione inglese? Quale è stato l’impatto sulla popolazione
e sulla cultura indiana?
La colonizzazione inglese impose alla grande cultura dell’India
il sistema moderno educativo che si basa sulla trasmissione
razionale delle varie nozioni relative alle varie materie –
ragioneria, matematica, geografia, storia, chimica, inglese – con il fine di
formare dei bravi funzionari e burocrati prima della
Compagnia delle Indie e poi dal 1858 del Governo britannico.
Dovrebbe essere conosciuto meglio il celebre discorso che l’Onorevole
Macauly che tenne nel 1835 riuscendo ad imporre i finanziamenti
per l’educazione occidentale in India. Diceva: “Non
conosco né il sanscrito né l’arabo, Ma non n è possibile negare che
un solo scaffale di una buona biblioteca europea valga
l’intera letteratura indigena dell’India e dell’Arabia. La superiorità
intrinseca della letteratura occidentale è del resto pienamente ammessa”.
Quanto arroganza razzista e coloniale! Oggi al contrario, assistiamo al
grande diffondersi delle dottrine orientali proprio in
occidente dove buddhismo, induismo, yoga hanno sempre più
entusiastici seguaci. Durante il colonialismo, la potenza militare ed economica
degli occidentali impressionò moltissimo gli animi
candidi e formati alla nonviolenza degli indiani e creò una
folta classe subalterna. L’educazione occidentale fini per sgretolare le
profonde conoscenze della “Legge Eterna”. Magnifici esempi di questo
processo di disgregazione sono forniti dal massimo scrittore indiano attuale
Amitav Gosh, nei sui romanzi storici in cui sottolinea i retaggi del
colonialismo in India.
In cosa divergevano le epistemologie della pedagogia indiana da quelli
occidentali?
Questo è davvero il punto focale della questione. Dopo anni di studi e
ricerche, sono pervenuta alla conclusione che le due epistemologie o teorie
della conoscenza sono completamente diverse, e questo incide profondamente
anche nella nostra realtà quotidiana. La tradizione occidentale – fin
dalla cultura giudaica e dalla Bibbia – si è sempre basata sul dualismo io-
mondo, Dio-creazione. E’ una cultura molto antropocentrica con una innata
fiducia nella capacità umana della parola e nel linguaggio logico-razionale. Da
Aristotele -che fonda il principio di non contraddizione – fino a Hegel, tutto
quello che è reale è razionale e questi principi pervadono anche la religione
cristiana che ha combattuto guerre feroci per stabile i suoi
dogmi, cioè le verità canoniche espresse in parole. Tutto diverso
in Oriente, dove non ci sono mai stati scismi oppure roghi dell’Inquisizione
per stabilire le verità. In generale in Oriente la parola ha un valore
limitato. L’apparato logico linguistico non è preso per fondamentale, serve tra
gli uomini come strumento, simbolo, allusione (vedi gli studi di H.Zimmer ) In
generale tutto “l’ambito dei nomi e delle forme” ( nama-rupa e)
è considerato come realtà molto parziale, per non dire illusione. Si
perviene alla realtà ultima, andando oltre la mente, oltre l’io psicologico,
oltre le parole. Acquietare la mente è il fine di tutte le tradizioni sia indù,
che buddhiste o zen. Pensiamo al principio dello Yoga che dice “Lo Yoga è il
volontario acquietamento delle agitazioni mentali”. Andare oltre la mente è
l’obiettivo dell’Oriente, senza il quale non si capiscono davvero civiltà
fondate e finalizzate alla meditazione e allo yoga. Il fine ultimo è
l’illuminazione ( uno stato di perfetta libertà e gioia) a cui perviene
il samnyasin, il sadhu, che la cultura indiana pone al
vertice della società, sopra ai re e agli governanti – come ha sottolineato il
sociologo L. Dumont. Anche i grandi autori della fisica quantistica
quando scoprirono la realtà come impermanenza e interconnessione,
trovarono che le parole non riuscivano più ad esprimere tale
visione sistemica e complessa. Al contrario l’epopea della modernità è
dominata dalla razionalità logico-linguistica che ha creato il collasso
climatico e l’attuale ubriacatura per il digitale non è che la sua
massima e pericolosissima espressione.
Con il movimento rivoluzionario nonviolento, Gandhi ridà importanza ai suoi
ancestrali sistemi di educazione. Cosa avvenne?
Certamente Gandhi è il più grande sostenitore delle verità della tradizione
indiana. Il suo movimento “La forza della verità” allude proprio a questo
recupero del Sanathana Dharma, che è d’altra parte molto inclusivo
e riconosce le medesime realizzazioni da parte di tante e diverse tradizioni
culturali ma non dalla civiltà moderna, che Gandhi riteneva una
falsa forma di civiltà che ha fatto del materialismo l’unico Dio. In antitesi
con l’educazione astratta tipica del sistema scolastico inglese, il Mahatma
auspicava l’armonia tra lavoro e conoscenza e promosse il Nai
Talim, l’educazione alle attività manuali come la filatura e la tessitura o
la falegnameria che formano un carattere sano e rendevano possibile
l’autosufficienza delle piccole comunità. Egli era contro la scuola
moderna, e credeva che i bambini imparassero di più dai genitori e dalla
società.
“La maestosa bellezza di un albero, la scuola la riduce ad un palo” –
è una citazione a memoria del filosofo Silvano Agosti. L’educazione
dell’India è fondata sull’ecocentrismo, parte dal presupposto della Terra,
della lentezza, del senso ecologico e del vivere la vita come un’esperienza
poetica, diremmo noi. In cosa stride questa impostazione, per esempio, con la
nostra scuola in cui fatica ad entrare l’educazione ambientale? La Terra e il
sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani alla cultura e al senso
della vita?
Certamente si. Il sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani
alla cultura e al senso della vita. Al contrario la scuola
occidentale moderna è fondata sul paradigma della scienza cartesiano-newtoniana
che è basato sul dualismo io- mondo e sulla frammentazione della realtà
in discipline sempre più frammentarie e separate. La scienza inoltre è
tale perché è “oggettiva” ovvero non ha al suo interno
considerazioni etiche o di significato. E’ proprio questo tratto
costitutivo che la rende di per se antiecologica.
Come viene vista l’educazione occidentale oggi in India?
Purtroppo ho visto con i miei occhi in India il grande proliferare di
scuole con il titolo Science and Technology e ovunque è presente la rincorsa
alle nuove professioni industriali. Dobbiamo capire la visione d’insieme (Big
Picture, come la chiama Norberg Hodge). L’apparente trionfo della Modernità
Occidentale che si traduce nella Globalizzazione è indisgiungibile dal
binomio Scienza e Tecnologia che Gandhi criticava radicalmente ( vedi il
suo Vi spiego i limiti della civiltà moderna)e con lui anche
Schumacher o Terzani.
Dal 2017 al 2021 sei stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice
Universal Education School[2] per un’educazione
non-dualistica, ecocentrica ed olistica. Su cosa si basa e da cosa sei
rimasta affascinata?
Il Progetto Alice è una pedagogia rivoluzionaria ideata da Valentino
Giacomin ( maestro elementare e giornalista di Treviso) che in sintesi ha
messo al centro i risultati della fisica quantistica, cioè che non esiste una
realtà oggettiva indipendente dalla mente. Questo era anche l’approdo del
non-dualismo, una visione che sta alla base dell’induismo, del buddhismo, del
taoismo, del giainismo e della maggior parte delle molte tradizioni
indigene, che sono sempre profondamente ecologiche, intesa come “deep
ecology” citando l’ecofilosofo Arn Naess. Giacomin ha spostato
l’esperienza pedagogica in India dove attualmente ha tre scuole che ogni anno
accolgono almeno 2.000 studenti dall’asilo al liceo. Combinano lo studio della
materie curriculari, al Programma speciale si focalizza su meditazione,
attenzione della mente, riproposta di racconti tradizionali che
sottolineano la maya, o il potere negativo della mente che
crea una realtà illusoria. L’armonia e la felicità sono all’interno,
nella chiara mente.
Per sette anni sei stata attivista nelle scuole steineriane e, da
esperta in pedagogia Waldorf[3] messa a punto da Rudolf Steiner,
quali sono le differenze e le similitudini tra educazione indiana, educazione
steineriana e l’educazione non-dualistica di Alice Project School?
Rudolf Steiner parte dalle teorie teosofiche inaugurate alla
fine dell’Ottocento da Madame Blavatsky che riconoscevano una
forma unificata di spiritualità che comprendeva tutte le religioni. La
Società Teosofica aveva sede a Madras e ovviamente traeva molti insegnamenti
dall’India. Steiner si stacca dalla Teosofia e fonda
l’Antroposofia, che riprende gli stessi temi ma li centra di più sulla
superiorità del Cristo, sulla libertà, sull’evoluzione storica, con
tratti molto più antropocentrici. La pedagogia steineriana è bellissima,
nessun nozionismo ma ricerca dello sviluppo dei talenti innati nel
bambino. Parte dalla concezione dei 3 settenni della crescita che vanno seguiti
e stimolati a scuola:nel 1° settennio (1-7 anni): il concetto
centrale è IL BUONO ( la mamma è buona, tutto il mondo è buono). A ragione
secondo me, i bambini non vanno all’asilo fino al compimento di almeno tre
anni. 2° settennio (7-14 anni): il concetto centrale è IL
BELLO. La scuola deve accompagnare il bambino nella scoperta del bello
nel mondo, nella natura, nella musica, nei gesti eroici, nella varie
materie ( ma la storia non è insegnata fino alla Sesta classe. 3°
settennio (14-21 anni): Il concetto centrale è IL VERO. Inizia qui
l’avventura della conoscenza con entusiasmo e coinvolgimento. Inoltre nelle
scuole Waldorf sempre contemplata l’attività pratica : dal giardinaggio e
orticoltura, alla falegnameria, ai ferri ed uncinetto. Inoltre
importantissima è per tutti praticare uno strumento musicale e le
attività teatrali che sono l’apice dell’attività scolastica. Quindi
i concetti di base sono molto mutuati dall’educazione indiana, dove
ciascun bambino è considerato un manifestazione del principio divino ( un avatar in
potenza) e quindi amato e curato con estrema attenzione. Anche la parte
pratica e manuale è molto presente in India e fu ripresa da Gandhi. Il
Progetto Alice forse è più carente rispetto alla parte poetica
della pedagogia steineriana, ma a mio avviso è molto più
rigorosa rispetto alle vere radici della conoscenza e più in sintonia con
i presupposti del pensiero orientale. Giacomin ha infatti ottenuto moltissimi
ed importanti riconoscimenti sia in ambito induista che buddhista, oltre
che alla benedizione stessa del Dalai Lama.
[1] Il libro è
il risultato di numerose visite che l’autrice ha compiuto a Sarnath nel corso
degli anni, colpita dalla serenità degli studenti e dall’educazione
all’ecologia e alla pace. Nel libro le parole e l’esempio di Giacomin si
intrecciano con le voci dei molti pensatori (Terzani, Illich, Latouche) che in
questi anni stanno smascherando i limiti e le contraddizioni dei modelli di
conoscenza e di sviluppo dell’Occidente industrializzato. Nel volume, capitolo
dopo capitolo, si delinea la forza di un progetto che pone l’educazione alla
consapevolezza, la nonviolenza, la ricerca di una felicità slegata dai beni
materiali e dal consumo, al centro, per cercare di costruire tutti insieme un
mondo migliore.
[2] Alice Project è
una scuola interculturale e interreligiosa che pone al centro del proprio
programma la conoscenza di se stessi e l’amore nei confronti del mondo e di
ogni creatura vivente. È stata fondata nel 1994 a Sarnath, in India, da
Valentino Giacomin che, dopo aver lavorato come maestro in Italia ha deciso,
insieme con Luigina De Biasi, di continuare la propria ricerca educativa e spirituale
nel subcontinente indiano. Da allora, molte scuole sono nate dalle iniziative
di studenti e “seguaci”, in Italia, Germania, Francia e Taiwan, e il progetto
ha ricevuto in più occasioni l’apprezzamento del Dalai Lama, che gli ha
conferito il suo patrocinio dal 2006.
[3] La pedagogia
Waldorf basa il suo approccio educativo sull’antroposofia (chiamata anche dai
suoi seguaci “scienza dello spirito”), una disciplina esoterica sviluppata da
Rudolf Steiner, per indagare e riconciliare quelli che ritiene i nessi
sussistenti fra mondo fisico e mondo spirituale, concependoli come «un’unica
manifestazione divina in continua evoluzione». La prima scuola steineriana fu
fondata a Stoccarda il 7 settembre 1919 a seguito della
richiesta di Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf Astoria,
di creare un’istituzione scolastica per i figli degli operai della fabbrica. Il
movimento pedagogico deve il proprio nome alla fabbrica di sigarette. Rudolf
Steiner assunse l’incarico relativo alla formazione del collegio degli insegnanti
nonché di consulta dello stesso e fu sino alla morte, nel 1925, spiritus
rector della scuola.
martedì 10 gennaio 2023
Ecologia induista, Amitav Ghosh: “Il colonialismo iniziò a violentare la Terra” - Lorenzo Poli
L’induismo non ha un sistema unificato di credenze ed idee, è un fenomeno socio-culturale e presenta un ampio spettro di convinzioni e pratiche che da un lato possono essere considerate affini al panteismo, e dall’altro sono approfondite speculazioni metafisiche. Intrinsecamente e naturalmente, l’induismo ha un’anima ecologica e, come nel caso del buddhismo e del giainismo (riforme dell’induismo), ha senso parlare di ecologia induista. Per l’induismo tutti gli esseri viventi sono sacri perché sono parte di Brahman (Dio supremo), e dovrebbero essere trattati con rispetto e compassione. Questo perché l’anima può essere reincarnata in qualsiasi forma di vita. L’Induismo è pieno di storie che trattano di animali come divinità, come la scimmia Hanuman era un servitore fedele del Rama. Gli indù associano animali a divinità diverse e li considerano sacri, tra cui la scimmia (Hanuman), l’elefante (Ganesh), la tigre (Durga) e persino il topo (l’animale che cavalca Ganesh). Per molti indù, che costituiscono quasi l’80% della popolazione indiana di 1,3 miliardi di persone, la mucca è un animale sacro e, nella mitologia indù, viene raffigurata come l’accompagnamento di diversi dei, come Shiva, che cavalca il toro Nandi, o Krishna, il dio pastore che raggruppava le vacche. Negli antichi testi la mucca appare come ‘Kamdhenu’ o mucca divina, che soddisfa tutti i desideri. Le sue corna simboleggiano gli dei, le sue quattro zampe, le antiche scritture indù o i Veda, e le sue mammelle i quattro obiettivi della vita, tra cui la ricchezza materiale, il desiderio, la giustizia e la salvezza. Gli indù vedono nella mucca un simbolo sacro della vita che va protetto e riverito. La mucca secondo gli indù produce 5 elementi essenziali: latte, formaggio, burro (o ghee), urina e sterco. I primi tre sono alimenti e usati nel culto degli dei indù, mentre le deiezioni possono essere utilizzate nelle cerimonie religiose o bruciate per ottenere carburante1. Nonostante l’importanza delle vacche e il ruolo simbolico che rivestono, purtroppo sono spesso vittima di violenza e fin dal 1870 movimenti ambientalisti indù e sikh hanno organizzato i primi movimenti di protezione delle mucche.
La maggior parte degli indù è vegetariana per questa credenza nella santità
della vita. Si crede anche che gli alberi, i fiumi e le montagne abbiano
l’anima, e bisognerebbe prendersene cura e onorarli. Nella visione indù vi è
anche la concezione che “vivere semplicemente” sia una virtù: i maestri
(bramini) sono consigliati di vivere grazie alla carità degli altri e di non
accumulare troppa ricchezza. La persona estremamente rispettata nella società
indù è il sadhu, o saggio, che vive fuori dalla società normale, in
foreste o caverne o viaggia a piedi da una città a un’altra. Il sadhu è
orgoglioso di vivere semplicemente e consumare il meno possibile. Ecco quindi
che l’ecologia induista dà, epistemologicamente, una sferzata al consumismo e
alla società industriale di massa. Secondo l’ecologia induista la felicità è
necessariamente anticonsumista in quanto non proviene da beni esteriori: questo
vuole dire che, per dominare la vita, la ricerca dei beni materiali, con il conseguente
consumo di beni e di energia, non dovrebbe essere consentita. Tutti gli sforzi
per sfruttare le cose di questo mondo sono considerati, dai maestri indù, una
distrazione da questo scopo centrale della vita. Lo scopo principale della vita
è scoprire la natura spirituale, la pace e la realizzazione interiore che ciò
porta.
Uno dei più importanti esponenti dell’ecologia induista è sicuramente
l’eco-giornalista Amitav Ghosh, definito “il più grande scrittore indiano di
lingua inglese” che lavora come antropologo. Nei suoi libri ha scritto spesso
della devastazione della Terra. Nei suoi romanzi, pubblicati in Italia da Neri
Pozza, tra cui la “Trilogia dell’oppio”, ha raccontato l’origine del sacco
dell’Occidente nei confronti delle ex colonie fra Asia e Africa; mentre il suo
nuovo libro, La maledizione della noce moscata, parla del
colonialismo come furia devastatrice alla base delle conseguenze irreversibili
che vediamo oggi sul pianeta rispetto agli equilibri ecosistemici. È stato
proprio Ghosh a sottolinea come la sindemia da Covid-19 «Ci ha mostrato
che gli impatti sul cambiamento climatico, i loro effetti sulla società,
saranno assai diversi da ciò che ci è stato detto. La narrazione consolidata,
in Occidente, è che la crisi sarà terribile per i più poveri, “non-bianchi”.
Invece sarà sì molto negativo per la povera gente, ma colpirà anche i Paesi
ricchi, in modi diversi, con effetti altrettanto devastanti. E penso che se c’è
una lezione che dobbiamo imparare da questa esperienza è che le mega crisi richiedono
una risposta collettiva. Che non si è manifestata ovunque. L’Italia resta una
nazione con una cultura comune, una lingua comune: quando è stato chiesto di
fare sacrifici, la gente ha risposto. Non così negli Stati Uniti, che hanno
avuto pessimi risultati. E tuttora vivono fra disagio sociale, sfiducia e
polarizzazione politica. Idem il Regno Unito. In America la società ha una fede
enorme nella tecnologia come fonte di salvezza. Pensavano che il vaccino li
avrebbe salvati. Ma dopo che il vaccino è diventato disponibile, la diffidenza
sociale ha preso il sopravvento, e ancora oggi la sfiducia è il vettore
principale» – ha dichiarato il saggista indiano in una recente
intervista al Corriere2. Il nesso causale tra crisi
climatica ed ecologica e la sindemia da Covid-19 è la conseguenza
centrale del comportamento degli esseri umani, esattamente come i conquistadores diffusero
malattie mai apparse prima e sterminarono le civiltà native americane: «Credo
sia chiaro come il global warming segua questi modelli. Una delle
caratteristiche più marcate del colonialismo è ciò che si potrebbe chiamare
“violenza per omissione”. Permettere alle malattie di fare strage. O agli
interventi sull’ambiente di provocare disastri contro i popoli nativi».
Amitav Ghosh crede che la violenza distruttiva contro la Terra, derivanti
dalla mentalità estrattiva e separatista, sia non solo derivante dal
capitalismo e dalla sua globalizzazione, ma bensì dal colonialismo, nato in
epoche pre-capitalistiche, con l’idea che l’imperialismo venga prima del
capitalismo come causa della devastazione del pianeta. Come ha dichiarato Ghosh
al Corriere, il momento scatenante è stato quando l’Europa ha conquistato le
Americhe: «Un evento che ha comportato una violenza su una scala mai
vista prima, con la soppressione di 80-90 milioni di persone. Quella violenza
ha creato una nuova società. Con l’eliminazione di decine di milioni di
persone, ma anche con l’idea di sostituirli con africani schiavi. Un intervento
demografico su quella scala non era mai avvenuto, mai. (…) Negli ultimi anni,
l’intero discorso sul cambiamento climatico è stato focalizzato sul capitalismo
come il principale motore del disastro che stiamo attraversando. Certo, c’è
molta verità in questo. Ma allo stesso tempo il nostro capitalismo non è nato
da sé, è venuto fuori dal colonialismo che lo ha reso possibile. Le
disuguaglianze, specie quelle geopolitiche, sono simili a ciò che esisteva nel
XVII secolo. Il dominio globale dell’Europa d’allora corrisponde a quello
odierno dell’Occidente».
Secondo Ghosh il suprematismo bianco occidentale non è solo un retaggio
nazista e fascista e di qualche nostalgico, ma bensì un fenomeno che attraversa
tutti gli occidentali contemporanei, anche i più progrediti. Il suprematismo
bianco è stato la base giustificatrice del genocidio dei nativi americani e
degli schiavi in quanto non considerati “completamente umani”, esattamente come
è alla base dell’utilitarismo (l’uomo bianco poteva fare di loro ciò che
voleva), dell’antropocentrismo (che è una costruzione occidentale) e della
violenza nei confronti della Natura. L’uomo bianco si è sempre sentito
superiore e padrone sostituendo l’etica ancestrale fondata sul senso del limite
con l’etica centrata sull’azione ipertrofica dell’individuo. Come ha sostenuto
Ghosh: «Se oggi queste idee vivono è grazie all’esperienza
coloniale delle Americhe. Poche centinaia di bianchi violentissimi
dell’Estremadura3 scoprirono di poter sterminare
centinaia di migliaia di nativi. Così è entrata in testa l’idea di esser simili
a Dio, padroni del mondo. Che tutto esista per servirli».
L’idea stessa delle fonti d’energia fossile ha origini coloniali e nascono
da un problema di potere e di controllo. Come spiega Ghosh: «L’energia
diventa il perno della geopolitica globale alla fine del XVIII secolo, quando i
combustibili fossili che gli inglesi cominciano a usare diventano centrali
nelle loro strategie imperiali. E i combustibili fossili sono divenuti
importanti perché – a differenza dell’energia dei mulini – potevano essere
portati ovunque, quindi controllati».
Dove poggia sul piano culturale e filosofico? Secondo il saggista
indiano «L’Illuminismo è di sicuro legato a questa esperienza. L’idea
che gli esseri umani siano al di sopra di tutto. Penso, quindi sono4. È da qui che discende
quell’incredibile violenza. E infatti diversi pensatori chiave del tempo erano
connessi strettamente al colonialismo. Cartesio ha trascorso gran parte della
sua vita in Olanda quando questa era il perno del dominio globale. Il filosofo
inglese Locke investiva nelle piantagioni e comprava schiavi. Anche Hegel
ripeteva che gli africani erano inferiori, senza storia. Mentre parlava di
libertà dello spirito». La violenza coloniale nei confronti della
Natura si è concretizzata nell’idea scientifica e riduzionista di classificare,
di dare nome alle cose: gli scienziati settecenteschi usavano la
classificazione come modo per separare, dividere e infine dominare. «Il
sistema con cui Linneo battezzò animali, piante e minerali deriva interamente
dal colonialismo. L’idea era avere un sistema che potesse oggettivare le
risorse che il mondo offriva. E il sistema linneano ha trionfato non perché
fosse il migliore ma perché l’impero spagnolo l’adottò».
Amitav Ghosh punta il dito contro il net-zero washing, che
tanto piace all’Occidente per lavarsi la coscienza di politiche tossiche, anti-ecologiche
e estrattiviste; e contro il soluzionismo tecnocratico alla crisi climatica.
Nei Paesi ricchi si pensa che la crisi climatica sia una preoccupazione tecnica
con effetti economici, mentre in quelli poveri è un problema di disuguaglianza
e giustizia: «Se chiede a chiunque in Occidente qual è la posta in
gioco con il clima tutti risponderanno che si tratta di ridurre l’impronta di
carbonio. Di soluzioni tecniche. Nel Sud globale, se dite a qualcuno cosa pensa
di fare al riguardo? La risposta sarà sempre: “Perché dovrei far qualcosa? La
nostra impronta pro-capite è ancora piccola rispetto a quella dell’Occidente!
Tocca a loro agire. Sono diventati ricchi quando eravamo poveri, a nostre
spese. La percezione è di profonda ingiustizia». Per arrivare alla
decarbonizzazione necessaria al pianeta c’è solo un modo: «che
l’Occidente riduca le emissioni cambiando stile di vita. Fino a quando ciò non
accadrà qui, non accadrà da nessun’altra parte. È la cruda realtà». Questo
in parte è già realtà in Cina, per esempio, con l’enorme calo della domanda dei
consumatori, esattamente come in India perché la gente ancora ricorda come si
può vivere in modo frugale. Come ci ricorda Ghosh: «Toccherà agli
occidentali imparare a farlo».
1 https://www.focus.it/ambiente/animali/8-cose-che-forse-non-sai-sulle-vacche-sacre-in-india#:~:text=Negli%20antichi%20testi%20la%20mucca,la%20giustizia%20e%20la%20salvezza.
2 https://www.corriere.it/pianeta2030/22_novembre_30/amitav-ghosh-tutto-cominciato-il-colonialismo-quando-iniziammo-far-violenza-terra-12422acc-6efc-11ed-9e97-468f31203204.shtml
3 Regione spagnola
di frontiera della cristianità durante la Reconquista, all’estremità segnata
dal fiume Duero (“Extrema Duris”) da cui partirono le grandi spedizioni
coloniali spagnole e portoghesi.
4 Cogito ergo sum alla
base del riduzionismo cartesiano
sabato 2 luglio 2022
deportazioni di indigeni per lasciare spazio ai parchi naturali per i ricchi
Kenya, la denuncia dei Sengwer: i finanziamenti occidentali alla
conservazione porteranno a un 'genocidio'
In una lettera diffusa oggi da Survival International, i Sengwer del Kenya
fanno appello all’opinione pubblica occidentale affinché smetta “di finanziare
progetti di conservazione che ci derubano delle nostre terre e distruggono le
nostre vite… Se volete fare conservazione, la prima cosa è garantire i diritti
territoriali di noi Sengwer e di altri popoli indigeni. Se i nostri diritti non
saranno rispettati, della foresta non rimarrà nulla.”
“Il modello
di protezione della natura che finanziate risale al periodo coloniale e porterà
a un genocidio… Vi esortiamo a smettere di finanziare violazioni degli stili di
vita indigeni, che sono sostenibili e rispettosi dell’ambiente. Invece,
lavorate con noi per proteggere la nostra foresta, proteggendo i nostri
diritti. E non solo per noi Sengwer, ma anche per tutte le comunità in Kenya e
nel resto del mondo.”
La lettera
arriva a pochi giorni dalle violenze avvenute a
Loliondo, nel nord
della Tanzania, dove le autorità cercano di sfrattare migliaia di Masai per far
spazio alla caccia da trofeo e al turismo di lusso.
Questo
appello echeggia le denunce che in tutta l’Africa orientale gli indigeni levano
contro progetti di conservazione razzisti e coloniali.
La Frankfurt Zoological
Society, The Nature Conservancy e altre grandi organizzazioni
per la conservazione, ma anche l’Unione Europea e i governi di Germania,
Francia e USA, sono tra i principali finanziatori di programmi di
conservazione che implicano la creazione e il sostegno ad Aree Protette nelle
terre ancestrali dei popoli indigeni, che vengono quindi sfrattati e abusati.
Tra i popoli
indigeni che denunciano l’impatto di progetti di conservazione sulle loro vite
ci sono:
• I Borana
(Kenya). “Chiedo al mondo, il mondo intero, che dona denaro alla Northern
Rangelands Trust (NRT)… gentilmente, in quanto esseri umani, non considerate il
mio colore, la mia religione ma [consideratemi] un essere umano. Veniamo
torturati, veniamo colonizzati una seconda volta, stiamo morendo… vi chiediamo
di fermare queste donazioni alla NRT. Se siete umani, se siete davvero
umani, fermate tutto questo” ha detto a Survival un uomo Borana.
• I Masai
(Tanzania): “Il vostro denaro per noi è veleno” ha detto un anziano masai. “La
conservazione è sempre negativa. Nella cultura masai, abbiamo bisogno di
un’ampia area aperta per il bestiame. Ma da quando è iniziata la conservazione,
ci spingono in spazi più piccoli e questo ha fatto morire una parte del
bestiame.” “Tra tutti i nemici nel mondo, la Frankfurt Zoological Society è il
nemico numero uno dei Masai perché è responsabile di tutti gli sfratti dei
Masai da quando abbiamo lasciato il Serengeti. Sono venuti con le loro idee e
il loro denaro. Anche a Ngorongoro, e ora anche in questi 1.500 kmq di terra (a
Loliondo). Da quando ho lasciato il Serengeti, ho perso molte cose importanti.
Ho perso il Serengeti. Quella pianura, una terra ottima per il pascolo.
L’amavo.”
• Gli
Enderois (Kenya). Un uomo sfrattato nel 1973 per la conservazione ci ha detto:
“La vita prima era bella. Avevamo molti animali e la nostra vita non era
limitata. Poi è arrivato il governo e ci ha detto che questa doveva essere
’un’area di conservazione’, e allora abbiamo subito crudeltà. Siamo stati costretti
dalla polizia ad andare via, e non sapevamo dove andare. Ci è stato detto che
il ruolo del governo era prendersi cura della fauna selvatica e non degli
esseri umani. Ma noi non uccidevamo gli animali, li preservavamo.”
• Gli Ogiek
(Kenya). “ll governo ha detto che sfrattare le comunità è un modo per
ripristinare la foresta. Ma se la foresta fosse lasciata agli Ogiek, non
verrebbe distrutta. Noi apparteniamo alla foresta, è lì che ci sono molte delle
cose da cui dipendiamo.”
A seguito
delle recenti violenze avvenute a Loliondo, dove circa 31 Masai sono stati
feriti e a migliaia sono fuggiti, Survival International e l’Oakland
Institute hanno scritto all’UNESCO e alla IUCN per sollecitarli a cancellare Ngorongoro
dall’elenco dei Siti Patrimonio dell’Umanità e tagliare ogni loro legame con il
governo tanzaniano.
“È chiaro
ora più che mai che gli abusi e il furto di terra nel nome della conservazione
non vengono commessi solo da ‘qualche mela marcia’; al contrario, fanno parte
di un sistema” ha spiegato Fiore Longo di Survival International. “Se vogliamo salvare la biodiversità,
dobbiamo rispettare i diritti indigeni e lottare contro questo modello di
conservazione coloniale e razzista. I leader mondiali stanno spingendo
per trasformare il 30% del pianeta in Aree Protette al prossimo vertice
della CBD a dicembre: è questo il momento giusto per fargli sapere
che questa proposta è una catastrofe per i popoli, per la natura e per tutta
l’umanità.”
https://www.survival.it/notizie/13151
Tanzania: decine di Masai feriti e
arrestati, a migliaia in fuga. Li vogliono sfrattare per far spazio a safari,
caccia sportiva e ‘conservazione’
Migliaia di Masai sono scappati
dalle loro case per rifugiarsi nel bush e sfuggire a una brutale repressione da
parte della polizia: i Masai protestavano contro i tentativi del governo di
sfrattarli per far spazio alla caccia da trofeo e alla conservazione.
L’8 giugno, decine di veicoli della
polizia e circa 700 funzionari sono arrivati a Loliondo – nella Tanzania
settentrionale, vicino al famoso Parco Nazionale del Serengeti – per demarcare
un’area di 1.500 kmq di terra masai e trasformarla in un’Area Protetta. Il 10
giugno hanno sparato ai Masai che protestavano contro i tentativi di sfratto:
almeno 18 uomini e 13 donne sono stati colpiti con armi da fuoco, mentre 13
persone sono state ferite con i machete. È stata confermata la morte di una
persona.
Video e foto diffusi ampiamente sui
social media mostrano un attacco indiscriminato e letale su coloro che
protestavano.
Adesso la polizia sta andando casa
per casa nei villaggi masai, picchiando e arrestando chi ritiene abbia diffuso
le immagini delle violenze o abbia preso parte alle proteste. Un uomo di 90
anni è stato picchiato dalla polizia perché il figlio era accusato di aver
filmato la sparatoria. In uno solo dei villaggi, almeno 300 persone, compresi
bambini, sarebbero scappati nel bush. Una decina di persone sono state
arrestate.
Le violenze degli ultimi giorni
sono solo l’ultimo di una lunga serie di tentativi fatti
precedentemente dalle autorità della Tanzania per sfrattare i Masai dalla loro
terra, a Loliondo, e far spazio al turismo dei safari e alla caccia da trofeo.
A ottenere il controllo e la gestione della caccia commerciale nell’area
sarebbe la Otterlo Business Company (OBC, basata negli
Emirati Arabi) – che organizza spedizioni di caccia per la famiglia reale degli
Emirati e i suoi ospiti.
“Il nostro governo ha deciso di
sguinzagliare tutta la potenza dei militari per cacciarci dalla nostra terra,
lasciando molti feriti per i colpi di arma da fuoco e i bambini a vagare nel
bush. Noi ci siamo spostati a dormire nel bush” ha spiegato un leader masai,
che resta anonimo per motivi di sicurezza. “Il governo rifiuta di curare i
feriti. Molte persone sono senza cibo. E questa è la nostra terra ancestrale.
Prendere la nostra terra per far spazio alla caccia da trofeo di lusso dei
leader degli Emirati Arabi, è una cosa barbara.”
“Amo questo luogo perché è la mia
casa…” ha detto un altro uomo masai. “Vogliono la nostra terra perché abbiamo
fonti d’acqua, e le abbiamo perché le proteggiamo. Conviviamo con la fauna da
generazioni.”
“Non vogliono i Masai perché le
persone che vengono qui non vogliono vedere i Masai. Prima non pensavamo molto
al turismo (o comunque non in senso negativo), ma ora abbiamo capito che
turismo significa che arrivano persone con i soldi, il che induce il governo a
concludere che ‘Se spostiamo i Masai, di persone con i soldi ne verranno di
più’.”
La Germania è un’importante
finanziatrice di progetti di conservazione in Tanzania ed è ampiamente
coinvolta nella definizione delle politiche di conservazione nel paese, che
hanno già causato lo sfratto di migliaia di indigeni. La Frankfurt Zoological Society
finanzia guardaparco e funzionari, alcuni dei quali – secondo i Masai – hanno
preso parte agli ultimi sfratti.
“Ciò che è in corso a Loliondo si
sta rapidamente trasformando in una catastrofe umanitaria, che rivela il
vero volto della conservazione" ha detto oggi Fiore
Longo di Survival International. “Sparano contro i Masai
solo perché loro vogliono vivere in pace nelle loro terre ancestrali, li attaccano
per far spazio alla caccia da trofeo e alla ‘conservazione’. Molti dei Masai
che oggi subiscono violenze erano già stati sfrattati nel 1959 dal Serengeti,
dai funzionari coloniali britannici: di fatto, quella di oggi non è altro che
una continuazione del passato coloniale.”
“La violenza che vediamo in
Tanzania è la realtà della conservazione in Africa e Asia: violazioni
quotidiane dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali per
permettere ai ‘ricchi’ di cacciare e fare safari” ha continuato Fiore Longo.
“Questi abusi sono sistematici e sono il risultato di un modello di
conservazione dominante, che ha le sue radici nel razzismo e nel colonialismo.
L’idea che vi sta dietro è che all’interno delle Aree Protette gli umani – e in
soprattutto i non bianchi – siano una minaccia per l’ambiente. Ma i popoli
indigeni vivono in queste aree da generazioni: quei territori oggi sono aree
importanti per la conservazione proprio perché i suoi abitanti originari si
sono presi cura così bene di fauna e flora. Non possiamo più chiudere un occhio
di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse nel nome della
‘conservazione’. Questo modello di conservazione è profondamente disumano e
inefficace, e deve cambiare immediatamente.”
Note ai redattori:
- Il governo della Tanzania sta cercando di creare un’Area Protetta di 1.500
kmq nelle terre masai. Sarà destinata a caccia sportiva (sotto il controllo
della Otterlo Business Corporation), conservazione e turismo dei safari.
- La nostra ricercatrice Fiore Longo è appena rientrata da una missione su
campo ed è disponibile per approfondimenti o interviste in italiano.
https://www.survival.it/notizie/13081
Indagine in India: I “trasferimenti
volontari” dalle Riserve delle Tigri sono stati sfratti forzati
Tribù di raccoglitori di
miele protesta per il diritto a tornare nella Riserva delle Tigri di Nagarhole
I popoli indigeni che vivono nella
nota Riserva delle Tigri di Nagarhole, e che secondo quanto affermano le
autorità si sarebbero trasferiti volontariamente fuori dalla riserva, sono in
realtà stati sfrattati con la forza. A rivelarlo è un rapporto
diffuso in questi giorni da Fridays for the
Future Karnataka e altri.
Gli sfratti sono stati eseguiti dal
Dipartimento indiano alle Foreste, con il supporto della Wildlife Conservation
Society (WCS, organizzazione legata allo Zoo del Bronx
di New York). La WCS insiste nell’affermare
che si tratta di ‘trasferimenti
volontari’ vantaggiosi anche per le tribù che, sempre
secondo la WCS, nella foresta vivevano nella paura
costante della fauna selvatica.
Il team di ricerca ha intervistato
molti Jenu Kuruba che hanno invece detto che non era loro intenzione andarsene
ma che sono stati minacciati e perseguitati per farlo; anche tramite la
distruzione delle loro coltivazioni da parte del Dipartimento alle foreste.
Quello che oggi è il Nagarhole
National Park & Tiger Reserve, a Karnataka, fu creato nel 1983 nelle terre
ancestrali dei Jenu Kuruba e di altre tribù. È una delle mete più popolari
dell’India per i safari della tigre.
L’indagine ha rivelato che:
- Molti Jenu Kuruba chiedono di
tornare ai loro villaggi originari, che ora si trovano
all’interno della riserva.
- Gli sfratti li hanno privati del diritto di pregare le loro divinità nella
foresta. Il Dipartimento
alle Foreste gli impedisce di tornare nella foresta per praticare la loro
religione.
- Le promesse fatte dal Governo durante il trasferimento non sono state
mantenute. Molti Jenu Kuruba stentano a sopravvivere nei centri di
reinsediamento e la maggior parte di loro non ha nemmeno avuto i 3 acri (1,2
ettari) che gli erano stati promessi.
“La nostra richiesta è una sola:
lasciateci tornare” ha detto Ganguamma, sfrattato nel 2018. “Non abbiamo
bisogno di niente da voi. Possiamo vivere per conto nostro all’interno della
foresta, come abbiamo fatto per generazioni. Le tigri e gli elefanti non ci
attaccano perché sono la nostra famiglia. A Nagarhole eravamo più felici e in
salute, stavamo bene.”
“Siamo cresciuti nella foresta e
abbiamo condiviso la foresta con gli animali selvatici, per questo noi non
abbiamo paura di loro e loro non distruggono le nostre coltivazioni” ha detto
JD Jeyappa, un altro uomo Jenu Kuruba. “Sono le persone del Dipartimento alle
Foreste che ne hanno paura, e sono loro che distruggono le nostre
coltivazioni.”
Basava Raju, un anziano Jenu Kuruba
che nel 2014 è stato “trasferito” a 100km dalla riserva, ha detto: “Questi non
sono campi di reinsediamento, sono luoghi per ucciderci, uccidere le nostre
radici nella foresta, uccidere la nostra cultura e le nostre divinità sacre.”
Queste le richieste degli autori
del rapporto:
- Fermare completamente i continui
tentativi di sfrattare altri Jenu Kuruba.
- Permettere ai Jenu Kuruba che lo vogliono, di fare ritorno ai loro villaggi
originari.
- Riconoscere i diritti forestali dei Jenu Kuruba.
“Questo rapporto mostra la realtà
della conservazione-fortezza che
sta distruggendo le vite dei popoli indigeni in Africa e Asia. I Jenu Kuruba
sono stati sfrattati
illegalmente e costretti a vivere vite miserabili nei campi
di reinsediamento” ha detto oggi Sophie Grig,
ricercatrice di Survival International. “È stato violato persino il loro
diritto costituzionale di praticare la loro religione. Molti non ne possono più
e rivendicano il diritto a tornare nei loro villaggi nella foresta.
Questo modello di
conservazione coloniale è disastroso per le persone e per
il pianeta, e deve essere fermato.”
https://www.survival.it/notizie/13001
martedì 23 novembre 2021
India, stop alle riforme agricole dopo un anno di proteste: “È una vittoria per tutti”
Jorawar Singh, portavoce della comunità Sikh in Italia: “Siamo molto felici, ma non dimentichiamoci delle 700 persone morte per il bene delle future generazioni”.
A
cura di Beppe Facchini
Dopo
quasi un anno di proteste, il governo indiano ha deciso di fare un passo
indietro: le tre leggi di riforma del settore agricolo, lo stesso che impiega
oltre il 70% della popolazione nel Paese asiatico, verranno abrogate. Ad
annunciarlo in diretta tv è stato direttamente il primo ministro Narendra Modi.
"Inizieremo il processo costituzionale per abrogare tutte e tre le leggi
nella sessione parlamentare che inizia alla fine di questo mese", ha
affermato in un discorso alla nazione, aggiungendo: "Lancio un appello a
tutti gli agricoltori che stanno partecipando alle manifestazioni perché
tornino a casa, riunendosi con i loro cari, le fattorie e le famiglie".
La
protesta degli agricoltori indiani era cominciata nei mesi finali del 2020 e
aveva coinvolto anche le più grandi comunità Sikh oltre i propri confini
nazionali, compresa quella italiana che a Fanpage.it, tramite il portavoce
Jorawar Singh, aveva spiegato: “Questa riforma è arrivata senza il
coinvolgimento di sindacati e rappresentanti dei lavoratori agricoli e
permetterà alle grandi multinazionali di comprare i terreni dagli agricoltori,
i quali, se dovessero trovarsi in situazioni di debito, non lo saranno più nei
confronti dello Stato, ma verso delle multinazionali che ovviamente funzionano
in modo diverso”. Non solo. Con la riforma, aveva sottolineato ancora Singh,
“non è neanche più garantito il prezzo minimo statale che consente la
sopravvivenza degli agricoltori anche nei momenti bui”.
Lo
stesso rappresentante in Italia della comunità, residente a Piacenza, oggi
commenta: “Le parole del primo ministro, che si spera diventino fatti,
rappresentano una grande vittoria per tutti i contadini che si sono messi in
prima linea da 11 mesi a questa parte per lottare e fare una protesta pacifica,
in cui però hanno anche perso la vita oltre 700 persone, oggi rinominati come
martiri perché hanno combattuto per qualcosa di più grande di loro. Qualcosa
che andava oltre il proprio interesse personale, anche perché la maggior parte
di loro era gente avanti con l'età e ormai non faceva più il contadino, ma
ciononostante si è preoccupato del futuro delle prossime generazioni”.
Le
leggi in questione erano state approvate a settembre del 2020 e il governo le
aveva difese definendole necessarie per modernizzare il settore e spingere la
produzione tramite investimenti privati. Ma gli agricoltori hanno fin da subito
protestato duramente, sostenendo che invece le riforme avrebbero devastato i
loro guadagni, protestando a oltranza, nonostante la pandemia e i diversi
episodi che hanno rischiato di far degenerare la loro battaglia in gravi
violenze, riuscendo anche a intavolare delle trattative col governo. Peccato
che gli oltre quindici incontri con le delegazioni di agricoltori non abbiano
mai portato a nulla, almeno fino ai giorni scorsi. Le richieste non negoziabili
dei contadini, con milioni di persone per le strade delle principali città del
Paese, avevano portato ad inizio estate ad un intervento persino della Corte
Suprema indiana, intervenuta nella vicenda con uno stop momentaneo
all'applicazione delle riforme, cui ha fatto quindi seguito l'annuncio di Modi
in diretta tv. Un annuncio accolto con grande festa anche dagli esponenti
politici più vicini ai manifestanti, come Arvind Kejriwal, il governatore di
Delhi, che ha ad esempio accolto la novità come "una vittoria della
democrazia, non solo dei contadini". Dal canto suo, il primo ministro,
spiegando che la scelta della revoca delle leggi è arrivata perché il suo
governo “non è stato in grado di convincere i contadini”, ha inoltre annunciato
la creazione di un comitato che includerà rappresentanti del governo centrale,
di quelli di vari Stati, delle organizzazioni dei contadini, di agronomi ed
esperti economici per concordare le prossime decisioni e per rendere il prezzo
minimo garantito per i prodotti agricoli "una misura più efficace e trasparente".
“Siamo tutti molto felici – dice ancora
Jorawar Singh-. È una grande vittoria anche per le comunità indiane e Sikh
all'estero, che non hanno mai smesso di seguire la vicenda, nonostante le
condizioni di un periodo storico così difficile, che impediva a chiunque di
andare lì e unirsi ai manifestanti. Da parte mia, ciò che vorrei sottolineare è
proprio il fatto che questa protesta non è mai stata trascurata anche da chi
non è contadino, cercando per un anno di tenerne alta l'attenzione, anche
grazie ai social. È la dimostrazione che l'unione fa la forza”. Alcuni in
patria, però, nutrono ancora delle perplessità sulla questione, sostenendo che
la decisione di revocare le riforme sia legata alle imminenti elezioni negli
stati dell’Uttar Pradesh e del Punjab, dove gli agricoltori sono buona parte
del bacino di elettori e dove le organizzazioni agricole hanno grande potere e
influenza. Alcuni leader delle proteste, infatti, hanno fatto sapere che non
smetteranno di manifestare. E uno di loro, Rikesh Tikait, come riporta il The
Guardian, ha annunciato che comunque gli agricoltori non si sposteranno dai
loro accampamenti fino a quando le leggi non saranno state ritirate
definitivamente, dopo le discussioni in Parlamento.
lunedì 6 settembre 2021
L’occidente è il grande malato, l’Africa sceglie di guarire - Alberto Capece
Esistono numerosi trattamenti efficaci per le malattie respiratorie che
funzionano in parte rafforzando il sistema immunitario mettendo a disposizione
i componenti necessari e in parte combattendo i virus stessi. Il primo gruppo
comprende vitamine o aminoacidi, mentre altri comprendono farmaci antivirali
come ivermectina, budesonide, bromexina e altri. L’ivermectina in particolare
ha dimostrato la sua efficacia in India., ma anche se non di più in Africa: da
una parte abbiamo gli studi striminziti con 200 partecipanti che sono
apprezzati dall’industria farmaceutica e dai loro amici per la facilità di
ottenere il risultato che si vuole, dall’altro lato ci sono India e Africa, che
stanno dimostrando l’efficacia delle cure attraverso 2,7 miliardi di persone.
Ad esempio, stati indiani come l’Uttar Prahdesh, con una popolazione di 236
milioni di abitanti, hanno usato per un po’ di tempo l’ivermectina per la
profilassi e il trattamento precoce e non hanno avuto problemi, poi è stata
sospesa e i i casi sono aumentati, poi è stata reintegrata e i casi sono
immediatamente calati. Il piccolo stato del Tamil Nadu con una popolazione di
10 milioni di persone si è invece, affidato al remdesivir e ha avuto risultati
molto peggiori. I dettagli possono essere trovati qui. Nel complesso, l’India ha
effettuato studi sugli anticorpi all’inizio di luglio, da cui è emerso
che circa 952 milioni di persone che hanno acquisito l’immunità naturale
dall’infezione con un tasso di mortalità dello 0,045%, ben al di sotto di
quello dell’influenza. Insomma l’ivermectina ha avuto un grande successo.
La stessa
cosa è successa in Africa e in maniera ancora più clamorosa perché una certa
serie di stati si è affidata all’ivermectina mentre altri si sono fidati dei
vaccini occidentali con risultati clamorosamente differenti come si può
osservare dall’immagine all’inizio dove in beige ci sono i Paesi che non
hanno usato questo farmaco e in blu ci sono quelli che invece lo hanno fatto: i
diagrammi dei rispettivi colori dimostrano la clamorosa differenza in fatti di
morti. E qui sotto un’altrettanto clamorosa differenza nel numero dei
casi.
Il gruppo di paesi con uso di ivermectina comprende 31 stati con un totale
di 972,5 milioni di abitanti. I seguenti stati:
Angola, Benin, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana,
Ciad, Congo (Brazzaville), Congo (Kinshasa), Costa d’Avorio, Guinea
Equatoriale, Etiopia, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Kenya, Liberia,
Malawi , Mali , Mozambico, Niger, Nigeria, Ruanda, Senegal, Sierra
Leone, Sud Sudan, Sudan, Tanzania, Togo, Uganda.
Il gruppo di paesi che non utilizzano l’ivermectina comprende 22 paesi con
357,3 milioni di abitanti: Algeria, Botswana, Capo Verde, Comore,
Egitto, Eritrea, Swaziland, Gambia, Lesotho, Libia, Madagascar, Mauritania,
Mauritius, Marocco, Namibia, São Tomé e Príncipe, Seychelles, Somalia,
Sudafrica, Tunisia, Zambia, Zimbabwe.
L’utilizzo
di questo farmaco è molto ampio in alcuni Paesi del continente per combattere
l’oncocercosi, un’infezione da nematodi, ma si è rivelata preziosa contro il
covid come attesta uno studio giapponese condotto dal professor Hisya
Tanioka. E’ sconvolgente vedere il continente considerato più arretrato
strabattere un occidente impazzito e istupidito che ha rifiutato qualsiasi idea
di cura perché si dovevano vendere i vaccini. Ricordate quando all’inizio della
Pandemia ci si chiedeva come avrebbero fatto i Paesi poveri a uscire dalla
tempesta? Adesso capiamo che dovevamo invece interrogarci sugli stati ricchi e
sulla degenerazione delle istituzioni.

