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sabato 20 gennaio 2024

Non c’è giustizia climatica senza giustizia per gli animali * – Zipporah Weisberg e Carlo Salzani

“La guerra che stiamo conducendo contro la natura è per forza di cose una guerra contro noi stessi”. In questo articolo, uscito anche sul n. 54 di Liberazioni, gli autori, Zipporah Weisberg e Carlo Salzani, si interrogano sul concetto di “giustizia climatica”: perché il principio funzioni davvero non possono essere ignorate le azioni di sterminio agite dall’uomo contro gli animali – si pensi agli allevamenti intensivi. Siamo dunque nell’urgenza di pensare una “giustizia multispecie”: un approccio relazionale alla giustizia che non trascuri alcun vivente e si proponga il “decentramento” dell’essere umano. Traduzione dall’inglese di Federica Timeto

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Il movimento per la giustizia climatica, in quanto movimento per la giustizia sociale, riconosce la connessione tra l’emarginazione, lo sfruttamento di gruppi umani vulnerabili e la distruzione del mondo naturale. Tuttavia, la promessa di inclusività della giustizia climatica non sembra applicarsi allo stesso modo all* altr* animali. Mentre affronta l’allevamento intensivo, l’attivismo per il clima si focalizza sull’inquinamento, le emissioni di carbonio e altri rischi ambientali associati, senza dire quasi nulla sull’indicibile sofferenza cui sono sottoposte decine di miliardi di esseri senzienti negli allevamenti intensivi. Questo silenzio non solo è ingiustificato, è anche controproducente. Come non può esserci giustizia climatica senza giustizia sociale, così non può esserci giustizia climatica senza giustizia per gli animali.

«Abbiamo reciso le basi stesse della vita»

Il Living Planet Report 2022, pubblicato nell’ottobre 2022 dal World Wildlife Fund (WWF) in collaborazione con la Zoological Society London (ZSL), richiama l’attenzione sul ritmo allarmante con cui le popolazioni di animali selvatici nel mondo sono state decimate negli ultimi decenni. Il rapporto documenta una diminuzione media del 69% fra le popolazioni monitorate tra il 1970 e il 2018, con Paesi come quelli in America Latina che presentano un calo più marcato (94%). Al con- tempo, i pesci d’acqua dolce hanno registrato la maggior diminuzione globale complessiva (83%)[2]. L’elenco dei fattori chiave del decremento delle specie comprende la perdita e la frammentazione degli habitat, la deforestazione, lo sfruttamento intensivo, l’inquinamento, le malattie, le cosiddette specie “invasive” e il cambiamento climatico. Andrew Terry, direttore del settore conservazione e politica della ZSL, unendosi al coro di scienziati e attivisti che da decenni chiedono (invano) ai governi e alle organizzazioni internazionali di agire[3], lamenta che «abbiamo reciso le basi stesse della vita».

Il costo umano del cambiamento climatico non è meno grave. Gli habitat decimati, la risorse idriche contaminate, il degrado del suolo e l’inquinamento atmosferico sono minacce crescenti per la vita umana. Le conseguenze, come siccità, inondazioni, povertà e carestie, acuiscono i conflitti geopolitici e determinano spostamenti forzati di intere popola- zioni. Nel frattempo, la spoliazione degli ecosistemi rende impossibili i “servizi ecosistemici” che sostengono e regolano la vita umana (come l’impollinazione delle colture)[4] e la crescente antropizzazione di territori sempre più vasti contribuisce all’introduzione e alla diffusione di patogeni virulenti che minacciano gravemente la salute umana. Come ha osservato Dave Goulson, la guerra che stiamo conducendo contro la natura è per forza di cose una guerra contro noi stessi[5].

Il movimento per la giustizia climatica affronta questi problemi di petto, fornendo un’alternativa necessaria agli approcci tradizionali, corporativi o governativi. La nozione di “giustizia climatica” risale a più di due decenni fa: una delle prime occorrenze si trova in un rapporto dell’ONG CorpWatch del 1999, intitolato Greenhouse Gangsters vs. Climate Justice[6]. L’anno dopo si teneva il primo vertice sulla giustizia climatica organizzato da CorpWatch in parallelo (e in opposizione) ai negoziati COP6 all’Aia. Molti sono stati gli eventi che si sono succe- duti nel corso degli anni, e tra questi l’Earth Summit a Bali del 2002, la World People’s Conference on Climate Change and the Rights of Mother Earth del 2010 e il People’s Summit for Climate Justice del novembre 2022. In questi anni sono sorte anche decine di associazioni per la giustizia climatica, come Global Justice Now, Climate Justice Alliance, Climate Justice Coalition e Climate Justice Action.

Come movimento sociale per la giustizia, il movimento per la giusti-zia climatica evidenzia le disuguaglianze prodotte dalla crisi climatica, compreso l’impatto decisamente differenziato sulle popolazioni umane in tutto il pianeta. Il genere, la razza, l’etnia, l’età e il reddito incidono in modo determinante su queste differenze e chi soffre maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico sono le componenti più vul- nerabili della popolazione: le persone povere, le minoranze razziali, le donne e le persone native. Tuttavia, l* altr* animali sono quasi sempre l* grandi assenti nelle discussioni sulla catastrofe climatica, anche se sono tra quell* più gravemente colpit*. Nell’industria zootecnica, una delle più distruttive per l’ambiente, centinaia di specie animali si stanno estinguendo mentre decine di miliardi di animali sono costretti a vive- re in allevamenti intensivi in condizioni abominevoli prima di essere mandati a morte violenta. Sette miliardi di animali, la maggior parte dei quali neonati, sono stati finora uccisi per cibo e altri sottoprodotti negli Stati Uniti solo quest’anno e più di 150 miliardi di animali vengono macellati a livello globale ogni anno[7].

I sostenitori della giustizia climatica criticano l’agribusiness per i danni ambientali che provoca, ma di fatto rimangono in silenzio sui danni che questo infligge all* altr* animali. Mentre la produzione di gas metano, le emissioni di carbonio e gli incendi per creare pascoli per il bestiame in Amazzonia suscitano inquietudine, la mutilazione, la detenzione estrema, il pestaggio e l’uccisione in massa degli animali rimangono in gran parte invisibili. Tacendo sulla violenza sistemica contro gli animali, il movimento per la giustizia climatica si rende complice di una delle più gravi ingiustizie del nostro tempo. Come non può esserci giustizia climatica senza giustizia sociale, così non può esserci giustizia climatica senza giustizia per gli animali.

La giustizia climatica è giustizia sociale

Il movimento per la giustizia climatica ha ribadito in tutti i modi che il cambiamento climatico è una questione di diritti umani[8] e, soprattutto, di giustizia sociale. Il movimento sfida apertamente i leader globali e le organizzazioni governative che ignorano le principali ingiustizie alla base del cambiamento climatico, mentre perseguono il mito del soluzionismo tecnologico e fingono di ridurre progressivamente le emissioni di carbonio. Contrariamente all’approccio mainstream alla crisi climatica, favorevole alle imprese e dominato dagli euroamericani, i collettivi per la giustizia climatica sfidano l’elitarismo, promuovono la democrazia di base e attirano l’attenzione sulla difficile situazione del Sud del mondo. Global Justice Now, per esempio, dichiara di essere:

“un’organizzazione democratica per la giustizia sociale che lavora come par- te di un movimento globale per sfidare i potenti e realizzare un mondo più giusto ed equo. Mobilitiamo le persone nel Regno Unito per il cambiamento e agiamo in solidarietà con coloro che combattono l’ingiustizia, in particolare nel Sud del mondo”.

Climate Justice Alliance si concentra sulla relazione tra i sistemi di produzione estrattivi e l’oppressione politica, insistendo sul fatto che l’uguaglianza di razza, genere e classe sono parte integrante della trasformazione:

“La nostra strategia organizzativa translocale e la nostra capacità di mobilitazione stanno costruendo una Transizione Giusta, contraria ai sistemi estrattivi di produzione, consumo e oppressione politica e nella direzione di economie resistenti, rigenerative ed eque. Crediamo che il processo di transizione debba porre razza, genere e classe al centro delle soluzioni di questa equazione perché la Transizione sia davvero Giusta”.

L* attivist* per il clima identificano una “tripla ingiustizia” in gioco nella crisi climatica: 1) i gruppi svantaggiati, che sono i meno responsabili del cambiamento climatico, ne subiscono le peggiori conseguenze;

2) i Paesi ricchi del Nord globale e le classi benestanti di tutto il mondo, i maggiori responsabili del riscaldamento globale, sono i meno colpiti;

3) i gruppi marginalizzati, che hanno minori risorse, sono lasciati a se stessi con poco o nessun sostegno. Per rimediare alle tante ingiustizie sociali, l* attivist* chiedono un’equa distribuzione di oneri e benefici[9]. Ma nel lavoro urgente e importante svolto dai collettivi per la giustizia climatica in tutto il mondo, un gruppo particolarmente vulnerabile resta vistosamente assente: l* animali non uman*.

Il Primo Sterminio di Massa

Che gli umani siano i responsabili della Sesta Estinzione di Massa[10] è ormai un dato condiviso. Il panico su ciò che abbiamo fatto per pro- vocare questo scenario apocalittico è evidente, e la gente comune e l* attivist* di base, se non i governi, stanno genuinamente cercando di trovare delle soluzioni. Il nostro senso di colpa è evidente nei nomi che diamo a quest’ultima estinzione: “Estinzione dell’Antropocene”, “Estinzione del Capitalocene” ed “Ecocidio”[11]. Justin McBrien propone di rinominare questa estinzione “Primo Sterminio di Massa”, per evidenziare che non si tratta di un evento geologico passivo come le precedenti cinque estinzioni, ma di uno sterminio vero e proprio, una «eradicazione attiva e sistematica» che sta spingendo la Terra sull’orlo di quello che McBrien chiama il “Necrocene”[12]. A questo già lungo elenco di orribili neologismi, Danielle Celermajer aggiunge quello di “onnicidio”, l’“uccisione di tutto”, che minaccia l’esistenza stessa della vita sulla terra[13].

Il linguaggio allarmistico, d’altra parte, ha un suo senso: questi cataclismi sono crimini su scala planetaria, le cui responsabilità possono e devono essere identificate e i cui colpevoli devono essere chiamati a rispondere. Sebbene nessun*, singolarmente, sia incolpabile, l’arroganza umana, unita a un sistema economico intrinsecamente estrattivo, sono in fondo i veri colpevoli. Ma neppure questi neologismi colgono il problema specifico dello sterminio animale. L’uso del termine “ecocidio” al posto di “zoocidio”, per esempio, non tiene in considerazione la detenzione, la tortura e l’uccisione degli animali negli allevamenti intensivi e nei laboratori di ricerca, negli zoo, nei circhi, nei rodei, nelle fiere di paese e così via. “Onnicidio” evidenzia correttamente la totalità della distruzione, ma un altro termine che metta in luce la spietata sottrazione di vita animale non umana consentirebbe di non trascurare e occultare ancora una volta la violenza contro l* altr* animali[14].

A onor del vero, l’industria degli allevamenti è spesso identificata come una delle cause principali del cambiamento climatico. Gli scienziati del clima hanno ripetutamente invocato una riduzione del consumo di carne e latticini e il passaggio a una dieta a base vegetale[15]. Tuttavia, le atrocità umane contro l* animali in sé non sembrano avere alcun peso morale o politico nel movimento per il clima. Quando l* attivist* esprimono preoccupazione circa (piuttosto che per) gli animali allevati, è tipicamente in termini utilitaristici, in quanto cibo o risorse. Quando l* animali non uman*, come l’onnipresente panda o l’orso polare, sono al centro delle campagne per la giustizia climatica, di solito come simboli di una minaccia per la sopravvivenza umana. In documenti e dichiara- zioni come i Principles of Environmental Justice o i Bali Principles of Climate Justice[16], l* altr* animali restano preoccupazioni morali secon- darie o indirette: se anche l* non uman* possono essere colpiti da crisi ecologiche, il centro della questione restano gli umani[17].

Extinction Rebellion (ER), uno dei movimenti più radicali per la giustizia climatica degli ultimi anni, che sottolinea l’urgenza e l’attualità della crisi climatica attraverso l’azione diretta o performativa, è un esempio calzante: ER si rifiuta di riconoscere che la tortura sistematica e l’uccisione di animali negli allevamenti intensivi è già un problema in sé. Il movimento organizza funerali pubblici per le specie estinte, ma non riconosce né onora gli animali che non rientrano nella categoria del “selvatico”[18]. La sua insistenza nel tracciare una linea tra le vite e le morti che contano e quelle che non contano è così forte che è sorto un gruppo separatista, Animal Rebellion, ora noto come Animal Rising (AR), per affrontare nello specifico le atrocità perpetrate contro gli animali. Con il suo approccio integrato alle oppressioni interconnesse, AR è forse l’unico gruppo esistente per la giustizia climatica multispecie. Ma non può vincere da solo e certamente non come appendice di un altro gruppo più potente. Alcun* attivist* per la giustizia climatica, come Greta Thunberg, sono vegan*, ma rimangono un’eccezione. Nel suo silenzio sull’oppressione animale, il movimento per la giustizia climatica finisce per assomigliare alle controparti che combatte, indebolendo il proprio impegno per la giustizia.

Omettere l* animali nel dibattito sulla giustizia climatica non è frutto del caso. Fa parte di una campagna millenaria di cancellazione materia- le e simbolica dell* animali. Gli umani hanno sistematicamente ucciso l* altr* animali attraverso attività agricole, industriali ed economiche per millenni e il periodo fra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo si è rivelato finora il più catastrofico. Per dirla con Dinesh Wadiwel[19], l* animali sono sotto assedio, catturat* e a rischio perpetuo di lesioni e di morte nella «topografia dell’inimicizia»[20] che gli umani hanno realizzato. Addomesticat* o meno, confinat* o “liber*”, sulla terraferma o in mare, l* altr* animali sono vittime di una monumentale ideologia e di un sistema di sterminio.

Si potrebbe arrivare al punto di dire che l* animali allevat* e riprodott* a miliardi sono tra le maggiori vittime dell’“estinzione”, se nel fenomeno dell’estinzione includiamo l’eliminazione di certe specie come soggetti di vita significativa. L* altr* animali si estinguono come soggetti attraverso la loro iper-(ri)produzione come merci e sono doppiamente liquidati attraverso una manipolazione genetica aggressiva. La morte di un individuo è solo una questione di valore economico. Di per sé, un* singol* animale non vale nulla. Un* altr* sarà prodotto al suo posto. E poi un* altr* ancora al posto di quest*. L* animali allevat* sono così sacrificabili che il loro smaltimento in “mucchi di carcasse” o il loro status di “morti all’arrivo” sono già calcolati a monte in termini di perdite minime o nulle. I sussidi agricoli, poi, compensano qualsiasi spesa imprevista e mantengono basso il prezzo della carne e dei derivati.

Gli allevamenti su piccola scala non sono luoghi tanto diversi da quelli di sterminio dell’agribusiness. Per quanto ci piaccia credere alle fantasie pastorali dell* “animali felici” e dell’allevamento “umano”, di cui molt* attivist* per la giustizia climatica sono sostenitori, le fattorie “locali” sono letali come gli allevamenti intensivi e fondate sulla stessa ideologia zoocida. Non importa quanto “bene” siano trattat* (e, il più delle volte, non sono trattati bene), quest* animali restano proprietà, non individui o soggetti. In alcuni casi, l* animali nelle fattorie hanno persino un nome e vengono coccolati e viziati per un po’ di tempo, ma alla fine, quando i loro proprietari decidono che è il momento, sono sterminat*. Proprio come quell* allevat* industrialmente, l* animali in ambiti locali non hanno alcun diritto alla libertà, o alla vita in quanto tale, men che meno a una vita significativa. La loro funzione è fornire prodotti consumabili e redditizi.

Perché noi e non loro? Perché non noi e loro?

La tendenza antropocentrica nel movimento per la giustizia climatica è una contraddizione. La catastrofe climatica non può essere contenuta, e tanto meno superata, senza affrontare la difficile situazione degli esseri più vulnerabili colpiti dai cambiamenti climatici e dall’attività umana, le vittime delle forme più brutali di ingiustizia, gli stessi esseri meno responsabili per tutto questo[21] e che hanno le minori risorse per farvi fronte: l* animali non uman*. È indubbio che gli umani che vivono nel Sud del mondo sono vittime della triplice ingiustizia del cambiamento climatico, ma non c’è motivo per cui riconoscere la loro terribile condizione implichi ignorare quella dell* altr* animali. Questo non fa che acuire il problema e rafforza un binarismo arbitrario tra “noi” e “loro”, un binarismo che è alla base di tutte le forme di ingiustizia. Le famiglie, le comunità e le società non umane, proprio come le famiglie, le comunità e le società umane nel Sud del mondo, vengono fatte a pezzi, distrutte e spazzate via, a causa del cambiamento climatico. Anche l* altr* animali, proprio come gli umani, patiscono sofferenze atroci a causa del cambiamento climatico, quali fame, malattie, migrazioni forzate e perdita delle proprie dimore.

Il fatto che gli umani e l* altr* animali vengano sistematicamente abusati su una scala senza precedenti in nome del profitto dovrebbe ispirare un senso di solidarietà transpecie. Ma lo specismo è stato così profondamente interiorizzato dagli umani e la violenza contro l* altr* animali così normalizzata nel tempo e nello spazio, che alla maggior parte delle persone, incluso chi si mobilita per il clima, non viene nemmeno in mente di mettere in discussione il diritto umano sui corpi dell* altr* animali.

Ci deve essere una ragione per cui il terrore e l’ansia che proviamo tutt* quando veniamo a conoscenza dell’estinzione di un’altra specie di animali “selvatici” si trasformano in indifferenza totale quando apprendiamo della macellazione di animali allevat* a scopo di lucro, sia nelle fattorie a conduzione familiare sia nel circuito industriale. È perché abbiamo estetizzato, reificato e feticizzato “il selvaggio” (e i suoi abitanti) come oggetto di meraviglia e incanto al punto tale che non vogliamo perdere il piacere estetico che ci offre? O perché, se dovessimo affrontare l’orrore di ciò che stiamo facendo a maiali, polli, mucche, capre, pecore e altr* animali allevat*, dovremmo smettere di mangiarli, di indossarne pelle e pelliccia e di bere il latte delle loro madri?

È come se la sofferenza dei singoli animali rispetto alla scomparsa delle specie (selvatiche) toccasse molto meno il movimento per la giustizia climatica, ma anche le persone in generale. Forse perché una “specie” è, nella sua astrattezza, meno minacciosa da considerare di un “individuo” o di una “persona”. Se invece si prende in considerazione l’esperienza di un singolo animale, una persona animale che assiste alla morte della propria famiglia e dei propri amici, è probabile venirne più disturbati emotivamente. Ma ci sottraiamo a questo sentimento, anche se potrebbe portarci a una maggiore consapevolezza e compassione e a un agire realmente trasformativo: una giustizia sociale davvero per tutt*, non solo per un gruppo di eletti (gli umani).

Nessuna giustizia multispecie nel capitalismo

Per soddisfare l’urgente necessità di un concetto più inclusivo di giu-stizia (climatica), attivist* e studios* antispecist* hanno teorizzato la “giustizia multispecie”[22]. In senso ampio, la giustizia multispecie si basa su due principi fondamentali: un approccio relazionale alla giustizia e il decentramento dell’umano. Il primo principio deve partire dal riconoscimento delle diverse storie e pratiche di violenza ambientale ed ecologica; solo così potrà promuovere ambienti inclusivi, partecipativi, efficaci e rigogliosi e, inoltre, vie percorribili verso un futuro più giusto.

Allo stesso tempo, mentre decentra il singolo, una teoria (e una pratica) della giustizia deve anche decentrare l’umano (o, che è lo stesso, la nozione individualista ed eccezionalista di soggettività umana) e riconoscere la rete delle molteplici interazioni quotidiane che lega insieme tutti gli esseri, umani e più che umani[23].

Esistono teorie di rilievo sulla giustizia animale[24]: Nussbaum propone un «approccio basato sulle capacità», fondando la giustizia sul- la soddisfazione delle capacità specifiche della specie[25]. Donaldson e Kymlicka[26] offrono una solida teoria politica dei diritti animali, in cui l* animali sono considerati soggetti sovrani, abitanti e cittadin*, ossia membri a pieno titolo di una comunità politica diversificata, dinamica e democratica. Angie Pepper, un’altra studiosa del campo, tenta di col- mare il divario tra le teorie della giustizia animale e climatica sostenendo un approccio cosmopolita [cosmopolitan] alla giustizia climatica. Sviluppando quella che definisce una «tesi per l’uguaglianza radicale», Pepper sostiene che la giustizia climatica per gli animali non umani non può limitarsi ai «doveri di mitigazione» (cioè, ridurre la pressione dell’estrattivismo umano) ma deve includere «doveri di adattamento» che facilitino l’adattamento al cambiamento climatico antropogenico[27]. La proposta di Pepper è certamente convincente ma, come osservano Charlotte Blattner ed Eva Meijer, mantiene un approccio tradizionale all’etica animale e non riesce ad affrontare la dimensione intrinseca- mente politica e imprescindibile del problema[28].

Questi contributi, per quanto importanti e diversificati siano, si basano su una tradizione politica liberale occidentale e, quindi, danno per scontato il capitalismo come un sistema economico che, sebbene riformabile, non necessariamente esclude la giustizia. Queste forme di ingiustizia, però, si legano indissolubilmente al capitalismo globale. Il cambiamento climatico è innegabilmente il prodotto di un sistema economico, sociale, culturale e politico che, in poco più di due secoli, ha radicalmente cambiato il mondo (ecco perché l’appellativo più appropriato per la nostra epoca è Capitalocene[29]). Il livello di ingiustizia che gli umani, l* altr* animali e la Terra stanno affrontando non sarebbe mai stato raggiunto senza il capitalismo globale[30]. Mentre va oltre lo scopo di questo articolo discutere in dettaglio il ruolo del capitalismo nell’esacerbare la crisi climatica (e altre ingiustizie)[31], è evidente che il sistema globale di produzione e consumo di massa – per non parla- re della violenza dell’estrattivismo industriale[32], redditizio tanto quanto sfruttatore – è enormemente distruttivo, perché genera gigantesche quantità di rifiuti di plastica e industriali, di scarti tossici e di emissioni di carbonio ed è causa di dolore e terrore immani sia per gli umani che per l* altr* animali.

È come minimo fuorviante presumere che si possa ottenere giustizia per chiunque finché rimane in vigore un sistema così intrinsecamente violento. E presumere che la giustizia sociale e climatica possano esse- re ottenute mentre gli altri animali continuano a essere massacrati senza pensarci due volte non fa che intensificare la crisi. Perché si dia una qualche speranza di ottenere la giustizia sociale e climatica, deve esserci giustizia per l* altr* animali. Il primo passo per ottenere giustizia per l* animali è opporsi al loro sfruttamento e alla loro uccisione. Solo dopo può avere inizio un dibattito serio.

NOTE

[*] Questo articolo è apparso per la prima volta in lingua inglese col titolo No Climate Justice Wi- thout Justice for Animals in dePICTions volume 3: “the Paris Institute”, 2023, https://parisinstitu- te.org/no-climate-justice-without-justice-for-animals/#_ftnref26. Lo pubblichiamo in traduzione con il permesso dell* autor*.

[2] R.E.A.Almond et al. (a cura di), Living Planet Report 2022 – Costruire una società nature-positive, trad. it. di Carlotta Maggio, Isabella Pratesi, Marco Antonelli e Marco Galaverni, WWF, Gland, SEDE 2022.

[3] Enfasi dell* autor*. Il rapporto ha ricevuto una copertura ampia da parte della stampa, vedi, per esempio, Lights Flashing Red for Wildlife amid 69% Populations Decline, in “Al-Jazeera”, 13 Ottobre 2022,; Hafsa Khalil, Global Wildlife Populations Have Declined by 69% since 1970, WWF Report Finds, CNN, 13 Ottobre 2022,; Gloria Dickie, Global Wildlife Populations Have Sunk 69% since 1970 – WWF Report, Reuters, 13 October 2022; Patrick Greenfield e Max Benato, Animal Populations Experience Average Decline of Almost 70% since 1970, Report Reveals, in “The Guardian”, 13 Ottobre 2022,.

[4] Questo punto è sottolineato anche nel comunicato stampa del WWF per il Living Planet Report 2022: «Questi decrementi nelle popolazioni della fauna selvatica possono avere conse- guenze disastrose per la nostra salute e le nostre economie», afferma Rebecca Shaw, global chief scientist del WWF. «Quando le popolazioni di fauna selvatica diminuiscono così tanto significa che cambiamenti drammatici stanno avendo un impatto sui loro habitat e sul cibo e sull’acqua da cui dipendono. Dovremmo preoccuparci seriamente della distruzione degli ecosistemi perché queste stesse risorse sostengono la vita umana»: WWF, 69% Average Decline in Wildlife Populations since 1970, Says New WWF Report, 13 Ottobre 2022, https://www.worldwildlife.org/press- releases/69-average-decline-in-wildlife-populations-since-1970-says-new-wwf-report

[5] Dave Goulson, Silent Earth: Averting the Insect Apocalypse, Harper Collins, New York 2021, cit. in Alice Crary e Lori Gruen, Animal Crisis: A New Critical Theory, Polity Press, Cambridge 2022, p. 126.

[6] Kenny Bruno, Joshua Karliner e China Brotsky, Greenhouse Gangsters vs. Climate Justice, San Francisco, TRAC—Transnational Resource & Action Center, 1999, http://www.corpwatch. org/sites/default/files/Greenhouse%20Gangsters.pdf.

[7] Cfr. www.animalclock.org per i dati aggiornati

[8] Cfr., per esempio, Amy Sinden, Climate Change and Human Rights, in “Journal of Land, Resources, and Environmental Law”, vol. 27, n. 2, 2007, pp. 255-273; Ottavio Quirico e Mouloud Boumghar (a cura di), Climate Change and Human Rights: An International and Comparative Law Perspective, Routledge, London 2016.

[9] Per una introduzione generale a questi temi, cfr. Dominic Roser e Christian Seidel, Climate Justice: An Introduction, Routledge, London 2017

[10] La letteratura scientifica e divulgativa su questo argomento è ampia. Per alcuni riferimenti essenziali (e noti), cfr. Richard Leakey e Roger Lewin, La sesta estinzione. La vita sulla terra e il futuro del genere umano, trad. it. di Isabella C. Blum, Bollati Boringhieri, Torino 2015; Eliza- beth Kolbert, La sesta estinzione. Una storia innaturale, trad. it. di Cristiano Peddis, Neri Pozza, Venezia 2016

[11] Cfr. Franz J. Broswimmer, Ecocidio. Come e perché l’uomo sta distruggendo la natura, trad. it. di Maria Cristina Coldagelli, Carocci, Roma 2005

[12] Justin McBrien, This is Not the Sixth Extinction. It’s the First Extermination Event, in “Truthout”, 14 Settembre 2019, https://truthout.org/articles/this-is-not-the-sixth-extinction-its- the-first-extermination-event/. Cfr. anche Justin McBrien, Accumulating Extinction: Planetary Catastrophism in the Necrocene, in Jason W. Moore (a cura di), Anthropocene or Capitalocene: Nature, History, and the Crisis of Capitalism, PM Press, Oakland 2016, pp. 116-137

[13] Danielle Celermajer, Omnicide: Who is Responsible for the Gravest of All Crimes?, in “ABC Religion and Ethics”, n. 2 Gennaio 2020, https://www.abc.net.au/religion/danielle-celermajer- omnicide-gravest-of-all-crimes/11838534

[14] Il tentativo di Celermajer di cogliere l’ampiezza di questo crimine con un neologismo non intende certo cancellare l’importanza delle morti individuali; in Summertime: Reflections on a Vanishing Future (Hamish Hamilton, London 2021), la studiosa affronta esplicitamente l’importanza critica delle singole vite e il pericolo di “appiattire” le morti come se fossero semplici unità numeriche. Il nostro punto, tuttavia, è che raggruppare tutti questi diversi crimini sotto un’unica etichetta finisce per annacquare la specificità dei crimini propri dell’industria degli allevamenti e dello sfruttamento animale

[15] Per un esempio (fra i tanti), cfr. Quirin Schiermeier, Eat less Meat: UN Climate-change Report Calls for Change to Human Diet, in “Nature”, 12 agosto 2019,

[16] Principles of Environmental Justice, First National People of Color Environmental Leader- ship Summit, Washington D.C., 24-27 Ottobre 1991; Bali Principles of Climate Justice, International Climate Justice Network, 28 Agosto 2002, https://www.corpwatch.org/article/bali-principlesclimate-justice.

[17] Claire Palmer, Does Nature Matter? The Place of the Non-human in the Ethics of Climate Change, in Denis G. Arnold (a cura di), The Ethics of Global Climate Change, Cambridge University Press, Cambridge 2011, p. 272. Questa sembra essere la linea comune di molte discussioni sull’etica animale e il cambiamento climatico, che troviamo, per esempio, nel nuovo libro di Jeff Sebo, Saving Animals, Saving Ourselves: Why Animals Matter for Pandemics, Climate Change, and Other Catastrophes, Oxford University Press, Oxford 2022: il tema è che dovremmo salvare gli animali non umani, ma la ragione ultima è che è l’unico modo per salvare noi stessi.

[18] Prima di conoscere ed entrare a far parte di AR (Regno Unito), un* di noi era un membro di ER e ha cercato di attirare l’attenzione sugli animali da allevamento in funerali pubblici. La sua proposta è stata rapidamente e fermamente liquidata.

[19] Dinesh J. Wadiwel, The War Against Animals, Brill, Leiden 2015

[20] Timothy Pachirat, Sanctuary, in Lori Gruen (a cura di), Critical Terms for Animal Studies, University of Chicago Press, Chicago 2018, p. 339

[21] Una argomentazione particolarmente sgradevole incolpa gli animali allevati, e specialmente quelli allevati negli allevamenti, di essere la causa della distruzione ambientale. Per esempio, si attribuisce agli animali negli allevamenti fino al 51% delle emissioni di gas serra (per una discussione su questi numeri, cfr. l’appendice al libro di Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi, trad. it. di Irene A. Piccinini, Guanda, Parma 2019). Superfluo rimarcare l’ipocrisia di cattivo gusto che colpevolizza le vittime.

[22] Cfr., per esempio, Deborah Bird Rose, Wild Dog Dreaming: Love and Extinction, University of Virginia Press, Charlottesville 2011; Eben Kirksey (a cura di), The Multispecies Salon, Duke University Press, Durham 2014; Ursula K. Heise, Imagining Extinction: The Cultural Meanings of Endangered Species, The University of Chicago Press, Chicago 2016. E poi: Danielle Celermajer et al., Multispecies Justice: Theories, Challenges, and a Research Agenda for Environ- mental Politics, in “Environmental Politics”, vol. 30, nn. 1-2, 2021, pp. 119-140; Petra Tschakert et al., Multispecies Justice: Climate-just Futures With, For and Beyond Humans, in “Wiley Interdisciplinary Reviews: Climate Change”, 28 Dicembre 2020,

[23] Charlotte Blattner e Eva Meijer, Animals and Climate Change, in Hanna Schübel and Ivo Wallimann-Helmer (a cura di), Justice and Food Security in a Changing Climate, Wageningen Academic Publishers, Wageningen 2021, p. 69.

[24] Cfr. Martha Nussbaum, Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Il Mulino, Bologna 2007 e il suo più recente Justice for Animals: Our Collective Responsibility, Simon & Schuster, New York 2023; Sue Donaldson e Will Kimlicka, Zoopolis: A Political Theory of Animal Rights, Oxford University Press, Oxford 2013; Alasdair Cochrane, Animal Rights Without Liberation. Applied Ethics and Human Obligations, Columbia University Press, New York 2012; Robert Garner, A Theory of Justice for Animals: Animal Rights in a Noni- deal World, Oxford University Press, Oxford 2013; Brian Baxter, A Theory of Ecological Justice, Routledge, London 2014, che comprende anche delle misure di giustizia per l* non uman*.

[25] M. Nussbaum, Beyond “Compassion and Humanity”: Justice for Nonhuman Animals, in Cass R. Sunstein and Martha Nussbaum (a cura di) Animal Rights: Current Debates and New Directions, Oxford University Press, Oxford 2005, pp. 299-320; Ead., Le nuove frontiere della giustizia, cit.; Ead., Justice for Animals, cit. Cfr. anche David Schlosberg, Ecological Justice for the Anthropocene, che prova ad applicare alla giustizia climatica l’approccio basato sulle capaci- tà, in Marcel Wissenbrug e David Schlosberg (a cura di), Political Animals and Animal Politics, Palgrave MacMillan, Basingstoke 2014, pp. 75-89.

[26] S. Donaldson e W. Kymlicka, Zoopolis, cit.

[27] Angie Pepper, Beyond Anthropocentrism: Cosmopolitanism and Nonhuman Animals, in “Global Justice: Theory Practice Rhetoric”, vol. 9, n. 2, 2016, pp. 114-133; Ead., Justice for Animals in a Globalizing World, in Andrew Woodhall and Gabriel Garmendia da Trinidade (a cura di), Ethical and Political Approaches to Nonhuman Animal Issues, Palgrave Macmillan, Ba- singstoke 2017, pp. 149-176; Ead., Adapting to Climate Change: What We Owe to Other Animals, in “Journal of Applied Philosophy”, vol. 36, n. 4, 2019, pp. 592-607.

[28] C. Blattner e E. Meijer, Animals and Climate Change, cit., p. 67.

[29] Jason W. Moore (a cura di), Anthropocene or Capitalocene? Nature, History, and the Crisis of Capitalism, PM Press, Binghamton 2016; Armel Campagne, Le Capitalocène: Aux racines historiques du dérèglement climatique, Éditions Divergences, Paris 2017.

[30] Per approfondimenti sulla relazione fra cambiamento climatico e capitalismo, cfr. Max Koch, Capitalism and Climate Change: Theoretical Discussion, Historical Development and Policy Re- sponses, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2011; Mark Pelling, David Manuel-Navarrete e Mi- chael Redclift (a cura di), Climate Change and the Crisis of Capitalism: A Chance to Reclaim, Self, Society and Nature, Routledge, London 2011; Naomi Klein, Capitale contro clima, trad. it. di Marco Carassai, Castelvecchi, Roma 2020; Christopher Wright e Daniel Nyberg, Climate Change, Capitalism, and Corporations: Processes of Creative Self-Destruction, Cambridge University Press, Cambridge 2015; David Camfield, Future on Fire: Capitalism and the Politics of Climate Change, PM Press, Binghamton 2022.

[31] Questo ruolo è stato ampiamente teorizzato nella letteratura eco-marxista. Il rapporto tra capi- talismo e animali è stato specificamente affrontato, per esempio, da Maan Barua nel recente Lively Cities: Reconfiguring Urban Ecology, University of Minnesota Press, Minneapolis 2023.

[32] Alcuni teorici della giustizia multispecie, in effetti, hanno affrontato la questione del capitali- smo. Cfr. D. Celermajer et al., Multispecies Justice, cit.; Ead. et al., Justice Through a Multispecies Lens, in “Contemporary Political Theory”, vol. 19, n. 3, 2020, pp. 475-512; D. Celermajer, D. Schlosberg, D. Wadiwel e C. Winter, A Political Theory for a Multispecies, Climate-Challenged World: 2050, in “Political Theory”, vol. 51 n. 1, 2023, pp. 39-53. Tschakert et al., Multispecies Justice, cit.

 

Il testo è stato pubblicato anche su Liberazioni, n. 54, 20 settembre 2023. Traduzione di Federica Timeto

 

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martedì 31 dicembre 2019

Il movimento per la liberazione animale in Italia: quali prospettive? – Niccolò Bertuzzi, Marco Reggio



Pubblichiamo l’Introduzione a “Smontare la gabbia. Anticapitalismo e movimento di liberazione animale” (2019, pp. 178), a cura di Niccolò Bertuzzi e Marco Reggio, di recente uscita per Mimesis Edizioni. Ringraziamo gli autori e la casa editrice per aver condiviso questo testo. 
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Sembra retorico e quasi pleonastico ribadire oggi, nel 2019, che un certo interesse per la “questione animale” si sia affacciato alle porte del mondo occidentale e che in molti casi quelle porte le abbia abbondantemente varcate conquistando, per lo meno a tratti, una certa rilevanza nel discorso pubblico, nelle forme di consumo, negli stili di vita e nelle pratiche quotidiane degli individui contemporanei. Le ragioni alla base di questo fenomeno sono diverse, legate a dinamiche sociali il più delle volte esultanti dall’interesse “puro” per gli animali. Ci riferiamo ad alcuni macro-processi discussi da filosofi e sociologi del secolo scorso, a partire da quello di modernizzazione analizzato già da Max Weber e ripreso poi da diversi autori e autrici.
Altrettanto retorico è segnalare il diffuso interesse che differenti discipline accademiche stanno maturando per la questione animale, arricchendo sempre più – alle volte anche a scapito di una minima sistematicità – il fervente campo degli Animal Studies. Una panoramica esaustiva di questa letteratura esula certo dagli obiettivi del testo. Tuttavia, un riferimento al primo corso universitario di Animal Studies in Italia – quello inaugurato nell’anno accademico 2017/2018 all’Università degli Studi di Milano dal professor Gianfranco Mormino – è doveroso, anche perché sintomo di un crescente interesse del mondo accademico (anche italiano, finalmente!) e, al tempo stesso, di una domanda proveniente dalle generazioni più giovani. Ci auguriamo tuttavia che l’istituzione di questa cattedra sia soltanto un punto di partenza, o per lo meno una tappa intermedia che segue al proliferare di tesi di laurea e di dottorato prodotte in anni recenti.
Fatte queste notazioni, il volume che vi apprestate a leggere si colloca in una “zona grigia” fra accademia, sociologia pubblica e attivismo: si propone di uscire dalla “torre d’avorio” universitaria abitata per forza di cose da un pubblico selezionato. Al contempo – lo diciamo da subito e a scanso di equivoci – non intende essere un libro ecumenico e “per tutti i palati”. È un libro che consapevolmente adotta un approccio “situato” – à la Bourdieu – e anche una prospettiva partigiana. Se non si tratta di un’opera per docenti e specialisti, non è nemmeno un’opera di divulgazione massiva, e – ancor più importante – non è un pamphlet o un manifesto.
Una volta puntualizzato di cosa non si tratta, veniamo al compito ben più difficile di spiegare in breve di cosa si tratti. Quello che vogliamo proporre è un punto della situazione, uno stato dell’arte dell’antispecismo italiano (o meglio, di alcune sue aree), dando la parola ad autori e autrici che nella stragrande maggioranza dei casi sono effettivamente attivisti/e, ma che hanno maturato percorsi di elaborazione teorica di elevato spessore intorno alle loro pratiche. In modo particolare, nel libro vengono prese in considerazione alcune “nuove frontiere” o “nuove prospettive” dell’antispecismo (nuove, quantomeno, per l’Italia) o eventualmente alcune declinazioni variamente innovative di elementi già presenti in passato. Non perché curatori e nemmeno autori/autrici dei vari capitoli (ci prendiamo in questo caso la libertà di interpretare l’altrui pensiero) siano fan del “nuovismo” o della “rottamazione”. Senza essere apologetici, riteniamo infatti imprescindibile la riconoscenza e il riferimento nei confronti di chi e di cosa ci ha preceduti, e soprattutto crediamo sia fondamentale uno sguardo critico alle tendenze attuali ancor più che una loro esaltazione rispetto agli “errori” o alle lacune del passato. Proprio per questo motivo il libro si concentra sulle “avanguardie” dell’antispecismo italiano, ma con uno sguardo spesso piuttosto disincantato e anche esplicitamente (auto)critico.
Una delle principali speranze che abbiamo è che la lettura di questo libro si dimostri stimolante e arricchente anche per chi è impegnato/a in altri tipi di attivismo, partecipazione e conflitto, diversi da quelli animalisti. Come anticipavamo, infatti, non vogliamo rivolgerci a chiunque indistintamente. O meglio, vorremmo farlo, ma senza svendere il nostro punto di vista: e cioè quello secondo cui la “questione animale” non va affrontata come questione a sé stante ma come parte di un approccio più generale, sommariamente sintetizzabile come anticapitalista e contro-egemonico. È perciò a nostro avviso fondamentale tessere in maniera sempre più fitta quei legami fra lotte e riflessioni militanti (le famose “intersezioni”) che, nel caso dell’animalismo, continuano da troppo tempo ormai a vivere un percorso carsico fatto di alti e bassi, di momenti in cui sembra che le istanze in favore dei non umani vengano positivamente accolte anche presso altri movimenti sociali alternati a momenti in cui l’ottimismo lascia spazio alla realistica constatazione di un percorso ancora lungo e impervio.
Riteniamo, quindi, che soltanto a partire da un approccio intersezionale sia davvero possibile smontare la gabbia: non più dunque soltanto allargarla (come alcune prospettive solitamente definite riformiste o moderate propongono), ma nemmeno “soltanto” svuotarla (nella linea solitamente perseguita dall’animalismo che viene definito radicale da parte dei media mainstream). Una gabbia vuota, per carità, è un risultato fondamentale. Di più: abdicando alla nostra prospettiva e facendo uno sforzo di “realismo pragmatico”, sappiamo che anche una gabbia più larga non è cosa da poco per chi in quella gabbia è costretto a viverci (spesso soltanto in funzione di morirci). Tuttavia gabbie “soltanto” più larghe o più vuote, ne siamo convinti, ci metterebbero poco a restringersi o riempirsi nuovamente.
Ciò che serve è a nostro avviso un effettivo smontaggio dei meccanismi e dei presupposti che danno vita alle gabbie che tengono prigionieri milioni di animali non umani, ma anche un numero sterminato di umani: ex-coloni, donne, disabili, migranti, individui variamente esulanti dal binarismo cis-gender, solo per citare alcune categorie di sfruttati/e.
L’animalizzazione resta, infatti, uno dei metodi più efficaci di umiliazione e giustificazione dello sfruttamento ai danni degli umani, oltre a rappresentare un fastidioso e scorretto uso di retoriche denigratorie tramite l’uso delle altre specie in modalità decontestualizzata. Si pensi all’uso dell’animale come insulto sessista (“oca”, “gallina”, “cagna”), all’immaginario razzista dell’altro come animale infestante (gli ebrei come “ratti” o i moderni migranti come parassiti e invasori), alla diffamazione dell’avversario politico tramite il ricorso all’identificazione con altre specie (i “maiali”, i “porci”, i “topi di fogna” che costellano le stesse retoriche anticapitaliste). Non una questione meramente linguistica, ma lo specchio di un sistema di dominio generalizzato che, a partire dal linguaggio e fino a forme più tangibili di sfruttamento, costruisce gabbie dentro cui sono imprigionati diversi tipi di soggetti, non solamente animali.
Alla luce di queste riflessioni, riteniamo che sia quanto mai necessario affrontare la “questione animale” dentro a meccanismi che la trascendono, o al massimo la sottendono, ma non coincidono totalmente con essa. Ci riferiamo in sostanza all’imposizione di un sistema economico capitalista e all’affermazione della modernità come trionfo dell’individualismo più secolarizzato e inconsapevole. Solo sapendo individuare lo sfruttamento animale all’interno delle pieghe di questi macro-processi, si può effettivamente sviluppare un discorso di critica antispecista.
Pensiamo che soprattutto alcune nuove prospettive dell’antispecismo siano particolarmente efficaci e promettenti. Prima di darne una breve panoramica e di introdurre la struttura delle sezioni che compongono il libro, preme un’ultima considerazione. Non vorremmo che alcune nostre precedenti osservazioni e il riconoscimento di un crescente interesse per la questione animale fossero interpretate come infatuazioni post-moderniste dei due curatori o come una loro miopia nei confronti di un sistema a ogni effetto tuttora assolutamente e insindacabilmente specista. Siamo consci della posizione svantaggiata che occupano gli animali non umani nella nostra società, e in particolare in un Paese tuttora dominato da tradizioni carnee, lobby della caccia, maratone televisive a supporto della sperimentazione animale, palii, circhi, ecc. Siamo altrettanto consapevoli del fatto che, seppur a vario titolo, vi siano importanti discriminazioni nei confronti degli animalisti/e. In particolare si è parlato di un fenomeno – la vegefobia – che avrebbe caratteristiche simili a omofobia e razzismo. Se fino a qualche tempo fa, in Italia quantomeno, la discriminazione nei confronti di attivisti/e antispecisti/e e vegan era principalmente relegata a una sottovalutazione, derisione e ostracizzazione delle loro istanze (non solo su media e discorso pubblico, ma anche in molti ambienti di movimento), oggi invece l’asticella si è alzata notevolmente: alcuni episodi di violenza fisica esplicitamente rivolti a soggetti vegan hanno avuto luogo, infatti, anche in Italia . Non è certo questo il problema fondamentale – sarebbe evidentemente un approccio antropocentrico – ma anche questo è uno dei tasselli di una gabbia che speriamo questo libro possa contribuire a smontare.
Veniamo dunque, infine, a una presentazione più analitica dei vari capitoli di questo libro. Il testo è suddiviso in tre parti principali, che propongono rispettivamente: uno sguardo sull’attivismo antispecista; una panoramica dei principali temi che stanno affiorando in questi anni; alcuni esempi di pratiche che rivestono un particolare interesse per chi si approccia allo studio dei movimenti animalisti/antispecisti in Italia.
Nella prima sezione, Nicola Righetti affronta da un punto di vista sociologico uno dei nodi principali rispetto all’identità dei movimenti antispecisti, il veganismo. Non un tema nuovo dunque e nemmeno una nuova prospettiva. Le peculiarità assunte negli ultimi anni necessitano tuttavia di un’analisi puntuale. Il veganismo, infatti, è un oggetto centrale per chi osserva – tanto “dall’esterno” quanto “dall’interno” – le lotte per i diritti animali, ma è al tempo stesso un oggetto sfuggente: pratica di consumo, espressione di un’istanza etica o di un posizionamento politico, elemento costitutivo di una comunità piuttosto eterogenea. Tanto da costituire uno degli argomenti al centro del dibattito fra animalisti/e, un dibattito che non di rado sfocia nella polemica aspra. Del resto, lo stile di consumo, e in particolare il modo di cibarsi (con tutte le implicazioni relative alla sfera simbolica, alla convivialità e all’identità culturale), costituisce inevitabilmente la chiave di accesso alla questione animale nel discorso pubblico.
Il rapporto con l’opinione pubblica, tuttavia, risente delle modalità scelte – o, talvolta, subite – dai movimenti animalisti per relazionarsi con l’immaginario collettivo. Come mostra il contributo di Francesca De Matteis e Niccolò Bertuzzi sull’attivismo nell’era delle tecnologie digitali, tali scelte sono tutt’altro che neutre, e, anzi, ci dicono molto sulle visioni del mondo e della politica di chi le compie. Una possibile chiave di lettura della mobilitazione in favore dei non umani è quella di distinguere proprio fra le diverse strategie di comunicazione, mostrando come a diverse tipologie di campagne di protesta o sensibilizzazione corrispondano (anche se non sempre) soggetti diversi e diverse opinioni sui rapporti fra questione animale e altri temi sociali. Lo spettro di possibilità va dall’animalismo “puro”, ove sembra scontato isolare e risolvere il problema dello sfruttamento animale in modo del tutto indipendente da altre istanze, all’antispecismo più consapevole dei legami fra liberazione umana e animale.
A partire da questo argomento “sensibile” prende le mosse il contributo dei due curatori, che chiude la prima sezione. Le diverse visioni dell’animalismo si riflettono anche sulle relazioni con la politica di palazzo e in particolare con le destre o con formazioni populiste, soprattutto in un contesto come quello italiano in cui queste esprimono diverse strategie per canalizzare la sensibilità animalista e tradurla in consenso. La tornata elettorale del 4 marzo 2018 può essere vista come una manifestazione paradigmatica dell’articolazione di discorsi pro-animali “da destra” e della loro capacità di attecchire su un terreno scarsamente preparato dal punto di vista politico/elettorale e sostanzialmente caratterizzato da posture qualunquiste che vedono nella questione animale un tema trasversale. Sulla base di tali considerazioni, il saggio analizza approcci e discorsi di berlusconismo (nella figura soprattutto di Michela Vittoria Brambilla), leghismo, estremismo di destra e Movimento 5 Stelle.
La seconda sezione fa emergere quindi le elaborazioni che, al confine fra teoria e pratica, hanno assunto carattere di novità nel nostro Paese. Si parte dagli allevamenti “etici” o “sostenibili”, tema oggetto di discussione da alcuni anni anche all’estero, dove assume specificità locali (si veda per esempio l’interesse statunitense per il locavorismo e i suoi aspetti critici). Il prezioso lavoro del collettivo “BioViolenza”, che qui racconta sé stesso e gli sviluppi della critica alla cosiddetta “carne felice”, ha permesso di far emergere un ambito di produzione di prodotti e immaginari che vanno dalla carne biologica al mito della vecchia fattoria passando per le normative sul benessere animale. Un lavoro che è stato al tempo stesso teorico – con la traduzione di testi, l’elaborazione di una critica serrata, la produzione di contro-narrazioni – e pratico – con interventi di contestazione pubblici, manifestazioni e azioni di disturbo. Se inizialmente la critica all’allevamento sostenibile poteva essere tacciata di purismo ideologico in quanto interessata a puntare l’attenzione su una nicchia di mercato, col passare del tempo essa ha saputo mostrare l’importanza di comprendere, se non anticipare, le strategie discorsive e pubblicitarie dell’industria dello sfruttamento animale.
Qualche anno dopo, emerge una prospettiva per certi versi maggiormente straniante, quella della resistenza animale, al centro del successivo capitolo. Anche in questo caso, abbiamo dato voce all’omonimo collettivo che ha promosso una discussione sul tema tramite strumenti teorici, ma anche tramite mobilitazioni su singoli casi di animali fuggitivi, e soprattutto tramite un’opera di documentazione costante degli episodi di ribellione negli zoo, nei circhi, nei laboratori, negli allevamenti e nei mattatoi. È stato probabilmente grazie a quest’ultimo punto che oggi esiste un’ampia fetta di attivisti/e, in Italia, che trova del tutto normale mettere in discussione gli atteggiamenti “eroici” dell’animalismo umano con la sua pretesa di prendere parola al posto dei soggetti oppressi.
Una visione non paternalista, peraltro, permette di intraprendere un dialogo con altri movimenti sociali su nuove basi, come suggerito dall’ultimo contributo della sezione, in cui feminoska prende le mosse proprio da Animals without Borders, il libro di Sarat Colling sulla resistenza animale , per discutere i vantaggi e gli aspetti critici di un posizionamento transfemminista queer e decoloniale per le istanze di liberazione animale. La storia recente dei rapporti fra pensiero antispecista e teoria queer fa emergere qui sia le potenzialità sia gli aspetti critici delle alleanze fra movimenti, esortando allo stesso tempo a non dare per scontate le affinità fra le lotte e a ricercare i punti di contatto fra le oppressioni.
Infine, nella terza sezione compaiono i contributi maggiormente “a contatto” con le pratiche. Il tema dell’intersezionalità si riflette nell’esperienza di un gruppo antispecista (Farro&Fuoco) attivo nel movimento No Expo a Milano, un’esperienza commentata da Francesca Gelli con l’intento di fare il punto sull’urgenza – e i problemi – di un attivismo per i non umani che si autodichiara anticapitalista, e che individua nella critica al sistema di produzione attuale e alla distribuzione colonialista delle risorse un nodo centrale per l’evoluzione del discorso pubblico sullo sfruttamento animale. Un nodo che evoca anche le difficoltà di relazione fra due mondi: da una parte, gli ambiti di movimento che – pur nella loro radicalità – si sono formati in un contesto sostanzialmente antropocentrico; dall’altra, l’ambiente antispecista, troppo spesso adagiatosi su una visione del veganismo come stile di consumo perfettamente compatibile con l’attuale assetto neoliberista.
Il secondo contributo della sezione, a firma di Agripunk e Maria Cristina Polzonetti, introduce lettori e lettrici a quella che forse è attualmente la traduzione in prassi più visibile delle istanze di liberazione animale, e cioè i rifugi per animali “da reddito” liberati, che in molti paesi sono già da tempo preziose eterotopie e luoghi di diffusione del pensiero antispecista. Anche in questo caso, però, le cose non sono così semplici come potrebbero sembrare: accogliere animali scampati dallo sfruttamento in un contesto in cui questo stesso sfruttamento è accettato come del tutto normale da vari punti di vista (giuridico, culturale, politico) significa farsi carico in modo molto concreto di contraddizioni forti, cercando di contemperare le esigenze di una visione radicalmente “altra” e quelle della cura dei singoli individui con le proprie storie di sofferenza e resistenza.
Ancora la resistenza animale costituisce, per certi versi, un filo conduttore che conduce a ridiscutere il nostro rapporto – di umani, di cittadini/e, ma anche di attivisti/e – con gli animali apparentemente privilegiati, i cani e i gatti che vivono negli appartamenti. Attraversando il fenomeno del randagismo – quello che è significativamente chiamato “piaga” dagli stessi animalisti – nell’ultimo capitolo di questo libro, Davide Majocchi presenta il percorso che lo ha portato a ideare e discutere in diversi ambienti il docu-film No Pet, a proporre una visione critica del rapporto con gli animali “da compagnia” e a incoraggiare un dibattito sui cani senza padrone che tenga il passo con i progetti emergenti di gestione canina sul territorio. Non si tratta soltanto di riconoscere piena agency anche ai membri di specie apparentemente più fortunate o di denunciare l’esistenza di un ampio settore industriale che lucra su uno sfruttamento meno plateale rispetto a quello dei mattatoi o dei circhi. Si tratta anche di fare i conti con i complessi rapporti fra lo slancio dell’opposizione antispecista allo sfruttamento e la necessità della cura, qui e ora, in un contesto specista.
Tutti i contributi di questo libro restituiscono, speriamo, l’immagine di una complessità ineliminabile, una complessità che necessita, per essere affrontata, di un rapporto costante fra teoria e prassi, fra visione utopica e contatto con le vite concrete e con le dinamiche sociali. In questo senso, non pretendiamo di fornire facili risposte, ma al contrario di moltiplicare le domande. Mentre i movimenti antispecisti vengono spesso ridotti a un generico appello all’“amore per gli animali”, auspichiamo che questa raccolta di testi, insieme ad altre che la seguiranno, riesca al contrario a mostrare la ricchezza di riflessioni, discussioni e pratiche che al suo interno si stanno sviluppando in questi anni, poiché siamo fermamente convinti che soltanto un movimento (auto)critico potrà essere in grado di contrastare l’immane violenza che il sistema di produzione e di governo neoliberista riproduce incessantemente sul piano simbolico e materiale.