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venerdì 17 febbraio 2023

Garattini: "Investire nel privato non giova alla salute pubblica" - Simonetta Pagliani

 

 

In tutte le democrazie occidentali, sempre più si va verso una sanità privata e l'outsourcing di istituzioni che prima erano gestite dallo Stato: un recente convegno all'Istituto Mario Negri ha riportato l'attenzione su questi temi, analizzandone le implicazioni.

Privatocrazia: oltre il mantra della parità pubblico-privato in sanità è l'eloquente titolo di un convegno organizzato dall'Istituto Mario Negri di Milano lo scorso 6 febbraio, e che ha affrontato con nettezza la contraddittorietà di un sistema sanitario nato pubblico nel 1978 e poi scivolato in una problematico condominio con la sanità privata, che in regioni come la Lombardia ha decisamente preso il sopravvento su una controparte pubblica via via più debole e impoverita. La fondamentale legge 833 del 1978 aveva fatto dell'Italia un avamposto dell'applicazione del costituzionale diritto alla salute nel mondo intero, sancendo l'universalità della copertura del Servizio sanitario nazionale.

In questo momento, il nostro sistema sanitario è ancora effettivamente universale. Tuttavia, alcuni principi stanno venendo meno, come quello per il quale tutti i cittadini devono essere curati nello stesso modo. Non è così, in un'Italia dove non solo permangono, ma si acuiscono, disparità di assistenza tra regione e regione così gravi da portare a una differenza di 13 anni di vita in salute tra chi abita in Alto Adige e chi abita in Calabria.

Accesso negato nel pubblico, le scorciatoie nel privato

Anche la globalità delle prestazioni erogate è ormai messa in discussione: la gamma delle prestazioni in capo al servizio sanitario è molto ampia nel testo di legge ma, nella realtà, i LEA (livelli essenziali di assistenza) che avrebbero dovuto essere il "pavimento" sotto il quale non bisognava scendere, sono ora una chimera irraggiungibile in molte situazioni nazionali: LEA e LEP (livelli essenziali di prestazioni) sono ormai diritti esigibili per prestazioni non disponibili, in termini di presenza regionale, di tempi d'attesa e di qualità non sufficiente. Infine, i ticket sanitari sono differenziati per regione, pur su LEA identici.

Nel 2016, l'Italia era al 6° posto per percentuale di popolazione che non accedeva ai servizi sanitari; nel 2021 tale percentuale è salita all'11%, in tutte le regioni ma soprattutto al Sud. La crisi economica, accentuata dalla pandemia, ha portato alla rinuncia a spendere per la propria salute o all'impoverimento a causa dei consumi sanitari. La migrazione sanitaria, indice della disuguaglianza assistenziale, è aumentata del 50%, con trasferimento di risorse dalle regioni più povere alle regioni più ricche (e soprattutto al loro settore privato, più o meno convenzionato, più o meno mascherato) e, per di più, tali risorse sono spendibili solo da alcuni ceti sociali.

Quando è stata emanata la legge 833, la fiscalità era concepita in modo tale che il concorso alla spesa sanitaria era suddiviso in base alle risorse economiche di ciascun cittadino; ora, però, la progressività fiscale è stata gradualmente mutilata, con la conseguenza di alleviare il peso ai ricchi e di scaricarlo maggiormente sui poveri. In Italia ci sono 50 miliardari che hanno la stessa ricchezza dei 18 milioni più poveri: va impedito che la salute diventi l'appannaggio dei più ricchi.

Nei quarant'anni passati dal varo della legge, gli italiani hanno introiettato i principi di una sanità pubblica che, pur essendo sotto-finanziata (il fondo sanitario nazionale è il 6,1% del PIL, sotto il minimo adeguato di 6,5 secondo l'ONU e la metà della percentuale tedesca), ha prodotto ottimi indicatori di sopravvivenza, molto migliori, per esempio, di quelli degli USA, che pure devolvono alla sanità il 15% del PIL. Devono, perciò, vigilare perché tale eccellenza sanitaria generalista non vada progressivamente erodendosi: l'ipotesi di legge dell'"autonomia regionale differenziata", invece di spingere verso l'uguaglianza tra le regioni, tende ad accentuarla. Si pensi che la spesa sanitaria pubblica finanzia ora fornitori pubblici per il 70% e per il 30% fornitori privati, ma le percentuali si stanno avvicinando; portabandiera di questa tendenza sono Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, che vogliono avocare a sé la governance di tutti gli enti sanitari e persino della prescrivibilità dei farmaci, pretesa che viene meno al dovere di solidarietà nazionale.

Il tramonto della sanità pubblica

A dispetto di tutte le prove esistenti sul rapporto inverso tra salute dei cittadini e assenza di un sistema sanitario universalistico, ovunque, in Occidente, vi è un restringimento della sanità pubblica a favore di quella privata. Negli Stati Uniti esso è palese (limitazione della popolazione assistita e riduzione delle prestazioni disponibili), ma anche in Italia questa tendenza è in atto da più di un decennio, serpeggiando, talvolta, in modo "carsico", con la riduzione dell'accessibilità alle prestazioni, con la defiscalizzazione che toglie risorse alla sanità pubblica, con l'affidamento a privati di servizi assistenziali e diagnostici, con la collocazione in edifici privati di presidi di sanità pubblica.

Dagli anni '70, d'altronde, è in atto in tutte le democrazie occidentali, una trasformazione della sanità in senso neoliberistico, in cui il primato è attribuito al mercato, che impone l'esternalizzazione (outsourcing) di tutte le istituzioni che un tempo erano in mano allo stato, in un regime in cui il privato diventa co-gestore delle risorse pubbliche. In Italia, per ora, l'esternalizzazione ha raggiunto solo marginalmente il nocciolo della cosa pubblica, ma lo sta assediando. La progressiva introduzione di strategie di mercato nella conduzione della res publica ha millantato una maggiore efficienza e un risparmio per i cittadini, ma nei paesi dove essa è più pronunciata (USA) ha già fallito in molti settori, da quello della sanità a quelli dell'istruzione e persino a quello militare.

È, comunque, un errore valutare la privatizzazione solo o soprattutto in termini costi-benefici economici: occorre valutarla rispetto al suo peso sulla legittimità stessa delle istituzioni democratiche. Come è stato ribadito durante il convegno, lo stato non è un'azienda, ma il luogo di esercizio dei diritti umani in assenza di dominio e di arbitrio. Questa è la lezione di Kant: nello stato pre-civile, è l'individuo a decidere i limiti della libertà altrui, in base al proprio potere fisico o economico. Solo lo stato democratico può definire e implementare i diritti, in nome della collettività. Le esternalizzazioni, che delegano ai privati grandi discrezionalità su tali diritti, mettono quindi a repentaglio le basi stesse della democrazia: l'appalto a organizzazioni private di funzioni pubbliche inficia la possibilità di controllo da parte dello stato, che ne viene depotenziato, mina la capacità di vigilanza civica, determinando la cosiddetta "apatia civica", per la molteplicità degli attori in ballo e per la difficoltà di riconoscere i responsabili di eventuali carenze di servizio.

Persino le associazioni no profit possono contribuire a depotenziare le funzioni pubbliche, spesso mischiando laico e religioso e albergando, in mezzo a organizzazioni socialmente benemerite, altre affette da corruzione.

Privatizzandosi, insomma, lo stato abdica alla sua responsabilità primaria di creare situazioni di giustizia per tutti, in assenza di dominio. Silvio Garattini ha chiuso il convegno con una lectio magistralis che ha richiamato tutti i temi cari alla medicina democratica, dalla sostenibilità ambientale alla non liceità morale dei brevetti sui farmaci utili, dalla facilità di autorizzazione di famaci inutili alla necessità di allineare le assunzioni e la retribuzione del personale sanitario alle medie europee e di aumentare il fondo sanitario nazionale. Vale la pena di leggerla (o ascoltarla) per intero.

QUI

Ascolta l'intervento integrale di Silvio Garattini

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lunedì 14 marzo 2022

Vaccini anti-Covid, l’Italia proroga i brevetti e fa un enorme regalo alle multinazionali - Vittorio Agnoletto

 

L’Italia, con una decisione dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM), che dipende dal ministero dello Sviluppo Economico guidato dal ministro Giancarlo Giorgetti, ha prolungato la durata di alcuni brevetti connessi ai vaccini AstraZeneca, Pfizer e Moderna di un ulteriore periodo di monopolio che va dai tre anni e mezzo ai cinque e che si aggiungono ai vent’anni già stabiliti dagli accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale definiti all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo è stato scoperto e segnalato da Lorenzo Cassi, professore associato in Economia alla Sorbona, l’Università Parigi 1 ed è stato presentato a “37e2”, la trasmissione sulla salute di Radio Popolare (dal min. 4,05)

Tutto questo avviene mentre oltre 100 Paesi, migliaia di associazioni, centinaia di premi Nobel e di ex capi di stato, oltre a papa Francesco, chiedono di sospendere per tre anni i brevetti sui vaccini per il Covid. Pfizer ha annunciato in questi giorni di aver realizzato ricavi per 81 miliardi di dollari nel 2021, quasi il doppio rispetto al 2020.

Ogni farmaco è coperto da decine o più brevetti di prodotto o di processo; brevetti che tutelano le scoperte ed impediscono ad altri di utilizzarle, alcuni di questi brevetti possono essere stati depositati vari anni prima e talvolta bloccano l’accesso a metodiche che si sono dimostrate efficaci in differenti ambiti

Per fare un esempio: immaginiamo di percorrere l’autostrada del Sole da Milano a Roma; vi sono vari caselli a Lodi, Piacenza, Bologna, Firenze ecc. attraverso i quali è obbligatorio passare; se quei caselli sono chiusi ci si ferma, altrimenti si può proseguire fino al prossimo casello chiuso, avvicinandosi alla meta, da lì in poi sarà necessario trovare altre strade. Se invece i caselli sono tutti chiusi l’autista rimane al punto di partenza e deve trovare un percorso completamente alternativo.

Afferma il prof. Cassi:

“I due certificati di proroga concessi dall’UIBM non hanno ragione economica avendo le imprese produttrici dei brevetti realizzato profitti ampiamente sufficienti a ripagare gli investimenti e beneficiato di una procedura eccezionale per tempi e modalità.

Mi concentro sul brevetto Curevac che riguarda la metodica MRNA e che coinvolge Pfizer e Moderna. Si tratta di un brevetto del 2002 e che quindi sarebbe andato in scadenza nel 2022 mentre è stato prorogato fino al 2027. Curevac ha fatto richiesta in vari stati europei di un supplemento di protezione in base all’autorizzazione ottenuta dai farmaci di Pfizer e Moderna. Fino ad ora solo Italia, Germania e Svizzera l’hanno concesso, mentre la Francia l’ha rifiutato ed altri Paesi non hanno ancora dato risposta. L’UIBM ha fatto quindi da apripista dando risposta positiva per primo.

Oltre questioni economiche e di opportunità umanitaria e politica vi sono almeno due anomalie tecniche.

Prima: senza la procedura accelerata concessa dall’Ema, l’Agenzia Europea del Farmaco e della quale le aziende hanno beneficiato, il brevetto sarebbe probabilmente scaduto e non sarebbe stato possibile ottenere la proroga: infatti, uno dei pre-requsiti è che il brevetto sia ancora in essere. Anche qui sarebbe stato meglio essere più prudenti anziché rispondere in meno di un mese.

Seconda: questo è un brevetto molto ampio per copertura (oltre i vaccini sono menzionati la rigenerazione dei tessuti, come possibile applicazione) e non è necessariamente collegato al principio attivo contenuto nei vaccini autorizzati. Almeno questa è l’interpretazione dell’Inpi, ufficio brevetti francese, che con questa argomentazione ha rifiutato di concedere il supplemento di 5 anni. Hanno semplicemente applicato una pratica ordinaria: studiato il brevetto e detto che non aveva diritto al supplemento di protezione”.

Bloccare per ulteriori cinque anni un brevetto del 2002 significa ridurre le possibilità di ricerca, facendo un enorme regalo alle multinazionali del farmaco, come spiega il prof. Silvio Garattini. Inoltre, qualora nei prossimi anni in un altro Paese venga prodotto un vaccino o un farmaco che utilizzi questo brevetto in Italia non potrà essere utilizzato fino al 2027

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha risposto a Radio Popolare prima cercando di allontanare da sé ogni responsabilità scaricando tutto sull’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, poi sostenendo che si tratta di prassi ordinaria e che l’Italia non si è comportata diversamente da quanto hanno fatto gli altri paesi. Ma come ha spiegato il prof. Cassi la realtà è ben diversa.

La concessione dell’estensione temporale del brevetto è avvenuta il 18 marzo 2021 pochi giorni prima che il parlamento italiano votasse una risoluzione nella quale chiedeva al governo di sostenere la sospensione temporanea dei brevetti. Non solo il governo ignorò totalmente tale risoluzione, ma non ci risulta che abbia comunicato al parlamento l’ulteriore proroga concessa.

E’ difficile pensare che una simile decisione sia avvenuta all’insaputa dei ministri dello Sviluppo Economico e della Sanità e dello stesso Presidente del Consiglio. Chiedo spiegazioni al governo italiano. Tali estensioni devono essere rimosse, nell’interesse prioritario della salute, della ricerca e dell’economia pubblica.

da qui

giovedì 3 dicembre 2020

Il vaccino e la deroga ai brevetti - Nicoletta Dentico, Silvio Garattini

A nove mesi dall’inizio della pandemia, non esiste ancora una misura di politica internazionale in grado di garantire a tutti l’accesso al vaccino o agli altri rimedi che saranno scoperti contro Covid-19. 

Da mesi si fa grande esercizio di retorica internazionale sull’accesso universale al vaccino. Anche in Italia il governo Conte, nelle parole del ministro Speranza, invoca il vaccino come “bene pubblico” e promette “accesso equo”.

Ma oltre le parole, il nostro governo ha idea delle condizioni che servono, per dare concretezza al vaccino “bene comune”? E che cosa intende fare per non sprecare questa crisi, che si è abbattuta sull’Italia e il suo sistema sanitario con particolare virulenza? 

Una ragionevole pista di lavoro viene dai governi di India e Sudafrica. Il 2 ottobre 2020, i due Paesi hanno inviato all’ Organizzazione mondiale del commercio (Omc o Wto) una proposta congiunta con cui chiedono una deroga ai brevetti e agli altri diritti di proprietà intellettuale in relazione a farmaci, vaccini, diagnostici, dispositivi di protezione personale, e le altre tecnologie medicali per tutta la durata della pandemia, fintantoché non sia stata raggiunta l’immunità.

Si tratta insomma di concedere una sospensione temporanea di tutti gli obblighi contenuti nella Sezione I, Parte II dell’Accodo TRIPS – quella concernente copyrights, disegni industriali, brevetti, protezione di informazione non condivisa.

In virtù di questa deroga, i centri di ricerca avrebbero possibilità di condividere la conoscenza scientifica e accelerare collaborazioni per lo sviluppo di nuovi prodotti per combattere il virus, ciò che permetterebbe una più agile risposta alla domanda di attrezzature, diagnostici e medicinali, e a costi inferiori, non solo nei Paesi a basso reddito.

La deroga è prevista in base dell’Art. IX comma 3 e 4 dell’Accordo di Marrakesh che ha costituito l’Organizzazione mondiale del commercio.

La condizione è che esista una giustificazione fondata su circostanze eccezionali, e che siano esplicitati i termini anche temporali di suddetta sospensione. Il mondo sprofonda in una realtà di accesso diseguale alle tecnologie che servono con urgenza per contenere la pandemia.

L’emergenza sanitaria richiede accesso rapido a tutti i prodotti medicali, ma i focolai pandemici hanno generato un aumento repentino della domanda globale, un fenomeno che ha lasciato molte nazioni in una situazione di acuta carenza di scorte.

Ma la insufficiente disponibilità di prodotti, o il loro costo eccessivo, è una minaccia per tutti perché prolunga la pandemia. Sotto pressione dopo quasi un anno di disperato (e talora disperante) contrasto agli effetti del nuovo coronavirus, molti governi si indirizzano verso scelte di nazionalismo sanitario.

I Paesi ricchi ad esempio rappresentano il 13% della popolazione mondiale, ma si sono già accaparrati più di due miliardi di dosi dei potenziali vaccini contro Covid-19, in una corsa scomposta che la rivista Nature ha giustamente definito “un’arrampicata diseguale ai vaccini”.  

L’evidenza empirica ha dimostrato oltre ogni dubbio che il regime di monopolio brevettuale che gli accordi TRIPS dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) hanno conferito alle industrie, come incentivo all’innovazione, rappresenta una delle principali barriere di accesso ai farmaci essenziali nel mondo.

Gli effetti negativi dei diritti di proprietà intellettuale, che permettono alle aziende farmaceutiche nello specifico di fissare in esclusiva le condizioni di mercato dei loro prodotti, sono stati ampiamente documentati con le patologie infettive che hanno prevalentemente colpito i Paesi poveri (HIV/AIDS, malaria, polmonite).

Ma gli squilibri prodotti dai brevetti farmaceutici, con la privatizzazione della conoscenza scientifica e l’esorbitante costo dei farmaci che ne derivano, non sono più solo un problema per i Paesi poveri, ma anche per quelli industrializzati. La difficoltà di accesso alla terapia della Gilead Sciences (la stessa azienda del farmaco Remdesivir) contro l’Epatite C per via del prezzo inaudito del farmaco rimane un caso di studio su scala globale, con effetti acuminati anche in Italia.   

Il Consiglio dei TRIPS ha discusso l’iniziativa di India e Sudafrica a metà ottobre, senza venirne a capo. Il 20 novembre tornerà a esaminare la questione. Nel frattempo, la proposta ha ottenuto il sostegno di molti Stati membri dell’Omc, di organizzazioni internazionali (Oms, Unaids, Unitaid), di economisti come Joseph Stiglitz, di oltre 400 organizzazioni della società civile impegnate nel mondo per l’accesso ai farmaci essenziali.

La Santa Sede si è espressa con una posizione forte a sostegno della soluzione indicata da India e Sudafrica. Un lungo testo di appoggio alla deroga sui brevetti è stata sottoscritta da diversi Rapporteurs dell’ONU, nei giorni scorsi. 

Si oppone invece il blocco dei Paesi industrializzati, gli stessi Paesi che hanno finanziato il colossale sforzo della ricerca con imponenti contributi pubblici (11 miliardi di dollari gli USA, 16 miliardi di euro la Commissione europea), senza negoziare con l’industria del farmaco la benché minima condizione sui prezzi, sulla trasparenza degli studi clinici, sul trasferimento di tecnologie. 

Una disarmante politica di laisser faire che contrasta con le rigide barriere commerciali della proprietà intellettuale, vincoli che mettono a durissima prova le proclamate aspirazioni a un vaccino universale e l’orizzonte dell’accesso equo ai prodotti di cui tutti i Paesi hanno bisogno, in tempo di Covid19.  

L’Italia molto ha sofferto la carenza di strumenti sanitari all’inizio della pandemia. Molto personale medico si è ammalato e ha perso la vita per questo deficit di strumenti essenziali.

Il nostro Paese continua a soffrire duramente l’impatto del Covid-19. Ha dunque ogni interesse ad appoggiare la proposta di India e Sudafrica. Una proposta di buon senso, di grande beneficio per superare l’impasse sanitario ed economico in cui il mondo si trova.

Il nostro governo deve dunque adoperarsi con convinzione in seno all’Europa, con gli altri Paesi membri, affinché l’ostilità della Commissione alla iniziativa di India e Sudafrica sia immediatamente rimossa.

La eccezione al regime ordinario dell’Accordo TRIPS, per la gestione straordinaria che Covid-19 impone, sarebbe una misura internazionale realistica ed efficace.

Una scelta immediata dell’Italia in questa direzione darebbe sostanza e credibilità alle dichiarazioni del governo sul vaccino bene comune. Un orizzonte politico che richiede scelte di senso, sia sul piano europeo che internazionale, oltre le vecchie inservibili logiche del mercato.

da qui