domenica 9 agosto 2026
venerdì 17 febbraio 2023
Garattini: "Investire nel privato non giova alla salute pubblica" - Simonetta Pagliani
In tutte le democrazie
occidentali, sempre più si va verso una sanità privata e l'outsourcing di istituzioni che
prima erano gestite dallo Stato: un recente convegno all'Istituto Mario Negri
ha riportato l'attenzione su questi temi, analizzandone le implicazioni.
Privatocrazia: oltre il mantra
della parità pubblico-privato in sanità è l'eloquente
titolo di un convegno organizzato dall'Istituto Mario Negri di Milano lo scorso
6 febbraio, e che ha affrontato con nettezza la contraddittorietà di un sistema
sanitario nato pubblico nel 1978 e poi scivolato in una problematico condominio
con la sanità privata, che in regioni come la Lombardia ha decisamente preso il
sopravvento su una controparte pubblica via via più debole e impoverita. La
fondamentale legge 833 del 1978 aveva fatto dell'Italia un avamposto
dell'applicazione del costituzionale diritto alla salute nel mondo intero,
sancendo l'universalità della copertura del Servizio sanitario nazionale.
In questo momento, il nostro sistema sanitario è ancora effettivamente
universale. Tuttavia, alcuni principi stanno venendo meno, come quello per il
quale tutti i cittadini devono essere curati nello stesso modo. Non è così, in
un'Italia dove non solo permangono, ma si acuiscono, disparità di assistenza
tra regione e regione così gravi da portare a una differenza di 13 anni di vita
in salute tra chi abita in Alto Adige e chi abita in Calabria.
Accesso negato nel pubblico, le
scorciatoie nel privato
Anche la globalità delle prestazioni erogate è ormai messa in discussione:
la gamma delle prestazioni in capo al servizio sanitario è molto ampia nel
testo di legge ma, nella realtà, i LEA (livelli essenziali di assistenza) che
avrebbero dovuto essere il "pavimento" sotto il quale non bisognava
scendere, sono ora una chimera irraggiungibile in molte situazioni nazionali:
LEA e LEP (livelli essenziali di prestazioni) sono ormai diritti esigibili per
prestazioni non disponibili, in termini di presenza regionale, di tempi
d'attesa e di qualità non sufficiente. Infine, i ticket sanitari sono
differenziati per regione, pur su LEA identici.
Nel 2016, l'Italia era al 6° posto per percentuale di popolazione che non
accedeva ai servizi sanitari; nel 2021 tale percentuale è salita all'11%, in
tutte le regioni ma soprattutto al Sud. La crisi economica, accentuata dalla
pandemia, ha portato alla rinuncia a spendere per la propria salute o
all'impoverimento a causa dei consumi sanitari. La migrazione sanitaria, indice
della disuguaglianza assistenziale, è aumentata del 50%, con trasferimento di
risorse dalle regioni più povere alle regioni più ricche (e soprattutto al loro
settore privato, più o meno convenzionato, più o meno mascherato) e, per di
più, tali risorse sono spendibili solo da alcuni ceti sociali.
Quando è stata emanata la legge 833, la fiscalità era concepita in modo
tale che il concorso alla spesa sanitaria era suddiviso in base alle risorse
economiche di ciascun cittadino; ora, però, la progressività fiscale è stata
gradualmente mutilata, con la conseguenza di alleviare il peso ai ricchi e di
scaricarlo maggiormente sui poveri. In Italia ci sono 50 miliardari che hanno
la stessa ricchezza dei 18 milioni più poveri: va impedito che la salute
diventi l'appannaggio dei più ricchi.
Nei quarant'anni passati dal varo della legge, gli italiani hanno
introiettato i principi di una sanità pubblica che, pur essendo
sotto-finanziata (il fondo sanitario nazionale è il 6,1% del PIL, sotto il
minimo adeguato di 6,5 secondo l'ONU e la metà della percentuale tedesca), ha
prodotto ottimi indicatori di sopravvivenza, molto migliori, per esempio, di
quelli degli USA, che pure devolvono alla sanità il 15% del PIL. Devono,
perciò, vigilare perché tale eccellenza sanitaria generalista non vada
progressivamente erodendosi: l'ipotesi di legge dell'"autonomia regionale
differenziata", invece di spingere verso l'uguaglianza tra le regioni,
tende ad accentuarla. Si pensi che la spesa sanitaria pubblica finanzia ora
fornitori pubblici per il 70% e per il 30% fornitori privati, ma le percentuali
si stanno avvicinando; portabandiera di questa tendenza sono Veneto, Lombardia
ed Emilia-Romagna, che vogliono avocare a sé la governance di tutti gli enti
sanitari e persino della prescrivibilità dei farmaci, pretesa che viene meno al
dovere di solidarietà nazionale.
Il tramonto della sanità pubblica
A dispetto di tutte le prove esistenti sul rapporto inverso tra salute dei
cittadini e assenza di un sistema sanitario universalistico, ovunque, in
Occidente, vi è un restringimento della sanità pubblica a favore di quella
privata. Negli Stati Uniti esso è palese (limitazione della popolazione
assistita e riduzione delle prestazioni disponibili), ma anche in Italia questa
tendenza è in atto da più di un decennio, serpeggiando, talvolta, in modo
"carsico", con la riduzione dell'accessibilità alle prestazioni, con
la defiscalizzazione che toglie risorse alla sanità pubblica, con l'affidamento
a privati di servizi assistenziali e diagnostici, con la collocazione in
edifici privati di presidi di sanità pubblica.
Dagli anni '70, d'altronde, è in atto in tutte le democrazie occidentali,
una trasformazione della sanità in senso neoliberistico, in cui il primato è
attribuito al mercato, che impone l'esternalizzazione (outsourcing) di
tutte le istituzioni che un tempo erano in mano allo stato, in un regime in cui
il privato diventa co-gestore delle risorse pubbliche. In Italia, per ora,
l'esternalizzazione ha raggiunto solo marginalmente il nocciolo della cosa
pubblica, ma lo sta assediando. La progressiva introduzione di strategie di
mercato nella conduzione della res publica ha millantato una
maggiore efficienza e un risparmio per i cittadini, ma nei paesi dove essa è
più pronunciata (USA) ha già fallito in molti settori, da quello della sanità a
quelli dell'istruzione e persino a quello militare.
È, comunque, un errore valutare la privatizzazione solo o soprattutto in
termini costi-benefici economici: occorre valutarla rispetto al suo peso sulla
legittimità stessa delle istituzioni democratiche. Come è stato ribadito
durante il convegno, lo stato non è un'azienda, ma il luogo di esercizio dei
diritti umani in assenza di dominio e di arbitrio. Questa è la lezione di Kant:
nello stato pre-civile, è l'individuo a decidere i limiti della libertà altrui,
in base al proprio potere fisico o economico. Solo lo stato democratico può
definire e implementare i diritti, in nome della collettività. Le
esternalizzazioni, che delegano ai privati grandi discrezionalità su tali
diritti, mettono quindi a repentaglio le basi stesse della democrazia:
l'appalto a organizzazioni private di funzioni pubbliche inficia la possibilità
di controllo da parte dello stato, che ne viene depotenziato, mina la capacità
di vigilanza civica, determinando la cosiddetta "apatia civica", per
la molteplicità degli attori in ballo e per la difficoltà di riconoscere i
responsabili di eventuali carenze di servizio.
Persino le associazioni no profit possono contribuire a depotenziare le
funzioni pubbliche, spesso mischiando laico e religioso e albergando, in mezzo
a organizzazioni socialmente benemerite, altre affette da corruzione.
Privatizzandosi, insomma, lo stato abdica alla sua responsabilità primaria
di creare situazioni di giustizia per tutti, in assenza di dominio. Silvio
Garattini ha chiuso il convegno con una lectio magistralis che
ha richiamato tutti i temi cari alla medicina democratica, dalla sostenibilità
ambientale alla non liceità morale dei brevetti sui farmaci utili, dalla
facilità di autorizzazione di famaci inutili alla necessità di allineare le
assunzioni e la retribuzione del personale sanitario alle medie europee e di
aumentare il fondo sanitario nazionale. Vale la pena di leggerla (o ascoltarla)
per intero.
Ascolta l'intervento
integrale di Silvio Garattini
lunedì 14 marzo 2022
Vaccini anti-Covid, l’Italia proroga i brevetti e fa un enorme regalo alle multinazionali - Vittorio Agnoletto
L’Italia, con una decisione dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM),
che dipende dal ministero dello Sviluppo Economico guidato dal ministro Giancarlo Giorgetti, ha prolungato la durata di alcuni
brevetti connessi ai vaccini AstraZeneca, Pfizer e Moderna di un ulteriore periodo di monopolio che va dai tre anni e mezzo ai cinque e
che si aggiungono ai vent’anni già stabiliti dagli accordi TRIPs sulla
proprietà intellettuale definiti all’interno dell’Organizzazione Mondiale del
Commercio. Questo è stato scoperto e segnalato da Lorenzo Cassi, professore associato in Economia alla Sorbona,
l’Università Parigi 1 ed è stato presentato a “37e2”,
la trasmissione sulla salute di Radio Popolare (dal min. 4,05)
Tutto questo avviene mentre oltre 100 Paesi, migliaia di associazioni,
centinaia di premi Nobel e di ex capi di stato, oltre a papa Francesco, chiedono di sospendere per tre anni i brevetti sui vaccini per
il Covid. Pfizer ha annunciato in questi giorni di aver realizzato ricavi per
81 miliardi di dollari nel 2021, quasi il doppio rispetto al 2020.
Ogni farmaco è coperto da decine o più brevetti di prodotto o di processo;
brevetti che tutelano le scoperte ed impediscono ad altri di utilizzarle,
alcuni di questi brevetti possono essere stati depositati vari anni prima e
talvolta bloccano l’accesso a metodiche che si sono dimostrate efficaci in
differenti ambiti
Per fare un esempio: immaginiamo di
percorrere l’autostrada del Sole da Milano a Roma; vi sono vari caselli a Lodi,
Piacenza, Bologna, Firenze ecc. attraverso i quali è obbligatorio passare; se
quei caselli sono chiusi ci si ferma, altrimenti si può proseguire fino al
prossimo casello chiuso, avvicinandosi alla meta, da lì in poi sarà necessario
trovare altre strade. Se invece i caselli sono tutti chiusi l’autista rimane al
punto di partenza e deve trovare un percorso completamente alternativo.
Afferma il prof. Cassi:
“I due certificati di proroga concessi dall’UIBM non
hanno ragione economica avendo le imprese produttrici dei
brevetti realizzato profitti ampiamente sufficienti a ripagare gli investimenti
e beneficiato di una procedura eccezionale per tempi e modalità.
Mi concentro sul brevetto Curevac che
riguarda la metodica MRNA e che coinvolge Pfizer e Moderna. Si tratta di un
brevetto del 2002 e che quindi sarebbe andato in scadenza nel 2022 mentre è stato prorogato fino al 2027. Curevac ha fatto
richiesta in vari stati europei di un supplemento di protezione in base
all’autorizzazione ottenuta dai farmaci di Pfizer e Moderna. Fino ad ora solo
Italia, Germania e Svizzera l’hanno concesso, mentre la Francia l’ha rifiutato
ed altri Paesi non hanno ancora dato risposta. L’UIBM ha fatto quindi da
apripista dando risposta positiva per primo.
Oltre questioni economiche e di opportunità umanitaria e politica vi sono
almeno due anomalie tecniche.
Prima: senza la procedura accelerata
concessa dall’Ema, l’Agenzia Europea del Farmaco e della quale le aziende hanno
beneficiato, il brevetto sarebbe probabilmente scaduto e
non sarebbe stato possibile ottenere la proroga: infatti, uno dei pre-requsiti
è che il brevetto sia ancora in essere. Anche qui sarebbe stato meglio essere
più prudenti anziché rispondere in meno di un mese.
Seconda: questo è un brevetto molto ampio per
copertura (oltre i vaccini sono menzionati la rigenerazione dei tessuti, come
possibile applicazione) e non è necessariamente collegato al principio attivo
contenuto nei vaccini autorizzati. Almeno questa è l’interpretazione dell’Inpi,
ufficio brevetti francese, che con questa argomentazione ha rifiutato di
concedere il supplemento di 5 anni. Hanno semplicemente applicato una pratica
ordinaria: studiato il brevetto e detto che non
aveva diritto al supplemento di protezione”.
Bloccare per ulteriori cinque anni un brevetto del 2002 significa ridurre le possibilità di ricerca, facendo un enorme
regalo alle multinazionali del farmaco, come
spiega il prof. Silvio Garattini. Inoltre, qualora nei prossimi anni in un
altro Paese venga prodotto un vaccino o un farmaco che utilizzi questo brevetto
in Italia non potrà essere utilizzato fino al 2027
Il Ministero dello Sviluppo Economico ha risposto a Radio Popolare prima
cercando di allontanare da sé ogni responsabilità scaricando tutto sull’Aifa,
l’Agenzia Italiana del Farmaco, poi sostenendo che si tratta di prassi ordinaria e che l’Italia non si è
comportata diversamente da quanto hanno fatto gli altri paesi. Ma come ha spiegato
il prof. Cassi la realtà è ben diversa.
La concessione dell’estensione temporale del brevetto è avvenuta il 18 marzo 2021 pochi giorni prima che il parlamento
italiano votasse una risoluzione nella quale chiedeva al governo di sostenere
la sospensione temporanea dei brevetti. Non solo il governo ignorò totalmente
tale risoluzione, ma non ci risulta che abbia comunicato al parlamento
l’ulteriore proroga concessa.
E’ difficile pensare che una simile decisione sia avvenuta all’insaputa dei
ministri dello Sviluppo Economico e della Sanità e dello stesso Presidente del
Consiglio. Chiedo spiegazioni al governo italiano. Tali
estensioni devono essere rimosse, nell’interesse prioritario della salute,
della ricerca e dell’economia pubblica.
mercoledì 16 febbraio 2022
giovedì 3 dicembre 2020
Il vaccino e la deroga ai brevetti - Nicoletta Dentico, Silvio Garattini
A nove mesi dall’inizio della pandemia, non esiste ancora una misura di politica internazionale in grado di garantire a tutti l’accesso al vaccino o agli altri rimedi che saranno scoperti contro Covid-19.
Da mesi si
fa grande esercizio di retorica internazionale sull’accesso universale al
vaccino. Anche in Italia il governo Conte, nelle parole del ministro Speranza,
invoca il vaccino come “bene pubblico” e promette “accesso equo”.
Ma oltre le
parole, il nostro governo ha idea delle condizioni che servono, per dare
concretezza al vaccino “bene comune”? E che cosa intende fare per non sprecare
questa crisi, che si è abbattuta sull’Italia e il suo sistema sanitario con
particolare virulenza?
Una
ragionevole pista di lavoro viene dai governi di India e Sudafrica. Il 2
ottobre 2020, i due Paesi hanno inviato all’ Organizzazione mondiale del
commercio (Omc o Wto) una proposta congiunta con cui chiedono una
deroga ai brevetti e agli altri diritti di proprietà intellettuale in relazione
a farmaci, vaccini, diagnostici, dispositivi di protezione personale, e le
altre tecnologie medicali per tutta la durata della pandemia, fintantoché non
sia stata raggiunta l’immunità.
Si tratta
insomma di concedere una sospensione temporanea di tutti gli obblighi
contenuti nella Sezione I, Parte II dell’Accodo TRIPS – quella
concernente copyrights, disegni industriali, brevetti, protezione
di informazione non condivisa.
In virtù di
questa deroga, i centri di ricerca avrebbero possibilità di condividere la
conoscenza scientifica e accelerare collaborazioni per lo sviluppo di nuovi
prodotti per combattere il virus, ciò che permetterebbe una più agile risposta
alla domanda di attrezzature, diagnostici e medicinali, e a costi inferiori,
non solo nei Paesi a basso reddito.
La deroga è
prevista in base dell’Art. IX comma 3 e 4 dell’Accordo di Marrakesh che ha
costituito l’Organizzazione mondiale del commercio.
La
condizione è che esista una giustificazione fondata su circostanze eccezionali,
e che siano esplicitati i termini anche temporali di suddetta
sospensione. Il mondo sprofonda in una realtà di accesso diseguale alle
tecnologie che servono con urgenza per contenere la pandemia.
L’emergenza
sanitaria richiede accesso rapido a tutti i prodotti medicali, ma i focolai
pandemici hanno generato un aumento repentino della domanda globale, un
fenomeno che ha lasciato molte nazioni in una situazione di acuta carenza di
scorte.
Ma la
insufficiente disponibilità di prodotti, o il loro costo eccessivo, è una
minaccia per tutti perché prolunga la pandemia. Sotto pressione dopo quasi un anno
di disperato (e talora disperante) contrasto agli effetti del nuovo
coronavirus, molti governi si indirizzano verso scelte di nazionalismo
sanitario.
I Paesi
ricchi ad esempio rappresentano il 13% della popolazione mondiale, ma si sono
già accaparrati più di due miliardi di dosi dei potenziali vaccini contro Covid-19, in una
corsa scomposta che la rivista Nature ha giustamente definito
“un’arrampicata diseguale ai vaccini”.
L’evidenza
empirica ha dimostrato oltre ogni dubbio che il regime di monopolio brevettuale
che gli accordi TRIPS dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) hanno
conferito alle industrie, come incentivo all’innovazione, rappresenta una delle
principali barriere di accesso ai farmaci essenziali nel mondo.
Gli effetti
negativi dei diritti di proprietà intellettuale, che permettono alle aziende
farmaceutiche nello specifico di fissare in esclusiva le condizioni di mercato
dei loro prodotti, sono stati ampiamente documentati con le patologie infettive
che hanno prevalentemente colpito i Paesi poveri (HIV/AIDS, malaria, polmonite).
Ma gli
squilibri prodotti dai brevetti farmaceutici, con la privatizzazione della
conoscenza scientifica e l’esorbitante costo dei farmaci che ne derivano, non
sono più solo un problema per i Paesi poveri, ma anche per quelli
industrializzati. La difficoltà di accesso alla terapia della Gilead Sciences
(la stessa azienda del farmaco Remdesivir) contro l’Epatite C per via del
prezzo inaudito del farmaco rimane un caso di studio su scala globale, con
effetti acuminati anche in Italia.
Il Consiglio
dei TRIPS ha discusso l’iniziativa di India e Sudafrica a metà ottobre, senza
venirne a capo. Il 20 novembre tornerà a esaminare la questione. Nel frattempo,
la proposta ha ottenuto il sostegno di molti Stati membri dell’Omc, di
organizzazioni internazionali (Oms, Unaids, Unitaid), di economisti come Joseph
Stiglitz, di oltre 400 organizzazioni della società civile impegnate nel mondo
per l’accesso ai farmaci essenziali.
La Santa
Sede si è espressa con una posizione forte a sostegno della soluzione indicata
da India e Sudafrica. Un lungo testo di appoggio alla deroga sui brevetti
è stata sottoscritta da diversi Rapporteurs dell’ONU, nei
giorni scorsi.
Si oppone
invece il blocco dei Paesi industrializzati, gli stessi Paesi che hanno
finanziato il colossale sforzo della ricerca con imponenti contributi pubblici
(11 miliardi di dollari gli USA, 16 miliardi di euro la Commissione europea),
senza negoziare con l’industria del farmaco la benché minima condizione sui
prezzi, sulla trasparenza degli studi clinici, sul trasferimento di
tecnologie.
Una
disarmante politica di laisser faire che contrasta con le
rigide barriere commerciali della proprietà intellettuale, vincoli che mettono
a durissima prova le proclamate aspirazioni a un vaccino universale e
l’orizzonte dell’accesso equo ai prodotti di cui tutti i Paesi
hanno bisogno, in tempo di Covid19.
L’Italia
molto ha sofferto la carenza di strumenti sanitari all’inizio della pandemia.
Molto personale medico si è ammalato e ha perso la vita per questo deficit di
strumenti essenziali.
Il nostro
Paese continua a soffrire duramente l’impatto del Covid-19. Ha dunque ogni
interesse ad appoggiare la proposta di India e Sudafrica. Una proposta di buon senso, di
grande beneficio per superare l’impasse sanitario ed economico in cui il mondo
si trova.
Il nostro
governo deve dunque adoperarsi con convinzione in seno all’Europa, con gli
altri Paesi membri, affinché l’ostilità della Commissione alla iniziativa di
India e Sudafrica sia immediatamente rimossa.
La eccezione
al regime ordinario dell’Accordo TRIPS, per la gestione straordinaria che
Covid-19 impone, sarebbe una misura internazionale realistica ed efficace.
Una scelta
immediata dell’Italia in questa direzione darebbe sostanza e credibilità alle
dichiarazioni del governo sul vaccino bene comune. Un orizzonte
politico che richiede scelte di senso, sia sul piano europeo che
internazionale, oltre le vecchie inservibili logiche del mercato.