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venerdì 9 gennaio 2026

Spagna, la miniera di Manresa e la devastazione ambientale dell’Israeli Corporation - Stefano Portelli e Josep Lluis Mateo Dieste

 

Nei giorni del “blocchiamo tutto” contro l’attacco alla Global Sumud Flotilla, in Catalogna c’è stata un’importante protesta contro le miniere dell’impresa israeliana ICL, nella zona di Manresa. La manifestazione è stata caricata violentemente dalla polizia della regione autonoma, i Mossos d’Esquadra: gli agenti avevano i passamontagna ed erano molto aggressivi, hanno trattato i manifestanti come terroristi, sostenendo che ci fossero sbarre di ferro e altri oggetti pericolosi nascosti dal corteo.

La protesta ha mostrato la convergenza tra il movimento in difesa del territorio, che da anni denuncia la devastazione causata dalle miniere, e il movimento di solidarietà per la Palestina, molto forte in tutta la Catalogna. Non ci sono solo le grandi mobilitazioni di Barcellona – come quelle in occasione della partenza della Flotilla, forse anche troppo mediatizzate, con grandi schermi e personalità politiche. Come anche in Italia, il movimento è decentralizzato, con azioni in moltissime altre città e regioni, anche piccole o periferiche. Nella città di Manresa, che ha meno di centomila abitanti ma una rete di associazionismo molto forte, il 2 ottobre una grande manifestazione aveva bloccato i binari del treno: i manifestanti avevano bruciato anche delle traverse di legno per mantenere ferma la circolazione; il 4, invece, gli studenti delle scuole superiori hanno bloccato per un’ora l’autostrada Eix Transversal. L’azione più importante però è stata la protesta del 3 ottobre davanti alle miniere della multinazionale israeliana ICL a Súria. Queste proteste hanno visto la convergenza tra il movimento per il boicottaggio a Israele e le proteste locali in difesa del territorio e dalla popolazione da una delle forme più dannose di estrattivismo capitalista.

La Israeli Corporation LimitedICL, che acquistò le miniere di Súria e Sallent in Catalogna negli anni Novanta, fa parte della vasta rete di grandi aziende che sostengono il sionismo sin da prima della nascita di Israele. Già negli anni Venti ICL estraeva minerali dai territori palestinesi; si è consolidata negli anni Sessanta, con progetti di estrazione nei territori occupati del Naqab e delle sponde del Mar Morto, diventando un pilastro importante del capitalismo israeliano. Le miniere di Súria e Sallent erano state pubbliche, ed erano già di per sé causa di devastazione ambientale prima dell’acquisto da parte di ICL: una delle ragioni per cui l’acqua a Barcellona è imbevibile nonostante i tantissimi acquiferi sotterranei, è che per decenni i residui salini delle miniere sono stati sversati sul territorio, in particolare in una conca che è diventata una colossale montagna di sale alta cinquecento metri e larga cinquanta ettari. Il sale penetra nelle falde acquifere e raggiunge il fiume Cardener, che alimenta Manresa, e il fiume Llobregat, che alimenta Barcellona.

Con l’arrivo dell’impresa israeliana, si sono aperte le porte a tutti i progetti e le richieste dell’industria: la Generalitat ha sempre avuto legami stretti con Israele, e oggi il sostengo pubblico alla ICL mette in difficoltà ogni altro produttore della zona. Oltre a provare a presentare l’incredibile cumulo di residui salini come un’attrazione turistica, la Generalitat ha offerto i suoi Ferrocarrils, i treni regionali, per il trasporto del potassio verso il porto di Barcellona. Un progetto da cento milioni di euro approvato pochi anni fa prevede la canalizzazione diretta dei residui verso il mare, con una linea di tubature di settanta chilometri. Nella zona di Manresa i lavori sono già visibili: posare le tubature richiede il taglio di boschi e lo scempio di aree naturali, sempre accanto al fiume Llobregat, con i conseguenti rischi di sversamento. La Generalitat sta coprendo il dieci per cento dei costi di questa devastazione con fondi pubblici. Inoltre, nel 2023 ci fu un gravissimo incidente, in cui morirono due giovani tirocinanti e un geologo, tutti con meno di trent’anni, che rimasero bloccati in un tunnel a un chilometro di profondità.

Le proteste sono cresciute sin dal 2015, quando l’industria ha patrocinato la squadra di basket di Manresa. La contestazione ha portato la questione all’attenzione pubblica, convergendo anche con le lotte per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a Israele. La convergenza ha fatto sì anche che si conoscesse il coinvolgimento della ICL nell’industria militare e nella colonizzazione della Palestina. I vertici di ICL infatti sono stati militari e imprenditori dell’industria militare: Yohannan Loker, direttore tra il 2016 e il 2019, era pilota dell’esercito, poi capo di stato maggiore con Netanyahu; gli azionisti sono anche azionisti della Elbit System, una delle principali industrie militari, e la compagnia è legata anche a la Naviera ZIM, che trasporta le armi dagli Usa a Israele. Il sospetto più grave però è che il fosforo bianco estratto non sia usato solo per la produzione di fertilizzanti, come dichiarato, bensì che rifornisca le terribili armi che bruciano la pelle in modo irreversibile, arrivando fino all’osso, e che sono state denunciate da Amnesty International e proibite dalle convenzioni internazionali. Ovviamente non ci sono prove definitive: ma alcuni documenti mostrano che la filiale ICL America, che ha una fabbrica a Saint Louis, sia vincolata alla fabbricazione del fosforo bianco per gli eserciti di Usa e Israele (tra l’altro, insieme alla Monsanto, altro nome noto della produzione di fertilizzanti chimici).

L’enorme sostegno alla ICL da parte della Generalitat catalana e dalla sua polizia – che riceve anche addestramento dalla polizia israeliana – ovviamente frustra molte delle azioni che denunciano la devastazione ambientale e umana provocata da questa compagnia. Manresa è una città con una forte componente operaia e una forte rete di associazionismo in difesa del territorio. Negli ultimi mesi il movimento locale ha tentato di bloccare anche la partita che la squadra di basket  doveva giocare con l’Hapoel di Gerusalemme, cercando di impedire l’accesso degli atleti in campo. I Mossos hanno dispiegato un grosso contingente di furgoni della Brigata Mòvil per impedire le proteste. Alla fine la partita si è giocata, ma la mobilitazione ha avuto molta eco. Anche il giorno della protesta davanti alla miniera di Súria, nonostante l’aggressività dei Mossos, i manifestanti sono riusciti comunque a piantare un ulivo subito fuori dalla miniera. 

da qui

sabato 27 aprile 2024

La Rinconada, la città estrema oltre le nuvole – Marta Zelioli

 

C’è un posto dove si vive letteralmente sopra le nuvole, a 5100 metri sul livello del mare. Descritto in questo modo potrebbe sembrare un luogo da sogno, da visitare assolutamente, poiché caratteristico e senza eguali. Le cose non stanno esattamente così (anche se, effettivamente, per essere caratteristico lo è), quindi prima di prepararvi per cercare in rete un albergo – che peraltro non esiste – e pensare a souvenir e calamite, mettetevi comodi e continuate a leggere.

 

La località in questione è considerata la più vicina allo spazio. Lì, terra e nuvole si fondono, l’atmosfera si assottiglia notevolmente, gli abitanti vivono con il 50% di ossigeno rispetto alla norma e la città è 300 metri più alta del Monte Bianco. Chi è nato in questo posto – oppure chi ha deciso di trasferirvisi – ha subìto delle vere e proprie modifiche a livello corporeo e produce il doppio delle cellule del sangue rispetto a chi abita in altri luoghi.

Questa città è nota come “la più pericolosa al mondo”, ha un aspetto triste e cupo, molto roccioso, poiché nemmeno gli alberi riescono a sopravvivere. Essendo così in disparte rispetto al resto del mondo, a farla da padroni sono la criminalità e ogni tipo di pericolo. La città in questione è La Rinconada, si trova sulle Ande peruviane, per la precisione nella regione di Puno. Vi si è avventurato uno youtuber turco, Ruhi Çenet, e ha fatto un piccolo reportage per mostrare, per sommi capi, qual è la vita in questo posto dimenticato.

Per quale motivo una persona dovrebbe pensare di andare a vivere, se non per uno smodato senso di autolesionismo, a La Rinconada? Il trasferimento viene azzardato da chi desidera andare in cerca dell’oro, oppure per fuggire alla legge. Sì, perché a La Rinconada vi sono delle miniere, gestite ovviamente da gruppi criminali, e la gente vi si reca spontaneamente pensando di poter fare fortuna. Quindi, a condurre le persone in questo terribile luogo è uno dei sette peccati capitali: l’avidità.

Più selvaggia del selvaggio West

La Rinconada si trova a sei ore di distanza da Puno e a due ore da Putina. In queste città si possono prendere dei combis (si tratta di minibus) per raggiungere la cima del mondo. Anche arrivare non è semplice, poiché con il passare dei chilometri le strade si fanno sempre più malandate e spesso, proprio percorrendo il tragitto, si è vittima di incidenti stradali. Sono infatti assenti le protezioni a bordo strada e i bus precipitano letteralmente giù dalla montagna.

 

Questo assurdo e maledetto ‘pellegrinaggio’ ha avuto inizio quasi 40 anni fa, quando gruppi criminali si sono spostati e hanno portato con sé dei minatori disperati e speranzosi di poter fare fortuna. Voler visitare La Rinconada può significare sparire nel nulla, non esiste infatti alcun registro in cui viene segnalata la vostra presenza quando siete lì. L’accostamento con la citazione di Dante – “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate” – è dunque quanto mai azzeccata. Il suo soprannome, in fondo, è “il paradiso del Diavolo”.

Se quanto appena narrato non dovesse bastarvi, se doveste avere la mala pensata di andare a visitare La Rinconada, forse attratti proprio da quest’aura misteriosa e disgraziata al tempo stesso, tenete presente che dovreste portare con voi una bombola di ossigeno per consentire al vostro corpo di abituarsi gradualmente al severo cambio di altitudine. 

In caso contrario, sarebbe molto rischioso raggiungere la vetta. Si andrebbe incontro al mal di montagna, con sintomi come emicrania, nausea, vertigini. Fondamentale, inoltre, è bere molto, poiché è importante mantenersi idratati. Ma non acqua del luogo (anche lì c’è la fregatura), quella è contaminata. Come antidoto, gli abitanti del posto propongono ai turisti le foglie di coca per poter rilassare il corpo e consentirgli di abituarsi alla differenza di altitudine e combattere quindi il mal di montagna. Un classico rimedio della nonna, insomma.

La Rinconada, “il paradiso del Diavolo”

La Rinconada è una sorta di vecchio West, la gente viene qui per un’unica ragione, come già detto, quella di trovare l’oro tramite le miniere. Del resto, in America Latina la caccia al prezioso metallo è sempre stata molto sentita, a partire dagli antichi Aztechi, passando per gli Inca, che per questo motivo schiavizzavano intere popolazioni: l’avidità che percorre i secoli. La montagna è controllata dalla Corporación Minera Ananea, che subaffitta il territorio a dei gruppi illegali.

 

Le persone vivono in baracche di metallo senza finestre. Le temperature non sono affatto miti, vista la sua altezza, infatti, fa piuttosto freddo. La notte si arriva anche a dei cali fino a -10 gradi, le estati durano poco, gli inverni anche, brevi e nevosi, ma si tratta di un luogo freddo e coperto per tutto l’anno. All’interno della miniera le temperature scendono anche a -20. Nonostante lo stile di vita sia proibitivo, la gente che vi abita ha dichiarato che chi sopravvive non è chi è dotato di un fisico resistente, ma colui che è più forte mentalmente, perché la pressione psicologica è molto più dannosa del resto, che è tutto dire.

Prodotti chimici mortali come il cianuro e il mercurio, che servono per lavorare l’oro, hanno avvelenato il suolo e l’acqua agricola. L’unica fonte di acqua potabile della città proviene dai laghi e questi sono contaminati a loro volta dal mercurio. I bambini giocano fino a tardi per le strade, hanno a disposizione sia la scuola primaria che secondaria. Per proseguire eventualmente il loro percorso di studi, poi, l’unica possibilità è trasferirsi altrove, oppure rimanere lì e lavorare nelle miniere.

A causa della corsa all’oro, al momento gli abitanti sono saliti a 50mila (numeri non ufficiali, non essendoci un censimento). Come se non bastasse, tutte queste persone depositano in mezzo alla strada i loro rifiuti creando un ambiente ulteriormente tossico, in quanto il governo non offre loro alcun servizio di smaltimento dell’immondizia. Per le vie della città sono presenti letteralmente delle montagne di pattume, una discarica a cielo aperto. Non va meglio per quanto riguarda le fogne, che sono a loro volta assenti, e le acque di scarico scorrono per le strade. Ovviamente la vita media è molto bassa: 35 anni di età. In realtà, ci si stupisce di come arrivino così lontano.

Chi vi rimane a vivere, muore a causa di malattie polmonari e infezioni respiratorie che col tempo corrodono il sistema nervoso, portando a deformazioni e a perdita di memoria, per poi far sopraggiungere paralisi e morte. E se non sei abbastanza fortunato da morire di “vecchiaia”, gli abitanti hanno dichiarato che ogni due settimane scompare qualcuno. Nel nulla.

Tra superstizione e criminalità

A troneggiare in cima alla città mineraria vi è la bella addormentata (Bella Durmiente), una montagna così chiamata perché, guardandola con attenzione, si può intuire il profilo di una donna che riposa. Per questo motivo nelle miniere non vi possono lavorare le donne, perché la leggenda dice che lei ne sarebbe gelosa e potrebbe arrabbiarsi tanto da provocare dei terremoti. La popolazione femminile quindi si arrangia cercando l’oro nelle rocce gettate fuori dalla miniera, sperando di raccogliere qualcosa tramite gli scarti.

 

Si possono notare queste piccole figure vagare intorno alle miniere nel tentativo di recuperare qualcosa in questo modo: con dei martelli spaccano le pietre e cercano di racimolare dei minerali utili. Si chiamano pallaqueras, che dal quechua significa pallay, “raccogliere da terra”.

Per rendere il tutto ancor più pittoresco, la superstizione la fa da padrona: non solo alle donne è proibito lavorare per quanto dichiarato poc’anzi, vi è anche il rischio di essere uccisi e sacrificati alla terra. Questo viene definito il “pago“, o meglio “pago a la tierra”. Si viene letteralmente seppelliti vivi dentro la miniera, una donazione alla montagna per poter trovare l’oro. Si tratta di un rituale Inca per soddisfare la Pachamama, Madre Natura, che deve essere nutrita.

I minatori non hanno naturalmente alcuna tutela e rischiano la vita molto di frequente. E quando uno di questi muore, la famiglia viene risarcita con 600 dollari. Incidenti come esplosioni e avvelenamenti da gas avvengono 25 volte più di frequente rispetto ai Paesi avanzati, ovviamente, sembra anche assurdo a questo punto specificarlo, non esiste alcun tipo di assicurazione e di pensione. Il loro sistema di lavoro peraltro è obsoleto, si chiama “Cachorreo” e consiste nell’avere un giorno a disposizione per cercare l’oro a fini personali, mentre il resto del mese lavorano gratis per l’azienda proprietaria del giacimento. Indubbiamente un affarone…

La Rinconada e i pericoli della notte

L’elettricità in città è disponibile solo in alcuni punti, nei luoghi dove non vi è luce non è consigliabile avventurarsi. Le discoteche e i bar notturni sono pericolosissimi, in città è molto diffuso il traffico di esseri umani e naturalmente la prostituzione minorile. Vengono sfruttate circa 2500 ragazzine, che si fanno pagare due dollari per soddisfare i minatori. Non è nemmeno presente una prigione, non avrebbe senso, la legge tradizionale non esiste.

 

Come unico luogo di cura vi è una clinica molto piccola, di sole due stanze. In modo del tutto inaspettato in questo luogo di perdizione vi sono molti campi da calcetto, incredibilmente ben tenuti fra l’altro. Questa è la loro unica distrazione sana e fa quasi sorridere pensare a come il calcio sia arrivato anche fin là sopra.

A La Rinconada è molto frequente subire furti, poiché la gente porta con sé l’oro. D’altronde non vi sono delle banche disponibili. In compenso, logicamente, è pieno di negozi ‘Compro Oro’. In particolare, sono pericolosi quei luoghi da loro definiti “cantinas”, dove si ritrovano per bere e se si è ubriachi si corre il serio rischio che qualcuno si approfitti della poca lucidità e che si venga quindi facilmente aggrediti.

Nelle zone più critiche, dove non vogliono che si avvicinino degli estranei, sono presenti i ronderos, delle guardie selezionate dallo stesso villaggio. Questa è la loro unica legge. Sono persone molto rispettate, hanno l’autorità di poter fare quello che vogliono: punirti, picchiarti e (perché no?) torturarti. Perfino uccidere se si fanno prendere la mano.

Naturalmente, se non sei di lì rischi ancora di più. Molti turisti inconsapevoli sono arrivati in zone vietate e non si è più saputo nulla di loro. La loro scomparsa viene coperta con le scuse più banali, come l’essere caduti in un dirupo o qualche aggressione animale. In realtà, la gente del posto sa che sono intervenuti i ronderos con la loro giustizia sommaria. In alcune zone dove sono presenti questi guardiani non entra nemmeno la polizia, che secondo quanto descritto esiste a scopo puramente decorativo e comunque, anche se volesse agire, sarebbe in netta minoranza rispetto ai criminali e avrebbe sicuramente la peggio.

La Rinconada non è solo un ambiente malsano, dove accade di tutto e dove qualsiasi tipo di nefandezza è la regola: rapine, stupri, torture, omicidi, violenza di ogni tipo e sacrifici umani. La ricerca spasmodica dell’oro ha anche portato a uccidere la stessa terra dove vivono, che cercano di omaggiare, paradossalmente, tramite i loro antichi rituali.

Un posto maledetto, senza pace e consolazione alcuna, dove domina incontrastata l’avidità che è in grado di portare solo morte e distruzione. Un circolo senza fine di brutti vizi che si rincorrono, nonostante tutti siano pienamente consapevoli di quello a cui vanno incontro, il luogo continua a vedere un riciclo continuo di presenze, il desiderio di ricchezza è più forte di qualunque altro. Forse, un giorno, la Bella Addormentata deciderà davvero di svegliarsi e di scuotersi di dosso tutto questo orrore.

da qui

 



martedì 24 gennaio 2023

Oggi non hanno vinto - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Ancora una volta, in tal caso in Cile, l’umanità si è trovata dinanzi al solito bivio. Da un lato lo sfruttamento cieco e incosciente del pianeta e dall’altro il rispetto per la natura in quanto tutto, che contiene noi altri come il resto delle creature viventi. E ha preso la sua decisione.

C’era una volta una storia che andrà come andrà, e non sarà un finale facile da accettare.
Lo temo, lo suppongo, me l’aspetto e ho accumulato sin troppo disincanto nel corpo per immaginare una conclusione differente.
D’altra parte, dal punto di vista anagrafico, come molti della mia generazione non sono di certo persona interessata. Al massimo, responsabile, per alcuni aspetti anche colpevole. Perciò lasciamo in pace le meritate e necessarie speranze di chi vive e soprattutto vivrà in prima persona gli scenari futuri.
Nel mentre, siamo in Cile, nei pressi del comune di La Higuera della provincia di Elqui nella Regione di Coquimbo.
Su questa zona ha mosso una decina di anni addietro le proprie fameliche quanto sbavanti fauci il progetto denominato Dominga. Supportato dai precedenti governanti per varie ragioni tutt’altro che casuali, prefigura la realizzazione di un impianto minerario portuale, attingendo al giacimento situato proprio a 16 km a nord-ovest della città di La Higuera.
Tuttavia, approfittando della traduzione italiana del nome del progetto stesso, come dire, non è sempre dominga, ovvero domenica.
Difatti, nonostante le belle parole nella presentazione dell’iniziativa - laddove anche nelle operazioni maggiormente devastanti dal punto di vista ecologico si cerca di sfangarla tramite una sorta di greenwashing semantico con aggettivi tipo “sostenibile” o “rinnovabile” - nel 2017 la valutazione ambientale del progetto ha restituito pareri decisamente negativi.
Ne ha pagato le spese – giustamente a mio avviso – il governo Bachelet, tra dimissioni di ministri a destra e a manca, anche se dal punto di vista dell’orientamento politico, visto ciò che è accaduto con l’esecutivo successivo, forse bisognerebbe che questa gente con il telecomando delle nostre vite nelle mani e coloro che glielo affidano cominciassero a capire che l’effettiva priorità dell’ambiente su ogni nostra decisione non è solo una cosa di sinistra o di destra, ma di semplice buon senso.
Nondimeno, come premesso, nonostante in Cile nel 2018 si sia passati da un governo socialista a uno di pensiero opposto come quello di Sebastián Piñera, il famigerato progetto è rimasto invariato sul tavolo, in cima alle urgenze.
A esser franchi, lo stesso Piñera ne era un forte sostenitore finché è stato presidente prima della stessa Bachelet dal 2010 al 2014.
Il tutto comprovato dalle informazioni emerse dallo scandalo dei Panama Papers, dove tra l’altro venne fuori il coinvolgimento della famiglia del presidente sin dal 2010, azionista di maggioranza del 56% del progetto stesso.
Ripeto, sarà forse un evidente sintomo del tempo che passa, ma su questo argomento non sono particolarmente ottimista, qualora volga lo sguardo verso l’orizzonte.
Tuttavia, lo scorso mercoledì un comitato ministeriale del nuovo governo dell’attuale presidente Gabriel Boric ha dato ai cileni e soprattutto alla terra che li ospita una buona notizia: il progetto Dominga è stato bocciato nuovamente in quanto dimostra nei fatti di non voler fare abbastanza per evitare l'impatto dell’estrazione sulle vicine riserve marine e naturali, le quali ospitano delfini tursiopi, diverse specie di balene e il pinguino di Humboldt.
C’era una volta infine una storia, la nostra, che andrà come andrà, e non credo che i miliardari e i miliardi che si nascondono o meno dietro tali mostruose azioni criminali si arrenderanno, ma per una volta non hanno vinto.
Oggi no.

da qui

martedì 20 ottobre 2020

Perù. Quando Davide sconfigge Golia - Claudia Fanti

Ogni tanto Davide torna a sconfiggere Golia. La fionda questa volta ha colpito il gigante nelle Ande peruviane, dove Máxima Acuña, premio Goldman per l’ambiente nel 2016, ha vinto una nuova battaglia contro la compagnia mineraria Yanacocha, di proprietà della statunitense Newmont Mining Corporation. Il Tribunale costituzionale ha infatti accolto venerdì scorso la denuncia presentata nel 2016 dalla contadina diventata simbolo mondiale della lotta all’estrattivismo, ordinando all’impresa di rispettare il diritto alla privacy della sua famiglia, rimuovendo la videocamera di sorveglianza collocata a 300 metri dalla sua abitazione e astenendosi dall’uso di droni sul suo appezzamento.

Si tratta dell’ultimo capitolo – ma è probabile che altri ne seguiranno – di una complessa vicenda giudiziaria che ha inizio già nel 2011, quando, nella regione di Cajamarca, la Yananocha decide di ampliare l’area di sfruttamento dell’omonima miniera, la più grande miniera d’oro a cielo aperto dell’America Latina. Il progetto di espansione, noto come progetto Conga, si scontra però contro i 24,8 ettari dell’appezzamento di terra a Tragadero Grande, nel distretto di Sorochuco, ottenuto legittimamente nel 1994 da Máxima Acuña, che di andarsene da lì non ne vuole proprio sapere. A nessun prezzo.

La Yanacocha le prova tutte, anche mandando due funzionari di polizia, nel gennaio del 2014, a casa della donna, per ordinarle di lasciare immediatamente la casa. Facendo leva sull’acquisto di centinaia di ettari direttamente dalla comunità di Sorochuco, tra cui, a suo dire, anche il terreno di Máxima (che tuttavia nessuno ha interpellato), la compagnia la denuncia per usurpazione, finché nel dicembre 2014 la donna viene riconosciuta innocente dal tribunale di Cajamarca.

Ma la Yanacocha non si arrende. Con un curriculum che vanta imprese come il devastante sversamento di mercurio a Choropampa, nel 2000, costato la vita a oltre 70 persone, e rimasto impunito, non può certo farsi fermare da una contadina alta un metro e mezzo.

Così, mentre il processo sulla titolarità dell’appezzamento va avanti, nel febbraio del 2015 circa 200 poliziotti fanno irruzione nel suo campo, demolendo una parte della casa costruita come protezione dalla pioggia. Mentre l’anno dopo, sempre a febbraio, sono le forze di sicurezza della Yanacocha a distruggere il raccolto di patate che Máxima e la sua famiglia stavano coltivando per il proprio sostentamento, sostenendo che le patate erano state piantate illegalmente. Le pressioni non si interrompono: insieme alla videocamera e ai droni, la compagnia erige una recinzione metallica intorno al suo terreno, come una gabbia, e schiera uomini della vigilanza sulla strada sterrata di Sorochuco, l’unica via a disposizione della famiglia per spostarsi. Cosicché chiunque voglia farle visita deve passare per un check-point e attendere un lasciapassare.

A fermare la Yanacocha non è bastata neppure la sentenza con cui, nel maggio del 2017, la Corte suprema di Giustizia ha riconosciuto alla famiglia Acuña Chaupe la proprietà dei circa 25 ettari contesi, mentre al di fuori del Palazzo di Giustizia una moltitudine di persone innalzava cartelli con scritto: «Máxima no está sola». La compagnia, infatti, non solo ha annunciato di mantenere aperte altre istanze contro di lei, ma non ha rinunciato neppure ad aggressioni e intimidazioni. Ancora lo scorso anno, non a caso, suo figlio Daniel Chaupe ha denunciato l’avvelenamento di più di mille trote allevate dalla famiglia.

Máxima, tuttavia, non cede, malgrado i pericoli, i sacrifici e i timori così ben descritti da Mirtha Vásquez – avvocata dell’Associazione Grufides che ha preso a proprio carico le spese dei vari processi sostenuti contro la compagnia – all’indomani della sentenza del 2017: «Questi cinque anni sono stati anni di enorme tensione per loro, tutti i giorni vigilati, tutti i giorni minacciati, tutti i giorni con la paura che vengano a invadere o che li caccino o tolgano loro il terreno o che possano perfino ammazzarli. […] E tutto questo è una lezione di grande valore, non solo per loro, ma anche per tutta la gente che ha sempre avuto paura di fronte al potere».

Tanto più che la loro lotta non è solo per la tutela dei propri legittimi beni, ma anche per la difesa dell’intero ecosistema regionale esposto alla minaccia rappresentata dal progetto Conga. Progetto sospeso nel novembre del 2011 proprio in seguito alle proteste della popolazione, preoccupate per la prevista distruzione di quattro laghi di montagna, tra cui la Laguna Azul sul Tragadero Grande, che forniscono ai contadini di cinque vallate l’acqua per bere, per l’agricoltura e per l’allevamento.

Del resto, in un Paese in cui oltre il 20% del territorio nazionale è coperto da concessioni minerarie di varia natura e in cui la Defensoria del Pueblo, nel suo ultimo rapporto del 2019, registra 186 conflitti minerari, il popolo peruviano ha dovuto ben presto imparare a lottare. E in qualche caso è riuscito anche a vincere.

L’articolo è tratto da “il manifesto” del 7 ottobre

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