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venerdì 10 dicembre 2021

ancora sul COP26

(da ecor.network)



COP 26. Un vertice mondiale sul clima sta diventando il più grande evento di greenwashing finanziario della storia - Transnational Institute


Quando è stato concluso l'accordo di Parigi nel dicembre 2015, una frase era di grande interesse per chi gestisce grandi banche e fondi di investimento.
Secondo l'articolo 2.1 c dell'accordo, i firmatari dovrebbero impegnarsi per rendere “i flussi finanziari coerenti con un percorso verso l'abbassamento delle emissioni di gas serra e uno sviluppo climaticamente resiliente”. Questo impegno non riguardava solo i finanziamenti pubblici per progetti sostenibili.

Sebbene non fosse molto chiaro, si trattava potenzialmente di un rinnovamento dei mercati finanziari tale da allontanare un'ondata di denaro dai progetti che potrebbero minare l'obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C. Questo obiettivo sembrerebbe escludere qualsiasi investimento in nuovi progetti sui combustibili fossili1
Teoricamente, erano in gioco i fondamenti di base dell'approccio al business del settore finanziario. Ora, a quasi sei anni di distanza, il tema è arrivato per la prima volta in cima all'agenda dei ricorrenti vertici sul clima. Le decisioni che verranno prese durante la COP26 in Scozia determineranno le modalità di attuazione dell'accordo di Parigi in merito ai flussi di denaro sui mercati finanziari, e al ruolo che avranno in futuro le grandi società che gestiscono i mercati finanziari globali. Ma prima dell'inizio della conferenza poco, se non nulla, è arrivato all'agenda della COP26 che possa dispiacere al settore finanziario.

Dall'accordo di Parigi sottoscritto alla fine del 2015, diverse costellazioni di società finanziarie hanno lavorato per definire metodologie per banche, fondi di investimento, compagnie assicurative ed altri, per affrontare la minaccia di una crisi climatica più profonda. Gran parte di questo lavoro ora, in maniera controversa, fa parte del processo ufficiale delle Nazioni Unite.
Inoltre le imprese sono state invitate non solo a contribuire all'evento, ma di fatto a farsi carico dell'attuazione dell'agenda delle Nazioni Unite su "finanza privata e cambiamento climatico". Quando verrà spenta la luce e si chiuderanno le porte alla conclusione della COP26, dell'agenda se ne occuperanno attori del calibro di BlackRock, Bank of America, Citigroup e Santander.

Questo stato di cose forse non dovrebbe sorprendere.
Da decenni ormai, il sistema delle Nazioni Unite ha visto una crescente tendenza a formare alleanze con ogni tipo di grande gruppo affaristico, a seconda dell'agenda. Sul cambiamento climatico troviamo la campagna Race to Zero al centro di uno sforzo per coinvolgere direttamente le imprese nei processi decisionali internazionali, e più specificamente sull'industria del petrolio e del gas, c'è l'Oil and Gas Methane Partnership. Questo approccio, a volte soprannominato multistakeholderism (o corporate multistakeholderism), ha raggiunto ora l'agenda della finanza privata nei colloqui sui cambiamenti climatici, ed è portato agli estremi.

In alcuni ambienti si prevedono cenni di apprezzamento quando la COP26 vedrà una parata di società finanziarie impegnarsi per lo "zero netto entro il 2050". Centinaia di istituzioni finanziarie hanno aderito alle coalizioni di imprese convocate dalle Nazioni Unite che promettono di fare la loro parte per combattere il cambiamento climatico. Ma ci sono tre problemi seri in questo approccio: in primo luogo, gli impegni sono così vaghi da aprire la porta a un potenziale greenwashing di massa.

Banche, gestori patrimoniali e fondi di investimento con grosse partecipazioni nel settore dei combustibili fossili e nessuna concreta ambizione di cambiare rotta, possono sfruttare il programma delle Nazioni Unite per rafforzare la propria immagine. In secondo luogo, esiste il rischio che la presenza di finanziamenti privati nell'architettura complessiva venga utilizzata dai paesi ad alto reddito per ridimensionare i propri impegni finanziari. Terzo, le multinazionali non solo sottoscrivono dichiarazioni e prendono impegni, ma di fatto stanno prendendo il controllo dell'intero spettacolo!

Al centro dell'agenda della COP26 sulla finanza privata, troviamo idee sviluppate appositamente per la conferenza da Mark Carney, l'inviato speciale sia del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che del primo Verrà analizzato il documento di 31 pagine che delinea le proposte politiche di Carney, dal titolo "Costruire un sistema finanziario privato per lo zero netto". In maniera preoccupante, lascerà l'iniziativa alle grandi banche e ai gestori patrimoniali i cui investimenti, in primo luogo, hanno contribuito a provocare il cambiamento climatico. In altre parole, alle società finanziarie non viene richiesto di cambiare rapidamente rotta in modo significativo.

In effetti, gli impegni che hanno preso per ottenere l'accesso al cerchio del potere sul tema del cambiamento climatico e finanza sono così vaghi che, solo poche settimane prima della COP26, persino la prima banca al mondo per investimenti nei combustibili fossili, la JP Morgan Chase, si è unita alla coalizione dello zero netto convocata dalle Nazioni Unite. La banca sostiene "l'ambizione di una maggiore azione per il clima, la condivisione delle migliori pratiche e un approccio collaborativo tra i settori pubblico e privato per raggiungere questo obiettivo", ha affermato un rappresentante di JP Morgan Chase.2

Sarebbe un fatto interessante se si trattasse del risultato di un cambiamento genuino nell'orientamento della banca, o di uno qualsiasi degli altri principali finanziatori di attività significativamente dannose presenti fra i membri della crescente coalizione per l'agenda della finanza privata presso la COP26. Ma guardando da vicino cosa c'è sul tavolo e quanto poco si stanno impegnando le istituzioni finanziarie, l'entusiasmo svanisce: la COP26 potrebbe rivelarsi il più grande evento di greenwashing finanziario della storia.

Mentre si parlerà poco o niente della necessità urgente di disinvestire dai combustibili fossili, c'è già molto entusiasmo per la prospettiva di quella che Mark Carney - uno dei principali protagonisti della promozione di questa agenda - definisce "una delle più grandi opportunità commerciali del nostro tempo". Questo messaggio è stato raccolto da JP Morgan Chase e simili: "Le aziende che possono anticipare le imminenti iniziative sul cambiamento climatico e lavorare con i governi per raggiungere i loro obiettivi potranno beneficiare di vantaggi competitivi". 3 Tali dichiarazioni offrono un monito sugli obiettivi fondamentali delle società finanziarie e sull'ampiezza della loro visione.

Queste imprese mirano a massimizzare i rendimenti e ad evitare qualsiasi ostacolo alla loro caccia ai profitti. Le loro iniziative non danno alcun segnale di intraprendere passi significativi per affrontare l'impatto e la pericolosità per l'ambiente del ruolo della finanza privata. Per evitare un disastro climatico avremmo bisogno di un'azione rapida da parte del settore finanziario per disinvestire e fermare ulteriori investimenti dannosi.

Sembra sorprendentemente ovvio che porre JP Morgan Chase, BlackRock, BNP Paribas e molti altri attori finanziari - che hanno un ruolo significativo nelle attività che generano carbonio in tutto il mondo - alla guida dello sforzo globale su finanza privata e cambiamento climatico sia come lasciare che la volpe faccia la guardia al pollaio.
Eppure è quello che sta succedendo.


NOTE: 

1) Reuters, Big fossil fuel producer’s plans far exceed climate targets, UN says, 20 October 2021.
https://www.reuters.com/business/energy/big-fossil-fuel-producers-plans-far-exceed-climate-targets-
un-says-2021-10-20/
2) Reuters, Top fossil fuel lender JPMorgan joins UN climate action finance plan, 8 October 2021.
https://www.reuters.com/business/sustainable-business/top-fossil-fuel-lender-jpmorgan-joins-un-
climate-action-finance-plan-2021-10-08/
3) JP Morgan Chase, Getting ahead of COP26 and what it means for investors, 30 September 2021.
https://am.jpmorgan.com/be/en/asset-management/adv/insights/market-insights/market-updates/
on-the-minds-of-investors/why-is-cop26-important-for-investors/

da qui




COP26 a Glasgow: una prospettiva critica - Observatori del Deute en la Globalització


La 26a Conferenza delle Parti (COP26) delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) a Glasgow avrebbe dovuto essere un punto di svolta nella lotta istituzionale all'emergenza climatica. L'arrivo della pandemia ne causò la sospensione e ora, nel 2021, si è tenuta in un contesto di ripresa economica che sta facendo tornare a crescere le emissioni. 1
 

1. Ambizione climatica

I contributi nazionalmente determinati (NDC, nel suo acronimo inglese) sono piani che contengono azioni, politiche e obiettivi per combattere il cambiamento climatico nel contesto dell'accordo di Parigi. I primi piani sono stati presentati nel 2015 e fu fissato il 2020 nella COP26 di Glasgow (prorogata al 2021) come data per consegnare un nuovo piano o rivedere quello passato.

Al momento, grandi inquinanti come Cina, Russia o India non l'hanno presentato. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sugli NDC evidenzia che la somma dei contributi di tutti i Paesi erogati fino ad oggi significherebbe un aumento delle emissioni ad effetto serra entro il 2030 del 16% e porterebbe a un aumento della temperatura di 2,7 gradi alla fine del secolo.

La scienza, di pari passo con l'IPCC, segna la necessità di una riduzione del 45% entro il 2030 a causa di uno scenario di aumento globale della temperatura di 1,5ºC e del 25% per uno scenario di 2ºC, stiamo parlando di un divario o «mancanza di ambizione» del 41% per 2ºC o del 61% per 1,5ºC. 2

 

Ma l'ambizione climatica non si può intendere solo in termini di indicatori quantitativi. L'ambizione climatica deve essere valutata anche in termini qualitativi di attori, dinamiche di potere e giustizia sociale e ambientale.

Le istituzioni pubbliche, specialmente nel contesto europeo, associano inseparabilmente l'ambizione climatica all'approfondimento di un'agenda pubblico-privata che posiziona le grandi aziende come attori centrali nella transizione ecologica. Nello stesso senso, vengono approvati patti verdi come il Green Deal Europeo dove il presunto patto non ha una controparte sociale che faccia da contrappeso al potere delle imprese.

Con l'impatto della pandemia e della ripresa dell'economia verde e digitale, l'agenda pubblico-privato si concretizza nei fondi europei Next Generation EU, un grande quadro di «collaborazione» dove la parte pubblica fornisce, si assume rischi, riforme e debito, e la la parte privata esegue e monopolizza i benefici. Grandi progetti aziendali legati a tecnologie rinnovabili, veicoli elettrici e idrogeno verde3 dominano le proposte di fondi, lasciando poco spazio agli altri attori.

Ad esempio, neanche vengono valutati gli impatti del vincolare l'ambizione climatica alla tecnologia, in un momento in cui l'ordine di grandezza della domanda di materie prime critiche necessarie per produrre tecnologie verdi è senza precedenti.4

Infine, un altro esempio del fatto che l'ambizione climatica non può essere affrontata solo in termini quantitativi è la cosiddetta "crescita verde", la possibilità di continuare la crescita economica e ridurre le emissioni al ritmo richiesto dalla scienza climatica.

Numerosi documenti ufficiali dell'UE affermano che dal 1990 al 2017 si è riusciti a ridurre le emissioni del 22%. Tuttavia, solo tra il 2002 e il 2019, le importazioni cinesi sono quadruplicate.5

Nel bel mezzo della pandemia, l'UE ha deciso di aumentare l'ambizione dal 40% al 555% entro il 2030. Starà mica esternalizzando la produzione inquinante?
 

2. Finanza climatica

Il finanziamento climatico si riferisce alla finanza che fornisce risorse ai "paesi in via di sviluppo"6 per affrontare il cambiamento climatico, principalmente azioni di mitigazione e adattamento. La stessa Convenzione (1992 approvata, 1994 in vigore), il Protocollo di Kyoto (1997) e l'Accordo di Parigi (2015), esigono finanziamenti per i "paesi in via di sviluppo".7

Il finanziamento è proprio legato al principio delle responsabilità comuni ma differenziate dalla Convenzione.8

I "paesi sviluppati" si sono impegnati a mobilitare fino a 100 miliardi di dollari in finanziamenti per il clima ogni anno a partire dal 2020. Quali problemi presenta questa proposta?

‣ Non si raggiungono i 100.000 milioni
L'analisi svolta dall'OCSE indica che nel 2019 si era raggiunta solo la cifra di 79.600 milioni e che difficilmente si sarebbero raggiunti i 100.000 milioni entro il 2020.

 

‣ La maggior parte sono prestiti
Due terzi dei finanziamenti per il clima sono sotto forma di prestiti e questo aumenta il livello di indebitamento dei "paesi in via di sviluppo".

 

‣ La maggior parte va alla mitigazione
Più del 60% dei finanziamenti va alla mitigazione – cioè alla riduzione delle emissioni – ma le esigenze di molti paesi del Sud sono relazionate all'adattamento, ovverosia alla lotta contro gli impatti che stanno già soffrendo.

 

‣ Non è sufficiente per affrontare le sfide che devono affrontare i Paesi del Sud del mondo
Possiamo comparare ordini di grandezza di mobilitazione delle risorse in altri ambiti. Ad esempio, i fondi europei dell'UE Next Generation sono dotati di 750 miliardi di euro per 3 anni e favorirebbero solo i 27 Stati membri. Nel caso dei 100 miliardi di dollari all'anno di finanziamento per il clima, dovrebbero bastare a più di 100 paesi.

‣ Al momento non è previsto alcun budget stanziato per il meccanismo di perdita e danno
Il meccanismo di perdita e danno si riferisce a danni che vanno oltre a ciò a cui possiamo adattarci, danni “associati agli impatti dei cambiamenti climatici, inclusi eventi meteorologici estremi ed eventi di lenta generazione”.9

Il Meccanismo Internazionale di Varsavia (COP19) per le perdite e i danni è lo strumento principale del processo UNFCCC che si occupa di ciò. Le organizzazioni sociali chiedono che questo meccanismo abbia spazio nella COP26, ma sembra che si parlerà più di adattamento e resilienza.10

Le tipologie di fenomeni che potrebbero rientrare in questa categoria11 sono, tra le tante:

• Ciclone di Idai (2019) in Zimbabwe, Malawi e Mozambico. Più di 1.000 morti.
• Ciclone Kenneth (2019) nel Nord del Mozambico.
• Incendi in Australia (2020). 28 morti.
• Siccità nel Corno d'Africa (2011, 17 e 19). Perdita di raccolti e mandrie. 15 milioni di persone da Etiopia, Kenya, Somalia in crisi umanitaria.
• Siccità nel Corridoio Secco dell'America Centrale. La crisi climatica aumenta il fenomeno del “Niño” e provoca gravi siccità in Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua.


3. Green Climate Fund

Il Green Climate Fund (GCF)12 è il principale strumento finanziario per il trasferimento di risorse N-S nell'ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). Deriva dall'accordo di Copenaghen ed è stato formalmente istituito alla COP16 di Cancún.

Il GFC mira a sostenere progetti, programmi, politiche e altre attività nei "paesi in via di sviluppo" nell'adattamento e nella mitigazione per far fronte ai cambiamenti climatici. Ha sede in Corea del Sud, ha un consiglio di 24 membri ed è supportato dal segretariato dell'UNFCCC.

Tra i problemi più pressanti del GCF possiamo trovare che per accedere al finanziamento bisogna essere un ente accreditato e ottenerlo è un procedimento lungo e complicato. Il GCF si presenta anche principalmente sotto forma di prestiti, molti dei quali sono destinati alla mitigazione e non all'adattamento.

Inoltre, i paesi ricchi vogliono aumentare il ruolo del settore privato, compresi i fondi pensione, i mercati dei capitali, ecc. Infine, il riapprovvigionamento dei fondi deve essere sufficientemente rapido e attrarre fondi realmente nuovi e addizionali e non sottrarre o creare doppie contabilità con finanziamenti già destinati alla cooperazione internazionale.


4. I nuovi mercati della CO2

La COP26 di Glasgow dovrebbe includere il lavoro sui nuovi meccanismi di mercato (Articolo 6 del regolamento dell'Accordo di Parigi).
Il progetto precedente era legato al Protocollo di Kyoto (1997-COP3)13 e articolato attraverso gli Accordi di Marrakech (2001-COP7) e i meccanismi di sviluppo netto (MDN-CDM, CDM, nei loro acronimi in inglese), quello di implementazione congiunta e il commercio di emissioni.

L'approccio della "riforma del mercato" o della creazione di "nuovi meccanismi di mercato" rafforza uno strumento che si è dimostrato inefficace nella lotta contro l'emergenza climatica.

Lo dimostrano il continuo aumento delle emissioni a livello globale, le dinamiche della CO2lonizzazione14 con i progetti degli MDN e, soprattutto, perché la sua stessa logica distoglie l'attenzione dalla necessità di cambiamenti strutturali e vincola la lotta contro il cambiamento climatico alla speculazione finanziaria.
 

5. Chi deve a chi?

Gli strumenti di mercato sono utilizzati per propositi molto concreti e parziali: ad esempio, per aiutare le aziende e gli Stati a ridurre e delocalizzare temporaneamente le emissioni (la maggior parte dei profitti si perde per effetto della crescita economica e per l'esternalizzazione di attività inquinanti) senza mettere in discussione il modello economico.

In realtà, non è necessario applicare alcuno strumento di mercato per sapere quali paesi abbiano beneficiato dell'uso di un bene comune che è l'atmosfera.

Di fatto, il gruppo dei paesi impoveriti altamente indebitati15 ha emesso, nel periodo 1990-2018, 63.000 milioni di tonnellate di CO2 in meno rispetto alla media mondiale. Gli Stati Uniti invece, hanno emesso più di 118.000 milioni di tonnellate, l'UE 43.000 e la Cina 23.000.

Se facciamo l'esercizio di applicare il prezzo di mercato europeo a queste tonnellate, i risultati sono rivelatori. L'esercizio non ha in nessuna maniera intenzione di legittimare gli strumenti del mercato, semmai tutto il contrario. L'obiettivo è quello semmai di modificare l'insieme mostrando le proprie contraddizioni.

 

Per il periodo 2005-2018, i paesi che emettono di più sarebbero debitori e quelli che emettono meno sarebbero creditori. L'accumulato nel periodo farebbe sì che gli Stati Uniti abbiano un «debito climatico» di 518.000 milioni di euro, l'Unione europea di 161.000 milioni e la Cina di 364.000 milioni. I gruppi di paesi impoveriti fortemente indebitati che accumulano un debito congiunto di 223.000 milioni di euro, in cambio, potrebbero estinguere il proprio debito e sarebbero anche creditori di 134.000 milioni di euro. Pertanto, chi deve a chi?
 

6. Proposte

Il riconoscimento dell'esistenza di un debito climatico che il Nord globale ha nei confronti del Sud.

Questo riconoscimento dovrebbe portare a riparazioni strutturali e finanziarie, compreso il riconoscimento di obbligazioni finanziarie climatiche e la cancellazione del debito, nonché il ripristino ecologico, l'eliminazione graduale dei sussidi ai combustibili fossili, la fine dell'estrattivismo e il cambiamento dei modi di produzione, distribuzione e consumo decarbonizzati.

La consegna urgente di nuovi e aggiuntivi finanziamenti per il clima, che non generino debito, oltre l'obiettivo non raggiunto di 100.000 milioni di dollari all'anno, che sia sufficiente e risponda alle esigenze di mitigazione, adattamento e perdita e danni climatici dei popoli e delle comunità del Sud del mondo.

Anche i finanziamenti climatici devono essere pubblici ed erogati per programmi e progetti pubblici piuttosto che per iniziative private a scopo di lucro o associazioni pubblico-private.

Un meccanismo automatico di sospensione dei pagamenti del debito, cancellazione del debito e ristrutturazione del debito, che copra a creditori pubblici e privati, dopo eventi meteorologici estremi, oltre all'accesso immediato a risorse non generatrici di debito per coprire perdite e danni.

Un disastro legato a un rischio meteorologico, climatico o idrico si è verificato in media ogni giorno negli ultimi 50 anni, uccidendo 115 persone e causando perdite giornaliere per 202 milioni di dollari. I governi del nord del mondo devono stabilire un meccanismo addizionale e separato per perdite e danni come riconoscimento della loro responsabilità nel causare l'aumento della frequenza e la gravità di questi eventi estremi.

L'ambizione climatica dovrebbe rafforzare l'ambito pubblico e quello comunitario, assicurando che le azioni che ne derivano siano sotto la garanzia pubblica e il controllo pubblico e comunitario.

Impedire che le risorse vengano incanalate per mezzo delle corporazioni, che hanno come obiettivo il profitto e non il benessere sociale e l'equilibrio dell'ecosistema, essendo loro stesse la causa della situazione e avendo oltretutto svolto un ruolo storico di negazione del problema. Ecco perché è necessario promuovere altri tipi di collaborazioni che facilitino un'agenda pubblico-comunitaria per l'edilizia sociale, la produzione agroecologica, la reindustrializzazione verde, le comunità energetiche, ecc.

Gli orizzonti 2030 e 2050 devono avere nuovi quadri d'azione come l'ecofemminismo e la decrescita, e le proposte che ne derivano, come la difesa dei beni comuni, delle sovranità e dei diritti collettivi sociali in equilibrio con l'ambiente. Il capitalismo fossile si è dimostrato incapace di trovare vere soluzioni all'emergenza climatica. È quindi tempo di costruire scenari futuri in cui si rimetta in discussione il modello economico e si rappresenti l'importanza dei limiti biofisici, del lavoro riproduttivo e di cura e della garanzia dei diritti sociali per tutti.


* Traduzione Giorgio Tinelli per EcorNetwork

da qui

sabato 20 novembre 2021

Un accordo stonato - Alberto Castagnola

Per fare una prima valutazione del cosidetto accordo “Glasgow Climate Pact” occorre leggere attentamente il testo finale concordato dopo un lungo tira e molla della diplomazia internazionale. Nel documento emergono con chiarezza i limiti e le carenze dell’intero incontro internazionale nonostante la drammatica fase attuale della crisi climatica.

La parte iniziale può apparire molto formale piuttosto priva di contenuto, ma ad un lettore smaliziato si richiama ad aspetti non secondari dell’intera iniziativa, che malgrado tutto è il maggiore sforzo a livello internazionale fatto dalla quasi totalità degli Stati del pianeta. Infatti si può notare che il testo parla subito di “sostenibilità”, cioè di tentativi di affrontare i meccanismi di danno ambientale senza però modificare il sistema economico dominante che pure ne è la causa.

Poi si cerca più volte di stabilire un qualche collegamento con la povertà che caratterizza tante parti del mondo e con il riconoscimento dei diritti umani essenziali, compreso il diritto allo sviluppo e dell’eguaglianza tra i generi e tra le generazioni.

Si cita perfino il concetto di Madre Terra che ispira tante popolazioni e quello di giustizia climatica perseguito dai movimenti di base. Infine accenna alla necessità di accelerare gli impegni da raggiungere nel 2030, senza però sottolineare che gli obiettivi indicati nell’Accordo del 2015 sono stati nei primi sette anni piuttosto trascurati.

Veniamo ora al primo comparto preso in esame, quello della scienza e dell’urgenza di intervenire. Nei primi due punti viene sottolineata l”importanza della ricerca scientifica e vengono indicati i contributi dei diversi gruppi di scienziati e i rapporti gia perventuti o previsti per l’anno 2022.

Nel terzo punto si esprime “allarme e forte preoccupazione” per le attività umane che hanno già causato un aumento della temperatura media globale di 1,1 gradi centigradi, però non si sottolinea che questo livello è già molto vicino a quel 1,5 C che viene indicato come la soglia massima da non superare nei più recenti rapporti dello stesso IPCC.

Infine, nell’ultimo punto, si sottolinea l’urgenza di potenziare ed intensificare le azioni e gli interventi di mitigazione dei danni ambientali in questo decennio considerato fortemente critico.

Nel comparto “Adeguamento” il testo entra nel merito, esprimendo preoccupazione per i dati contenuti nel Sesto Rapporto degli scienziati, che sottolineano come il clima e gli eventi estremi meteorologici continuano ad aumentare ad ogni incremento della temperatura.

Viene quindi sottolineata l’urgenza di aumentare le azioni e le misure di sostegno, in particolare i finanziamenti, le capacità di intervento, il trasferimento di tecnologie, le misure di adattamento, il grado di resilienza e di ridurre invece la vulnerabilità di fronte ai cambiamenti climatici, tenendo particolarmente in conto le priorità  e le esigenze dei paesi in via di sviluppo. Poi si accolgono con favore i piani nazionali di adeguamente finora presentati ma si spingono tutti i paesi ad integrare le misure di adeguamento in tutti i livelli di pianificazione interni ad ogni paese. Infine, riferendosi in particolare alle prossime scadenza di presentazione dei rapporti degli scienziati, si chiede alla scienza di approfondire tutti i problemi del cambiamento climatico a livello globale, regionale e locale.

Il comparto successivo approfondisce gli aspetti finanziari delle misure di adeguamento. In primo luogo denuncia l’inadeguatezza degli interventi finanziari destinati ai paesi in via di sviluppo, esercita una pressione sui paesi sviluppati perchè aumentino in misura significativa e con urgenza i loro contributi finanziari, in particolare nei settori prima indicati, affinchè diventino parte di uno sforzo globale di adeguamento, in modo da rispondere alle esigenze dei “paesi in via di sviluppo”, ivi compresa la elaborazione e la attuazione di piani nazionali di adeguamento.

Il testo poi accoglie con favore i recenti impegni assunti in questo campo da molti paesi sviluppati in risposta ai crescenti fabbisogni dei paesi Parti in via di sviluppo.

Il comparto successivo, che fornisce il resto dei pochissimi dati citati dal documento,  tratta le misure di mitigazione dei meccanismi di danno ambientale.

Riconferma l’obiettivo globale a lungo termine di rimanere al di sotto dei 2 gradi centigradi di temperatura media complessiva per il pianeta e di continuare negli sforzi di limitare questo aumento al di sotto del grado e mezzo. Riconosce anche che per limitare il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi richiede una rapida, profonda e continuativa riduzione delle emissioni globali di gas serra, ivi compresa una riduzione delle emissioni globali di diossido di carbonio del 45% entro il 2030 rispetto al livello dell’ anno 2010, e di arrivare ad emissioni zero nette intorno alla metà del secolo, altre ad altre drastiche riduzioni di tutti gli altri gas serra.

Il documento quindi insiste nel confermare le scadenze da tempo indicate senza tenere in alcun conto i ritardi accumulati e le accelerazioni riscontratesi in molti gas, in particolare per il metano.

Viene solo ribadito che il prossimo decennio è cruciale  e punta quindi a mettere sotto pressione gli Stati industriali maggiori inquinatori e infatti nelle righe successive invita tutti gli Stati a ulteriori azioni per ridurre entro il 2030 le altre emeissioni di gas serra, ivi incluso il metano, senza peraltro sottolineare la sua maggiore pericolosità rispetto all’anidride carbonica.

I due ultimi  capoversi costituiscono una interessante sintesi delle misure auspicate dalla COP  per ridurre i danni al pianeta: accelerare lo sviluppo, il dispiegamento e la diffusione di tecnologie, politiche di transizione verso sistemi energetici a basse emissioni, ivi inclusi l’accelerazione degli sforzi verso la graduale riduzione dell’energia da carbone e l’eliminazione graduale dei sussidi inefficienti ai combustibili fossili.

Queste due ultime frasi richiedono un commento specifico: per il carbone si parla solo di una “graduale riduzione”, escludendo quindi ogni misura radicale di eliminazione, e per gli altri combustibili fossili non solo non  si prevede alcuna riduzione, ma si parla solo di ridurre gradualmente una parte dei sussidi ad essi erogati, e cioè solo quelli “inefficienti”.

Per i paesi più poveri e vulnerabili si parla in termini generici di destinare un “sostegno” verso una transizione giusta. Infine, viene sottolineata l’importanza di proteggere, conservare e ripristinare la natura e gli ecosistemi, ivi inclusi le foreste e altri sistemi terrestri e marini, in quanto rappresentano giacimenti e serbatoi di gas utili per l’atmosfera e permettono di tutelare la biodiversità.

Il comparto successivo parla nuovamente di finanza, di trasferimento di tecnologie e di creazione di capacità sia per la mitigazione che per l’adeguamento. In primo luogo esercita delle pressioni sui paesi sviluppati – e altre Parti che non sono degli Stati –  perchè continuino e  aumentino i loro sforzi e i loro  trasferimenti ai paesi in via di sviluppo. 

Per essi, inoltre, si esprime una preoccupazione per le crescenti esigenze di questo gruppo di Stati, dovuto in particolare al crescente impatto dei cambiamenti climatici e e all’aumento dell’indebitamento causato dal 2019 dalla pandemia di coronavirus.

Il documento poi evidenzia la necessità di aumentare in misura significativa il fondo di 100 miliardi di dollari annui per questi paesi, finora livello mai raggiunto, ma poi sottolinea che dei paesi sviluppati hanno di recente rinnovato il loro impegno in questa direzione.

Infine viene esercitata una forte spinta affinchè si raggiunga questo scopo in tutti gli anni fino al 2025, accompagnata da una piena trasparenza degli impegni presi e ripsttati.

Il documento passa poi a chiedere in modo pressante a tutte le banche di sviluppo e a entità che svolgono funzioni simili nel quadro del Meccanismo Finanziario perchè aumentino senza sosta i loro investimenti relativi al clima in qualunque forma finanziaria.

E la necessità di questo impegno viene molto sottolineata  per i paesi  particolarmente vulnerabili, includendo anche i diritti speciali di prelievo.

Viene poi sottolineato che molti paesi in via di sviluppo possono trovare difficoltà ad accedere alle fonti di finanziamento e si chiede agli organismi che operano nel Meccanismo Finanziario di fare ulteriori sforzi per agevolare tali paesi.

Per quanto riguarda poi la creazione di capacità, si riconoscono i miglioramenti verificatisi in questo tipo di assistenza, ma si raccomanda che tutti questi interventi siano ulteriormente realizzati nei paesi in via di sviluppo, specie per catalizzare le azioni in campo climatico.

Viene poi vista con piacere la collaborazione che si è stabilita tra il Comitato Esecutivo per la Tecnologia e il Centro e la Rete per la Tecnologia Climatica nel 2020 e nel 2021 e ci si augura che tale collaborazione venga intensificata nel futuro. Sempre riguardo al Meccanismo per la Tecnologia,  si sottolinea infine l’importanza di potenziare lo sviluppo e il trasferimento di tecnologie per tutte le azioni di mitigazione e di adeguamento, per le quali si dovrà disporre di mezzi finanziari adeguati.

Nel sesto comparto, dedicato  alle Perdite e ai Danni, si parla a lungo di un possibile campo di azione per l’IPCC e le COP, se ne è discusso anche nell’ultima COP26 senza però arrivare a delle decisioni finali.

Quindi è ancora un tipo di intervento potenziale e sicuramente se ne continuerà a parlare nella prossima COP27. Nel merito,  si riconosce che i cambiamenti climatici hanno già causato e continueranno a causare in misura ancora maggiore, molti danni e perdite di ogni tipo, in particolare quando si verificano eventi estremi. Sono quindi molto numerose le entità che sono responsabili per la prevenzione di questi effetti e per ridimensionare le loro conseguenze.

In questo campo, quindi, è necessario realizzare azioni di sostegno, mobilitando gli Stati, le entità operative del Meccanismo Finanziario, gil organismi delle Nazioni Unite, organizzazioni intergovernative e altre istituzioni multilaterali, ivi comprese  le organizzazioni non governative e le fonti private.

Analoga azione deve essere svolta  nel campo della costruzione di capacità operative a tutti i livelli e in quello del trasferimento di tecnologie. Negli ultimi paragrafi si forniscono prime indicazioni per l’inserimento del nuovo settore nelle normali attività dell’IPCC e degli Stati.

Il settimo comparto (paragrafi 46-52) sottolinea l’urgenza di completare gli adempimenti relativi ad impegni già assunti dagli Stati, e si forniscono alcuni suggerimenti organizzativi e di metodo per completare tutti gli impegni già assunti.

Infine, nell’ultimo comparto sono indicate tutte le forme di collaborazione avviate finora tra gli Stati parti e un gran numero di altre istituzioni, nel quadro dell’Accordo di Parigi del 2015.

E’ una lista piuttosto formale, cioè che non fornisce elementi di contenuto o informativi; ci limitiamo quindi a segnalare il paragrafo 63, che esprime apprezzamenti per i risultati di due grandi eventi organizzati dai giovani a Glasgow nell’ottobre 2021 e a Milano, Italia, nell’ottobre 2021, considerandoli quindi delle forme di “collaborazione” e non di contestazione.

Analogo trattamento è riservato alle  popolazioni indigene e alle comunità locali che intraprendono attività sui temi del clima, (par. 66). Infine le Parti vengono incoraggiate ad aumentare una piena, significativa e ugualitaria partecipazione delle donne (par.68).

Alcune considerazioni generali relative al documento nel suo complesso  possono aiutare a formulare giudizi realistici:

§  Non sono citati dati sull’andamento dei principali meccanismi di danno ambientale e sul peggioramento della crisi planetaria.

§  Non viene fornita alcuna cifra sui finanziamenti che sarebbero necessari per contenere la crisi in atto.

§  Le scadenze previste ormai oltre sei anni fa non vengono in alcun modo rimodulate.

§  Non viene fatto alcun accenno alle iniziative di collaborazione tra Stati, che hanno preceduto la conferenza o che sono state annunciate durante il suo svolgimento

La società civile dovrà tenere altissima la pressione per far sì che questo debole accordo possa esser presto ridiscusso e che si possa arrivare a risoluzioni efficaci e vincolanti che producano al più presto un cambio di paradigma dell’intero modello economico che regge questo sistema che ci sta portando alla catastrofe.

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