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lunedì 13 luglio 2026

Rumore di fondo - Antonio Cipriani

 

Certo, di socialità social è pieno il mondo. Che ci vuole, basta un telefonino, un posto dove poggiare le terga e si dipinge la vita in rapporto con gli altri attraverso uno schermo piatto. Che poi anche in piedi, camminando, funziona bene. Le strade sono piene di automi che procedono guardando un piccolo schermo come fosse un frammento di coscienza di sé. Mi chiedo: duecento metri da casa alla piazza, che bisogno c’è di controllare se in quei due minuti ti ha scritto qualcuno… 

Sei vecchio, sibila il barbiere anarchico con la barba bianca e la fedina penale che esibisce come spirito del tempo, senza giudizio: né sporca, né immacolata, solo testimone di vita. Già, l’età conta. Me ne accorgo quando mi capita di raccontare che i nostri social erano il muretto davanti a casa dove ci si vedeva a chiacchierare, organizzare girate o giocare a carte, senza appuntamento. E spesso la girata ci portava alle scalette in piazza, occupando uno spazio pubblico per progettare la vita, o anche al bar della Sora Assunta, luogo mitico di incontro tra generazioni, senza mai l’obbligo di consumare per sedersi.
Vabbè, chiosa il barbiere, anche da me venite, vi sedete, leggete il Manifesto e Internazionale aggratisse, dialogando di filosofia e di politica perché siete anziani e pure irriducibili. E senza musica, senza radio che propaganda sciocchezze intervallate con pubblicità. Senza rumore di fondo. 
Per fortuna esistono ancora posti, non tanti a dire il vero, dove la convivialità è spontanea. Piazze, giardini pubblici, cortili, barbieri, dove la vita non è trasformata in merce e per parlare in compagnia non serve pagare. Luoghi dove sopravvive un’ecologia dell’abitare civile che si oppone per sua stessa modalità alla furia di un sistema economico che crea ansia e infelicità, ma che sembra un dogma, soprattutto per quelli che ci sono nati dentro nel momento del crollo di ogni ideale, di ogni speranza di un altro mondo possibile. Non dico per i più giovani. Perché loro qualche speranza ce l’hanno ancora, per l’età che rende più sovversivi, per non aver avuto cattivi maestri del conformismo come hanno avuto i loro padri.

Il barbiere continua a tagliare basette col rasoio filosofico, la porta è aperta. Fuori fa caldo. Gli interlocutori cercano riparo all’ombra, ma non smettono di pensare che con l’aiuto di tutti le cose cambieranno. Ostinati nel pensare e sperare che ci siano ancora giovani non sopraffatti dal rumore del tempo che omologa e sconfigge ogni sogno. Che altre speranze possiamo mettere in campo?

https://www.remocontro.it/2026/06/07/rumore-di-fondo/

martedì 7 luglio 2026

La bellezza tornerà a visitarci - Antonio Cipriani

 

“Siamo poveri di beni pubblici perché essi possono vivere solo se sono diffuse piccole dosi di coraggio, di rispetto per la bellezza e di riguardo per i luoghi da cui non si possono escludere gli altri. Saremo tutti più ricchi non quando avremo ulteriormente incrementato il nostro bottino privato ma quando avremo restituito a tutti le strade, le spiagge, i giardini, quando saremo guariti dalla ricerca ossessiva della separazione e della distinzione. Allora la bellezza tornerà a visitarci. Non è possibile togliere il potere ai piazzisti se non si scopre la differenza tra esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale”.

Queste parole le ha scritte Franco Cassano in un libro magistrale uscito trenta anni fa e che oggi andrebbe letto e riletto, “Il pensiero meridiano”.
Me l’ha fatto tornare in mente Paolo Pileri, un docente universitario, scrittore e attivista sapiente che, parafrasando Don Milani, si chiede: a che servono le conoscenze se ce le teniamo in tasca per badare ai fatti nostri. E infatti lui divulga, incontra persone, partecipa, si dà da fare nel suo ruolo professionale e laddove è possibile nel portare avanti un progetto comunitario. Per capirci: rende fertile il terreno della conoscenza per tutti, senza fare la figura di certi personaggioni mediatici, che battono cassa, e tanto, per partecipare a iniziative sostenute, ahimè, con i soldi nostri.

Ma il testo di Cassano, con quel richiamo alle piccole dosi di coraggio, ci mostra la strada del bene comune, dell’agire con semplicità, nella misura della rivolta. Fuori dalle metriche conformiste di potere che tutto assimilano e annullano. Lontano dal conformismo di una cultura da piazzisti dell’intrattenimento.
Perché la bellezza possa tornare a visitarci occorre resistere e costruire percorsi improvvisi, fuori dagli schemi, imprevedibili e lontani dall’algoritmo dell’incantesimo. Per esempio fare poesia, come esercizio spirituale quotidiano. Poesia vergata a mano, con la libertà delle parole che scavano, che graffiano la carta, scritte a matita perché possano essere cancellate

Una matita. Un foglio bianco di carta. Una gomma da scuola. Pensieri nella misura della rivolta. Per raccontare e raccontarsi, per riscoprire la differenza tra esperienza del mondo e il suo acquisto in offerta speciale. Rallentando il flusso del tempo schiavo. Sottraendosi dalla corsa. Sovvertendo le metriche che ci obbligano alla conquista di un risultato, sia pure falsificato, in balia di ciò che è meglio dire e che è utile tacere perché il potere, che è nemico, ci ascolta.

https://www.remocontro.it/2026/07/05/la-bellezza-tornera-a-visitarci/

lunedì 17 marzo 2025

Tiritere sulla mancata vendita dei libri - Antonio Cipriani

Le persone non leggono libri. È un problema sociale, anche personale, visto che di professione faccio il libraio. Sul tema ci sono montagne di analisi, tutte giuste. Non aggiungerò cose particolarmente profonde al dibattito mediatico che, come spesso accade, vive lontano dalla realtà di tutti i giorni. La solfa dominante è che se ne stampano troppi, che durano poco sugli scaffali e poi diventano carta da macero, e che ci sono eccezioni librarie che tengono in vita il mercato.

Vero, ma chi vive il mondo dell’editoria aggiunge un particolare non secondario: i piccoli editori sono mortificati da condizioni di vendita assurde, in un sistema di distribuzione e vendita che è in buona misura gestito da pochi e grandi gruppi editoriali. Per essere distribuiti, i piccoli, pagano uno sproposito e poi non è detto che vengano venduti, perché nei supermercati dei libri finiscono nelle parti meno visibili per il cliente.

Quindi i troppi libri prodotti entrano spesso nella categoria invenduti. Talvolta ingiustamente, perché ci sono vere e proprie chicche stampate da case editrici di nicchia.

Quindi, chiede il barbiere anarchico, non si leggono libri perché il sistema industriale, mediatico-editoriale è un sistema chiuso e autoreferenziale? Può essere, si risponde da solo. Per esempio scorrendo le classifiche dei più venduti, o i fenomeni letterari in auge, mi rendo conto che non solo non leggerei (e non leggo) la maggior parte di quei volumi editati. Ti pare che perdo tempo a leggere un prodotto cartonato dei giornalisti famosi da salottino mediatico televisivo o peggio ancora quelli di psicologi, analisti nel dettaglio dei delitti i nazional popolare?

Quindi, facendo una sintesi, tu che faresti? Chiede il geometra Cerbetti, detto Benaltro. Io? Taglio i capelli a forbice antica e rado la barba con il mio rasoio speciale. E converso con gli astanti cercando di farvi capire, illetterati e frettolosi, che non può funzionare un sistema culturale a due facce: elitario e in mano a pochi, di intrattenimento pensoso o giocoso per abbeverare l’ignoranza arrogante abissale che sta frantumando qualunque principio di bene comune.

Prende il rasoio e traccia la linea: occorre invertire il senso, per restituire umanità e conoscenze alle comunità, cercando di mettere insieme i fili sparpagliati della cultura che dovrebbe innervare positivamente la società in cui viviamo, per non finire inghiottiti nelle fauci della cultura con la Q maiuscola che ahimè domina.

Eh, serve ben altro… azzarda il geometra. E chiosa: tocca a me?

da qui

lunedì 24 febbraio 2025

‘Ignoranza e potere’, ora è più chiaro? - Antonio Cipriani

Quando otto anni fa apparve su Remocontro questo pezzo, intitolato “L’ignoranza dilagante e la camicia nera culturale”, arrivarono un sacco di critiche. Una in particolare da parte di un collega, decisamente democratico, che mi accusava, sinteticamente, di pessimismo in eccesso. “Le cose non sono così”, diceva. Già, le cose non sono mai così, se le vedi attraverso il filtro conformista mediatico. Fin quando, invece, scopri che le cose sono così. Oggi vi metto in visione quel testo del 2017 invitandovi a riflettere sul contesto nazionale e internazionale attuale. Non lo faccio per polemica, figuriamoci, la rubrica si chiama Polemos. Ma per continuare ad affermare che è il contesto culturale a costruire conoscenze e azioni nella società, o la mancanza di conoscenze e di azioni, quindi il conformismo e l’indifferenza che rappresentano la base di questo nuovo turbo capitalismo fascista tecnologico.

 

Ecco il testo del 2017

Da quando l’ignoranza è diventata una categoria filosofica, o per meglio dire, il terreno preferito sul quale agire nella dialettica? Da quando l’ignoranza e quel non sapere e non capire niente di più complesso dell’etichetta della birra, con la convinzione di aver chiaro tutto, sono diventati valori sui quali essere orgogliosi? Non ho una risposta, mi pongo la domanda, mentre assisto al disprezzo di stampo fascista per tutto quello è identificato come diverso, che vagamente ha un minimo di consapevolezza sociale e culturale. O, per lo meno, un minimo di ragionevolezza, di umanità.

Gli ignoranti non hanno preso il potere, non potrebbero farlo. Però adesso agiscono alla luce del sole, rivendicando ogni forma di stupidità, di becerume, di rigurgito razzista, di aggressività impasticcata. Rappresentano le avanguardie picconatrici della distruzione dei vincoli umani, culturali, ecologici, politici a vantaggio di una visione subumana, fatta di cattiveria, livore, di masochismo sociale e territoriale.

Sono quelli che odiano. Odiano gli umani odiano gli alberi. Detestano il verde e considerano “da intellettuale” non solo leggere un libro, ma proteggere un giardino pubblico dai sacchetti dell’immondizia, o difendere il diritto degli ultimi a esistere e ad avere diritti. Sdoganati dalle urticanti arene televisive, dai media in genere, si sono abbeverati alla narrazione tossica della pappa securitaria, propagano la paura come fosse una diceria da comari. Hanno scoperto il nemico, finalmente. Ora sanno perché i loro figli sono disoccupati, perché il futuro cade a pezzi e perché l’aria infetta delle discariche arriva alle loro finestre.

Ora che hanno capito, con i loro forconi, con il fez o con i nickname sui social, rabbiosi e avvelenati, sono scesi in campo per questa rivolta. Hanno scelto. E clicca qua clicca là si sono schierati al fianco di chi deturpa, di chi violenta, di chi inquina, di ogni forma di sopraffazione del forte sul debole, dell’uomo sulla donna. Sempre dalla parte del padrone, come cani da guardia con i denti di fuori, a difendere gli interessi di chi nei decenni li ha resi più poveri e schiavi, sicuramente senza speranze né redenzione.

L’ignoranza non ha preso il potere, dicevo prima. Ma come è accaduto per il fascismo, rappresenta il tappetino dove il potere può poggiare i piedi senza sporcarseli. Ci pensano gli schiavi a combattere per spezzare ogni opposizione, ogni resistenza, ogni dialettica civile. Brutti, sporchi e cattivi e al servizio di un’idea di società che preveda meno diritti (e neanche uguali per tutti), ricatti come fossero dogmi e tanta tanta bruttezza. Obbedienza ottusa a comportamenti di massa spregevoli, sui social come sulle spiagge, nelle città del turismo dove la declinazione ovvia del pianeta ignoranza è il viaggiare senza rispetto. Gonfi di quel senso di onnipotenza che viene dal pensare di avere fatto il pieno dei diritti senza occuparsi manco un minuto dei doveri verso il prossimo.

Scrivo sull’ignoranza come paradigma. Non ci sono riferimenti politici né nostalgie di passato. Anche perché credo serva una coscienza civile accesa, resistente e attiva tra i cittadini pensanti, che impedisca ai nostri figli di finire sotto gli influssi mediatici e politici di un fascismo anche peggiore: razzista, xenofobo, da paura e stupidità. Ma anche allegro, modaiolo, disinvolto e arrogante, che ama i ragazzetti clonati tatuati ciondolanti con le birrette in mano. Precari, alla moda, trasgressivi e succubi.  Cioè l’altra faccia della medaglia: da una parte l’incattivito utile, dall’altra lo schiavetto creativo contento, alla moda e metropolitano. Due aspetti della subalternità culturale inaccettabile che priva di senso critico e getta le basi per la resa finale.

Che fare quindi? Reinventare. Non rassegnarsi di fronte alla congiura dei mediocri che hanno occupato giornali e istituzioni, al dilagare dell’ignoranza come codice di potenza dialettica, al qualunquismo creativo e trasgressivo metropolitano. La storia ci insegna che anche quando tutto sembra perduto, esiste una possibilità di ripensare e individuare modi e culture proprie, rovesciando quelle egemoniche, globalizzate e terribili che sembrano invincibili. Cura e attenzione come forme di generosità, fuori dalle mode, spogliandosi dei goffi abiti che vogliono farci indossare a forza e che ci rendono ridicoli. Eticamente, esteticamente, come esseri umani, come figli e nipoti di chi ha dato il sangue per conquistare libertà e diritti.

Un giorno, quando i nostri pronipoti leggeranno dell’inciviltà di questo tempo scintillante e codardo dovremmo poter essere almeno ricordati come quelli che si opposero, che fecero la loro parte per coltivare cultura e non indossarono la camicia nera culturale – nonostante gli evidenti vantaggi immediati –  perché preferirono di no.

La via della sapienza è oscura e lastricata di misteri. Solo chi procede senza sapere, alla scoperta passo dopo passo, potrà cogliere il miracolo. Tutti gli altri si muovono appesi ai fili, come marionette delle certezze assolute, convinte nella bruttezza di aver visto la luce.

da qui

giovedì 13 giugno 2024

Pensare in piccolo contro il mondo rozzo - Antonio Cipriani

 

È appena uscito un libro di Wendell Berry che si intitola ‘Pensare in piccolo’. Nel mondo rozzo, culturalmente e politicamente, in cui siamo costretti a vivere i codici per essere felici si legano al consumo, in grande, al successo, o in grande o niente, alla realizzazione di mega progetti che possano essere raccontati in grande dai media. Insomma ti insegnano a pensare in grande (meglio sarebbe dire: a non pensare, ma obbedire in grande). Come se tutto debba sempre e solamente viaggiare sulle autostrade del pensiero. Come se quel “grande” non possa che essere invasivo, a senso unico, distruttivo. Proprio come il passaggio di un’autostrada su un territorio.

La modernità

È la modernità, strizza l’occhio il barbiere anarchico. Già, l’ineluttabile che guida il mondo verso il precipizio della devastazione del pianeta, in una corsa senza freni verso l’ottusa ricerca del profitto, costi quel che costi. Dentro un osceno meccanismo in cui non importano i principi etici che dovrebbero garantirci per lo meno la sopravvivenza, in un sistema sociale in cui la convivenza ci possa ancora essere.

Questa è la storia?

Eh, dicono i benpensanti, questa è la storia. E gongolano per il ritorno del concetto di guerra come necessità dello spirito, per la crescita economica delle società, anche statali e parastatali, che fanno affari con la morte dei poveracci sotto le bombe e i proiettili che portano progresso a quel filone ipocrita della democrazia della convenienza per pochi, a danno di tutti.

D’altra parte oggi i governi del mondo pensano in grande. E ci costringono a porci nella scia orribile di questo modo di correre senza limiti, senza futuro, senza memoria.

Wendell Berry, tra sentiero e strada

Scrive il grande Wendell Berry: «La differenza tra un sentiero e la strada non è solo quella più ovvia. Un sentiero è poco più di un’abitudine che deriva dalla conoscenza di un luogo. È una sorta di rituale di familiarità. Rappresenta una forma di contatto con un paesaggio conosciuto. Non è distruttivo. È il perfetto adattamento, attraverso l’esperienza e la familiarità, del movimento attraverso il luogo; obbedisce ai contorni naturali, aggirando gli ostacoli che incontra».

Strada, esistenza al paesaggio

Una strada invece, anche la più primitiva, è l’incarnazione della resistenza al paesaggio. La sua ragion d’essere non deriva semplicemente dalla necessità di muoversi, ma dalla fretta. Ciò che vuole è evitare il contatto con il paesaggio; cerca, per quanto possibile, di passarci sopra, piuttosto che attraversarlo; la sua aspirazione, come risulta evidente se consideriamo le nostre moderne autostrade, è quella di essere un ponte; la sua tendenza è quella di tradurre un luogo in mero spazio per attraversarlo con il minimo sforzo. È distruttiva, perché rimuove o distrugge tutti gli ostacoli sul suo cammino».

Tutto è farsa, tutto è appartenenza

Ecco, mi pare che in questa fase il sentiero che ci rende protagonisti della nostra vita, che ci fa riflettere sui temi, su ciò che è giusto e ciò che non lo è, sembra essere l’unica alternativa all’autostrada, a quel modo di vivere che ti priva di pensiero.

L’unica alternativa a quel modo di vivere che ti fa correre, lavorare, chattare in una specie di gioco inesorabile, senza capire il perché. In una arena mediatica e politica di ululati e perversione, dove niente ha radici, niente ha rispetto. Tutto è farsa. Tutto è apparenza.

da qui

mercoledì 25 dicembre 2019

Conformismo dei luoghi di consumo e consumo dei luoghi - Antonio Cipriani



Diritto ecologico e filosofia rurale
Qui nella magnifica terra viviamo sulla linea di confine. Su un versante gli interessi potenti del Capitale – coraggio! non è peccato usare i giusti termini della questione – , con tutte le truppe dei suoi servitori volontari. Con annessi e connessi, con il tentativo sotto ogni forma e dispiegamento della cultura della privatizzazione dei beni, e tra i beni c’è quello supremo del territorio, del paesaggio. Sull’altro le fragili, disomogenee spinte a salvare il salvabile, a difendere e non trasformare la bellezza in orrore, a garantire il bene comune e non il profitto privato. 
Non un conflitto di classe, come si intendeva un tempo. Ma un conflitto in cui, contro l’interesse ricco e potente del Capitale, agisce una nebulosa sociale, formata da ricchi e poveri, contadini, vignaioli e borghesi, cittadini e figli di contadini. Un soggetto politico che non ha grande rappresentanza nei partiti, direi.

Parliamo di noi. Di questa valle incantata. Da una parte, soffiano venti terribili di modalità moderna e metropolitana, dello sfruttamento sfrenato delle risorse naturali, della crescita a ogni costo, dell’iperproduzione, del consumismo e dell’ipertrofia edilizia. Dall’altra: il futuro del territorio, il rifiuto del consumo di terre, del disboscamento, della concezione biecamente industriale del progresso.
Da una parte la logica passivamente accettata dalla politica della concatenazione consumo-spreco-rifiuto-distruzione delle risorse territoriali. Dall’altra i sovversivi che non si adeguano, che riformulano proposte e idee e non si arrendono all’indifferenza comune.

Da una parte la massificazione, il pop come fenomeno di rappresentazione culturale piramidale dall’alto al basso, l’azzeramento dei rapporti di solidarietà, la furia convincente ed elegante del denaro per spianare colline e asfaltare carriere e profitti di pochi. Il conformismo dei luoghi di consumo e del consumo dei luoghi.
Dall’altra i rapporti di cura, la solidarietà di comunità, lo spirito rurale che innerva la vita sana fuori dalla frenesia cittadina. Il sociale rurale fatto di convivialità, del dono dell’incontro. La cultura come possibilità del rendere fertile il terreno delle conoscenze e delle arti.

Sapremo opporci al gigantismo, all’accelerazione verso la dimensione globale? Sapremo evitare di finire in un territorio svuotato di senso, depredato, desertificato? Sapremo evitare di farci incantare dalle sirene di un progresso che si sta rivelando felice e proficuo per pochi e devastante per tutti gli altri?

lunedì 11 febbraio 2019

Della sapienza rurale e antica e del coraggio dei giganti - Antonio Cipriani



Ci sono tasselli di vita, di scrittura e sogno, che precedono analisi e filosofia. Scritti abbandonati alla sorte del tempo che nel tempo hanno trovato la loro strada. Come i nostri antenati, quelli capaci di conquistare la luna prima che a qualche scienziato venisse in mente di mettere in commercio le navicelle spaziali. Giganti siamo stati. Giganti torneremo a essere. Questo antico testo è un lascito e un ritrovamento magico. Mi allontano dalla tastiera e lascio che parli da solo.

Il coraggio dei giganti.
Mi chiedo quale coraggio possa continuare a vivere nel cuore della gente. Quale coraggio a mettere al mondo figli. A pregare santi spauriti, a continuare nel tempo a carezzare la pietra nera precipitata dal cielo.
Mi chiedo quale coraggio porti con sé quella pietra, quale furia magica lo sguardo dei bambini, anche loro spauriti come santi; quale fame di vento le donne che si aggirano furtive. Che sognano furtive, e sentono la terra come loro sangue e sentono il sangue come calce bollente di possibilità perdute.
Un sogno rubato via, un piccolo bacio lasciato sulla punta delle dita, un carillon che racconta il gioco dell’esistere. E ancora quel sangue che si scioglie nella terra e diventa seme, altro sangue bianco a sciogliere le nostre utopie. La tempesta delle ansie raccolte in pochi recipienti di rame. Come fogli spiegazzati dalle mani invecchiate e scarne, liquidi ricordi in liquide tensioni di carne, muscolosa carne e tendini.
Ricordi, in abbondanza lasciati ad asciugare al vento del golfo. E poi al fuoco tenue della vita, dell’ultimo abbraccio dolce.
Al respiro di un volto che appena rammenti e già l’orizzonte e ruota come lune che si inseguono e furtiva (ancora una volta) la pietra diventa meteora e segno. Scagliata oltre ogni possibile ricordo e microscopica prova dell’esistenza di un dio delle rotazioni spaziali.
Mi chiedo quale coraggio possano avere avuto i giganti isolati nel cuore ruggente delle montagne. Che tipo di vita possano aver costruito per morire nel loro ultimo simbolo sacro di tomba impossibile da profanare. Cresciuta di sassi e querce, ispirata da suoni remoti che qualche pastore ancora tiene inciso nel lato profondo della vita. Mentre altri li confondono con le parole, o bene che va, con il lamento degli uccelli notturni. E poi i loro figli con la fretta e i figli dei figli con la rabbia cieca e la vendetta di non sapere più di che vendicarsi. Di chi profanare il ricordo. Se di un gigante sceso dalle stelle per coniugare cielo e terra o di un silenzioso omino che nessuno ha mai visto da queste parti. Con gli occhi grandi troppo più grandi delle proprie aspettative, che si è sollevato verso il cielo con una sua personale illuminata cattedrale di nostalgia. Ad esercitare la voglia di essere unicamente dio e niente altro. Lasciando al destino di noi miscredenti la gigantesca ombra della sua piccolissima arroganza. E il desiderio altrettanto gigantesco di dimenticare l’origine del tempo e di non lasciarsi dimenticare.
Passati cinquemila anni noi qui, seduti davanti a pane, vino e semi di pietra viva, portiamo in petto la stessa domanda: perché ricordare? E’ già gigantesco il senso della storia, del sangue che per millenni scorre sereno ai piedi di ognuno. Perché non chiudere gli occhi. Un piccolo sonno per chi è stato un tempo un gigante. O un grande gigantesco sonno di chi è sempre stato un piccolo uomo e rincorre l’origine bastarda di scherzo della natura. Di incontri astrali poco lucenti, di fermenti ferrosi e idrogeno. E vivere come niente fosse. Non credere più a niente, lasciarsi asciugare addosso il tempo, non costruire più cattedrali innalzate all’idea di meraviglia. Scartare l’idea che un Dio sublime e incomprensibile stia giocando a dadi con il destino. Accettare il niente inconsapevole come origine e fine dell’esistere. Abbattendo le ultime vestigia di una vita incomprensibile.
Mi chiedo del coraggio. Oggi che non ne esiste traccia su questo lato del mondo. Oggi che la violenza ne ha preso in ostaggio il senso, trasformando in pavide tracce di umanità il potente sorgere di una genesi impossibile da cancellare.
Perché a un certo punto del giorno nascono dalla terra e dai ricordi le ombre di quello che siamo stati. Di quello che saremmo potuti essere se avessimo continuato a sognarci. Lucenti riflessi ne tracciano i profili scuri. Affaticano gli occhi quei riflessi e l’occhio costruisce fessure nel vedere distante. Più distante dello sguardo e del ricordo stesso. Oltre la memoria che millenni dopo millenni sedimenta la pietra e inasprisce il cuore e indebolisce il sangue. Quello stesso sangue di gigante sceso dalle stelle che un tempo era giovane, di orgoglio e meraviglia.
Poi solo meraviglia di grazie dio per averci inventato un destino e un pensiero. Ecco che ti parlo la tua stessa lingua di mostri paure e bellezza. Ecco che innalzo all’incomprensibile esistere le architetture delle mie mani sapienti. In cui raccontare la paura che affolla la mia testa perché ho un’anima e sono figlio dei figli.
Eppure lasciare il seme di pietra come pane spezzato da mani di uomo che ha fame. Lasciare che fecondi la montagna con la sua spinta. Che torni a diventare guglia, cattedrale, precipizio, coraggio e suono di bambino e possibile vita di vite. Radice di futuro e memoria dolente. Tamburo silenzio e dimenticata radice. Telaio di sogno e tessere celato agli occhi degli uomini. Come storie tramandate dal vento.