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mercoledì 28 febbraio 2024

Brasile, il genocidio più lungo - le origini di Survival - Francesca Casella


“Considero la fondazione di Survival come il più grande
successo della mia vita professionale.”
Norman Lewis

“La decimazione dei popoli nativi delle Americhe è come un’ossessionante domanda che fluttua nel vento: come abbiamo potuto permettere che accadesse?”
Nelson Mandela, 1996

Il 23 febbraio del 1969, il Sunday Times inglese pubblicò un articolo che scioccò i lettori di tutta la nazione. Si intitolava Genocidio e portava la firma di uno dei più grandi giornalisti di tutti i tempi, Norman Lewis.

L’editore aveva inviato Lewis a investigare sui risultati di un’indagine intrapresa dallo stesso governo brasiliano nel marzo del 1968. Voci sempre più insistenti raccontavano che nella foresta amazzonica si stava ripetendo la tragedia che aveva decimato i Nativi Americani durante l’ultimo secolo ma, questa volta, compressa in un brevissimo arco di tempo. Sembrava che laddove prima vivevano centinaia di Indiani, ne sopravvivessero ora solo poche decine, mantenute in vita solo grazie alla paternalistica sollecitudine dello SPI, il Servizio governativo per la protezione dell’Indio istituito dal governo nel 1910.

“Ma in tutti quei racconti – ed erano davvero tanti”, scriveva Lewis, “c’era una zona di silenzio, una mancanza di sincerità e di responsabilità sociale, un’evidente avversione a scavare nella direzione da cui la distruzione avanzava. Sembrava che dovessimo limitarci a supporre che gli Indiani si stessero semplicemente dissolvendo, uccisi dal duro clima dei tempi, e che fossimo tutti invitati a non porre ulteriori domande.”

Il compito di risolvere il mistero era stato lasciato nelle mani dello stesso governo brasiliano e, in verità, era stato portato a termine con una franchezza brutale e disarmante. Il procuratore generale Jader Figueiredo, spiegava Lewis nell’articolo, era stato incaricato di visitare gli avamposti dello SPI in tutto il paese alla ricerca di prove di abusi e atrocità. In 58 giorni di indagini aveva compilato un dossier di 5115 pagine da cui si evinceva chiaramente che negli ultimi 10 anni migliaia di persone erano state virtualmente sterminate “non nonostante gli sforzi dello SPI ma anzi con la sua connivenza, spesso con la sua ardente collaborazione”.

Oggetto di indagine non erano i massacri che nei secoli precedenti avevano ucciso oltre 6 milioni di Indiani brasiliani, ma le azioni criminali compiute negli ultimi anni nei confronti dei sopravvissuti. Le tragiche perdite subite dalle tribù indiane in quella drammatica decade erano catalogate solo in parte. Tuttavia, il dossier, pesante 103 chili, documentava dettagliatamente assassini di massa, torture e guerre batteriologiche, casi di schiavitù, abusi sessuali, furti e negligenze.

Il rapporto rendeva noto che alcuni gruppi di Indiani Pataxó erano stati infettati deliberatamente col vaiolo; che i fazendeiro avevano fatto ubriacare i Maxacali per poi farli più agevolmente uccidere dai sicari; che i Cinta Larga erano stati massacrati con candelotti di dinamite lanciata dagli aerei sopra i loro villaggi; che la tribù dei Beiços-de-Pau era stata sterminata con cibo intriso di arsenico e insetticida. L’autore paragonava le sofferenze degli Indiani a quelle subite dagli Ebrei nei campi di concentramento nazisti e concludeva affermando che 80 tribù si erano completamente estinte mentre di molte altre sopravviveva solo qualche singolo individuo.

L’inchiesta giudiziaria promossa in seguito alle denunce del rapporto aveva portato all’incriminazione di 134 funzionari governativi, accusati di oltre 1000 crimini diversi. 38 di loro furono licenziati ma nessuno andò mai in carcere. Il dossier non fu mai reso pubblico: al di fuori del governo lo lessero poche persone e, pochi anni dopo, bruciò in un misterioso incendio. La sua scomparsa però arrivò tardi perché aveva già causato un clamore pubblico tale da superare i confini della nazione giungendo fino in Inghilterra.

All’editore del Sunday Times giunsero centinaia di lettere di sgomento e, in pochi giorni, dall’incontro dei lettori più indignati e risoluti a intervenire nacque Survival International. Nei tre anni successivi, i missionari della Croce Rossa, Survival e l’Aborigines Protection Society visitarono decine di tribù e la pubblicazione delle loro scoperte portò finalmente la tragedia degli Indiani amazzonici all’attenzione del mondo intero.

Fondata con l’obiettivo di aiutare i popoli indigeni a difendere le loro vite e le loro terre contro ogni forma di violenza, persecuzione e razzismo, da allora Survival ha continuato a crescere e a espandere il suo raggio d’azione fino a diventare il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. Lottiamo per la loro sopravvivenza, in tutto il mondo. Per i popoli indigeni stessi, per la natura, per tutta l’umanità.

da qui




QUI si può leggere Genocide, l'articolo di Norman Lewis del 1969

venerdì 23 febbraio 2024

India: esperti denunciano il rischio di genocidio per gli Shompen incontattati

 

Trentanove studiosi internazionali di genocidio hanno scritto al governo indiano per denunciare che il progetto di convertire l’isola di un popolo incontattato in un mega-porto e in una città sterminerà la tribù.

L’isola di Gran Nicobar, nell’Oceano Indiano, è la casa di circa 300 cacciatori raccoglitori Shompen, di cui due terzi sono incontattati. È una delle tribù più isolate della Terra e vive nelle dense foreste pluviali che occupano l’interno dell’isola.  

Il progetto da 9 miliardi di dollari che il governo indiano ha varato per l’isola comprende un porto gigantesco, una nuova città, un aeroporto internazionale, una centrale elettrica, una base di difesa, una zona industriale e l’arrivo di 650.000 coloni – con un aumento della popolazione di circa l’8000%. 

“Se il progetto andasse avanti, anche in forma più ridotta, crediamo sarebbe una condanna a morte per gli Shompen, equivalente al crimine internazionale di genocidio” hanno affermato gli esperti, provenienti da istituzioni accademiche di tredici paesi. Tra loro storici, sociologi e l’ex Presidente dell’International Association of Genocide Scholars. 

Secondo gli esperti, "il semplice contatto tra gli Shompen – che hanno poche, o nessuna, difese immunitarie verso le malattie infettive importate – e coloro che provengono dall’esterno porterà con certezza a un forte crollo della popolazione. Ne seguirà la morte di massa dell’interno popolo degli Shompen. Il solo modo per evitare la distruzione degli Shompen è abbandonare il progetto.”

Survival International chiede che il progetto sia abbandonato e che i diritti di proprietà territoriale degli Shompen sulle loro terre ancestrali siano riconosciuti. Oltre 7.000 persone hanno scritto al governo indiano per sostenere questo appello.

“Questo è un chiaro avvertimento a cui il governo indiano deve prestare ascolto: procedere con il progetto per Gran Nicobar distruggerà l’isola in cui vivono gli Shompen, causandone il genocidio” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. 

https://www.survival.it/notizie/13881

giovedì 21 dicembre 2023

Il Congresso brasiliano rigetta il veto di Lula sul PL2903: la reazione di Survival

 

Il Congresso brasiliano ha approvato una nuova legge contenente una serie di misure anti-indigene estreme, annullando gran parte dei veti che il Presidente Lula aveva posto sugli elementi più gravi.

Queste misure, che ora diventano legge, costituiscono “l’attacco più grave e feroce ai diritti indigeni degli ultimi decenni” secondo Survival International.

Il Congresso è dominato dalla lobby mineraria e dell’agrobusiness e da ricchi proprietari terrieri alleati dell’ex Presidente Bolsonaro, nonostante questo sia stato sconfitto dal Presidente Lula alle ultime elezioni di un anno fa.

Con la nuova legge, trafficanti di legname, allevatori e altri che hanno invaso illegalmente i territori indigeni potranno restare a distruggere le foreste fino a quando quelle terre non saranno ufficialmente demarcate – un processo che normalmente richiede decenni.

Molti popoli indigeni potrebbero non poter fare mai più ritorno alla loro terra perché la legge riconosce anche il Marco Temporal (limite temporale), nonostante la Corte Suprema del paese lo abbia respinto solo pochi mesi fa giudicandolo anticostituzionale. Il Marco Temporal è uno stratagemma pro-business che afferma che i popoli indigeni che non possono provare che nell’ottobre 1988 (quando fu promulgata la Costituzione brasiliana) abitavano nelle loro terre non vedranno più riconosciuti i loro diritti su di esse.

L’Associazione dei popoli indigeni del Brasile, APIB, ha annunciato che farà nuovamente ricorso alla Corte Suprema. 

“Questa legge fa a pezzi molte delle protezioni legali sulle terre indigene garantite dalla Costituzione, e le butta nella spazzatura” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. “Dà a grandi aziende e bande criminali che stanno dietro la maggior parte della deforestazione e delle attività minerarie in Brasile ancora più libertà di invadere i territori indigeni e di farvi ciò che vogliono. Segna la rovina di gran parte dell’Amazzonia e di tutte le foreste del Brasile.”

“Questa legge è assolutamente disastrosa per le tribù incontattate del Brasile – che, quando le loro terre vengono invase, sono tra i popoli più vulnerabili del pianeta – e per tutti i popoli indigeni del paese. Questi popoli continueranno a resistere con la stessa determinazione che hanno dimostrato durante il regime genocida di Bolsonaro. E i loro alleati in tutto il mondo, come Survival, continueranno a restare con forza al loro fianco. Permettere che tutto questo passi incontrastato annullerebbe decenni di graduali progressi nel riconoscimento dei diritti indigeni.”

https://www.survival.it/notizie/13854

venerdì 22 settembre 2023

Brasile: Vittoria storica per i popoli indigeni - la Corte Suprema rigetta il Marco Temporal

 

Il settore agroalimentare, la “bancada ruralista” e i loro alleati hanno perso un’importante battaglia nella loro guerra aperta contro i diritti dei popoli indigeni: la Corte Suprema brasiliana ha infatti respinto la tesi del Marco Temporal (o Limite temporale). La bocciatura è una vittoria storica per i popoli indigeni del Brasile e una conferma dei diritti indigeni garantiti dalla Costituzione Federale.

Nove giudici hanno votato contro il Marco Temporal (Limite temporale) e due a favore. Bisognerà ora attendere il testo definitivo della sentenza per valutare quali tesi e implicazioni potrebbero emergere dai voti di tutti i giudici.

La proposta era stata promossa con forza dalla potente lobby dell’agrobusiness del paese e mirava a legalizzare il furto di ampie aree di terra indigena. 

Secondo il Marco Temporal (Limite Temporale), i popoli indigeni impossibilitati a dimostrare di abitare fisicamente nelle loro terre alla data del 5 ottobre 1988 (giorno in cui fu promulgata la Costituzione brasiliana), avrebbero perso il diritto di vedere quelle terre demarcate (ovvero mappate e protette ufficialmente). 

Se la Corte avesse approvato la proposta, il riconoscimento dei diritti indigeni sarebbe tornato indietro di decenni: centinaia di migliaia di indigeni avrebbero potuto essere espropriati delle loro terre, e i popoli incontattati avrebbero rischiato lo sterminio. 

Contario alla proposta del Marco Temporal, il giudice Edson Fachin ha dichiarato: “Come si può vedere dallo stesso testo costituzionale, i diritti territoriali indigeni sono riconosciuti dalla Costituzione, ma preesistono alla promulgazione della Costituzione stessa”.

"Per noi è un momento importante di lotta e di festa” ha commentato Aty Guasu – l’Assemblea dei Guarani Kaiowá. “Stiamo piangendo di gioia. Oggi canteremo il canto della vita e danzeremo la danza dell'allegria. La Corte Suprema Federale sta dimostrando di avere a cuore le nostre vite e di essere contro il genocidio. Sta ascoltando il grido dei popoli indigeni del Brasile. Ora continuiamo la nostra lotta per la demarcazione delle nostre terre, fermi e forti come sempre." 

"Vittoria! I popoli indigeni hanno sconfitto il Marco Temporal. Restiamo saldi. I diritti non possono essere negoziati" ha commentato l'APIB, organizzazione nazionale degli indigeni.

Il movimento indigeno e i suoi alleati, compresa Survival International, hanno lottato per anni affinché la tesi del Marco Temporal venisse abbandonata. Nel corso degli anni che la Corte Suprema ha impiegato per esprimere il suo verdetto, in Brasile e nel mondo si sono svolte massicce proteste contro questa proposta e contro la bozza del progetto di legge PL490 (ora al Senato come PL2903), che contiene una serie di politiche anti-indigene tra cui lo stesso Marco Temporal. 

Condannando la proposta del Marco Temporal, Woie Kriri Patte, del popolo indigeno Xokleng, aveva dichiarato: “È una pistola puntata alle nostre tempie. Se approvato, sparerà. Sarà lo sterminio dei popoli indigeni, lo sterminio dei nostri territori. Il Marco Temporal viene da quelle stesse persone che commettono genocidi… Noi non accettiamo il Marco Temporal.” La lotta del popolo Xokleng per riconquistare parte del territorio Indigeno Ibirama La Klãnõ era diventato un banco di prova con ripercussioni generali.

È una vittoria storica, cruciale per i popoli indigeni del Brasile e una grande sconfitta per la lobby dell’agrobusiness” ha dichiarato Fiona Watson, Direttrice del dipartimento Advocacy di Survival. “Il Marco Temporal era uno stratagemma pensato per legalizzare il furto di milioni di ettari di terra indigena. Se fosse stato approvato, decine di popoli ne sarebbero usciti devastati – come migliaia di Guarani e i Kawahiva incontattati.” 

 “La proposta del Marco Temporal era parte di un vero e proprio assalto ai popoli indigeni del Brasile e alla foresta amazzonica, promosso con forza dall’ex presidente Bolsonaro e dai suoi alleati. Per questo è così importante che sia stato rigettato, non solo per i popoli indigeni ma anche per la lotta mondiale ai cambiamenti climatici.”

da qui

martedì 4 aprile 2023

Indonesia: popolo incontattato a rischio sterminio per la produzione di batterie per auto elettriche


Tesla collegata a un enorme programma di estrazione di nichel insieme ad aziende francesi e tedesche

In Indonesia, un imponente progetto di estrazione di nichel sull’isola di Halmahera rischia di spazzar via un popolo incontattato unico.

Il progetto fa parte di un più ampio programma del governo indonesiano che mira a diventare un importante produttore di batterie per auto elettriche proprio grazie all’estrazione e alla fusione di nichel e di altri minerali: un piano in cui compagnie internazionali come Tesla stanno già investendo miliardi di dollari.

Ma l’estrazione di nichel sull’isola di Halmahera è destinata a distruggere vaste aree forestali abitate da circa 300-500 membri incontattati del popolo Hongana Manyawa. Se le attività minerarie dovessero proseguire come previsto, non sopravviveranno.

Gli Hongana Manyawa – nome che nella loro lingua significa “popolo della foresta” – sono uno degli ultimi popoli di cacciatori-raccoglitori nomadi dell’Indonesia. 

Oggi rischiano di vedere la loro terra, e tutto ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere, distrutto da multinazionali che si affannano per fornire uno stile di vita apparentemente “sostenibile” a persone lontane migliaia di chilometri. 

Secondo la legge internazionale, queste attività minerarie sono illegali perché i popoli incontattati non possono dare il loro Consenso Libero, Previo e Informato allo sfruttamento della loro terra – un requisito legalmente necessario per tutte le attività di ‘sviluppo’ nelle terre indigene.

Nonostante questo, la Weda Bay Nichel (WBN) – una compagnia di cui la francese Eramet è comproprietaria – ha nell’isola un’enorme concessione mineraria che si sovrappone ai territori degli Hongana Manyawa.

La WBN ha avviato le attività minerarie nel 2019 nonostante fosse consapevole di questa sovrapposizione. Da allora sono già state distrutte vastissime aree di foresta che gli Hongana Manyawa considerano la loro casa. La compagnia progetta di aumentare di molto il ritmo delle estrazioni e di continuare le attività per 50 anni.

Survival ha appreso anche che il gigante chimico tedesco BASF sta progettando di collaborare con Eramet per costruire una raffineria ad Halmahera e che una sua possibile ubicazione potrebbe trovarsi proprio nel territorio degli Hongana Manyawa incontattati.

Una donna Hongana Manyawa contattata di recente ha spiegato: “Stanno avvelenando la nostra acqua, ci sentiamo come se ci stessero uccidendo lentamente.”

E un’altra ha aggiunto: “Non do il consenso a prenderla… dite loro che non vogliamo dar via la nostra foresta.”

“È scioccante che le aziende che producono auto elettriche vendano ai clienti la promessa di un ‘consumo etico’ mentre la loro filiera di approvigionamento distrugge un popolo incontattato” ha dichiarato la Direttrice generale di Survival International Caroline Pearce. “Non c’è ‘rispetto del clima’ nel devastare la foresta degli Hongana Manyawa, e niente di ‘sostenibile’ nel causare la morte di indigeni che vivono in modo autosufficiente.” 

“Tesla e altre compagnie produttrici di auto elettriche hanno la possibilità di essere all’altezza delle aspettative dei loro clienti e di evitare un’orribile – oltre che illegale – aggressione ai diritti umani, impegnandosi a garantire che nessuno dei minerali che acquistano provenga dalle terre dei popoli indigeni incontattati di Halmahera. Se non lo facessero, sarebbe come affermare che le vite degli Hongana Manyawa sono sacrificabili."

da qui

domenica 23 ottobre 2022

Una guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione - Luca Martinelli

 

La difesa degli ecosistemi non può prescindere dal considerare i diritti di chi abita le foreste, le popolazioni indigene che tutelano la biodiversità. Per questo, in vista della Cop27, la Ong Survival lancia una guida per orientarsi nel linguaggio della conservazione e tra i suoi retaggi coloniali

 “Perché spesso pensiamo alla ‘wilderness’ come a una natura vergine e selvaggia priva della presenza umana, quando in realtà si tratta quasi sempre di terre abitate, plasmate e gestite dagli esseri umani nel corso di millenni?”. La “Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione” pubblicata a ottobre dall’organizzazione Survival International (qui) ci interroga. Da oltre cinquant’anni a fianco dei popoli indigeni, Survival sostiene che chiunque abbia davvero a cuore il Pianeta deve smettere di sostenere qualsiasi forma di “conservazione” che ferisca, alieni e distrugga i popoli indigeni, i migliori alleati dell’ambiente. Un’altra domanda, nient’affatto retorica: vi siete mai chiesti “perché in Europa le persone possono vivere nei parchi nazionali mentre in Africa non possono farlo?”.

È un’altra delle domande a cui dà risposta la guida, pubblicata e presentata a meno di un mese dall’avvio della Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022 in programma a Sharm El Sheikh, in Egitto, dal 6 al 18 novembre: secondo l’organizzazione, infatti, è necessario chiarire alcuni malintesi molto comuni quando si parla di cambiamenti climatici e di conservazione della biodiversità, con l’obiettivo ultimo di “smontare le narrative dominanti che rinforzano stereotipi razzisti alla base della violazione dei diritti umani dei popoli indigeni”.

Il punto di vista è quello dei popoli indigeni, 476 milioni di persone in 90 Paesi diversi, secondo le Nazioni Unite. Tra loro, circa 150 milioni vivono in società tribali. Spiega Survival, infatti, che l’evidenza scientifica dimostra che i popoli indigeni comprendono e gestiscono i loro ambienti meglio di chiunque altro: l’80% della biodiversità della Terra si trova nei loro territori. Per proteggere la biodiversità, quindi, il modo migliore è quello di rispettare i diritti territoriali dei popoli indigeni, i migliori conservazionisti.

“Ancora oggi, esattamente come in epoca coloniale, il modello dominante di conservazione è quello della ‘Conservazione fortezza’, che prevede la creazione di aree protette militarizzate, in terre indigene, accessibili solo ai ricchi”, spiega Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione.
Per rafforzare questa lettura è utile una narrazione che vuole le terre indigene “vergini”, “intatte” e “selvagge”, ovvero “wilderness”. Questo, però, non è vero: “Gli ambienti naturali più famosi al mondo come lo Yellowstone, l’Amazzonia e il Serengeti sono le terre ancestrali di milioni di indigeni che per millenni li hanno plasmati, alimentati e protetti, e ne sono stati dipendenti”, spiega la guida. “L’idea stessa di ‘wilderness’, nel senso di una natura intatta, non intaccata dagli esseri umani, è un mito coloniale: le terre furono ritratte come vuote in modo da potersene appropriare”, sottolinea ancora Survival.

Un altro concetto controverso, accanto a quello della wilderness, è la sovrappopolazione, che sarebbe causa diretta di un aumento delle emissioni. Il riferimento, in particolare, è all’incremento demografico in Africa e in Asia. “La vera causa della perdita di biodiversità, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici non è il numero crescente di persone nel Sud globale ma lo sfruttamento delle risorse per profitto e il sovra-consumo crescenti trainati dal Nord. Le narrative sul ‘siamo in troppi’ possono avere conseguenze drammatiche: in diversi Paesi, Stati Uniti inclusi, donne sia nere sia indigene sono state specificamente prese di mira per essere sottoposte a sterilizzazione forzata contro la loro volontà e persino senza esserne consapevoli”. Secondo Survival, in Asia e Africa, il Wwf avrebbe gestito programmi di controllo delle nascite, sterilizzazione compresa, attraverso i progetti “Population, Health and Environment” sponsorizzati da Johnson & Johnson e Usaid. Ricerche come quella dell’economista francese Lucas Chancel, dedicate a emissioni e disuguaglianze, dimostrano che sono invece le emissioni dei ricchi -nel Nord come nel Sud del mondo- ad aver fatto esplodere la crisi climatica.

Dopo aver definito alcuni concetti base, come appunto quello di “Conservazione fortezza” (“Perché si basa sulla violenza e sull’esclusione dei popoli indigeni e locali dalle loro terre”), la guida passa ad affrontare i termini da decostruire, cioè coppie di termini che sono razzializzate, ovvero presentate con connotazioni relativamente positive o neutre per persone bianche e le loro attività, oppure negative o peggiorative se riferite ai popoli indigeni e ai neri. Un esempio? I primi “cacciano”, i secondi fanno “bracconaggio” (anche se per loro si tratta di una forma di sopravvivenza). Un altro: viaggiatori e nomadi. “Nell’Africa orientale, la parola ‘viaggiatori’ è utilizzata in senso positivo per descrivere persone -abitualmente turisti bianchi- con la libertà e il diritto di andare ovunque vogliano. ‘Nomade’, al contrario, è quasi sempre usato in senso dispregiativo da governi che vogliono mettere fine e addirittura criminalizzare gli stili di vita dei popoli pastori e cacciatori-raccoglitori”. Infine ci sono parole controverse. Una è direttamente legata al tema dei cambiamenti climatici, l’idea di compensazione e dei crediti di carbonio.
“Alla base dei progetti di ‘compensazione’ (‘carbon offsetting’) c’è l’idea che aziende e governi responsabili di una certa quantità di emissioni di anidride carbonica possano finanziare altrove dei progetti che possano, in teoria, ‘catturare’ un ammontare equivalente di carbonio o impedirne il rilascio”, spiega la guida. La modalità di compensazione di carbonio sono due ed entrambe -secondo Survival- sono inefficaci e pericolose per i popoli indigeni, deviando risorse e sottraendole ai reali sforzi per diminuire le emissioni da combustibili fossili.

Secondo Survival sono pericolosi (e impregnati di cultura coloniale) progetti come i REDD+, ovvero per la Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado
della foresta nei Paesi in via di sviluppo, che limitando la deforestazione generano crediti di carbonio che aziende e governi possono acquistare per compensare le loro emissioni. Sono progetti in relazione ai quali i popoli indigeni hanno ripetutamente espresso preoccupazione. Un altro modo per “catturare” quantità significative di carbonio sarebbe quello di piantare alberi. Ma quando questi vanno a sostituire gli ecosistemi preesistenti, come le praterie, finiscono “col devastare i mezzi di sostentamento dei popoli indigeni e locali, che per la propria sopravvivenza dipendono dalle risorse naturali del territorio”.

Conclude Fiore Longo: “Tendiamo a dare per scontato che queste parole e immagini corrispondano alla realtà, come se fossero neutre, oggettive o ‘scientifiche’. Ma non lo sono. Ci auguriamo che la nostra nuova guida permetta alle persone di fermarsi a pensare alle parole e ai concetti che usiamo quando scriviamo o parliamo di questioni ambientali. La violenza e il furto di terra subiti da milioni di indigeni e da altre popolazioni locali nel nome della conservazione derivano in gran parte da questi assunti”. La guida, che è rivolta a giornalisti, divulgatori e attivisti, rappresenta senz’altro uno strumento di facile consultazione per tutti.

da qui

martedì 13 settembre 2022

Nel silenzio generale, è scomparsa la tribù indigena senza nome dell’Amazzonia: morto l’ultimo uomo scampato al genocidio - Rosita Cipolla

 

 

Addio all'Indio do buraco: è stato trovato senza vita anche l'ultimo superstite del massacro del popolo senza nome dell'Amazzonia. L'uomo era diventato simbolo sia delle torture inflitte ai popoli indigeni di tutto il mondo nel nome della colonizzazione e del guadagno.

 

Viveva ormai totalmente da solo, nella paura costante di essere ucciso. L’uomo della buca (Indio do buraco), così era stato ribattezzato per la sua abitudine di scavare profonde buche nel terreno, era infatti l’unico sopravvissuto al genocidio di cui era stata vittima la sua tribù, nella riserva di Tanaru, nell‘Amazzonia brasiliana occidentale. A compiere il massacro gli allevatori di bestiame, interessati a fare business nelle terre ancestrali.

Ma la scorsa settimana l’uomo è stato trovato morto nella sua capanna con addosso gli ornamenti tradizionali, come confermato dal FUNAI (Fundação Nacional do Índio), organizzazione ufficiale del governo brasiliano. Sembrerebbe essere deceduto per cause naturali. Tuttavia, bisognerà attendere l’esito dell’autopsia per averne la conferma. Ciò che è certo è che con la sua morte scompare, nel silenzio generale, un’interà tribù, che viveva nello stato di Rondonia.

Nessun esterno ha mai saputo il suo nome, e della sua tribù non si sa quasi nulla – ha commentato Fiona Watson, direttrice del Dipartimento ricerca e advocacy del movimento Survival International – Con la sua morte, il genocidio del suo popolo è ora stato completato. Perché di un vero e proprio genocidio si tratta: l’eliminazione deliberata di un intero popolo da parte di allevatori di bestiame affamati di terra e ricchezza.”

L’uomo scomparso era scampato a una serie di violenti attacchi avvenuti dagli anni ’70 in poi. Da quando era stato filmanto nel 2018 da una squadra del governo brasiliano, era stato identificato come “l’uomo della buca”.

 

Addio a un uomo coraggioso, divenuto simbolo delle violenze inflitte ai popoli indigeni

Per anni ha continuato a vivere nella sua terra, nella riserva di Tanaru, una piccola porzione di foreste circondata da allevamenti di bestiame (protetti dalle politiche ecocide del Presidente Jair Bolsonaro) e ha resistito, evitando ogni tipo di contatto con l’esterno.

L’uomo della buca è il simbolo sia delle crudeltà e delle violenze inflitte ai popoli indigeni di tutto il mondo nel nome della colonizzazione e del profitto, sia della loro resistenza. – aggiunge Fiona Watson – Possiamo solo cercare di immaginare gli orrori a cui ha assistito nella sua vita e la solitudine della sua esistenza dopo che il resto della sua tribù morì, ma ha resistito con determinazione a tutti i tentativi di contatto e ha chiarito bene che voleva solo essere lasciato solo.

Se il presidente Bolsonaro e i suoi alleati dell’agroalimentare l’avranno vinta, questa storia si ripeterà più e più volte fino a quando tutti i popoli indigeni del Paese non saranno stati spazzati via. Il movimento indigeno in Brasile e Survival International faranno tutto il possibile per garantire che ciò non accada.

Fonti: Survival International/Funai

da qui

 

sabato 2 luglio 2022

deportazioni di indigeni per lasciare spazio ai parchi naturali per i ricchi

 

Kenya, la denuncia dei Sengwer: i finanziamenti occidentali alla conservazione porteranno a un 'genocidio'

 

In una lettera diffusa oggi da Survival International, i Sengwer del Kenya fanno appello all’opinione pubblica occidentale affinché smetta “di finanziare progetti di conservazione che ci derubano delle nostre terre e distruggono le nostre vite… Se volete fare conservazione, la prima cosa è garantire i diritti territoriali di noi Sengwer e di altri popoli indigeni. Se i nostri diritti non saranno rispettati, della foresta non rimarrà nulla.”

“Il modello di protezione della natura che finanziate risale al periodo coloniale e porterà a un genocidio… Vi esortiamo a smettere di finanziare violazioni degli stili di vita indigeni, che sono sostenibili e rispettosi dell’ambiente. Invece, lavorate con noi per proteggere la nostra foresta, proteggendo i nostri diritti. E non solo per noi Sengwer, ma anche per tutte le comunità in Kenya e nel resto del mondo.”

La lettera arriva a pochi giorni dalle violenze avvenute a Loliondo, nel nord della Tanzania, dove le autorità cercano di sfrattare migliaia di Masai per far spazio alla caccia da trofeo e al turismo di lusso.

Questo appello echeggia le denunce che in tutta l’Africa orientale gli indigeni levano contro progetti di conservazione razzisti e coloniali.

La Frankfurt Zoological Society, The Nature Conservancy e altre grandi organizzazioni per la conservazione, ma anche l’Unione Europea e i governi di Germania, Francia e USA, sono tra i principali finanziatori di programmi di conservazione che implicano la creazione e il sostegno ad Aree Protette nelle terre ancestrali dei popoli indigeni, che vengono quindi sfrattati e abusati.

Tra i popoli indigeni che denunciano l’impatto di progetti di conservazione sulle loro vite ci sono:

• I Borana (Kenya). “Chiedo al mondo, il mondo intero, che dona denaro alla Northern Rangelands Trust (NRT)… gentilmente, in quanto esseri umani, non considerate il mio colore, la mia religione ma [consideratemi] un essere umano. Veniamo torturati, veniamo colonizzati una seconda volta, stiamo morendo… vi chiediamo di fermare queste donazioni alla NRT. Se siete umani, se siete davvero umani, fermate tutto questo” ha detto a Survival un uomo Borana.

• I Masai (Tanzania): “Il vostro denaro per noi è veleno” ha detto un anziano masai. “La conservazione è sempre negativa. Nella cultura masai, abbiamo bisogno di un’ampia area aperta per il bestiame. Ma da quando è iniziata la conservazione, ci spingono in spazi più piccoli e questo ha fatto morire una parte del bestiame.” “Tra tutti i nemici nel mondo, la Frankfurt Zoological Society è il nemico numero uno dei Masai perché è responsabile di tutti gli sfratti dei Masai da quando abbiamo lasciato il Serengeti. Sono venuti con le loro idee e il loro denaro. Anche a Ngorongoro, e ora anche in questi 1.500 kmq di terra (a Loliondo). Da quando ho lasciato il Serengeti, ho perso molte cose importanti. Ho perso il Serengeti. Quella pianura, una terra ottima per il pascolo. L’amavo.”

• Gli Enderois (Kenya). Un uomo sfrattato nel 1973 per la conservazione ci ha detto: “La vita prima era bella. Avevamo molti animali e la nostra vita non era limitata. Poi è arrivato il governo e ci ha detto che questa doveva essere ’un’area di conservazione’, e allora abbiamo subito crudeltà. Siamo stati costretti dalla polizia ad andare via, e non sapevamo dove andare. Ci è stato detto che il ruolo del governo era prendersi cura della fauna selvatica e non degli esseri umani. Ma noi non uccidevamo gli animali, li preservavamo.”

• Gli Ogiek (Kenya). “ll governo ha detto che sfrattare le comunità è un modo per ripristinare la foresta. Ma se la foresta fosse lasciata agli Ogiek, non verrebbe distrutta. Noi apparteniamo alla foresta, è lì che ci sono molte delle cose da cui dipendiamo.”

A seguito delle recenti violenze avvenute a Loliondo, dove circa 31 Masai sono stati feriti e a migliaia sono fuggiti, Survival International e l’Oakland Institute hanno scritto all’UNESCO e alla IUCN per sollecitarli a cancellare Ngorongoro dall’elenco dei Siti Patrimonio dell’Umanità e tagliare ogni loro legame con il governo tanzaniano.

“È chiaro ora più che mai che gli abusi e il furto di terra nel nome della conservazione non vengono commessi solo da ‘qualche mela marcia’; al contrario, fanno parte di un sistema” ha spiegato Fiore Longo di Survival International. “Se vogliamo salvare la biodiversità, dobbiamo rispettare i diritti indigeni e lottare contro questo modello di conservazione coloniale e razzista. I leader mondiali stanno spingendo per trasformare il 30% del pianeta in Aree Protette al prossimo vertice della CBD a dicembre: è questo il momento giusto per fargli sapere che questa proposta è una catastrofe per i popoli, per la natura e per tutta l’umanità.”

https://www.survival.it/notizie/13151

 

 

 

Tanzania: decine di Masai feriti e arrestati, a migliaia in fuga. Li vogliono sfrattare per far spazio a safari, caccia sportiva e ‘conservazione’

 

Migliaia di Masai sono scappati dalle loro case per rifugiarsi nel bush e sfuggire a una brutale repressione da parte della polizia: i Masai protestavano contro i tentativi del governo di sfrattarli per far spazio alla caccia da trofeo e alla conservazione.

L’8 giugno, decine di veicoli della polizia e circa 700 funzionari sono arrivati a Loliondo – nella Tanzania settentrionale, vicino al famoso Parco Nazionale del Serengeti – per demarcare un’area di 1.500 kmq di terra masai e trasformarla in un’Area Protetta. Il 10 giugno hanno sparato ai Masai che protestavano contro i tentativi di sfratto: almeno 18 uomini e 13 donne sono stati colpiti con armi da fuoco, mentre 13 persone sono state ferite con i machete. È stata confermata la morte di una persona.

Video e foto diffusi ampiamente sui social media mostrano un attacco indiscriminato e letale su coloro che protestavano.

Adesso la polizia sta andando casa per casa nei villaggi masai, picchiando e arrestando chi ritiene abbia diffuso le immagini delle violenze o abbia preso parte alle proteste. Un uomo di 90 anni è stato picchiato dalla polizia perché il figlio era accusato di aver filmato la sparatoria. In uno solo dei villaggi, almeno 300 persone, compresi bambini, sarebbero scappati nel bush. Una decina di persone sono state arrestate.

Le violenze degli ultimi giorni sono solo l’ultimo di una lunga serie di tentativi fatti precedentemente dalle autorità della Tanzania per sfrattare i Masai dalla loro terra, a Loliondo, e far spazio al turismo dei safari e alla caccia da trofeo. A ottenere il controllo e la gestione della caccia commerciale nell’area sarebbe la Otterlo Business Company (OBC, basata negli Emirati Arabi) – che organizza spedizioni di caccia per la famiglia reale degli Emirati e i suoi ospiti.

“Il nostro governo ha deciso di sguinzagliare tutta la potenza dei militari per cacciarci dalla nostra terra, lasciando molti feriti per i colpi di arma da fuoco e i bambini a vagare nel bush. Noi ci siamo spostati a dormire nel bush” ha spiegato un leader masai, che resta anonimo per motivi di sicurezza. “Il governo rifiuta di curare i feriti. Molte persone sono senza cibo. E questa è la nostra terra ancestrale. Prendere la nostra terra per far spazio alla caccia da trofeo di lusso dei leader degli Emirati Arabi, è una cosa barbara.”

“Amo questo luogo perché è la mia casa…” ha detto un altro uomo masai. “Vogliono la nostra terra perché abbiamo fonti d’acqua, e le abbiamo perché le proteggiamo. Conviviamo con la fauna da generazioni.”

“Non vogliono i Masai perché le persone che vengono qui non vogliono vedere i Masai. Prima non pensavamo molto al turismo (o comunque non in senso negativo), ma ora abbiamo capito che turismo significa che arrivano persone con i soldi, il che induce il governo a concludere che ‘Se spostiamo i Masai, di persone con i soldi ne verranno di più’.”

La Germania è un’importante finanziatrice di progetti di conservazione in Tanzania ed è ampiamente coinvolta nella definizione delle politiche di conservazione nel paese, che hanno già causato lo sfratto di migliaia di indigeni. La Frankfurt Zoological Society finanzia guardaparco e funzionari, alcuni dei quali – secondo i Masai – hanno preso parte agli ultimi sfratti.

“Ciò che è in corso a Loliondo si sta rapidamente trasformando in una catastrofe umanitaria, che rivela il vero volto della conservazione" ha detto oggi Fiore Longo di Survival International. “Sparano contro i Masai solo perché loro vogliono vivere in pace nelle loro terre ancestrali, li attaccano per far spazio alla caccia da trofeo e alla ‘conservazione’. Molti dei Masai che oggi subiscono violenze erano già stati sfrattati nel 1959 dal Serengeti, dai funzionari coloniali britannici: di fatto, quella di oggi non è altro che una continuazione del passato coloniale.”

“La violenza che vediamo in Tanzania è la realtà della conservazione in Africa e Asia: violazioni quotidiane dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali per permettere ai ‘ricchi’ di cacciare e fare safari” ha continuato Fiore Longo. “Questi abusi sono sistematici e sono il risultato di un modello di conservazione dominante, che ha le sue radici nel razzismo e nel colonialismo. L’idea che vi sta dietro è che all’interno delle Aree Protette gli umani – e in soprattutto i non bianchi – siano una minaccia per l’ambiente. Ma i popoli indigeni vivono in queste aree da generazioni: quei territori oggi sono aree importanti per la conservazione proprio perché i suoi abitanti originari si sono presi cura così bene di fauna e flora. Non possiamo più chiudere un occhio di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse nel nome della ‘conservazione’. Questo modello di conservazione è profondamente disumano e inefficace, e deve cambiare immediatamente.”

Note ai redattori:
- Il governo della Tanzania sta cercando di creare un’Area Protetta di 1.500 kmq nelle terre masai. Sarà destinata a caccia sportiva (sotto il controllo della Otterlo Business Corporation), conservazione e turismo dei safari.
- La nostra ricercatrice Fiore Longo è appena rientrata da una missione su campo ed è disponibile per approfondimenti o interviste in italiano.

https://www.survival.it/notizie/13081

 

 

Indagine in India: I “trasferimenti volontari” dalle Riserve delle Tigri sono stati sfratti forzati

 

Tribù di raccoglitori di miele protesta per il diritto a tornare nella Riserva delle Tigri di Nagarhole

I popoli indigeni che vivono nella nota Riserva delle Tigri di Nagarhole, e che secondo quanto affermano le autorità si sarebbero trasferiti volontariamente fuori dalla riserva, sono in realtà stati sfrattati con la forza. A rivelarlo è un rapporto diffuso in questi giorni da Fridays for the Future Karnataka e altri.

Gli sfratti sono stati eseguiti dal Dipartimento indiano alle Foreste, con il supporto della Wildlife Conservation Society (WCS, organizzazione legata allo Zoo del Bronx di New York). La WCS insiste nell’affermare che si tratta di ‘trasferimenti volontari’ vantaggiosi anche per le tribù che, sempre secondo la WCS, nella foresta vivevano nella paura costante della fauna selvatica.

Il team di ricerca ha intervistato molti Jenu Kuruba che hanno invece detto che non era loro intenzione andarsene ma che sono stati minacciati e perseguitati per farlo; anche tramite la distruzione delle loro coltivazioni da parte del Dipartimento alle foreste.

Quello che oggi è il Nagarhole National Park & Tiger Reserve, a Karnataka, fu creato nel 1983 nelle terre ancestrali dei Jenu Kuruba e di altre tribù. È una delle mete più popolari dell’India per i safari della tigre.

L’indagine ha rivelato che:

- Molti Jenu Kuruba chiedono di tornare ai loro villaggi originari, che ora si trovano all’interno della riserva.
- Gli sfratti li hanno privati del diritto di pregare le loro divinità nella foresta. Il Dipartimento alle Foreste gli impedisce di tornare nella foresta per praticare la loro religione.
- Le promesse fatte dal Governo durante il trasferimento non sono state mantenute. Molti Jenu Kuruba stentano a sopravvivere nei centri di reinsediamento e la maggior parte di loro non ha nemmeno avuto i 3 acri (1,2 ettari) che gli erano stati promessi.

“La nostra richiesta è una sola: lasciateci tornare” ha detto Ganguamma, sfrattato nel 2018. “Non abbiamo bisogno di niente da voi. Possiamo vivere per conto nostro all’interno della foresta, come abbiamo fatto per generazioni. Le tigri e gli elefanti non ci attaccano perché sono la nostra famiglia. A Nagarhole eravamo più felici e in salute, stavamo bene.”

“Siamo cresciuti nella foresta e abbiamo condiviso la foresta con gli animali selvatici, per questo noi non abbiamo paura di loro e loro non distruggono le nostre coltivazioni” ha detto JD Jeyappa, un altro uomo Jenu Kuruba. “Sono le persone del Dipartimento alle Foreste che ne hanno paura, e sono loro che distruggono le nostre coltivazioni.”

Basava Raju, un anziano Jenu Kuruba che nel 2014 è stato “trasferito” a 100km dalla riserva, ha detto: “Questi non sono campi di reinsediamento, sono luoghi per ucciderci, uccidere le nostre radici nella foresta, uccidere la nostra cultura e le nostre divinità sacre.”

Queste le richieste degli autori del rapporto:

- Fermare completamente i continui tentativi di sfrattare altri Jenu Kuruba.
- Permettere ai Jenu Kuruba che lo vogliono, di fare ritorno ai loro villaggi originari.
- Riconoscere i diritti forestali dei Jenu Kuruba.

“Questo rapporto mostra la realtà della conservazione-fortezza che sta distruggendo le vite dei popoli indigeni in Africa e Asia. I Jenu Kuruba sono stati sfrattati illegalmente e costretti a vivere vite miserabili nei campi di reinsediamento” ha detto oggi Sophie Grig, ricercatrice di Survival International. “È stato violato persino il loro diritto costituzionale di praticare la loro religione. Molti non ne possono più e rivendicano il diritto a tornare nei loro villaggi nella foresta. Questo modello di conservazione coloniale è disastroso per le persone e per il pianeta, e deve essere fermato.”

https://www.survival.it/notizie/13001

 

 

sabato 18 giugno 2022

Tanzania: decine di Masai feriti e arrestati, a migliaia in fuga. Li vogliono sfrattare per far spazio a safari, caccia sportiva e ‘conservazione’

 

Migliaia di Masai sono scappati dalle loro case per rifugiarsi nel bush e sfuggire a una brutale repressione da parte della polizia: i Masai protestavano contro i tentativi del governo di sfrattarli per far spazio alla caccia da trofeo e alla conservazione.

L’8 giugno, decine di veicoli della polizia e circa 700 funzionari sono arrivati a Loliondo – nella Tanzania settentrionale, vicino al famoso Parco Nazionale del Serengeti – per demarcare un’area di 1.500 kmq di terra masai e trasformarla in un’Area Protetta. Il 10 giugno hanno sparato ai Masai che protestavano contro i tentativi di sfratto: almeno 18 uomini e 13 donne sono stati colpiti con armi da fuoco, mentre 13 persone sono state ferite con i machete. È stata confermata la morte di una persona.

Video e foto diffusi ampiamente sui social media mostrano un attacco indiscriminato e letale su coloro che protestavano.

Adesso la polizia sta andando casa per casa nei villaggi masai, picchiando e arrestando chi ritiene abbia diffuso le immagini delle violenze o abbia preso parte alle proteste. Un uomo di 90 anni è stato picchiato dalla polizia perché il figlio era accusato di aver filmato la sparatoria. In uno solo dei villaggi, almeno 300 persone, compresi bambini, sarebbero scappati nel bush. Una decina di persone sono state arrestate.

Le violenze degli ultimi giorni sono solo l’ultimo di una lunga serie di tentativi fatti precedentemente dalle autorità della Tanzania per sfrattare i Masai dalla loro terra, a Loliondo, e far spazio al turismo dei safari e alla caccia da trofeo. A ottenere il controllo e la gestione della caccia commerciale nell’area sarebbe la Otterlo Business Company (OBC, basata negli Emirati Arabi) – che organizza spedizioni di caccia per la famiglia reale degli Emirati e i suoi ospiti.

“Il nostro governo ha deciso di sguinzagliare tutta la potenza dei militari per cacciarci dalla nostra terra, lasciando molti feriti per i colpi di arma da fuoco e i bambini a vagare nel bush. Noi ci siamo spostati a dormire nel bush” ha spiegato un leader masai, che resta anonimo per motivi di sicurezza. “Il governo rifiuta di curare i feriti. Molte persone sono senza cibo. E questa è la nostra terra ancestrale. Prendere la nostra terra per far spazio alla caccia da trofeo di lusso dei leader degli Emirati Arabi, è una cosa barbara.”

“Amo questo luogo perché è la mia casa…” ha detto un altro uomo masai. “Vogliono la nostra terra perché abbiamo fonti d’acqua, e le abbiamo perché le proteggiamo. Conviviamo con la fauna da generazioni.”

“Non vogliono i Masai perché le persone che vengono qui non vogliono vedere i Masai. Prima non pensavamo molto al turismo (o comunque non in senso negativo), ma ora abbiamo capito che turismo significa che arrivano persone con i soldi, il che induce il governo a concludere che ‘Se spostiamo i Masai, di persone con i soldi ne verranno di più’.”

La Germania è un’importante finanziatrice di progetti di conservazione in Tanzania ed è ampiamente coinvolta nella definizione delle politiche di conservazione nel paese, che hanno già causato lo sfratto di migliaia di indigeni. La Frankfurt Zoological Society finanzia guardaparco e funzionari, alcuni dei quali – secondo i Masai – hanno preso parte agli ultimi sfratti.

“Ciò che è in corso a Loliondo si sta rapidamente trasformando in una catastrofe umanitaria, che rivela il vero volto della conservazione" ha detto oggi Fiore Longo di Survival International. “Sparano contro i Masai solo perché loro vogliono vivere in pace nelle loro terre ancestrali, li attaccano per far spazio alla caccia da trofeo e alla ‘conservazione’. Molti dei Masai che oggi subiscono violenze erano già stati sfrattati nel 1959 dal Serengeti, dai funzionari coloniali britannici: di fatto, quella di oggi non è altro che una continuazione del passato coloniale.”

“La violenza che vediamo in Tanzania è la realtà della conservazione in Africa e Asia: violazioni quotidiane dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali per permettere ai ‘ricchi’ di cacciare e fare safari” ha continuato Fiore Longo. “Questi abusi sono sistematici e sono il risultato di un modello di conservazione dominante, che ha le sue radici nel razzismo e nel colonialismo. L’idea che vi sta dietro è che all’interno delle Aree Protette gli umani – e in soprattutto i non bianchi – siano una minaccia per l’ambiente. Ma i popoli indigeni vivono in queste aree da generazioni: quei territori oggi sono aree importanti per la conservazione proprio perché i suoi abitanti originari si sono presi cura così bene di fauna e flora. Non possiamo più chiudere un occhio di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse nel nome della ‘conservazione’. Questo modello di conservazione è profondamente disumano e inefficace, e deve cambiare immediatamente.”

Note dei redattori:
- Il governo della Tanzania sta cercando di creare un’Area Protetta di 1.500 kmq nelle terre masai. Sarà destinata a caccia sportiva (sotto il controllo della Otterlo Business Corporation), conservazione e turismo dei safari.
- La nostra ricercatrice Fiore Longo è appena rientrata da una missione su campo ed è disponibile per approfondimenti o interviste in italiano.

da qui

sabato 6 novembre 2021

Fermare la creazione di nuove Aree Protette: il Manifesto popolare di Marsiglia per il futuro della conservazione della natura



I partecipanti al primo congresso mondiale mai organizzato per decolonizzare la conservazione hanno diffuso un manifesto che chiede di fermare completamente la creazione di nuove Aree Protette che escludono le comunità indigene e locali.

Il ‘Manifesto di Marsiglia: un manifesto popolare per il futuro della conservazione’ è stato diffuso oggi da molti attivisti ed esperti indigeni e non indigeni che il mese scorso si erano riuniti per partecipare al rivoluzionario congresso ‘Our Land, Our Nature’.

Tra le richieste:

- “I governi devono rispettare, proteggere e far rispettare pienamente i diritti territoriali e forestali dei popoli indigeni, devono rispettare l’uso collettivo e consuetudinario della terra e della foresta da parte delle comunità locali, e garantire la protezione di quella terra conformemente alla loro volontà. Questi presupposti devono essere la principale strategia per la protezione della biodiversità in tutto il mondo."

- “I governi e le organizzazioni della conservazione devono riconoscere il pesante tributo che le aree di conservazione rigidamente protette hanno fatto pagare alle terre, ai mezzi di sussistenza e ai diritti di molte comunità in tutto il mondo; devono implementare piani concreti per rimediare agli errori passati, inclusa la restituzione del controllo ai custodi storici e locali di questi luoghi.”

- “I paesi ad alto reddito… devono smettere di finanziare programmi di conservazione che, intenzionalmente o meno, distruggono i locali e loro i mezzi di sussistenza, e non rispettano il principio del Consenso Libero, Previo e Informato (FPIC).”

Il manifesto chiede “un modello di conservazione che combatta le vere cause della distruzione ambientale e che sia pronto a contrastarne i maggiori responsabili: il sovra-consumo e lo sfruttamento delle risorse per profitto trainati dal Nord globale e dalle sue imprese”.

 

Negli ultimi mesi, sempre più voci hanno chiesto con forza un cambiamento radicale dell’attuale modello di conservazione. In agosto, il Relatore Speciale ONU per i Diritti Umani e l’Ambiente aveva diffuso un documento di policy in cui sosteneva con fermezza che il raggiungimento degli obiettivi ambientali “richiede un drastico allontanamento dalla ‘conservation as usual’”, ovvero dal solito modo di fare conservazione. Nella sua nota sollecitava un approccio radicalmente diverso, basato sul rispetto dei diritti.

Tuttavia, molte organizzazioni e istituzioni che oggi affermano di sostenere queste richieste, contemporaneamente promuovono aggressivi progetti di “conservazione-fortezza”. Nella sua Strategia per la Biodiversità, ad esempio, la Commissione Europea parla di “rafforzare il legame tra protezione della biodiversità e diritti umani… e il ruolo dei popoli indigeni e delle comunità locali”, ma continua a finanziare progetti di conservazione in Africa che li escludono.

Parimenti, di recente 150 ONG hanno pubblicato una lettera aperta in cui chiedono ai leader mondiali di mettere i diritti umani al centro della politica ambientale – ma tra i firmatari c’è anche il WWF la cui ‘guerra segreta’, al centro di varie indagini per violazione dei diritti umani e di numerose denunce mediatiche, finanzia “feroci gruppi paramilitari”.

 “In questo periodo, gran parte dei governi e delle ONG è diventata molto brava a produrre frasi retoriche d’effetto sul rispetto dei diritti indigeni. Ma questi stessi enti stanno anche spingendo fortemente per la creazione di molte nuove Aree Protette nelle terre indigene: un obiettivo che fa parte della proposta del 30×30, il più grande furto di terra della storia” ha dichiarato Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival International per decolonizzare la conservazione.

“Lo stesso accade con le Soluzioni Basate sulla Natura proposte come modalità per contrastare i cambiamenti climatici. In realtà, queste soluzioni sono solo un altro modo di chiamare quello che un tempo erano le compensazioni del carbonio. Permetteranno di vendere e acquistare le terre indigene, consentendo così alle compagnie più inquinanti al mondo di continuare a inquinare.”

“Solo il pieno riconoscimento dei diritti territoriali dei popoli indigeni impedirà loro di continuare ad essere le vittime sacrificali della conservazione-fortezza e delle Soluzioni Basate sulla Natura. Tale riconoscimento costituirà anche un passo avanti cruciale per affrontare realmente la crisi climatica e della biodiversità.”

da qui

martedì 16 marzo 2021

Pericolo! Torna il mito del 'cattivo selvaggio'

 


Survival esamina gli ultimi libri di Diamond, Pinker e Chagnon, e ne contesta la “scientificità”.

 

Con una serie di opere a carattere “scientifico-divulgativo” pubblicate recentemente, alcuni celebri scrittori stanno diffondendo l’idea che i popoli tribali siano particolarmente violenti. Le loro teorie, che rilanciano lo stereotipo colonialista del “cattivo selvaggio”, sono non soltanto sbagliate, ma anche estremamente dannose per i popoli indigeni e la difesa dei loro diritti. Nonostante gli autori accusino i loro oppositori di “romanticismo” e di mancanza di obiettività, secondo Survival e molti eminenti esperti, si tratta di mere opinioni politiche, non suffragate dai fatti.

 

Jared Diamond (geografo)

Apparentemente, il nuovo libro di Jared Diamond, Il mondo fino a ieri, parla di quello che il mondo industrializzato (che lui chiama “moderno”) può imparare dai popoli tribali (lui li chiama “tradizionali”). Tuttavia, il suo libro veicola un messaggio falso e pericoloso: la maggior parte delle tribù sono impegnate in una guerra costante e, per questo, hanno bisogno, e apprezzano, l’intervento dello stato per mettere fine ai loro comportamenti violenti. Approfondisci.

Steven Pinker (“psicologo evolutivo”)

Ne Il declino della violenza pubblicato in italiano nel marzo 2013, Steven Pinker promuove l’immagine, fittizia e colonialista, del “cattivo selvaggio” arretrato. Un’idea che riporta indietro di più di un secolo il dibattito sui diritti dei popoli tribali, e che viene utilizzata ancora oggi per giustificare la loro distruzione. Survival giudica “errata” la teoria “scientifica” di Pinker. Leggi perchè.

Napoleon Chagnon (antropologo)

Steven Pinker non avrebbe potuto trarre le sue conclusioni sulla violenza tribale senza basarsi sul lavoro, alquanto controverso, di un unico antropologo, Napoleon Chagnon, che è anche una delle fonti più importanti di Diamond. Chagnon studia la tribù Yanomami dagli anni ’60 definendoli “Il popolo feroce”. Ma gli Yanomami sono davvero violenti?

 

Jared Diamond

Il 23 giugno 2013 il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo del Direttore generale di Survival International, Stephen Corry, che stronca duramente il libro di Jared Diamond Il mondo fino a ieri, uscito in Italia a maggio.

Nell’articolo, intitolato Diamond sbaglia, Corry scrive che “con la sua opera, Diamond lancia due messaggi pericolosi che, se dovessero rimanere indiscussi, rischierebbero di riportare indietro di decenni i progressi compiuti nella difesa del diritto di 150 milioni di tribali ad esistere e ad essere sé stessi nel XXI secolo.” Leggi e commenta il pezzo.

Per un’analisi più approfondita e articolata della critica mossa da Survival a Jared Diamond, leggi Pericolo: tornano i selvaggi (primitivi). Perché "Il mondo fino a ieri” di Jared Diamond è in errore pubblicato sul Daily Beast americano. Eccone la traduzione italiana, con citazioni e note.

Le affermazioni di Diamond – secondo cui la violenza diminuisce con l’avvento degli stati-nazione e il più grande vantaggio offerto dallo stato è quello di portare la pace – hanno suscitato l’indignazione degli abitanti della Papua Occidentale, più volte citati dall’autore. Lì, dal 1963, le autorità indonesiane hanno già ucciso circa 100.000 Papuasi, eppure Diamond non ne fa neppure cenno. Dichiarandosi anche “scioccati” per il modo “fuorviante” con cui l’autore li dipinge, i Papuasi hanno chiesto le sue pubbliche scuse. Leggi le loro dichiarazioni in merito.

 

Condanne al libro di Diamond vengono anche dal mondo accademico, sia all’estero (leggi Living Anthropology, in inglese), sia in Italia. Vincenzo Matera – professore associato di antropologia presso l’Università di Milano Bicocca – scrive che “Jared Diamond […] si lancia in una spericolata trattazione della società umana, facendo leva su una ideologia evoluzionista che nessun antropologo oggi ritiene più valida” (leggi la sua recensione pubblicata su Il Manifesto del 18 settembre 2013).

Il 4 febbraio 2013 Jared Diamond è stato intervistato dalla BBC ma pare abbia rifiutato la presenza di un rappresentante di Survival per discutere del suo libro in diretta. Negli ultimi mesi Diamond ha rilasciato molte altre interviste. In mancanza di un confronto diretto, Survival risponde a distanza ad alcune delle sue affermazioni più frequenti.

 

Altre letture

Leggi l’articolo pubblicato dal Guardian il 3 febbraio 2013: Jared Diamond in row over claim tribal people live in a ‘state of constant war (in inglese).

 

Ascolta l’intervista a Stephen Corry trasmessa da WBEZ il 31 gennaio 2013 (in inglese).

 

Steven Pinker

 

L’11 giugno 2013, Truthout ha pubblicato un articolo del Direttore generale di Survival, Stephen Corry, sul libro di Steven Pinker Il declino della violenza: Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia.

Steven Pinker sostiene di fornire prove scientifiche per alcune asserzioni tra cui: (1) il mondo è oggi più pacifico di quanto fosse un tempo; (2) fino a poco tempo fa, l’uomo era moralmente ritardato e meno intelligente; e (3) la maggior parte dei popoli tribali vive in uno stato di guerra cronica a cui solo l’intervento dello Stato può mettere fine. Corry dimostra che Pinker utilizza molti “dati di fatto” sbagliati, che ne manipola altri, e che omette le prove che contraddicono la sua tesi. Corry mostra che la metà dei dati che Pinker usa per descrivere tutte le tribù stanziali del mondo (ad eccezione della Nuova Guinea) gli vengono da un unico e molto controverso antropologo (Chagnon). Pinker ritiene che i suoi critici siano vittima del mito del “buon selvaggio”. Corry risponde che Pinker promuove un’immagine fittizia e colonialista di un arretrato “cattivo selvaggio” che riporta il dibattito indietro di oltre un secolo, e che tale mito viene ancora oggi usato per distruggere le tribù

 

Leggi la versione integrale del pezzo, con note (solo in inglese).

 

Commenta una versione più breve dell’articolo su Truthout (in inglese).

 

Napoleon Chagnon

Le descrizioni degli Indiani come selvaggi violenti rimangono molto comuni ancora oggi. Probabilmente, l’esempio peggiore di questa caratterizzazione viene dall’antropologo statunitense Napoleon Chagnon che, a partire dagli anni ’60, ha svolto studi sul campo tra gli Yanomami del Venezuela.

Nel suo libro, Yanomamö: The Fierce People, Chagnon ha costruito un’immagine sensazionalista della tribù: gli Yanomami sono descritti come “scaltri, aggressivi e minacciosi”, “feroci”, “continuamente in conflitto l’uno con l’altro” e “in uno stato di guerra cronico”.

Best-seller negli Stati Uniti , The fierce people è un testo ancora largamente adottato nei corsi di laurea in antropologia. È anche una fonte importante per i libri “scientifico-divulgativi” pubblicati di recente da scrittori come Jared Diamond e Steven Pinker che, come Chagnon, promuovono il mito del “cattivo selvaggio”.

Controversie

Nonostante la popolarità de The fierce people, le scoperte di Chagnon sono state profondamente criticate da chi ha lunga esperienza di Yanomami. Molti antropologi, studiosi e missionari che hanno lavorato per decenni con questo popolo, semplicemente non condividono la caricatura fatta da Chagnon, e dissentono profondamente dal ritratto che lui fornisce della tribù.

Le polemiche si estendono anche all’ultimo libro autobiografico di Chagnon, pubblicato il 19 febbraio 2013 con il titolo Noble Savages: My Life Among Two Dangerous Tribes – The Yanomamö and the Anthropologists [ edizione italiana Il Saggiatore del maggio 2014, dal titolo Tribù pericolose. La mia vita tra gli Yanomamö e gli antropologi ].

Un elenco di antropologi specializzati negli Yanomami del Venezuela e del Brasile ha firmato una lettera aperta in cui condannano l’immagine della tribù costruita da Chagnon.

Marshall Sahlins, considerato da molti come “l’antropologo vivente oggi più rispettato al mondo”, ha accusato Chagnon di sfruttare il tema degli Yanomami per i propri fini. Recentemente, Sahlins si è dimesso dall’Accademia nazionale delle scienze in segno di protesta per l’elezione di Chagnon all’Accademia stessa. Leggi la critica feroce di Marshall Sahlins sul lavoro di Chagnon pubblicata sul The Washington Post (in inglese).

Eduardo Viveiros de Castro, uno dei più importanti professori brasiliani di antropologia, afferma che gli Yanomami sono tutto fuorché quei robot sociobiologici, maligni e spietati che Chagnon descrive.

Due antropologi di spicco, Philippe Descola e Manuela Carneiro da Cunha, hanno rilasciato una dichiarazione di condanna del lavoro di Chagnon esprimendo solidarietà a Sahlins per le sue dimissioni dall’Accademia nazionale delle scienze. “Per gli antropologi europei, è sconcertante che Chagnon abbia riscosso tale enorme successo negli Stati Uniti (in termini di libri venduti, almeno), visto quanto grezzo è il suo pensiero e così superficiale la sua etnografia” ha dichiarato Descola.

Nel 2001 quattro esperti avevano scritto al Daily Telegraph protestando per la pubblicazione di un articolo che riprendeva le idee di Chagnon.

In un’intervista a Survival, il missionario italiano Carlo Zacquini, che ha lavorato e vissuto tra gli Yanomami per quasi 50 anni, ha dichiarato di non aver “mai costatato che fossero violenti”.

Visita il blog Anthropology Report per una panoramica esauriente delle opinioni degli antropologi (in inglese).

Leggi l’articolo sull’ultimo libro di Chagnon Tribù pericolose. La mia vita tra gli Yanomamö e gli antropologi scritto da Stephen Corry e pubblicato integralmente in italiano sulla prestigiosa rivista dell’ANUAC (Associazione Nazionale Universitaria Antropologi Culturali).

Su Alias del 22 giugno 2014, sempre riferendosi all’edizione italiana dell’ultimo libro di Chagnon, il professor Enrico Comba si chiede: "Perchè in un periodo in cui sono rarissime le pubblicazioni sui popoli indigeni sopravvissuti si è scelto di tradurre proprio quest’opera così controversa? [ leggi la recensione ]

L’opinione degli Yanomami

Mentre gli Yanomami che potrebbero morire in conflitti interni sono pochissimi, per contro, negli ultimi decenni molti di loro sono stati uccisi dagli estranei con attacchi violenti o mediante l’importazione di malattie esterne.

Si stima che, tra il 1989 e il 1993, quasi il 20% degli Yanomami del Brasile sia morto per le violenze e le malattie portate dai cercatori d’oro. Queste invasioni rappresentano ancora oggi una grande minaccia per la loro salute e la loro sicurezza. “I nostri veri nemici sono i cercatori d’oro, gli allevatori e tutti coloro che vogliono impadronirsi della nostra terra” ha dichiarato Davi Kopenawa, portavoce Yanomami e Presidente dell’associazione yanomami Hutukara.

Leggi le dichiarazioni di Davi Yanomami in merito al lavoro di Chagnon, e un breve estratto del libro di Davi Kopenawa e Bruce Albert, “La chute du ciel, Paroles d’un chaman Yanomami”, in cui Davi parla anche della violenza delle società occidentali.

I nostri veri nemici sono i cercatori d’oro, gli allevatori e tutti coloro che vogliono impadronirsi della nostra terra.

Conseguenze

Il tragico paradosso è che gli Yanomami sono stati in gran parte esclusi da questo dibattito, anche per responsabilità dei media. Oltre a non dar spazio alla voce dei diretti interessati, si parla davvero raramente delle terribili ripercussioni che The fierce people ha avuto sugli Yanomami, e sui popoli tribali in generale.

Scopri in questi due esempi in che modo il governo brasiliano è stato influenzato dalla descrizione degli Yanomami come popolo violento e perché, pochi anni fa, il governo inglese si è rifiutato di finanziare un progetto educativo con gli Yanomami.

da qui