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lunedì 21 agosto 2023

Quei piccoli paesi che potrebbero fare da esempio alle grandi città - Dacia Maraini

 

Immagino una Roma di sei milioni di abitanti divisa in tanti quartieri autonomi ognuno dei quali risponda dei servizi alla cittadinanza


Pescasseroli, un paese di duemila abitanti, che nei periodi estivi arriva a trentamila persone. Eppure riesce a non fare mancare né l’acqua né l’elettricità a tutti. La raccolta delle immondizie funziona perfettamente. Ciascuno mette fuori di casa i suoi scarti: il lunedì l’umido, il martedì la carta, il mercoledì il vetro e così via. La camionetta passa ogni mattina e ritira l’immondizia di tutte le case, prime e seconde, compresi gli alberghi.

Certo, si dirà, è facile governare un piccolo paese di duemila cittadini. Ma l’abilità della gestione pubblica non si mostra nel periodo in cui il paese si restringe ai suoi abitanti abituali ma nei tanti mesi in cui si gonfia e si popola arrivando a riempire i quarantacinque alberghi, oltre ai tanti B&B. Ea nessuno manca l’acqua, la luce, o il collegamento internet. Inoltre tutti i balconi, i cortili, gli ingressi sono decorati da piante fiorite: gerani, rose, rododendri, altee. Segno di cura e amore per il proprio territorio. E sebbene circondato da boschi, non si hanno casi di incendio.

Non mancano le deficienze e i difetti che sono comuni a tutta l’Italia: una forte riluttanza al pagamento delle tasse, una cava in pieno centro residenziale che nessuno riesce a chiudere, molti abusi edilizi. In compenso non mancano le attività culturali. Il paese si avvale di una decina di associazioni che operano per l’ambiente e per la diffusione della lettura e un coro di grande qualità.

Esiste un cinema, intitolato a Ettore Scola che qui ha abitato per anni, ci sono due farmacie, una scuola elementare e media, una biblioteca , una libreria, due banche, un teatro che si avvale di una tensostruttura. Sul fiume che attraversa il paese e che per il momento è maltrattato, la nuova amministrazione di lista civica sta cominciando i lavori.

Non cito Pescasseroli solo perché la conosco e spesso ci vivo, ma perché, come molti altri piccoli centri italiani, potrebbe fare da punto di riferimento e di esempio per il governo di città più grandi. Perché non immaginare una Roma di sei milioni di abitanti divisa in tanti quartieri autonomi che rispondano della raccolta dei rifiuti, delle cura delle piante, delle risorse idriche, delle attività culturali? So che esistono già i quartieri ma non mi risulta che brillino per efficienza e autonomia. Mettere in competizione i diversi rioni non potrebbe essere un modo per spezzare le lobby come quella dei taxisti che nessuna amministrazione riesce a regolare, o come quella dei rifiuti che sommergono la città di Roma?

 da qui

sabato 4 dicembre 2021

Salvare i paesi - Franco Arminio


In Italia negli ultimi decenni l’unico progetto di ripopolamento che ha funzionato è stato quello dei cinghiali. Partiamo dai numeri per capire la gravità dell’anoressia demografica. Nel 1871 Roio del Sangro, in Abruzzo, aveva 1.200 abitanti, adesso ne ha novanta. Nel 1911 Marcetelli, nel reatino, aveva 800 abitanti, adesso ne ha una sessantina, ma i residenti effettivi sono assai di meno. Nel 1911 Secinaro, in Abruzzo, aveva 2.000 abitanti, adesso ne ha trecento. Nel 1921 Drenchia, in Friuli, aveva 1.562, adesso ne ha cento. Staiti, in Calabria, aveva quasi 1.700 abitanti nel 1911, adesso ne ha duecento. Nel 1871 Castelmagno, in Piemonte, aveva quasi 1.500 abitanti, adesso ne ha meno di sessanta. Nel 1911 Lacedonia, in Irpinia, aveva più di settemila abitanti, adesso sono poco più di duemila.

Chi non si fida delle statistiche può valutare la situazione facendosi un giro. Quando arrivi in un paese non vedi la miseria, vedi qualcosa che si potrebbe riassumere in questo modo: c’era una volta la desolazione della miseria, adesso c’è la miseria della desolazione.

C’è sempre qualche persona dall’aria malandata davanti al bar. Appena ci parli senti un cuore semplice, senti che hanno il desiderio di passare un poco di tempo con te, come se il tuo arrivo li distraesse, li togliesse fuori dalla ruota della noia in cui gira la giornata. Devi sempre fare attenzione al fatto che si tratta di apparenze. Tu stai guardando delle apparenze, ogni luogo ha un nodo, un cruccio annegato in un fondo che non vedi. C’è la sensazione che i paesi siano ormai delle ragnatele e le persone che sono rimaste hanno i movimenti degli insetti caduti nella trappola. Alcuni sono fermi, rassegnati alla trappola, altri provano a muoversi. Il tuo ruolo è diverso, tu sai che sei di passaggio, puoi restare dieci minuti o un’ora. Se c’è un veleno non puoi assorbirlo, puoi solo guardare il luogo come se fosse un’installazione di arte contemporanea o un’opera teatrale.

Il paese, dunque, non appartiene più al mondo contadino, ma al mondo dell’arte. È una mutazione clamorosa e incredibilmente inavvertita. Il paese ci mostra la sua nuova natura ma sembra che non ci siano occhi per vederla. E anche chi ci sta dentro sembra voglia far parte di una storia che non c’è più, manca la consapevolezza che si è dentro una vicenda nuova. Anche per questo sono completamente fuori fuoco le varie politiche avviate negli ultimi anni dai nostri governi. Ragionano con la lente economica, parlano di servizi e lavoro, ma le azioni introdotte azionano solo se stesse, sembrano rivoli in un deserto, sembrano descrivere la luce senza darla.

Non ha dato risultati significativi nemmeno la Strategia concepita minuziosamente una decina di anni fa. Si trattava di un progetto sperimentale, ma per dare i suoi frutti necessitava di un sostegno convinto da parte delle istituzioni. Fabrizio Barca l’ha concepita quando era brillante ministro di un governo forte, con altri ministri che condividevano le sue visioni. Quel governo è caduto assai presto, sono cambiati i ministri, non è cambiata la Strategia. Forse aveva il difetto di essere troppo ambiziosa. Per avere effetti percepibili dovevano convergere tante cose: la macchina burocratica centrale e regionale doveva avere altri tempi, i sindaci dovevano avere uno spirito più innovatore, ma nei paesi ci sono più conservatori che innovatori e i sindaci che innovano non sempre vengono rieletti. Dopo Barca la Struttura che lui aveva messo in piedi ha lavorato molto e ha avuto molti ostacoli nella macchina dello Stato: i risultati non sono all’altezza delle aspettative, anche per il semplice motivo che i ministri successivi e il parlamento non si sono certo invaghiti dei luoghi marginali. Ci ha provato Giuseppe Provenzano a velocizzare la Strategia e a mettere più risorse per le aree svantaggiate, ma poi anche la sua stagione da ministro è stata breve e si è scontrata con il disastro della pandemia.

Se torniamo ai numeri è evidente che lo spopolamento non si è fermato in nessun luogo, in qualche caso è solo rallentato ma di pochissimo. In alcune aree, tipo Appennino reggiano o Lombardia, sono stati spesi gran parte dei soldi stanziati. Alcune innovazioni, come gli infermieri di comunità, funzionano bene. In altre regioni il trambusto delle carte non ha prodotto praticamente niente.

Il governo attuale non si può dire che ha nel cuore la vita dei paesi. La Strategia avrebbe bisogno di essere ravvivata. Ci sono i fornelli, manca il fuoco. Bisogna riconoscere che ci sono stati degli errori, delle lungaggini assurde: settantadue aree sperimentali vuol dire che non si può sperimentare niente, bastavano una decina; la complicazione un poco ideologica di far scrivere delle tesi di laurea ai territori più che incentivarli ad agire; i sindaci che manco se li ricordano i documenti che hanno scritto; il paradosso che una struttura fa i progetti e poi un’altra struttura li deve attuare; la questione della debolezza degli apparati tecnici dei comuni; gli indugi dei burocrati che si limitano a badare pedissequamente alla norma, più che ad avviare veramente le cose.

Quello che c’è di buono è aver capito che dare soldi per incentivare le attività economiche non serve se non si lavora allo stesso tempo a potenziare i servizi. Sanità, trasporti e scuola sono le basi a cui aggiungere le strategie di sviluppo peculiari per ogni territorio. Il governo in carica formalmente non ha dismesso niente, sembra procedere nel solco avviato, ma nella sostanza la Strategia delle aree interne è sempre più un surrogato di se stessa. E vanno avanti gli interventi usuali, la spesa più facile, quella che si è fatta anche in passato e non ha prodotto risultati.

La situazione è abbastanza chiara, servono azioni eccezionali, visto che la situazione è di assoluta emergenza. Avevamo sperato che la pandemia potesse accendere l’attenzione e invece siamo sempre alle solite logiche. Nell’ultima finanziaria per i paesi non c’è niente, come se una parte d’Italia fosse segnata solo sulla cartina geografica ma non in quella della politica. Allora più che di aree interne, bisognerebbe parlare di aree ignote.

 

La diserzione della politica è accompagnata da quella intellettuale. Continuano ad essere molto pochi gli esercizi artistici di qualche valore che gettano uno sguardo sui luoghi più sperduti. Tutti guardano verso un centro che è sempre più un deserto trascurando di coltivare il margine che forse ancora contiene delle promesse di fertilità. Un articolo di giornale non è lo spazio adatto per presentare un nuovo progetto, ma un paio di idee provo a lanciarle. La prima è sul metodo. Serve per lo sviluppo locale non persone che vengono a parlare a un seminario di tre ore e poi vanno via. Servono gli allenatori dei paesi. Una persona mandata in un territorio circoscritto, (tre, quattro paesi al massimo), e ci resta per tre anni, mettendo su casa e dialogando ogni giorno con le persone che lavorano o con quelle che potrebbero lavorare nel territorio, un agente di sviluppo locale che alla fine ha anche la responsabilità di aiutare il centro a destinare i fondi. Azioni agili con finanziamenti dati velocemente a persone precise. Correndo anche il rischio di sbagliare. Magari su dieci azioni quattro vanno male, ma le altre daranno l’idea che qualcosa sta accadendo e accenderanno un circolo virtuoso, porteranno la fiducia, cioè qualcosa che vale ancora di più degli investimenti.

La seconda questione è di sostanza e riguarda le cose più che il come. Il fuoco centrale non può che essere l’agricoltura. L’economia paesana è caduta rovinosamente. Parlare di paesi è parlare essenzialmente di terra. E capire che molti terreni sono incolti e tornano bosco. Molti altri sono impoveriti da un’agricoltura poco sensibile alle esigenze della terra. Se si vuole dare veramente un futuro alla collina e alla montagna non si può prescindere da nuove pratiche agricole, lontane dalla logica violenta dei concimi e della monocultura. Si tratta di coniugare innovazione e pratiche antiche. Serve un’agricoltura organica rigenerativa e politiche di sostegno a questa pratica. Sappiamo come si fa e sappiamo che si può fare, ma occorre posare lo sguardo sulla terra e invece siamo nel cuore di una clamorosa rimozione proprio nei luoghi che da sempre sono vissuti con il lavoro della terra.

Fondamentale è anche la questione del patrimonio abitativo. I paesi sono musei delle porte chiuse. Mediamente su dieci case otto sono vuote. Il problema è che non tutte sono prontamente abitabili. Allora lo Stato dovrebbe acquisire al Patrimonio pubblico le case di cui i cittadini si vogliono disfare, pagandole a prezzo di mercato. L’idea è di ristrutturarle in maniera molto accurata per farne dimore in cui si possa vivere bene, case antiche ma ben riscaldate, case dotate di tutte le tecnologie più avanzate, case da fittare a prezzi simbolici a chi vuole andare a riposarsi o a lavorare dai paesi. Queste case possono essere utili per il coworking: le persone possono lavorare da remoto perché avranno tutto quello che serve in termini di connessioni, di servizi, di socialità lavorativa.

Se arriva un poco di bella gioventù è un fatto enorme. I luoghi spopolati spesso sono tristi, è inutile nascondercelo. Fa eccezione il mese di agosto, quando in giro ci sono quelli che tornano e anche i residenti e questo crea una bella atmosfera festosa che però dura assai poco.

Ecco i tre punti su cui agire: servizi, sviluppo locale, desiderio. Per ripopolare i paesi devono funzionare queste tre cose. Vivere in un posto dove non ci sono aspettative sentimentali è una cosa che ti impoverisce e ti fa affiliare alla schiera degli scoraggiatori militanti, degli accidiosi. Le persone che sono rimaste sembrano ormai tutti carpentieri della sfiducia. Appena ci parli è come se avessero fretta di mostrarti la lista dei guai. Lo spopolamento produce anche un impoverimento sensuale. Ci sono meno occhi e meno orecchie, ci sono meno opportunità di trovare qualcuno da baciare. In effetti nelle settimane di agosto i paesi funzionano, basta un poco di gente e l’atmosfera cambia completamente. Bisogna partire da qui, dalla difficoltà di passare la giornata, dall’assenza di distrazioni. Anche chi compra la casa in paese poi in realtà lo frequenta poco. Si ha paura del buio, delle case chiuse. Nel paese non puoi distrarti, sei sempre a contatto con te stesso. Nelle città puoi scivolare nelle crepe delle vetrine. Dunque, la narrazione dei borghi come luoghi del buon vivere è completamente falsa. Si potrebbe vivere bene, ma si vive male. Chi è rimasto non si fa vedere in giro. Le azioni collettive sono sempre più rare, il paese, è ora di dirlo, non è più una comunità ma una sommatoria di singoli destini.

I paesi vanno vissuti da dentro, va capita la loro natura allo stesso tempo benefica e venefica. Non bisogna illudersi, non sono abitati da santi e le città non sono abitate da stronzi. Abitiamo luoghi diversi dello stesso smarrimento. Servono politiche contro lo smarrimento, servono azioni immediate sulla strada con le buche, sull’ospedale che non funziona, sulla scuola che chiude. Per rivitalizzare l’economia dei luoghi servono persone che sanno dove stanno e che hanno voglia di stare dove stanno. Alla fine è una questione d’amore.

da qui

mercoledì 27 gennaio 2021

la paesitudine applicata al tempi del Covid-19

 

Il paese inesistente - Franco Arminio

 

Quando ci fu il terremoto ogni sera stavamo in televisione, e questo ci sembrava strano. C’era quasi un senso di contentezza: finalmente si occupano di noi. In Italia i paesi esistono come luogo della sciagura, il paese è semplicemente lo sfondo. La loro vita quotidiana non interessa a nessuno, a cominciare da chi li abita. Questo volevo dire quando ho scritto: qui se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto.

In questi giorni ho ascoltato in Parlamento i discorsi fatti dai parlamentari che dovevano decidere se dare o meno la fiducia al Governo Conte. Sono state due giornate dedicate all’aritmetica, non potevo aspettarmi attenzione per l’orografia. E infatti nessuno ha parlato di montagne. A un certo punto qualcuno ha citato Taranto. Non mi pare di aver sentito altri nomi di luoghi, sicuramente non ho sentito nomi di paesi o di zone geografiche: mi sarebbe piaciuto che qualcuno citasse la Barbagia o l’Aspromonte, le valli bresciane o le colline marchigiane. Niente, le persone che parlano in Parlamento sembrano venire tutte dallo stesso luogo, una città senza nome e senza lingua: la città della politica. Il futuro della politica è coniugare la cura del mondo e la cura dei luoghi. Il pianeta e il piccolo paese. Vorrei capire dove sono nate e dove vivono le persone che ho ascoltato in Parlamento nel gennaio 2021, nei giorni in cui le persone non si possono baciare, non si possono stringere la mano. Se qualcuno di loro è nato o vive in un paese se lo è sicuramente scordato. Se la politica deve rappresentare le persone e i loro problemi perché nessuno rappresenta le persone i problemi dei paesi? Andare in Parlamento significa occultare la propria paesanità? Ma se è così è un atteggiamento provinciale. Se uno pensa che citare l’America sia più importante che citare le valli di Comacchio non ha capito niente del futuro che ci aspetta. La modernità non sarà mai più la fuga dall’arcaico, ma un sapiente intreccio di quello che siamo stati e di quello che vorremo diventare. E questo intreccio in ogni luogo assume un colore diverso. Ai politici di governo e di opposizione bisogna ricordare che i soldi da spendere per fronteggiare la crisi pandemica non si spenderanno in astratto, nella città astratta della politica, ma in posti che hanno storie diverse e che sono abitati da persone e da piante e da animali. Sono terre dove non sappiamo se può piovere a oltranza per tre giorni o per trenta giorni, sono luoghi dove bisogna valutare lo stato delle acque e della terra. La terra è un’altra cosa di cui si parla poco in Parlamento, come se fossimo tutti avvocati e architetti. Il formaggio, la farina, l’insalata, le uova: nessuno le ha sentite queste parole nei giorni della fiducia al governo. Forse l’oggetto della fiducia dovrebbe essere la realtà, ci vorrebbe un patto per la realtà, un bene in cui siamo immersi e che sta velocemente evaporando, come se tutti stessimo traslocando nell’irreale. Perfino la pandemia, con le dolorose conseguenze che produce, rischia di diventare uno sfondo a cui ormai ci siamo abituati e qualcuno potrebbe avere la tentazione di non rimuoverlo più questo sfondo, magari ne viene qualche guadagno alla propria carriera. L’irrealtà è il grande cancro dello spirito con cui ci troviamo tutti a combattere. Nominare i luoghi è un esercizio fondamentale non solo per i politici. Come è bello dire Luca, Carmela, Antonio, Patrizia, così è importante dire Roghudi, Senerchia, Perugia, Biella. Solo qui sappiamo nominare le cose, non su Marte, non sul pianeta parlamentare.

da qui

 

 

IL CANTIERE DELLA FIDUCIA - Franco Arminio

 

Scrivo da anni sulla questione dei paesi. Ogni volta che lo faccio, cerco sempre di partire dalla visione di un luogo. Per questo motivo, sono andato a Santomenna. Non arriva a 400 abitanti, sta in un punto della provincia di Salerno che sembra allontanarsi da tutti gli altri e va a posarsi al confine con l’Irpinia e la Basilicata. Ai tempi del terremoto del 1980, Santomenna faceva parte di una trilogia di paesi totalmente distrutti perché assai vicini all’epicentro. Gli altri due sono Castelnuovo di Conza e Laviano. Santomenna ora potrebbe essere l’emblema dello spopolamento dell’Italia interna. Non solo perché ha perso tanti abitanti. È uno spopolamento radicale: non ci sono vacche e non ci sono pecore, non si fa il formaggio come ancora avviene a Laviano. C’è solo un tabacchi, un piccolo negozio di alimentari e un bar. Il paese è stato tutto ricostruito, le case sono esposte al sole, l’aria è pulita, potrebbe essere un bel luogo per riposarsi. Invece, qui non ci sono “azioni in corso”. Le persone che vogliono parlare con qualcuno scendono in basso dove passa la strada e dove ci sono la chiesa, il Comune e qualche panchina. Piccoli gruppi di persone. Una volta ne trovi tre, un’altra cinque. Gli altri sono in casa, sono quasi tutti anziani. Santomenna ha tutte le carte in regola per essere definito un paese della bandiera bianca, cioè un posto che sembra arreso. Ovviamente, il sindaco non gradirà questa descrizione, ma per me il paese è interessante proprio per il fatto di essere così spoglio, essenziale. L’errore da non fare è considerare Santomenna un posto arretrato. Si può parlare piuttosto di un ritmo, di un’atmosfera che varia da luogo a luogo, ma senza pensare che un luogo sia più avanti di un altro. Il primo lavoro da fare per dare valore ai paesi è guardarli bene, guardarli uno per uno, sentirli, ascoltarli. Per fare buone strategie di sviluppo, bisogna partire dall’idea che la prima infrastruttura su cui lavorare è la fiducia. In questi anni, ai paesi la fiducia nessuno è riuscita a darla. Per questo sono cresciuti gli scoraggiatori militanti. La loro egemonia culturale è diventata così grande che spesso arrivano a eleggere anche i sindaci, votati per i sogni che non fanno. Lo scoraggiatore è diventato, in molti paesi, l’unica figura di successo, l’unica che vede confermate le sue visioni. La sua frase bandiera “qui non c’è niente” viene confermata ogni volta che un negozio chiude, che un ragazzo parte. Le politiche fatte per contrastare lo spopolamento dell’Italia interna sono state piuttosto fallimentari. Lo strumento attualmente in esercizio, la Strategia Nazionale delle Aree Interne, somiglia molto a una sceneggiatura a cui si lavora alacremente, ma il film fatica a cominciare. Eppure è sicuramente un’azione ben concepita e abbiamo anche la fortuna di avere un ministro di riferimento per quelle aree, che è competente e volenteroso. Allora perché non accade niente che ci dia entusiasmo? Perché anche nel tempo del Covid-19 non si riesce a dare quella spinta ai paesi che servirebbe molto all’Italia intera? Il motivo principale è una sorta di miopia geografica. L’Italia, nazione di paesi e di montagne, ha dato le spalle ai paesi e alle montagne. Si fanno politiche focalizzate sui centri urbani e sulle pianure. C’è di mezzo ovviamente l’opportunismo degli esponenti politici che tendono a occuparsi di luoghi che hanno più peso elettorale. C’è, ancora di più, un retaggio culturale che non va via: paesi significa mondo rurale, mondo rurale significa miseria, dunque il paese è il luogo della sfiducia più che il luogo dell’opportunità. Lo stiamo vedendo benissimo in questi mesi in cui il distanziamento fisico, che nei paesi è facile da mantenere, non si è tramutato nell’avvio di politiche per ridistribuire gli italiani sul territorio. Usando un linguaggio medico, in un momento in cui il mondo è diventato un gigantesco ospedale, si può dire che abbiamo una malattia circolatoria: nel caso dei paesi una malattia anginosa, si soffre perché arriva poco sangue; nel caso delle aree urbane si è prodotta una malattia emorragica, come se si fosse rotto un aneurisma. Davanti a problemi di questo tipo, è evidente che bisogna intervenire subito e bisogna chiedere conto alla politica della sua miopia: come si fa a non vedere problemi come questi? La risposta sta nel fatto che non se ne curano più di tanto anche le persone che abitano nei luoghi malati. Nessuno ha mai chiesto un blocco totale di certe aree quando si toccano determinati livelli di inquinamento. Nei paesi accade una cosa che si può riassumere così: qui se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto. Paesani e cittadini sono accomunati dalla scarsa attenzione ai luoghi in cui abitano. In questi decenni, i legami sociali si sono allentati, è venuta fuori una malattia che io chiamo autismo corale. Nella prima stagione del Covid, l’autismo corale si era un poco allentato: eravamo distanziati ma in un certo senso più vicini. Ora il distanziamento fisico e quello spirituale procedono appaiati. La gravità dell’epidemia, ovviamente, oscura la vicenda dei paesi, la fa apparire come trascurabile. Tra l’altro, nessuno si ribella. La leva fondamentale del cambiamento dovrebbero essere i ragazzi, ma l’età più fertile è stata bonificata dalle passioni collettive. Anche le politiche per le aree interne non sembrano molto attente alle esigenze giovanili. La strategia delle aree interne dovrebbe diventare la strategia per i ragazzi e le ragazze dei paesi, la strategia della fiducia. Un paese dove qualcosa si muove deve essere connesso con quello dove non si muove niente: bisogna far migrare la fiducia, finanziare gli spostamenti di chi innova, la voglia di far conoscere il buono che c’è, di portarlo dove l’insuccesso è diventato una vocazione. Si tratta di aprire da subito un grande cantiere per passare dalla comunità-pozzanghera alla comunità-ruscello. I paesi come luogo di incubazione di un nuovo umanesimo, l’umanesimo delle montagne.

da qui




 

sabato 4 gennaio 2020

L’Italia disabitata nello sguardo del poeta Franco Arminio - Valentina Pigmei


Fatemi un favore, dice Franco Arminio, alla fine di ogni suo incontro con il pubblico, andate a visitare un paese più piccolo del vostro, se il vostro paese conta seimila abitanti visitatene uno che ne ha quattromila, se ne ha quattromila andate in uno più piccolo, e così via, senza motivo, senza che ci sia una sagra, una festa, un evento, andateci e basta. Poi cercate una persona anziana, sedetevi vicino a lui o a lei, e ascoltate quello che ha da dire. “I paesi per prima cosa bisogna guardarli, andare a trovarli con un moto di passione. Attraversarli e guardarli”. Salvarli con gli occhi, come scrive in una delle sue poesie più belle. Chissà se in Italia i paesi in via di spopolamento si salvano in questo modo, chissà se davvero vanno salvati o se interessa a qualcuno farlo. Sono più di vent’anni che il poeta e paesologo Arminio scrive e si occupa di questi temi: il suo oggi può suonare come appello ingenuo, poco realistico, tuttavia non lo è affatto.
Nel 2019 appare più chiaro che la via dell’attenzione sia l’unica possibile. Mescolare geografia e commozione, poesia e etnologia, politica e canti. “Non ho mai creduto alla morte dei paesi. I paesi si trasformano. Soprattutto, non bisogna pensare al paese come città mancata”. L’hanno capito l’economista e politico Fabrizio Barca, il ministro per il sud Peppe Provenzano che prestano ascoltano questo signore dell’Alta Irpinia che predica la poesia come forma di conoscenza. Lo aveva capito per primo Gianni Celati che nel lontano 1992 pubblicò per primo Arminio nella raccolta Narratori delle riserve (Feltrinelli), e scrisse che il suo “era un modo del tutto inedito di guardare le cose al sud”.
La paesologia non è altro che una forma di attenzione. E forse non sono le città che salveranno i paesi, ma viceversa. Quelle città che in tutta l’Europa vanno a una velocità diversa dal resto delle province che le circondano. Dovremmo cominciare a pensare che i paesi “felicemente inoperosi” dell’Italia interna, quelli abbandonati dalla politica, quelli di cui si occupa il forum Diseguaglianze diversità presieduto da Barca, sono la ricchezza di una nazione fatta da una miriadi di piccoli comuni e attraversata in verticale da una lunga catena montuosa oggi sempre più disabitata e divisiva.

Un processo
Dal vivo Franco Arminio non ha i toni del predicatore laico, quelli che ti aspetteresti dopo aver letto le sue poesie, poesie che a volte sono scritte in forma di preghiera e fanno pensare talvolta a un nuovo francescanesimo. È un uomo simpatico, insonne, coltissimo, una “creatura dell’urgenza”, come lui stesso si definisce, un’anima svelta, secondo un mio personale distinguo che applico alle persone che incontro. La lentezza non è prevista nei movimenti di quest’uomo vicino ai sessanta, la sua vitalità è quella del ragazzo. Racconta che da bambino non riusciva a stare fermo, né a scuola né in chiesa né in pizzeria: non è cambiato di molto.
A Gubbio arriva in una giornata di diluvio per il festival “Umbria in voce”, quinta edizione di una piccola ma preziosa festa della voce diretta e ideata da Claudia Fofi. In Geografia commossa dell’Italia interna scrisse che l’Umbria è “una terra inchiodata, incastrata al centro d’Italia, terra che non luccica, non freme”.
“Non conosco bene queste terre, ma non sento un grosso fremito, no. L’esito delle elezioni regionali non mi ha stupito per nulla. Per ricostruire le zone terremotate, bisogna che ci siano delle energie telluriche, mentre qui in Umbria non ci sono. Certo, ci vogliono i finanziamenti, le burocrazie, ma se un paese sta morendo è difficile che riesca a ricostruirsi. La ricostruzione è il completamento di un processo che era già cominciato prima del terremoto. Adesso c’è un grande lavoro da fare, non bisogna ricostruire i paesi, ma le cose”.
Arminio ha cominciato a scrivere proprio raccontando la ferita più grande, quella del terremoto dell’Irpinia. “Andare nei paesi è stata una scoperta, un processo che adesso è diventato consapevole. Un tempo andavo nei posti per vedere, non per essere visto. Adesso sono un famoso sconosciuto, ma rimango abituato al vento contrario che di solito mi accoglie nei paesi. Scrivo per riparare il vaso rotto, trasformare le ferite in opportunità”. I viaggi per lui sono uno scarto tra un posto e l’altro. Un modo di sentirsi al confine tra un luogo e l’altro. “Il paese da cui vengo e dove vivo, Bisaccia, è tra Campania e Puglia, e la mia scrittura è tra prosa e poesia”.
Grazie a questa scrittura, Arminio ha conquistato un seguito notevole. Basta andare a sentire uno dei suoi incontri, quasi mai nelle città, raramente nelle librerie – “Le librerie no, non mi piacciono, non c’è mai l’atmosfera giusta” – per rendersene conto. Arminio spiega che lui vende direttamente i suoi libri, che a sua volta compra dalla casa editrice, o alle presentazioni o tramite il baratto: “Mi mandano olio, salumi, regali di ogni tipo, e io spedisco il libro”.
L’impatto che ha sulla gente, anche sui non lettori, è di certo anche frutto di un lavorio continuo e molto pionieristico sulla rete, quella rete che come dice lui “ha unito le città e i paesi”. Autore di una ventina di libri, le sue raccolte di poesie hanno avuto un’accoglienza non comune: Cedi la strada agli alberi ha superato le ventimila copie; L’infinito senza farci caso, uscito da poco per Bompiani, ha già venduto novemila copie. Se si escludono i libri di Guido Catalano o altri “poeti” nati per così dire su internet, nessuno in Italia ha raggiunto un pubblico di lettori così ampio scrivendo in versi.

Canto, poesia, stile
Al festival di Gubbio è arrivato per un reading-concerto assieme ai figli Livio e Manfredi. Lui insiste sempre sull’importanza del canto. Il canto e la poesia sono forme di conoscenza, ripete, la letteratura è una forma di conoscenza. Di più, sono forme di politica: spazi che possono riconnettere le persone per un tempo più o meno breve e attraverso una comunanza di intenti. Momenti in cui si costruiscono quelle che lui chiama “intimità provvisorie”.
Arminio lavora moltissimo sulla lingua e non lascia mai la presa della frase: “Sono molto legato alla lingua, alle sue sfumature. La lingua è la mia stella polare. La letteratura è come si dicono le cose. Il mio ultimo libro è una raccolta di poesie d’amore scritte in un linguaggio semplice, ma a me non interessa l’amore in sé, m’importa della lingua. Anche in prosa, non faccio reportage, ma introduco sempre un elemento incongruo, immaturo, arbitrario”.
A differenza di uno scrittore come Roberto Saviano – che lo ha definito “uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato” –, Arminio interpreta l’impegno in un modo diverso, non gli interessa denunciare . “Non penso che i paesi moriranno o comunque non mi interessa. Il punto non è un paese morto in più o in meno. Il punto è che la nostra cultura politica, i nostri intellettuali non s’interessano dell’Italia interna o lo fanno in maniera terroristica. Non serve denunciare, ma fare le politiche giuste. Invece le politiche liberiste sono miopi perché hanno puntato sul risparmio, sui tagli. Mentre bisogna valorizzare il capitale umano virtuoso, bisogna premiare chi fa cose belle. Ci vuole più politica, non meno politica, perché per premiare devi essere forte. Per questo mi sono candidato”.

Una strategia
Franco Arminio si è candidato ben tre volte senza mai essere eletto: una con il Partito democratico al tempo di Walter Veltroni, cinque anni fa con la lista Tsipras e una nel maggio scorso come sindaco di Bisaccia, il paese dove vive, in Irpinia, con una lista civica.
“Alla sinistra manca completamente una narrazione sui paesi e sulle zone montuose. Non sa letteralmente che dire, il Pd pensa che il distacco sia una qualità, non lo è. La Lega invece ha una radice popolare, poco salottesca. Lo dico sempre a Peppe Provenzano: potete fare tutti i dispositivi legislativi che volete, ma se il vostro partito non ha una narrazione sui luoghi e non considera giovani e vecchi, non serve a nulla”.
Che cosa bisogna fare dunque? “L’importante è coinvolgere tante persone nella strategia contro lo spopolamento: penso ad artisti e intellettuali cha vadano nei piccoli luoghi e motivino le persone a restarci. Non credo sia solo una questione di opportunità economiche. Bisogna che ci siano giovani agenti di sviluppo locale che vadano fuori a fare esperienze e poi siano chiamati a risiedere per lunghi periodi nei paesi. In un piccolo centro spesso il capitale umano va alla malora. Provenzano deve avere il coraggio di individuare dei meccanismi per premiare i virtuosi. E gli intellettuali non possono stare alla finestra, devono assumere la questione delle aree disagiate dell’Italia come una questione cruciale. Poesia e impegno civile a servizio dei piccoli paesi. I paesi li salvano persone che vanno e vengono, che portano intimità e distanza”.
Per i paesi ci vogliono pensieri impensati, dice Arminio. Di fronte alle notizie delle sardine che hanno invaso le piazze, viene da dire che a volte i pensieri impensati sono quelli giusti. Tuttavia, il nuovo movimento si esprime di più nelle piazze della città, mentre la Lega – per fare l’esempio di una regione dove si andrà al voto a gennaio 2020 – in Emilia-Romagna prevale nei piccoli paesi, in vaste aree dell’Appennino, in varie zone della Bassa e nel delta del Po. Il fatto è che in Italia le aree interne rappresentano il 52 per cento dei comuni; il 22 per cento della popolazione e circa il 60 per cento della superficie. Il territorio montano rappresenta il 35,2 per cento della superficie nazionale, ma ci abita solo il 12,2 per cento della popolazione.
Il problema della mobilità è enorme. Nell’entroterra le strade e le linee ferroviarie non funzionano o scarseggiano; mentre in senso verticale, quelle che collegano il sud con Torino o Milano, funzionano. “È l’Italia voluta da Agnelli. L’Italia interna era più collegata ai tempi dei romani”. In questa Italia, lo spopolamento è molto forte anche nel nord. “Nel settentrione l’effetto dei paesi vuoti è ancora più grande perché le persone stanno meno in giro, anche per via del freddo. Eppure, le città di quelle regioni sono più attrattive rispetto a quelle del sud. A Bisaccia restano quasi quattromila persone, perché intorno a noi le città vicine sono Foggia, Avellino, Benevento, Potenza: città dove non trova lavoro neppure chi ci abita”.
Alcuni paesi stanno scomparendo. Altri sono stati snaturati da una modernità che porta solo desolazione, ma qualcosa c’è ancora. Un tessuto da cucire c’è. Proviamo per questi anni futuri ad ascoltare l’insegnamento di Franco Arminio, non resta che pensare un po’ meno alla storia e un po’ più alla geografia: “Amare è un impegno da geografi, /esploratori che mentre vengono accolti / si fanno terra da esplorare”.

martedì 8 ottobre 2019

L'Italia degli spaesati - Angela Guiso




È l'Italia delle pietre a vista e delle finestre feritoia, delle porte basse, centinate e non, degli antichi lampioni con i piatti smaltati di bianco e dei fili elettrici molli lungo i muri. Le strade lunghe e strette, e i gradini che sfociano su una casa col tetto di tegole. Intorno muri scrostati e gronde a mezz'aria.
È l'Italia dei lastricati e dei sanpietrini, coperti malamente da un manto d'asfalto, e degli archi e ponticelli sospesi su qualche nota di colore: di vasi e di fiori. Con le chiese magnifiche che punteggiano il territorio. È l'Italia centrale dei noccioleti e dei cacciatori, delle vetrine di prosciutti accanto alla testa imbalsamata di un cinghiale.
Da lontano il colpo d'occhio d'effetto e la foto sul gruppo di case - legate in un abbraccio color legno spento - e sulle finestre che, timide, occhieggiano da pareti prive di balconi. Sopra, l'immancabile campanile con l'immutabile orologio a segnare un tempo ormai concluso. E zampilli di faggi intorno, e di cerri, e dell'imprescindibile fico. Laggiù lo squarcio rosa di una casa solitaria e più in fondo un porticato.
È anche l'Italia degli appartamenti sul corso principale, ristrutturati e in vendita, ma meglio sarebbe dire in svendita, a 38mila e 24mila e fino a 15mila euro, una manciata di soldi pur che sia, per scappare da lì, seppure vicini a straordinari tesori nel Paese dell'arte, e a laghi famosi.
In Sardegna il paesaggio cambia per il verde perenne dei lecci e l'indicibile azzurro del mare, di frequente battuto dal maestrale impertinente, e i nuraghi e le torri che, sullo sfondo, raccontano di un altro epos.
L'architettura è differente e gli acciottolati testimoniano di altre vicende, ma la fine della storia è spesso la stessa.
La sirena della grande città è un pifferaio magico che tanti richiama e tutti affoga nel suo imbuto metropolitano, privi, finalmente? d'identità in un Paese che del sovranismo ha fatto una delle bandiere preferite, e del municipalismo teorico. I tempi paiono davvero finiti, del lungo Medioevo e Rinascimento e di un passato più lontano, degli spazi, in primis, e delle antiche rivalità fra senesi e fiorentini di boccacciana memoria che rinascono anche nei vari centri peninsulari, in occasione delle feste e sagre e palii o nelle sfilate dei costumi, nei balli e nei cori.
Non di spopolamento soltanto, ma, prima ancora e meglio, di spaesamento si potrebbe però parlare, parola che tanto vuol dire ma che, innanzitutto, segnala il liberarsi dal-del paese e borgo. Perché non è, non può essere, solo la crisi demografica ed economica la causa della fuga inarrestabile, piuttosto l'esito del confronto col vasto mondo, dell'altro più attrattivo, con il fascino sempiterno del diverso, del viaggio che sempre più allontana lungo la strada del non ritorno.
Da cui non si vuole comunque uscire perdenti. Già nell'Heidegger di “Essere e Tempo” lo spaesamento (Unheimlichkeit) viene descritto come un-non-sentirsi-a-casa-propria. Sentirsi spaesati, dunque, questa la condizione, quando non si riconosce più la casa come propria, in senso letterale e metaforico, o un luogo (fisico, emotivo) come heimisch, familiare. D'altronde, dalla ricerca dell'oltre difficilmente si torna indietro.
L'anello che non tiene è proprio la grande distanza dal mondo di ieri e dalla sua topografia, con la mancanza di spazi dedicati allo svago e di progetti culturali non rinverditi e declinati dai giovani, ormai lontani. Giovani senza lavoro e senza futuro nel proprio paese e perciò stesso esclusi o impediti nella via del rimpatrio, se mai lo volessero. Uno iato per certi versi irrecuperabile.
Laddove i piccoli centri troveranno la capacità di rivitalizzarsi, in quel momento, e solo allora, proveranno a fermare un fenomeno all'apparenza inarrestabile. Servirà a quest'epoca un nuovo Virgilio e altre “Georgiche” che cantino l'opportunità del ritorno alla terra, al paese, al borgo? Sarebbero forse necessari un nuovo Principe illuminato, un altro Augusto, una nuova politica, scelte innovative.

martedì 21 agosto 2018

Crusca - Franco Arminio



A Crusca ora tutti puntano al centro, nessuno vuole stare in periferia. E chi si sposta al centro poi vuole stare ancora più al centro, vuole stare in piazza. E chi sta in piazza vuole stare nella casa al centro della piazza. E cosi tutti gli abitanti di Crusca stanno nella stessa casa, un poco stretti, ma felici.

lunedì 11 settembre 2017

Cedi strada agli alberi, ogni giorno - Franco Arminio

Non ti affannare a seminare noie e malanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne. Non aspettarti niente da nessuno e se vuoi aspettarti qualcosa,  aspettati l’immenso, l’inaudito. Trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo. Per tornare a casa aspetta che sia sera. Usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.
Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni. Stai all’aria aperta almeno due ore al giorno. Ascolta gli anziani, lascia che parlino della loro vita. Fatti delle piccole preghiere personali e usale. Esprimi almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Dai attenzione a chi cade. Leggi poesie ad alta voce. Fai cantare chi ama cantare. Prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.
Il bene quando c’è dura assai poco, in genere svanisce il giorno dopo. Girati verso il muro, verso il sole che illumina una faccia qualsiasi. Festeggia appena puoi il minuto più inutile della tua vita.
Spesso gli uomini si ammalano per essere aiutati. Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino. Salutare un vecchio non è gentilezza, è un progetto di sviluppo locale. Camminare all’aperto non è seguire il consiglio del medico, è vedere le cose che stanno fuori, ogni cosa ha bisogno di essere vista, anche una vecchia conca piena di terra, una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.
Mai vista una primavera così bella, la luce sembra impazzita, è un diamante la testa del serpente, il silenzio concima le ginestre, sono quieti i paesi da lontano. Non insistere a dolerti, ogni albero è tranquillo e felice di vederti.
Camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che un giro nei dintorni, uscire perché fra poco esce il sole, perché una giornata qualsiasi è il tuo splendore. Pensa, hanno già spezzato una zampa a un cane, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala, apri gli occhi a caso: davanti a te c’è una scena del mondo una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che abbia smesso di piovere.
C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.
Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.
Per stare bene non ci vogliono i medici, ci vuole una passione senza fine. Abbiamo bisogno di cose profonde e invece zampettiamo in superficie. Chi è chiuso nella grandi malattie lo sa bene quanta vita sprechiamo noi che stiamo bene.
Sento che siamo arrivati ai giorni semplici. Ora si può credere a quello che ci accade,
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo  e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia  fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia. Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.
Punta sulla nuvola e su altre cose mute, non tue, non vicine, non addestrate a compiacerti, punta sulla morte, anche sulla morte, sulla sua decenza, sul fatto che non ritratta niente, punta sulla luce, cercala sempre, infine punta sulla tua follia, se ce l’hai, se non te l’hanno rubata da piccolo.
La notte scorsa nel mondo sono morte tante persone. Noi no. È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo di stare nella luce del giorno, davanti a un albero, a un volto.
Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme. Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo, non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento.
Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba, dove non c’è il troppo di ogni cosa, dove il poco ancora ti festeggia con il pane e la luce, con la muta lussuria di una rosa.
Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

venerdì 23 giugno 2017

Il letargo di Andretta - Franco Arminio


Appena sveglio mio figlio mi dice che c’è il sole come se fosse un miraggio. Ho la faccia gonfia per un dente infiammato. Ho la testa piena di cattivi pensieri. Dopo molti giorni davanti al computer ho voglia di andare all’aperto a prendere aria. Vado ad Andretta, il paese più vicino, l’unico che d’estate riesco a raggiungere in bicicletta.
Quindici chilometri senza incontrare una macchina. Arrivo e parcheggio davanti a un camion di un venditore di frutta. Una voce registrata annuncia la merce in vendita, ma per il momento non accorre nessuno. Passa una macchina con un’altra voce registrata: l’arrotino che fa pure l’ombrellaio. In piedi, nella cornice di una porta, un uomo anziano si sistema l’aggeggio acustico intorno all’orecchio. L’operazione pare più laboriosa del previsto. Mi fermo a osservare. Dall’altra parte della strada c’è una Punto grigia col motore acceso da molti minuti. Un uomo anziano prende il sole in una Volvo. Mi accorgo che il bar in cui sono stato varie volte è privo di nome. Come si chiama? Dico alla signora che sta lavando a terra. Solo bar, mi risponde. Prima di allontanarmi noto l’insegna dei gelati Algida sbiaditissima, si legge solo la parola cornetto. Davanti al bar c’è un uomo col naso mangiato da una malattia e un altro che mi guarda con aria dimessa, sfinita. In mezzo alla strada due donne di mezza età parlano di ospedali e malattie. Per quanto posso capire una delle due ha avuto di recente un lutto.
Noto davanti al bar e poi davanti a un minimarket adiacente dei tavolini rotondi di cemento con intarsi di marmo. Non ci avevo mai fatto caso. Ecco, ce ne sono ancora altri due più avanti. Il proprietario del minimarket mi risponde svogliatamente che li fanno qui.
Incontro uno dei tanti che conobbi ai tempi della battaglia vittoriosa contro la discarica alla fine degli anni novanta. Mi chiede se è mia la telecamera sul cavalletto. Si, è mia, l’ho lasciata sul marciapiedi, cento metri più su. Vado a riprendermela senza timore che qualcuno me l’abbia rubata.
Poco lontano dal bar senza nome ce n’è un altro che si chiama l’Australiano.
Davanti a una porta una bottiglia di plastica piena d’acqua. Se ne trovano tante nei paesi. Non si sa come si sia sparsa la voce che tengono lontani cani e gatti: la bottiglia li distoglierebbe dal fare i loro bisogni. Penso che anche il cosiddetto pensiero magico abbia subìto un evidente impoverimento se questa adesso è la sua più diffusa manifestazione.
Ancora un bar, questa volta è un bar elegante. Dentro ci sono solo due anziani che stanno con le carte in mano, ma senza giocare.
Esco fuori a guardare un po’ d’insegne, è quello che preferisco quando non ho voglia di parlare. Abbigliamento 0-12, Intimo per tuttil’Oasi piante fioriBottega della carne, Digital Miele: niente di particolare.
È il momento dei manifesti funebri.
A Pozzuoli (Na) è venuto a mancare all’età di 69 anni Angelo Acocella.
In America è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Michelina D’Ascoli (vedova Antolino).
A 83 anni in Arisson (Usa) è venuta a mancare all’affetto dei suoi cari Francesca Acocella (vedova Di Guglielmo).
La lista è lunga. Leggo ancora di una donna morta a You Kers (New York) il 23-02-06 e di un’altra morta il 3 marzo 2006 a Toronto all’età di 83 anni.
I manifesti sono in parte oscurati dalla propaganda elettorale di Pasquale Giuditta e Nicola Mancino, Udeur e Margherita.
Incontro Ciccillo, il tenore dilettante celebrato dall’andrettese Vinicio Capossela in uno dei suoi brani. Mi dice che ogni mercoledì va ad Avellino a cantare nella filarmonica, il resto della settimana va sempre in campagna. Per non finire in anticipo nella fossa, mi dice.
Dopo il maestoso campanile c’è un altro pezzo di paese in cui non sono mai stato. Cammino in via Pasquale Stiso, ex sindaco e poeta. Adesso il sindaco è un commercialista. Non ho voglia di vedere e sentire nessun amministratore. Guardo una donna che sbatte un tappeto, un’altra che sbuccia le patate, gesti quotidiani, svolti in un silenzio pulito. Guardo certe case e le vorrei accarezzare, accarezzo le porte di legno, quelle con le vernici di una volta, bisogna conservarle queste porte,  sarebbe bello se qualcuno da qualche parte volesse salvarle, raccoglierle, fare un museo delle porte, quelle col buco per far entrare la gatta ormai sono rarissime.
Torno nel corso, c’è una merceria senza insegna che vende anche i giornali; un negozio di elettrodomestici che vende anche le scarpe e un negozio di alimentari che vende anche elettrodomestici.
Mi fermo in piazza. Non c’è una panchina, la piazza la usano per invertire il senso di marcia e tornare indietro. Qui c’è la farmacia della famiglia Papa. La farmacista è una donna vivace e subito si mette a parlare di politica. Il vecchio farmacista in pensione mi dice che lui non vota per nessuno, lui era socialista. Un altro figlio, che non ha fatto grandi studi, dà una mano alla sorella. Un po’ dentro, un po’ fuori, si fuma una sigaretta, saluta chi passa. Nella farmacia entrano in continuazione persone anziane. Antipertensivi e antireumatici i farmaci più venduti.
Torno verso la macchina. Mi siedo un po’ con Carmine, muratore scapolo, che mi dice di avere trentanove anni, ma ne dimostra almeno venti di più. Adesso si sente un ambulante che vende materassi. In un vicolo incontro una persona dall’aria spaurita. È contento che gli chiedo qualcosa. Mi risponde che sta aspettando il bel tempo. È stato una quindicina d’anni di Svizzera, pure lui pare più anziano.
La gente che c’è in giro fa gesti lenti, non c’è nessuna ebbrezza, sembrano davvero i primi passi fuori dal letargo. Si cammina lentamente, si va alla macelleria, si va a comprare la frutta, il pane, la carta igienica. Si esce per sbrinare il cuore nella luce e quello che accade in fondo è ineccepibile.
La terra ruota ad Andretta come a Londra, alla stessa velocità, incurante della velocità che c’è in superficie. Oggi è il ventiquattro marzo, per il momento non è una data memorabile, ma non è detto, fino alla fine del giorno può sempre capitare qualcosa. Il ventitré novembre fino alle sette e mezzo era una domenica qualunque, poi venne il terremoto.
Davanti alla porta del Comune un manifesto che saluta il Papa morto e uno che saluta l’arrivo del nuovo vescovo.
Per terra manifestini con fotografia a colori di un candidato. Mi sembra la foto di un poveraccio, siamo tutti dei gran poveracci. Giovani e anziani, anonimi e illustri. E questa competizione elettorale sembra non riguardare nessuno. La sera anche qui guarderanno i politici alla televisione. Avranno deciso di votare per questo o per quello, ma si ha la sensazione che il paese nel suo complesso non abbia la forza di immaginarsi un futuro. Più che da un popolo adesso un paese è abitato da un campionario di solitudini, una sommatoria di esistenze scoraggiate. Eppure oggi qui sto meglio di come potrei stare altrove. Questa faccia gonfia non è un problema, non devo dimostrare nulla a nessuno, non devo esibire alcun entusiasmo, non devo mostrare efficienza e convinzione.
Mi siedo in piazza a prendere appunti, ma il foglio resta vuoto. Qualche sociologo illustre parla di scomparsa della realtà, parla di dominio della simulazione. Qui mi pare che siamo in una terra di nessuno. La realtà ormai è una cartilagine delicatissima e la simulazione non sa dove appigliarsi. Alle dodici e venticinque si abbassa la serranda della farmacia, è segno che la mattinata è finita.

lunedì 10 aprile 2017

Dopo l’Erasmus? Il Virgilio - Lucilio Santoni


Nato nel 1987 il programma Erasmus consente ai giovani universitari di soggiornare e studiare in paesi diversi dal proprio per un certo periodo di tempo. Lodevole, per certi versi, l’iniziativa, soprattutto se riferita agli anni in cui venne istituita.
Oggi però, a mio parere, il messaggio deve essere diametralmente opposto. La cultura “altra” che vale la pena conoscere non è quella del paese straniero. Del resto, quale diversità ci può ormai essere fra le culture dei vari paesi europei? Pressoché nessuna. Anche il cibo è unificato, così come una lingua inglese veicolare buona per tutte le salse. La cosiddetta “esperienza”, in realtà, altro non è che soggiorno turistico.
La cultura “altra” oggi è quella che persiste nei paesini dell’Italia interna. La cultura dei luoghi lontani dalle città, spesso abbandonati. La cultura delle terre lontane dalla competizione economica, dove ancora sono in uso lo scambio dei beni e la loro autoproduzione. Dove il denaro non è padrone assoluto della vita e della morte degli individui. Dove la lentezza dei movimenti è una ricchezza inalienabile. Dove gli “ambienti dinamici” delle città non si sa neppure cosa siano. Dove il consumo di psicofarmaci è prossimo allo zero. Dove il sole sorge e tramonta esattamente come mille anni fa. Dove non c’è bisogno di economisti, di opinionisti e di competitor. Dove ci sono persone nelle piazze, insieme a cani e gatti. Dove si vivono le gioie e le tragedie dell’esistenza senza clamori, perché si comprende che tutto rientra nella natura delle cose.
Ecco, allora, questo sarebbe un bel programma da finanziare. Che chiamerei Virgilio. Dare la possibilità ai giovani di conoscere un altro modo di vivere, radicalmente diverso. Un soggiorno nei paesini dell’Italia interna. Starà poi a loro scegliere, in assoluta libertà, cosa fare della propria vita.

domenica 8 gennaio 2017

La Paesitudine dell’Isola, il ‘non luogo’ social sulla vita dei micro centri



Il manifesto poetico più che politico dei micro paesi (in Sardegna l’80 per cento del totale) è un mix di citazioni, mappe e foto. Niente (o poca) malinconia ma sprazzi di vita, energie e riflessioni: scorci di case al crepuscolo, stradine in salita e decisamente poco affollate che si accompagnano a frasi rigorosamente in italiano. Su Facebook a inizio dicembre è apparsa una pagina dedicata alla Paesitudine – neologismo che forza in sintesi paese e solitudine, accompagnato dall’immancabile hashtag –  uno spazio social voluto e animato soprattutto da uno dei sindaci di frontiera, Emiliano Deiana da Bortigiadas (Gallura, 767 abitanti). L’intento è quello di raccogliere e attirare l’attenzione sui progetti di resistenza dei paesi dell’interno Sardegna: dall’Ogliastra, alla Nurra, passando per il Medio Campidano. Al di là e nonostante il frequente allarme sullo spopolamento e il rischio estinzione che grava su circa 31 paesi (secondo l’interessante e dettagliato studio SPOP) l’obiettivo è quello di creare una comunità trasversale che si muove attorno all’idea di un territorio da vivere in modo alternativo, in un futuro concreto e che parte da ora. Uno dei temi che tiene banco anche nell’agenda politica tra ripercussioni molto pratiche: dalle pluriclassi (alunni di diverse età che frequentano insieme), ai servizi – come quelli postali – a giorni alterni.
Cosa è la Paesitudine? “Questo è, per ora, un non-luogo che ci parla dei paesi della Sardegna e, più in generale, di tutti i paesi”. Intesi – si legge – come “una possibilità e un delirio. I paesi – in Sardegna – rappresentano l’unica possibilità di un riscatto a portata di sguardo e di abbraccio. Sono, i paesi, dei punti del mondo, connessi col mondo e con le Città. Non sono l’antitesi della forma urbana: sono la forma urbana embrionale. Sono la Città prima della Città.La Paesitudine è il modo di raccontarli, i paesi. In un impasto sentimentale di gocce di solitudine e polvere. Il fango dell’assenza. La Paesitudine è, dunque, un sentimento, un’urgenza, un castigo.
E nello spazio si vuole raccontare i paesi, abbandonando l’autocommiserazione e urlando “al mondo il diritto alla resistenza e alle esistenze”. Con voce corale. Le intenzioni sono tracciate in un post sintetico dal titolo “Cosa vogliamo fare”, una possibile risposta a una domanda ovviamente ricorrente: “Di preciso nulla. Il mondo è pieno di persone che vogliono fare delle cose “di preciso”. Noi, più umilmente, stiamo provando a costruire una comunità di “sognatori coi piedi per terra”.
Il 2017, anno della paesitudine. E sul finire del 2016 gli amministratori della pagina nel dare gli auguri tracciano confini ambiziosi e rivendicano con orgoglio : “Il 2017 sarà l’anno della Paesitudine, l’anno in cui si affermerà – come detto – il nostro diritto a esistere, a vivere, ad abitare i luoghi, a consumare le distanze fra il cuore e il pensiero. Ci sarà bisogno di tutti noi e di altri che nel tempo comprenderanno meglio e più chiaramente la vicenda dei paesi nel rilancio morale, sociale, economico di questa terra e, di più ancora, della follia che si possa vivere, ammassati, in pochi luoghi segnando nuovi confini fra periferie”. Il retrogusto amaro non manca: “L’augurio è che ci si renda sempre di più conto che questa è una follia che uccide tutti: il piccolo e il grande. Il primo per asfissia il secondo per bulimia. Il primo per abbandono il secondo per metastasi”. Ma, si insiste: “Il 2017 deve essere anche l’anno della cura con la quale si fanno le cose, della cura per le persone, dei bambini, dei vecchi. E deve essere l’anno della Parola: di quella detta e di quella taciuta”. Da qui gli auguri dalle periferie: “Dai bordi screpolati della #paesitudine giungano gli auguri più sentiti per un 2017 pieno di salute, di ardimento e di tenerezze. Una salute che cura i luoghi e le distanze; un ardimento per difendere il nostro diritto a esistere; una tenerezza per i bambini, i vecchi, gli alberi, le lepri, le pernici, i cieli, le aurore, i tramonti, le notti”.

Lo scenario nazionale, i gesti locali. E tra una poesia di Umberto Saba, una citazione di Sergio Atzeni, un verso di Vinicio Capossela appare un omaggio al sindaco pescatore di Pollica Angelo Vassallo, campano, ucciso in un attentato nel 2010 rimasto senza colpevoli. “Lo Stato siamo noi – scriveva-. Sono i paesi che fanno il Paese: la vera ricchezza è il luogo in cui si vive. La malattia della politica è la lontananza dalla nostra comunità e dalla operosità delle nostre donne e dei nostri uomini”. La condizione di paesitudine  è quindi condivisa, diventa un urlo della politica dei “piccoli”, di chi sta nei territori. Ma lo scenario, seppur nazionale, è declinato in chiave locale. Un vezzo autarchico? “Non si tratta di scelte autarchiche, si tratta di scelte d’amore. Amore per i luoghi e per le persone che, testarde, continuano ad abitarli”. E poi non vale il principio di locale in senso lato: “Non astrattamente “prodotti locali”, ma prodotti locali buoni e genuini. Acquistate direttamente dal produttore, dal pastore, dall’agricoltore, dal pescatore, dal trasformatore. Fatelo con la cura che si riserva alle cose belle e nobili; fatelo con l’etica di chi difende e aiuta l’economia locale, quella vera e misurabile. Quella che produce reddito vero, vero lavoro. Usate la conoscenza diretta, il passaparola, lo scambio di esperienze”. Ancora una volta i dati dell’Isola non sono affatto confortanti: “Se è vero – come è vero – che in Sardegna consumiamo l’80% di prodotti che vengono dall’esterno questo dato deve diventare il punto di partenza per l’educazione al consumo responsabile e informato. Ciascuno di noi ha una parte di responsabilità – come consumatore – per come gira la nostra economia locale; ciascuno di noi può fare la sua parte per invertire la rotta, per rafforzare l’economia di prossimità, la socialità di vicinato, la tenerezza della cura di noi e del prossimo”. E così “La #paesitudine passa, anche, dell’orientamento delle scelte personali che, poi, diventano scelte collettive”. Perché la Sardegna lontana dalle città non diventi (solo) terra per turisti del week end. 
Mo. Me.