Diventerà molto più difficile sanzionare un’azienda per caporalato o sfruttamento dei lavoratori. Pensiamo a processi come quelli di Milano sugli appalti dei grandi marchi di moda, quelli di Prato sulla filiera del tessile, le inchieste sui big della logistica o sulle app che consegnano cibo a domicilio: le indagini per portare avanti iniziative giudiziarie simili saranno rese ben più rognose e complesse per i pubblici ministeri. Con il rischio di ridurre il disincentivo che oggi tenta di prevenire fenomeni che colpiscono il nostro mondo del lavoro, quasi sempre i più deboli.
Sarà un altro degli effetti del disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri dell’altroieri, fortemente caldeggiato dalla Confindustria. Per questo, al contrario, la Cgil è pesantemente critica. Il provvedimento interviene sulla legge 231 del 2001, quella che ha regolamentato la responsabilità penale delle imprese. Si tratta, in particolare, della norma che stabilisce la possibilità di perseguire l’azienda come ente, per questo si distingue dalle classiche norme penali che si rivolgono alle singole persone. Quindi la premessa è doverosa: questo scudo non interviene a favore dei manager per le loro responsabilità personali. Salverà invece molte imprese che oggi possono essere colpite da multe per gli illeciti commessi dai loro dirigenti. L’impatto sul mondo del lavoro sarà rilevante, specialmente nelle catene di appalti e in un momento storico caratterizzato da diffusi fenomeni di sfruttamento che, in diversi territori, hanno dato vita a importanti iniziative delle Procure. Tra febbraio e marzo, il pubblico ministero di Milano Paolo Storari ha posto sotto controllo giudiziario per caporalato Glovo e Deliveroo. Lo stesso magistrato, alla fine del 2025, ha avviato indagini su case di moda come Versace, Gucci, Prada, Dolce&Gabbana. Altre inchieste riguardano imprenditori che operano nel tessile di Prato o grossi gruppi delle consegne come Ceva. Sui processi già in corso non dovrebbero esserci conseguenze, perché il testo fa partire gli effetti solo per il futuro. Tuttavia, l’obiettivo sembra chiaro: scoraggiare processi come questi. In che modo?
Tecnicamente, il disegno di legge ribalta l’onere della prova. Attualmente,
quando emergono vicende legate a sfruttamento e lavoratori sottopagati, le
imprese vengono indagate per la legge 231; per sfuggire alla condanna, sono
tenute loro a dimostrare di aver adottato modelli organizzativi e gestionali
idonei a prevenire irregolarità nella filiera. Un meccanismo sgradito alla
Confindustria, che lo paragona a una responsabilità oggettiva. Ecco quindi come
agisce il salvagente lanciato dal governo: da ora in poi sarà il pubblico
ministero a dover subito dimostrare quale sia la precisa falla nel sistema dei
controlli interni. Per questo le indagini saranno molto più macchinose:
serviranno intercettazioni, cimici e altri sistemi per scoprire in quali
passaggi sono stati elusi i protocolli.
C’è poi una norma che allunga un’ulteriore mano alle aziende: questi
modelli organizzativi saranno redatti secondo le linee guida stabilite dalle
stesse associazioni dei datori di lavoro, praticamente da tutte le
organizzazioni di categoria aderenti alla Confindustria; questo sarà garanzia
di conformità. Alessandro Genovesi, responsabile Cgil del settore appalti e
contrattazioni, ipotizza le possibili degenerazioni di questo sistema. “Le
linee guida – spiega – potrebbero prevedere la comunicazione preventiva degli
audit da parte di un committente al fornitore. Oppure potrebbero stabilire che
sia sufficiente che l’impresa in appalto abbia un documento di valutazione del
rischio (Dvr) senza l’obbligo di controllare gli ambienti di lavoro, per
esempio l’aria condizionata in un furgone”.
Secondo la Cgil, questa novità “deresponsabilizza le imprese in nome della
semplificazione”. Norme severe in tema di responsabilità penale, in particolare
negli appalti, servono anche a disincentivare il ricorso a ditte esterne
attraverso sistemi a cascata che nascondono spesso irregolarità e mancanza di
sicurezza. Il governo ha però voluto dare un segnale alla Confindustria e in
generale al sistema di imprese, in linea con altri provvedimenti che hanno
ammorbidito i controlli e aggiunto scappatoie dai procedimenti. “Così –
conclude Genovesi – la destra si rivolge alla parte peggiore del Paese, non
potendo dare mancette monetarie per via della mancanza di risorse, dà mancette
normative, riducendo i lacci e lacciuoli”.
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