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martedì 19 maggio 2026

Brasile: «Non asfaltate l’Amazzonia»


Quell’autostrada in Brasile che fa esplodere il rischio di epidemie globali su Avvenire. Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali i lavori sulla BR-319 potrebbero innescare un devastante effetto a catena. Ecco perché.

 

Lavori stradali in Amazzonia realizzati dall’esercito

La BR-319, l’autostrada che taglia l’Amazzonia brasiliana da Nord a Sud, da Manaus a Porto Velho, è stata costruita negli anni della dittatura militare, tra il 1968 e il 1976. Gli ambientalisti la chiamano «la cicatrice della foresta», e mai avrebbero pensato che proprio un presidente progressista e – in teoria – ‘eco-friendly’ come Lula ne autorizzasse i lavori di completamento. Degli 885 chilometri totali di autostrada quasi la metà, circa 400 chilometri, sono ancora senza asfalto: il governo ha appena dato il via libera ad un cantiere che intuitivamente è ad altissimo rischio ambientale, in quanto espone l’area al disboscamento, e anche sociale, perché secondo le Ong viola i diritti delle popolazioni indigene.

 

Timori nel mondo

«Ma c’è anche dell’altro, che potrebbe spaventare non solo i brasiliani ma i cittadini di tutto il mondo, e non solo perché l’Amazzonia è il più efficace catturatore di CO2 e dunque il maggior fornitore dell’ossigeno che ci serve per sopravvivere sulla Terra», sottolinea Giuseppe Baselice . Secondo uno studio condotto da venti ricercatori di università brasiliane e internazionali e pubblicato sulla rivista Science, i lavori di asfaltatura della BR-319 potrebbero innescare nuove pandemie con impatto globale. L’articolo elenca i dati di un’indagine che ha identificato più di 18.000 agenti patogeni nella regione attraversata dall’autostrada, tra cui virus e batteri sconosciuti, con caratteristiche preoccupanti come elevata virulenza, tossicità, resistenza agli antibiotici e capacità di scambiarsi informazioni genetiche.

 

L’autostrada dei virus

«Il disboscamento della foresta amazzonica aumenta i rischi per la biosicurezza a livello locale, regionale e globale – scrivono gli scienziati, tra cui quelli dell’università di Utrecht e della Trinity University di San Antonio, in Texas -. Se completata, la pavimentazione dell’autostrada BR-319 collegherebbe uno dei più grandi ‘serbatoi zoonotici’del mondo (popolazioni animali selvatiche che ospitano naturalmente agenti patogeni—virus, batteri, parassiti—capaci di trasmettersi all’uomo) agli aeroporti internazionali, aumentando velocità e portata con cui nuovi agenti patogeni potrebbero diffondersi a livello globale». I grandi fiumi amazzonici, infatti, agiscono come una barriera naturale, isolando queste comunità microbiche da migliaia di anni.

 

L’intervento umano suicida

L’intervento umano, ancora una volta, può sconvolgere questo delicato equilibro e provocare severi problemi di ordine sanitario, consentendo ai microrganismi di diffondersi e creare nuove varianti di virus e batteri. «Anche perché, spiega inoltre lo studio, fino ad oggi la maggior parte della deforestazione è avvenuta nelle zone perimetrali dell’Amazzonia. Raramente, se non appunto per costruire la BR-319, ci si è addentrati così all’interno, mettendo mano all’ecosistema». E per la verità qualche conseguenza c’è già stata: una nuova variante del virus Oropouche, che causa febbre alta, è stata individuata nel 2024 proprio all’altezza del tratto centrale dell’autostrada incriminata, ed è giunta fino all’Europa e all’Italia.

 

Coronavirus

Non solo: nel 2021, la variante gamma del Coronavirus è stata identificata per la prima volta a Manaus. E poi ci sono i rischi per l’agricoltura e quindi per l’alimentazione: il Brasile è la «fattoria del mondo», essendo primo esportatore globale di diversi prodotti alimentari, tra cui zucchero, soia e carne bovina, e i patogeni rilevati dai ricercatori possono infettare proprio le piantagioni di canna da zucchero, di soia e gli allevamenti bovini.Infine, lo studio punta il dito contro l’estrazione di potassio, che pure può contribuire al formarsi di una nuova pandemia, essendo particolarmente diffusa in quella area.

 

E il governo Lula, che dice?

Interpellato dalla stampa brasiliana, il ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che il dossier è ancora in fase di analisi: «Ribadiamo che l’analisi del processo viene condotta con rigore tecnico e in conformità con la legislazione vigente, nel rispetto delle decisioni giudiziarie e dei limiti di competenza». La sensazione è che nonostante le polemiche si procederà, come è avvenuto con l’autorizzazione concessa a Petrobras per trivellare la foce del Rio delle Amazzoni.

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sabato 28 marzo 2026

Come le normative UE su ambiente e clima sono state smantellate in meno di tre anni - Lorenzo Consoli



La marcia indietro del Green Deal europeo, sotto la pressione delle lobby, dei partiti di centro destra ed estrema destra e di diversi governi – con quello italiano in prima linea – sta investendo in pieno anche la politica climatica, dopo aver già ritardato, annacquato e spesso smantellato le normative ambientali. Tutto questo ha una data d’inizio precisa: il 22 novembre 2023.

Quel giorno, il Parlamento europeo bocciò clamorosamente (con 299 voti contrari, 207 a favore e 121 astenuti) il regolamento SUR (“Sustainable Use Regulation”) che proponeva di dimezzare l’uso dei pesticidi chimici entro il 2030 e di vietarli del tutto nelle zone “sensibili” (le aree protette della rete “Natura 200”, i giardini pubblici, i parchi giochi e i campi sportivi).

A quella bocciatura, che non era necessariamente definitiva, seguì poi, il 6 febbraio 2024, la decisione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di ritirare la proposta di regolamento. Von der Leyen, in quell’occasione, promise di ripresentare una nuova versione del testo, ma poi si è ben guardata dal farlo.

Inoltre, da allora a Bruxelles è caduto in disgrazia tutto il resto della strategia “Farm to Fork“ (”dal campo alla tavola”), di cui il regolamento SUR era una pietra angolare, e che aveva diversi altri obiettivi di cui ormai non parla più, come la riduzione del 20 per cento dell’uso dei fertilizzanti e del 50 per cento delle vendite di antimicrobici per gli allevamenti e l’acquacoltura entro il 2030, e l’aumento del 25 per cento, entro la stessa data, della superficie dedicata all’agricoltura biologica.

La marcia indietro del Green Deal era stata innescata dalle manifestazioni degli agricoltori, cominciate a metà 2023 e culminate poi nel 2024-2025 con le “proteste dei trattori” a Bruxelles, che rivendicavano, tra l’altro, la soppressione di una serie di norme e obblighi di protezione dell’ambiente e della biodiversità, previsti dalla nuova PAC (Politica agricola comune) per il periodo 2023-2027, come condizioni per accedere alle sovvenzioni e ai fondi europei.

La richiesta è stata poi accolta con lo smantellamento di fatto, partire dal 2024, di questa “eco-condizionalità”, soprattutto per le aziende sotto i 10 ettari (il 65 per cento del totale), che non saranno più sottoposte a controlli e sanzioni in caso di violazione. Gli obblighi sono stati sostituiti dal principio degli incentivi (finanziamenti supplementari se le buone pratiche ambientali sono attuate volontariamente). Ed è stato eliminato del tutto, in particolare, l’obbligo di mantenere a riposo almeno il 4 per cento dell’area coltivabile di ogni azienda agricola.

Un’altra normativa molto importante del Green Deal, su cui però le forze anti ambientaliste di centro-destra al Parlamento europeo non sono riuscite a ripetere il successo registrato sui pesticidi, è il regolamento sul “ripristino della natura”. Il 27 febbraio 2024, il testo era passato con 329 eurodeputati favorevoli all’accordo con il Consiglio Ue sul regolamento, 275 contrari e 24 astenuti. L’approvazione finale è arrivata poi il 17 giugno dello stesso anno, da parte del Consiglio Ambiente, a maggioranza qualificata, con Italia, Ungheria, Svezia, Finlandia, Olanda, e Polonia contrarie e il Belgio astenuto.

Da notare che nel corso dei negoziati al Parlamento europeo e in Consiglio UE il regolamento aveva subito non poche modifiche, che avevano indebolito le ambizioni della proposta originaria della Commissione, in particolare con l’introduzione di diverse deroghe, o possibilità di proroghe, per gli obblighi previsti da parte degli Stati membri, e soprattutto con la sostituzione di diversi obiettivi obbligatori con target indicativi. Tuttavia, resta l’obbligo fondamentale del ripristino degli ecosistemi oggi degradati in tutti i Paesi membri, che dovranno attuare misure in questo senso per almeno il 20 per cento di quelle aree, terrestri e acquatiche, entro il 2030, con dei piani nazionali da presentare entro settembre di quest’anno.

Quella sul ripristino della natura è forse l’unica importante normativa ambientale sotto attacco che ha resistito alla marcia indietro del Green Deal, quando era ancora possibile nel Parlamento europeo. La forte avanzata dei partiti di centro destra e di destra estrema alle elezioni del giugno 2024 ha reso possibile nell’attuale legislatura la formazione di una maggioranza anti ecologista (e anti immigrazione) che il Partito Popolare europeo (Ppe) può attivare ogni volta lo ritenga opportuno, con la fine, di fatto, del “cordone sanitario” che escludeva l’ultradestra dai negoziati legislativi.

In questo nuovo quadro politico (a cui si aggiunge l’ormai netta prevalenza dei governi di centro destra in Consiglio UE), Ursula von der Leyen si è dichiarata disponibile, nel suo secondo mandato, a smontare gran parte del “Patto verde” che lei stessa aveva proposto e in gran parte attuato nella precedente legislatura. Così, la Commissione non solo ha avviato nuove iniziative legislative molto meno ambiziose dal punto di vista ambientale, ma ha anche avanzato decine di proposte di revisione della legislazione già approvata e spesso già in vigore. Sono i famosi “Omnibus”, che hanno come obiettivo dichiarato la “semplificazione” degli oneri normativi e burocratici e la riduzione dei costi per le imprese, nel nome della nuova priorità dell’UE che ha sostituito il Green Deal: la competitività.

La “semplificazione” in realtà si traduce spesso in una vera e propria deregolamentazione. La tendenza generale è quella di eliminare del tutto gli obblighi previsti dalle normative ambientali e climatiche per il maggior numero possibile di imprese, soprattutto piccole e medie, e in altri casi di ritardarne l’attuazione o limitarne la portata.

Lo si è visto subito con il primo degli “Omnibus” (ne sono già stati proposti nove, nei settori più diversi), quello, recentemente approvato in via definitiva, relativo agli obblighi di rendicontazione delle imprese riguardo alla sostenibilità ambientale (direttiva CSRD) e al “dovere di diligenza” sugli impatti ambientali e sociali nelle catene del valore (direttiva CSDDD): nel primo caso, il “reporting” obbligatorio è stato limitato alle grandi società (sopra i mille dipendenti e oltre i 450 milioni di fatturato), escludendo l’80 per cento delle imprese precedentemente coinvolte; nel secondo caso, il perimetro di applicazione è stato limitato alle sole aziende con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato, è stato eliminato l’obbligo di presentare dei piani aziendali di transizione climatica ed è stata ridotta dal 25 per cento al 3 per cento del fatturato la soglia massima delle multe per inadempienza.

Quanto ai ritardi nell’applicazione, particolarmente emblematica è la vicenda del regolamento contro la “deforestazione importata“, entrato in vigore nel giugno 2023, con attuazione prevista inizialmente al 30 dicembre 2024. Dopo un primo rinvio di un anno approvato nello stesso dicembre 2024, il regolamento ha subito un secondo rinvio nel 2025, e l’attuazione è prevista ora a partire dal 30 dicembre 2026 per le grandi aziende e dal 30 giugno 2027 per le piccole imprese. Inoltre, già dall’aprile di quest’anno ci sarà una valutazione d’impatto sugli oneri amministrativi per le aziende, che potrebbe portare a ulteriori modifiche. Il regolamento (sottoposto a forti pressioni negative da parte degli Stati Uniti e di altri partner commerciali dell’UE) mira a prevenire la deforestazione nei Paesi terzi causata dalla produzione di cacao, caffè, olio di palma, soia, carta e derivati, e dall’estrazione di materie prime (legno, gomma, carbone vegetale) che vengono importati nell’UE.

L’ottavo pacchetto “Omnibus“, proposto a inizio dicembre 2025, riguarda la semplificazione delle normative ambientali, ma è per adesso ancora troppo poco dettagliato per poter valutare le conseguenze negative che potrebbe avere per la protezione della natura. Contiene innanzitutto un regolamento per l’accelerazione delle valutazioni d’impatto ambientale nelle procedure di autorizzazione dei progetti industriali, e prevede uno “stress test” per le direttive habitat e uccelli (i due pilastri fondamentali della tutela europea della biodiversità), che potrebbero essere riviste; così come potrebbero essere riaperte le normative sull’acqua, sui rifiuti (anche quelli elettronici), sulle emissioni industriali, sugli impianti di combustione. C’è anche un alleggerimento degli obblighi della responsabilità dei produttori che finora era estesa a tutto il ciclo di vita dei loro prodotti.

Per tornare ai pesticidi, un altro “Omnibus”, il decimo, che riguarda alimenti e mangimi, proposto dalla Commissione a metà dicembre 2025, prevede una durata illimitata delle autorizzazioni per la loro immissione sul mercato. Solo per le sostanze più tossiche per cui ancora non sono state trovate alternative l’autorizzazione è limitata a sette anni. La durata illimitata vale anche per i biocidi (le sostanze impiegate contro batteri, virus, insetti e roditori) e gli additivi per i mangimi. Oggi le autorizzazioni di tutti questi prodotti durano 10 anni, e il loro rinnovo (dopo una nuova valutazione di rischio) scade dopo altri 15 anni. La nuova durata illimitata riguarderà anche il rinnovo delle autorizzazioni esistenti, alla loro scadenza. Inoltre, il “periodo di grazia” entro cui questi prodotti possono restare sul mercato, dopo il ritiro dell’autorizzazione nel caso in cui nuove evidenze scientifiche dimostrino l’esistenza di rischi inaccettabili, viene raddoppiato a due anni per la distribuzione e la vendita, più un altro anno per l’esaurimento degli stock esistenti, per un totale di tre anni.

La retromarcia del Green Deal sta ormai interessando sempre di più anche la politica climatica, che inizialmente era stata sostanzialmente risparmiata dagli attacchi, anche perché difesa con più convinzione dalla Commissione. La vicenda più clamorosa è stata la revisione dell’obiettivo zero emissioni nette di CO₂ per le auto e i furgoni immessi sul mercato a partire dal 2035. Dopo aver negato per mesi che sarebbe stato rimesso in discussione questo traguardo, la Commissione ha accettato infine, il 16 dicembre 2025, di rivedere dal 100 per cento al 90 per cento l’obiettivo di riduzione delle emissioni delle auto, rinunciando quindi alla messa al bando dei motori a combustione interna, e lasciando aperta la possibilità di continuare a produrre veicoli ibridi e a emissioni “low carbon” (alimentati con carburanti sintetici o biocarburanti) anche dopo il 2035.

Più in generale, riguardo agli impegni di riduzione delle emissioni a effetto serra in tutta l’Unione nel percorso fino al traguardo finale della “neutralità climatica” nel 2050 (che non è mai stato messo in questione), è stato confermato l’obiettivo intermedio per il 2040 (-90 per cento rispetto al 1990), ma introducendo la possibilità di includere nel conteggio del taglio fino al 5 per cento dei cosiddetti “crediti internazionali di carbonio” (con l’acquisto di certificati riguardanti i tagli alle emissioni non nell’UE ma in Paesi terzi). È stato anche definito il “Contributo determinato a livello nazionale” (Ndc) per tutta l’UE previsto dall’Accordo di Parigi sul clima, riguardo alla riduzione delle emissioni per il 2035, che tuttavia è indicata con una forchetta, tra il 66,25 per cento e il 75,2 per cento, e non un obiettivo unico.

Le pressioni più forti, intensificatesi dopo l’attacco militare di Stati Uniti e Israele all’Iran e le sue conseguenze su prezzi del gas e del petrolio, si stanno concentrando ora contro il mercato europeo dei permessi di emissioni Ets (”Emission Trading System” ), che riguarda circa 11 mila impianti del settore energetico e delle industrie energivore (siderurgia, vetro, raffinerie, chimica, cemento), i trasporti aerei intraeuropei, e ora anche il settore marittimo, con una integrazione graduale dal 2024.

Il sistema Ets, introdotto nel 2005, ha funzionato egregiamente, almeno da quando, nel 2013, ha cominciato a essere applicato più rigorosamente alle centrali energetiche, con l’eliminazione delle quote gratuite (che invece continuano a essere concesse generosamente alle industrie energivore). Qui la Commissione finora ha resistito bene, difendendo con determinazione dalle critiche questo meccanismo che si è dimostrato il più efficace per la decarbonizzazione. L’obiettivo previsto è di arrivare entro il 2030 a una riduzione delle emissioni del 62 per cento rispetto al 2005 per i settori interessati. «Dal 2005 a oggi, le emissioni delle industrie incluse nell’Ets sono diminuite del 39 per cento, mentre questi stessi settori hanno avuto una crescita del 71 per cento; quindi decarbonizzazione e crescita possono procedere parallelamente» ha sottolineato Ursula von der Leyen al vertice informale UE nel castello belga di Alden Biesen, il 12 febbraio.

Tuttavia, alcuni Paesi dell’UE e diversi comparti industriali (soprattutto chimico e siderurgico) chiedono varie modifiche all’Ets (l’Italia sollecita addirittura una sua “sospensione”,ma la richiesta è stata sostanzialmente ignorata dal Consiglio europeo del 19 marzo), e in particolare un rinvio della già prevista eliminazione progressiva (fino al 2034) delle quote di emissioni concesse ancora gratuitamente alle imprese energivore. La Commissione ha annunciato che presenterà una proposta di revisione entro il prossimo mese di luglio, e qualche nuova misura sarà proposta certamente, ma non si prevedono cambiamenti radicali, niente che possa essere definito, in questo caso, come una marcia indietro.

È previsto anche che il sistema delle quote di emissione venga esteso (con un meccanismo separato chiamato Ets2) ai fornitori di combustibili per il riscaldamento e al trasporto stradale. E qui una prima frenata c’è già stata: l’attuazione dell’Ets2, prevista inizialmente a partire dal 2027, è stata rimandata di un anno, al 2028. E non è affatto escluso che, avvicinandosi la scadenza, si prospetti un nuovo rinvio, come per il regolamento sulla deforestazione. Anche perché l’Ets2 comporterà sicuramente un rincaro dei carburanti imposto alle famiglie e alle imprese, che potrebbe provocare una forte protesta sociale, in una fase in cui la questione più importante da risolvere è come ridurre i prezzi dell’energia.

 

Lorenzo Consoli è corrispondente per l’UE a Bruxelles per l’agenzia di stampa italiana Askanews, dove si occupa di questioni europee con particolare attenzione all’economia, all’energia, alle politiche ambientali e alle problematiche istituzionali. È stato anche docente presso l’IHECS (Institut des Hautes Études en Communication Sociales) di Bruxelles, ed è stato eletto due volte presidente dell’Associazione Internazionale della Stampa di Bruxelles (API) dal 2006 al 2010.

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domenica 30 novembre 2025

In morte di una foresta. Così l’esportazione del tannino sta distruggendo l’ecosistema del Chaco argentino - Marta Facchini e Irupé Tentorio

 L'area soffre i più alti tassi di deforestazione al mondo: solo nel 2024 sono andati distrutti 150mila ettari. E il paesaggio si sta trasformando in campi di polvere | Foto di Sofía López Mañan

 

SOMMARIO

1.      Tagliare legname oltre i limiti legali

2.      Il labirinto della produzione di tannino

3.      La rotta del tannino


“Tutti i giorni vediamo passare camion che trasportano tronchi su tronchi dei nostri alberi. È l’immagine di come sta scomparendo il Chaco argentino”. Natay Collet è guardiaparco. Nel suo lavoro quotidiano, assiste in prima persona alle deforestazioni illegali che stanno portando alla distruzione di uno degli ecosistemi più importanti dell’America Latina. Il Gran Chaco è una foresta subtropicale che si estende per 100 milioni di ettari tra Argentina, Paraguay, Brasile e Bolivia. È un territorio prezioso: composto da foreste e macchia, ospita migliaia di varietà di piante e centinaia di specie animali.

Secondo Greenpeace è una delle aree che soffre i più alti tassi di deforestazione al mondo: solo nel 2024 nel Chaco argentino sono andati distrutti 150mila ettari, il 10% in più rispetto all’anno precedente. A causa dell’avanzata dell’industria agricola, del legname e del carbone, il paesaggio si sta trasformando in campi di polvere. Ma, a differenza di quanto accade per la vicina Amazzonia, è una situazione poco visibile.

“Le ruspe producono effetti disastrosi perché le catene distruggono tutto. Alberi, piante, nidi di uccelli, fiori: tutto cade a terra e muore”, aggiunge Collet a ilfattoquotidiano.it mentre cammina per le strade sterrate che conosce a memoria. Per anni ha lavorato come cineasta e ha attraversato questo territorio riprendendo fauna e flora per fare sì che non si perda la loro memoria. Ha proiettato i suoi documentari nelle comunità dei popoli originari che vivono nel Gran Chaco e se ne prendono cura. “Nel nostro ecosistema vivono persone di diverse culture e alcune comunità sono qui da millenni. Hanno un legame spirituale con la foresta. La sua degradazione implica la rottura di una relazione ancestrale con la natura”, prosegue. Si avvicina al fusto di un quebracho colorado: questa specie cresce solamente nella ecoregione del Gran Chaco, l’unico posto al mondo in cui è possibile trovarla

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domenica 28 settembre 2025

Amazzonia, al vertice Otca niente bando ai combustibili fossili. Ma gli indigeni entrano nel negoziato - Estefano Tamburrini

 

Perù, Ecuador e Venezuela hanno impedito la svolta scatenando le reazioni delle comunità indigene, che hanno anche denunciato la "posizione blanda" del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva.

La foresta dell’Amazzonia non sarà una “zona libera da combustibili fossili”, ma per la prima volta le comunità indigene parteciperanno attivamente alle discussioni dell’Otca, l’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica, e nasce l’idea di un “Fondo Boschi tropicali” da proporre alla COP30 di Belém, in Brasile.

Ma andiamo con ordine: lo stop ai combustibili fossili è il grande assente nella Dichiarazione di Bogotá, sottoscritta dai membri dell’Otca al termine del vertice dell’Amazzonia tenutosi questa settimana, da lunedì 18 a sabato 23 agosto, nella capitale colombiana, nonostante le pressioni di scienziati, società civile, comunità indigene e persino del Paese ospitante, che aveva introdotto la proposta attraverso la viceministra dell’Ordinamento ambientale del territorio colombiano, Tatiana Roa Avendaño. “L’Amazzonia è molto più di un bioma: è un regolatore climatico globale, una riserva di acqua dolce e di biodiversità senza eguali”, ha detto Roa Avendaño, denunciando che “la sua distruzione, provocata in grande misura dall’estrazione e dal processamento dei combustibili fossili, compromette la nostra sicurezza alimentare, la salute pubblica e la stabilità climatica globale” e mette “a rischio la sopravvivenza umana”.

Tuttavia, PerùEcuador e Venezuela hanno impedito l’inclusione dello storico punto negli accordi, scatenando le reazioni delle comunità indigene, che hanno anche denunciato la “posizione blanda” del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante i lavori. Le comunità accusano il Paese ospitante della prossima COP30 – cui appartiene il 60% della superficie amazzonica – di espandere “la frontiera petrolifera” sulla foresta, difendendo a spada tratta lo sfruttamento dei combustibili fossili. Ma sul tema, la dichiarazione finale di 35 punti si riduce all’invito “verso una transizione energetica giusta, ordinata ed equa”, ricordando il 45° anniversario del trattato sottoscritto nel 1978 da Brasile, Bolivia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela.

Qualche risultato è stato ottenuto con l’apertura al confronto con le comunità indigene, attraverso l’istituzione del Mapi, il Meccanismo amazzonico dei popoli indigeni – sono 511, di cui 66 in isolamento volontario – che dà “voce e voto” alle comunità nella “definizione delle politiche sui loro territori e sul futuro del bioma amazzonico”. “Non è una responsabilità piccola”, ha commentato Sonia Guajajara, presidente del Fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni dell’America Latina e i Caraibi, ribadendo l’urgenza di trasformare “la relazione fra esseri umani e natura”. È stato rilanciato anche il Fondo Boschi tropicali, che sarà discusso alla COP30 affinché i Paesi ricchi “paghino il loro debito per l’industrializzazione”. La proposta era già stata presentata alla COP28 di Dubai e rinnovata nella Settimana dell’Azione climatica, il mese scorso a Londra, contando sul sostegno di Regno UnitoNorvegia, Emirati Arabi e altri Stati, oltre a enti privati – PimcoBank of America e Barclays – e dell’United Nations Development Program.

Sempre su iniziativa del governo brasiliano sarà istituito il Centro di cooperazione di polizia internazionale dell’Amazzonia a Manaus per “lo scambio agile di informazioni” e lo “sviluppo di azioni integrate” contro reati ambientali, narcotraffico e contrabbando.
“Un singolo Stato non può più affrontare da solo questo flagello”, ha ammesso il ministro della Giustizia brasiliano Ricardo Lewandowski, denunciando una ventina di organizzazioni criminali transnazionali nel polmone verde, dove il tasso di mortalità raggiunge 30,9 persone ogni 100mila abitanti. L’emergenza c’è e non fa più sconti: stando ai dati pubblicati dall’Ideam, l’Istituto colombiano di idrologia, meteorologia e studi ambientali, nel 2024 il Rio delle Amazzoni ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 122 anni, con un calo dell’82% della fluvialità nella stazione idrologica di Nazareth (Colombia). Nello stesso anno si sono verificati quasi 54mila incendi, di cui il 95% provocati dall’intervento umano: +80% rispetto all’anno precedente, portando le emissioni di carbonio accumulate a 183 megatonnellate. Quanto alla deforestazione: il 20% della superficie della foresta è già colpito, secondo la Banca Mondiale, e la percentuale rischia di essere raddoppiata nel 2040, sfiorando i 4,3 milioni di ettari.

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venerdì 5 aprile 2024

Assalto al “polmone verde” del mondo, colpo mortale per il clima - Dante Caserta

DEFORESTAZIONE. Dossier Wwf. Negli ultimi 50 anni il 17% dell’Amazzonia è stato convertito in coltivazioni. Se dovesse arrivare al 20% rischia di diventare savana

Coprono oltre il 30% delle terre emerse, ospitano circa l’80% della biodiversità terrestre, forniscono servizi essenziali per le nostre vite e svolgono un ruolo cruciale nella mitigazione del cambiamento climatico: sono le foreste, habitat fondamentali per la nostra vita e silenziosi testimoni di quello che era il nostro Pianeta prima che lo modificassimo pesantemente. Nonostante la loro importanza, l’uomo ha sviluppato una preoccupante capacità di distruggerle ben sintetizzata dalla famosa vignetta in cui una persona seduta su un ramo di un albero è attivamente impegnata a tagliarlo.

SOLO NEGLI ULTIMI 30 ANNI sono stati persi 178 milioni di ettari di foreste a livello mondiale, tre volte la superficie della Francia: ciò dipende dalle nostre azioni e dai nostri consumi che contribuiscono alla perdita globale di biodiversità e al cambiamento climatico.

OGGI LA PRINCIPALE CAUSA della deforestazione sulla Terra è l’aumento dei terreni coltivati per la produzione agricola. A causa di questa continua espansione ogni anno vengono convertiti 5 milioni di ettari di foreste tropicali, in particolare per la produzione di carne bovina, olio di palma, soia, cacao, gomma, caffè e legno. La deforestazione provocata dall’aumento, a livello globale, della domanda di carne è una vera e propria piaga: il 60% delle foreste pluviali tagliate (in Amazzonia si arriva al 70%) viene abbattuto proprio per ottenere pascoli e per coltivare grandi quantità di colture (soprattutto soia e cereali) destinati all’alimentazione animale. Inoltre, dalla produzione e dal commercio internazionale di questi prodotti deriva più del 30% delle emissioni di CO2 causate dalla deforestazione.

LA FORESTA AMAZZONICA RAPPRESENTA l’ecosistema maggiormente colpito: negli ultimi 50 anni ben il 17% della sua superficie (equivalente a due volte quella italiana) è stato convertito in coltivazioni. Se questo fenomeno arrivasse a colpire il 20-25% dell’Amazzonia, il polmone verde del mondo, così chiamato grazie alle ingenti quantità di gas serra che è in grado di assorbire dall’atmosfera, non sarebbe più in grado di sopravvivere, trasformandosi in una savana arbustiva nel giro di pochi decenni.

NE SIAMO CONSAPEVOLI DA TEMPO, i dati sono chiari e gli scienziati non fanno che ricordarceli, eppure negli ultimi anni la tendenza non sembra migliorare: nel 2022 i disturbi forestali nella regione pan-amazzonica sono aumentati quasi del 15% rispetto al 2021.

LA DISTRUZIONE DI QUESTA PREZIOSA foresta sta avendo un impatto devastante anche sulla lotta alla crisi climatica globale perché l’Amazzonia, da sola, immagazzina 75 miliardi di tonnellate di carbonio, oltre il 10% di quanto ne «incamerano» le intere foreste mondiali (662 miliardi di tonnellate). Si tratta di quantitativi così elevati da risultare indispensabili nel quadro complessivo di assorbimento della CO2 e per impedire il riscaldamento globale superi la soglia di 1,5°C. Peraltro si stanno già manifestando effetti altamente negativi: studi recenti attestano come, contrariamente a quanto si è sempre creduto, la concentrazione di carbonio nell’atmosfera amazzonica sia maggiore negli strati d’aria più vicini alle chiome degli alberi. Si tratta di un dato molto preoccupante perché indica come in alcune fasce la foresta amazzonica emetta più carbonio di quanto ne assorbe e immagazzina: l’emissione netta si attesta ormai a circa 300 milioni di tonnellate di carbonio ogni anno che equivale alle emissioni annuali di un Paese industrializzato come la Francia. Quanto sta accadendo è legato sicuramente alla deforestazione, ma anche agli incendi e alla siccità, fenomeno un tempo del tutto sconosciuto in Amazzonia. Ciò potrebbe scatenare degli effetti a catena sul clima globale in quanto, se tutto il carbonio attualmente immagazzinato nella foresta amazzonica fosse rilasciato, la temperatura media del Pianeta aumenterebbe di 0,3°C, eventualità che renderebbe impossibile contenere l’innalzamento delle temperature entro gli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi.

ANCORA UNA VOLTA IL MONDO PIÙ industrializzato ha pesanti responsabilità in quello che sta accadendo. I Paesi dell’Unione Europea sono tra i maggiori importatori di una serie consistente di prodotti che causano la deforestazione, come il caffè, la carne, l’olio di palma e i latticini. L’Unione è responsabile del 16% della deforestazione globale associata al commercio internazionale di materie prime, ponendosi come il secondo maggiore importatore al mondo di deforestazione dopo la Cina. E noi italiani facciamo ampiamente la nostra parte: i consumi nazionali, da soli, determinano la distruzione di una superficie pari al doppio di quella della città di Milano (36.000 ettari). «Si tratta della cosiddetta deforestazione incorporata: deriva dalla produzione di beni consumati in altri Paesi e contribuisce a quasi l’80% della deforestazione mondiale», ricorda Edoardo Nevola, responsabile Foreste del Wwf Italia. «Parte di questa riguarda anche i mercati alimentari dell’industria italiana ed è per questo che il ruolo di noi consumatori è centrale. Prestando maggiore attenzione a ciò che compriamo, possiamo veramente dare un contributo sostanziale alla salute delle foreste e alla nostra: ad esempio, leggendo le etichette sulle confezioni dei prodotti che acquistiamo possiamo scegliere quelli con certificazioni che attestino la provenienza da foreste gestite in maniera sostenibile».

UN AIUTO PER RIDURRE significativamente l’impronta ecologica del commercio internazionale potrà venire, se correttamente applicato, dal nuovo Regolamento europeo contro la deforestazione (Eudr) che regolamenta sette materie prime (soia, olio di palma, carne bovina, caffè, prodotti legnosi, prodotti stampati e gomma) e i loro derivati: dal 30 dicembre 2024 potranno entrare nel mercato europeo solamente se le aziende saranno in grado di dimostrare, attraverso controlli e tracciamenti, che non sono causa di deforestazione. Ciò indirizzerà il mercato verso quelle merci prodotte e importate senza contribuire alla distruzione del Pianeta.

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martedì 17 maggio 2022

Accaparramento di terre, deforestazione e crisi climatica: un trio inseparabile – GRAIN

 

Il vincolo tra la deforestazione e la crisi climatica è stato ampiamente dimostrato e, anche se le cifre possono variare da analisi diverse, è chiaro che il suo peso nelle emissioni di gas serra è molto significativo.

Secondo le ricerche che abbiamo condotto come GRAIN, esse rappresentano tra il 15% e il 18% delle emissioni totali (su un contribuito totale da parte del sistema agroalimentare che si aggira tra il 44% e il 57%). 1 Secondo un recente rapporto di Greenpeace, i gas serra derivanti dalla deforestazione rappresentano il 23% 2 del totale dei gas emessi. Secondo gli ultimi rapporti dell'IPCC 3, le emissioni derivanti dall'attività agricola e dall'espansione dei terreni agricoli che contribuiscono al sistema alimentare globale, rappresentano tra il 16% e il 27% delle emissioni antropiche totali.
Tuttavia non c'è stato uno studio approfondito sull'impatto che, negli ultimi decenni, l'accaparramento di terre ha avuto sulla deforestazione e quindi sulla crisi climatica. Ovviamente possiamo dare per scontato che l'acquisto, l'acquisizione o l'affitto di terreni per la produzione di monocolture industriali implica il disboscamento di vaste aree di foreste e di altri ecosistemi fragili, come le zone umide e il Cerrado brasiliano considerati, nel quadro di tale modello, un “ostacolo” all'avanzata delle monocolture. Tuttavia, i recenti rapporti sulla deforestazione in Brasile, Colombia e Argentina ci permettono di stabilire chiaramente un legame e di avere la dimensione, anche se solo approssimativa, di una delle regioni del mondo dove si sta verificando la maggiore concentrazione di terra e l'avanzata incontrollata dell'agricoltura e dell'allevamento industriale.
Nell'Atlante dell'Agribusiness Transgenico nel Cono Sud abbiamo già denunciato che tra i primi anni 90 e il 2017 è andata distrutta una media annua di oltre 2 milioni di ettari, a partire dall'Amazzonia in Brasile fino in Bolivia e al Gran Chaco Americano in Paraguay e Argentina, e che “Il fenomeno di concentrazione, stranierizzazione e accaparramento di terre che ha prodotto l'avanzata dell'agribusiness transgenico nella regione è uno dei più gravi in America Latina e nel mondo”. 4
Nel corso degli ultimi anni la situazione è peggiorata perché l'agribusiness ha bisogno di espandere i suoi confini e, per farlo, sta avanzando sugli ecosistemi più fragili della regione: il Cerrado brasiliano, la regione amazzonica e il Gran Chaco Americano. Condividiamo di seguito alcuni dati che mostrano la gravità della situazione e che ne contestualizzano l'avanzata: accaparramento di terre per l'allevamento di bestiame e l'agricoltura industriale con meccanismi illegali, violenza contro le comunità locali e complicità dello Stato nei diversi processi di appropriazione.
Nella regione brasiliana del Cerrado più di 850.000 ettari di bioma sono stati distrutti tra l'agosto del 2020 e il luglio del 2021, questo secondo l'ultimo rapporto dell'Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale (INPE), un'unità legata al Ministero della Scienza, Tecnologia e Innovazione (MCTI). 5 All'interno del Cerrado la regione di Matopiba, (stati di Maranhão, Tocantins, Piauí e Bahia), ha subito il maggior incremento di deforestazione: della quantità totale di vegetazione disboscata nel bioma tra agosto 2020 e luglio 2021, il 61,3% (522.700 ettari)  si concentra in questa regione. 6 Si tratta di un record storico per la serie Prodes (Monitoraggio via satellite della deforestazione della foresta amazzonica brasiliana, 2002-2021), che ha superato il valore del 2017, anno in cui la regione si è resa responsabile del 61,1% della deforestazione nel Cerrado.
Secondo la piattaforma informativa MapBiomas 8, il Tocantins e il Maranhão, in quest'ordine, sono gli stati che nell'ultimo decennio hanno perso più vegetazione nativa della savana. L'iniziativa ha rivelato che, negli ultimi 36 anni, la regione di Matopiba ha più che raddoppiato l'area dedicata all'agricoltura e all'allevamento. Dal 1985 al 2020 il Cerrado ha perso il 19,8% della sua vegetazione nativa, ovvero 26,5 milioni di ettari, un'area più grande del Piauí. L'espansione dell'agricoltura e dell'allevamento nel bioma è, nello stesso periodo, quasi complementare: 26 milioni e 200 mila ettari sono stati destinati a queste attività. Attualmente l'agricoltura e l'allevamento occupano il 44,2% del bioma. Ane Alencar, direttrice scientifica dell'IPAM (Instituto de Pesquisa Ambiental da Amazônia - Istituto di ricerca ambientale dell'Amazzonia), lo ha detto chiaramente: “Il Matopiba è da anni una delle regioni del paese dove la vegetazione autoctona è stata maggiormente convertita all'agricoltura”.9

Anche nella regione amazzonica la deforestazione e gli incendi dolosi sono stati direttamente collegati all'agribusiness e alle sue strategie di accaparramento delle terre. Nell'agosto 2019, alcuni proprietari terrieri si sono messi d'accordo per dare fuoco alla foresta amazzonica brasiliana, più precisamente nella regione sud-occidentale dello stato di Pará, in quello che è diventato noto come il “Giorno del Fuoco”. Più a sud, l'anno successivo, gli incendi iniziati negli allevamenti di bestiame che rifornivano di carne i grandi stabilimenti di confezionamento si sono diffusi rapidamente, bruciando 4,1 milioni di ettari del Pantanal, la zona umida che si trova a cavallo tra i confini del Paraguay e della Bolivia. 10 Le conclusioni sulla Campagna “Agro è Fogo” (fuoco alleato dell'agrobusiness, ndt) sono molto chiare: “Gli incendi boschivi e la deforestazione sono strumenti per consolidare l'accaparramento di terre (in Brasile noto come “grilagem”) e accompagnano l'espansione della frontiera agricola capitalista verso i territori dei Popoli Indigeni e delle comunità tradizionali”.
In Colombia, nella regione amazzonica settentrionale, l'espansione dell'allevamento di bestiame è partito con l'introduzione di oltre 1 milione di capi bovini tra il 2016 e il 2019, per raggiungere quest'anno i 2 milioni 21.829. Nel corso di questi tre anni, 300.415 ettari sono stati disboscati nei comuni di San Vicente del Caguán, Cartagena del Chairá, La Macarena, San José del Guaviare, El Retorno, Calamar, Miraflores e Solano.11  Le cifre della concentrazione della terra in Colombia, come in quasi tutta l'America Latina, sono drammatiche e, secondo il Censimento Nazionale Agrario (CNA) del 2019, il 73,8% della superficie in ettari è concentrata nello 0,2% delle Unità di Produzione Agricola (UPA). 12 Secondo lo stesso censimento, la terra produttiva totale è di 50 milioni di ettari e, di questi, il 77,9% è destinata all'allevamento.
In Argentina, nella regione del Chaco Salteño, secondo un recente rapporto di LandMatrix 13 20.000 ettari di foresta saranno disboscati entro il 2020, mentre per il 2021 sono state convocate audizioni pubbliche per il cambio di destinazione d'uso di oltre 21.000 ettari. Queste cifre si aggiungono alla deforestazione avvenuta tra il 2007 e il 2017, un periodo in cui la provincia ha perso più di 750.000 ettari di foreste native. Salta si è posizionata come una delle province con i più alti tassi di perdita di foreste e deforestazione al mondo. Nella stessa regione LandMatrix ha identificato 120 Grandi Transazioni di Terra (GTT) che coinvolgono il 22% della superficie totale della regione. Lo studio ha concluso che le GTT sono i motori, la spinta trainante della deforestazione e del cambiamento d'uso del suolo che, nel Chaco Salteño, ha raggiunto il 55% dei 7,2% milioni di ettari che la regione possiede.
 

 La crescente spirale di distruzione

L'accaparramento della terra sta chiaramente contribuendo all'aggravarsi della crisi climatica, generando così una spirale di distruzione che si riflette attualmente in tutto il Cono Sud con gravi siccità, temperature estreme e incendi che peggiorano di anno in anno in tutta la regione e decimano i fragili ecosistemi già assediati dall'agribusiness.
Fermare questa spirale distruttiva è un imperativo che richiede molto più che leggi che limitino i danni. Infatti, gran parte dei disboscamenti in Argentina è avvenuta nell'ultimo decennio, con una Legge forestale approvata nel primo decennio di questo secolo, dopo anni di lotta delle organizzazioni sociali per ottenerla.
 

Foreste reimpiantate?

Il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) insiste nei suoi rapporti sul fatto che le emissioni di gas serra sono “parzialmente compensate dalla forestazione/riforestazione” 14. Ma questa cosiddetta alternativa è un messaggio pericoloso che alimenta false soluzioni alla crisi climatica e, allo stesso tempo, incoraggia un altro meccanismo di accaparramento delle terre, cioè l'acquisizione di terreni per la riforestazione di piantagioni.
È assolutamente necessario smantellare questo discorso perverso e mettere al centro del dibattito ciò che il Movimento Mondiale per i Boschi ripete da più di due decenni 15 “Le piantagioni non sono foreste” e non possono sostituire le foreste in nessuno dei loro ruoli fondamentali nell'equilibrio degli ecosistemi e nel loro contributo al clima.
 

Alcune conclusioni e contributi per l'immediato futuro
 
Non c'è dubbio che la prima conclusione, per contribuire a fermare l'attuale crisi climatica, è che dobbiamo immediatamente  fermare l'accaparramento e la concentrazione di terre da parte dei grandi gruppi corporativi . Così come è urgente fermare la deforestazione che affligge tutta la regione e che, come abbiamo visto, viene effettuata illegalmente in tutti i paesi.
In tutta la regione ci sono forti mobilitazioni a livello nazionale e regionale per fermare il processo di devastazione che sta avvenendo. Una di queste, lanciata a settembre in Brasile dalla Campagna Nazionale in Difesa del Cerrado per denunciare il crimine di ecocidio in corso nella regione, rientra in una sessione speciale del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), un tribunale internazionale di opinione con sede a Roma.16 Nella presentazione, le organizzazioni denunciano la legittimazione dell'accaparramento di terra, acqua e risorse del Cerrado, con scala e intensità di saccheggio da parte di poche corporazioni della catena dei prodotti agricoli e minerali, tutto nel nome del cosiddetto “sviluppo” e con il pretesto che si tratterebbe di “terra di nessuno”, senza persone e senza biodiversità. La denuncia presentata dalla Campagna chiede che sia necessario: 17  
 
- Fermare l'ecocidio in corso nel Cerrado prima della sua estinzione; dire la verità sull'importanza e la diversità ecologica e culturale del Cerrado e dei suoi popoli.

- Salvare la memoria, spesso attraverso fatti trasmessi dagli anziani delle comunità, di tante violenze, espulsioni e recinzioni dei loro spazi ad uso comune.

-  Mettere fine all'impunità di cui hanno goduto gli accaparratori e le imprese coinvolte in violazioni dei diritti dei popoli, ma anche per le continue vessazioni, manipolazioni, umiliazioni e divisioni delle comunità, che usano nelle loro strategie per costruire  una egemonia sociale.

- Ottenere giustizia e riparazione nel quadro dei conflitti che ancora affrontano e il diritto al possesso dei loro territori.

Il Tribunale ha già avuto la sua prima sessione dedicata alla questione delle violazioni legate all'accesso all'acqua, e il resto delle udienze avrà luogo nel 2022.
È chiaro che la ridistribuzione della terra in mani contadine è la grande alternativa per affrontare la crisi climatica attraverso una produzione agroecologica di base contadina che, oltre ad essere una risposta attraverso la cura del suolo e della biodiversità, è anche la risposta ad altre crisi che affrontiamo come umanità, come la crisi della fame.
E' chiaro infine che la questione centrale è porre un freno al controllo corporativo, poiché l'espansione della monocoltura ha creato una lobby molto potente di politici, uomini d'affari e imprese transnazionali che lavorano insieme per difendere ed espandere il modello. Questo non sarà possibile se non avanziamo nei processi di democratizzazione della società, processi che aprono le porte a possibili trasformazioni per uscire dalla catastrofe a cui ci sta portando il capitalismo.

 


Brasile: il Tribunale Permanente dei Popoli nel Cerrado

GRAIN

Dopo le sessioni del Tribunale Permanente dei Popoli tenutesi in Colombia (2005-2006), poi in Messico (2011-2014) e ora di nuovo in Colombia (2020-2021), il Tribunale si sta nuovamente aprendo a ciò che sta accadendo ora in Brasile, dove le transnazionali stanno devastando il Cerrado a un ritmo impressionante di deforestazione, aggravata dall'accaparramento della terra e dell'acqua, dalla violazione dei diritti dei popoli, oltre che dalla collusione tra imprese nazionali e straniere insieme a fondi di investimento e pensionistici, caciques locali e un governo che sta realizzando la sua particolare versione di un fascismo brasiliano, disposto a passare sopra a tutto per aumentare il suo potere…

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venerdì 11 marzo 2022

Dalla soia del nostro cappuccino alla gomma per le auto, così i cittadini dell’Ue contribuiscono alla deforestazione - Francesca Biagioli

  

Anche i cittadini europei con i loro consumi contribuiscono alla deforestazione nel mondo. Ora l'Unione Europea sta predisponendo una legge che noi possiamo sostenere e rafforzare firmando una petizione indirizzata ai ministri dell'Agricoltura e della Transizione Ecologica


Spesso non ce ne accorgiamo o sottovalutiamo fortemente la cosa: alcuni cibi che portiamo in tavola o prodotti che utilizziamo contribuiscono alle deforestazione di diverse zone del mondo. Un esempio per tutti è la soia che non solo consumiamo sotto forma di legume, latte o in prodotti trasformati ma che spesso viene data anche agli animali come mangime, quindi è di fatto “nascosta” in alimenti insospettabili.

Il Wwf parla di ecosistemi “mangiati” dai consumatori europei, cittadini non sempre consapevoli del fatto che, con i loro acquisti, stanno contribuendo alla deforestazione. L’Europa dunque è in realtà complice di “una terribile devastazione”, dato che quello che i cittadini europei mettono in tavola ha impatti “nascosti” talmente forti da mettere a rischio interi ecosistemi.

Facevamo l’esempio della soia che, secondo una nuova ricerca, ogni cittadino europeo consuma in grandi quantità ogni anno (circa 60kg a testa). Lo studio “Mapping the European Soy Supply Chain” evidenzia come il 90% della soia consumata dai cittadini europei sia in realtà un ingrediente “nascosto” dietro al consumo di altri prodotti che apparentemente non la contengono come carne, uova, latte o yogurt.

La soia importata nell’Ue viene prevalentemente dal Sud America e consumandola, anche indirettamente (e spesso inconsapevolmente) attraverso prodotti animali, non facciamo altro che contribuire alla distruzione di preziosi ecosistemi di questa parte del mondo.

Per coltivarla, infatti, si utilizzano terreni ricavati da zone dove originariamente vi erano foreste, savane o praterie.

Come ricorda Isabella Pratesi, Direttore Conservazione del WWF Italia:

È necessario prendere consapevolezza del peso dei nostri consumi non solo sulle foreste, ma anche sulle praterie e le savane, distrutte a tassi persino più elevati delle stesse foreste per fare spazio all’agricoltura, con impatti catastrofici non solo sulla biodiversità, ma anche sulla salute umana e su tutti gli aspetti della nostra vita. Per soddisfare i bisogni di oggi, derivati da un modello intensivo di produzione animale assolutamente sbagliato, distruggiamo sistemi naturali che hanno un valore impagabile per il funzionamento della biosfera. Quando finalmente ci saremo accorti della distruzione prodotta – anche in termini di nostra salute – dagli allevamenti intensivi che si reggono sull’uso della soia, chi ci ridarà le foreste perse? Nessuno. Molte sono semplicemente irriproducibili.

Cosa possiamo fare

Non solo dovremmo orientare i nostri consumi il più possibile verso la sostenibilità, ad esempio prediligendo alimenti a km0, ma anche far sentire la nostra voce, sollecitando i governi a difendere la natura in un momento cruciale come questo.

L’invito viene dal WWF che segnala come finalmente l’Unione europea abbia deciso di affrontare il tema degli impatti della produzione di cibo e di altre materie prime sulle foreste del Pianeta, predisponendo una legge anti deforestazione. Ma, per essere utile, è necessario che questa sia davvero stringente, che ad esempio blocchi l’immissione sul mercato europeo di tutte le materie prime o prodotti che implicano processi produttivi con effetti negativi sulle foreste, sugli ecosistemi prioritari ma anche sui diritti umani.

A questo scopo è stata attivata la petizione per la campagna “Together4Forests” che potete firmare QUI.

Nella lettera che è possibile inviare al ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, e a quello della transizione ecologica, Roberto Cingolani si legge:

Ciò che consumiamo in Europa, dalla soia nascosta nel nostro cappuccino mattutino alla gomma utilizzata per le ruote delle nostre automobili, sta contribuendo alla distruzione della natura e alla violazione dei diritti umani in alcune parti del pianeta. In quanto consumatore responsabile, non voglio esserne complice. La nuova legge contro la deforestazione importata che i 27 Stati Membri stanno ora discutendo ha il potenziale di escludere questi prodotti dal mercato dell’UE.

I ministri dei Paesi membri dell’Ue, dovranno esprimersi sulla bozza che riguarda i sistemi per arginare la deforestazione il prossimo 17 marzo, un appuntamento che potrebbe essere di fondamentale importanza per mettere a punto una proposta più efficace.

 

(Fonte: WWF)

 

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sabato 5 febbraio 2022

La deforestazione in Brasile, secondo Animal Equality

Un reportage inedito racconta come muore la foresta amazzonica

Il 7 settembre, Animal Equality, associazione che monitora il trattamento degli animali negli allevamenti intensivi in Europa e nel mondo, ha lanciato la sua inedita campagna contro la deforestazione illegale in Brasile innescata dalla corsa alla produzione intensiva di carne bovina e soia.

Nella stessa settimana, davanti alle ambasciate brasiliane in Europa e nel mondo, si sono susseguite marce, presidi, scioperi della fame e altre forme di protesta, che si sono unite all’appello internazionale dei popoli indigeni del Brasile, riuniti nella capitale da agosto. Numerose associazioni impegnate nella difesa dell’Amazzonia e della sua biodiversità hanno inaugurato così la Giornata mondiale dell’Amazzonia, protestando contro il governo di Jair Bolsonaro e le sue proposte di legge. Infatti, secondo numerose realtà ambientaliste ed indigene – tra cui APIB (Brazil’s Indigenous People Articulation), Greenpeace e Survival International – le iniziative del governo Bolsonaro aggraverebbero ulteriormente le condizioni dei biomi del Brasile. Con danni per l’intero ecosistema mondiale. 

 

La conversione forzata delle foreste

Il prezioso ruolo delle foreste, infatti, non riguarda solo la sopravvivenza delle popolazioni locali. Le foreste racchiudono circa l’80% delle specie animali e vegetali del pianeta, rappresentando un importantissimo tesoro di biodiversità e fungendo da regolatori del clima globale. Ma solo se il loro funzionamento e la loro capacità di rigenerazione sono preservati. Secondo un recente studio dello Stockholm Resilience Centre tuttavia, il 40% della foresta pluviale amazzonica avrebbe già raggiunto il punto di non ritorno (tipping point), avvicinandosi pericolosamente a un ecosistema tipico della savana, con boschi e grandi praterie. Le cause sarebbero da rintracciarsi nel rapido aumento della deforestazione che, secondo l’ultimo report di MapBiomas Alert Project, sarebbe aumentata in media del 13.6% nei sei biomi brasiliani.

Se a questo dato si aggiungono le immagini satellitari dell’agenzia spaziale INPE (National Institute for Space Research) i risultati appaiono allarmanti: nel solo mese di settembre 2020 sono stati rilevati oltre 32 mila focolai accesi, il 60% in più rispetto allo stesso mese dell’anno passato. Per quanto riguarda il Pantanal – secondo polmone verde brasiliano e maggiore zona umida al mondo – il LASA, (Environmental Satellite Applications Laboratory) riporta come gli incendi abbiano distrutto il 28% del bioma, per un totale di 4,2 milioni di ettari di foresta perduti. Questi incendi – troppo spesso dolosi – vengono appiccati in particolare nella stagione secca, diffondendosi rapidamente e causando rilascio di CO2 in quantità superiore a quella che la foresta riesce ad assorbire rigenerandosi. Questa incapacità di ripresa si verifica soprattutto quando gli spazi liberati vengono intenzionalmente dedicati a piantagioni e pascoli, e non alla rinascita dell’ecosistema pluviale.

Si tratta di fatto di una conversione forzata, legata alle scelte economiche del paese e alla produzione di specifici prodotti di esportazione conosciuti come i Big Four: carne bovina, soia, olio di palma e legname. Insieme a tutti i loro derivati, questi prodotti rappresentano i maggiori driver di deforestazione in America Latina. Il primato è detenuto dall’industria di produzione e lavorazione della carne che, secondo alcune stime riportate dal WWF, causerebbe direttamente o indirettamente l’80% della deforestazione in Amazzonia. Inoltre, come segnala ancora MapBiomas Alert Project nel suo ultimo report, il 99,8% della deforestazione in Brasile lo scorso anno ha mostrato segni di attività illegale legati proprio a questo settore.

 

Un reportage inedito

Partendo da questi dati allarmanti, Animal Equality ha avviato un percorso di studio e ricerca culminato in un lavoro di inchiesta sul campo intrapreso dal team investigativo internazionale nel Mato Grosso, stato brasiliano in cui le foreste del Pantanal e la savana del Cerrado sono i biomi più compromessi. Attraverso riprese aeree, interviste, collaborazioni con realtà attive sul territorio e il supporto di pubblicazioni autorevoli, il team di Animal Equality ha prodotto un reportage inedito che rafforza gli allarmi lanciati dai report nazionali e internazionali.

Le immagini e le testimonianze raccolte dal team investigativo mostrano come siano proprio gli allevatori che riforniscono le grandi multinazionali della carne ad appiccare illegalmente incendi nelle foreste, per liberare terreni da adibire a pascoli e coltivazioni di soia. Azioni illegali che solo raramente vengono prese in considerazione dalle autorità locali. Nonostante le numerose denunce, secondo il rapporto investigativo redatto e pubblicato dall’osservatorio agroalimentare De Olho nos Ruralistas, solo l’1% delle multe per deforestazione sono state pagate negli ultimi 25 anni.

Come sottolinea Alice Trombetta, direttrice di Animal Equality Italia intervistata da Scomodo, il problema è complesso ed è legato allo smantellamento progressivo delle agenzie di ispezione, alla mancanza di budget e al numero insufficiente di personale dipendente, oltre alle minacce ricevute dalle forze dell’ordine. Animal Equality ha inoltre denunciato una mancanza di monitoraggio integrale nella filiera, sia per quanto riguarda gli standard minimi di benessere degli animali e igiene, sia nel controllo della catena di approvvigionamento che lega le grandi industrie ai piccoli allevatori, di cui viene verificato solo il fornitore diretto e non tutti i partner secondari.

Come riportato dal WWF, se da un lato «in alcune regioni, questo boom della produzione agricola ha generato benefici sociali come l’aumento del reddito, della scolarizzazione e il miglioramento della salute», nella maggioranza dei casi questo modello di produzione per cui la deforestazione gioca un ruolo fondamentale continua ad avere gravi impatti sulle economie locali, causando conflitti e disuguaglianze sociali, degrado ambientale e accaparramento di terre. Anche in territori formalmente protetti da politiche di conservazione o legati ai diritti dei popoli indigeni.  

 

Responsabilità condivisa

Non basta sottolineare le lacune giudiziarie e di monitoraggio per comprendere le responsabilità politiche in gioco. La deforestazione illegale dei biomi, gli incendi inarrestabili e le irregolarità nell’intera filiera, sono strettamente legate a scelte economiche e giuridiche che il presente governo brasiliano notoriamente continua a incentivare. Un esempio lampante, come ricorda la direttrice di Animal Equality Italia Alice Trombetta «è lo sconcertante disegno di legge per approvare quella che è definita eufemisticamente come “land regularization”, che di fatto andrebbe a legittimare, invece che arginare, il fenomeno di accaparramento delle terre fertili». Si tratta di uno dei disegni di legge al centro della protesta dell’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), che ha portato a Brasilia più di 5000 manifestanti provenienti da tutte le regioni del Brasile e da altri stati dell’America Latina, occupando la piazza Ipê in un campeggio, the Struggle for Life Camp, per più di una settimana. 

Nel frattempo, l’aggravarsi della deforestazione va di pari passo anche con l’aumento dei sussidi dedicati al settore, che secondo l’Instituto Escolhas ammonterebbero dal 2008 al 2017 a più di 100 miliardi: ulteriore dimostrazione secondo la direttrice di Animal Equality Italia, «di quanto le decisioni degli organi legislativi ed esecutivi siano permeabili agli interessi dell’industria». Tuttavia, se consideriamo il valore di esportazione di questi prodotti, la deforestazione può essere direttamente collegata anche all’aumento di domanda dall’estero e ai trattati internazionali che favoriscono il mercato di carne e derivati.

Con quasi il 20% delle esportazioni totali, il Brasile è il più grande produttore mondiale di carne bovina e distribuisce i propri prodotti in 145 paesi. Il suo più grande importatore è la Cina, con il 42,2% delle esportazioni del paese. Anche l’Unione Europea è tra i mercati più attivi: l’Italia in particolare è il primo partner europeo, e utilizza carne brasiliana anche in prodotti “made in Italy”. Come riporta Animal Equality, ad oggi «il 70% della carne per la produzione di bresaola IGP utilizza materia prima proveniente dal Sud America». Un caso eclatante riguarda una delle principali aziende italiane di produzione di bresaola, Rigamonti, direttamente collegata alla multinazionale della carne JBS, accusata in alcune inchieste di approvvigionarsi da fattorie sanzionate per deforestazione illegale. 

Il panorama mondiale è simile anche per quanto riguarda la produzione di soia, aumentata dal 1950 ad oggi di 15 volte a causa dell’aumento del consumo di alimenti di derivazione animale a livello globale. Come riporta WWF, la soia è infatti destinata per l’80% alla produzione di farine e al 20% alla produzione di oli. Il 97% delle farine di soia è destinato ai mangimi per animali. Ancora una volta il Brasile detiene un importante primato, producendo il 30% della soia mondiale che esporta principalmente verso la Cina e l’Unione Europea. La domanda europea di soia è soddisfatta infatti al 95% dalle importazioni e solo il 5% della soia è prodotta internamente, secondo un dato dell’EU Market Observatory.

È a causa di questi stretti legami commerciali che alla embedded deforestation (deforestazione incorporata) viene attribuito l’80% della responsabilità in termini di aree deforestate. Importando prodotti e materie prime che fungono da vettori di deforestazione, i partner mondiali partecipano attivamente al degrado ambientale, incentivando il mercato e inasprendo la pressione sugli allevatori. I produttori locali, infatti, per rispondere alla crescente domanda ricorrono a mezzi illegali di produzione, aggirando i deboli sistemi di controllo. Il concetto di embedded deforestation permette di associare la deforestazione nei paesi produttori alla domanda di beni, come la soia e la carne bovina, dei paesi consumatori, ridistribuendo le giuste responsabilità a tutti gli attori in gioco, almeno a livello teorico.

Come sottolinea Alice Trombetta, «possiamo dire con certezza che il problema della deforestazione e degli incendi in Brasile, con i danni sociali e ambientali che ne conseguono, non deriva da mere difficoltà tecniche di implementazione, ma da una specifica volontà politica» che si manifesta sul piano nazionale, ma anche sul piano degli accordi internazionali. Il trattato di libero scambio UE-Mercosur ne è un esempio chiave. Contestato da agricoltori, associazioni ambientaliste, popoli indigeni ed esperti, secondo Greenpeace questo accordo sarebbe «incompatibile con la protezione dei diritti umani e ambientali ai sensi della normativa UE», proprio perché alimenta la produzione e l’esportazione dei prodotti che maggiormente contribuiscono a deforestazione, emissioni di gas serra e violazioni dei diritti umani.

 

Un appello internazionale

Per evitare che l’accordo commerciale UE-Mercosur aggravi ulteriormente i maltrattamenti sugli animali e la distruzione ambientale legati alle pratiche illegali che coinvolgono la filiera agroalimentare brasiliana, Animal Equality si è rivolta all’Unione Europea, chiedendo di non ratificare l’accordo senza prima aver adottato «un’opportuna legislazione che regoli i prodotti importati con standard specifici per il benessere degli animali e la sostenibilità ambientale».

Il reportage di Animal Equality, inoltre, è servito da occasione per lanciare un appello al Congresso Nazionale del Brasile, a cui si chiede di rafforzare e rendere trasparenti i sistemi di ispezione del benessere animale, istituire pene severe e tagliare i sussidi ad agricoltori e allevatori coinvolti in pratiche illegali di deforestazione. Secondo la direttrice italiana di Animal Equality «sono molte le iniziative politiche che possono e devono essere intraprese per contrastare definitivamente la devastazione ambientale che tutti stiamo vivendo a livello globale, che vede l’industria della carne come principale colpevole e il Brasile come triste protagonista». La stessa Greta Thunberg, in un intervento del 10 settembre al Senato brasiliano lo ha ricordato: «il mondo non può permettersi di perdere l’Amazzonia».

 

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