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lunedì 20 maggio 2019

Il cavallo: macchina o animale? - Rita





Ieri ho avuto modo di ascoltare le interessanti parole di Nadia V Zurlo, responsabile del settore equidi della LAV, intervenuta come relatrice in una conferenza dal titolo: "Il cavallo: macchina o animale?" organizzata da LAV Roma. Tra gli interventi anche quello di Gianluca Felicetti, Presidente della LAV nazionale, che ha spiegato dettagliatamente la situazione attuale al riguardo dell'abolizione delle botticelle: una situazione che, dopo la presentazione delle firme raccolte per l'iniziativa della delibera popolare, è stata fermata per mancanza di volontà politica da parte dell'amministrazione comunale romana, a dispetto di quanto dichiarato nel programma. Una situazione che la Lav si impegnerà presto a sbloccare, con l'aiuto e il supporto di tutti gli attivisti romani.
Oltre al tema delle botticelle, forma di sfruttamento gravissima e che a Roma si presenta come particolarmente oscura in quanto i botticellari sono protetti politicamente, sono rimasta molto colpita dalle parole di Nadia. 
Colpita per due motivi: uno: è vero che dello sfruttamento dei cavalli parliamo molto poco anche noi attivisti; due: ho realizzato quanto, tra tutti gli animali, i cavalli siano effettivamente tra i più sfruttati.
Una forma di sfruttamento che inizia sin da quando vengono al mondo e vengono domati e dura per tutta la loro vita. Non esiste una doma che sia dolce o etica, la doma è sempre la privazione dell'identità dell'individuo e della sua volontà di agire secondo quelle che sarebbero le sue caratteristiche etologiche. 
Per essere domati i cavalli subiscono delle vere e proprie torture: tutti e sempre.
A partire dai ferri che gli vengono infilati in bocca e che gli provocano dolori fortissimi, per proseguire con la violenza - fisica e psicologica - che subiscono affinché obbediscano ad andare al trotto e al galoppo, passando per la terribile imposizione di tenere il collo piegato in una posizione innaturale che gli causa danni gravissimi, fisici e psicologici, e dolori immensi.
Un cavallo viene usato dalla nascita alla morte. Nella sua vita, di media, cambia circa 25 proprietari a seconda della destinazione d'uso, giacché il suo valore è solo commerciale e un cavallo che non lavora non viene considerato.
Chiedete a coloro che praticano l'equitazione cosa faranno del loro "amato cavallo" una volta che non risponderà più alle esigenze richieste e vedrete che non avranno remore nel rispondervi che lo venderanno, lo passeranno a un altro proprietario, il quale, a sua volta, lo userà per altri lavori.
Ieri mi sono resa conto di una cosa: che persino per noi attivisti che ci battiamo per la liberazione animale è difficile comprendere fino in fondo la violenza sui cavalli e questo perché l'immagine del cavallo come amico dell'uomo che volentieri si presta a lavorare per noi è stata totalmente radicata in noi sin dall'infanzia.
O meglio, tra tutte le forme di sfruttamento, ci sembra che quella dei cavalli sia meno urgente perché il mondo ippico e dell'equitazione - dice Nadia - ha lavorato così bene nel tempo da edulcorare e mistificare totalmente la sua terribile realtà.
Sempre ieri, nella libreria in cui si è svolta la conferenza, abbiamo potuto constatare come a partire dai libri destinati ai più piccini si rappresenti l'andare a cavallo come un’attività piacevole per entrambi, cavallo compreso, e come pian piano riesca a passare il concetto che il cavallo esista per essere cavalcato in virtù della sua possenza fisica e naturale predisposizione al contatto con l’uomo. 
Non è così: nessun animale viene al mondo per essere usato, sfruttato e domato, nemmeno il cavallo.
Questa cultura che normalizza l’uso del cavallo è diffusa ovunque: nelle giostre per i bambini ci sono cavallini da cavalcare, nelle città ci sono carrozze trainate dai cavalli, nei film ci sono persone che vanno a cavallo, soprattutto in quelli storici. 
Il cavallo è sempre stato usato come mezzo di trasporto, come macchina. 
Ma non lo è. Nessun animale è una macchina. Nessun animale viene al mondo per essere usato da qualcun altro.
Purtroppo non di rado ho letto affermazioni anche da parte di antispecisti in cui l’uso del cavallo per lavoro non era affatto stigmatizzato e questo perché la cultura specista in cui nasciamo e il mondo dell’ippica hanno contribuito a diffondere l’idea di una collaborazione tutto sommato vantaggiosa anche per il cavallo stesso.
Non è così. La doma è una violenza non meno grave di quella che subiscono gli animali nei circhi.
Del resto, basti guardare i vari arnesi usati nella doma e per cavalcare un cavallo per capire quanto, affinché si possa cavalcare un cavallo, sia necessario un livello altissimo di coercizione e violenza: briglie, frustini, speroni, ferri in bocca e gravissimi condizionamenti psicologici.
Come ho promesso ieri a Nadia, da oggi cercherò, intanto, di informarmi maggiormente io stessa per comprendere meglio la natura del cavallo e poi a divulgare le terribile forme di sfruttamento che questi splendidi animali subiscono.


sabato 21 luglio 2018

Un maiale non sarà mai come Trump - Rita



Roger Waters chiude il concerto di Roma con la scritta "Trump è un maiale", così leggo oggi sui quotidiani.

Un maiale non sarà mai come Trump. Un maiale - ma quale, poi? Non esiste "il maiale" come concetto, esistono semmai tanti individui distinti, ognuno con la sua personalità e identità - è semplicemente se stesso; o meglio, dovrebbe essere se stesso, ma nella nostra realtà non gli viene permesso, viene privato di tutto, del diritto di essere lui, di essere felice, di razzolare sull'erba e nel vento, di fare amicizie ed esplorare, di avere esperienze; nella nostra realtà viene fatto nascere come schiavo e a pochi mesi viene macellato. 
Direi proprio che no, non è Trump. Trump è il Potere e un maiale, ai nostri giorni, non ha nemmeno il potere - inteso come possibilità, potere di - di essere, di uscire, di vedere, di conoscere. Per non parlare delle scrofe, delle maiale che, chiuse dentro le gabbie di contenzione, non hanno nemmeno la possibilità di alzarsi in piedi e di accudire i propri piccoli.
I maiali non sono sporchi. Lo sono invece i capannoni in cui vengono rinchiusi e poi allevati al fine di trasformarli in prodotti.

Mi indigno per una parola? Per una frase fatta? Sì, perché le parole non sono neutre, rafforzano e disegnano la nostra realtà, dandole la forma e i confini che chi detiene il Potere decide per altri. Le parole descrivono una realtà spesso falsa, ingannatrice, menzognera, come quella che vorrebbe che i maiali fossero animali stupidi, laidi, sporchi, aggressivi, dotati di solo istinto mangereccio e sessuale. 
E tutte queste falsità vengono reiterate per giustificare la pratica di schiavizzare, discriminare o respingere qualcuno, che siano i maiali o gli immigrati o le donne.


domenica 17 giugno 2018

Ancora di donne e animali - Rita



Questa cosa di giudicare e imputare responsabilità alle vittime anziché agli oppressori deve finire. 
Ripetete con me: se una donna viene uccisa, non è colpa sua. Se una donna viene stuprata, non è colpa sua. Se viviamo in una società patriarcale non è colpa delle donne. Se un animale viene portato al macello, non è colpa sua. Se un animale vive dentro un allevamento lurido non è colpa sua, non è perché gli piace così.

Femminismo e maschilismo non sono la stessa cosa: il primo è movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria, e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo. 
Antispecismo e specismo non sono la stessa cosa: il primo è un movimento teorico e pratico di liberazione da una forma di oppressione millenaria e questa forma di oppressione millenaria è, guarda caso, proprio il secondo.

Pensare che un animale schiavizzato stia bene come sta perché non metterebbe in gioco abbastanza risorse per liberarsi è stupido; pensare che alle donne piaccia essere oppresse perché spesso sono le prime ad essere accondiscendenti è altrettanto stupido: significa non tener conto dei danni psicologici che provocano migliaia di anni di oppressione e dei condizionamenti radicati a livello sociale e interiorizzati a livello psicologico che spesso rendono difficile che una vittima sappia di esser tale. Ma, per fortuna, il femminismo e l'antispecismo è questo che fanno, cioè mettono a nudo e rendono comprensibili queste dinamiche di potere e oppressione millenaria: negarli, ostracizzarli, significa essere parte del problema, significa voler mantenere intatte queste strutture e dinamiche di potere.

Siate dalla parte delle donne, siate dalla parte degli altri animali. Abbiate il coraggio di rompere le catene e smettere di essere parte degli anelli che le compongono.

martedì 5 giugno 2018

Via la maschera! - Rita



Se bastasse raccontare alle persone la realtà dello sfruttamento degli animali per convincerle di quanto sia ingiusto, come se ciò fosse un processo razionale, allora probabilmente saremmo già sulla buona strada perché l'unico vero ostacolo da combattere sarebbe quello economico delle lobbies e delle aziende che lucrano sugli animali. Potremmo comunque contare su una massa crescente di persone convinte - e convinte poiché raggiunte dall'informazione corretta - disposte a lottare. 
Ma i processi cognitivi non sono del tutto razionali. Le persone, generalmente, cercano conferma del proprio sistema di valori. Nessuno ama sentirsi dire che con le proprie scelte sta in realtà partecipando alla violenza sugli animali. Perché nessuno definirebbe sé stesso come una persona violenta in generale. Così, sostanzialmente, quando comunichiamo, nella stragrande maggioranza dei casi, ci troviamo di fronte a un blocco pressoché inespugnabile, che è dato dall'insieme dei pregiudizi e delle menzogne sugli altri animali, dalla necessità del mangiar carne e dalla definizione di noi stessi in quanto specie e in quanto individui singoli. 
Ora, quando qualcuno si trova di fronte a qualcun altro che sta mettendo in discussione tutto ciò, la sua prima reazione è di entrare in una modalità di "congelamento" dei propri canali ricettivi in quanto, ciò che sta ascoltando, primo, non conferma le proprie certezze, secondo, provoca una frattura dolorosa, quella che viene definita dissonanza cognitiva, ossia un indebolimento delle proprie strutture mentali - e della propria idea di sé stesso - che fino a quel momento potevano poggiare sulla sicurezza di un tappeto solido composto dall'insieme di scelte corrispondenti ai propri valori morali. Ciò che disturba di più le persone è sapere di fare cose non in linea con i propri principi morali, tant'è che quando "deviano" dalla propria personale idea di giustizia si danno un gran da fare per cercare tutte le giustificazioni possibili (non avevo scelta, sono stata costretta dalle necessità, l'ho fatto per un fine superiore: è ciò che si racconta chiunque prenda una decisione che non è in accordo con i propri valori più profondi).
La messa in discussione di ciò che si è sempre ritenuto giusto, esige una risposta mentale veloce: prendere atto di aver fatto scelte che si pensavano giuste, ma che non lo erano, e quindi cambiare di conseguenza; oppure, la via più facile, negare e rimuovere la nuova realtà che viene presentata per non scardinare le radici su cui è stata fondata anche la propria identità, dal momento che noi siamo anche quello che facciamo e ci definiamo in base alle scelte etiche e morali che prendiamo ogni giorno.
Per questo non basta raccontare a una persona cosa accade agli animali per riuscire a ottenere una sua presa di posizione immediata. Non è così semplice. Per scalfire credenze così radicate servirebbe, primo, una controinformazione talmente capillare e martellante, paese per paese, piazza per piazza, vicolo per vicolo, giorno dopo giorno e protratta nel tempo da fare in modo che la realtà si sostituisca alla menzogna radicata. Secondo, questa campagna massiccia e capillare dovrebbe comunque arrivare a sostituire quella pervasiva dell'industria che lucra sui corpi degli animali e che trova un terreno fertile di ascolto, non solo per l'enormità di mezzi e forze messe sul campo, ma soprattutto perché è più rassicurante e confortante in quanto conferma e rafforza il sistema di credenze culturali in cui siamo nati e cresciuti.

Poi c'è un secondo ostacolo: vero che l'oppressione sugli animali è sostanzialmente di tipo economico e politico, ma è anche vero che per giustificarla abbiamo dovuto, come specie, inventarci tutta una serie di attributi negativi, funzionali all'oppressione da una parte, e tutta una serie di attributi positivi, funzionali a innalzarci come specie superiore che fa cose giuste, dall'altra. Ora, poiché il nostro cervello è plastico, queste pratiche di oppressione e dominio si sono in un certo senso naturalizzate, ossia sono diventate parte fondante delle nostre strutture identitarie profonde. E per scardinarle serve qualcosa di più di una controinformazione capillare. Se tutto andasse bene, ossia se non avessimo le risposte continue ancora più convincenti dell'industria della carne, ci vorrebbero comunque decenni. 
Quindi stiamo combattendo non solo contro chi lucra sugli animali, ma contro la nostra stessa definizione di umani. E questo è un lavoro che enorme, che, come ho già avuto modo di dire altre volte in passato, è culturale in senso ampio e va fatto senza tralasciare nessun campo delle attività umane.

Due cose vanno fatte: combattere il mostro economicamente, cambiare l'identità individuale e collettiva della nostra specie. 
Come accelerare questo processo, dal momento che ci sono individui che soffrono costantemente e vengono uccisi ogni secondo?

Sappiamo che si è disposti a cambiare più facilmente quando viene meno il consenso sociale. Quando quello che facciamo ottiene giudizi negativi. La collettività cambierà quando sull'atto di addentare una salsiccia si abbatterà lo stigma sociale. Per molti, legalità equivale a giustizia. Penalizzare chi fa certe cose, d'altro canto invece serve a rafforzare lo stigma sociale.

Forse dovremmo iniziare a lavorare di più sul fattore dello "stigma sociale". Sul formare un movimento, anche se in minoranza, che si fa sentire di più e che chiede cose precise. 
Vi racconto un piccolo aneddoto per chiudere: durante l'ultimo presidio NOmattatoio a Passo Corese siamo stati tre ore a osservare, in un forte dissenso silenzioso, il lavoro dei macellai che entravano e uscivano dal mattatoio. Alcuni di loro hanno reagito con rabbia (scherno, derisione, aggressività verbale) perché sapevano che qualcuno li stava giudicando. Per un attimo, nel breve lasso di tempo di una mattinata, qualcuno gli ha mostrato un'altra prospettiva dalla quale osservare le loro azioni. Il fatto che uno di loro, davanti a noi, abbiamo sentito l'urgenza di schernire degli agnellini, significa che per un momento ha comunque visto quegli agnellini per quello che sono, ossia individui e non prodotti. La derisione e lo scherno sono funzionali all'oppressione, giacché non si può opprimere senza svilimento dell'altro. Ma se si sente il bisogno di svilire, significa che l'altro non è ancora del tutto oggettificato. Dobbiamo inserirci lì. Cogliere il tentennamento, l'esitazione e poi rovesciarci sopra tutto il nostro stigma sociale.
Abbiamo avuto fin troppa paura di apparire come moralisti, come fanatici di una setta, come aggressivi, come estremisti. E così abbiamo giocato al ribasso. 
Ora è tempo di alzare la posta in gioco. Non siamo noi che dobbiamo temere lo stigma e l'accusa di estremismo, ma gli altri.

Mi piacerebbe che un giorno i carnisti divenissero, metaforicamente parlando, portatori di una lettera scarlatta sul petto, una lettera di infamia e vergogna per ciò che fanno. Non è moralismo (anche se mi rendo conto che ho usato una metafora estrapolata da un noto romanzo che diceva l'esatto contrario, ma in quel caso a ragione in quanto Hawthorne metteva in guardia dal moralismo del puritanesimo, mentre la mia è una riappropriazione semantica che ne distorce il significato originario), ma battaglia di giustizia sociale perché mangiare i corpi degli animali non può essere definita semplicemente una scelta personale in quanto ci sono altri soggetti coinvolti: le vittime.

Perché temiamo così tanto di essere definiti "giudicanti"? Sì, giudichiamo, ma ci teniamo sempre a specificare che non stiamo giudicando le persone, bensì la pratica di sfruttare e mangia animali. Questo perché altrimenti verremmo tacciati di moralismo, ossia di giudicare qualcuno per ciò che fa e non semplicemente quello che fa, lasciando intatta la sua persona, senza lasciare che venga sfiorata dal giudizio; ciò avviene in parte perché anche noi abbiamo mangiato animali e perché continuano a farlo persone cui vogliamo bene e che stimiamo in altri campi.
E non vogliamo alienarci chi amiamo e dalla società.

In questo modo però continuiamo a scindere e a giustificare, a considerare inferiore la nostra battaglia (tanto che per darle dignità dobbiamo sempre associarla ad argomentazioni indirette e ad altri movimenti di liberazione) e a rafforzare inconsciamente lo specismo. 
Insomma, scindereste una persona nazista da quel che ha fatto? Direste mai, ha fatto una cosa terribile e sbagliata, ma nel complesso era una brava persona? 
Eppure riguardo quello che vien fatto agli altri animali tendiamo sempre a dare troppe giustificazioni, troppe attenuanti. 
A volte servono per strategia, ma spesso le diamo perché noi in primis ci vogliamo autoassolvere per quel che abbiamo fatto e vogliamo assolvere chi ci sta accanto. 
E, soprattutto, ho come il dubbio che lo facciamo anche perché a nessuno di noi piace davvero pensare a quanto schifo facciamo come specie. 
È tutto un prendere le distanze. Tutto un giustificare. Tutto un parlare di redenzione e progresso morale. 
E se fossimo davvero dei mostri? Non tutti, ovvio. Ma il cervello è plastico e a forza di opprimere, mentire, ingannare, mistificare, dominare siamo, di fatto, diventati dominatori, oppressori, assassini. 
Ci sono azioni e pratiche di una gravità talmente enorme che inquinano e contaminano la persona che le compie. L'assassinio è una di queste. La violazione dei corpi altrui è un'altra di queste. Le molestie, le violenze, le torture, le uccisioni non sono azioni come le altre, non sono azioni neutre. Le abbiamo giustificate per troppo tempo perché è ciò che, come specie, facciamo dalle origini. E questo ci fa immensamente paura. Ci fa paura ammettere come siamo.
Temiamo di dire al vivisettore che è un assassino perché se ci guardiamo allo specchio temiamo di esserlo un po' anche noi e quindi giustifichiamo gli altri per giustificare un po' anche noi stessi, dal momento che siamo tutti coinvolti. 
Vorrei che riflettessimo su questo. 
Su quanto siamo indulgenti con gli altri perché proviamo vergogna per ciò che siamo come specie. E questa vergogna la copriamo con una maschera.
Ma è da qui che dobbiamo partire. Dal fare i conti con noi stessi e con quella che, a forza di praticarla (ricordate: il cervello è plastico) è diventata la nostra natura. Non è uno stigma irreversibile. Ma dobbiamo ammetterlo e accettarlo.

Io ho potuto scegliere di diventare vegana e antispecista solo dopo aver provato un'immensa vergogna per ciò a cui, con le mie scelte, stavo collaborando.

La vergogna è il sentimento che ci salverà.

da qui

venerdì 1 dicembre 2017

Se niente importa...- Rita



Ieri abbiamo fatto il nostro 32° presidio davanti al mattatoio di Passo Corese, in provincia di Rieti.
A differenza degli altri organizzati a Roma, gli agenti di polizia ci hanno permesso di andare fin davanti all'ingresso e ci hanno lasciato osservare tranquillamente quanto avveniva all'esterno, sul piazzale, su cui era posizionata anche la stalla di sosta, piena di animali in attesa di essere macellati, e su cui affacciavano varie porte; su una c'era scritto: uscita pelli. 
Abbiamo potuto così assistere da vicino al "lavoro" giornaliero dei vari addetti alle operazioni di smontaggio dei corpi, iniziato con l'andirivieni di quelli che uscivano a prendere gli animali dalla stalla di sosta per trascinarli dentro alla stanza di macellazione, per poi proseguire con la pulizia della stessa una volta "svuotata" e l'uscita dei carrelli contenenti i resti della macellazioni dalla porta su cui c'era scritto "uscita pelli", oltre la quale, attraverso uno spiraglio, si sono intravisti i corpi di alcune pecore appese e già scuoiate. 

Nonostante non fosse certo la prima volta che vedevamo degli animali poco prima di entrare al mattatoio, la giornata di ieri è stata per tutti particolarmente dura, probabilmente perché è stata la prima volta che abbiamo potuto osservare dal vivo tutta una serie di gesti routinari eseguiti con una freddezza agghiacciante. 
Gli addetti cantavano mentre portavano pecore e agnelli a morire, ascoltavano la radio, mangiucchiavano, fischiettavano. Più volte ci hanno guardato con sfida. Uno ci ha detto: "Io mi sono alzato alle cinque e mezza per venire a lavorare". "Anche io", gli ho risposto, "ma la differenza tra me e te è che io sono venuta per difendere quelli che tu stai per uccidere". Non ha replicato. Ma immagino che lui si sentisse legittimato a sfidarmi, in fondo lui era quello che stava facendo soltanto il suo lavoro, come ogni bravo cittadino e padre di famiglia che si rispetti, mentre io quella che aveva trovato il tempo di andargli a rompere le scatole, come una nullafacente qualsiasi che osa criticare chi si guadagna il pane.
Siamo sempre lì. Alla banalità del male. Alla deresponsabilizzazione individuale. Alla legittimazione sociale e culturale di chi sfrutta e schiavizza per il profitto, alla totale inconsapevolezza e incoscienza del peso delle proprie azioni e scelte.

Uno degli addetti alla macellazione è uscito fuori più volte. Aveva il grembiule imbrattato di sangue e così gli stivali. Vestita come lui c'era anche una donna. 
Ricordo di aver pensato una cosa, quando l'ho vista: la sua faccia è l'ultima cosa che vedranno gli agnellini prima di essere sgozzati.

Ho pensato alla maternità, al valore femminile del dare la vita, alla tenerezza dei cuccioli, così stridenti con il suo grembiule macchiato di sangue e con la normalità con la quale mangiava un pezzo di pizza dopo il "lavoro".

Un'altra cosa che mi/ci ha colpito è la casetta del guardiano a pochi metri dalla stalla di sosta. Addobbata per il Natale. Con le lucine e tutto il resto. 

C'è una forte dissociazione cognitiva nella mente di queste persone. Agiscono come automi convinti di fare un lavoro uguale a un altro, magari necessario, anzi, sicuramente necessario, dal momento che tutti poi vanno a comprare la carne, no?

Non abbiamo potuto fare nulla per salvare quegli animali e sono soltanto una parte infinitesimale rispetto ai milioni che vengono macellati ogni giorno nei mattatoi di tutto il mondo. 
Ma di una cosa sono certa: la nostra presenza lì non è passata inosservata. I nostri occhi increduli, il nostro sguardo addolorato ha lasciato un segno sulle macchine che passavano al di sopra, persino sulle forze dell'ordine che erano lì per controllarci ("noi siamo nel mezzo", mi ha detto un agente, "capisco voi, sono sensibile, ci rifletto da mesi ormai sulla vostra lotta, ma devo stare qui anche a difendere il lavoro dei macellai perché purtroppo è legale"), e poi, forse anche su quelle persone stesse che abbiamo osservato tutto il tempo come se provenissero da un altro pianeta. Anzi, come se NOI provenissimo da un altro pianeta in cui quello che oggi qui sembra normale, uccidere animali per il profitto e l'abitudine, lì non lo è. La nostra presenza DEVE aver lasciato un segno. Deve essere così. Altrimenti significa che è tutto inutile. 

Per seguire le attività di NOmattatoio, presidi e altro, segui la pagina Facebook: https://www.facebook.com/NOmattatoio/

da qui

martedì 12 settembre 2017

Non diventate vegani!


No, non sono impazzita!
Ho invece il piacere di pubblicare una bellissima lettera aperta scritta da un mio contatto su Facebook. In mezzo al mare magnum delle notizie fake, dei selfie, dei post autoreferenziali, ogni tanto si trova anche qualche riflessione su cui vale la pena soffermarsi.
Vi invito a leggerla perché trovo che sia il giusto modo per approcciarsi agli "altri", ossia tutti coloro che per abitudine, ignoranza, pregiudizi o altro ancora mangiano gli animali.

Di Maria Campo

Lettera aperta agli "altri".

Non diventate vegani. 
Non diventate niente. Non datevi etichette, siate solo voi stessi come persone e individui. Togliete agli altri le etichette che gli vedete addosso. Se avete incontrato vegani antipatici dimenticateli e basta. Non fareste un dispetto a loro facendo torto agli animali.
Informatevi, leggete, osservate, controllate, confrontate, pensate... Ascoltate il vostro cuore e fate ciò che sentite giusto.
Non diventate neanche vegetariani.
Solo smettete di mangiare carne perché gli animali non vogliono morire. E lo capiscono. Guardateli, conosceteli. Guardate i video dove possono giocare e accorgetevi che non c'è differenza tra un cane, un vitello, un maiale. E guardate i video dove gli viene imposto il destino di diventare ingredienti, non vi piaceranno, vi faranno stare male. Pensate cosa dev'essere per loro che lo vivono, se qualcosa vi ferisce solo a vederlo. Guardate che cosa passano nella loro breve vita (sono cuccioli quelli che finiscono nel frigo), immaginate cosa vivono durante il trasporto, la paura che hanno al macello.
Non diventate vegani. Però smettete di mangiare derivati: lo sfruttamento di loro​ che sono come bambini non è mai una leggerezza come forse pensate. Non è colpa vostra, è quel che vi hanno insegnato perché a loro volta è stato insegnato: nessuno è cattivo o una persona malvagia per aver creduto a questa cultura. Perdonate e perdonatevi. È stato così, ma ora datevi la possibilità di cambiare. Non date nulla per scontato, approfondite, tenete la mente aperta. Cercate informazioni, chiedete come e perché. Per ogni "mucca da latte" c'è un vitello ucciso. Per ogni "gallina ovaiola" c'è un pulcino ucciso. Quando avete obiezioni e dubbi, cercate la risposta vera e non​ accontentatevi di quella che vi rassicura: è un mercato che muove troppi soldi per dirvi la verità, le pubblicità vogliono vendervi qualcosa, le aziende vi vogliono consumatori, i giornali e tv e i media in generale sono foraggiati e non si mettono contro gli sponsor. La politica si preoccupa dell'economia. Ma non abbiate paura per il mercato e l'economia, quelli se la caveranno eccome. Pensate ai deboli, pensate agli ultimi, pensate a chi non ha voce: è perché sono indifesi che vengono schiavizzati e sfruttati. Non potranno mai difendersi perciò dobbiamo essere noi umani a chiedere pietà per loro: la prima cosa è interrompere gli acquisti di ciò che fa loro del male. Per riconvertire il commercio in uno più etico abbiate fiducia nell'intelligenza umana, si troverà una soluzione che vada bene a tutti anche smettendo la schiavitù.
Il nostro piacere e comodità non devono essere al prezzo della vita altrui.
Nemmeno la nostra vanità di bellezza. Non diventate vegani, ma smettete di comprare prodotti testati su animali. Scoprite le aziende cruelty free.
Dite basta alla sperimentazione animale: siamo tutti animali, ma tra specie diverse non siamo identici, i nostri corpi hanno differenze che rendono vano, per curarci, sapere cosa faccia bene o male agli altri... È inutile torturarli e terrorizzarli e imprigionarli per fare esperimenti che non ci daranno benefici. E comunque nessun risultato varrebbe l'infliggere loro tutto quel male: loro provano dolore e paura come noi, ci assomigliano precisamente in questo. 
Non vi piacerebbe sapere cosa succede nei laboratori. Probabilmente non verrete neanche a saperlo fino in fondo, ma se avete il coraggio cercate di scoprirlo. Se non ne avete il coraggio avete già la vostra risposta: non potete far finta di niente.
Non diventate vegani, non c'è bisogno di esserlo per smettere di comprare pellicce e indumenti con gli inserti. Guardate gli animali nelle gabbie e il modo orrendo in cui gli viene rubata la pelliccia per venderla a voi. Voi non ne avete bisogno, loro sì.
Smettete di comprare cose in pelle, smettete di comprare lana e seta. Ma se ne avete, non dovete per forza buttare via nulla: adoperate tutto ciò che avete in guardaroba e scarpiera, portatelo fino alla fine, evitate lo shopping non necessario, fregatevene delle mode. Aggiustate, riparate, personalizzate, abbellite quel che avete e riutilizzatelo prima di buttarlo.
Non andate al circo, non andate allo zoo, non andate ai delfinari, evitate gli acquari: la sofferenza non può mai essere divertente. Tanto meno istruttiva.
Se state leggendo fin qui, probabilmente non vi è mai passato per la testa di andare a caccia o a pesca. Ma se così fosse, imparate invece l'arte della fotografia e andate a "caccia" armati solo di macchina fotografica. Fate un corso di sub e incontrate i pesci senza fargli del male. Starete nella natura e ci starete con la pace nell'anima. Se quel che cercate è adrenalina, valutate i videogiochi; se è solo per gioco e divertimento che avete voglia di sparare provate il softair! L'Italia ripudia la guerra ma vende armi, i cacciatori sono dei clienti... Non cascateci quando vi racconteranno la storia del buon cacciatore amante della natura: chi ama non uccide così alla leggera.
Se osservate la natura, vi accorgete che la vita di qualsiasi animale è già abbastanza difficile anche senza incontrare la crudeltà umana. Non possiamo e non dobbiamo infierire.
Nelle tragedie naturali, in terremoti e alluvioni, ricordatevi anche delle vittime non umane.
Continuate a vivere la vostra vita, ma ricordatevi degli animali. Quando ci sarà una festa, accorgetevi se hanno messo musica a volume impossibile sotto un nido di rondinini. Accorgetevi se hanno portato un cane in mezzo al casino infernale. Se il volume è alto per noi figuratevi per loro. E dite qualcosa: gli animali non possono parlare e chi sta pensando solo a divertirsi probabilmente in quel momento si è dimenticato della loro esistenza e dei loro bisogni. Quando verrà capodanno, dite no a botti e petardi: pensate al terrore che provano gli animali domestici e selvatici. Ho visto piccioni​ impazzire di paura. Loro sono invisibili, vivono accanto a noi e vengono schifati per pregiudizio. Conosceteli, scoprite quanto sono intelligenti. Tutti gli animali meritano rispetto.
Con quel che avrete risparmiato sulla spesa (mangiare vegetale costa meno) e dallo shopping, aiutate un rifugio: c'è sempre bisogno di tutto e dell'aiuto di tutti. 
Fintanto che vengono considerati come oggetti ci sono abbandoni e randagismo e ancora e ancora cucciolate... Non comprate! Adottate.
Se potete, adottate un animale e conoscetelo davvero, trattatelo come una personcina: no, non è umano, ma scoprirete che non serve esserlo per avere personalità. Adottate un cane o un gatto tra chi ha più bisogno, un coniglio, una gallina, un maiale, un ratto... adottate col cuore!
Quando fate la spesa state solo un po' attenti: evitate i derivati animali, sì, e pensate anche agli umani e all'ambiente. Preferite il bio quando l'opzione è possibile. Preferite il fair trade. Non spenderete di più, fate la prova e tenete un registro delle spese se volete. Non comprate tofu e seitan se non vi piacciono, oppure comprate tofu e seitan se vi piacciono. Scoprite sapori nuovi se ne avete voglia, ma sappiate che non servono ingredienti che non conoscete per mangiare vegetale, equilibrato e vario: legumi, cereali, frutta, verdura, frutta secca, semi, alghe, funghi... Ricordatevi​ che non c'è nessun sacrificio e non dovete obbligatoriamente diventare salutisti. Non rinunciate ai vostri cibi preferiti, scoprite come avere gli stessi gusti con ingredienti vegetali. Quando andate in giro chiedete l'opzione più buona, quella buona per davvero che non fa male a nessuno: ormai si trova ovunque, e comunque dappertutto possono proporre qualcosa.

Certo, bisogna che tutti vivano così per cambiare le cose. Vi sentite una goccia nel mare? Non abbiate paura di fare quel che potete per paura che sia poco: bisogna solo che ognuno faccia la propria parte, senza aspettare di controllare che gli altri la stiano facendo. Cosa state aspettando? Cominciate subito, perché non ci sarà uno start per partire tutti assieme. Strada facendo vi accorgerete che altri​ stanno facendo il vostro percorso.
Vivete con coscienza, vivete con giustizia, senza darvi etichette. E quando qualcuno vi chiederà qualcosa non etichettatevi ancora e non etichettate nessuno. Spiegate ciò che sapete e ciò che avete imparato. La vostra testimonianza di umani​ che vivono nel rispetto degli animali tutti, varrà moltissimo: e allora parlatene, raccontate la compassione, spiegate il vostro senso di giustizia. Se ciascuno vivrà con rispetto il mondo sarà un posto migliore, senza più bisogno di dirsi vegani e animalisti. 

giovedì 31 agosto 2017

Ho letto cose che voi umani... - Rita


Quelli che dicono "aiutiamoli a casa loro" sono talmente ignoranti delle dinamiche globali che, oltre a non saper distinguere un rifugiato da un migrante, non saprebbero nemmeno indicare sulla cartina geografica dove si trovi questa "casa loro". Il fatto che questa casa sia stata poi distrutta da guerre o intrisa di povertà a causa dello sfruttamento delle risorse locali da parte dell'occidente o che i presunti aiuti umanitari siano stati in realtà occupazioni militari e bombardamenti a tappeto suppongo debba essere un particolare irrilevante.
Ma sì, ragioniamo per slogan, seppelliamo l'empatia, sospendiamo il pensiero critico, azzeriamo la complessità del reale nel pensiero binario buoni Vs. cattivi inculcatoci nella testa da oltre un secolo di propaganda culturale statunitense, tanto l'importante è preservare i nostri privilegi, no? 
Sapete cosa mi stupisce? Che molti che fanno appello a questi slogan beceri si definiscano animalisti perché ciò significa che della questione animale hanno capito ben poco; non capiscono che siamo tutti animali, siamo tutti corpi che nessuno dovrebbe dominare, gestire, controllare. 
Poi, costoro che in questi ultimi giorni ho visto ergersi in difesa della legalità e quindi della violenta azione di sgombero avvenuta a Roma, lo sanno che allora dovrebbero difendere anche lo sfruttamento animale poiché, in fin dei conti, anch'esso è legale?
Ma dove è finito il dissenso, la resistenza (che è un concetto che va ben oltre il fenomeno storico), la disobbedienza civile, quella libertà dei corpi che tanto agognate per gli animali, ma che ora rifiutate per i vostri simili di specie? 
da qui

lunedì 28 agosto 2017

Paura della morte - Rita

  
Della domesticazione della natura si parla da secoli, ci hanno scritto su migliaia di libri e girato centinaia di film. 
Della rimozione della nostra parte selvatica che si esprime attraverso la soppressione degli istinti - e meno male, riguardo alcuni, la civilizzazione ha comunque innegabilmente portato anche dei vantaggi - e del selvatico in generale pure.
Cosa ci resta da dire?
Forse che osservare non basta più.
Dobbiamo mettere in moto pratiche collettive più incisive per spazzare via l'antropocentrismo e quel concetto sbagliato di razionalità come negazione del sentimento. La razionalità senza il sentimento è asettica gestione delle risorse senza comprenderne la complessità e vitalità. La razionalità senza il sentimento è quella che ha permesso il nascere dei lager e che ora dice di dover chiudere le porte agli immigrati. È quella che ha ucciso Daniza e KJ2, ma continua a far prosperare gli zoo perché lì gli orsi si possono ammirare senza pericolo. È quella che ha consentito il nascere degli allevamenti e dei mattatoi e che distrugge foreste e interi ecosistemi in nome dell'ottimizzazione delle risorse; è quella che aliena la maggior parte della popolazione imprigionandola dentro schemi esistenziali, orari, convenzioni. 
È quella che pretende di sconfiggere la morte uccidendo migliaia di animali dentro i laboratori e che, soprattutto, ha amplificato la paura della morte facendoci vivere in punta di piedi e trattenendo il respiro, così facendoci morire ancor prima che l'evento naturale si verifichi. 
Vogliamo che nulla ci turbi, che nulla metta in pericolo quella che crediamo essere la nostra tranquillità e le nostre certezze senza sapere che è tutto illusorio. 
Temiamo l'invasione dello straniero, il caldo, il freddo, i terremoti, le alluvioni, gli animali selvatici e anche quelli semiselvatici perché ci potrebbero ferire, uccidere, trasmettere malattie. 
Sì, certo, alcune di queste cose come i disastri naturali possono mettere effettivamente in pericolo la nostra esistenza, così come ci si può ammalare in qualsiasi momento o si può restare coinvolti in un incidente (fatto, questo, molto più probabile dell'aggressione di un orso in montagna), ma il pensiero che possa accadere ci terrorizza ancora più dell'evento in sé che non è affatto detto che si verificherà. E pure queste fobie diffuse, queste nevrosi che ci caratterizzano così tanto e che sono diventate oramai tratti peculiari della nostra identità anziché patologie da curare, sono sempre da ascrivere al più ampio concetto di razionalità inteso come soppressione del sentimento, ossia del sentire.
Abbiamo così paura che temiamo anche il sentire, vogliamo smettere di sentire, ci anestetizziamo di surrogati e di tutto quello che ci distoglie da noi e dalla realtà che ci circonda. Poi, quando la realtà torna a colpirci per qualche motivo, siamo incapaci di viverla, di comprenderla, di accoglierla e ci facciamo cogliere, letteralmente, dal panico (che subito mettiamo a tacere con la pasticchina di ansiolitico).
La paura della morte ci fa giocare - un gioco che prendiamo terribilmente sul serio - a essere già morti come se troppa vita ci facesse male. E non la tolleriamo in chi ancora sa vivere pienamente - gli altri animali, per esempio, che definiamo stupidi, sciocchi, poco intelligenti; per questo vogliamo tenere lontano da noi chi rischia il tutto e per tutto pur di sopravvivere perché un istinto di vita ancora ce l'ha, come gli immigrati che fuggono da pericoli reali, gli animali selvatici che ne sono ebbri, i bambini e tutto ciò che ci ricorda che essa, la potenza di vita, cresce in ogni dove e si manifesta ovunque, come quelle piantine selvatiche che spuntano tra le crepe del cemento.
In Rumore Bianco, Don DeLillo dice che uccidiamo nell'illusione di sconfiggere la nostra stessa morte. 
Ma l'unico antidoto alla paura della morte che possa davvero funzionare è uno soltanto: vivere e lasciar vivere. 

venerdì 9 giugno 2017

Migranti - Rita


A Roma si sta diffondendo la fobia verso diverse specie animali, alimentata da notizie sensazionalistiche dei giornali.

Ieri sera stavo dando da mangiare ai mici delle colonie che gestisco e, come ogni sera, si è avvicinato un gabbiano. Anche lui, proprio come i mici, al calar della sera mi aspetta e chiede qualcosina.

Una signora lo guarda con aria tra il curioso e il divertito. Meno male, penso io, in genere c'è sempre qualcuno che ha qualcosa da ridire.
E infatti! Prima di andarsene, mi fa: per esser belli son belli, e anche simpatici, ma stia attenta, l'altro giorno uno ha aggredito una signora.

In questi giorni non è la prima volta che sento dire questa scemenza. 

Ora, non mi risulta che i gabbiani aggrediscano le persone. Non si è mai sentito dire, né a Roma, né in qualsiasi altra parte del mondo dove vivono i gabbiani. Una balla senza fondamento scientifico. 
Tutti li abbiamo ammirati nelle città di mare e a nessuno hanno mai dato fastidio. 
Purtroppo abbiamo inquinato i mari e li abbiamo svuotati di tutte le loro creature, così i gabbiani sono venuti in città, attirati dai rifiuti, dal cibo facile; e, come loro, altri animali selvatici si sono avvicinati in cerca di cibo, dopo aver assistito impotenti alla distruzione del loro habitat per mano nostra.

E poi ci sono le cosiddette specie "aliene" (sic!), ossia le specie alloctone che sono arrivate nel nostro paese sempre a causa dei comportamenti squilibrati dell’uomo. Animali esotici importati e comprati per divertimento e poi abbandonati. Allevati per denaro e poi immessi nel territorio quando il loro commercio non rendeva più. 

Specie vittime della capacità distruttiva della nostra e che ora si vorrebbero eradicare, cioè, uccidere - ma dire uccidere pare brutto, così dicono eradicare - poiché ritenute invasive o pericolose. 

Come si fa a fomentare un odio verso una specie? Si inventano aggressioni (ricordate il caso dell'orsa Daniza?), si ingigantiscono fatti, si attribuiscono cause. 

Un gabbiano ti vola un po' troppo vicino alla testa? È un'aggressione! 
Una nutria ti ha soffiato poiché le sei passato vicino e stava solo proteggendo i cuccioli? È un’aggressione.
Un piccione ti ha cacato in testa? È un’aggressione.
Una volpe ti è entrata in giardino? È un'invasione!
Un lupo è stato avvistato ai margini di un bosco? Trattasi sicuramente di pericoloso attacco all'uomo.

Niente, non ce la facciamo proprio a metterci in testa che il mondo, la terra, i boschi, il cielo non sono di nostra esclusiva proprietà e che non possiamo continuare a distruggerne porzioni sempre più vaste senza che, prima o poi, quelle creature che abbiamo sfrattato non vengano a farci visita. 
Ma non vengono a farci visita per vendicarsi o per aggredirci, non sono spietate come noi, bensì, semplicemente, in cerca di cibo, di un riparo, di un posto in cui vivere. 


Esattamente come i tanti migranti di cui abbiamo depredato terre e città.

domenica 26 febbraio 2017

Si parla di animali: umani e non (qualche pensiero di Rita)


I miserabili
Ogni tanto penso a quanto debba essere triste e povera la vita di chi non si sa relazionare con gli altri animali. Di chi non riesce nemmeno a vederli, gli altri animali, se non attraverso le lenti offuscanti del pregiudizio e dello specismo.
La maggior parte delle persone che incontra un gatto, o un cane, dice: "toh, un gatto", oppure "toh, un cane". Pensa cioè di aver incontrato un rappresentante di quella specie e che uno valga l'altro poiché tutti hanno gli stessi identici comportamenti di specie e se poi qualcuno fa qualcosa di particolare allora si è subito pronti a bollarla con l'etichetta di "istinto".
Invece, al di là delle caratteristiche di specie condivise - che abbiamo anche noi, in quanto animali, giacché, al di là delle differenze, tutti noi homo sapiens in certi contesti ci comportiamo più o meno alla stessa maniera e di certo non possiamo fare cose che non sono contemplate nella nostra etologia - ogni animale è un individuo singolo dotato di un proprio carattere e dall'incontro con ciascuno ne deriva una particolare e unica relazione. 
Abitare il mondo convinti che gli altri esseri viventi siano solo parte indistinta della natura a fare da sfondo alle nostre gesta - le uniche che valgano! - è davvero miope. E tutto ciò mi mette una tristezza infinita, mi fa sentire scoraggiata e amareggiata.
Ci vantiamo di essere una specie superiore perché abbiamo sete di conoscenza e curiosità, eppure quando incontriamo gli altri animali li liquidiamo con sufficienza e persino disprezzo. 
Per non parlare di quello che facciamo agli animali che vengono definiti "da reddito". Oppressi, violentati, trasformati in prodotti alimentari o indumenti di vestiario.
Spazzare via il mondo interiore di miliardi di individui, riducendoli a oggetti, non è solo criminale, è proprio miserevole, ossia ci rende una specie ottusa, stupida, arida, cinica, miope. Siamo dei miserabili!
È più vasto l'orizzonte di un cucciolo di bovino che si affaccia al mondo - per quanto gli venga brutalmente limitato da una gabbia - che quello di un umano che in esso è capace di vedere solo "carne bianca".


Rimozione come difesa

Ieri durante il presidio NOmattatoio è passato un camion di cavalli. Non siamo riusciti a riprenderlo perché il semaforo era verde e andava troppo veloce.
Ho fatto in tempo però a incrociare gli sguardi di quelle creature - le criniere mosse dal vento, l'espressione di paura e ansia - prima che il camion girasse a destra per entrare al mattatoio. 
Ancora una volta ho pensato che persino noi che siamo lì, consapevoli dello sterminio di miliardi di animali in atto in ogni parte del globo, comunque sia mettiamo costantemente in atto una rimozione di quello che realmente accade. La rimozione è la nostra salvezza altrimenti saremmo annientati dal dolore e dalla disperazione e non avremmo più energie per agire. 
La mia speranza è che anche tutti coloro che continuano a mangiare gli animali lo facciano non per cattiveria, sadismo, o indifferenza, ma per non venire annientati dalla consapevolezza di quanto accade agli altri animali con il sostegno delle proprie scelte.
Una volta lo disse anche Melanie Joy: le persone amano gli animali (basti pensare a come essi siano presenti nello nostre vite sin da quando siamo bambini: li abbiamo avuti nei nostri giochi, sulla carta da parati delle nostre camerette, sui vestitini) e se sono indifferenti al loro sterminio è proprio perché prenderne veramente atto provocherebbe troppo dolore e costringerebbe a fare delle scelte che vengono percepite come difficili e problematiche (come quella di diventare vegan). 
Per noi non è stato difficile fare una scelta coerente con il nostro sentire, ma per molti lo è perché c'è ignoranza, disinformazione, pregiudizi e perché l'industria della carne, del latte, delle uova, del pellame e quella farmaceutica remano contro il sorgere di questa consapevolezza e accrescono la rimozione, negazione e dissociazione. 
Anche il considerare gli altri animali come oggetti, o comunque individui inferiori fa parte di questo pacchetto che è il suddetto meccanismo di rimozione, negazione e giustificazione.

Questa mia riflessione (peraltro nulla di nuovo, sono cose che ho già detto tante volte) non è una giustificazione, ma un tentativo di spiegazione del perché vengano commessi crimini tanto atroci con la complicità di tutti.


La pericolosità di una società folle che produce individui dissociati

In occasione della presentazione della campagna NOmattatoio a Parma Etica, ho avuto il piacere di conoscere il Prof. Maurizio Corsini, psichiatra, psicoanalista e presidente dell’associazione Diritti degli Animali. Ha introdotto e commentato la nostra conferenza, poi partecipato con interventi molto interessanti al dibattito che ne è seguito (il video integrale si può vedere sulla pagina NOmattatoio). 
Mi ha colpito molto una sua affermazione riguardo la sofferenza degli animali con cui noi attivisti siamo costantemente a contatto (anche solo con il pensiero; più spesso per la capacità che abbiamo acquisito di vedere la realtà oltre le lenti del carnismo e dello specismo e quindi nelle sue varie e molteplici manifestazioni di dominio e violenza sugli altri animali) e che si traduce in sofferenza anche nostra personale. L’empatia è infatti quel processo che ci permette di immedesimarci nel dolore altrui facendoci immedesimare nella condizione e stato fisico e psicologico dell'altro, dopo averlo riconosciuto come individuo a prescindere dalla specie o etnia di appartenenza. Questo attributo, l’empatia, è fondamentale per relazionarsi in maniera sana con gli altri, altrimenti si rimane chiusi nel proprio mondo egotico in cui si continua a credere che tutto ciò che ci circonda esista per soddisfare i nostri capricci (mondo del bambino nella prima fase della sua vita, infatti). 
Purtroppo nella società del dominio e sopraffazione dell’altro per interessi economici ci fa comodo negare agli altri (che siano animali non umani o umani appartenenti a diverse etnie) la nostra stessa capacità di sentire il dolore o di esperire la realtà in maniera altrettanto ricca e complessa: passaggio che apre la strada a ogni tipo di barbarie e che legittima abusi, sfruttamento e uccisioni di massa. 
Vivere senza empatia è fondamentalmente pericoloso perché impedisce proprio di riconoscere l’altro come individuo e conduce a una desensibilizzazione progressiva che può partire sì dalla negazione degli altri animali in quanto individui in grado di soffrire, ma può arrivare anche a legittimare la violenza sui nostri stessi simili umani.
Certo, essere sani dal punto di vista dell’empatia, ossia essere persone integre dal punto di cognitivo (ed è patologico lo stato dissociato, al contrario di cosa sostengono coloro che ci tacciano di essere patosensibili) ci crea enorme disagio e dolore, diceva il professore, ma è sempre meglio che avere una mente dissociata che non è in grado di ricondurre le informazioni al soggetto che ci troviamo di fronte nella sua integrità, per cui, come scrive anche Annamaria Manzoni nel suo Abbiamo un sogno, da una parte si indica al bambino l’animale carino che si vede in un prato, dall’altra gli si offre il prosciutto nel piatto (con tutte le implicazioni e associazioni affettive che ne derivano) senza che questo – il risultato finale di una catena di sfruttamento e smontaggio – risulti più riconducibile all’individuo vivo che è stato. Del resto è quel che fa il sociopatico, ossia scinde le persone in strumenti utili al suo soddisfacimento, le reifica, le considera oggetti, non individui. Ed è ciò che la nostra società fa nei confronti degli altri animali. In poche parole, viviamo in una società sociopatica in cui la dissociazione cognitiva conduce alla negazione della realtà per come effettivamente si dispiega davanti ai nostri occhi, per poi adattarla, ossia trasformarla nella propria personalissima visione (che è quella sostenuta dalla società del dominio) al fine di giustificare quello che vien fatto passare come normale, ossia la violenza istituzionalizzata nei confronti degli animali. Sempre la Manzoni, come anche il Prof. Corsini, mettono in guardia dai pericoli di una mente così dissociata e frantumata (ammalatasi a causa della società in cui siamo cresciuti), in quanto chi non è capace di riconoscere la violenza che è alla base dell’industria della carne e sottesa a quella che Melanie Joy chiama l’ideologia carnista, facilmente sarà una persona incapace di riconoscere la violenza in generale o quanto meno sarà più incline a un processo di desensibilizzazione graduale. E infatti, ancora Annamaria Manzoni, in un altro suo libro dal titolo Sulla Cattiva strada, mette in guardia dal legame che c’è tra violenza sugli animali e violenza sulle persone.
Il fatto è che distinguere tra una violenza cosiddetta necessaria, che è ciò che fa chi sostiene l’industria della carne, quindi gli allevamenti (che sono sempre una forma di dominio sui corpi altrui) e i mattatoi e una violenza da condannare (quella sui membri appartenenti alla nostra stessa specie) porta a delle conseguenze davvero gravi perché una società in cui si permette il perpetrarsi di forme di violenza legittimate e istituzionalizzate, rimane comunque una società con delle sacche di violenza che finiscono per contaminare la società stessa. Quando si agisce la violenza, in qualsiasi forma, che sia legalizzata o meno, come si fa a capire dove sia il limite? Se è consentito sventrare un vitello, perché non anche prenderlo a calci? E perché non un cane? E perché allora non anche un bambino o una donna? E infatti tutte le forme di violenza cosiddette aggiuntive che vediamo avvenire all'interno di allevamenti e mattatoi, in realtà sono la norma perché e proprio perché è difficile aprire un rubinetto e poi decidere quando chiuderlo.
Non è possibile permettere di prendere a calci, sgozzare e fare a pezzi individui senzienti oppure torturarli per la ricerca medica – seppure in ambienti specifici – e pensare che la violenza di queste pratiche non abbia poi delle ripercussioni sul tessuto sociale stesso e sugli individui che ne fanno parte. 
Un macellaio che per anni e per tutto il giorno è costretto a stare in mezzo al sangue che scorre e a maneggiare coltelli e quant’altro, non può che essere progressivamente desensibilizzato o comunque subirà un processo di rimozione e adattamento della psiche per poter continuare a svolgere il suo lavoro, convincendosi che chi ha tra le mani non sia un individuo capace di sentire, che quelle urla non siano davvero urla, ma solo stridii meccanici (come sosteneva il buon Cartesio) e che, tutto sommato, non ci sia nulla di male nel suo lavoro, essendo oltretutto legalizzato. 
La stessa tesi della violenza dilagante di colui che la percepisce come normale all’interno di un dato contesto è sostenuta nel romanzo della scrittrice argentina Ana Paula Maia, dal titolo Di Uomini e Bestie. Qui il protagonista, che è un macellaio, almeno è consapevole di uccidere individui senzienti e non cerca un'autoassoluzione sociale. Purtuttavia, non esita a uccidere, con la stessa metodica precisione e velocità, un suo collega di lavoro. In fondo, perché mai chi taglia una gola per mille volte al giorno non dovrebbe far suo quel gesto di estrema violenza e non dovrebbe essere pronto a ripeterlo, quasi automaticamente, all’occorrenza?
Attenzione, non sto dicendo che tutti i macellai siano degli assassini di umani in potenza (di animali non umani lo sono senz’altro!); il più delle volte si tratta di persone poverissime che provengono da altri paesi e che accettano quel tipo di lavoro perché altrimenti sarebbero rimandati indietro e che nemmeno si rendono conto di esser parte di un ingranaggio sociale che, seppure su diversi lavelli, stritola anche loro stessi e li piega al giogo del dominio sui più deboli. 
Sto dicendo che una società che consente pratiche di violenza inenarrabili è una società malata e che da un corpo malato non possono che generarsi atti e pensieri malati. 
Quindi, come ho già sostenuto tante altre volte, la questione dello sfruttamento sugli animali è un problema gravissimo che non riguarda solo noi cosiddetti animalisti, ma la società nel suo complesso. 

Ci lamentiamo dell’indifferenza che avvelena le nostre esistenze, ci scandalizziamo se una persona chiede aiuto per strada perché sta per essere uccisa e nessuno si ferma, ma non riflettiamo mai abbastanza sulle pratiche di violenza normalizzata – e per questo ancor più subdola – che accettiamo senza farci due domande e siamo subito pronti a tacciare per pato-sensibili gli animalisti. 
Non è una questione di preferire gli animali non umani agli umani, ma di risvegliare in noi quell’attributo importantissimo che è l’empatia e che ci permette di non voltarci dall’altra parte di fronte a ogni tipo di abuso e violenza sul vivente, a prescindere se abbia due zampe o due ali o delle pinne.
E, come ha detto il Professor Corsini, non siamo noi a essere patosensibili, è il resto della società a essere folle. 
Come altrimenti chiamare la pratica di condannare alla schiavitù e morte prematura miliardi di individui – dopo una non-vita infernale – quando non è necessario? Follia. Una follia da cui, per fortuna, si può guarire. 
Come? Beh, intando smettendo di considerare il problema della violenza sugli altri animali come un qualcosa che riguardi solo noi attivisti, ma riconoscerlo come un enorme problema di ingiustizia sociale.