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venerdì 6 giugno 2025

due lettere dal Niger - Mauro Armanino

Scampati al deserto, Traoré Ali e Ousmane non rinunciano ai loro sogni e ne hanno fatto una foresta - 

La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’

Sono entrambi originari della Costa d’Avorio ed è per me come un piacevole ‘giocare in casa’. Non si dimentica mai il primo amore. Sbarcato in questo Paese nel millennio scorso, dal 1976 al ’78, la prima volta nel continente africano. Il ritmo della lingua, i luoghi e lo stile sono riconoscibili ad occhio e orecchio nudo.

Traoré, di mestiere panettiere e pasticciere nella città di Man, nel nord ovest della Costa d’Avorio. Parte l’anno scorso, coi suoi 32 anni e una famiglia lasciata a casa, per inventarsi un futuro diverso e più luminoso di quello che si trova tra le mani che impastano povertà e nulla più. Derubato come tutti i migranti dai gruppi armati nel Mali, raggiunge l’Algeria e lavora prima come panettiere e poi, al solito, in un cantiere edile ‘cinese’ della capitale. Al momento di ritirare il frutto del suo lavoro arriva ‘casualmente’ la polizia che spoglia i migranti di tutti gli averi, li arresta e li deporta a Tamanrasset in un centro di detenzione. Da lì, lui e gli altri saranno condotti al confine col Niger, in un luogo desertico che bisognerà attraversare per raggiungere la prima cittadina abitata, Assamaka.

Ali ha invece 19 anni. Non ha potuto terminare la scuola elementare e fatica a leggere e scrivere in francese. In Costa d’Avorio era apprendista riparatore di frigoriferi e climatizzatori. Vorrebbe imparare meglio il mestiere e mettere da parte il capitale per viaggiare in Europa, dove i sogni si infrangono sulle coste o ancora prima di raggiungere il mare. Per questo passa un paio di settimane in Tunisia. Il tempo di essere deportato in Algeria e da lì, come Traoré suo compatriota, gettato nella fascia di deserto che non separa affatto l’Algeria dal Niger. Lui e Traoré mettono assieme i sogni confiscati dal sistema che stima né utile né sopportabile accettare chi non si adegua alle norme stabilite di sparizione programmata dei giovani per luogo di nascita.

Ali e Traoré sono tra le migliaia di giovani che inventano, tessono, rischiano sogni non esportabili o delegabili ad altri. Assumono il rischio dell’incomprensione, della persecuzione e financo dell’eliminazione dei giovani che osano un futuro fuori dalle regole stabilite dal sistema dominante. Diventano, malgrado loro, rivelatori di violenza. La stessa che accompagna da decenni la Democratica Repubblica del Congo, ex Zaire, di Moboutu Sese Seko, dittatore liquidato poi dai Grandi.

Ousmane di 23 anni, imbianchino senza lavoro. Abbandona la capitale dove ha il dubbio di essere inghiottito dal nulla per la nascita in una famiglia numerosa per andare, con un sogno nascosto negli occhi, a sfidare il Mediterraneo. Sarà invece il mare di sabbia, il Sahara, nome che significa, per l’appunto, mare che pone una barriera invalicabile al suo andare. Passato il deserto algerino sarà catturato, spogliato degli averi e imbarcato, assieme agli altri e come pacchi postali, sul camion fino alla frontiera di sabbia col Niger. Ousmane e i due avoriani passano qualche giorno ad Assamaka, saturata con migliaia di migranti espulsi dall’ Algeria, la Tunisia, la Libia e il Marocco. L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, a nome delle Nazioni Unite, è in difficoltà per accogliere, nutrire e ricondurre i migranti ai rispettivi Paesi di origine. Questa è la ragione per la quale i tre amici hanno raggiunto fortunosamente la capitale Niamey. Scampati al deserto, Traoré, Ali e Ousmane non vogliono chiudere i loro giorni in un labirinto umanitario che assomiglia fin troppo all’anticamera dell’inferno.

I sogni confiscati dal sistema non vanno affatto perduti perché sono come semi che seppelliti nel letame dei potenti, a loro insaputa, crescono e prosperano. Senza darlo a vedere e ispirati da innumerevoli poeti scomparsi, si sono messi assieme. Stagione dopo stagione e albero dopo albero si è andata formando una foresta che nessuna cartina o rilevamento dall’alto potrà identificare. La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’. Dentro la foresta si trovano gruppi di bambini che giocano con gli animali e inseguono farfalle di ogni tipo. Al centro del bosco c’è una sorgente d’acqua perenne che disseta i sogni e li affida, come preziosa eredità, al vento cha passa ogni mattina di buonora.

da qui


L’isola dei bambini mai arrivati – La lettera di P. Mauro

Molti di loro sono certamente passati dal Niger, Terra di Mezzo. Li abbiamo incontrati e poi dimenticati . Erano accompagnati da uno o entrambi i genitori oppure confusi tra fratelli, amici e conoscenti d’occasione. Hanno attraversato non si sa come il deserto e, per gli strani sentieri del destino, sono riusciti ad imbarcarsi e tentare il Mare di Mezzo, il Mediterraneo. Secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia ONU per la protezione dell’infanzia, l’UNICEF, in dieci anni, circa 3500 bambini hanno perso la vita nel mare, sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Questa porzione di mare è riconosciuta come la frontiera più mortale del mondo.

Ciò significa, sempre per il rapporto citato, che in questi ultimi 10 anni ogni giorno un bambino è scomparso nel mare. Mancava perfino la mano di uno dei genitori a dare l’ultimo aiuto.

Sette bambini su dieci che hanno effettuato la traversata viaggiavano soli.

Quanti sono giunti sull’altra riva e interrogati hanno confessato che, durante il viaggio, molti di loro hanno sofferto violenze fisiche e altri sono stati arbitrariamente detenuti. Sono fuggiti da guerre, conflitti, violenze, miseria e soprattutto l’abbandono di una parte d’Africa che ha tradito e venduto il loro futuro ai commercianti di vite umane.

I bambini fanno parte delle oltre 20mila persone morte o disperse nel corso egli ultimi dieci anni nello stesso Mare.

L’isola dei bambini si è creata da sé, come per caso, un giorno feriale di un anno che nessuno ricorda.

Il numero degli piccoli migranti mai arrivati aumentava al quotidiano e si rese necessario, col tempo, organizzare la vita della colonia e far sentire i nuovi arrivati come a casa loro. All’inizio non è stato facile perchè i bambini cercavano di imitare quello che ricordavano della società dei grandi. Armi, guerre, muri come frontiere e parole armate generatrici di violenza e divisione. Si organizzò dunque una prima assemblea consultativa aperta a tutti i residenti senza distinzione. Si decise all’unanimità che l’isola sarebbe stata guidata senza più tener conto del sistema creato dai grandi.

Inventarono strade, cortili, piazze, giochi e feste. Alcuni dei più grandi che già avevano imparato un mestiere si industriarono a trasmettere ad altri il loro sapere. Le bambine più grandi organizzavano la cucina, la cura dei più piccoli e rallegravano la vita dell’isola con canti e danze improvvisate. L’isola dei bambini mai arrivati era anch’essa migrante e, in realtà, non andava da nessuna parte. Si muoveva, invisibile o visibile secondo le stagioni e, come esse, mutevole nei colori e nella forma. Quando, da lontano, spuntava un’imbarcazione i bambini migranti innalzavano una bandiera inesistente e accendevano fuochi sperando che il fumo avrebbe segnalato la loro presenza.

L’isola è ben là fino a tutt’oggi e continua a ricevere nuovi ospiti ai quali viene chiesto il nome, l’età e il Paese di origine. Nel caso di neonati i nomi sono scelti a seconda dei giorni di sole, di pioggia e di vento. Non c’è una rotta prestabilita perché l’isola inventa ogni giorno nuovi orizzonti e c’è chi giura d’averla vista passare ma c’era nebbia quel giorno. Alcuni dei primi residenti immaginano che un giorno l’isola dei bambini si trasformerà in un continente che avrà dimenticato per sempre l’arte della guerra.

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giovedì 26 novembre 2020

Esportare rifiuti conviene, ma a chi?

 

Tunisia: l’Italia coinvolta nello “scandalo dei rifiuti” - Piera Laurenza

 

Un’azienda di rifiuti italiana è coinvolta in uno scandalo che ha suscitato l’interesse dell’opinione pubblica tunisina, dopo che un’emittente televisiva privata ha denunciato un traffico di rifiuti, ritenuto illegale, pari a circa 120 tonnellate.

In particolare, nella sera del 2 novembre, il canale “El-Hiwar Ettounsi”, nel corso del programma televisivo “Le quattro verità”, ha rivelato l’esistenza di un contratto tra un’azienda tunisina ed una società italiana, che prevede il trasferimento di 120 tonnellate di rifiuti l’anno dall’Italia alla Tunisia, in cambio di circa 48 euro per ogni tonnellata importata. I rifiuti in questione sono di varia natura, ma includono altresì rifiuti ospedalieri, il che viola le norme vigenti in Tunisia, sia nazionali sia internazionali. È stato un sito di informazione tunisino a rivelare che la ditta italiana coinvolta potrebbe essere di origine campana. In particolare, si tratterebbe della SRA Campania, con sede a Napoli. La parte tunisina coinvolta, invece, a detta della fonte, potrebbe essere Soreplast.

A seguito del servizio dell’emittente tunisina, il Ministero degli Affari locali e dell’Ambiente ha annunciato di aver disposto l’apertura di un’inchiesta, volta ad indagare sul contratto stipulato tra la parte italiana e tunisina, autorizzando altresì una “missione di monitoraggio”. Stando a quanto riferito da fonti tunisine, dall’Italia sarebbero state esportate in Tunisia 70 container con circa 120 tonnellate di rifiuti, mentre più di altri 200 container sono stati depositati presso il porto di Sousse, in attesa di essere smistati. Il Ministero tunisino non ha smentito l’esistenza del contratto denunciato, ma ha riferito di non aver concesso nessun tipo di licenza o autorizzazione alla società tunisina coinvolta e che adotterà le misure necessarie per far fronte a tale tipo di traffico. Parallelamente, il direttore delle Dogane tunisine, Haytem Zaned, ha dichiarato che i 70 container sono stati sigillati ed è probabile che verranno rispediti in Italia, mentre gli altri 212 si trovano ancora a Sousse.

L’affare era stato scoperto nel mese di luglio scorso dalle autorità doganali tunisine. Tuttavia, è soltanto dopo il servizio del 2 novembre che il caso ha ottenuto l’attenzione della società e del governo tunisini. In Tunisia, le attività di raccolta, trasporto e gestione dei rifiuti sono regolate da una serie di convenzioni internazionali, firmate dal Paese nordafricano, oltre a misure nazionali. In particolare, gli imprenditori e le aziende interessate devono ottenere l’approvazione dell’Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti, sviluppare uno “studio di impatto ambientale” e presentarlo all’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPE). Tali agenzie, collegate al Ministero dell’Ambiente, sono responsabili dell’approvazione dei fascicoli presentati.

Per quanto riguarda gli accordi internazionali, la Tunisia ha firmato la Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e il loro smaltimento, adottata a Basilea il 22 marzo 1989 e la Convenzione di Bamako sul divieto di importazione in Africa di rifiuti pericolosi e sul controllo dei movimenti transfrontalieri e la gestione dei rifiuti pericolosi nel continente. Infine, Tunisi ha anche firmato i codici europei dei rifiuti.

da qui

 

 

La "migrazione" dei rifiuti dall'Italia alla Tunisia - Ferruccio Bellicini

 

Si allarga a macchia d’olio l’indignazione per la notizia, svelata durante la serata del 2 novembre dal canale televisivo privato “El-Hiwar Ettounsi” nel corso del programma “Le quattro verità”, di tonnellate di rifiuti, forse anche ospedalieri, arrivati sulle sponde del Paese nord africano, con partenza dall’Italia.

Mentre continua il tira e molla, con contatti di livello pressoché giornalieri fra il governo italiano e le autorità tunisine (l’ultimo un colloquio telefonico fra il Presidente tunisino Kaïs Saïed e Giuseppe Conte), per trovare soluzioni che possano arginare le partenze clandestine di esseri umani verso l’Italia, si é chiuso un occhio, e forse tutti e due, per un fenomeno che, quasi certamente, si protrae da tempo: il trasporto di rifiuti italiani verso la Tunisia.

Sulla legalità di questo business se ne stanno occupando il governo e la magistratura tunisini. Saranno questi ultimi a determinare se il tutto si é svolto nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali relative alla circolazione di rifiuti, sia urbani che tossici.

Come ha scritto in un articolo apparso il 5 novembre il sito sicurezzainternazionale.luis “in Tunisia, le attività di raccolta, trasporto e gestione dei rifiuti sono regolate da una serie di convenzioni internazionali, firmate dal Paese nordafricano, oltre a misure nazionali. In particolare, gli imprenditori e le aziende interessate devono ottenere l’approvazione dell’Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti (ANGED), sviluppare uno “studio di impatto ambientale” e presentarlo all’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPE). Tali agenzie, collegate al Ministero dell’Ambiente, sono responsabili dell’approvazione dei fascicoli presentati. Per quanto riguarda gli accordi internazionali, la Tunisia ha firmato la Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e il loro smaltimento, adottata il 22 marzo 1989 e la Convenzione di Bamako sul divieto di importazione in Africa di rifiuti pericolosi e sul controllo dei movimenti transfrontalieri e la gestione dei rifiuti pericolosi nel continente. Infine, Tunisi ha anche firmato i codici europei dei rifiuti”.

Dal momento in cui la notizia é diventata di dominio pubblico in novembre, pur essendo il fatto stato segnalato dalla dogana tunisina lo scorso luglio, a causa di una discordanza fra quanto dichiarato dall’importatore, materiale plastico riciclabile, e il reale contenuto dei containers, si sono susseguiti in ordine sparso ma incessante, interrogazioni parlamentari, dichiarazioni di politici, ambientalisti, giornalisti, magistrati, e chi più ne ha più ne metta. Senza parlare dei social nei quali, fra l’altro, sono filtrate valutazioni pesudo-sociologiche, scomodando il colonizzatore (l’Italia) che avrebbe invaso di rifiuti il colonizzato (la Tunisia) o di una Tunisia diventata “ il bidone della spazzatura dell’Italia”.

Sabato 7 novembre le organizzazioni della società civile di Sousse hanno indetto una marcia di protesta in città per denunciare lo scandalo sull'introduzione di rifiuti dall'Italia in Tunisia. Condannando questa situazione, che avrebbe “trasformato la Tunisia in una discarica dei Paesi europei”, i manifestanti hanno gridato forte che “la colpa é della politica dei vari governi che, impegnandosi con continui prestiti contratti all'estero, hanno affogato il Paese in un mare di debiti, costringendolo ad accettare ogni compromesso.”

Fermo restando il diritto alla libertà di pensiero e parola rimangono i fatti: un affare privato, fra una società italiana ed una tunisina, del quale pero’ devono essere definiti i contorni per valutarne la legalità operativa. Le due società coinvolte sarebbero una italiana con sede a Napoli e una tunisina con sede a Sousse (Tunisia centro). Alcuni organi di stampa ne hanno anticipato i nomi, ma per ora si tratta di illazioni, non essendoci conferme ufficiali. Da alcune indiscrezioni si é saputo che la  società privata tunisina avrebbe chiuso i battenti nel 2012 per riprendere i suoi servizi solo di recente.

Secondo il portavoce del tribunale di primo grado di Sousse, a tal fine è stata aperta un'indagine giudiziaria. Parlando all’antenna radio Mosaic FM, ha detto che “questa indagine è stata aperta in seguito alla raccolta di alcuni dati: sono recentemente arrivati ​​in Tunisia 70 container di rifiuti dall'Italia, che ne trasportano 120 tonnellate. Più altri 200 container che sono bloccati da luglio nel porto di Sousse.”

Contemporaneamente, il direttore delle Dogane tunisine, Haytem Zaned, ha confermato che “i 70 container sono stati sigillati ed è probabile che verranno rispediti in Italia, mentre gli altri 212 si trovano ancora a Sousse.” Il 3 novembre il Ministero degli Affari Locali e dell'Ambiente ha annunciato l'apertura di un'indagine senza nominare le aziende coinvolte. Ha detto di “non aver concesso alcuna autorizzazione alla società tunisina e che "non esiterà a prendere tutte le misure legali appropriate di fronte a questo tipo di operazioni". L'azienda tunisina riceverebbe 48 euro per ogni tonnellata di rifiuti importata.

Secondo quanto pubblicato dalla testata online Webdo il 9 novembre, “il Presidente della commissione per la riforma amministrativa e la lotta alla corruzione, Badreddine Gammoudi, si è dichiarato non convinto dalle spiegazioni del Ministro dell'Ambiente e degli Affari Locali in materia di importazione di rifiuti dall'Italia. Il Ministro ha cercato di presentare un 'capro espiatorio' senza destare sospetti all'interno del suo dipartimento", ha detto dopo un'audizione. Gammoudi ha ribadito “la presenza di sconfinamenti nelle più alte strutture del Ministero dell'Ambiente, sottolineando che il caso è ormai un reato di corruzione e non un sospetto”. Secondo il deputato, “gli alti funzionari del suddetto ministero sono implicati in questo "crimine" per frode, complicità e coinvolgimento diretto nel processo.”

Anche gli ambientalisti tunisini hanno fatto sentire, forte, la loro voce. Adel Hentati, consigliere di molte ONG e specialista della protezione ambientale tunisina, ha confermato che “tra i rifiuti filmati ci sono scarti ospedalieri, la cui raccolta è regolata da normative specifiche vista la pericolosità che rappresentano.”

L'esperto non ha mancato di ricordare che “la maggior parte delle discariche in Tunisia sono controllate da aziende italiane” affermando che “il nostro Paese ha vissuto solo di recente queste pratiche scioccanti e denunciando il blackout operato dal Ministero dell'Ambiente.” “E’ un crimine ambientale punito dalla legge” ha ribadito, in una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa AFP. Abdelmajid Dabbar, Presidente e fondatore della ONG “Tunisie ecologie”, strenuo difensore della flora e della fauna tunisine, da noi contattato, ci ha rilasciato la seguente dichiarazione: ” la nostra assciazione si é unita con un collettivo di oltre trenta altre associazioni iniziando una campagna mediatica per chiede alle autorità competenti di vietare che ogni tipo di rifiuto possa entrare in Tunisia.”

In un comunicato da loro diffuso, molto duro, si legge: “ chiediamo di perseguire le società implicate e i suoi rappresentanti in tribunale sulla base del diritto penale tunisino. Infatti, in base all'articolo 14 della legge n. 2015-26 del 7 agosto 2015, relativo alla lotta al terrorismo, questo gruppo di ONG resta fermo di fronte alla questione dell'importazione di rifiuti. Chiunque danneggi l'ambiente, in modo tale da compromettere l'equilibrio dei sistemi alimentari e ambientali, o delle risorse naturali, o da mettere in pericolo la vita degli abitanti o la loro salute, è colpevole di un reato di tipo terroristico”.

Certamente “l’affaire” non terminerà qui.

da qui

 

 

Rifiuti italiani clandestinamente seppelliti in Tunisia - Natale Salvo

 

Un traffico clandestino ed illegale di rifiuti, provenienti dall’Italia e, in particolare dalla Campania, e che include rifiuti speciali pericolosi quali quelli ospedalieri, è stato scoperto in Tunisia.

282 containers pieni di rifiuti italiani sono stati bloccati e sequestrati nel porto di Sousse, dalla Dogana tunisina. Sui documenti di trasporto appariva, falsamente, che i containers contenessero « rifiuti di plastica riciclabile ».

Il portavoce della Dogana tunisina, Haythem Zannad, ha dichiarato che « grazie alla sua organizzazione che i rifiuti non sono stati sepolti in Tunisia ».

A darne per prima notizia, lo scorso 2 novembre, l’emittente televisiva “El-Hiwar Ettounsi”, per come ha riportato l’indomani il giornale online francofono Kapitalis.

La Convenzione di Bamako vieta di spedire rifiuti in Africa: ma l’Italia ci prova lo stesso!

« Un’azienda tunisina [la Soreplast, secondo quando riportato dalla stampa, NdR] importava ogni anno dall’Italia quasi 120.000 tonnellate di rifiuti, violando la legislazione nazionale e internazionale, come la Convenzione di Bamako, che vieta l’importazione di rifiuti in Africa », spiega l’inchiesta giornalistica.

« In cambio – spiega la fonte -, la società tunisina avrebbe ricevuto 48 euro a tonnellata » dall’azienda italiana coinvolta.

In proposito, il “Forum tunisino per i diritti economici e sociali” (FTDES) ha richiesto, alle autorità competenti, di « obbligare il partner italiano [cioè la società SRA Campania] ad accettare la riesportazione di questi rifiuti ».

La scoperta sarebbe avvenuta grazie alla solerzia della Dogana tunisina, che ha voluto vederci chiaro sui documenti di trasporto e sull’effettivo contenuto dei containers. Evidentemente la stessa cura non sarebbe stata impegnata alle frontiere italiane.

A prima vista potrebbe apparire una notizia di normale criminalità. Ma in Tunisia non la pensano così.

Sembra infatti che la Dogana tunisina « sarebbe stata oggetto di pressioni da parte di politici e funzionari, che si dicevano vicini al proprietario della società tunisini ».

Scandalo in Tunisia, silenzio sulla stampa di regime italiana

La deputata Nesrine Laâmari (Réforme nationale) ha sostenuto chiaramente – per come riporta sempre Kapitalis – che la ditta campana « era stata incaricata dal governo italiano di smaltire questi rifiuti ».

Tra le prime reazioni politiche, a seguito del sollevarsi dell’indignazione generale, ancora Kapitalis precisa che « il Ministero degli Affari Locali e dell’Ambiente ha annunciato, giovedì 12 novembre 2020, che il capo del governo, Hichem Mechichi, ha deciso di licenziare Fayçal Bedhiafi, Direttore Generale dell’Agenzia Nazionale per la Gestione dei Rifiuti (Anged) ».

La stampa di regime italiana non ha dato notizia dei fatti. Per ritrovarla sui nostri notiziari, occorre scomodare siti web minori come Unimondo, grazie ad un post di Ferruccio Bellicini, e MeteoWeek, con un articolo di Chiara Ferrara.

Dal traffico illecito di rifiuti, l’Italia “fattura” 20 miliardi annui

Ivan Cimmarusti su “Il Sole 24 ore”, comunque, già lo scorso giugno, in un’inchiesta, scriveva di « un business criminale che solo in Italia vale 20 miliardi di euro annui per smaltite nelle megadiscariche senza regole dell’area sub-sahariana”.

Il giornalista, nell’articolo, spiegava: « Camorra, mafie estere, faccendieri italiani e spedizionieri magrebini senza scrupoli hanno fiutato l’affare miliardario. Perché nei fatti il ciclo illecito dei rifiuti ha un vantaggio per l’impresa che non intende sostenere spese cospicue. Facciamo un esempio. Una tonnellata di plastiche e gomme per essere regolarmente smaltita può costare tra 200-250 euro. Seguendo la via illegale la spesa non supera 100-150 euro ».

L’assurdità di tali avvenimenti verterebbe sul fatto che le società italiane che commerciano illegalmente i rifiuti sarebbero regolarmente autorizzate. Sarebbero sufficienti, quindi, effettivi controlli incrociati, anche finanziari, tra i dati di chi produce i rifiuti, di chi li trasporta e si chi li smaltisce per giungere a scoprire gli illeciti.

Ma, probabilmente, fa comodo anche all’Italia, ed ai politici italiani, che continui il traffico clandestino di rifiuti con l’Africa.

da qui

 

 

Italia-Tunisia, lo scandalo dei rifiuti che non esiste

 

L'Italia è sotto i riflettori in Tunisia, dopo che nei giorni scorsi l’emittente “Al Hiwar al Tunisi” ha trasmesso un reportage sull'importazione di rifiuti italiani da parte di una società tunisina. Il programma “Le quattro verità”, nella puntata dello scorso 2 novembre, ha "denunciato" l'esistenza di un contratto tra un’azienda tunisina ed una società italiana che, secondo l'emittente, includerebbe il trasferimento di 120 tonnellate di rifiuti l’anno dal nostro Paese alla Tunisia. Il caso ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica tunisina e ha spinto a parlare di scandalo dei rifiuti tra i due Paesi. I dati complessivi sull'importazione e l'esportazione dei rifiuti raccontano però una storia molto più complessa. Non è un segreto che l'Italia sia costretta a portare fuori dal Paese una mole importante di rifiuti. Ma non si tratta di un'abitudine soltanto italiana. Secondo quanto riporta uno studio dell'Agenzia europea dell'Ambiente (Eea) sull'economia circolare pubblicato nell'ottobre del 2019, solo "dall’inizio dello scorso anno, l’Ue ha esportato circa 150 mila tonnellate di rifiuti di plastica al mese".

Invece, prendendo come riferimento i rifiuti speciali (cioè quelli prodotti soprattutto da industrie e aziende), scopriamo che l'Italia nel 2018 ne ha esportati per un volume pari a circa 3,5 milioni di tonnellate. Secondo il rapporto Ispra 2020 sui rifiuti speciali, i maggiori quantitativi di questi ultimi nel 2017-2018 sono stati destinati alla Germania, complessivamente 957mila tonnellate (il 27,5 per cento del totale). A seguire troviamo Austria (322mila tonnellate) e Francia (267mila tonnellate). L'Italia però è anche un Paese che importa un'elevata quantità di rifiuti speciali, per un volume che nel 2017-2018 è stato pari a 7,3 milioni di tonnellate. Si tratta soprattutto per il 78,7 per cento di rifiuti metallici, spiega l'Ispra. Proprio dalla Germania, nel 2017-2018, abbiamo importato oltre 2,1 milioni di tonnellate di rifiuti speciali. A seguire troviamo la Svizzera (1,07 milioni) e la Francia (un milione circa di tonnellate di rifiuti). Tra i Paesi da cui importiamo rifiuti speciali troviamo la stessa Tunisia (4.913 tonnellate).

C'è poi tutta la problematica dei rifiuti urbani. Solo per fare un esempio rilevante, quelli prodotti nella Regione Lazio nel 2017 sono stati pari a 2,97 milioni di tonnellate (oltre 50mila tonnellate in meno rispetto all'indagine di Ispra relativa all’anno 2016). Si tratta di una parte significativa dei rifiuti urbani nazionali, dal momento che quelli prodotti nel Lazio costituiscono circa la metà di quelli prodotti al Centro Italia (46 per cento) e il 10 per cento di quelli prodotti sull’intero territorio nazionale. Nel 2017, oltre l’80 per cento dei rifiuti indifferenziati nel Lazio (circa 1,3 milioni di tonnellate) è stata inviata a impianti di trattamento meccanico-biologico regionali, che con processi meccanici e biologici modificano i rifiuti, generando prodotti che in seguito devono trovare una collocazione definitiva. Circa 174 mila tonnellate delle rimanenti sono state trattate, sempre all’interno della Regione, in impianti a trattamento meccanico, mentre circa 90 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati sono poi state inviate in parte fuori Regione, in parte all’estero. In Austria, ad esempio, sono state mandate 50 mila tonnellate di rifiuti, tutte dal Comune di Roma, tutte legalmente...

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venerdì 10 luglio 2020

Aspetteremo un’altra pandemia? Intervista a Habib Ayeb




Intervista di Sabrine Hamed

A margine di una conferenza on-line organizzata dall’Osservatorio Tunisino per l’Acqua (OTE) sul tema: “Quali strategie e approcci per promuovere un’agricoltura resiliente e sostenibile e una sovranità alimentare nel contesto post Covid-19?”, La Presse ha contattato  il professor Habib Ayeb, geografo, professore emerito all’Università di Parigi VIII a Saint Denis. I suoi lavori, le sue ricerche e pubblicazioni si basano essenzialmente sulle questioni rurali, agrarie, contadine, alimentari ed ecologiche, con la dimensione sociale come filo conduttore di riflessione e analisi che permette di comparare situazioni diverse e variegate.
Ayeb è membro fondatore dell’Osservatorio sulla Sovranità Alimentare e l’Ambiente (OSAE). OSAE è un’organizzazione associativa senza scopo di lucro che rivendica un’indipendenza totale da tutti i movimenti politici. La sua missione è produrre conoscenze attraverso progetti di ricerca accademici sulle questioni relative alla sovranità alimentare, l’ambiente, il clima, la giustizia sociale ed ecologica. In tal modo essa contribuisce a sviluppare delle solide istanze in favore delle realtà contadine, del diritto d’accesso alle risorse, della sovranità alimentare, delle sementi e delle varietà locali che si declinano a tutte le scale, dall’individuale al collettivo, dal locale al globale, senza dimenticare la grande tematica del cambiamento climatico e delle sue conseguenze.
Professor Ayeb, esiste una relazione tra i cambiamenti climatici e la pandemia di Covid-19?
Il cambiamento climatico non cade dal cielo. È un prodotto diretto delle nostre politiche economiche neo liberiste in generale, e in gran parte delle politiche agricole basate su un modello capitalista, intensivo, produttivista, orientato all’esportazione e che consuma grandi quantità di energia, di fertilizzanti chimici, di pesticidi, di antibiotici, di risorse naturali, dall’acqua alla terra. Noi sappiamo che il settore agricolo contribuisce a oltre il 22% dell’emissione globale di CO2, responsabile del riscaldamento climatico. Certo, il contributo della Tunisia al cambiamento climatico resta incomparabile con quello dei paesi industrializzati, ma la deregolamentazione climatica si produce a una scala globale e non prende in considerazione la parte di responsabilità di questo o quel paese. E lo stesso vale per altri fenomeni di distruzione della natura e della vita che colpiscono indistintamente tutte le regioni del mondo.
Alla stessa maniera, il Covid – 19, che è stato individuato per la prima volta in Cina nel dicembre 2019, ha coinvolto tutte le regioni del mondo in tempo record, giusto qualche settimana, con più di 8 milioni di contagi e oltre 300.000 morti (oltre 11 milioni e più di 500 mila morti al 5 luglio 20202, ndr). Mai, nella storia conosciuta, una pandemia ha colpito tanto rapidamente la totalità del pianeta. Molti biologi, tra cui Rob Wallace e altri, dimostrano che la deforestazione intensiva, di cui necessita l’allevamento intensivo, l’estensione delle monocolture industriali (ad esempio il mais che serve a produrre l’etanolo, il “petrolio verde”, o l’olio di palma ecc…) e lo sviluppo dell’industria del legno, hanno raggiunto zone quasi totalmente inaccessibili nel cuore delle grandi foreste. Queste pratiche produttiviste hanno così liberato molti germi sconosciuti, tra cui virus, e facilitato il loro spostamento attraverso il globo approfittando della mobilità umana e animale permessa dai vari mezzi di trasporto, sempre più rapidi e frequenti.
Per riassumere, è un processo complesso, indotto dal sistema economico capitalista e in particolare dall’agricoltura capitalista, che si traduce particolarmente nel riscaldamento accelerato del clima, nella distruzione massiva della biodiversità animale e vegetale, e nella comparsa di nuovi virus, per nascita, per mutazione e per sconfinamento forzato dalle proprie zone naturali originarie.
Quindi, la pandemia del Covid-19 lascia vedere chiaramente i rapporti stretti tra i modelli agricoli intensivi, la deforestazione, la distruzione dell’ambiente e della biodiversità, i cambiamenti climatici e la comparsa dei virus. C’è una concatenazione di cause ed effetti che si riprodurrà automaticamente finché l’agricoltura resterà produttivista e capitalista. La scomparsa massiva delle api, essenzialmente causata dall’uso di pesticidi, apre la strada all’apparizione di virus nuovi fino ad ora sconosciuti, perché naturalmente confinati dentro foreste isolate ed inaccessibili, ma oggi liberati a causa della deforestazione. La scelta è dunque tra due sole alternative possibili: la prima è di continuare a intraprendere e rinforzare le politiche agricole intensive e dunque a esporre l’intera umanità, a cominciare dai più fragili, vulnerabili e indigenti, a rischi estremamente gravi, per la sanità individuale e collettiva e allo stesso tempo per le libertà individuali e collettive. La seconda è cambiare radicalmente le politiche agricole e alimentari nel ri-orientamento verso un equilibrio indispensabile tra il nutrire gli umani, proteggere la biodiversità e il clima e rispettare i diritti delle generazioni future a un ambiente sano e vivibile. Un’agricoltura che esce dalla logica del profitto e dell’insicurezza alimentare per una alimentazione rispettosa della salute, della vita e della giustizia. Un’agricoltura contadina e frugale al cuore delle politiche e delle strategie, purificata e liberata dagli investimenti speculativi e da tutte le attività estrattive.
Quali sono i problemi riscontrati dai contadini e dalle contadine a reddito limitato?
I contadini e le contadine senza terra hanno particolarmente sofferto degli effetti della pandemia e del lock-down. Prima di tutto, bisogna ricordare che la maggior parte (circa il 70%) dei redditi dei contadini deriva dall’esterno delle loro aziende, a causa del loro accesso limitato alle risorse naturali, come l’acqua e la terra, ma anche alle risorse materiali, come il credito e le assicurazioni, che non permettono di garantire un reddito in grado di coprire l’insieme dei bisogno di base delle famiglie. La femminizzazione massiva del lavoro agricolo dentro e fuori dalle aziende è una conseguenza della competizione per le risorse tra l’agricoltura contadina e l’agro-business. Questa è soprattutto la prova dell’impoverimento generalizzato dei contadini. In situazione di pandemia e lockdown, molte centinaia di famiglie si sono trovate senza reddito e senza risorse, e fortemente esposte a rischi di sotto-nutrizione e/o di malnutrizione. Le loro sole alternative sono state: o trasgredire gli ordini di confinamento e rischiare di esporsi a sanzioni più o meno salate; oppure, rispettare gli ordini di confinamento ed esporsi all’insicurezza alimentare. Altre frange indigenti della società si sono trovate in situazioni analoghe. Le semi-rivolte per la farina o la semola in pieno lockdown non sono state altro che l’emblema dell’impossibilità di scegliere tra il rischio di prendere il virus e quello di soffrire la fame. Una situazione drammatica che molti abitanti delle città, più o meno ricchi, non riuscivano a cogliere. Inoltre, durante il lockdown molti contadini non hanno potuto fare i loro raccolti e soprattutto molti altri non hanno potuto acquistare le sementi o le piante che avevano l’abitudine di seminare o piantare tra marzo, aprile e maggio. In particolare è il caso di pomodori, cocomeri e altre cucurbitacee. Questo vuol dire che gli effetti economici indiretti della pandemia si prolungheranno fino alla fine dell’estate e certamente oltre. Quindi, se per qualcuno la riapertura significa semplicemente la fine del confinamento “fisico”, per altri la riapertura non è che una tappa della crisi che sono e saranno obbligati ad affrontare a tasche e mani vuote. E non voglio nemmeno parlare della situazione di disuguaglianza nella quale i contadini si trovano di fronte alla malattia, dal momento che la campagna tunisina corrisponde a un vero e proprio “deserto sanitario”, dove è estremamente difficile trovare una struttura medica a distanza accettabile e in misura da prendere in carico rapidamente malati in situazione d’urgenza.
Quali sono i rapporti tra i modelli agricoli intensivi e i regimi alimentari dominanti?
Le politiche agricole attuali sono, a parte qualche dettaglio, identiche a quelle introdotte dal potere coloniale sin dall’inizio dell’occupazione. Basate sul principio dei “vantaggi comparativi”, che si sviluppa al principio del XIX secolo, queste politiche agricole integrano due assi fondamentali: A) l’esportazione di prodotti che le condizioni climatiche e geografiche (come l’abbondanza di sole, le scarse risorse idriche, ecc) ma anche salariali (bassi salari, diritti del lavoro, sicurezza sociale ecc…) consentono di ottenere in quantità sufficienti e a basso costo; B) l’importazione di prodotti, come i cereali, che altri paesi producono in quantità più importanti.
In sostanza, noi esportiamo i dessert e gli antipasti, con l’olio d’oliva, e importiamo i piatti principali. Nonostante noi siamo in grado facilmente produrre abbastanza grano per coprire tutte le nostre esigenze se adottiamo politiche agricole orientate al mercato nazionale e locale, di fatto importiamo metà delle nostre esigenze di grano.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che la Tunisia non conosce problemi di sicurezza alimentare nel senso di penuria prolungata di prodotti alimentari. Questo grazie alla sua posizione strategica sulla sponda Sud del Mediterraneo, che le permette di essere costantemente sotto la “sorveglianza” ravvicinata di molti altri paesi come la Francia e gli altri paesi europei, che sanno che eventuali problemi politici provocati da una situazione di insicurezza alimentare grave in Tunisia si potrebbero ripercuotere sui paesi del Nord sotto forma di ondate migratorie e violenze politiche che non mancherebbero di verificarsi in un modo o nell’altro. Ma si tratta di una questione di sicurezza alimentare a breve termine che non ci protegge in alcun modo dagli sconvolgimenti del mercato alimentare mondiale né dalle conseguenze di una possibile crisi geopolitica, sanitaria o militare, regionale o globale. D’altra parte, ricordiamo anche che gli embarghi decisi dalle potenze mondiali contro i loro alleati Saddam Houssein in Iraq e Gheddafi nella vicina Libia, mostrano chiaramente che i nostri amici “protettori” di oggi potrebbero trasformarsi in nemici feroci capaci di imporci sanzioni inumane se, per una ragione o per un’altra, lo stato tunisino operasse nuove scelte politiche che non convenissero più a loro. Infine, non soltanto le politiche agricole intensive, dette “di sicurezza alimentare” e orientate verso l’export, non sono in grado di garantire una sicurezza alimentare duratura e indipendente dai movimenti del mercato alimentare mondiale e dalle crisi geopolitiche regionali o globali. Esse partecipano anche fortemente al degrado dell’ambiente, delle risorse naturali e della biodiversità, e al processo di impoverimento generalizzato della società contadina. A livello politico, un paese agricolo che importa l’essenziale per la sua alimentazione è un paese politicamente dipendente e totalmente privato di una qualsivoglia sovranità politica o economica. È un paese che non può scegliere né i propri partner, né i propri modelli di alimentazione, e ancora meno può decidere la propria politica agricola e, più in generale, la propria economia. È un paese privato della dignità. La Tunisia è in questa situazione ed è più che urgente cambiare radicalmente le politiche agricole per avere più libertà, sicurezza, indipendenza, sovranità e dignità. Il covid-19 ci dovrà indurre a prendere questa direzione.
Come possiamo cambiare radicalmente la politica agricola e alimentare per proteggere la biodiversità e il clima?
La funzione e il posto dell’agricoltura nella società e nell’economia devono essere completamente ridefiniti. Per questo, non possiamo evitare un ampio dibattito attorno a questa domanda centrale: “A cosa deve servire l’agricoltura?”. Oggi l’agricoltura tunisina viene utilizzata sempre meno per nutrire la popolazione e sempre di più per accumulare i profitti di una piccola minoranza di investitori e soprattutto per soddisfare le esigenze essenziali o “esotiche” dei consumatori ricchi dei paesi del Nord. Io ricordo sempre lo scandalo assoluto rappresentato dal fatto che la Tunisia è allo stesso tempo uno dei più grandi produttori ed esportatori di olio d’oliva e uno dei primissimi importatori di oli vegetali. Uno scandalo che si eleva all’altezza di un crimine sanitario, ecologico e sociale. Questo non può durare a lungo perché i costi sociali, ecologici ed economici di questa agricoltura “per gli altri” sono sempre più elevati. Noi dobbiamo radicalmente cambiare il paradigma e passare a una politica agricola, sociale, ecologica equa e sostenibile, con la società agricola al cuore del sistema e la sovranità alimentare come esigenza immediata, con obiettivo a breve e medio termine. Dobbiamo categoricamente passare dai vantaggi comparativi ai bisogni imperativi, dalla sicurezza alla sovranità alimentare, dall’importazione alla produzione locale. Per questo, io propongo 5 riforme urgenti da adottare, come prima tappa di un progetto politico globale di sovranità alimentare con le sue dimensioni agricole, sociali, ambientali e climatiche:
1. Una riforma agraria radicale che fissi la dimensione minima a 5 ettari indivisibili (tranne all’interno delle vecchie oasi) e la dimensione massima a 100 ettari, con “stadi” intermedi inversamente proporzionali alla piovosità media: maggiore è la piovosità, minore è la superficie massima.
2. Una ridistribuzione dei terreni di proprietà statale in piccole aree comprese tra cinque e dieci ettari indivisibili (e non “rivendibili” per un periodo di 30 anni o più ai possibili eredi degli ex proprietari) in favore dei contadini senza terra o di quelli con meno di cinque ettari e dei giovani senza lavoro stabile a partire dai figli dei contadini.
3. L’istituzione di un sistema Bonus / Malus ecologico per l’assegnazione di sussidi, crediti e altri aiuti finanziari da parte dello Stato (ad esempio, meno pesticidi e antibiotici e più semi e varietà locali).
4. La sovrattassa o il divieto di esportazione di prodotti agricoli ottenuti attraverso l’irrigazione e sussidi di riserva e aiuti pubblici per la produzione di alimenti agricoli destinati al mercato locale.
5. L’uscita del settore agricolo da tutte le convenzioni internazionali, tra cui ALECA, gli accordi bilaterali e quelli del WTO, in un approccio proattivo alla rottura con il sistema alimentare mondiale e il mercato alimentare globale.
Al netto della (non) volontà politica, il Paese ha tutto ciò di cui abbiamo bisogno per attuare questa riforma vitale nelle migliori condizioni possibili. Allora perché aspettare che una nuova pandemia di grandezza maggiore di quella covid-19 o una grande crisi economica globale per muoverci?
Come rispettare i diritti delle generazioni future a un ambiente sano e vivibile?
È un cambiamento radicale della mentalità dei produttori, dei decisori e dei consumatori che si dovrà affermare per tentare di proteggere i diritti delle generazioni future. Abbiamo questa pretesa criminale di pensare che possiamo vivere contro la natura che avrebbe vocazione a sottomettersi alla nostra “intelligenza” e alle nostre illimitate fantasie di dominio. Ci comportiamo come se fossimo totalmente invulnerabili e dotati di forza soprannaturale. Sfruttiamo eccessivamente le risorse naturali, distruggiamo la biodiversità e l’ambiente, causiamo il riscaldamento globale, consumiamo fino all’obesità fisica e mentale, accumuliamo fortune inimmaginabili e disprezziamo i più deboli e i più fragili tra noi, senza pensare che un semplice terremoto può distruggere un intero paese in meno di una frazione di secondo … Il nostro egoismo individuale e collettivo dà più diritti al capitale che alle generazioni future. Alimentiamo volontariamente il capitalismo piuttosto che le centinaia di milioni di persone che soffrono di povertà, marginalità, denutrizione, malattie e stigmatizzazione… Ci è voluto un virus che ha attraversato il pianeta come una tempesta di pandemia, toccato milioni di soggetti e portato via alcune centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo per ricordarci dell’enormità delle nostre debolezze e dell’insignificanza delle nostre pretese e fantasie di superpotenza. Questa drammatica pandemia risveglierà abbastanza consapevolezza da far emergere una nuova, più modesta e realistica percezione e soprattutto più consapevole delle nostre debolezze collettive e della nostra “piccolezza” di fronte alla grandezza della natura? Lo spero con l’ottimismo della passione e dell’impegno e il pessimismo della ragione. In ogni caso, mi sembra che l’unico modo per proteggere i diritti essenziali delle generazioni future sia quello di porre fine al sistema capitalista che si nutre della miseria di uomini e donne e della distruzione di esseri viventi e natura. L’intangibilità dell’agricoltura e del cibo contro ogni forma di monopolizzazione, accumulazione, dominazione e distruzione massiccia della biodiversità e della vita è un primo passo essenziale e vitale per costruire un nuovo mondo più rispettoso dei diritti delle generazioni presenti e future. Alla scala del nostro paese, le alternative disponibili oggi per proteggere le generazioni future sono molto limitate. Abbiamo la scelta tra: continuare le attuali politiche che rafforzano la nostra dipendenza dall’esterno, impoverire i nostri contadini, distruggere le nostre risorse naturali e il nostro ambiente, partecipare al riscaldamento globale e ignorare i diritti dei nostri figli e nipoti; o adottarne una nuova più equa, più ecologica, più rispettosa della vita e più sovrana, quindi più libera. Questo è l’unico modo per proteggere il paese e il mondo dalla dipendenza, dalle pandemie e dalla distruzione dell’ambiente e della biodiversità.
L’agricoltura contadina e di sussistenza è in grado di nutrire la totalità del pianeta?
Quasi tutte le principali istituzioni internazionali, compresa la FAO, sostengono che l’agricoltura contadina alimenta già l’80% della popolazione, mentre le grandi aziende agroalimentari contribuiscono solo per il 20% all’approvvigionamento alimentare del mondo. Tuttavia, sappiamo che oltre la metà dei terreni agricoli è in mano a meno del 10% di tutti i produttori agricoli, mentre i produttori con meno di 10 ettari utilizzano solo circa un terzo dei terreni agricoli disponibili. È l’espressione più eloquente dell’ingiustizia fondiaria e alimentare. Dovremmo aspettare una crisi alimentare ancora più dura di quella del 2007-2008 o di una carestia, prima di degnarci di pensare a un cambiamento di paradigmi? Dovremmo vivere l’esperienza di un embargo ermetico e totale, come nel caso dell’Iraq di Saddam, per decidere finalmente di produrre tutti i nostri bisogni alimentari a livello locale? La Tunisia ha circa mezzo milione di famiglie contadine, che hanno un know-how straordinario e un livello ineguagliato di conoscenze accumulate di generazione in generazione, di cui non esiste un equivalente nelle scuole più prestigiose. Eppure le sue famiglie sono sempre più escluse e private delle loro risorse naturali e delle loro prime fonti di reddito dall’agroindustria che oppone loro una concorrenza ineguale rispetto alle risorse naturali e ai vari aiuti di stato diretti e indiretti. Se li reinstallassimo nel cuore della politica agricola con un accesso sufficiente e sicuro alle risorse naturali e materiali necessarie, sarebbero in grado di nutrire l’intera popolazione tunisina in condizioni eccellenti e per molti anni a venire. Per fare questo, dobbiamo iniziare ammettendo una cosa semplice: contrariamente a quanto affermano molti esperti e decisori, i contadini non sono vincoli e ostacoli allo sviluppo, ma un’opportunità straordinaria e un favoloso “potenziale” per, allo stesso tempo, costruire una vera politica di sovranità alimentare, sviluppare un’agricoltura destinata a nutrire gli esseri umani, proteggere la biodiversità e le risorse naturali e garantire l’accesso al cibo per tutti, oggi e domani. Non c’è e non può esserci sovranità alimentare e protezione della vita senza i contadini. Prendiamo l’esempio delle sementi locali che stanno scomparendo sempre più rapidamente a favore della nuova industria delle sementi che si suppone essere più redditizia e più in grado di garantire la sicurezza alimentare per la popolazione. In Tunisia c’erano oltre cinquanta diverse varietà di grano che tracciavano una mappa ecologica dei cereali … Oggi nel paese vengono coltivate meno di una dozzina di varietà diverse, principalmente varietà industriali, dette “migliorate”. Che cosa è successo negli ultimi sei o sette decenni? Una vera espropriazione dei contadini, che producevano i propri semi dalle loro colture, e che si sono trovati dipendenti dai mercati delle sementi industriali che richiedono un rinnovamento molto frequente e l’uso di grandi dosi di fertilizzanti e pesticidi … Nel fare questo, i contadini sono passati da uno stato di indipendenza cerealicola alla dipendenza quasi totale. Dunque, i contadini tunisini sono in grado di garantire la sovranità alimentare da soli, a condizione che si trovi una sorta di contratto politico che li riconosca come garanti della sovranità alimentare, della protezione delle risorse naturali, della biodiversità e delle piante e degli animali e contro i cambiamenti climatici, in cambio di uno status sociale ed economico che li protegga da catastrofi naturali e crisi economiche.
Habib Ayeb è stato intervistato da una giornalista del quotidiano tunisino francofono”La Presse” con la promessa che l’intervista sarebbe stata pubblicata senza alcun taglio. La promessa non è stata mantenuta, il testo è stato tagliato circa del 35% e pubblicato sul quotidiano La Presse . Habib Ayeb ha spiegato anche che è stata amputata della parte più importante, quella che riguarda le riforme che aveva propostoCosì la versione integrale, quella che avete letto qui, è stata ripresa in francese dai nostri amici di Tunisia in Red, che ci hanno cortesemente proposto di pubblicarla anche su Comune con la traduzione e l’adattamento dal francese curato da Bernardo Severgnini.