mercoledì 25 dicembre 2019

Conformismo dei luoghi di consumo e consumo dei luoghi - Antonio Cipriani



Diritto ecologico e filosofia rurale
Qui nella magnifica terra viviamo sulla linea di confine. Su un versante gli interessi potenti del Capitale – coraggio! non è peccato usare i giusti termini della questione – , con tutte le truppe dei suoi servitori volontari. Con annessi e connessi, con il tentativo sotto ogni forma e dispiegamento della cultura della privatizzazione dei beni, e tra i beni c’è quello supremo del territorio, del paesaggio. Sull’altro le fragili, disomogenee spinte a salvare il salvabile, a difendere e non trasformare la bellezza in orrore, a garantire il bene comune e non il profitto privato. 
Non un conflitto di classe, come si intendeva un tempo. Ma un conflitto in cui, contro l’interesse ricco e potente del Capitale, agisce una nebulosa sociale, formata da ricchi e poveri, contadini, vignaioli e borghesi, cittadini e figli di contadini. Un soggetto politico che non ha grande rappresentanza nei partiti, direi.

Parliamo di noi. Di questa valle incantata. Da una parte, soffiano venti terribili di modalità moderna e metropolitana, dello sfruttamento sfrenato delle risorse naturali, della crescita a ogni costo, dell’iperproduzione, del consumismo e dell’ipertrofia edilizia. Dall’altra: il futuro del territorio, il rifiuto del consumo di terre, del disboscamento, della concezione biecamente industriale del progresso.
Da una parte la logica passivamente accettata dalla politica della concatenazione consumo-spreco-rifiuto-distruzione delle risorse territoriali. Dall’altra i sovversivi che non si adeguano, che riformulano proposte e idee e non si arrendono all’indifferenza comune.

Da una parte la massificazione, il pop come fenomeno di rappresentazione culturale piramidale dall’alto al basso, l’azzeramento dei rapporti di solidarietà, la furia convincente ed elegante del denaro per spianare colline e asfaltare carriere e profitti di pochi. Il conformismo dei luoghi di consumo e del consumo dei luoghi.
Dall’altra i rapporti di cura, la solidarietà di comunità, lo spirito rurale che innerva la vita sana fuori dalla frenesia cittadina. Il sociale rurale fatto di convivialità, del dono dell’incontro. La cultura come possibilità del rendere fertile il terreno delle conoscenze e delle arti.

Sapremo opporci al gigantismo, all’accelerazione verso la dimensione globale? Sapremo evitare di finire in un territorio svuotato di senso, depredato, desertificato? Sapremo evitare di farci incantare dalle sirene di un progresso che si sta rivelando felice e proficuo per pochi e devastante per tutti gli altri?

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