Visualizzazione post con etichetta Daniela Bezzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Daniela Bezzi. Mostra tutti i post

lunedì 26 luglio 2021

La protesta dei contadini in India si trasforma in Parlamento, il loro! - Daniela Bezzi

 

Non smette di stupire la protesta dei contadini in India, che da mesi continua ininterrotta e proprio quando sembra prossima all’esaurimento, ecco che si rilancia, in modi sempre sorprendenti. Perché la novità è che da ieri, 22 luglio e fino al 13 di Agosto, questa mobilitazione di contadini, piccoli proprietari insieme ai braccianti, senza distinzione di censo o di caste – la più grande, compatta, organizzata rivendicazione di equità e giustizia che mai sia stata espressa nella storia del pianeta – avrà il diritto di rappresentare pubblicamente le proprie sacrosante ragioni nel Kisan Sansad, che letteralmente significa ‘Parlamento Contadino’ e tra l’altro in coincidenza con la sessione estiva del ‘normale’ Parlamento indiano che si è riaperto proprio qualche giorno fa.

Breve ripasso di quasi otto mesi d’ininterrotta mobilitazione, che il nostro sito sta seguendo in effetti dagli inizi, spesso riproponendo l’autorevole opinione di un profondo conoscitore dell’India rurale come P.N. Sainath e attingendo ogni volta che è possibile dal magnifico Public Archive of Rural India (PARI ) il website da lui stesso fondato.

Era il 26 novembre scorso, quando dalle campagne del Punjab e dell’Haryana calarono verso la capitale indiana delle vere e proprie carovane di trattori per quella che venne chiamata Delhi Chalo, la ‘presa di Delhi’ appunto, da parte di migliaia di piccoli agricoltori determinati a far sentire le proprie ragioni circa l’inaccettabilità di quelle tre leggi frettolosamente approvate dal Parlamento indiano un paio di mesi prima, per velocizzare la liberalizzazione di un settore che nonostante la crisi, più volte denunciata in relazione ai tanti casi di suicidio, assorbe il 65% della forza lavoro del subcontinente – e da cui dipende di fatto la sussistenza di circa 900 milioni di persone.

Particolare non da poco: approfittando dello ‘stato d’eccezione’ che particolarmente in India si è venuta a creare con la pandemia, quella votazione era avvenuta senza alcun confronto con i sindacati, e persino ignorando il parere di alcuni governi locali, in primis appunto quello del Punjab.


La protesta dei contadini indiani riguarda tre leggi che sono state ratificate il 20 settembre scorso al Parlamento indiano, bypassando il normale iter procedurale: senza alcuna preventiva consultazione con i vari governi degli stati principalmente interessati, né con le organizzazioni sindacali.

In sintesi il nuovo quadro legislativo dovrebbe (nel punto di vista del Governo) introdurre una radicale modernizzazione nel settore agricolo dell’India, in tre specifiche aree:

– quella della commercializzazione dei prodotti agricoli, sostituendo al sistema dei “mandi” (ovvero mercati generali statali) una totale liberalizzazione
– quella dei prezzi e dei servizi agricoli
– quella della materie prime considerate essenziali

In pratica l’obiettivo sarebbe liberalizzare, con l’ausilio anche di piattaforme on line, un settore obiettivamente molto arretrato, in sofferenza da tempo (come testimoniano le decine di migliaia di suicidi per debiti ogni anno), caratterizzato da una proprietà terriera molto frammentaria (oltre l’86 per cento di chi lavora nell’agricoltura possiede appezzamenti di terra sotto i due ettari), e in qualche misura tutelato da una forte presenza dello Stato. Il “prezzo minimo di vendita statale” che il Fronte Contadino vorrebbe di nuovo garantito, rappresentava una minima tutela non solo rispetto alle fluttuazioni del libero mercato, ma anche in considerazione di condizioni climatiche sempre meno prevedibili.
Con la liberalizzazione da poco varata, i lavoratori del settore agricolo perderebbero anche queste minime tutele, e sarebbero alla mercé della grande distribuzione privata.


Una data non qualunque, quel 26 novembre, perché nello stesso giorno era previsto l’ennesimo sciopero generale del sub-continente: a incrociare le braccia in tutti i possibili settori, dai colletti bianchi del pubblico impiego agli addetti alle pulizie e alle più umili mansioni, furono in 250 milioni, numeri che solo l’India può permettersi contando anche sulla formidabile capacità organizzativa di una miriade di sindacati, che all’occorrenza riescono a stemperare le differenze in formidabili coalizioni.

Fu un Delhi Chalo per modo di dire perché arrivati alla periferia dell’immensa metropoli, in particolare a Singhu, i trattori vennero accolti dalle cannonate d’acqua delle forze dell’ordine, e le foto dei sikh con i loro meravigliosi turbantoni, tra loro parecchi anziani, letteralmente inzuppati nonostante il freddo di fine novembre, vennero riprese da parecchie testate non solo in India – e non fu una buona pubblicità per il Governo Modi.

E comunque i disagi degli inizi furono presto superati con la più formidabile organizzazione e fin dai primi momenti del suo sparso insediamento tutt’intorno a Delhi, il Kisan Andolan (movimento contadino) si presentò al meglio: una coalizione di decine di comitati e organizzazioni sindacali, compattamente uniti sotto la sigla del Samyukt Kisan Morcha, mirabilmente coordinati fra di loro nel più genuino spirito di comunità, sewa (= servizio), pratica del langar (condivisione del cibo). E talmente consapevoli del potere manipolatorio dei media da attrezzarsi fin da subito di un proprio canale live, il Kisan Ekta Morcha dal quale parlare dritto in camera, autoriprendersi nelle loro assemblee, e insomma farsi capire da chiunque avesse voglia di capire – e il messaggio continuamente ribadito era: noi da qui non ci spostiamo fino a che non verranno abrogate quelle tre leggi.

Una storia che per le sue componenti di maturità, consapevolezza, totale pacifismo nella resistenza, ci è sembrata fin da subito così importante e bella, da meritare un vero e proprio webinar, che intitolammo Trolley Times, anche per rendere omaggio all’omonima testata cartacea che un gruppo di giovanissimi media-attivisti avevano fondato per raccontare la straordinaria vitalità di questo movimento. Eravamo già verso la fine di marzo, e nonostante i molti momenti critici (per esempio il non piccolo tributo di vite umane, durante l’inverno più freddo che Delhi abbia sofferto da anni, per non dire degli scontri che il 26 gennaio avevano caratterizzato il Republic Day

da qui

martedì 20 luglio 2021

le Mamme NoPfas contro la MITENI in Veneto - Daniela Bezzi

  

Dalle Mamme NoTap, che in Salento hanno cercato di difendere la loro magnifica Terra Madre da quel vero e proprio stupro che è il gasdotto della Trans Adriatic Pipiline dall’Azerbaijan, eccoci di nuovo al nord dello stivale, per la precisione in Veneto. Per raccontare l’impressionante nocività che da anni vede impegnate le Mamme NoPfas insieme al Comitato Genitori Attivi contro l’ex colosso chimico MITENI, responsabile dell’inquinamento della seconda falda acquifera più grande d’Europa: sversamenti di sostanze chimiche nell’arco di decenni, in una zona rossa di ca 150 km2 che impatta su una popolazione di ca 350.000 abitanti in decine di comuni, il peggior disastro ambientale in Italia e tra i più grandi del mondo.

Storia di straordinaria coesione nella peggior sventura che possa capitare: quella di scoprirsi aggrediti da un nemico insapore, incolore, inodore, insomma invisibile, di cui hai fatto uso da sempre con la normale acqua del rubinetto. E quindi che fare, arrendersi alla fatalità? Ma proprio per niente! Quando le mamme si incazzano, come recita il titolo del film-inchiesta che Andrea Tomasi ha realizzato su questa storia nel 2019, smuovono montagne.

 


Per cui eccole che studiano, si confrontano su quel che trovano on line, cercano di capire. E poi le lettere: ai giornali, alle Amministrazioni locali, ai Sottosegretari dei vari Ministeri di Sanità e Ambiente, lettere sempre molto personali, da mamme a manager e politici (quasi sempre uomini) che sono anche dei padri. E poi le delegazioni: persino a Bruxelles e Strasburgo, grazie all’appoggio dei deputati del GUE al Parlamento Europeo. E più volte a Roma, pronte a resistere in sit in anche per tre giorni filati – come nel giugno del 2019 per ottenere udienza al Ministero dell’Ambiente. E alla fine il Ministro di allora Sergio Costa le ascolta, e le cose cominciano a muoversi.

E dopo anni di manifestazioni, incartamenti, approfondimenti, dopo consulenze legali sempre più specialistiche e autorevoli, dopo le prime udienze preliminari al Tribunale di Vicenza oltretutto complicate dalla pandemia, queste formidabili Mamme NoPfas possono essere fiere di aver inaugurato il loro percorso di giustizia, perché il 1° luglio è finalmente cominciato il vero e proprio Processo. Ed essere riuscite a mobilitare ben 318 cittadini, insieme a Medicina Democratica, WWF, Lega Ambiente, Italia Nostra, oltre alle USL di Vicenza, Padova e Verona, i vertici della Regione Veneto, delle varie Province e Comuni, lo stesso Ministero dell’Ambiente, che si sono costituiti parte civile nella prima Class Action degna di questo nome in Italia, è un indubbio successo.

Sul banco degli imputati quindici manager che nell’arco degli anni si sono avvicendati ai vertici della MITENI di Trissino, colosso della chimica nata verso la metà degli anni ’60 come polo di ricerca per le industrie tessili dei Conti Marzotto (quando si chiamava RiMar), poi acquisita da ENIChem nel 1988 in joint venture con la giapponese MITsubishi (da cui appunto MITENI) che nel 1999 ne divenne al 100% proprietaria per poi cederla (2009) all’olandese ICIG Group, colosso tedesco con base in Lussemburgo, tanto per avere un’idea delle forze in campo.

 

 “Me li ricordo come fossero adesso quei giorni di marzo 2017” rievoca Michela Piccoli, tra le più attive portavoce delle Mamme NoPfas “quando insieme ad altre mamme mi trovai in mano le analisi del sangue che i nostri figli avevano appena fatto, sollecitati della Regione Veneto. Nessuna ci capiva granché, io forse un po’ più delle altre perché faccio l’infermiera. Ma i valori parlavano chiaro: il sangue che scorreva nelle vene dei nostri figli, oltre che di tutti noi, era gravemente contaminato da questa sostanza dalla sigla lì per lì incomprensibile, PFAS, che non ci mettemmo molto a capire in tutta la sua nocività. Ci incontrammo in un bar qui a Lonigo, dove vivo, e così nacque il Comitato”.

 

Poly Fluoro Alkyl Substances, Pfas identifica insieme ai Pfos (perfluoroottansolfonico), ai Pfoa (Acido perfluorottanoico) e a una quantità di acronimi non meno astrusi (per chi di chimica non sa granchè) una famiglia di ben 4.730 sostanze chimiche, che dagli anni ’40 in poi hanno trovato applicazione in un’infinità di prodotti, dai tessuti impermeabili, al packaging per gli alimentari, alla cosmetica, vernici, tappeti e rivestimenti antimacchia, schiume ignifughe, spray di vario genere, le famose pentole antiaderenti (il micidiale Teflon, brevetto targato DuPont), cere e brillantanti vari, stoviglieria usa-e-getta, per esempio per il take away, l’elenco sarebbe lunghissimo. Il mensile Salvagente ha dedicato a questo habitat di nocività l’intero numero di giugno, insieme alla guida Inquinanti per sempre e la conclusione che se ne trae è che ci siamo tutti dentro. Probabile che la nostra acqua del sindaco non sia irrimediabilmente inquinata come nella zona rossa del Veneto, ma gran parte di ciò che usiamo e riteniamo di smaltire correttamente in discarica è sicuramente trattato di quelle medesime sostanze.

 

Il loro impatto sull’ambiente è inimmaginabile, non solo per la particolare resistenza di queste sostanze a qualsiasi smaltimento nell’ambiente, oltre che per l’organismo umano, ma perché la ricerca circa gli effetti a livello epidemiologico è quasi appena cominciata.

“All’inizio eravamo solo in quattro: oltre a me la Giovanna Dal Lago che ha cinque figli e in tutti loro è stata trovata una percentuale di Pfas da 10 a 40 volte superiore ai valori considerati normali; e poi la Chiara Panarotto, tre figli nella stessa situazione, e la Elena Canola anche lei di Lonigo dove vivo io, che di figli ne ho due” rievoca Michela.

“La Regione aveva promosso questo monitoraggio tra centinaia di ragazzi in età adolecente, i giornali scrivevano che già dal 2013, anno in cui l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) aveva aderito al progetto Perforce su iniziativa della EU, la falda acquifera che alimentava i nostri acquedotti era pesantemente inquinata – ma nessuno ci aveva avvisato! Annunciava uno screening epidemiologico ben più ampio, su 185mila residenti di età compresa tra i 14 e i 65 anni. Per tutti, i livelli di nanogrammi per millilitro di sangue erano altissimi, ben oltre la soglia massima che sarebbe di 8 ngr, le analisi di alcuni lavoratori della MITENI segnalavano addirittura 90.000 ngr! E non capivamo come potesse essere successo. Per esempio, nella nostra famiglia avevamo sempre bevuto acqua in bottiglia, per cui immagina le congetture: sarà l’acqua con cui riempiono la piscina, sarà quando ci laviamo… sarà il cibo a essere inquinato, sarà la polvere, sarà l’aria.

L’Arpav del Veneto insisteva sulla falda inquinata, per cui niente più orto, guai attingere acqua dai pozzi, chi aveva qualche gallina le dava da bere solo acqua minerale per non rischiare di assumere con le uova un concentrato di veleno. E niente più chilometro zero, solo verdure e frutta provenienti da fuori. I giornali locali riferivano circa le patologie riscontrate nei dipendenti MITENI, e c’era di tutto: diabete, disturbi alla tiroide, aumento del colesterolo, mammelle anomale, tumori ai testicoli, ma come dovessimo difenderci… nebbia fitta. Capimmo che se volevamo trovare una risposta alla rabbia che ci montava dentro, dovevamo fare da sole e impegnarci full time nei più diversi ruoli.“

Giovanni Cecchi, laureato al Dipartimento di Antropologia dell’Università di Bologna, ha analizzato con notevole sensibilità le dinamiche che fin dall’inizio hanno nutrito di valori propositivi questo movimento, con una Tesi dal titolo La salute al contrario. Non solo rabbia, insomma, per queste Mamme NoPfas alle prese con il disastro ambientale nel contesto veneto (questo il sottotitolo), ma serissimo lavoro di squadra declinato in tutti i possibili modi, e con grande spirito di sorellanza, unite da un’ingiustizia troppo grande per essere ignorata, armate di quel fondamentalismo che non ammette deroghe perché fa capo alla vita, alla legittima rivendicazione di tutele, a un’aspettativa di futuro che dovrebbe darsi per scontata e invece dev’essere continuamente difesa, come se non bastasse la Costituzione. Da quattro che erano si trovarono presto in decine e poi centinaia, determinate a sensibilizzare il maggior numero di persone circa la nocività di quel nemico invisibile che per anni avevano tutti assorbito con l’acqua.

Molto efficaci furono le magliette che dall’estate di quello stesso anno, le rese testimonial ovunque andassero: magliette bianche con sopra stampati a caratteri cubitali i nomi dei figli, accanto ai valori di veleno per millilitro di sangue. “Le indossavamo ovunque, a far la spesa, in piazza a bere il caffè, girando in bicicletta. A luglio andammo a parlare con i carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) il cui rapporto parlava chiaro: di quello scempio la MITENI sapeva già dal 2008, alla vigilia della cessione alla tedesca ICIG – ovvero cinque anni prima che lo studio del CNR lanciasse l’allarme!”.

 

Ottobre 2017: non meno di 10.000 persone sfilano per la prima manifestazione delle Mamme NoPfas nel cuore di Lonigo, ed è una fiumana, con le mamme, i papà, gli scout, l’arcobaleno del miglior attivismo ambientale, gli striscioni che riportano ancor più grandi i valori di Pfas riscontrati nel sangue di molti ragazzini. Sulle note di Acqua azzurra, acqua chiara di Lucio Battisti il corteo si conclude nel centro di potabilizzazione Acque Veronesi, con il Vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, che affiancato da un gruppo di indiani Sikh e altri stranieri (in omaggio alla multiculturalità del territorio) recita alcuni versi del cantico della creature di San Francesco: “la richiesta di acqua pulita è richiesta di vita”.

“Momento bellissimo, tra i più belli nel nostro album dei ricordi” sottolinea Michela. “Che ci fece capire quanto fosse importante portare la questione ai più alti livelli, senz’altro all’attenzione di Luca Zaia ai vertici della Regione e poi al Ministero dell’Ambiente, impresa non da poco.”

 

Il 2018 si inaugura con un lettera di papa Francesco, nientemeno: “Vi benedico, andate avanti”. Tramite il segretario Pietro Parolin le incoraggia a “proseguire con pazienza e perseveranza nel cercare le vie buone per la soluzione del problema” e si raccomanda al Vescovo di tenerlo informato.

Nel febbraio del 2018 si sbloccano 80 milioni di euro per la costruzione di un nuovo acquedotto e il TG locale riporta la notizia come “l’indubbia vittoria strappata a Roma dalla Regione Veneto insieme a tre mamme, Michela, Ivana e Nike, che al tavolo tecnico politico del Ministero hanno ottenuto la dichiarazione dello stato di emergenza, preliminare alla nomina di una figura chiave come quella del commissario.”

Risultato attribuibile anche alla passione ambientalista dei legali che da tempo sono al lavoro su questa vicenda, in particolare Edoardo Bortolotto, che oltre ad essere il difensore (come avvocato del lavoro affiliato a Medicina Democratica) di 41 ex lavoratori della MITENI, rappresenta le tante associazioni fin dall’inizio coinvolte. Studiando la casistica di nocività ambientale legata al Pfas in giro per il mondo, Bortolotto è venuto a contatto con una vicenda del tutto simile a quella di Trissino però in USA, West Virginia. Protagonista l’avvocato Robert Bilott, che nel 2001 aveva denunciato la possente DuPont per sversamenti chimici nel fiume Ohio – esattamente come la MITENI aveva fatto sul Poscolo, il corso d’acqua più vicino allo stabilimento. Causa lunga e difficile che nel 2016 decollò grazie a un articolone sul New York Times Magazine che diventò poi libro-inchiesta e nel 2019 persino film, uscito in Italia col titolo Cattive Acque alla vigilia della pandemia per cui visto pochissimo – ma gran successo in USA.

 

Su invito del collega Bortolotto l’avvocato Bilott vola in Veneto per un sopralluogo – e come vede quel fiumiciattolo non si risparmia: “La DuPont ha fatto quel che ha fatto per anni in un fiume come l’Ohio, con uno scorrimento ben più vivace… non oso immaginare la quantità di veleni che si sono sedimentati nelle falde acquifere da questo stagnante canale!” ed ecco spiegata l’enormità e gravità del disastro, e dell’impatto su una popolazione quattro volte più numerosa di quella che la DuPont dovette indennizzare dopo una Class Action di 3.500 querelanti.
“Quando ha visto le analisi del sangue dei nostri figli è rimasto allibito: non aveva mai visto valori così alti” sottolinea Michela. “E non meno allibito dinnanzi all’immobilismo delle nostre autorità, come se la nocività dei Pfas non fosse ampiamente documentata a livello mondiale, come se
potessero esserci dei dubbi sulle responsabilità della MITENI!”

I mesi seguenti sono un crescendo di attivismo, a cominciare dalla delegazione di giugno al Parlamento Europeo, ospiti del GUE e poi ancora in settembre a Bruxelles.

 

Nel mezzo c’è il ricordo di un eroico presidio, 5 giorni e 5 notti filate (fine agosto 2018) davanti alla Procura di Vicenza: “Hanno avvelenato i nostri figli, ora vogliamo giustizia” dicono i loro striscioni. E finalmente arriva una presa di posizione del Ministero dell’Ambiente che definisce la Pfas questione prioritaria. “Sono venuto a incontrarvi, per la seconda volta in pochi mesi, non solo per testimoniare la vicinanza e la sensibilità del governo al vostro dramma ma per portarvi azioni concrete”: così comincia il messaggio dello stesso Ministro di allora Sergio Costa che inaugura il tavolo istituzionale per il rinnovo delle condotte, riprogettare l’intero sistema acquifero, interventi che richiederanno ingenti finanziamenti da Roma.

19 giugno 2019, ennesima trasferta a Roma con un programma intensissimo: ore 10 presentazione del film-inchiesta di Andrea Tomasi Quando le mamme si incazzano, presso la sede de Il Salvagente; ore 11 Udienza da Papa Francesco, con la mamma Annamaria Panarotto che gli consegna una lettera a nome di tutte (emozione grande!); ore 16 ennesimo incontro con Sergio Costa al Ministero dell’Ambiente. “Una trasferta quella memorabile, in 150 in autobus dal Veneto fino al Vaticano per la soddisfazione di sentirsi dire almeno dal Papa della Laudato Si’: ‘coraggio, siete nel giusto, non mollate…’”.

 

Ma in ottobre eccole di nuovo a Venezia, per denunciare i ritardi nelle operazioni di bonifica, ed è una vera e propria ‘invasione’ con la partecipazione da tutt’Italia della neo-nata rete di Mamme da Nord a Sud: ben 34 comitati che sull’esempio della Mamme NoPfas si sono attivati nei mesi precedenti. L’assessore all’Ambiente Gianpaolo Bottacin non gradisce: “Basta con questo clima d’odio, la bonifica dell’area MITENI non è di nostra competenza, attendiamo che il governo nomini il Commissario straordinario”, il solito rimpallo di responsabilità. Ma a suffragare l’ipotesi di reato per disastro ambientale, c’è la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite nel ciclo dei rifiuti del febbraio 2018. “La MITENI non ha informato gli enti che era a conoscenza che la sorgente dell’inquinamento non era stata rimossa fin dal 1990, continuando a contaminare il terreno e la falda” si legge a pagina 50. E poco dopo si rileva che già nel 2008 Mitsubishi aveva stimato tra i 5,5 e i 6,5 milioni di euro per lo smantellamento e la bonifica del sito, oltre ai 18 milioni per la bonifica – per poi andarsene, perché nel febbraio 2009 la multinazionale ICIG acquisiva l’impianto per la cifra simbolica di un euro.

 

I dati sulle condizioni di salute della popolazione presentati dalle Mamme alla Commissione ecomafie nello stesso periodo sono comunque allarmanti e tra i più autorevoli alleati delle Mamme NoPfas c’è Vincenzo Cordiani, onco-ematologo presso l’Ospedale di Valdagno la cui testimonianza (e copiosa documentazione) alla prima udienza preliminare del 25 novembre 2019 viene ripresa dal TG1 e dice una cosa sola: la situazione è grave, basta temporeggiare.

Di lì a poco arriveranno dalla Cina le avvisaglie di quella epidamia da Coronavirus che nell’arco di qualche settimana scoppierà in primis proprio nel nord Italia, per dilagare nella pandemia che ci vede tuttora in affanno. E nonostante l’apparenza del ‘tutto sotto controllo’ orchestrata da Zaia ai vertici della Regione Veneto, quell’accumulo di nocività derivante dai Pfas ha inciso parecchio sugli indici di mortalità, come documenta uno studio dell’epidemiologo Annibale Biggeri: il 60% in più che nel resto del Veneto durante la prima ondata e il 40% in più durante la seconda.

 

Giusto in tempo per la seconda Covid-ondata le Mamme riescono a strappare un ultimo incontro a Roma con il Ministro Costa – che però scompare di lì a poco dal loro orizzonte con la fine del Governo Conte, l’incoronazione del Governo Draghi e il Ministero della Transizione Ecologica al posto di quello dell’Ambiente. Per cui puntuale letterina in data 3 marzo 2021 al neo insediato Ministro Cingolani: «Gentile ministro Roberto Cingolani, siamo le Mamme No Pfas del Veneto e scriviamo per darle il benvenuto, desiderose di vedere messe in pratica le tanto attese promesse fatte dal suo predecessore», guai darsi per vinte!

 

In aprile l’ultima udienza preliminare, prima del ‘vero’ processo iniziato il 1° luglio. Che andrà come andrà, perché siamo in Italia e non in West Virginia – e per giunta nell’Italia del PNRR scritto dalla McKinsey come piace a Draghi, ovvero più orientato alle superiori ragioni del PIL (con tutte le deroghe del caso), che al benessere dei cittadini, nonostante il tributo di vite umane pagate con la pandemia. Il primo a non farsi illusioni è Matteo Ceruti, avvocato di parte civile che il 1° luglio ha potuto solo esporre i capi d’accusa, perché nessuno dei 15 accusati era presente. “E però una Class action di oltre 318 querelanti non è poco, considerando anche l’impegno per le famiglie, perché ogni iscrizione non costa meno di € 300”, mi fa notare Michela Piccoli. “Non sai quante ce ne inventiamo per raccogliere fondi, l’ultima iniziativa è stata vendere delle piantine che ci erano state regalate da un vivaio.”

 

Prossimo appuntamento con la giustizia: 16 settembre. Ma sulla questione che alle Mamme sta più a cuore, ovvero sulla richiesta di fissare precisi limiti agli scarichi, vincolanti a livello nazionale, è stallo totale.

E purtroppo l’emergenza Pfas non è finita con la chiusura di MITENI, è solo migrata in quel di Alessandria, Spinetta Marengo, dove il gruppo belga Solvay ha addirittura incrementato la produzione di queste sostanze ultra-nocive. Da notare: in USA la Solvay ha avuto il veto di produzione di Pfas, che nell’Italia della Transizione Ecologica sono permessi!

Diversamente dal Veneto però, la sensibilizzazione al problema in Piemonte stenta a decollare: un assorbimento occupazionale di 600 addetti non è cosa da poco. E insomma siamo al solito ricatto: il lavoro contro la salute, contraddizione irrisolvibile se non ricorrendo a un radicale cambio di passo. È quel che provano a dire i tanti Comitati Attivi (non solo di Mamme) che stanno crescendo da Nord a Sud della penisola – e di loro ci occuperemo nelle prossime puntate.

Chiudo queste note con la notizia dell’audizione della Procura di Vicenza davanti alla Commissione Ecomafie in data 8 luglio, circa le ‘responsabilità per condotte commissive o omissive in fatto di prevenzioni infortunio sul lavoro nei confronti dei lavoratori di MITENI’.

E con l’annuncio di una docu-inchiesta di Luisa Di Simone che andrà in onda su Rai3 il 16 luglio alle 23 dal titolo appunto Il Veleno nell’Acqua. E infine con l’invito a partecipare al progetto-ricerca del fotografo Marco Carmignani di cui alleghiamo locandina e che non vediamo l’ora di veder pubblicato, o perché no emulato, perché è di queste ‘storie di cambiamento’ che abbiamo un gran bisogno.

da qui

venerdì 5 febbraio 2021

India nel caos

 

India: precipita nel caos la mobilitazione contadina convocata per Republic Day - Daniela Bezzi

Bilancio assolutamente provvisorio di un 26 gennaio 2021, Festa delle Repubblica Indiana che – come purtroppo si temeva – ha messo a ferro e fuoco per ore la città di Delhi. E ha registrato l’impensabile: la “conquista” del Lal Quila, il Forte Rosso, monumento-simbolo della Capitale non solo perché grondante di storia, ma perché fu proprio da qui, dall’alto di un suo pinnacolo, che allo “scoccare della mezzanotte… all’alba di un risveglio alla vita e alla libertà” Nehru pronunciò quel suo famoso discorso all’India finalmente liberata dal colonialismo britannico, il 15 agosto 1947.

La foto della bandiera del Nishan Sahib (particolarmente sacra per i devoti del Guru Nanak), che sventola dalla sommità di un alto palo, portata fin lassù da un dimostrante sfuggito (chissà come) a ogni controllo, ha segnato il momento culminante di questa drammatica giornata – e purtroppo non a favore del Movimento contadino, la cui leadership si è infatti già dichiarata estranea all’iniziativa.

Ma andiamo con ordine. Dopo il 20 gennaio scorso, data in cui la coalizione delle organizzazioni contadine confermava l’intenzione di inscenare una propria autonoma celebrazione del Republic Day, non in antagonismo ma piuttosto in pacifica successione con la parata ufficiale, è cominciato il palleggio delle responsabilità tra alte sfere del Governo, Corte Suprema e Forze dell’Ordine – per concludere che trattandosi di un problema di Ordine Pubblico, toccava alle Forze dell’Ordine accordare o negare o negoziare un qualche permesso. E per un paio di giorni la situazione è rimasta in apprensivo stand by, fino alla notizia del permesso accordato, ed era il 22 gennaio. Da quel momento si è aperto il più difficile negoziato circa l’itinerario – dibattito non facile anche all’interno della Coalizione contadina, tra chi premeva per un percorso di “massima riconoscibilità” il più possibile centrale; e chi riteneva sufficientemente importante il fatto di sfilare in compatto rombo di trattori subito dopo la Parata ufficiale, lungo un percorso necessariamente largo e quindi periferico, anche per agevolare il confluire delle varie rappresentanze contadine.

Ed ecco l’appello diramato proprio ieri dal Samyukt Kisan Morcha:

«Stiamo per scrivere una pagina storica. Mai prima d’ora la popolazione di questa Repubblica aveva sfilato in una parata di questa natura, dal basso, alla Festa della Repubblica… Ecco le regole che dovreste osservare…»

e seguiva una lunga serie di regole, tra cui al punto 8:

«L’obiettivo è conquistare pacificamente il consenso della popolazione, massimo rispetto dunque per le donne, oltre che per i giornalisti. Quanto ai Poliziotti, molti di loro sono figli di contadini sebbene in divisa, evitare qualsiasi provocazione…». 

E in un tripudio di adesioni da ogni parte dell’India, per segnalare l’arrivo di nuove delegazioni, o per la quantità di simili sfilate contadine in programma in vari altri stati, il fatidico Republic Day è iniziato in mattinata con la solita blindatissima Parata, quest’anno priva di dignitari dall’estero Causa Covid – mentre dalle varie aree periferiche di Delhi si mettevano in moto i trattori.

I primi scontri sono cominciati alle 10 con lo sfondamento delle barricate che la polizia aveva eretto già dal 26 novembre scorso a Singhu: secondo gli accordi sarebbe toccato alle Forze dell’Ordine aprire gli accessi, ma solo dopo la fine della Parata ufficiale. Stessi incidenti poco dopo a Ghazipur, e a macchia d’olio anche al nevralgico incrocio ITO, già dentro Delhi. Lacrimogeni, guerriglia, ci scappa un morto (per una brutta caduta dal suo trattore, così sembra), la situazione è fuori controllo, caos totale.

Sono da poco passate le 13, quando un consistente drappello sfonda ogni barriera e “conquista” il Forte Rosso. Scene impressionanti di dimostranti, alcuni armati di spadoni, che letteralmente assediano un’architettura quanto mai iconica – si dirà poi che ad attizzare i ‘facinorosi’ c’è un certo Deep Sidhu, attore famoso che già da tempo interferiva in vari modi con la leadership consolidatasi unitariamente all’interno del Movimento Contadino.

Tralascio di rievocare nei dettagli il succedersi di una giornata che a un certo punto ha visto persino il black out di Internet in alcuni punti dello sparso assedio tutt’intorno Delhi – mentre i filmati giravano no stop sui canali TV, con la prevedibile ridda delle speculazioni e dei commenti, circa le molto probabili infiltrazioni persino dall’estero (secondo alcune testimonianze), oltre all’ovvia pista delle mai sopite aspirazioni di separatismo.

Di certo in una manciata di ore si è incrinata quell’immagine di formidabile compattezza e unità che in oltre 60 giorni di mobilitazione il Movimento era riuscito a proiettare, guadagnando il favore di ampi strati della popolazione anche tra le classi medie, senz’altro tra gli studenti (che oggi erano in tanti con le loro bandiere in piazza, per manifestare piena solidarietà).

E inevitabilmente, nonostante la netta presa di distanza del Fronte Contadino, il dibattito sarà monopolizzato nei prossimi giorni dagli inquietanti interrogativi circa le identità, gli oscuri obiettivi e i probabili mandanti di quelle “schegge impazzite” che il Movimento ha già disconosciuto.

Tutto questo non potrà che indebolire la richiesta di abrogazione delle famose tre leggi, all’origine di un contenzioso che mirabilmente durava da mesi, che negli ultimi 60 giorni era diventato esemplare manifestazione di chiarezza strategica e fermezza – e da domani in poi si troverà probabilmente a confronto con il dissidio peggiore che un Movimento sociale possa immaginare, quello interno.

A tutto vantaggio di quelle forze che non vedrebbero l’ora di mettere le mani sul ricco agro-business di un intero sub-continente.

da qui



India: due sfilate, due mondi - Elena Camino

 

A Delhi – centro e periferia

Con una popolazione di più di 30 milioni di abitanti (e con un aumento annuale di circa il 3%) Delhi è una sterminata area metropolitana nel nord dell’India, una delle città del mondo abitate da più tempo in modo continuativo, situata lungo le rive del fiume Yamuna. Nuova Delhi, sede del governo e dei maggiori uffici amministrativi, è una piccola porzione situata all’interno della ‘grande’ Delhi.

s

Qui, nello stesso giorno, il 26 gennaio 2021, erano previste due grandi sfilate. La prima, organizzata dal governo, era stata preparata per celebrare il 72° anniversario della Repubblica. Era prevista una imponente parata militare e una sfilata di carri in rappresentanza di tutti gli stati dell’India, lungo Raj Path, la grande arteria che porta dal monumento al milite ignoto fino a Rashtrapati Bhavan, dove risiede il Presidente della Repubblica. La seconda sfilata, organizzata da una quarantina di associazioni di agricoltori, aveva ottenuto l’autorizzazione a percorrere con i trattori un percorso più periferico, e sarebbe partita dopo la conclusione della parata ufficiale.

I contadini (arrivati in un numero stimato tra 200mila e 300mila) erano accampati dal 25 novembre 2020 nelle numerose periferie di Delhi. Protestavano contro l’approvazione da parte del governo – avvenuta senza consultarli – di tre leggi agrarie che essi consideravano molto dannose per il loro lavoro e per le loro stesse vite. Ma il governo non aveva finora accettato di ascoltare le loro richieste. Non solo non aveva ritirato le leggi contestate, ma rifiutava di discuterne con i loro rappresentanti per trovare una soluzione soddisfacente per tutti.

L’incidente

Mentre i 40 leaders dei sindacati e delle associazioni di contadini (riuniti nell’associazione temporanea Samyukta Kisan Morcha) portavano avanti, settimana dopo settimana, dei tentativi di negoziazione con i rappresentanti del governo, lo stesso Ministro dell’Agricoltura aveva espresso il suo apprezzamento per la natura disciplinata e pacifica della protesta: i contadini accampati alle porte di Delhi erano educati, rispettosi, si aiutavano tra loro condividendo gli spazi e il cibo. Analoghi apprezzamenti erano stati espressi dalla stampa nazionale e internazionale.

Un altro aspetto positivo che aveva caratterizzato i due mesi di protesta era stato il carattere unitario e laico del movimento. Al di là delle diverse religioni e schieramenti politici, le decine di migliaia di contadini accampati ai margini della città di Delhi trovavano un obiettivo comune condividendo la loro condizione di gente abituata al duro lavoro nei campi.

Secondo una versione dei fatti, durante la sfilata i trattori trovarono molte strade inaspettatamente sbarrate. Polizia e forze paramilitari impedivano l’accesso alle migliaia di persone che erano arrivate per unirsi al corteo, che si trovarono così a vagare per la città senza sapere dove andare.  Secondo la versione del governo invece i contadini che guidavano i trattori forzarono in più punti i blocchi stradali e invasero strade che non erano consentite. La polizia provò a fermarli mettendo dei bus di traverso, ma i trattori li investirono per farsi largo, provocando gravi danni ai mezzi.  

A un certo punto una parte del corteo di trattori deviò dal percorso concordato, e dopo aver sfondato le transenne, raggiunse il Forte Rosso. Ne seguirono scontri tra polizia e manifestanti, con molti feriti in entrambi i gruppi.

Le prime conseguenze

Nei giorni immediatamente successivi il governo ha preso durissimi provvedimenti non solo contro il gruppo responsabile dell’incidente, ma contro tutte le migliaia di contadini che nei mesi precedenti avevano manifestato pacificamente il loro dissenso.  In molte zone della periferia di Delhi i contadini che si erano accampati con tende e cucine durante i due freddi mesi trascorsi sono stati fatti sloggiare con brutalità. Si sta procedendo a centinaia di arresti tra i sostenitori della protesta contadina. Sostenitori del movimento dei contadini, anche se non partecipanti direttamente alle iniziative, sono stati accusati di atti eversivi: persino attivisti – come Medha Paktar – che per tutta la vita hanno manifestato e dimostrato in modo nonviolento.

Bharat Dogra, un autore e giornalista studioso di Gandhi, che in questi giorni sta commentando la situazione, cerca di mettere in guardia il governo: «coloro che sono impegnati in metodi pacifici di protesta hanno un ruolo positivo molto importante in ogni vera democrazia. Come la storia ha dimostrato più volte, la repressione e la soppressione delle proteste pacifiche e disciplinate equivale a un invito a proteste violente e incontrollate, e il governo dovrebbe tenerlo presente prima di intraprendere azioni indebite contro negoziatori pacifici e altri leader. Anche il governo ha la sua parte di responsabilità nel mantenere la pace e nel consentire le condizioni di protesta pacifica in una democrazia».

La storia tragicamente si ripete?

Sia durante il giorno stesso in cui sono avvenute le sfilate e gli incidenti, sia nei giorni successivi, si sono accavallate decine di narrazioni che i mass media – in India e in tutto il mondo – hanno trasmesso agli ascoltatori. Mentre i media schierati con il governo hanno sottolineato il carattere violento e pericoloso degli incidenti avvenuti, nell’opposizione qualcuno ha ricordato con angoscia un episodio avvenuto negli anni 20 del secolo scorso, quando Gandhi lanciò la prima iniziativa Satyagraha, invitando la popolazione alla non collaborazione con gli Inglesi.

Il 4 settembre 1920 Gandhi lanciò il Movimento di non cooperazione – Satyagraha (che includeva il rifiuto di svolgere lavori e attività che potessero sostenere il governo e l’economia inglesi in India), con l’obiettivo di conseguire l’autogoverno e l’indipendenza.

All’inizio di febbraio 1922, a Chauri Chaura, nell’Uttar Pradesh, dove un gruppo di partecipanti al Movimento si era radunata per protestare contro diverse questioni locali, la polizia le picchiò e arrestò i loro leader. Ne seguirono degli scontri e la situazione degenerò: la polizia sparò, e i manifestanti diedero alle fiamme la stazione di polizia, causando la morte di 23 persone, tra poliziotti e funzionari.  Mentre Gandhi iniziava un digiuno di penitenza, sentendosi colpevole di non aver valutato a sufficienza l’immaturità della popolazione rispetto alla lotta nonviolenta, il governo inglese proclamò il coprifuoco, imprigionò 200 persone e ne condannò a morte 172. La sentenza fu confermata per 19 di esse, mentre 110 furono condannate all’ergastolo.

Molti temono che la storia si ripeta. Un movimento che da tempo rivendica in modo nonviolento le proprie ragioni, rischia di essere spazzato via a causa di una mancanza di disciplina, di autocontrollo, di immaturità… Il potere non aspetta altro che un passo falso per riportare nel paese ‘legge e ordine’. Ma in questo modo si rischia un’escalation di violenza difficilmente controllabile.

In queste ore si segnalano centinaia di arresti, e gravi atti di intimidazione contro gli agricoltori ancora presenti a Delhi. Il Coordinamento delle Associazioni indiane per i diritti democratici (CO-ORDINATION OF DEMOCRATIC RIGHTS ORGANISATION -CDRO) ha ufficialmente condannato queste iniziative del governo.

In seguito a ordini comunicati dal governo statale giovedì notte (il 28 gennaio) centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa sono scesi in una delle aree periferiche in cui i contadini si erano accampati nei mesi scorsi, per farli sgomberare.  L’acqua e l’elettricità del campo sono state interrotte.

Immagini a confronto

Sono numerosissime le foto e le riprese video disponibili in rete, che documentano le due sfilate che nella stessa giornata – il 26 gennaio 2021 – hanno percorso il centro e la periferia di Delhi. A guardarle con attenzione si trovano i segni che svelano la presenza, non esplicita ma drammaticamente presente e radicata, di una forma di violenza assai più temibile degli scontri intorno al Forte Rosso. Emerge la violenza strutturale di un Paese che ha destinato nel 2019 alle spese militari 71,1 miliardi di dollari, con un incremento dl 6,8% dall’anno precedente. Dai dati del SIPRI risulta che l’India è tra le 5 potenze mondiali che hanno speso di più in armamenti militari. Secondo alcuni esperti le rivalità e le ‘tensioni’ tra l’India e i suoi vicini Pakistan e Cina sono tra le principali cause dell’incremento di spese militari degli ultimi anni.

Mettendo a confronto le riprese televisive che hanno accompagnato le due sfilate. Da un lato si vedono uomini (e qualche donna) orgogliosamente seduti su trattori stracarichi di gente con abiti e turbanti colorati – tra di loro molti anziani. È un corteo disordinato e fantasioso. La parata militare invece è impeccabile. Giovani uomini e donne che marciano in perfetta sincronia di fianco a cannoni, missili, sagome di aerei e di sommergibili. L’orgoglio dell’India si esibisce nelle divise, nelle armi, nei corpi speciali (dalla marina ai cavalleggeri ai corpi speciali antiterroristi), nella sincronia dei passi…

Dai numerosi video e siti si possono vedere immagini, che illustrano questi due mondi, che si sono sfiorati – a pochi km di distanza – nel 72° anniversario della Repubblica Indiana. Di seguito qualche esempio.

https://ruralindiaonline.org/en/articles/i-feel-like-i-am-flying-when-driving-a-tractor/

A conclusione della parata militare si assiste alla sfilata dei carri, che illustrano la varietà delle regioni e delle culture di questo grande Paese. Non poteva mancare Gandhi, con il suo filatoio. Un’icona ormai svuotata di senso nell’India del potere militare e delle multinazionale, ma forse ancora un esempio da seguire nel cuore e nello spirito dell’India rurale, ancora presente a Delhi – mentre scrivo – a rivendicare in modo nonviolento i diritti della componente più preziosa del paese, la gente dei villaggi.     

Va tutto bene

Mentre non si erano ancora placati gli animi, né chiarite le circostanze in cui erano avvenuti gli scontri a New Delhi, il Primo ministro dell’India, Narendra Modi, il 28 gennaio è intervenuto in teleconferenza al World Economic Forum di Davos. Ha informato i ‘presenti’ dei successi ottenuti dall’India nel combattere la pandemia, lanciando il più grande programma di vaccinazione del mondo e salvando l’umanità da una immane tragedia. Egli ha poi sottolineato che l’India ha fatto rapidi progressi in quattro fondamentali aspetti dell’Industria 4.0 (connettività, automazione, intelligenza artificiale ed elaborazione-dati in tempo reale. Rivolgendosi ai partecipanti ha assicurato la comunità globale che il successo dell’India sarà di aiuto per il mondo intero.

Nel frattempo migliaia di contadini, ancora accampati nelle varie periferie di Delhi, rifiutano di andarsene finché le loro richieste non saranno ascoltate, mentre è stato ordinato da squadre di poliziotti in divisa antisommossa di provvedere a far sgombrare le aree da persone, tende, trattori.

da qui