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mercoledì 21 marzo 2018

Un paese dalle belle presenze - Lino Di Gianni


Nella piccola città in cui abito, Avigliana, a trenta chilometri da Torino, se cammino a piedi nell’unico corso che attraversa tutto il paese, capita di incontrare spesso belle persone.
Come ieri, dopo l’arrabbiatura nell’attraversare, di un anziano abitante che non rispetta la precedenza dei pedoni, e quasi mi investe sulle strisce, mi capita di incontrare Moussa. Avevamo raccolto soldi per la terribile notizia della morte di sua figlia piccola. Lui non aveva potuto andare al suo funerale. C’era stata una bella gara di solidarietà: mi ricordo anche l’offerta di una signora anziana, anonima, che manifestava così, con parecchi soldi, la sua vicinanza [leggi anche Yako (Mi dispiace, in Bambarà)]. Adesso Moussa ha preso la terza media, ha il permesso di soggiorno, lavora presso una cooperativa e partecipa ancora a spettacoli teatrali. Questa bella iniziativa teatrale nata qualche anno fa attorno a un regista, Beppe Gromi, e un gruppo di richiedenti asilo, diventati i Black Fabula.
Mentre cammino verso la stazione incontro la sorridente donna della Malesia, sempre molto dolce e con quell’aria svagata e fantasiosa che ho conosciuto in tanti giorni di scuola. Yvonne, lavora in un negozio di abbigliamento cinese, ormai da qualche anno. Suo figlio fa la quarta e vivrà tra il mondo della madre e quello del padre, italiano. Un bel retroterra ricco di esperienze, anche con il bagaglio della mamma che parla correntemente inglese e francese, ed è sempre molto ricca di fantasia.
Dopo il negozio di panetteria dove compro dei grissini ad acqua, artigianali, chiamati “ rubata” buonissimi, faccio ancora pochi passi e mi ritrovo a salutare calorosamente una bravissima amica fotografa, che con le sue splendide immagini segue gli spettacoli dei Black Fabula, ma anche quelli di cantanti importanti e famosi. Nella mattina incerta e nuvolosa ha una bella luce negli occhi
Quando vado all’ufficio postale, per ritirare dei pacchi, mi saluta una donna marocchina che è venuta a scuola per qualche anno, con molta voglia di imparare, che cercava di trovare il tempo nonostante tre figli da seguire.
Vicino c’è la mia scuola, la sede del Cpia, dove ci sono i corsi per adulti stranieri, al pomeriggio. Dovrebbero riconoscere a quel luogo il valore di importante presidio culturale, perché degli adulti che hanno subito gravi danni dalla guerra o dalla povertà, vengono tutti i giorni a scuola a imparare l’italiano, a incontrarsi con altri amici, a dimostrare la volontà di migliorare e cambiare il proprio destino:
come fecero i nostri nonni, andando a lavorare all’estero o venendo nel Nord dell’Italia, dove c’erano le fabbriche.
da qui

martedì 23 gennaio 2018

Serifou non ricorda più le sillabe - Lino Di Gianni

Serifou ha dimenticato tutte le sillabe, nelle vacanze di Natale. Succede sempre così, con le cose delicate. Basta interrompere le attenzioni e qualcosa si arresta. Il suo amico Moussa invece, molto più giovane, adesso è lanciato nella lettura delle frasi, e non si stanca di mettere a posto le schede, per riguardarle. Quando uno non sa leggere, tutte le parole nuove deve tenerle a mente.
Serifou ha due bambini da seguire, una di nove anni con grosso handicap di udito. Lui l’ha portata qui per farla operare, per avere una vita migliore per tutta la famiglia, per curarsi le ossa della gamba che hanno una grave malattia.
Nelle ore in cui c’è Serifou arrivano anche molti altri rifugiati, sono contenti di venire, dicono. Io cerco di capire chi legge sillabe, chi legge parole, chi ha la mente agile. Ad esempio un ragazzo molto giovane, completamente analfabeta, lo sguardo pesante e indolente, nel tentare di ricordare le lettere dell’alfabeto. Uso il gioco del Tris per vedere le capacità logiche, e incredibilmente batte tutti segnando i suoi tre simboli alla lavagna: ha elaborato una strategia per cui si procura, contemporaneamente due possibilità di vincita. E vince contro tutti, anche contro di me.
Mi piace vedere quando chiedo a qualcuno di far da maestro a un suo compagno: si parlano in Bambarà e si prendono molto sul serio.
Nelle due ore successive, gruppo totalmente diverso, livello più elevato di studi, qualcuna laureata, qualcuna scuole superiori: diverse donne della Romania che tentano di conciliare i lavori di cura della famiglia con i loro spazi di studio.
Mi sembrano chiuse, tra di loro, queste persone dei paesi dell’Est: forse hanno paura di essere invischiate in amicizie che non desiderano. Eppure si sente che per loro la cultura e la conoscenza della lingua sono ancora valori importanti, anche per non essere inchiodate al ruolo di operaie nel settore più nocivo della locale fabbrica di motoscafi di lusso, quello delle resine. O di parrucchiere oppure di badanti.
Queste donne corrono da tutte le parti, si sposano giovani e fanno figli, e con la volontà stanno dietro a tutto, vere impalcature e sistema nervoso delle migrazioni. Qualcuna dice per amore, qualcuna per cercare lavoro, ma quando hanno un figlio è per lui che faticano e sperano.

domenica 5 novembre 2017

Difendere l’allegria, trovare una stanza - Lino Di Gianni


 Racconti da un corso di italiano per stranieri

Un gruppo di donne, piano piano, con delicatezza, intesse un tappeto di lingue senza conflitti. Come fanno delle donne di paesi diversi a comunicare tra loro, se non scegliendo una lingua comune? Ciascuna a partire dalla propria esperienza, dicendo di sé ciò che si vuole, in un viaggio in comune alla scoperta della lingua italiana. Ma in fondo, è un viaggio per scoprire uno spazio dedicato a se stesse.
Il mio ruolo di insegnante maschio, in un gruppo di donne straniere, che apprendono e perfezionano la conoscenza della lingua italiana, è quello di creare le condizioni perché l’aquilone, quando ci sarà vento, sia in grado di volare. E il vento arriva, ogni tanto, all’interno di un gruppo di donne provenienti dal Marocco, dalla Cina, dal Brasile, da Cuba, dalla Romania, dall’Armenia, dall’India.
Il vento è la necessità di parlare con le altre, i banchi disposti in modo da guardarsi in faccia. Perché tutto è importante, nel processo di conoscenza: se metti i banchi rivolti solo verso l’insegnante, vuol dire che ascolti solo lui. Se li metti a “ferro di cavallo” gli altri possono ascoltare e parlare.
Non sono donne richiedenti asilo, non sono donne rifugiate. Alcune lavorano come commesse, o badanti, o bariste, o al mercato a vendere formaggi. Qualcuna faceva l’ostetrica, o la pediatra, o l’insegnante, nel proprio paese. Qualcuna nel campo della moda, qualcuna curda o armena. A volte hanno sposato italiani, a volte sono in Italia da parecchio tempo, hanno avuto figli qui.
Una delle molle più potenti che le porta a scuola è questa: la necessità di conoscere l’italiano scritto, le regole, gli errori per poter aiutare i figli piccoli a scuola. O la necessità di parlare bene. Non cercano titoli di studio, ma una lingua che dia loro piena cittadinanza. A volte non hanno figli, ma vengono per trovare “una stanza per sé”: un posto dove altre donne, straniere, venute in Italia quasi sempre per condividere la propria vita insieme al marito, possono diventare tue amiche.

Dal 1993 a oggi, nei miei corsi di italiano per stranieri, si sono incontrate molte donne: alcune sono diventate amiche. Donne americane che si frequentano, amiche dell’Etiopia, del Marocco. Alcune sono molto giovani, attorno ai vent’anni, ma la maggioranza ha già una famiglia e dei figli. (“Se qualcuno ti invita a colazione, ed è un uomo che ha soldi e una certa cultura, non vuol dire che ti invita a bere un cappuccino, ma che ti invita a pranzo” e qualcuna commenta: se lo dice mio marito, vuol dire solo che andiamo al bar – risate della classe).
“Mia sorella adesso è depressa, perché ha avuto una brutta malattia, e prima non era mai stata male, adesso io sono preoccupata”: pensate a quanto sforzo e studio linguistico è stato necessario a Rosa, la signora cinese che ha scelto questo nome perché il suo vero nome cinese è troppo difficile, e lei deve vendere, parlare con i clienti. Da quando è qui, è ringiovanita di dieci anni, cambiando il suo modo di essere giovane: “In Cina, i dentisti non sono bravi, poca voglia di studiare, tutto di plastica”.
“A Cuba è tutto pagato dal sistema sanitario, e anche l’Università è gratuita. Qui in Italia, per una piccola cosa ai denti, 150 euro”. In Armenia, si paga molto poco, 20 euro, con 100 euro hai tutti i denti in bocca nuovi”.
Io ascolto, cerco di far in modo che tutte possano parlare. E quando facciamo il dettato, dove ci sono velocità diverse di scrittura, ciascuna scrive un pezzo, fin dove sa fare. L’importante è che tornino a casa con una piccolo pezzo in più di quello che gli hispano parlanti chiamano “ l’alegria”.
[…Difendere l’allegria come una trincea
difenderla dallo scandalo e dalla routine
dalla miseria e dai miserabili
dalle assenze transitorie 
e da quelle definitive…]
Mario Benedetti


martedì 31 ottobre 2017

Incubo in valle. Alcune domande - Lino Di Gianni


L’incubo è cominciato domenica 22 ottobre: vento caldo, vento forte e incendi. Incendi nei boschi e nella frazioni di montagna. In alto, ma neanche poi tanto: se non girava il vento, tirando verso la Francia, avrebbe minacciato le case di Bussoleno, quattrocentocinquanta metri di altitudine, seimila abitanti.
Giovedi 26, giorno di mercato ad Avigliana, non si poteva respirare per la cappa pesante di fumo. Tutto sembrava avvolto da una spessa nebbia, ma era fumo di boschi bruciati. Nessun comunicato, nessuna avvertenza, nessun articolo sui giornali.
L’Arpa Piemonte dirà:
“Il principale aspetto negativo dell’attuale situazione è rappresentato dal fumo e le polveri sottili provocate dagli incendi boschivi: esso è costituito principalmente da anidride carbonica e vapore acqueo, ma sulla base di linee guida internazionali le analisi ricercano anche altre sostanze presenti in concentrazioni minori quali i VOC (composti organici volatili), l’acido cianidrico, il metano, il cloro, l’ammoniaca ed il monossido di carbonio, che costituisce il maggior pericolo per la salute…”.
Intanto, in rete e nella Valle girano queste domande:
– perché gli incendi sono esplosi praticamente tutti contemporaneamente e con più focolai?
– perché, nonostante la gravità eccezionale della situazione dagli organi regionali e di governo, nessuno ha fatto nulla per mandare aiuti e personale specializzato da altre regioni (come avviene normalmente) alla Valsusa e alla Valsangone?
– perché, nonostante il vento fortissimo, la gravità degli incendi e le persone coinvolte direttamente o indirettamente, nessun organo di informazione (tv e giornali) ha detto nulla per giorni, come se fosse tutto normale?
– perché soltanto dopo circa una settimana il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, si è deciso e ha dichiarato lo “stato di calamità” e non di “emergenza”?
– perché, guarda caso, nello stesso giorno, Paolo Foietta (commissario straordinario per la Torino Lione) ha inviato quella vomitevole lettera ai comuni (leggi anche Valsusa, incendi, media e sciacalli) dove dice che per la ricostruzione del territorio devastato e le opere di prevenzione da futuri eventi simili sono disponibili i soldi della compensazione e che sarà felice di incontrare i sindaci?
– esiste una struttura organizzata che semina incendi a partire da questa estate, in tutta Italia? (sono state trovate due guardie forestali con inneschi?).
Venerdì il vento caldo è ripreso, l’aria un po’ si è pulita ma gli incendi non sono estinti, il pericolo continua. Manderanno ben quaranta persone dell’esercito, contro i piromani! In un territorio che ormai riguarda tutto il Piemonte.
Insomma, la regione va in fiamme e Torino soffocata dal fumo. Le polveri sottili superiori nove volte ai limiti. Naturalmente nessun blocco delle auto: «Servono per l’emergenza»…