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sabato 8 agosto 2026

PFAS in gravidanza, il rischio nei bambini - Mario Fiumene

 

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati dall’industria. Per semplificare si tratta di acidi molto forti, resistenti maggiori processi naturali di degradazione.

Negli ultimi anni i PFAS e i loro derivati sono stati sotto indagine per il loro effetto negativo sull’ambiente e sulla salute. Infatti i PFAS, se non ben monitorati durante i processi di lavorazione industriale, hanno la capacità di filtrare nelle acque sotterranee e di accumularsi nelle piante, incrementando il rischio di ingresso nella catena alimentare.”

Una volta entrati nella catena alimentare gli acidi tendono ad essere assorbiti dal sangue con conseguenze che sono tuttora oggetto di numerosi studi scientifici per il loro impatto sulla salute. Come già accennato i PFAS e i loro derivati sono ampiamente usati nei processi industriali in svariati ambiti.

L’uso diffuso è legato alle loro caratteristiche: stabilità chimica e termica, impermeabilità all’acqua e ai grassi, capacità di rendere i materiali a cui sono applicati repellenti all’acqua, all’olio e resistenti alle alte temperature. Non stupisce quindi che i PFAS vengano impiegati per la produzione di una vasta gamma di prodotti:

Prodotti ad uso domestico: sono utilizzati per rivestire le superfici delle pentole per conferire proprietà antiaderenti. Alcuni PFAS sono utilizzati come emulsionanti, tensioattivi o agenti umettanti in applicazioni come i detergenti, lucidanti per pavimenti e vernici al lattice. Inoltre, alcuni PFAS sono aggiunti in prodotti aftermarket [di aziende terze] (come spray idrorepellenti per abbigliamento e calzature) che sono applicati per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle, al fine di conferire resistenza all’acqua, all’olio, al suolo e alle macchie. ‍

Articoli medicali: Il carattere inerte e non adesivo dei fluoropolimeri li rende materiali adatti per impianti/protesi mediche. I tessuti medicali, come teli e camici chirurgici in tessuto non-tessuto, sono  trattati al  fine di renderli impermeabili ad acqua ed olio e resistenti alle macchie. Questa diffusione nell’ambiente deve essere oggetto di studio per la prevenzione delle persone fin dalle prime fasi di vita: un esempio è uno studio su 107 coppie madre-bambino che ha analizzato il possibile legame tra esposizione ai PFAS in gravidanza e nei primi mesi di vita e infiammazione intestinale nei bambini, aprendo nuovi interrogativi sugli effetti dei forever chemicals.

L’esposizione ai PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne, potrebbe lasciare un’impronta sulla salute intestinale già nelle prime fasi della vita. È quanto emerge da uno studio coordinato dai ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai e pubblicato il 10 luglio 2026 sulla rivista scientifica Clinical Gastroenterology and Hepatology. La ricerca ha coinvolto 107 coppie madre-bambino provenienti da Stati Uniti e Messico, con l’obiettivo di valutare se il contatto con i PFAS durante la gravidanza e nei primi mesi dopo la nascita fosse associato a segnali di infiammazione intestinale nell’infanzia. Gli studiosi hanno misurato i livelli di esposizione a diversi PFAS nelle madri e nei bambini, per poi analizzare, fino agli 11 anni di età, la presenza di calprotectina fecale, un biomarcatore utilizzato per individuare processi infiammatori a carico dell’intestino. I risultati hanno mostrato che una maggiore esposizione ai PFAS era associata a livelli più elevati di questo indicatore. Lo studio non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto, ma aggiunge nuove evidenze sui possibili effetti dell’esposizione precoce a contaminanti ambientali sulla salute dei bambini.

I ricercatori hanno analizzato la presenza di diversi composti appartenenti alla famiglia dei PFAS durante la gravidanza, al momento della nascita e nei primi mesi di vita. Successivamente hanno confrontato questi dati con i livelli di calprotectina fecale rilevati nei bambini durante il follow-up. L’analisi ha evidenziato che i bambini maggiormente esposti ai PFAS presentavano livelli più elevati di calprotectina fecale, suggerendo un possibile effetto sul sistema immunitario intestinale durante una fase delicata dello sviluppo. Si tratta, secondo gli autori, di uno dei primi studi a evidenziare questa associazione nell’infanzia.

La calprotectina fecale è un indicatore utilizzato nella pratica clinica per rilevare la presenza di infiammazione intestinale. Viene impiegata soprattutto nel percorso diagnostico e nel monitoraggio delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa. Il risultato dello studio non significa che i bambini esposti ai PFAS svilupperanno necessariamente una patologia intestinale, ma suggerisce che queste sostanze potrebbero influenzare alcuni meccanismi biologici coinvolti nella regolazione dell’infiammazione. Comprendere questi processi potrebbe aiutare, in futuro, a individuare meglio i fattori ambientali che contribuiscono al rischio di malattie intestinali.

Lo studio non introduce al momento nuovi esami o terapie per i bambini esposti ai PFAS, ma offre un elemento in più per comprendere come l’ambiente nei primi anni di vita possa influenzare la salute futura. Se queste associazioni saranno confermate da ulteriori ricerche, potrebbero aprire la strada a nuovi strumenti di prevenzione, con una maggiore attenzione alla protezione delle donne in gravidanza e dei bambini nelle aree dove la contaminazione da PFAS è più elevata. Per le famiglie, oggi il messaggio principale non è la necessità di sottoporre i bambini a controlli specifici, ma l’importanza della prevenzione ambientale e della riduzione dell’esposizione ai contaminanti. Per il Servizio sanitario, invece, il tema riguarda la possibilità di integrare sempre più dati ambientali e sanitari per individuare le popolazioni maggiormente esposte e programmare eventuali interventi di tutela.

Gli autori sottolineano che il lavoro presenta alcuni limiti. Essendo uno studio osservazionale, può evidenziare un’associazione ma non stabilire che siano proprio i PFAS a causare l’infiammazione intestinale. Saranno quindi necessari studi più ampi per confermare il legame osservato, chiarire i meccanismi biologici coinvolti e capire se questa infiammazione precoce possa avere conseguenze sulla salute intestinale negli anni successivi. Per quanto riguarda l’Italia, per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti. Il provvedimento riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino.

La decisione arriva al termine di uno studio condotto dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, Arpav e le aziende sanitarie. Sono stati esaminati 703 campioni di carne, latte e uova provenienti da 156 aziende delle zone rossa e arancione.

Secondo i dati resi noti, 680 campioni, pari al 97%, sono risultati entro i limiti di legge, mentre 18, il 3%, hanno superato i tenori massimi. Otto aziende hanno presentato superamenti per PFOA o PFOS nel muscolo bovino, nel fegato bovino o in quello suino. Per queste realtà sarebbero state adottate misure dirette a impedire l’immissione sul mercato degli alimenti contaminati e sarebbe stato avviato un monitoraggio continuativo.

Nel frattempo, i risultati richiamano l’attenzione sull’importanza di ridurre l’esposizione ai contaminanti ambientali anche per vegetali, vino, pesci, così proteggere la salute fin dalle prime fasi della vita.

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mercoledì 3 settembre 2025

Sull’Alzheimer - Mario Fiumene

L’estate in genere è considerata stagione durante la quale si può avere tempo di letture definite leggere, per trascorrere le lunghe giornate di luce in relax.

Ma non sempre è così: avendo seguito una trasmissione televisiva di divulgazione culturale ho segnato negli appunti un titolo che mi ha incuriosito: «Alzheimer S.P.A. e sottotitolo «Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c’è». Si tratta di un testo di circa duecento pagine.

La lettura è stata centellinata per la necessità di metabolizzare le nefandezze di molti scienziati (sic!) che con la connivenza di Aziende interessate al solo profitto hanno preso in giro migliaia di ammalati. Riporto testualmente uno dei commenti della autrice: «i medici e i pazienti stanno capendo che, per quanto le aziende vantino le magnifiche sorti dei loro prodotti, purtroppo la cura dell’Alzheimer ancora non c’è, e i discutibili benefici di terapie pubblicizzate come rivoluzionarie non giustificano per nulla la spesa astronomica e i rischi per i pazienti che esse comportano.

Il sistema è traballante, in alcuni aspetti guasto. […] ma la verità no, prima o poi interviene quando si tratta di scienza e di salute». Questo ultimo passaggio mi ha spinto a scrivere. La malattia di Alzheimer colpisce in Italia più di una persona su cento ed è in crescita: la Sardegna è compresa in questa problematica. Praticamente non c’è famiglia che non abbia avuto esperienza, diretta o indiretta, dei crudeli effetti di questa patologia.

Vedere svanire la mente dei propri cari, che giorno dopo giorno perdono contatto con il mondo, è un’esperienza devastante e fisicamente faticosa. L’autrice Agnese Codignola dopo essersi laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche, ha conseguito un dottorato in farmacologia e dopo aver fatto la ricercatrice ha intrapreso la difficile attività di giornalista professionista su temi di salute a tutto campo. Il suo racconto prende spunto da una pubblicazione sulla rivista «Nature» del 2023 che si occupava della ricerca scientifica tra il 1945 e il 2010 e che sottolineava le molteplici scoperte dopo il 2010 e la carenza di progressi nella cura dell’Alzheimer.

Il suo lavoro di ricercatrice la ha portata a scoprire che per decenni la ricerca si è intestardita a cercare la cura per neutralizzare la proteina chiamata beta amiloide, nella convinzione che ciò fosse sufficiente, nonostante la mole di dati contrari a tale ipotesi continuasse a crescere. Mentre nel caso del cancro, la ricerca è stata dirompente portando ad aggredire le cellule malate in vari modi, con l’Alzheimer non è accaduto. A parità di miliardi investiti e di ricercatori coinvolti, nello stesso arco di tempo, non è successo altrettanto. L’autrice ci rivela che poi qualcosa è cambiato, e non solo per i fallimenti del pensiero dominante, ma anche perché il lavoro di decine di persone serie ha raggiunto una tale forza che non è stato più possibile ignorarlo.

Se tra qualche anno potremo avere cure efficaci, è probabile che sarà merito di chi ha avuto libertà di pensiero e si è ribellato alle lobbies. Per questo motivo, vale la pena di leggere le storie personali e scientifiche di alcuni di questi ricercatori: rappresentano l’incarnazione della parte migliore della scienza.

Il libro è Alzheimer S.P.A. di Agnese Codignola, edito da Bollati Boringhieri

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mercoledì 13 agosto 2025

Perché è giusto praticare l’alfabetizzazione sanitaria pubblica - Mario Fiumene

 

In un Paese dove oltre un terzo degli adulti è analfabeta funzionale, la alfabetizzazione sanitaria pubblica rappresenta una sfida cruciale.

Perché significa non solo sviluppare consapevolezza, competenze e partecipazione attiva dei cittadini per rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale, ma anche contrastare le disuguaglianze. È infatti la condizione attraverso la quale persone e gruppi possono ottenere, comprendere, valutare e mettere in pratica le informazioni necessarie per rendere le decisioni di sanità pubblica utili per la comunità.

L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) a fine 2024 ha riportato che il 35% degli adulti italiani, tra i 16 e 65 anni di età, può essere definito come analfabeta funzionale, mentre la media Ocse è del 26%. Quindi oltre un terzo degli italiani sa leggere, ed esprimersi in modo sostanzialmente corretto, ma non è in grado di raggiungere un adeguato livello di comprensione e analisi di un discorso complesso, di articoli di giornale, regolamenti o bollette. Si trova in difficoltà nell’esecuzione di calcoli matematici semplici, come gli sconti in un negozio, la tenuta della contabilità casalinga, o nell’utilizzo degli strumenti informatici.

Sconta una conoscenza superficiale degli eventi storici, politici, scientifici, sociali ed economici. Il fenomeno è trasversale e interessa l’intera popolazione italiana (e non solo) seppur con distribuzione diversa per età, profilo socio-economico, regione di residenza. Situazione preoccupante pensando alla creazione, la circolazione e la disponibilità a credere a notizie false in un’epoca di potere dei social network, in particolare, alla disinformazione legata ai temi medico sanitari in una popolazione già analfabeta in tema di salute. 

Negli anni ‘70, relativamente alla capacità delle persone di leggere e comprendere materiale scritto di tipo sanitario, è emerso il concetto di alfabetizzazione sanitaria. E’ in estrema sintesi un aggiornamento della vecchia educazione sanitaria ed è finalizzata ad aiutare le persone a fare le migliori scelte personali, sia in tema di prevenzione e promozione della salute che di coinvolgimento quando pazienti nella gestione del percorso di cura. La comunità deve essere consapevole che ci sono determinanti sociali che influenzano il benessere e lo stato di salute e deve agire di conseguenza.

Il sistema sanitario per essere adeguato dovrebbe essere in grado di ridurre le disuguaglianze sociali e le relative cause anche in tema di salute. Serve, quindi una comunità alfabetizzata in grado di monitorare e tutelare il proprio stato di salute. La salute, in quanto bene comune, è indivisibile: la salute degli uni dipende da quella di tutti gli altri (e il concetto di One Health/Una Salute, parola d’ordine oggi di moda, ma non per questo meno vera, lo estende all’intero pianeta e a tutte le relazioni tra ogni forma di vivente).

La casa della comunità, la casa del bene comune, che potrebbe essere la sede ideale e privilegiata della scuola sul campo di sanità pubblica (di tutti gli ordini da quella d’infanzia a quella degli studi superiori in sanità pubblica) trova difficoltà a operare. Eppure, già dal 23 maggio 2022 un decreto ministeriale prevede che ogni 40-50 mila abitanti sia costituita una Casa della comunità, cioè un «luogo fisico di facile individuazione al quale i cittadini possono accedere per bisogni di assistenza sanitaria e socio-sanitaria».

E nel Pnrr sono previste risorse per edificarle laddove non esistano (un po’ meno per dotarle del personale). Per far funzionare le Case della Comunità serve, però, una politica matura, una cultura di sanità pubblica libera e indipendente da vincoli politici o di categoria (quindi anche da università, ordini professionali, rappresentanze ristrette) e che sia condivisa coi cittadini e le cittadine. Una cultura che dovrebbe mirare sia a riequilibrare i livelli di salute tra i vari gruppi sociali sia a riequilibrare il peso tra servizi territoriali (Distretti e Dipartimenti di prevenzione) e servizi ospedalieri.

In Sardegna queste condizioni non esistono, vanno create progressivamente, attraverso provvedimenti che rappresentino un cambio di paradigma e vanno contestualizzati e applicati con il sostegno di iniziative che aumentino la alfabetizzazione sanitaria pubblica e quindi la competenza sui temi della sanità pubblica a tutti i livelli, in tutti gli ambienti (politica e media compresi). Rendere i cittadini protagonisti in ambito sanitario necessita di un grande investimento di portata strategica, e prevalentemente culturale, per aumentare le loro conoscenze scientifiche e la consapevolezza di come tutelare la loro salute.

Questo potrebbe consentire ai cittadini di comprendere come le politiche ambientali, urbane, industriali, del territorio, sono determinanti fondamentali nella tutela e nella promozione della loro salute.

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lunedì 23 giugno 2025

La professione infermieristica: quale ruolo rispetto alle problematiche climatiche e all’assistenza primaria - Mario Fiumene


L’evoluzione dei bisogni di salute, la crescente complessità dei percorsi assistenziali e la riorganizzazione dei servizi territoriali richiedono un ripensamento del contributo di tutte le professioni (mediche, sanitarie, infermieristiche, sociali e così via) nei processi di trasformazione del sistema sanitario.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano rappresenta una complessa organizzazione Knowledge-Based, ovvero una realtà che si fonda sul valore della conoscenza e competenza professionale di chi vi lavora. Tra queste figure professionali, gli infermieri rappresentano circa il 40% di tutto il personale del SSN e svolgono un ruolo cruciale nel garantire l’efficacia, la continuità e la qualità delle cure. La dotazione strutturale di un sistema sanitario rappresenta uno dei principali indicatori per valutarne l’efficienza e la capacità di rispondere alle esigenze della popolazione.

Gli indicatori utilizzati per rappresentare queste dimensioni riguardano la disponibilità di risorse umane sulla base della domanda (popolazione da coprire e numero posti letto) e la composizione del personale. Un contesto globale in rapida evoluzione pone sfide per i sistemi sanitari e influisce sulla salute e sul benessere. Instabilità geopolitica, conflitti, cambiamenti climatici e sconvolgimenti ambientali stanno avendo un impatto su un numero crescente di paesi.

L’incertezza economica persiste insieme all’aumento del debito pubblico, all’inflazione e alla riduzione del margine di bilancio, tutti fattori che incidono sulla spesa del settore sociale. Le ripercussioni sulla salute umana si riflettono nel rallentamento dei progressi nella riduzione della mortalità materna, neonatale e infantile e nell’aumento delle malattie non trasmissibili (NCD), dei problemi di salute mentale, delle malattie trasmissibili, della resistenza antimicrobica e dei rischi infettivi ad alto rischio.

Mancano 5 anni all’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile 2030. I progressi in materia di copertura sanitaria universale (UHC), sicurezza sanitaria e Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) relativi alla salute non possono essere realizzati senza un numero adeguato di operatori sanitari e assistenziali dotati delle competenze necessarie per soddisfare i bisogni di salute della popolazione. Mentre lo “stock” globale di operatori sanitari è aumentato costantemente nell’ultimo decennio, i progressi nel colmare la carenza di operatori sanitari sono rallentati, inducendo una revisione al rialzo della carenza globale prevista per il 2030 da 10 a 11 milioni, il 69% dei quali sarà a carico delle regioni africane e del Mediterraneo orientale dell’OMS.

Queste lacune nell’accesso agli operatori sanitari rappresentano una grave disuguaglianza che deve essere affrontata. Lo Stato dell’assistenza infermieristica nel mondo 2025 fornisce dati ed evidenze aggiornati e convalidati sulla forza lavoro infermieristica globale, come riportato attraverso un approccio standardizzato per i dati sulla forza lavoro sanitaria nazionale. La maggiore disponibilità di dati consente una maggiore precisione nella descrizione delle sfide relative alla formazione infermieristica, all’occupazione, all’erogazione dei servizi e alla leadership, nonché una pianificazione adeguata delle risposte politiche per affrontarle.

Ottimizzare la produzione nazionale di infermieri per soddisfare o superare la domanda del sistema sanitario è nell’agenda di molti Paesi. In particolare quelli africani e del Mediterraneo orientale, devono aumentare il numero di laureati in infermieristica per tenere il passo con la crescita demografica e l’espansione della domanda del mercato del lavoro. Molti paesi dovranno affrontare i colli di bottiglia che impediscono l’ammissione o l’iscrizione degli studenti (ad esempio, la disponibilità di facoltà infermieristiche e sedi di formazione clinica; limitazioni nelle infrastrutture e nelle attrezzature per la formazione), da noi in Italia si discute di come rendere attrattiva la Professione infermieristica. In altre realtà si pensa a come dare agli infermieri gli strumenti per contribuire all’agenda climatica attraverso la formazione, l’advocacy, la pratica consapevole del clima in ambito sanitario e la leadership.

Integrare i risultati di apprendimento sugli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute nei programmi di studio basati sulle competenze e negli studi interdisciplinari. I ruoli infermieristici nelle strutture sanitarie possono promuovere misure di sostenibilità e consapevolezza climatica nei loro luoghi di lavoro. Anche in Italia si dovrebbero ripensare i percorsi didattici e inserire nei programmi le tematiche di salute dell’ambiente e dei luoghi di vita. L’ambiente globale è sempre più caratterizzato da crisi e conflitti concomitanti, incertezza economica, accelerazione dei cambiamenti climatici e aumento delle disuguaglianze sociali.

Conflitti e emergenze prolungati si verificano in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche. La stagnazione e la regressione economica globale stanno esercitando pressioni sui bilanci degli aiuti allo sviluppo e limitando la spesa del settore sociale in senso più ampio. Gli impatti dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale sono più evidenti e colpiscono in modo sproporzionato le popolazioni vulnerabili. I cambiamenti demografici sono sempre più caratterizzati dall’invecchiamento della popolazione e dai bassi tassi di natalità in molti paesi, compreso il nostro, parallelamente a un costante aumento dell’urbanizzazione in tutto il mondo. Sebbene i progressi tecnologici offrano un potenziale significativo per migliorare l’accesso alle informazioni, il processo decisionale e la produttività, i benefici comportano il rischio di ampliare i divari di accesso, aggravare le disuguaglianze, la disinformazione e la disoccupazione.

Gli infermieri svolgono un ruolo cruciale nell’affrontare gli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici attraverso l’istruzione, la sensibilizzazione e le pratiche sanitarie sostenibili. In quanto operatori sanitari che lavorano in prima linea nella fornitura dei servizi, educano i pazienti e le comunità sui rischi per la salute legati al clima, tra cui l’inquinamento atmosferico, il caldo estremo e le malattie trasmesse da vettori, promuovendo al contempo misure protettive come la preparazione e la risposta alle emergenze, strategie di idratazione e prevenzione delle infezioni.

I loro stretti legami con le comunità li rendono potenti sostenitori della giustizia sociale, affrontando l’onere sproporzionato dei cambiamenti climatici, come l’aumento della prevalenza di malattie respiratorie e cardiovascolari dovuto all’inquinamento atmosferico o malattie trasmesse da vettori dovute ai cambiamenti climatici. In molti Paesi oltre all’educazione dei pazienti, gli infermieri guidano iniziative per ridurre l’impronta di carbonio delle strutture sanitarie e assistenziali promuovendo il riciclaggio, riducendo il consumo energetico, implementando pratiche di approvvigionamento sostenibili e sostenendo la telemedicina. Questi sforzi contribuiscono a mitigare l’impatto ambientale della salute e dell’assistenza, garantendo al contempo la resilienza contro i cambiamenti climatici come eventi meteorologici estremi, incendi boschivi e alluvioni.

Tuttavia, gli infermieri stessi affrontano rischi per la salute derivanti dai cambiamenti climatici, tra cui l’esposizione a temperature estreme, la scarsa qualità dell’aria e il peso psicologico della risposta alle emergenze causate dal clima. Il supporto alla salute mentale per gli infermieri che affrontano stress, burnout e traumi è essenziale per mantenere il benessere e l’efficacia della forza lavoro. Nonostante il loro ruolo fondamentale, molti infermieri segnalano una formazione inadeguata sui problemi di salute legati al clima.

Uno studio globale ha rilevato che tra gli operatori sanitari intervistati, il 41% ha segnalato una mancanza di conoscenza come ostacolo alle iniziative sui cambiamenti climatici, il 22% ha citato un supporto tra pari limitato e il 31% riteneva che gli operatori sanitari avrebbero avuto scarso impatto, sottolineando l’urgente necessità di una migliore istruzione e sviluppo delle competenze. Pertanto, il rafforzamento dei programmi di studio infermieristici e l’espansione dei programmi di sviluppo professionale continuo prepareranno meglio gli infermieri ad affrontare le sfide climatiche nella loro pratica. Integrando un’assistenza consapevole del clima nella loro pratica, gli infermieri contribuiscono alla resilienza sanitaria globale e al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

La loro competenza sia nell’assistenza diretta ai pazienti che nella più ampia sostenibilità del sistema sanitario li rende centrali per promuovere una risposta incentrata sulla salute ai cambiamenti climatici che dia priorità alla prevenzione, all’adattamento e all’equità. Come già detto in precedenza è auspicio che anche in Italia i programmi di studio infermieristici siano rivisti in applicazione dell’art.7 del nuovo Codice Deontologico 2025: «l’infermiere promuove stili di vita ecosostenibili e rispettosi dell’ambiente, riconoscendo l’interazione tra la salute umana, quella animale e l’ambiente, per una salute integrale a livello globale».

Vediamo un altro aspetto: gli infermieri nell’assistenza sanitaria primaria. Gli infermieri sono fondamentali per l’assistenza sanitaria primaria, poiché forniscono servizi equi, convenienti e incentrati sulle persone, rafforzando al contempo le capacità del sistema sanitario. Basato su prove concrete e supportato da politiche globali, l’approccio all’assistenza sanitaria primaria rimane fondamentale per raggiungere la copertura sanitaria universale e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Gli infermieri sono fondamentali per coordinare, personalizzare, supervisionare e comunicare l’assistenza tra specialisti, assistenti e caregiver informali. In qualità di caregiver, promotori, supervisori, educatori e leader, gli infermieri sono essenziali per la sicurezza del paziente.

La loro competenza nella gestione del rischio e nell’assistenza basata sulle evidenze garantisce la sicurezza nell’erogazione dei servizi. In particolare, il 67% dei paesi segnala l’integrazione dei principi di sicurezza del paziente nella formazione infermieristica, supportando funzioni critiche come la somministrazione di farmaci e la prevenzione e il controllo delle infezioni (IPC). Nonostante le sfide come la carenza di personale, gli infermieri sostengono le misure di IPC come l’igiene delle mani e le tecniche asettiche, promuovendo al contempo la fiducia attraverso l’educazione del paziente. Investire nella capacità e nella leadership infermieristica è fondamentale per sostenere l’assistenza primaria e le funzioni essenziali della sanità pubblica come nucleo dei servizi sanitari integrati consentendo agli individui e alle comunità di gestire la propria salute.

Gli infermieri sono fondamentali nel promuovere questi pilastri e nel guidare l’agenda dell’assistenza sanitaria primaria. Gli infermieri di famiglia IFeC (legge 77/2020) dovranno essere in prima linea in questa visione. Al contrario di altre professioni sanitarie, l’infermiere di famiglia e comunità (e in generale l’infermiere) non è una figura tecnica perché il suo intervento non si esaurisce con la prestazione erogata a fronte di una bisogno, ma agisce in modo preventivo, proattivo e partecipativo rispetto al paziente e anche alla sua famiglia perché questi siano in grado di comprendere la loro situazione e di affrontarla secondo i parametri necessari all’assistenza e alla tutela della salute, ma anche da punto di vista sociale e di integrazione per una qualità di vita migliore, anche attraverso la tutela dell’ambiente.

Mario Fiumene Dottore Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche, già Coordinatore Area delle Cure Domiciliari Servizio delle Professioni Sanitarie Asl 3 e Asl 5, Regione Sardegna

https://www.manifestosardo.org/la-professione-infermieristica-quale-ruolo-rispetto-alle-problematiche-climatiche-e-allassistenza-primaria/

domenica 11 maggio 2025

Il Servizio Sanitario Regionale riesce a garantire la salute delle cittadine e dei cittadini? - Mario Fiumene

 

Il Servizio Sanitario Regionale riesce a garantire la salute dei cittadini? Come possiamo ampliare lo studio dell’efficacia dell’assistenza, compresi settori trascurati come le cure di base per adulti e bambini e specialistiche ambulatoriali, attualmente in una situazione di notevole crisi?

Quali sono le conseguenze della progressiva privatizzazione dell’assistenza? A proposito di privatizzazione c’è da dire che in Sardegna abbiamo una condizione di Privato convenzionato a macchia di leopardo, come esempio basta per tutti il Mater di Olbia, che riceve fondi cospicui dalle tasse di tutti i sardi, ma si trova a Olbia, così altre realtà importanti sono a Cagliari. Facilmente raggiungibili?

La proposta di un “Nuovo Servizio Sanitario Nazionale” (NSSN) dell’Epidemiologo Cesare Cislaghi richiede una visione politica chiara, una mobilitazione delle competenze epidemiologiche e un impegno collettivo per difendere e rilanciare un sistema che ha garantito per decenni il diritto alla salute. Questo dibattito non solo è urgente, ma rappresenta una delle sfide più rilevanti per il futuro della sanità pubblica italiana. E la Sardegna come si pone davanti a questa proposta?

Al momento in Sardegna è in corso una “rivisitazione” delle Direzioni Generali delle varie Asl e Aziende Universitarie, del Brotzu e dell’AREUS (area emergenza). Non possiamo omettere di dire che sei mesi di commissariamento, non daranno risposte esaustive alla carenza di Medici di medicina generale, è una branca che pochi giovani medici scelgono. Entro il 2026 (lo prevede il PNRR) devono essere definiti sia le Case di comunità, che gli Ospedali di comunità: ad oggi le risorse umane non ci sono, a partire dagli Infermieri di Famiglia Comunità (IFeC), figure di raccordo per le COT (La Centrale Operativa Territoriale garantisce e coordina la presa in carico, da parte dell’Azienda sanitaria locale, dei pazienti “fragili”, intercettando i bisogni di cure e/o di assistenza, assicurando la continuità tra Ospedale e Territorio). Credo che tutti concordiamo sulla certezza che le Case di comunità sono nell’ambito delle cure primarie. Andando a rileggere la Dichiarazione di Alma Ata (1978) il primo livello di contatto degli individui, delle famiglie e della comunità con il sistema sanitario del paese, sono le cure primarie.

Attraverso le cure primarie si porta l’assistenza sanitaria quanto più vicino è possibile a dove la popolazione vive e lavora (dicasi prossimità) e costituendo il primo elemento di un processo continuo di assistenza. E’ questo il livello dove emergono e si manifestano i bisogni di salute della popolazione (applicazione del welfare della comunità). Su un piano più operativo, si tratta di dare gambe a questo sistema di sanità: tradurli in modelli efficaci di intervento. I servizi di prossimità dovrebbero essere forniti principalmente (non esclusivamente) da medici infermieri di famiglia (la definizione “di famiglia” vale appunto sia per i medici per gli infermieri).

I determinanti sociali della salute e l’attenzione alle disuguaglianze, riflette una comprensione più completa e integrata delle necessità assistenziali. La decisione di includere il benessere mentale tra le priorità assistenziali, è particolarmente significativa. Ma dal dire al fare restano tante le famiglie costrette a farsi carico dell’assistenza alle persone con malattie mentali e neurologiche. Come poter pensare positivo riguardo i cinque progetti finanziati dal CCM (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie) del Ministero della Salute. Questi studi, che affrontano temi di grande attualità e rilevanza, spaziano dagli effetti a lungo termine del COVID-19 alle linee guida per lo screening neonatale uditivo e visivo, fino a nuove strategie per affrontare le infezioni sessualmente trasmesse e il monitoraggio delle colonizzazioni da batteri resistenti ai carbapenemi (sono antibiotici).

Siamo alle prese con problematiche ambientali: la complessità delle attività inquinanti presenti in tutta l’Isola, tra Siti di interesse nazionale per le bonifiche (SIN) e Siti d’interesse regionale (SIR), si citano come “peccato originale” le fonti di inquinamento militare e il Petrolchimico non hanno una bonifica programmata adeguata alle necessità dei territori interessati, come peraltro gli impianti industriali Fluorsid s.p.a. a questo si aggiunge la più recente contaminazione da PFAS nell’area del Sulcis. Parlando di screening, ci viene ricordato che è un obiettivo del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) il prendersi cura delle persone lungo tutto il percorso, garantendo test, diagnosi, trattamenti e follow-up completamente gratuiti.

Ma nella realtà gli screening hanno subito un lungo blocco e solo in alcune zone della Sardegna si è ripreso ad effettuarli. Ed è altrettanto necessario mettere in luce che oggi immigrati, migranti, persone transgender, popolazione carceraria, individui con disabilità, malattie mentali, residenti in zone isolate non ricevono lo stesso trattamento del resto della popolazione dei centri urbani. È evidente la necessità di un contesto sanitario più inclusivo e non discriminante, che si occupi attivamente dei gruppi più vulnerabili e difficili da coinvolgere. Nel nostro mondo, ovvero di quelli che si preoccupano della situazione ambientale e climatica e si impegnano per il cambiamento, troviamo poca visibilità sulla stampa cartacea della Sardegna (leggasi Unione Sarda e Nuova Sardegna).

Altrettanta difficoltà, ad essere supportati, incontriamo tra i colleghi del settore sanitario. Concludo con una annotazione: da laico sento di poter dire che la scomparsa del Papa Franziscus, diminuisce la possibilità di divulgare una narrativa nuova e molto potente per costruire un futuro sostenibile che non ripeta gli errori di oggi e del passato – fondati secondo Francesco sulla cultura dello scarto e sul paradigma tecnocratico dominante – proponeva un profondo cambiamento degli attuali modelli di sviluppo. Le parole di Bergoglio sono risuonate forti in un momento storico scosso da tremendi rigurgiti di odio e di disprezzo dei diritti fondamentali delle persone. Sono parole che vanno rilette: dico che non devono mai essere dimenticate, anche e a maggior ragione in momenti difficili come quelli di oggi in cui proprio il multilateralismo è messo in discussione dalle forze più reazionarie.

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domenica 27 marzo 2022

L’importanza della distribuzione diretta dei farmaci - Mario Fiumene

Mentre in commissione Affari sociali all’interno dell’Indagine conoscitiva in materia di «distribuzione diretta» dei farmaci per il tramite delle strutture sanitarie pubbliche in Sardegna ed in Provincia di Oristano in particolare la situazione è drammatica a causa delle poche giornate di apertura che i Servizi Farmaceutici territoriali delle ASL dedicano proprio alla distribuzione diretta. La causa di tale situazione pare sia determinata dal numero ridotto di farmacisti, la carenza è iniziata dal 2016. pare irrisolta.

Spieghiamo cosa si intente per distribuzione diretta: La distribuzione dei farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale avviene normalmente mediante la rete delle farmacie aperte al pubblico (farmacie pubbliche e private) convenzionate con il SSN (Distribuzione convenzionata).
Una quota di medicinali viene distribuita (Legge del 16/11/2001, n. 405, art. 8) anche attraverso le farmacie ospedaliere e i servizi farmaceutici delle ASL (Distribuzione diretta). In tal caso, le aziende sanitarie e le aziende ospedaliere acquistano i farmaci, e li distribuiscono, mediante le proprie strutture, direttamente ai pazienti per il consumo al proprio domicilio. Questa modalità riduce notevolmente la spesa farmaceutica delle ASL.

I medicinali erogabili attraverso la distribuzione diretta da parte delle strutture pubbliche sono inclusi nel cosiddetto PHT Prontuario della Distribuzione diretta o della presa in carico e della continuità terapeutica ospedale – territorio. Secondo le indicazioni riportate nel DM 31 luglio 2007, articolo 1, comma 1, per distribuzione diretta si intende “la forma di erogazione dei farmaci al paziente, per il consumo al proprio domicilio, alternativa alla tradizionale acquisizione degli stessi presso le farmacie, ai sensi dell’articolo 8, comma 1, della legge n. 405/2001. Attraverso la distribuzione diretta si migliora la continuità assistenziale ospedale-territorio,

il monitoraggio, l’appropriatezza di uso, aderenza e facilità di accesso è maggiormente garantita attraverso l’erogazione di farmaci in Distribuzione diretta in particolare per i farmaci soggetti a prescrizione limitativa specialistica Registro AIFA – con accesso ricorrente del paziente alla struttura. I criteri di selezione di questi farmaci sono quelli della criticità terapeutica, del controllo periodico del paziente presso la struttura specialistica, che determina le condizioni per una maggiore appropriatezza diagnostico-assistenziale, una verifica della compliance del paziente e uno strumento di monitoraggio del profilo di beneficio/rischio e di sorveglianza epidemiologica dei nuovi farmaci.

I costi della Distribuzione diretta sono notevolmente ridotti: i costi diretti sia quelli indiretti stimano un costo medio che è 2 volte minore rispetto ad altre forma di distribuzione. Tale leva economica generata dalla Distribuzione diretta risulta vitale per la sostenibilità del sistema e per garantire l’innovazione terapeutica”.

Si vuole evidenziare che all’interno della Missione 6 – Reti di prossimità, strutture di telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale – è stata prevista l’attivazione di n. 1.288 Case della Comunità, con centrali operative per le cure domiciliari e la telemedicina. La Distribuzione diretta si inserisce perfettamente in questa nuova visione: è un modello che prevede la consegna al domicilio del paziente o direttamente presso le Case di Comunità o Ospedali di Comunità di farmaci erogati in Distribuzione diretta.

Va considerato, a tal proposito, il ruolo del personale infermieristico delle Cure Domiciliari che spesso si fa carico di recapitare i farmaci a casa dell’assistito. A tal proposito sarebbe opportuno riconoscere agli Infermieri delle Cure Domiciliari un grado di competenza superiore” come nei progetti già operativi per la sclerosi multipla, le SLA, patologie neoplastiche, cure palliative e per malattie rare.

Attualmente il cittadino viene continuamente monitorato dal clinico e dai farmacisti coinvolti all’interno delle equipe multidisciplinari, spesso con il coinvolgimento dei MMG e dei PLS. Non c’è miglior modo di favorire la compliance del paziente e l’aderenza alla terapia che quello di essere seguito costantemente dal personale che si reca al domicilio: in questo avranno un ruolo importante gli Infermieri di Famiglia/ Comunità. E tutto questo è ad oggi garantito dalla distribuzione diretta del farmaco per il tramite delle strutture pubbliche, favorendo l’alleanza terapeutica tra sanitari e paziente.

In sostanza si sottolinea che non c’è miglior modo di favorire la compliance del paziente e l’aderenza alla terapia che quello di seguire costantemente il paziente per il tramite delle stesse strutture eroganti il farmaco. E tutto questo è ad oggi garantito dalla distribuzione diretta del farmaco dalle strutture pubbliche. Ciò che è certo è che, se professionisti dipendenti dalla pubblica amministrazione insistono sull’utilità della Distribuzione diretta e ne sottolineano la qualità a garanzia dei pazienti più fragili pur facendosi carico di una mole di lavoro decisamente impegnativa è perché ci credono fermamente avendo constatato e valutato i risultati positivi che hanno compensato i loro sforzi.

La soddisfazione consiste soprattutto nell’avere contribuito negli ultimi venti anni a fare in modo che la distribuzione diretta abbia potuto garantire e stia garantendo l’accesso ai farmaci innovativi e alla sostenibilità del sistema. Sarebbe opportuno porre rimedio alla situazione attuale che in Sardegna limita la distribuzione diretta dei farmaci, con un aggravio di spesa, un grave disagio agli utenti e un aggravio di lavoro a carico del personale dell’assistenza territoriale.

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