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giovedì 6 marzo 2025

Il gioco d’azzardo è una droga? Favoriamolo - Fabio Balocco

L’Italia è il mercato europeo più attrattivo per l’industria del gioco d’azzardo. Lo dice Morgan Stanley nel suo ultimo rapporto; lo dicono i numeri: 15,4 miliardi di proventi lordi nel 2024, più di qualsiasi altro paese europeo. Ma evidentemente secondo i nostri politicanti (i politici sono cosa diversa) questo non è sufficiente: occorre aiutare chi specula sul gioco, anche perché così si rimpinguano le casse dello Stato. È così che il governo, mascherandosi dietro la battaglia al gioco illegale, ha eliminato il divieto di pubblicità delle scommesse a suo tempo introdotto dal Decreto Balduzzi e bandiera del M5S (il presidente della Lazio e senatore di Forza Italia Claudio Lotito ci aveva già provato due volte, prima con un emendamento al milleproroghe nel gennaio 2023, e l’anno scorso con un emendamento al Ddl fisco). M5S che – unico partito – continua a contrastare l’operazione.

Anche se, diciamo la verità, i vari governi succedutisi nel tempo hanno tollerato l’aggiramento del divieto, dimodoché basta guardare una partita di calcio o leggere un quotidiano sportivo per essere informati sulle quote di eventi sportivi, e di conseguenza essere sottoposti a pubblicità implicita. E l’Inter ha addirittura come sponsor Betsson, che è una società di gioco d’azzardo online. Ma c’è un’altra modalità di elusione del divieto pubblicitario, meno visibile ma altrettanto dannosa, ed essa consiste nella strategia del cross-selling, pratica attraverso la quale gli operatori possono indirizzare i giocatori della rete fisica di vendita e della lotteria verso altri prodotti di gioco d’azzardo – come giochi online e scommesse sportive – che sono più remunerativi per i concessionari. Oltre che più dannosi per i giocatori. Infatti, secondo dati recenti, nel mercato italiano le perdite medie nelle scommesse sportive sono quasi il doppio di quelle della lotteria, mentre le perdite medie nei casinò online sono quasi quattro volte tanto. Questa dinamica si riflette nel costante ed esponenziale aumento delle perdite dei giocatori, che sono lievitate nel 2024 del 180% rispetto all’anno precedente. ⁠

Sisal (che è controllata dall’irlandese Flutter Entertainment, principale operatore di scommesse sportive online e iGaming al mondo) è maestra in tale strategia, che ha applicato con successo con il SuperEnalotto, la cui concessione si aggiudicò nel 2019 con un’offerta che sbaragliò il campo dei concorrenti: 222 milioni di euro a fronte di Lottomatica che offrì 130 milioni salvo poi rinegoziare i termini con il governo e imporre una tassa occulta sui tabaccai sfruttando la sua posizione dominante, pratica per la quale Sisal è stata condannata dal Tribunale di Milano.

Ma le operazioni di acquisizione di Flutter Entertainment non si fermano qui perché nell’autunno scorso ha annunciato l’acquisizione di Snaitech (Snai), che è il terzo operatore online nel mercato italiano con una quota del 9,9% nel 2023 e 291.000 giocatori medi mensili. Costo dell’operazione? 2,3 miliardi di euro! Ma non è ancora finita perché lo stesso colosso del gioco mira ad aggiudicarsi anche la gara per la concessione del Lotto, gara che è in scadenza il giorno 17 di questo mese. Flutter Entertainment ha dichiarato ad investitori internazionali che il cross-selling è alla base della sua strategia di espansione in Italia, Lotto compreso.

 

Morgan Stanley lo dice chiaramente nel suo ultimo rapporto sul mercato gioco d’azzardo in Italia: il cross-selling di Sisal è la ragione principale per ulteriori investimenti di Flutter Entertainment nelle lotterie. Secondo gli addetti ai lavori Sisal potrebbe replicare lo stesso approccio adottato durante l’ultima concessione del SuperEnalotto per aggiudicarsi il Lotto, e fare un’offerta molto aggressiva che sbaragli la concorrenza. In conclusione, Sisal vuole aggiudicarsi il Lotto per continuare a far crescere i suoi business di scommesse sportive e giochi online, che sono il suo core business.

Questa preoccupazione è stata espressa anche dalla società civile: la Campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo ha di recente lanciato un appello al prossimo vincitore del Lotto ad astenersi dalla pratica del cross-selling. Difficile credere che il governo Meloni avrà voglia di vigilare. Anche perché con più gente che si rovina più lo Stato guadagna.

da qui 




giovedì 7 dicembre 2023

«Le piante sono intelligenti e comunicano»

intervista a Franco Correggia (di Fabio Balocco)

 

La persona che conosco con maggiori competenze in campo ambientale e naturalistico non è né uno zoologo né un botanico in senso stretto: è un biologo molecolare e un consulente scientifico. Eppure Franco Correggia ha una conoscenza strabiliante, specie per le piante, e quando ne trovo una che non conosco ecco che la fotografo e gliela invio chiedendogli lumi. Ma Franco non è solo un conoscitore, è anche persona di grande sensibilità, e per questo ci ritroviamo spesso sullo stesso fronte.

Franco, quando e come è nata la tua passione per la natura e le piante in particolare?

È un tratto saliente della mia vita, che si è manifestato sin dalla primissima infanzia. La sua matrice fondamentale è da ricercarsi nella frequentazione stretta e continuativa, fin dalla mia nascita, di un angolo della campagna collinare astigiana (le alture e le valli di Mondonio, un microscopico borgo arroccato nascosto tra i boschi). Tale rapporto è stato uno degli assi portanti del mio percorso personale, un’invariante assiomatica non modificabile. Ho trascorso le prime decadi della mia vita in un mondo contadino fortemente interfacciato con la natura vivente, che era molto più vicino ai paesaggi fisici e simbolici del villaggio medievale piuttosto che agli umori, ai ritmi e agli stilemi della società tecnoindustriale di oggi. Il legame empatico e sintonico con quei luoghi, e con il loro affresco di sapori, colori, profumi, geometrie, luci, ombre, echi, silenzi, boschi, anfratti segreti e manifestazioni viventi, è stato il terreno di coltura e il microcosmo creativo che hanno modellato in profondità la mia esistenza. Poi si è aggiunta la formazione e l’attività di ricerca in campo biologico, ma la mia inclinazione a conoscere e decodificare l’infinita varietà e la multiforme complessità dell’universo vivente trova la sua genesi e ha come stella polare l’esperienza intensa e aurorale dei miei primi anni di vita in quel mondo rurale scomparso.

Tu non ti limiti alla conoscenza, ma operi anche nel campo della divulgazione, specie quella del territorio dove abiti, l’Alto Astigiano. Tra le tante tue iniziative ne ricordo una: la tutela dell’Alneto di Santonco.

Sì, questo impegno a scala locale per la conservazione di ecosistemi ricchi di biodiversità è stata una costante della mia vita. Con l’aiuto di una piccola e artigianale associazione locale dal nome lungo e prolisso ma eloquente (Terra, Boschi, Gente e Memorie), a cui si è aggiunto in tempi recenti il cruciale sostegno di Pro Natura, di Legambiente, dei Custodi dei Boschi e di alcune amministrazioni comunali locali, siamo riusciti a mettere al sicuro, nel Nordovest Astigiano, una rete modulare diffusa e interconnessa di elementi ecosistemici di alto pregio ambientale e paesaggistico, che beneficia di rigorose misure di conservazione integrale. Senza impiegare un euro di denaro pubblico, ma ricorrendo solo alle risorse private e personali provenienti dalle donazioni volontarie di chi si riconosceva nel nostro orizzonte di valori biofilici, abbiamo realizzato, in un ampio arco di anni, un sistema integrato di microaree protette, che consiste di un mosaico di microambienti e biotopi ad oggi formato da 15 siti di alto valore naturalistico e soggetti a protezione assoluta. A tutt’oggi, si tratta dell’unica quota di territorio nord-astigiano soggetta a protezione totale per motivi naturalistici. Il nostro obiettivo è quello di arrivare per la fine del 2024 ai 100 ettari di superficie boschiva protetta. Il fiore all’occhiello di questo sistema di ambienti tutelati è senz’altro l’alneto impaludato di Lago Freddo (ubicato nella regione Santonco del Comune di Piovà Massaia), un fitto bosco igrofilo naturale insediato su terreni con falda freatica affiorante e costituito quasi esclusivamente da ontani neri. Si tratta di un luogo che addensa elevati contenuti di biodiversità vegetale e animale, che esprime una straordinaria bellezza vivente, che identifica in base alle direttive europee un habitat di interesse prioritario, che costituisce un prezioso frammento relitto di ambiente primario (dunque non trasformato dalle attività umane) e che oggi per il Piemonte rappresenta un biotopo forestale di notevole rarità (nella nostra regione gli alneti di ontano nero costituiscono lo 0,4% dell’intera superficie boscata e sono soggetti a una continua contrazione).

Concordi sul fatto che siamo dentro l’Antropocene?

Non c’è dubbio. Siamo senz’altro gli architetti, i demiurghi e i dominatori dell’epoca geologica in cui viviamo. Il punto critico però è rappresentato dal trascurabile particolare che ci siamo fregiati di questo privilegio attraverso la nostra transizione da Homo sapiens a Homo technoeconomicus (trasformazione innescata dalla rivoluzione industriale e completata dalla rivoluzione digitale), riconfigurando in un lampo le intelaiature portanti e strutturali della biosfera. Cioè lo abbiamo fatto sfiancando e corrodendo il firmamento di relazioni intrecciate della natura vivente, modificando il clima, cambiando la composizione gassosa dell’atmosfera, perturbando i cicli biogeochimici fondamentali, alterando il ciclo dell’acqua e causando l’ecatombe della biodiversità. Lo abbiamo fatto avvelenando la terra, acidificando gli oceani, dilatando i deserti, cancellando le foreste, inquinando e impoverendo i suoli, deviando i fiumi, svuotando i mari e stravolgendo l’aspetto dei continenti. Lo abbiamo fatto espandendo a dismisura la nostra impronta ecologica e scatenando la nostra tendenza ossessivo-compulsiva ad aumentare di continuo l’input di energia, materie prime, risorse minerarie, acqua, territori, foreste, mari, specie viventi e sistemi naturali nei processi economico-produttivi. Lo abbiamo fatto violando e oltrepassando senza ritegno i planetary boundaries che definiscono i margini intrinseci di sicurezza relativi alla nostra collocazione nella biosfera. Lo abbiamo fatto operando una sorta di tabula rasa della varietà bioecologica e compiendo un impressionante ground zero sulla grande costruzione reticolare della vita. Lo abbiamo fatto diventando l’agente della transizione biotica nota come sesta estinzione di massa.

A ottobre è iniziata la caccia. E a livello parlamentare ancora una volta si cerca di fare dei regali ai cacciatori. Nonostante si parli tanto di transizione ecologica.

Questo è davvero un inquietante paradosso. Ed è un modo insopportabile di prendersi gioco, in modo corrivo e insincero, dei concetti di sostenibilità e transizione ecologica. Basta aggiungere il prefisso eco- o bio- oppure applicare l’aggettivo green a qualunque nefandezza per farla diventare un’operazione meritoria, razionale e politicamente corretta. Il caso della ulteriore liberalizzazione e deregolamentazione della caccia è emblematico. Ora, il punto di partenza su cui articolare il ragionamento è il seguente. Ci svegliamo ogni mattina sulla superficie di un pianeta vicino al collasso e ormai alle corde. In questo scenario allarmante e per molti versi apocalittico, ogni persona e tutte le articolazioni della società dovrebbero lavorare ventre a terra per invertire in modo netto e radicale la rotta, per uscire dalla logica del business as usual e per interrompere la deriva necrofila, biocida e antibiologica che ci porta ogni giorno a fare scempio della sfera verdazzurra che costituisce la nostra casa comune condivisa. E invece, niente di tutto ciò. Anzi, avviene esattamente il contrario simmetrico. A livello nazionale e regionale si procede allegramente e irresponsabilmente in direzione opposta: facilitazioni all’attività venatoria (caccia sempre, giorno e notte, ovunque, con ogni tipo di arma, con proiettili di piombo, con un ventaglio sempre più ampio di prede ammissibili e con una progressiva riduzione del controllo scientifico sugli effetti ambientali). Ma non solo: attacco al patrimonio forestale, con incentivazione dell’uso meramente economico-produttivo dei boschi; progressivo smantellamento e depotenziamento dei parchi e delle riserve naturali; allargamento delle maglie che regolano l’utilizzo della chimica di sintesi in agricoltura, con autorizzazione disinvolta all’impiego diffuso di anticrittogamici, insetticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici; gestione scriteriata della risorsa acqua, con eccessi di captazione, sprechi e inquinamento. E potremmo continuare a lungo. Insomma, da farsi cadere le braccia… Del resto, a livello internazionale non va meglio. Coloro che stringono tra le mani il destino del mondo, le élites e le caste politico-economiche che reggono le sorti delle nostre vite, dovrebbero essere impegnati h24 a curare e risanare questo nostro pianeta malato e sofferente. E invece cosa fanno le espressioni dell’alta politica, quelli che hanno accesso alla stanza dei bottoni, le oligarchie che custodiscono gli arcana imperii, i potenti della Terra? Qualcosa di davvero geniale: hanno incendiato il pianeta con una sequenza devastante di guerre diffuse, sanguinarie e pericolosissime, che configurano perfino l’ipotesi di un possibile olocausto termonucleare come potenziale esito finale. A fronte di questo spettacolo desolante, non mi pare illegittimo o illogico pensare che la nostra specie egemone, nella sua attuale versione tecnomorfa e biocida, sia finita nel labirinto oscuro di un’incontrollabile deriva psicotica.

Tu credi che la sensibilità ambientale nella gente stia aumentando?

Si tratta di una domanda complessa e difficile, che implica risposte diverse a seconda dell’angolo visuale che si adotta. Non vi è alcun dubbio che la sensibilità e l’empatia verso la natura vivente, nonché la consapevolezza dell’importanza strategica dei suoi equilibri, della sua interconnessione, dei suoi flussi e della sua integrità, siano aumentate esponenzialmente negli ultimi decenni. Ma a questa positiva crescita del sentire comune non corrispondono gesti concreti, azioni politiche e progettualità sociali finalizzate ad arginare in maniera efficace il disastro ambientale e la crisi ecologica globale. Credo che ciò dipenda dal fatto che le persone sensibili a questo tipo di istanze (a mio avviso numericamente prevalenti nella società generale) sono motivate “solo” da ragioni di carattere ideale, razionale ed etico. Pertanto, la loro capacità di incidere in modo significativo e profondo nelle scelte cruciali e strategiche che disegnano il futuro del mondo è limitata e intermittente. Al contrario, la forza motrice che guida l’economia, la politica e i burattinai che muovono i fili della commedia umana non è il bene collettivo, ma esclusivamente la logica cinica del profitto, del tornaconto personale, della convenienza immediata e del più vieto utilitarismo individuale. È evidente che ciò conferisce agli attori che oggi governano il pianeta il soverchiante, seppur effimero, potere di determinarne d’imperio il destino a breve termine.

Un’ultima domanda, forse la più importante: le piante hanno intelligenza? e si parlano?

Sulla base di una messe di studi e ricerche scientifiche recenti, la risposta a questa domanda non può che essere decisamente affermativa. Le radici delle piante esprimono un numero esorbitante di apici meristematici radicali (un ciuffo d’erba ne possiede molte migliaia, un grande albero centinaia di milioni o anche un miliardo), che guidano la crescita dell’organismo vegetale sottoterra, esplorano il suolo alla ricerca di acqua, ossigeno e sostanze nutritive, aggirano gli ostacoli fisici, eludono competitori ostili e parassiti. Ognuno di essi è un sensore fine e complesso in grado di captare e registrare un grande numero di parametri (luce, temperatura, pressione, gravità, umidità, gradienti chimici, sostanze minerali, nutrienti, campi elettromagnetici, ossigeno, anidride carbonica, vibrazioni sonore ecc.). L’apice misura tali parametri, li confronta, li bilancia, li soppesa, li integra, ne fa una media ponderata e orienta la radice in modo da ottimizzare il benessere della pianta nel suo complesso. Ognuno di questi centri di elaborazione dati può collegarsi potenzialmente con i milioni di altri apici radicali presenti nell’apparato radicale della pianta madre o con quelli degli altri organismi vegetali presenti nel suo spazio vitale. Inoltre, questa trama ipogea di sistemi radicali è in grado di stabilire un’interconnessione chimico-fisica multipolare e simbiotica con i miceli fungini e con le cenosi microbiche del suolo, generando nella rizosfera una rete cognitiva collettiva (l’ormai ben noto Wood Wide Web), coordinata e interdipendente, che esibisce, come proprietà emergente, una forma di intelligenza multidistribuita e delocalizzata globale. Si tratta di un’intelligenza profondamente diversa dalla nostra, un’intelligenza di sciame diffusa (swarm intelligence), multicentrica e adattativa, messa progressivamente a punto in centinaia di milioni di anni, che rappresenta un elemento prioritario del loro successo evolutivo e che ha modellato in profondità l’intero mondo vivente. È un’intelligenza coloniale, per noi spesso imperscrutabile e indecifrabile, non dissimile da quella che caratterizza le società di insetti eusociali, le colonie simbiotiche dei celenterati costruttori formanti le barriere coralline, i banchi sincronizzati di pesci, gli stormi organizzati di uccelli, i branchi di lupi. O da quella che emerge dalla semiosfera telematica integrata originata dalla rete digitale planetaria che chiamiamo Internet. Attraverso questa peculiare forma di intelligenza diffusa, le piante comunicano e si scambiano un’elevata quantità di informazioni, inerenti le caratteristiche dell’ambiente esterno, l’attività degli insetti impollinatori, la collocazione topografica delle chiome, la prossimità genetica tra individui vicini, la presenza di parassiti, aggressori, sostanze tossiche e condizioni avverse. Insomma, le piante sono intelligenti e comunicano. Anche se noi spesso siamo incapaci di coglierlo e, tristemente, non ce ne rendiamo conto.

da qui

mercoledì 21 luglio 2021

La pubblicità e la natura, ovvero mostrare solo quel che serve - Fabio Balocco

  

Ci avrete senz’altro fatto caso: quando qualche impresa deve tirare su un palazzo accompagna il rendering con un po’ di verde intorno. Così come capita che addirittura il verde lo azzera proprio e poi richiama nel nuovo progetto il termine “parco” o similare. Insomma, il verde deve esserci, in qualche modo attenua le stronzate che fanno.

Mi è venuto alla mente questo concetto quando ho visto senza volerlo le pubblicità che inondano le televisioni e che mostrano la bellezza delle nostre regioni. Fateci caso: tutte, senza eccezione, fanno riferimento alla natura in primis, alla storia, alla cultura. La Sicilia, la Sardegna, il Trentino, le Marche. E sicuramente me ne sono persa qualcuna. Insomma, il verde fa marketing, attira, è l’asso nella manica: non ti faranno mai vedere una nuova lottizzazione o gli scassi di una nuova inutile opera pubblica. Peccato che questo verde, questa natura vengano buoni solo per attirare i gonzi, mentre le politiche che vengono attuate dalle regioni vadano in senso diametralmente opposto. C’è un contrasto stridente fra ciò che i politici fanno apparire e ciò che fanno (o non fanno) nella realtà. Prendiamo come esempio le nostre due isole maggiori: Sicilia e Sardegna, riportando due esempi della loro sensibilità ambientale.

Sicilia, esempio del non fare. In Sicilia ogni benedetto giorno estivo e non, che soffia lo scirocco, si mettono in azione i piromani. Cosa ci sia dietro le devastazioni dolose si può solo intuire, e qui non lo dico, resta il fatto che il governo regionale non fa nulla per prevenirli e per individuare i piromani, al di là delle battute a effetto di Musumeci («Per i piromani ci vorrebbe il carcere a vita»: https://www.palermotoday.it/cronaca/incendi-sicilia-piromani-musumeci.html). Siamo all’inizio di luglio e già decine di incendi si sono sviluppati. Nella sola estate del 2020 sono andati letteralmente in fumo qualcosa come 35.900 ettari di natura. Neppure le aree più pregiate si sono salvate e anche la Riserva dello Zingaro – che attira decine di migliaia di turisti ogni anno – nel mese di agosto 2020 è andata quasi interamente in fumo. Rafforzare la prevenzione, utilizzare droni e telecamere, fissare ricompense per le informazioni utili a identificare i delinquenti sono tutte azioni che potrebbero essere utili per fronteggiare un disastro che, tra l’altro, alimenta la desertificazione dell’isola già in atto per via del riscaldamento globale. Invece si aspetta passivamente che arrivino l’ennesimo scirocco e gli ennesimi incendi.

Sardegna, esempio del fare. Le pubblicità ci mostrano coste integre. Peccato che la giunta attuale abbia varato un Piano casa che consente notevoli ampliamenti dell’esistente anche in barba al Piano Paesaggistico varato a suo tempo da Soru. Il Piano è stato impugnato a marzo dal Governo, ma medio tempore fa già danni (https://www.lanuovasardegna.it/regione/2021/06/05/news/piano-casa-braccio-di-ferro-tra-regione-e-soprintendenze-di-sassari-e-cagliari-1.40355484).

Sono solo due esempi dei tanti che si potrebbero fare dell’uso solo strumentale di quel che resta – sempre meno ogni anno che passa – della natura integra. Della serie: «Mostriamo solo ciò che ci fa comodo».

da qui

martedì 10 dicembre 2019

«Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo» - Maurizio Pagliassotti



Il libro di Fabio Balocco, come tutti i suoi libri, è un testo che dovrebbe muoversi sulle onde del destino. Quando leggo i lavori di questo ambientalista già avvocato, mi viene sempre in mente la metropolitana, in particolare quelle schiene curve e quelle teste sui telefoni che imperano con le loro immagini. Immagino questo breve e denso libro abbandonato su un vagone, sfogliato per caso da gente comune che sta correndo verso la sua vita, e che per la forza del destino si imbatte nelle storie e nei numeri che Balocco allinea con asettica linearità.
L’autore, quando presenta i suoi lavori, sottolinea sempre un concetto: «mi piace dare voce a chi non ha voce». E questo è lampante, se si scorre la sua produzione letteraria: si va dalle piante che stanno silenziosamente colonizzando i nostri centri urbani demoliti dal cemento, ai poveri dimenticati da tutti, alle coste dei nostri mari trasformate in spianate di cemento e, ultimi ma non meno importanti, ai giocatori compulsivi de “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo”, pubblicato da Neos edizioni. Ignoro le ragioni per cui Balocco si occupa di questi mondi dimenticati, di queste voci che nemmeno chiedono di essere raccontate. Questo, per altro, mi sorprende sempre: in questo mondo ego maniacale, esistono esseri umani che sebbene al centro di storie epocali vivono nell’invisibilità e nel silenzio. Lui invece le raggiunge e le fa parlare le loro voci, che a volte emergono come fenomeni carsici che poi nuovamente scompaiono.
Nemmeno ottanta pagine quelle di Balocco, che però contengono tutto: cifre, testimonianze, devianze dello Stato, perfino un interessante digressione sulla ludopatia come possibile causa di esclusione da reato. Pagine per tutti, che credo finiranno nelle mani dei soliti: e questo credo sia un vero peccato. Eppure questo agile libro parla direttamente e in modo molto semplice a quel grande popolo che gioca, gioca, e gioca ancora. Anzi, che è proprio indotto dallo Stato e puntare sempre di più e sempre più spesso.
Cose note, seppur mai abbastanza ripetute. Ma dalle pagine di Balocco emerge un quadro singolare, in cui questo meccanismo voluto prende le forme di una vera tassa sulla debolezza e sulla solitudine.
Una tassa sugli oppressi: ecco cosa è il gioco oggi in Italia. Le testimonianze che l’autore riporta lo mettono chiaramente in luce: al di là delle drammatiche storie molto simili, dalle parole di questi poveri testimoni dell’abisso emerge una rete dalle maglie sottili e dalle dimensioni enormi. Una rete che ha il compito di prenderli e spolparli. Storie molto simili di uomini e donne che, come in meccanismo, iniziano giocando poco, poi un’improvvisa vincita – questo è un elemento fondamentale – poi l’euforia, poi la compulsione, poi la discesa all’inferno. Nel mentre, lo Stato offre, offre, sempre di più, avvolge come una spira delicata. Da cui si esce con grande fatica, e probabilmente mai definitivamente.
In un desolante panorama rimane questo libro, uno dei molti che dovrebbe esser letto nelle scuole e in generale ovunque vi sia il grande esercito di coloro che ignorano, prede perfette di un mondo senza pace.